IL COSCRITTO.

IL COSCRITTO.Era di domenica verso le cinque di sera e faceva un tempo bellissimo. La caserma era presso che vuota. Quasi tutti i soldati erano andati a spasso per la città; i pochi rimasti, parte nei dormentorii a finir di vestirsi, parte giù nel cortile ad aspettare, stavano per andarsene anch'essi, quei di sotto gridando di tratto in tratto:—Fa presto,—e quei di sopra rispondendo:—Un momento, —chè forse stentavano a mettersi il cinturino da tanto che se l'erano stretto per far la vita sottile. Anche i coscritti, arrivati al reggimento due giorni prima, parte erano usciti, parte andavano uscendo, a sei, a otto, a dieci assieme, seri, impalati, coi berretti per traverso, i cappotti affagottati, le mani aperte e stecchite in un par di guantoni bianchi che parean manopole da scherma; e i soldati di guardia, seduti sur una panca alla porta della caserma, li andavano motteggiando man mano che passavano, malgrado che il sergente brontolasse di tratto in tratto:—Lasciateli in pace, poveri giovani.—L'ufficiale di picchetto, sdraiato sul letto in una camera al primo piano, leggicchiava un giornale.Nell'angolo più appartato del cortile v'era un coscritto solo solo, seduto sullo scalino d'una porta, co' gomiti appoggiati sulle ginocchia e il mento sulle mani. Seguiva uno per uno collo sguardo i suoi compagni cheuscivano, e quando nessuno passava teneva gli occhi immobili a terra. Aveva l'aria d'uno di quei buoni figliuoli, che si staccano bensì con molto dolore dalla famiglia e dal villaggio dove son nati; ma vengono a fare il soldato coll'animo pieno di rassegnazione, di serenità, di buon volere:—e perchè c'è tanto di legge stampata che parla chiaro, e sulla lista attaccata alla porta della comunità c'era il loro bravo nome e cognome scritto per disteso, e i loro vecchi ci sono andati, e i loro compagni ci vanno, e in fin dei conti poi perchè è il loro Re che li chiama, e non c'è niente da ridire e non occorre cercar più in là.—Ma sul suo viso c'era qualcosa di più di quell'espressione tra il pensieroso e l'attonito che è propria dei coscritti nei primi giorni; c'era della malinconia. Forse s'era pentito di non aver voluto uscire cogli altri. Di domenica, quando fa bel tempo, a stare in casa si prova sempre un po' di tristezza.A poco a poco il quartiere rimase deserto, e vi fu un silenzio perfetto.Un caporale in montura di fatica, attraversando frettolosamente il cortile, vede il coscritto, si ferma e gli domanda bruscamente:—Che cosa fai costì, colle mani in mano?—....Io?—il coscritto risponde.—Io?—ripete il caporale strascicando con affettazione la voce e facendo un viso di stupido.—Quest'è curiosa! A chi parlo adesso? alla luna? Sì, proprio tu. E levati in piedi quando parli coi tuoi superiori.—Il coscritto si leva in piedi.—Chi sei tu? Di che compagnia?—.... Compagnia?—Compagnia?—domanda alla sua volta il caporale in tono di canzonatura.—Ma sai che sei un gran testa di rapa, tu?—Gli s'avvicina, lo afferra per la falda del cappotto e dandogli una gran tirata che lo fa traballare:—Guarda!—gli grida—guarda come ti sei conciato il cappotto a star lì seduto in terra come un accattone.—Il coscritto si mette a pulir il cappotto colla mano.—Guarda in che stato ti sei ridotto le scarpe!—e gli dà un colpo del piede nella punta dei piedi.Questi tira fuori il fazzoletto e si china per spolverare le scarpe.—Accomodati codesta cravatta che ti vien su fino alle orecchie.—E afferratolo per la cravatta gli dà una scrollata che un po' più lo butta in terra.Il coscritto alza le mani alla cravatta.—Mettiti un po' meglio quel berretto.—E porta le mani al berretto.—E tirati su quei calzoni se non vuoi che ti si sciupino in una settimana, e volta per diritto i bottoni del cappotto, e levati quegli orecchini che sono una ridicolezza, e non istar lì col mento sul petto che mi sembri un frate, e non guardar la gente con quel muso di minchione....Il povero giovane andava toccandosi colle mani tremanti ora la cravatta, ora i calzoni, ora i bottoni, ora il berretto, e non riusciva a far nulla, e quanto più si affrettava e si affannava, e tanto meno sapeva o vedeva quel che si facesse. In quel momento passò là presso la vivandiera, giovane e belloccia, e si fermò, spietata! a guardare. Comparir ridicolo agli occhi d'una bella donna! Ah! è la più tormentosa delle vergogne! Il povero coscritto perdette affatto la testa; gingillò ancora un po' colle dita intorno alla cravatta e ai bottoni, e poi si sentì andar giù le braccia, e il mento gli cadde sul petto e gli occhi sulla punta dei piedi, e stette così immobile come una statua; era annichilito.La vivandiera sorrise e se n'andò. Il caporale, guardandolo e scrollando la testa in aria di compassione sprezzante, gli andava ripetendo:—Ah marmotta!... marmotta!—E poi, alzando tutt'ad un tratto la voce:—Bisogna svegliarsi, mio caro, e presto, chè se no vi sveglieremo noi, ve lo assicuro io, e come! Consegne e pane ed acqua, pane ed acqua e consegne, alternati, tanto per non annoiarvi. Tenetevelo bene a mente. E adesso andate al vostro letto a ripulir le vostre robe,marche!E rinforzò il comando alzando il braccio coll'indice teso verso le finestre del dormitorio.—Ma io....—Silenzio!—Io non....—Tacete, vi dico, quando parlate coi vostri superiori; o la prigione è là; la vedete?E s'allontana brontolando:—Oh che gente! Oh che gente! Povero esercito! Povera Italia!—Signor caporale!... esclama timidamente il coscritto.Il caporale si volta e gli accenna di nuovo la prigione facendo un par d'occhi terribili.—Vorrei domandarle una cosa.—L'accento era così peritoso e sommesso che non si poteva proprio a meno di lasciarlo parlare.—Che cosa volete?—Vorrei domandarle se lei sapesse che qui in questo reggimento c'è un ufficiale del mio paese, che ci dev'essere, ma che io non so se ci sia....—Del vostro paese? Se al vostro paese son tutti di cotesto stampo, c'è da augurarsi che nel reggimento non ci siate che voi.—E scrollando le spalle se n'andò via.—Che maniera!—mormorò tristamente il coscritto guardandolo mentre s'allontanava.—Eppure m'hanno detto che c'è...—soggiunse poi rimettendosi a sedere.—Ma perchè ci fanno così? Perchè ci trattano tanto male? Che cos'hanno con noi? Che cosa siamo noi? Siamo cani?... E bisogna far cinque anni di questa vita! Oh.... è troppo, è troppo!—E si coperse la faccia colle mani e pensò alla sua famiglia lontana.—Se mi vedessero in questo stato!—diceva in cuor suo;—povera gente!—Lo scosse una sonora risata di fondo al cortile; alzò gli occhi e vide tre soldati di guardia che lo guardavano discorrendo e ridendo tra loro.—Oh che merlo!—cominciarono a dire que' tre.—È innamorato.—Pensa all'amorosa.—Dove l'hai lasciata l'amorosa, di'?—Poverina, a quest'ora avrà già trovato modo di consolarsi.—Guarda, guarda che par d'occhioni ti fa!—E poi tutti e tre ad una voce col tono del prete che canta la messa:—Oh che merlo!—Il povero giovane diventò pallido; lo avevano ferito sul vivo; non si potè più contenere; si alzò....—Chi è quest'innamorato?—disse tra sè l'ufficiale di picchetto affacciandosi alla finestra col giornale in mano. I soldati di guardia lo videro e scapparono; il coscritto alzò la faccia stravolta verso la finestra e lo guardò. L'ufficiale guardò anch'egli il soldato, e vedendolo far prima un segno di attenzione, poi di sorpresa e poi di contentezza senza levargli mai gli occhi d'addosso,—Chi sarà quest'originale?—pensò, e scese nel cortile e gli si andò a piantare davanti.—Che cos'avete da ridere e da stropicciarvi le mani?—gli domandò con accento severo.E il soldato, pur vergognandosi un poco, seguitava a sorridere.—Ma sapete che siete un minchione di nuovo conio, voi?... Vi domando perchè ridete.—Ecco..., rispose il coscritto, abbassando gli occhi e stropicciandosi con tutt'e due le mani una falda;—io sapevo che lei era qui in questo reggimento, e mi ci hanno mandato anche me.... Già lei non si ricorderà più; ma io sì; lei è tre anni che è andato via, e io lo conoscevo, e conoscevo anche la sua famiglia; ma loro non conoscevano noi, ed eravamo vicini di casa, e la mattina io lo vedeva sempre passare che andava a caccia, e.... siamo dello stesso paese, ecco.—Ah! ora capisco—rispose l'ufficiale guardandolo attentamente per raccapezzare chi fosse.—Io sapevo che lei era andato a far l'uffiziale quando è partito, e ch'era entrato nel collegio, e poi non è più tornato, e intanto hanno rifatto la facciata del duomo e nella piazza hanno messo su un caffè grande.... (e guardò intorno), quasi grande come mezzo questo cortile, ed è sempre pieno di gente....—Aspetta, aspetta; ora mi ricordo; Renzo, ti chiami, non è vero?—Proprio!——Stavi in quella casina accanto alla chiesa fuor del paese, mi pare.—Oh Dio!... Già, sicuro, nella casina fuor del paese.—E non potea più star nella pelle quel povero giovanotto.—Mi ricordo benissimo. E.... dimmi un po': come ti trovi contento di fare il soldato?—Il coscritto mutò viso ad un tratto, abbassò gli occhi e tacque.—Perchè non sei uscito a passeggiare cogli altri?—Non rispose, e si guardava le unghie come pensandoa quel che aveva da dire; ma gli si leggeva il cuore negli occhi.L'ufficiale capì, e con una voce affabile che gli scese e lo scosse nel più profondo dell'anima, gli domandò:—Che cos'hai?—Gli si ruppe il nodo alla lingua, e animandosi poi a grado a grado, cominciò con voce commossa:—Ho...; senta, signor ufficiale; ho che.... non so nemmeno io quello che ho; ma ci trattano in un modo che fa dispiacere, ecco. A domandare una cosa, non rispondono, e poi ci dicono delle parole che offendono, e bisogna stare zitti, se no la prigione eccola là (e imitava la voce del caporale). Lo so anch'io che non ci sappiamo ancora vestire, e non siamo ancora buoni a fare i soldati; ma sono soltanto due giorni che siamo qui; che colpa ci abbiamo noi? ci possiamo qualcosa noi? Si sa; siamo venuti apposta per imparare, e bisognerebbe che avessero un po' più di pazienza, mi pare. E poi ci burlano in presenza della gente, e mettono anche le mani addosso, e ci danno degli urtoni, e noi dobbiamo sopportar tutto, e loro ridono, e io non so capire perchè ci maltrattino così. Io era venuto volentieri a fare il soldato, e dicevo dentro di me: Farò il mio dovere, e i superiori mi vorranno bene; ma adesso che vedo.... Forse quando ci avremo fatta l'abitudine, non ci baderemo più; ma adesso ci fa male di vederci maltrattare in questo modo. Eravamo assuefatti a casa, colla famiglia, e tutti ci volevano bene, e qui, invece,... burlano anche i nostri.... pazienza noi.... ma.... fa pena, ecco, fa troppa pena!—Quest'ultime parole furon pronunciate con un accento veramente sconsolato: tacque, e abbassò gli occhi continuando a borbottare tra sè.L'ufficiale lasciò passare qualche momento in silenzio, accese un sigaro, e poi, con un fare trascuratocome se non avesse inteso o voluto intendere nulla gli disse:—Tirati un po' in giù quella cravatta (e l'aiutò egli stesso); così; ora va bene. Voltati.—Il soldato si voltò; l'ufficiale gli afferrò e gli tirò le falde del cappotto:—Il cappotto non deve far grinze, dev'esser liscio come un busto. Voltati.—Si voltò; l'ufficiale gli accomodò il berretto.—Così; un po' per traverso, chè dia l'aria di monello.—Il coscritto sorrise.—E sta' ben ritto sulla vita, e tieni la testa alta, e quando cammini, cammina sciolto, franco, svelto, come quando giuocavi alle bocce nel cortile di casa nostra, ti ricordi?—Rise, e accennò di sì.—Oh bene,—continuò l'ufficiale appoggiando le spalle al muro e una gamba sull'altra;—e guarda sempre tutti nel viso, perchè non hai da aver paura nè da vergognarti di nessuno; hai capito? Passasse anche il Re, e tu alza la fronte e piantagli gli occhi negli occhi come per dirgli:—son io,—chè il rispetto, noi soldati, lo dobbiamo mostrare in codesto modo; ricordatene.—Il soldato accennò di sì; si cominciava a rasserenare.—E ricordati pure che, una volta entrati in caserma, bisogna cambiar maniera di parlare; poche parole, ma franche, sonore e vibrate, con chiunque tu parli: sì e no, no e sì, e se non hai da dir altro, tanto meglio. E quando sei in riga, gli è come se fossi in chiesa, e zitto; rotte le righe, sei a casa tua; e se gli altri fanno il chiasso, e tu fallo più di loro, e non istar soltanto a vedere, che vien la malinconia; cacciaviti subito dentro. E vogli bene ai tuoi compagni, chè troverai degli amici d'oro, te lo prometto; troverai dei giovinottiche ti vorranno bene come a un fratello; vedrai; chè qui ci sarà carestia di tutto, ma di cuore no di sicuro.... Hai la pipa?—Nossignore.—Se no potevi fumare. E quando un superiore sgrida..., se ha ragione, stare a sentire e farne pro; se ha torto, stare a sentire lo stesso e non pigliarsela a cuore, perchè a questo mondo tutti hanno dei difetti e possono fare degli spropositi tutti; a sgridare si sbaglia qualche volta; a disobbedire si sbaglia sempre. E non credere che tutti quelli che ti sgridano abbiano cattivo cuore e siano in collera con te e ti vogliano male. Non c'è niente di più falso. Codesti burberoni hanno più buon cuore che gli altri, e vi vogliono bene, e se li levassero di mezzo a voialtri morirebbero di malinconia in quindici giorni. Urlano, inveiscono; è un'abitudine, un affar dei polmoni; niente di più, credilo. Finirai col voler più bene a loro che agli altri. Li vedrai quando andranno via; piangono. Io ne ho visti tanti. Ne ho visti a Custoza....—Quella battaglia ch'è andata male?—Quella; ho visto un capitano ch'era lo spavento della compagnia e nessuno lo poteva vedere, e aveano tutti torto; ebbene, non cadeva un ferito ch'egli non corresse a soccorrerlo, a guardargli la ferita, a fargli coraggio; sempre in moto di qua e di là, ed era stanco da morire.—Oh capitano! capitano! non m'abbandoni, capitano!—gridavano i feriti trattenendolo per le braccia e per la tunica.—No, figliuolo—egli rispondeva—starò qui con te, starò sempre con te fin che tu sia guarito; coraggio, figliuolo, coraggio; il tuo capitano non t'abbandona.—Capisci, che uomo? E come lui ce ne son tanti, e bisogna non giudicar gli uomini dalle apparenze, e poi compatire i cattivi, e volere un bene dell'animaai buoni, e rispettar tutti, perchè son tutti soldati e da oggi a domani possiamo vederceli morir sotto gli occhi da valorosi. E quando si vuol bene a qualcuno, si sopporta di buon animo ogni sorta di vita, tienlo per fermo. Cerca, domanda, fattelo dire da' tuoi compagni; vedrai che i soldati più bravi volevano tutti bene ai loro superiori. Guarda il soldato.... come si chiamava?... il soldato Perrier, nel quarant'otto, che si gettò fra il suo ufficiale e i nemici, e cadde a terra con tre palle nel petto gridando:—Ricordatevi di me, mio buon ufficiale; io muoio contento d'avervi salvata la vita!—E quell'altro granatiere, non mi ricordo il nome, che piuttosto di abbandonare il suo capitano ferito, s'è fatto uccidere a colpi di baionetta, gridando ai nemici:—Se non mi uccidete, io non ve lo lascio.—E quegli altri otto o dieci, che sotto una pioggia di palle, alla battaglia di Rivoli, sono andati a strappare dalle mani dei tedeschi il cadavere del loro ufficiale, chè lo volevano seppellire di propria mano e rendergli gli ultimi onori nel proprio campo; e tanti e tanti altri, che ci sono i nomi e i fatti stampati in cento libri, e tutti li ricordano e li amano ancora come se fossero vivi.... Hai un fiammifero?—Il coscritto che fino allora era stato colla bocca e gli occhi spalancati che pareva estatico, tirò fuori in fretta un fiammifero e glie lo porse.—Quando si pensa a queste cose e si ha un po' di cuore, certi piccoli dispiaceri, certe meschinità della vita del soldato si dimenticano; e bisogna pensarci a queste cose, e te le insegneranno, e tu che sei un buon figliuolo le terrai a mente; non è vero?—Il coscritto fece segno di sì, chè lì su quel subito non potè raccogliere la voce.—Sicuro;—continuò l'ufficiale;—a far volentieri il soldato, e a farlo bene, bisogna guardare un po' piùalto della caserma e un po' più in là della piazza d'armi. E poi, già, si fa l'abitudine a tutto. Lo zaino, da principio, oh che peso, mio Dio! oh che tormento; dicono tutti così; e poi, a poco a poco, poh, diventa una cosa da nulla. E il mangiare? Non si mangia mica da principi, si sa; anzi, qualche volta, a voler essere schietti, si mangia maluccio; ma bisogna aver pazienza, pazienza e sempre pazienza, che è la gran virtù del soldato; e non lamentarsi e piagnucolare, come fanno certuni, a diritto e a torto, di tutto e di tutti; ma mangiare quello che c'è e contentarsi del poco. E poi l'appetito, quando si lavora, si fatica, si fa il proprio dovere e si ha il cuore contento, l'appetito non manca mai, e l'appetito è un gran cuoco. Sono gli svogliati e i poltroni che trovano a ridire su tutto e non si contentano mai. Io vedo che i bravi giovani fanno tutti il soldato volentieri, perchè i superiori li vedon di buon occhio, i compagni li stimano, quei del paese li rispettano, e ce n'è di quelli che in cinque anni ch'han fatto il soldato non sono stati un giorno ch'è un giorno in consegna e han lasciato il loronumero diciottobianco e pulito come un fazzoletto di bucato; e tu sarai uno di questi, non è vero?—Il soldato accennò vivamente di sì.—Benone. E non credere poi che sia tutto spine il nostro mestiere; c'è anco dei fiori per chi li sa cercare, e i bravi soldati li trovano. Impara a fare il tuo dovere per bene, sii sempre pulito, rispettoso e di buona volontà, e dal tuo capitano e dai tuoi ufficiali ti sentirai dire certi: bravo! che ti suoneranno in fondo al cuore, e ti cresceranno l'appetito e l'allegria. E i giorni ti passeranno presto. Poi, in cinque anni, non si sa mai che cosa possa accadere, potrebbero anche farci cambiar dieci volte di guarnigione, e allora il tempo vola che i mesi paiono giorni. Vedrai dei nuovi paesi; città,genti, campagne, monti, mari, tutto un mondo nuovo, svariato, stupendo, tutto il nostro bel paese, l'Italia, che finora tu conosci soltanto di nome; e troverai delle meraviglie per ogni parte: statue, chiese, palazzi, giardini; e nelle ore di libertà andrai a vedere ogni cosa, per poter poi raccontar tutto alla famiglia e agli amici, quando sarai a casa. Nell'estate andremo ai campi d'istruzione, otto, dieci, venti reggimenti, e cavalleria e artiglieria, e vedrai che bella figura fa un accampamento, e che rumore, che allegrezza, che vita ci sarà tutto il giorno, e quelle grandi manovre a fuoco, e quelle feste che si faranno prima di levare il campo, musiche, balli, tombole, corse, e tutti gli ufficiali e i generali a fare il chiasso e a divertirsi in mezzo ai soldati, e tutta la gente venuta dai paesi vicini a godere quello spettacolo e a batter le mani. Allora tu conoscerai già tutti i soldati del corpo, avrai un'infinità di buoni amici, il reggimento ti parrà una grande famiglia, e tutti gli onori che si faranno al reggimento ti parranno fatti a te, e vorrai bene al tuo vecchio colonnello come a un altro padre, e quando vedrai comparire la bandiera davanti ai battaglioni schierati, e la banda suonerà la marcia del corpo, e tutti presenteranno le armi, ti sentirai battere il cuore di contentezza e di orgoglio, e tremerai tutto dalla commozione. E a poco a poco porrai affetto a ogni cosa: alle tue armi, alla tua divisa, al tuo gamellino, a questo cortile, a queste scale, a queste mura; e quando starai per partire, e sarai già stato a salutare il tuo capitano, i tuoi ufficiali, i tuoi sergenti, e tutti gli altri soldati ti verranno intorno a far festa, e—addio, e—buon viaggio,—e—ricordati di noi;—allora ti si stringerà il cuore, sai! ti si stringerà il cuore come quando sei partito da casa; e sceso giù nella strada, ti volterai a guardare per l'ultimavolta quelle finestre della caserma, e ti fermerai, e se ti basterà la voce, dirai ancora una volta:—Addio, o mia seconda casa paterna, dove ho amato tanti amici, dove ho passati tanti bei giorni colla coscienza serena, dove ho tanto pensato e sospirato i miei cari; addio, mio povero letticciuolo; addio, mio buon sergente di squadra; addio; mio capitano, addio.... Che cos'hai?—Il coscritto era immobile, attonito, colla faccia convulsa, il respiro affannoso e gli occhi lacrimosi scintillanti d'un sorriso ineffabile.—Che cos'hai?Fece uno sforzo per raccogliere la voce abbassando la testa e allungando il collo come se mandasse giù un grosso boccone; ma non la raccolse intera e gli venne appena fatto di dire in fretta e a mezza voce:—Niente.—L'ufficiale sorrise.—Sai scrivere?—....Un poco—rispose il coscritto col respiro tuttavia affannoso.—Allora vieni con me.—S'avviò verso la sua camera e il coscritto lo seguì. Entrati che furono, l'ufficiale fece sedere il suo buon paesano al tavolino, gli mise una penna in mano, un foglio di carta davanti, e gli disse:—Scrivi a tuo padre.—Il coscritto lo guardò a bocca aperta.—Scrivi a tuo padre.—....Che cosa?—Che cosa hai visto, che cosa pensi, che cosa senti; quello che vuoi.—Ma....—Zitto; fin che non hai finito non ti permetto di dire una parola.—E si rimise a leggere il giornale accanto alla finestra. Il coscritto continuò a guardarlo in aria di stupore, poi chinò la testa, pensò qualche minuto e cominciò a scrivere adagio adagio.Dopo un quarto d'ora, l'ufficiale domandò:—Siamo vicini a finire?—Finito,—rispose il soldato tutto contento.—Leggi.—Leggere?—Già.—Si vergognava.—Leggi, ti dico.—Si dispose a leggere.—Ma dimmi prima: hai scritto la verità? Sei stato sincero? Hai detto proprio quello che pensi e quello che senti?—Il soldato si pose una mano sul petto e alzò gli occhi al cielo.—Leggi, dunque.—Cominciò a leggere:«Caro padre.»Sono arrivato al reggimento e ci fecero subito tagliare i capelli e poi ci vestirono. Quel signor ufficiale del nostro paese che tu sai come si chiama l'ho veduto quest'oggi nel cortile e abbiamo parlato insieme più d'un'ora. Non si mangia da signori, si sa; ma a far da mangiare per tanti è difficile farlo bene, e poi l'appetito non manca, basta fare il suo dovere. I superiori sgridano; ma non sono mica tutti cattivi, chè anzi c'è dei soldati che si sono fatti ammazzare per salvarli, e non volevano lasciarli neanche morti nelle mani dei nemici. C'è anche dei soldati chenon sono mai stati in punizione, e così spero di me. E il tempo passa presto, perchè ci faranno viaggiare e ci sono le statue, i giardini e le chiese da vedere, e poi le manovre, poi anche i campi, e i generali si divertono insieme ai soldati e si fa la tombola. Poi fa piacere vedere la bandiera e sentire la musica; si trovano degli amici, e il colonnello vecchio si può dire che sia un nostro secondo padre e noi altri i suoi figliuoli. Intanto ti saluto e sta' bene, ec. Tuo affezionatissimo figlio.»—Bravo!—Il soldato rise e abbassò la testa come fanno i bambini quando si senton dire che son belli.—Adesso, per farmi piacere, andrai giù a bere un mezzo bicchiere di vino alla salute di tutti i coscritti. To'.—E gli porse un biglietto.—Signor ufficiale!—disse il soldato vergognandosi e facendo l'atto di rifiutare.—Eh!—gridò l'ufficiale in tuono di minaccia.Il coscritto prese il biglietto, e avviandosi per uscire, balbettò qualche parola di ringraziamento:—Signor ufficiale.... io.... non so proprio.... sento che....—Silenzio!—Uscì frettolosamente, scese le scale a tre scalini alla volta; fece due o tre salti nel cortile fregandosi le mani, ridendo e borbottando tra sè; entrò nella cantina; la vivandiera gli mescè un bicchier di vino con un bel garbo e un bel sorriso che gli fecero dimenticare la scena di poco prima; bevette, uscì....Appena uscito, incontrò quel tal caporale, che gli si avvicinò con un viso meno agro e un fare più cortese.—Di' un po': è tuo parente quell'ufficiale che ha parlato con te un'ora fa?—No.—Ma lo conoscevi?—Molto.—È quell'ufficiale del tuo paese che tu cercavi?—Quello stesso.—Io non aveva mica capito, sai, quando me lo avevi domandato....—Oh non fa nulla.—Se avessi capito t'avrei risposto.—Grazie.—Il caporale s'allontanò; il coscritto, rimasto solo, disse tra sè:—In fin dei conti, non è mica un cattivo giovane, no, questo caporale!—In quel mentre i soldati cominciavano a rientrare a gruppi a gruppi in caserma, discorrendo forte e cantando. Fra gli altri, veniva innanzi un drappello di coscritti, un po' brilli, che facevano un chiasso allegrissimo.—Quando gli altri fanno il chiasso e tu cacciaviti subito in mezzo e fallo più di loro;—il coscritto si ricordò quelle parole—Bisogna far del chiasso,—pensò;—che cosa gridare?... Ah! Viva il soldato Perrier!—urlò con quanta voce avea in gola.E gli altri, forse senza neanco aver capito, risposero ad alta voce:—Viva!—Il nostro soldato si gettò in mezzo a loro, e cantando e gridando salirono confusamente nel dormentorio.L'ufficiale, che lo avea guardato dalla finestra, disse fra sè:—Codesto giovinetto sarà un bravo soldato.—E come s'era già fatto buio, e il cielo era tutto stellato, e si sentiva nel cortile quel gaio rumore, e nella strada sonava la fanfara della ritirata, tutto questo produsse in lui una commozione così subitanea, chequasi senza ch'ei se n'avvedesse o ne sapesse il perchè, levò gli occhi in su ed esclamò soavemente:—Perrier!E poi un'altra volta:—Oh buon Perrier!... Dove sei? Senti il tuo nome?—A guardare un bel cielo, di notte, ci vengono spontaneamente sulle labbra i nomi più venerati e più cari.

Era di domenica verso le cinque di sera e faceva un tempo bellissimo. La caserma era presso che vuota. Quasi tutti i soldati erano andati a spasso per la città; i pochi rimasti, parte nei dormentorii a finir di vestirsi, parte giù nel cortile ad aspettare, stavano per andarsene anch'essi, quei di sotto gridando di tratto in tratto:—Fa presto,—e quei di sopra rispondendo:—Un momento, —chè forse stentavano a mettersi il cinturino da tanto che se l'erano stretto per far la vita sottile. Anche i coscritti, arrivati al reggimento due giorni prima, parte erano usciti, parte andavano uscendo, a sei, a otto, a dieci assieme, seri, impalati, coi berretti per traverso, i cappotti affagottati, le mani aperte e stecchite in un par di guantoni bianchi che parean manopole da scherma; e i soldati di guardia, seduti sur una panca alla porta della caserma, li andavano motteggiando man mano che passavano, malgrado che il sergente brontolasse di tratto in tratto:—Lasciateli in pace, poveri giovani.—L'ufficiale di picchetto, sdraiato sul letto in una camera al primo piano, leggicchiava un giornale.

Nell'angolo più appartato del cortile v'era un coscritto solo solo, seduto sullo scalino d'una porta, co' gomiti appoggiati sulle ginocchia e il mento sulle mani. Seguiva uno per uno collo sguardo i suoi compagni cheuscivano, e quando nessuno passava teneva gli occhi immobili a terra. Aveva l'aria d'uno di quei buoni figliuoli, che si staccano bensì con molto dolore dalla famiglia e dal villaggio dove son nati; ma vengono a fare il soldato coll'animo pieno di rassegnazione, di serenità, di buon volere:—e perchè c'è tanto di legge stampata che parla chiaro, e sulla lista attaccata alla porta della comunità c'era il loro bravo nome e cognome scritto per disteso, e i loro vecchi ci sono andati, e i loro compagni ci vanno, e in fin dei conti poi perchè è il loro Re che li chiama, e non c'è niente da ridire e non occorre cercar più in là.—Ma sul suo viso c'era qualcosa di più di quell'espressione tra il pensieroso e l'attonito che è propria dei coscritti nei primi giorni; c'era della malinconia. Forse s'era pentito di non aver voluto uscire cogli altri. Di domenica, quando fa bel tempo, a stare in casa si prova sempre un po' di tristezza.

A poco a poco il quartiere rimase deserto, e vi fu un silenzio perfetto.

Un caporale in montura di fatica, attraversando frettolosamente il cortile, vede il coscritto, si ferma e gli domanda bruscamente:

—Che cosa fai costì, colle mani in mano?

—....Io?—il coscritto risponde.

—Io?—ripete il caporale strascicando con affettazione la voce e facendo un viso di stupido.—Quest'è curiosa! A chi parlo adesso? alla luna? Sì, proprio tu. E levati in piedi quando parli coi tuoi superiori.—

Il coscritto si leva in piedi.

—Chi sei tu? Di che compagnia?

—.... Compagnia?

—Compagnia?—domanda alla sua volta il caporale in tono di canzonatura.—Ma sai che sei un gran testa di rapa, tu?—

Gli s'avvicina, lo afferra per la falda del cappotto e dandogli una gran tirata che lo fa traballare:—Guarda!—gli grida—guarda come ti sei conciato il cappotto a star lì seduto in terra come un accattone.—

Il coscritto si mette a pulir il cappotto colla mano.

—Guarda in che stato ti sei ridotto le scarpe!—e gli dà un colpo del piede nella punta dei piedi.

Questi tira fuori il fazzoletto e si china per spolverare le scarpe.

—Accomodati codesta cravatta che ti vien su fino alle orecchie.—E afferratolo per la cravatta gli dà una scrollata che un po' più lo butta in terra.

Il coscritto alza le mani alla cravatta.

—Mettiti un po' meglio quel berretto.—

E porta le mani al berretto.

—E tirati su quei calzoni se non vuoi che ti si sciupino in una settimana, e volta per diritto i bottoni del cappotto, e levati quegli orecchini che sono una ridicolezza, e non istar lì col mento sul petto che mi sembri un frate, e non guardar la gente con quel muso di minchione....

Il povero giovane andava toccandosi colle mani tremanti ora la cravatta, ora i calzoni, ora i bottoni, ora il berretto, e non riusciva a far nulla, e quanto più si affrettava e si affannava, e tanto meno sapeva o vedeva quel che si facesse. In quel momento passò là presso la vivandiera, giovane e belloccia, e si fermò, spietata! a guardare. Comparir ridicolo agli occhi d'una bella donna! Ah! è la più tormentosa delle vergogne! Il povero coscritto perdette affatto la testa; gingillò ancora un po' colle dita intorno alla cravatta e ai bottoni, e poi si sentì andar giù le braccia, e il mento gli cadde sul petto e gli occhi sulla punta dei piedi, e stette così immobile come una statua; era annichilito.

La vivandiera sorrise e se n'andò. Il caporale, guardandolo e scrollando la testa in aria di compassione sprezzante, gli andava ripetendo:—Ah marmotta!... marmotta!—

E poi, alzando tutt'ad un tratto la voce:—Bisogna svegliarsi, mio caro, e presto, chè se no vi sveglieremo noi, ve lo assicuro io, e come! Consegne e pane ed acqua, pane ed acqua e consegne, alternati, tanto per non annoiarvi. Tenetevelo bene a mente. E adesso andate al vostro letto a ripulir le vostre robe,marche!

E rinforzò il comando alzando il braccio coll'indice teso verso le finestre del dormitorio.

—Ma io....

—Silenzio!

—Io non....

—Tacete, vi dico, quando parlate coi vostri superiori; o la prigione è là; la vedete?

E s'allontana brontolando:—Oh che gente! Oh che gente! Povero esercito! Povera Italia!

—Signor caporale!... esclama timidamente il coscritto.

Il caporale si volta e gli accenna di nuovo la prigione facendo un par d'occhi terribili.

—Vorrei domandarle una cosa.—

L'accento era così peritoso e sommesso che non si poteva proprio a meno di lasciarlo parlare.

—Che cosa volete?

—Vorrei domandarle se lei sapesse che qui in questo reggimento c'è un ufficiale del mio paese, che ci dev'essere, ma che io non so se ci sia....

—Del vostro paese? Se al vostro paese son tutti di cotesto stampo, c'è da augurarsi che nel reggimento non ci siate che voi.—

E scrollando le spalle se n'andò via.

—Che maniera!—mormorò tristamente il coscritto guardandolo mentre s'allontanava.—Eppure m'hanno detto che c'è...—soggiunse poi rimettendosi a sedere.—Ma perchè ci fanno così? Perchè ci trattano tanto male? Che cos'hanno con noi? Che cosa siamo noi? Siamo cani?... E bisogna far cinque anni di questa vita! Oh.... è troppo, è troppo!—E si coperse la faccia colle mani e pensò alla sua famiglia lontana.—Se mi vedessero in questo stato!—diceva in cuor suo;—povera gente!—

Lo scosse una sonora risata di fondo al cortile; alzò gli occhi e vide tre soldati di guardia che lo guardavano discorrendo e ridendo tra loro.

—Oh che merlo!—cominciarono a dire que' tre.—È innamorato.—Pensa all'amorosa.—Dove l'hai lasciata l'amorosa, di'?—Poverina, a quest'ora avrà già trovato modo di consolarsi.—Guarda, guarda che par d'occhioni ti fa!—E poi tutti e tre ad una voce col tono del prete che canta la messa:—Oh che merlo!—

Il povero giovane diventò pallido; lo avevano ferito sul vivo; non si potè più contenere; si alzò....

—Chi è quest'innamorato?—disse tra sè l'ufficiale di picchetto affacciandosi alla finestra col giornale in mano. I soldati di guardia lo videro e scapparono; il coscritto alzò la faccia stravolta verso la finestra e lo guardò. L'ufficiale guardò anch'egli il soldato, e vedendolo far prima un segno di attenzione, poi di sorpresa e poi di contentezza senza levargli mai gli occhi d'addosso,—Chi sarà quest'originale?—pensò, e scese nel cortile e gli si andò a piantare davanti.

—Che cos'avete da ridere e da stropicciarvi le mani?—gli domandò con accento severo.

E il soldato, pur vergognandosi un poco, seguitava a sorridere.

—Ma sapete che siete un minchione di nuovo conio, voi?... Vi domando perchè ridete.

—Ecco..., rispose il coscritto, abbassando gli occhi e stropicciandosi con tutt'e due le mani una falda;—io sapevo che lei era qui in questo reggimento, e mi ci hanno mandato anche me.... Già lei non si ricorderà più; ma io sì; lei è tre anni che è andato via, e io lo conoscevo, e conoscevo anche la sua famiglia; ma loro non conoscevano noi, ed eravamo vicini di casa, e la mattina io lo vedeva sempre passare che andava a caccia, e.... siamo dello stesso paese, ecco.

—Ah! ora capisco—rispose l'ufficiale guardandolo attentamente per raccapezzare chi fosse.

—Io sapevo che lei era andato a far l'uffiziale quando è partito, e ch'era entrato nel collegio, e poi non è più tornato, e intanto hanno rifatto la facciata del duomo e nella piazza hanno messo su un caffè grande.... (e guardò intorno), quasi grande come mezzo questo cortile, ed è sempre pieno di gente....

—Aspetta, aspetta; ora mi ricordo; Renzo, ti chiami, non è vero?

—Proprio!—

—Stavi in quella casina accanto alla chiesa fuor del paese, mi pare.

—Oh Dio!... Già, sicuro, nella casina fuor del paese.—

E non potea più star nella pelle quel povero giovanotto.

—Mi ricordo benissimo. E.... dimmi un po': come ti trovi contento di fare il soldato?—

Il coscritto mutò viso ad un tratto, abbassò gli occhi e tacque.

—Perchè non sei uscito a passeggiare cogli altri?—

Non rispose, e si guardava le unghie come pensandoa quel che aveva da dire; ma gli si leggeva il cuore negli occhi.

L'ufficiale capì, e con una voce affabile che gli scese e lo scosse nel più profondo dell'anima, gli domandò:

—Che cos'hai?—

Gli si ruppe il nodo alla lingua, e animandosi poi a grado a grado, cominciò con voce commossa:—Ho...; senta, signor ufficiale; ho che.... non so nemmeno io quello che ho; ma ci trattano in un modo che fa dispiacere, ecco. A domandare una cosa, non rispondono, e poi ci dicono delle parole che offendono, e bisogna stare zitti, se no la prigione eccola là (e imitava la voce del caporale). Lo so anch'io che non ci sappiamo ancora vestire, e non siamo ancora buoni a fare i soldati; ma sono soltanto due giorni che siamo qui; che colpa ci abbiamo noi? ci possiamo qualcosa noi? Si sa; siamo venuti apposta per imparare, e bisognerebbe che avessero un po' più di pazienza, mi pare. E poi ci burlano in presenza della gente, e mettono anche le mani addosso, e ci danno degli urtoni, e noi dobbiamo sopportar tutto, e loro ridono, e io non so capire perchè ci maltrattino così. Io era venuto volentieri a fare il soldato, e dicevo dentro di me: Farò il mio dovere, e i superiori mi vorranno bene; ma adesso che vedo.... Forse quando ci avremo fatta l'abitudine, non ci baderemo più; ma adesso ci fa male di vederci maltrattare in questo modo. Eravamo assuefatti a casa, colla famiglia, e tutti ci volevano bene, e qui, invece,... burlano anche i nostri.... pazienza noi.... ma.... fa pena, ecco, fa troppa pena!—

Quest'ultime parole furon pronunciate con un accento veramente sconsolato: tacque, e abbassò gli occhi continuando a borbottare tra sè.

L'ufficiale lasciò passare qualche momento in silenzio, accese un sigaro, e poi, con un fare trascuratocome se non avesse inteso o voluto intendere nulla gli disse:

—Tirati un po' in giù quella cravatta (e l'aiutò egli stesso); così; ora va bene. Voltati.—

Il soldato si voltò; l'ufficiale gli afferrò e gli tirò le falde del cappotto:—Il cappotto non deve far grinze, dev'esser liscio come un busto. Voltati.—

Si voltò; l'ufficiale gli accomodò il berretto.—Così; un po' per traverso, chè dia l'aria di monello.—

Il coscritto sorrise.

—E sta' ben ritto sulla vita, e tieni la testa alta, e quando cammini, cammina sciolto, franco, svelto, come quando giuocavi alle bocce nel cortile di casa nostra, ti ricordi?—

Rise, e accennò di sì.

—Oh bene,—continuò l'ufficiale appoggiando le spalle al muro e una gamba sull'altra;—e guarda sempre tutti nel viso, perchè non hai da aver paura nè da vergognarti di nessuno; hai capito? Passasse anche il Re, e tu alza la fronte e piantagli gli occhi negli occhi come per dirgli:—son io,—chè il rispetto, noi soldati, lo dobbiamo mostrare in codesto modo; ricordatene.—

Il soldato accennò di sì; si cominciava a rasserenare.

—E ricordati pure che, una volta entrati in caserma, bisogna cambiar maniera di parlare; poche parole, ma franche, sonore e vibrate, con chiunque tu parli: sì e no, no e sì, e se non hai da dir altro, tanto meglio. E quando sei in riga, gli è come se fossi in chiesa, e zitto; rotte le righe, sei a casa tua; e se gli altri fanno il chiasso, e tu fallo più di loro, e non istar soltanto a vedere, che vien la malinconia; cacciaviti subito dentro. E vogli bene ai tuoi compagni, chè troverai degli amici d'oro, te lo prometto; troverai dei giovinottiche ti vorranno bene come a un fratello; vedrai; chè qui ci sarà carestia di tutto, ma di cuore no di sicuro.... Hai la pipa?

—Nossignore.

—Se no potevi fumare. E quando un superiore sgrida..., se ha ragione, stare a sentire e farne pro; se ha torto, stare a sentire lo stesso e non pigliarsela a cuore, perchè a questo mondo tutti hanno dei difetti e possono fare degli spropositi tutti; a sgridare si sbaglia qualche volta; a disobbedire si sbaglia sempre. E non credere che tutti quelli che ti sgridano abbiano cattivo cuore e siano in collera con te e ti vogliano male. Non c'è niente di più falso. Codesti burberoni hanno più buon cuore che gli altri, e vi vogliono bene, e se li levassero di mezzo a voialtri morirebbero di malinconia in quindici giorni. Urlano, inveiscono; è un'abitudine, un affar dei polmoni; niente di più, credilo. Finirai col voler più bene a loro che agli altri. Li vedrai quando andranno via; piangono. Io ne ho visti tanti. Ne ho visti a Custoza....

—Quella battaglia ch'è andata male?

—Quella; ho visto un capitano ch'era lo spavento della compagnia e nessuno lo poteva vedere, e aveano tutti torto; ebbene, non cadeva un ferito ch'egli non corresse a soccorrerlo, a guardargli la ferita, a fargli coraggio; sempre in moto di qua e di là, ed era stanco da morire.—Oh capitano! capitano! non m'abbandoni, capitano!—gridavano i feriti trattenendolo per le braccia e per la tunica.—No, figliuolo—egli rispondeva—starò qui con te, starò sempre con te fin che tu sia guarito; coraggio, figliuolo, coraggio; il tuo capitano non t'abbandona.—Capisci, che uomo? E come lui ce ne son tanti, e bisogna non giudicar gli uomini dalle apparenze, e poi compatire i cattivi, e volere un bene dell'animaai buoni, e rispettar tutti, perchè son tutti soldati e da oggi a domani possiamo vederceli morir sotto gli occhi da valorosi. E quando si vuol bene a qualcuno, si sopporta di buon animo ogni sorta di vita, tienlo per fermo. Cerca, domanda, fattelo dire da' tuoi compagni; vedrai che i soldati più bravi volevano tutti bene ai loro superiori. Guarda il soldato.... come si chiamava?... il soldato Perrier, nel quarant'otto, che si gettò fra il suo ufficiale e i nemici, e cadde a terra con tre palle nel petto gridando:—Ricordatevi di me, mio buon ufficiale; io muoio contento d'avervi salvata la vita!—E quell'altro granatiere, non mi ricordo il nome, che piuttosto di abbandonare il suo capitano ferito, s'è fatto uccidere a colpi di baionetta, gridando ai nemici:—Se non mi uccidete, io non ve lo lascio.—E quegli altri otto o dieci, che sotto una pioggia di palle, alla battaglia di Rivoli, sono andati a strappare dalle mani dei tedeschi il cadavere del loro ufficiale, chè lo volevano seppellire di propria mano e rendergli gli ultimi onori nel proprio campo; e tanti e tanti altri, che ci sono i nomi e i fatti stampati in cento libri, e tutti li ricordano e li amano ancora come se fossero vivi.... Hai un fiammifero?—

Il coscritto che fino allora era stato colla bocca e gli occhi spalancati che pareva estatico, tirò fuori in fretta un fiammifero e glie lo porse.

—Quando si pensa a queste cose e si ha un po' di cuore, certi piccoli dispiaceri, certe meschinità della vita del soldato si dimenticano; e bisogna pensarci a queste cose, e te le insegneranno, e tu che sei un buon figliuolo le terrai a mente; non è vero?—

Il coscritto fece segno di sì, chè lì su quel subito non potè raccogliere la voce.

—Sicuro;—continuò l'ufficiale;—a far volentieri il soldato, e a farlo bene, bisogna guardare un po' piùalto della caserma e un po' più in là della piazza d'armi. E poi, già, si fa l'abitudine a tutto. Lo zaino, da principio, oh che peso, mio Dio! oh che tormento; dicono tutti così; e poi, a poco a poco, poh, diventa una cosa da nulla. E il mangiare? Non si mangia mica da principi, si sa; anzi, qualche volta, a voler essere schietti, si mangia maluccio; ma bisogna aver pazienza, pazienza e sempre pazienza, che è la gran virtù del soldato; e non lamentarsi e piagnucolare, come fanno certuni, a diritto e a torto, di tutto e di tutti; ma mangiare quello che c'è e contentarsi del poco. E poi l'appetito, quando si lavora, si fatica, si fa il proprio dovere e si ha il cuore contento, l'appetito non manca mai, e l'appetito è un gran cuoco. Sono gli svogliati e i poltroni che trovano a ridire su tutto e non si contentano mai. Io vedo che i bravi giovani fanno tutti il soldato volentieri, perchè i superiori li vedon di buon occhio, i compagni li stimano, quei del paese li rispettano, e ce n'è di quelli che in cinque anni ch'han fatto il soldato non sono stati un giorno ch'è un giorno in consegna e han lasciato il loronumero diciottobianco e pulito come un fazzoletto di bucato; e tu sarai uno di questi, non è vero?—

Il soldato accennò vivamente di sì.

—Benone. E non credere poi che sia tutto spine il nostro mestiere; c'è anco dei fiori per chi li sa cercare, e i bravi soldati li trovano. Impara a fare il tuo dovere per bene, sii sempre pulito, rispettoso e di buona volontà, e dal tuo capitano e dai tuoi ufficiali ti sentirai dire certi: bravo! che ti suoneranno in fondo al cuore, e ti cresceranno l'appetito e l'allegria. E i giorni ti passeranno presto. Poi, in cinque anni, non si sa mai che cosa possa accadere, potrebbero anche farci cambiar dieci volte di guarnigione, e allora il tempo vola che i mesi paiono giorni. Vedrai dei nuovi paesi; città,genti, campagne, monti, mari, tutto un mondo nuovo, svariato, stupendo, tutto il nostro bel paese, l'Italia, che finora tu conosci soltanto di nome; e troverai delle meraviglie per ogni parte: statue, chiese, palazzi, giardini; e nelle ore di libertà andrai a vedere ogni cosa, per poter poi raccontar tutto alla famiglia e agli amici, quando sarai a casa. Nell'estate andremo ai campi d'istruzione, otto, dieci, venti reggimenti, e cavalleria e artiglieria, e vedrai che bella figura fa un accampamento, e che rumore, che allegrezza, che vita ci sarà tutto il giorno, e quelle grandi manovre a fuoco, e quelle feste che si faranno prima di levare il campo, musiche, balli, tombole, corse, e tutti gli ufficiali e i generali a fare il chiasso e a divertirsi in mezzo ai soldati, e tutta la gente venuta dai paesi vicini a godere quello spettacolo e a batter le mani. Allora tu conoscerai già tutti i soldati del corpo, avrai un'infinità di buoni amici, il reggimento ti parrà una grande famiglia, e tutti gli onori che si faranno al reggimento ti parranno fatti a te, e vorrai bene al tuo vecchio colonnello come a un altro padre, e quando vedrai comparire la bandiera davanti ai battaglioni schierati, e la banda suonerà la marcia del corpo, e tutti presenteranno le armi, ti sentirai battere il cuore di contentezza e di orgoglio, e tremerai tutto dalla commozione. E a poco a poco porrai affetto a ogni cosa: alle tue armi, alla tua divisa, al tuo gamellino, a questo cortile, a queste scale, a queste mura; e quando starai per partire, e sarai già stato a salutare il tuo capitano, i tuoi ufficiali, i tuoi sergenti, e tutti gli altri soldati ti verranno intorno a far festa, e—addio, e—buon viaggio,—e—ricordati di noi;—allora ti si stringerà il cuore, sai! ti si stringerà il cuore come quando sei partito da casa; e sceso giù nella strada, ti volterai a guardare per l'ultimavolta quelle finestre della caserma, e ti fermerai, e se ti basterà la voce, dirai ancora una volta:—Addio, o mia seconda casa paterna, dove ho amato tanti amici, dove ho passati tanti bei giorni colla coscienza serena, dove ho tanto pensato e sospirato i miei cari; addio, mio povero letticciuolo; addio, mio buon sergente di squadra; addio; mio capitano, addio.... Che cos'hai?—

Il coscritto era immobile, attonito, colla faccia convulsa, il respiro affannoso e gli occhi lacrimosi scintillanti d'un sorriso ineffabile.

—Che cos'hai?

Fece uno sforzo per raccogliere la voce abbassando la testa e allungando il collo come se mandasse giù un grosso boccone; ma non la raccolse intera e gli venne appena fatto di dire in fretta e a mezza voce:—Niente.—

L'ufficiale sorrise.

—Sai scrivere?

—....Un poco—rispose il coscritto col respiro tuttavia affannoso.

—Allora vieni con me.—

S'avviò verso la sua camera e il coscritto lo seguì. Entrati che furono, l'ufficiale fece sedere il suo buon paesano al tavolino, gli mise una penna in mano, un foglio di carta davanti, e gli disse:—Scrivi a tuo padre.—

Il coscritto lo guardò a bocca aperta.

—Scrivi a tuo padre.

—....Che cosa?

—Che cosa hai visto, che cosa pensi, che cosa senti; quello che vuoi.

—Ma....

—Zitto; fin che non hai finito non ti permetto di dire una parola.—

E si rimise a leggere il giornale accanto alla finestra. Il coscritto continuò a guardarlo in aria di stupore, poi chinò la testa, pensò qualche minuto e cominciò a scrivere adagio adagio.

Dopo un quarto d'ora, l'ufficiale domandò:—Siamo vicini a finire?

—Finito,—rispose il soldato tutto contento.

—Leggi.

—Leggere?

—Già.—

Si vergognava.

—Leggi, ti dico.—

Si dispose a leggere.

—Ma dimmi prima: hai scritto la verità? Sei stato sincero? Hai detto proprio quello che pensi e quello che senti?—

Il soldato si pose una mano sul petto e alzò gli occhi al cielo.

—Leggi, dunque.—

Cominciò a leggere:

«Caro padre.

»Sono arrivato al reggimento e ci fecero subito tagliare i capelli e poi ci vestirono. Quel signor ufficiale del nostro paese che tu sai come si chiama l'ho veduto quest'oggi nel cortile e abbiamo parlato insieme più d'un'ora. Non si mangia da signori, si sa; ma a far da mangiare per tanti è difficile farlo bene, e poi l'appetito non manca, basta fare il suo dovere. I superiori sgridano; ma non sono mica tutti cattivi, chè anzi c'è dei soldati che si sono fatti ammazzare per salvarli, e non volevano lasciarli neanche morti nelle mani dei nemici. C'è anche dei soldati chenon sono mai stati in punizione, e così spero di me. E il tempo passa presto, perchè ci faranno viaggiare e ci sono le statue, i giardini e le chiese da vedere, e poi le manovre, poi anche i campi, e i generali si divertono insieme ai soldati e si fa la tombola. Poi fa piacere vedere la bandiera e sentire la musica; si trovano degli amici, e il colonnello vecchio si può dire che sia un nostro secondo padre e noi altri i suoi figliuoli. Intanto ti saluto e sta' bene, ec. Tuo affezionatissimo figlio.»

—Bravo!—

Il soldato rise e abbassò la testa come fanno i bambini quando si senton dire che son belli.

—Adesso, per farmi piacere, andrai giù a bere un mezzo bicchiere di vino alla salute di tutti i coscritti. To'.—

E gli porse un biglietto.

—Signor ufficiale!—disse il soldato vergognandosi e facendo l'atto di rifiutare.

—Eh!—gridò l'ufficiale in tuono di minaccia.

Il coscritto prese il biglietto, e avviandosi per uscire, balbettò qualche parola di ringraziamento:—Signor ufficiale.... io.... non so proprio.... sento che....

—Silenzio!—

Uscì frettolosamente, scese le scale a tre scalini alla volta; fece due o tre salti nel cortile fregandosi le mani, ridendo e borbottando tra sè; entrò nella cantina; la vivandiera gli mescè un bicchier di vino con un bel garbo e un bel sorriso che gli fecero dimenticare la scena di poco prima; bevette, uscì....

Appena uscito, incontrò quel tal caporale, che gli si avvicinò con un viso meno agro e un fare più cortese.

—Di' un po': è tuo parente quell'ufficiale che ha parlato con te un'ora fa?

—No.

—Ma lo conoscevi?

—Molto.

—È quell'ufficiale del tuo paese che tu cercavi?

—Quello stesso.

—Io non aveva mica capito, sai, quando me lo avevi domandato....

—Oh non fa nulla.

—Se avessi capito t'avrei risposto.

—Grazie.—

Il caporale s'allontanò; il coscritto, rimasto solo, disse tra sè:—In fin dei conti, non è mica un cattivo giovane, no, questo caporale!—

In quel mentre i soldati cominciavano a rientrare a gruppi a gruppi in caserma, discorrendo forte e cantando. Fra gli altri, veniva innanzi un drappello di coscritti, un po' brilli, che facevano un chiasso allegrissimo.

—Quando gli altri fanno il chiasso e tu cacciaviti subito in mezzo e fallo più di loro;—il coscritto si ricordò quelle parole—Bisogna far del chiasso,—pensò;—che cosa gridare?... Ah! Viva il soldato Perrier!—urlò con quanta voce avea in gola.

E gli altri, forse senza neanco aver capito, risposero ad alta voce:—Viva!—

Il nostro soldato si gettò in mezzo a loro, e cantando e gridando salirono confusamente nel dormentorio.

L'ufficiale, che lo avea guardato dalla finestra, disse fra sè:—Codesto giovinetto sarà un bravo soldato.—

E come s'era già fatto buio, e il cielo era tutto stellato, e si sentiva nel cortile quel gaio rumore, e nella strada sonava la fanfara della ritirata, tutto questo produsse in lui una commozione così subitanea, chequasi senza ch'ei se n'avvedesse o ne sapesse il perchè, levò gli occhi in su ed esclamò soavemente:—Perrier!

E poi un'altra volta:—Oh buon Perrier!... Dove sei? Senti il tuo nome?—

A guardare un bel cielo, di notte, ci vengono spontaneamente sulle labbra i nomi più venerati e più cari.

UNA MARCIA NOTTURNA.Che notte! Nè luna, nè stelle, un buio d'inferno; non s'era mai visto una tenebra più fitta. Comunque non corressero che i primi giorni di ottobre, pure tirava una brezzolina d'autunno avanzato, e la si sentiva batter nel viso sorda e sottile, e scorrer sotto i panni, e raggrinzare le carni. Si era intorno alle nove della sera; il reggimento aveva disfatto le tende e se ne stava schierato a traverso il campo, colle armi al piede, aspettando l'ordine di partire. I soldati, desti pur allora da un sonno scarso e disagiato, se ne stavan là tutti curvi, raggranchiti, freddolosi, con una cera agra e scontenta, colle mani in tasca e i fucili abbandonati sul braccio; e invece del consueto cicalìo, così vivace ed allegro, non s'udiva che un bisbigliar rado, sommesso e svogliato. Era sì fitto il buio che, a guardar quel campo di sulla strada, non vi si scorgeva che la lunga fila delle lanterne appese in cima ai fucili, ciascuna delle quali illuminava intorno a sè quattro o cinque faccie piene di sonno. Laggiù, in un angolo del campo, oltre l'ala estrema del reggimento, si vedevano muovere in un piccolo spazio molti lumicini, da cui era debolmente rischiarato un confuso affaccendarsi di persone d'abito vario attorno a certi carri e a certe casse: i bagagli del vivandiere. Qua e là pel campo luccicava ancora qualche fiammella; eran gli ultimi guizzi dei fuochi cheavevano accesi i soldati colla paglia delle tende per levarsi di dosso l'umidità contratta, dormendo, dal terreno. Tutto il resto, buio.Ad un tratto echeggia un gran rumor di tamburi; poi silenzio. Le compagnie si volgon successivamente di fianco, le prime file si muovono, il reggimento parte. Passa, sopra un angusto ponticello, il fosso che separa dal campo la via, e là le file si accalcano, e si osserva un affollarsi di lumi che vanno ora avanti e ora indietro a seconda degli ondeggiamenti della folla, e partono due a due, e s'allungano per i due lati della via diritta in una doppia fila, e a poco a poco si confondono lontano in due strisce luminose ondulanti e serpeggianti come due gran redini di fuoco agitate dalla coda della colonna.E si cammina; e per un po' di tempo si ode un chiacchierio sommesso che muor poi a poco a poco, a poco a poco in un silenzio profondo, interrotto da qualche rauca vociaccia degli uffiziali che brontolano:—In ordine—ogni volta che, gettando l'occhio sonnolento sui soldati vicini alla lanterna, vi scorgono un po' di allargamento o un po' di serra serra. Tutti gli altri tacciono. Non s'ode che lo strascicato rumore delle pedate e il monotono tintinnìo delle scatole di latta, che segnano la cadenza del passo.Col diffondersi del silenzio si comincia a diffondere il sonno, il tormentoso e terribile compagno delle marce notturne. Pover a chi n'è colto! Non v'ha riposo anteriore, nè colloquio di amico, nè liquor vigoroso, nè sforzo di volontà che lo vinca; bisogna cedere e subirlo.Guardate là quell'uffiziale in mezzo alla via. Egli lotta da più d'un'ora col sonno; ma ormai le palpebre gli si chiudono irresistibilmente, tremole, gravi; e le ginocchia gli si piegan sotto; e la testa sollevata a stento gli ricade pesantemente sul petto; e le braccia gli penzolanoinerti e senza forza. La mente a poco a poco gli si chiude, le immagini gli s'intorbidano, gli si confondono, gli si trasformano l'una nell'altra bizzarramente. Al suo sguardo velato di sonno traballano in confuso i soldati che camminano davanti ed ai fianchi; e gli alberi e le case dall'una e dall'altra parte della via, di cui appena si discernono i neri contorni, gli presentano certi aspetti deformi, mirabili, strani. Alle volte egli segue ancora coll'occhio le mura d'una casa quand'elle sono già d'un buon tratto passate, o gli par di veder nereggiare un casolare o un folto d'alberi dove non è. Tal'altra volta gli si para improvvisamente dinanzi, proprio nel mezzo della via, proprio lì sul suo passo, un grande ostacolo, una gran cosa nera, ch'ei non sa che sia; ma ei la vede, ma ella c'è, eccola, è lì, proprio lì, sta per darci contro col capo; si sofferma, stende il braccio, lo agita.... nulla, non c'era nulla; tira innanzi. Trenta, cinquanta, cento passi, poi daccapo a sonnecchiare. E questa volta sogna. E gli pare di camminar solo, diretto non sa dove, o d'essere in tutt'altro luogo che là, lontano di là, forse a casa, in mezzo a tutt'altra gente, di giorno.... Ad un tratto, gli colpisce l'orecchio il rumore delle pedate d'intorno; s'accorge, come d'improvviso, del tintinnar dei gamellini; si desta, gira lo sguardo, si ravvede, sbadiglia, ripiglia il passo, e,—poco dopo,—daccapo. Col mento inchiodato sul petto, una mano in tasca, l'altra sull'elsa della sciabola, va innanzi, abbandonato al suo peso, a passi ineguali, a sbalzi, tentennando, serpeggiando, tre passi di qua, quattro passi di là,—cinque—sei,—giù, una gran spallata nello zaino a un soldato. Si scuote, si sveglia, lo guarda un momento cogli occhi stralunati, si ravvede, si vergogna, scrolla la testa in atto di compatire se stesso, e poi ripiglia l'andare a passo franco e spedito.Dopo cento passi, daccapo. Dà un grande urtone in una persona che gli cammina davanti, si sveglia, guarda:—Oh! scusi, capitano.—Niente, si figuri! Son cose che succedono a tutti.Ti si accosta un compagno. Camminate per un po' di tempo, senza scorgervi, l'uno al fianco dell'altro. Poi:—Sei qui?—Risposta: un grugnito.—Hai sonno?—Un po'.—Dammi il braccio.—E vi date il braccio. Spalla contro spalla, fianco contro fianco, e avanti, alla meglio, a fiancate, a traballoni, a sconquassi. Otto, dieci, venti passi, e il sonno vi piglia, e le vostre teste pesanti si ripiegano tutte e due dalla stessa parte e si picchiano.—Ahi!—Vi sciogliete.E intorno intorno tutti cheti; e sempre buio fitto; sempre le due lunghe file di lumi che ondeggiano lunghesso i lati della via; e sempre lo stesso monotono tintinnar dei gamellini.Tutto ad un tratto suona in mezzo alle file una voce stizzosa:—Su quel lume!—E il soldato che porta la lanterna e che, preso dal sonno, aveva allentato il braccio e lasciava cadere il fucile sul capo di chi gli vien dietro, si desta, ripiega il braccio, e rialza il lume.Altri pochi passi, e un sonoro e prolungato sbadiglio a raglio d'asino rompe il silenzio. Due o tre voci gli tengon dietro a contraffarlo; una risata, e zitti.Altri pochi passi, e s'alza una voce stridula in tentativo di canto. Un diavolìo d'urli di protesta e di disapprovazione si solleva dalle file.—Lasciala lì.—A un'altra volta.—Dormi in pace.—E il mal ispirato cantore ricaccia in gola il resto della canzone e si tace.Altri venti passi, e si ode un grido acuto e poi un digrignar rabbioso di bestemmie.—Che c'è?—Chi è?—È un soldato, colto dal sonno, che ha dato una violenta stincata contro un paracarri—E intorno intorno:—Badaove vai.—Sfido io, cammina a occhi chiusi.—L'hai? tientela.Dopo un altro po', scroscia una gran risata alla coda della compagnia, e un: uh! prolungato in tono di corbellatura.—Cos'è stato? Che è accaduto? Chi è?—È un povero diavolo che camminava sull'orlo della via, e sonnecchiava e tentennava e finì col rotolar giù nel fosso.—È profondo?—Ma! chi ci vede?—Guardiamo.—Animo, animo, (un uffiziale) che fate lì? Andate oltre. S'alzerà da sè. E voi, volete tener alto quel lume?E silenzio, e avanti, e sempre buio, e sempre quella brezzolina gelida, mordente, uguale, che batte molestamente nel viso e mette un brivido che par d'esser d'inverno.—Oh che sonno! Che ora sarà? Le dieci, forse; fors'anco di più. Che notte! Non ci si vede nulla. Ohè, di', amico, quanto tempo è che si cammina?... Parla, oh; quanto tempo? Dorme, non sente; a momenti si rompe il collo... Ho sonno anch'io. Ah! non poter dormire! E gli è un po' di tempo che si va! Che noia non ci veder nulla! Se si potesse dormire in piedi.... Ho da provare? Che sonno, Dio mio, che sonno.... che sonno.... la notte è buia.... buia.... e il vento.... dormire....Ancora un momento, e cadrà nel fosso. Uno squillo di tromba. Alto. L'ha scampata. Giù tutti, come corpi morti; si casca dove si casca, sulle pietre, tra le spine, nel fango, dove che sia: tutto è comodo, tutto pulito tutto soffice, tutto delizioso. Lì, sopra un mucchio di sassi, dall'un lato della via, s'è rovesciata, d'un sol colpo, tutta una squadra, l'un sull'altro, l'uno attraverso dell'altro; la canna del fucile sotto la schiena, la borraccia di un compagno sotto la testa, un piede del caporale di squadra contro la faccia, lo zaino d'un altro compagno contro un fianco; la mano, talvolta, fra l'erbe, dentro qualcosad'umido e di molle...; ma che monta? La voluttà del sonno è così cara, così dolce, così potente, che non si può badare ad altro che a goderla intera e ad abbandonarvisi anima e corpo. Oh la dolcezza d'un lungo e tormentoso bisogno finalmente appagato! In tutte le membra si insinua e si spande un senso di piacer languido, uno sfinimento soave.... Oh che delizia! dormiamo.Se su quel punto della strada battesse per un momento il raggio della luna, oh che quadro bizzarro ci si offrirebbe allo sguardo! Gli è come un mucchio di cadaveri buttati là alla rinfusa: altri supino, altri bocconi, altri disteso, altri rannicchiato, e qua e là braccia e gambe e piedi e fucili che spuntano di mezzo alle gambe e alle braccia d'altrui; una mescolanza che, a distinguervi membro per membro cui appartenga, ci sarebbe un gran da fare. Sulle prime, in quel mucchio di corpi, succede un po' di movimento, un po' di rimescolìo; ciascuno cerca, dimenandosi lievemente, la più comoda positura, e ne nasce un po' di litigio.—Fatti in là, sangue di Bacco!—Via quel piede!—Tira in là cotesta gamba; o non vedi che me la dai sul muso?—Ma gli è l'affar d'un momento, e poi tutti zitti. Un sonno pieno e profondo s'insignorisce di tutti. Dapprima si sente un respirar grosso e frequente; poi come un sospirar fievole ed interrotto; poi un gemere sordo e arrantolato; infine un russar generale su tutti i tuoni, bassi, baritoni, soprani, consonanti e dissonanti, striduli e sonori, una musica d'inferno.Uno squillo di tromba; è l'attenti.Di quel mucchio nessuno l'intende, nessuno si muove; tutti quieti, immobili, come corpi morti. Un altro squillo; e niente; immobili come prima.—Vi farò alzar io, adesso!—tuona sui dormenti una voce minacciosa. A quella voce, ecco là una gamba si stira, qui sistende un braccio, più in là si dondola una testa, più in qua si torce una vita, come segue in un gruppo di biscie che si svolgano lentamente al tepore del sole.—Ci alziamo adunque, sì o no?—ripete più irosamente la voce di prima. Uno dei dormenti s'alza a sedere, un altro si frega gli occhi col rovescio della mano, un altro tasta intorno in cerca del cheppì, un quarto è già in piedi, e un quinto e un sesto.... Tutti ritti: oh finalmente! Ma che pena, Dio mio, che tormento esser destati così bruscamente e doversi levar su proprio nel punto che si cominciava a gustare il sonno!—Dov'è il mio cheppì?—E il mio fucile?—Dammi il mio cheppì, di'.—Questo è il mio.—Ma no; il tuo è quest'altro.—Di chi è questo fucile?—A me, dammelo.—Va a trovar la nappina, adesso!—E lì cerca, e raspa, e fruga di qua di là, fra le pietre della via, giù nel fosso, fra l'erbe, nei cespugli, ansando, sbuffando, bestemmiando.... Squilla un'altra volta la tromba e il reggimento si rimette in cammino.E sempre buio, e sempre la stessa brezzolina fredda, che agghiaccia il muso e increspa la pelle. Dio, che freddo a star fermi! si trema. Le lanterne son tutte spente: oscurità completa. Chi sa in che confusione camminan questi bricconi! Fortuna per loro che non ci si vede.Dopo una mezz'ora di cammino silenzioso, qualcuno comincia a scorgere, lontano lontano, un lumicino tremolante, che a volta a volta si eclissa e riappare come una lucciola.—Che sarà?—Andiamo innanzi;—ancora;—ancora un po';—un altro pochino. Il lumicino non si eclissa più; appare più grande e splende più vivo.—Lo vedi?—È la lanterna alla testa del reggimento.—No no, è un paese.—Ma che paese!—Andiamo innanzi—innanzi,—innanzi... Eh?....—Hairagione, è un paese.—La voce si propaga; i sonnecchianti si scuotono; i dormenti si svegliano; nasce un po' di bisbiglio.—Oh! benedetto il cielo; ecco le case, ecco la via d'entrata, eccoci entrati.—L'ora è tarda; le vie son quasi deserte; lo scalpiccìo del reggimento echeggia distintamente in quella solitudine, e il bisbiglio si spande a destra e sinistra per le vie torte ed oscure. Casupole di qua, casupole di là, e tutto chiuso, sbarrato, come se fosse un villaggio abbandonato. Ma a misura che si procede, a manca e a dritta della via, a pian terreno, si schiude a mezzo qualche porticina per cui si vedono luccicar dentro i focolari, e affacciarsi e sporger fuori timidamente la testa qualche donnicciuola già spogliata a mezzo, e accorrere fuori della soglia i fanciulli, e ai piani di sopra aprirsi qualche impannata, e tralucere l'interno lume, e apparir dietro i vetri una figura nera che guarda giù che cos'è l'insolito tramestìo.... Ah! quella figura nera sarà scesa allora allora dal letto, dove dormiva e tornerà tra breve a dormire saporitamente i suoi sonni queti e soavi! Oh quel letto! Par di vederlo, par d'avere sott'occhio la rimboccatura delle lenzuola fatta e distesa sul capezzale, e di passarci la mano su, e di sentir la fragrante freschezza della tela pur ora uscita di bucato. Oh fortunato chi dorme là entro! Oh quando riavrò il mio letto anch'io! Felici, beati tutti coloro che hanno un letto!La via, prima torta ed angusta, si fa dritta a poco a poco e si allarga,—si allarga,—ecco, sbocca in una piazza. La bella piazza! Due file a destra, due file a sinistra: tutti guardano intorno. Qua e là gruppi di curiosi, qualche bottega aperta, lì una chiesa, là la casa del sindaco, una fontana, un porticato, e laggiù.... Oh, guarda, guarda: un caffè!Strana, ma pur vera emozione! Traversate di notte, dopo una marcia lunga e penosa, un villaggio; passate, stanchi, spossati, assetati, sordidi di polvere e di fango, disavvezzi da molto tempo da ogni gentile costumanza e da ogni diletto della vita cittadina, passate dinanzi a un caffè; e vi batterà il cuore d'una certa tenerezza, d'un certo struggimento malinconico, quasi d'una mesta pietà di voi stessi, e lancierete in quel caffè uno sguardo avido, invidioso, bieco d'amore collerico, come fanno i bambini; e serberete per molto tempo in mente l'immagine del loco, degli oggetti e delle persone.Quello là era un caffè ampio, illuminato, luccicante di specchi, pieno di uffiziali di stato maggiore e di aiutanti di campo, coperti d'oro, d'argento, di ciondoli, di pennacchi, di medaglie e di croci; altri dentro, altri sulla soglia, altri fuori sulla piazza, e facevano tutti un continuo dimenar di braccia e di gambe e un chiassoso strascicare di sciabole. Un denso nuvolo di fumo avvolgeva ogni cosa; si vedeva e si sentiva un gran stappare di bottiglie di birra, e un affaccendarsi e un correre di fattorini, rossi nel viso, trafelati, confusi dalla frequenza e dalla splendidezza insolita degli avventori; un girare e rigirare alla pazza dal di dentro al di fuori, dal di fuori al di dentro, chiamandosi, garrendosi gli uni cogli altri, che non sapevano più dove avessero la testa; e sul dinanzi della porta una folla di popolo con tanto d'occhi e di bocca aperta a contemplare i galloni più larghi e i petti più medagliati. E in fondo al caffè, proprio in fondo in fondo, in un angolo, dietro a un tavolino circondato dagli uffizialotti più giovani, sopra una sedia rialzata, in una specie di nicchia, di tempietto, un bel visino di fanciulla su cui combattevano amabilmente il pudore e la civetteria, in mezzo atanti inconsueti omaggi, a tante garbatezze di lega signorile, a tante sviscerate proteste, e a tante audaci preghiere e a tanto contorcersi e molleggiare di vite sottili e di gambe co' calzoni alla pelle.Tutti gli occhi si figgono avidamente là, su quella figura gentile, su quel bel viso, e vi restano fitti fin ch'ella dispare allo sguardo. Non sono pensieri, non sono immagini e desiderii di voluttà ch'ella ci desta in quei momenti; oh no; bensì ci mette in cuore come un desiderio stanco di pace e di affetto, una malinconia vaga, e ci sentiamo improvvisamente soli, abbandonati e scoraggiti. La donna ci richiama vivamente alla memoria le dolcezze quete e soavi della vita domestica, le quali, paragonate alla nostra dura vita di soldato, appunto in quell'ora, in quei momenti in cui di tal vita non si provano che le amarezze e i disagi, non le consolazioni, nè i fieri contenti; ci fan quasi parere d'essere infelici. Quel viso di donna ci ravviva in mente l'immagine di nostra madre e di nostra sorella o di qualche creatura più ardentemente cara, e, quando esso ci fugge dallo sguardo, noi chiniamo la testa, e pensiamo, e diventiamo tristi, e quelle tenebre par che ci pesino sul petto e ci mozzino il respiro, e guardiamo e riguardiamo il cielo se comincia a schiarire, e in quel malinconico vaneggiare della fantasia, ci pare che ci addormenteremmo così volentieri per sempre, vedendo comparire ancora una volta nostra madre e il sole....Il reggimento è fuor del villaggio. Sempre lo stesso buio e la stessa brezzolina. Di lumi non se ne parla più chè son tutti spenti da un pezzo. E dunque? Dovremo noi seguitare fino alla tappa il reggimento, con questo fresco e con questo buio, ed assistere al ripetersi di tutte le scene che abbiamo vedute fin qui? Quelli a cui garbi lo seguano; io lascio ch'ei faccia il suo cammino,gli auguro che trovi un buon campo, e vi mangi un rancio saporito e vi dorma un sonno lungo e tranquillo, perchè, a dire il vero, questi poveri soldati n'hanno bisogno e se lo son meritato.

Che notte! Nè luna, nè stelle, un buio d'inferno; non s'era mai visto una tenebra più fitta. Comunque non corressero che i primi giorni di ottobre, pure tirava una brezzolina d'autunno avanzato, e la si sentiva batter nel viso sorda e sottile, e scorrer sotto i panni, e raggrinzare le carni. Si era intorno alle nove della sera; il reggimento aveva disfatto le tende e se ne stava schierato a traverso il campo, colle armi al piede, aspettando l'ordine di partire. I soldati, desti pur allora da un sonno scarso e disagiato, se ne stavan là tutti curvi, raggranchiti, freddolosi, con una cera agra e scontenta, colle mani in tasca e i fucili abbandonati sul braccio; e invece del consueto cicalìo, così vivace ed allegro, non s'udiva che un bisbigliar rado, sommesso e svogliato. Era sì fitto il buio che, a guardar quel campo di sulla strada, non vi si scorgeva che la lunga fila delle lanterne appese in cima ai fucili, ciascuna delle quali illuminava intorno a sè quattro o cinque faccie piene di sonno. Laggiù, in un angolo del campo, oltre l'ala estrema del reggimento, si vedevano muovere in un piccolo spazio molti lumicini, da cui era debolmente rischiarato un confuso affaccendarsi di persone d'abito vario attorno a certi carri e a certe casse: i bagagli del vivandiere. Qua e là pel campo luccicava ancora qualche fiammella; eran gli ultimi guizzi dei fuochi cheavevano accesi i soldati colla paglia delle tende per levarsi di dosso l'umidità contratta, dormendo, dal terreno. Tutto il resto, buio.

Ad un tratto echeggia un gran rumor di tamburi; poi silenzio. Le compagnie si volgon successivamente di fianco, le prime file si muovono, il reggimento parte. Passa, sopra un angusto ponticello, il fosso che separa dal campo la via, e là le file si accalcano, e si osserva un affollarsi di lumi che vanno ora avanti e ora indietro a seconda degli ondeggiamenti della folla, e partono due a due, e s'allungano per i due lati della via diritta in una doppia fila, e a poco a poco si confondono lontano in due strisce luminose ondulanti e serpeggianti come due gran redini di fuoco agitate dalla coda della colonna.

E si cammina; e per un po' di tempo si ode un chiacchierio sommesso che muor poi a poco a poco, a poco a poco in un silenzio profondo, interrotto da qualche rauca vociaccia degli uffiziali che brontolano:—In ordine—ogni volta che, gettando l'occhio sonnolento sui soldati vicini alla lanterna, vi scorgono un po' di allargamento o un po' di serra serra. Tutti gli altri tacciono. Non s'ode che lo strascicato rumore delle pedate e il monotono tintinnìo delle scatole di latta, che segnano la cadenza del passo.

Col diffondersi del silenzio si comincia a diffondere il sonno, il tormentoso e terribile compagno delle marce notturne. Pover a chi n'è colto! Non v'ha riposo anteriore, nè colloquio di amico, nè liquor vigoroso, nè sforzo di volontà che lo vinca; bisogna cedere e subirlo.

Guardate là quell'uffiziale in mezzo alla via. Egli lotta da più d'un'ora col sonno; ma ormai le palpebre gli si chiudono irresistibilmente, tremole, gravi; e le ginocchia gli si piegan sotto; e la testa sollevata a stento gli ricade pesantemente sul petto; e le braccia gli penzolanoinerti e senza forza. La mente a poco a poco gli si chiude, le immagini gli s'intorbidano, gli si confondono, gli si trasformano l'una nell'altra bizzarramente. Al suo sguardo velato di sonno traballano in confuso i soldati che camminano davanti ed ai fianchi; e gli alberi e le case dall'una e dall'altra parte della via, di cui appena si discernono i neri contorni, gli presentano certi aspetti deformi, mirabili, strani. Alle volte egli segue ancora coll'occhio le mura d'una casa quand'elle sono già d'un buon tratto passate, o gli par di veder nereggiare un casolare o un folto d'alberi dove non è. Tal'altra volta gli si para improvvisamente dinanzi, proprio nel mezzo della via, proprio lì sul suo passo, un grande ostacolo, una gran cosa nera, ch'ei non sa che sia; ma ei la vede, ma ella c'è, eccola, è lì, proprio lì, sta per darci contro col capo; si sofferma, stende il braccio, lo agita.... nulla, non c'era nulla; tira innanzi. Trenta, cinquanta, cento passi, poi daccapo a sonnecchiare. E questa volta sogna. E gli pare di camminar solo, diretto non sa dove, o d'essere in tutt'altro luogo che là, lontano di là, forse a casa, in mezzo a tutt'altra gente, di giorno.... Ad un tratto, gli colpisce l'orecchio il rumore delle pedate d'intorno; s'accorge, come d'improvviso, del tintinnar dei gamellini; si desta, gira lo sguardo, si ravvede, sbadiglia, ripiglia il passo, e,—poco dopo,—daccapo. Col mento inchiodato sul petto, una mano in tasca, l'altra sull'elsa della sciabola, va innanzi, abbandonato al suo peso, a passi ineguali, a sbalzi, tentennando, serpeggiando, tre passi di qua, quattro passi di là,—cinque—sei,—giù, una gran spallata nello zaino a un soldato. Si scuote, si sveglia, lo guarda un momento cogli occhi stralunati, si ravvede, si vergogna, scrolla la testa in atto di compatire se stesso, e poi ripiglia l'andare a passo franco e spedito.Dopo cento passi, daccapo. Dà un grande urtone in una persona che gli cammina davanti, si sveglia, guarda:—Oh! scusi, capitano.—Niente, si figuri! Son cose che succedono a tutti.

Ti si accosta un compagno. Camminate per un po' di tempo, senza scorgervi, l'uno al fianco dell'altro. Poi:—Sei qui?—Risposta: un grugnito.—Hai sonno?—Un po'.—Dammi il braccio.—E vi date il braccio. Spalla contro spalla, fianco contro fianco, e avanti, alla meglio, a fiancate, a traballoni, a sconquassi. Otto, dieci, venti passi, e il sonno vi piglia, e le vostre teste pesanti si ripiegano tutte e due dalla stessa parte e si picchiano.—Ahi!—Vi sciogliete.

E intorno intorno tutti cheti; e sempre buio fitto; sempre le due lunghe file di lumi che ondeggiano lunghesso i lati della via; e sempre lo stesso monotono tintinnar dei gamellini.

Tutto ad un tratto suona in mezzo alle file una voce stizzosa:—Su quel lume!—E il soldato che porta la lanterna e che, preso dal sonno, aveva allentato il braccio e lasciava cadere il fucile sul capo di chi gli vien dietro, si desta, ripiega il braccio, e rialza il lume.

Altri pochi passi, e un sonoro e prolungato sbadiglio a raglio d'asino rompe il silenzio. Due o tre voci gli tengon dietro a contraffarlo; una risata, e zitti.

Altri pochi passi, e s'alza una voce stridula in tentativo di canto. Un diavolìo d'urli di protesta e di disapprovazione si solleva dalle file.—Lasciala lì.—A un'altra volta.—Dormi in pace.—E il mal ispirato cantore ricaccia in gola il resto della canzone e si tace.

Altri venti passi, e si ode un grido acuto e poi un digrignar rabbioso di bestemmie.—Che c'è?—Chi è?—È un soldato, colto dal sonno, che ha dato una violenta stincata contro un paracarri—E intorno intorno:—Badaove vai.—Sfido io, cammina a occhi chiusi.—L'hai? tientela.

Dopo un altro po', scroscia una gran risata alla coda della compagnia, e un: uh! prolungato in tono di corbellatura.—Cos'è stato? Che è accaduto? Chi è?—È un povero diavolo che camminava sull'orlo della via, e sonnecchiava e tentennava e finì col rotolar giù nel fosso.—È profondo?—Ma! chi ci vede?—Guardiamo.—Animo, animo, (un uffiziale) che fate lì? Andate oltre. S'alzerà da sè. E voi, volete tener alto quel lume?

E silenzio, e avanti, e sempre buio, e sempre quella brezzolina gelida, mordente, uguale, che batte molestamente nel viso e mette un brivido che par d'esser d'inverno.

—Oh che sonno! Che ora sarà? Le dieci, forse; fors'anco di più. Che notte! Non ci si vede nulla. Ohè, di', amico, quanto tempo è che si cammina?... Parla, oh; quanto tempo? Dorme, non sente; a momenti si rompe il collo... Ho sonno anch'io. Ah! non poter dormire! E gli è un po' di tempo che si va! Che noia non ci veder nulla! Se si potesse dormire in piedi.... Ho da provare? Che sonno, Dio mio, che sonno.... che sonno.... la notte è buia.... buia.... e il vento.... dormire....

Ancora un momento, e cadrà nel fosso. Uno squillo di tromba. Alto. L'ha scampata. Giù tutti, come corpi morti; si casca dove si casca, sulle pietre, tra le spine, nel fango, dove che sia: tutto è comodo, tutto pulito tutto soffice, tutto delizioso. Lì, sopra un mucchio di sassi, dall'un lato della via, s'è rovesciata, d'un sol colpo, tutta una squadra, l'un sull'altro, l'uno attraverso dell'altro; la canna del fucile sotto la schiena, la borraccia di un compagno sotto la testa, un piede del caporale di squadra contro la faccia, lo zaino d'un altro compagno contro un fianco; la mano, talvolta, fra l'erbe, dentro qualcosad'umido e di molle...; ma che monta? La voluttà del sonno è così cara, così dolce, così potente, che non si può badare ad altro che a goderla intera e ad abbandonarvisi anima e corpo. Oh la dolcezza d'un lungo e tormentoso bisogno finalmente appagato! In tutte le membra si insinua e si spande un senso di piacer languido, uno sfinimento soave.... Oh che delizia! dormiamo.

Se su quel punto della strada battesse per un momento il raggio della luna, oh che quadro bizzarro ci si offrirebbe allo sguardo! Gli è come un mucchio di cadaveri buttati là alla rinfusa: altri supino, altri bocconi, altri disteso, altri rannicchiato, e qua e là braccia e gambe e piedi e fucili che spuntano di mezzo alle gambe e alle braccia d'altrui; una mescolanza che, a distinguervi membro per membro cui appartenga, ci sarebbe un gran da fare. Sulle prime, in quel mucchio di corpi, succede un po' di movimento, un po' di rimescolìo; ciascuno cerca, dimenandosi lievemente, la più comoda positura, e ne nasce un po' di litigio.—Fatti in là, sangue di Bacco!—Via quel piede!—Tira in là cotesta gamba; o non vedi che me la dai sul muso?—Ma gli è l'affar d'un momento, e poi tutti zitti. Un sonno pieno e profondo s'insignorisce di tutti. Dapprima si sente un respirar grosso e frequente; poi come un sospirar fievole ed interrotto; poi un gemere sordo e arrantolato; infine un russar generale su tutti i tuoni, bassi, baritoni, soprani, consonanti e dissonanti, striduli e sonori, una musica d'inferno.

Uno squillo di tromba; è l'attenti.

Di quel mucchio nessuno l'intende, nessuno si muove; tutti quieti, immobili, come corpi morti. Un altro squillo; e niente; immobili come prima.—Vi farò alzar io, adesso!—tuona sui dormenti una voce minacciosa. A quella voce, ecco là una gamba si stira, qui sistende un braccio, più in là si dondola una testa, più in qua si torce una vita, come segue in un gruppo di biscie che si svolgano lentamente al tepore del sole.—Ci alziamo adunque, sì o no?—ripete più irosamente la voce di prima. Uno dei dormenti s'alza a sedere, un altro si frega gli occhi col rovescio della mano, un altro tasta intorno in cerca del cheppì, un quarto è già in piedi, e un quinto e un sesto.... Tutti ritti: oh finalmente! Ma che pena, Dio mio, che tormento esser destati così bruscamente e doversi levar su proprio nel punto che si cominciava a gustare il sonno!—Dov'è il mio cheppì?—E il mio fucile?—Dammi il mio cheppì, di'.—Questo è il mio.—Ma no; il tuo è quest'altro.—Di chi è questo fucile?—A me, dammelo.—Va a trovar la nappina, adesso!—E lì cerca, e raspa, e fruga di qua di là, fra le pietre della via, giù nel fosso, fra l'erbe, nei cespugli, ansando, sbuffando, bestemmiando.... Squilla un'altra volta la tromba e il reggimento si rimette in cammino.

E sempre buio, e sempre la stessa brezzolina fredda, che agghiaccia il muso e increspa la pelle. Dio, che freddo a star fermi! si trema. Le lanterne son tutte spente: oscurità completa. Chi sa in che confusione camminan questi bricconi! Fortuna per loro che non ci si vede.

Dopo una mezz'ora di cammino silenzioso, qualcuno comincia a scorgere, lontano lontano, un lumicino tremolante, che a volta a volta si eclissa e riappare come una lucciola.—Che sarà?—Andiamo innanzi;—ancora;—ancora un po';—un altro pochino. Il lumicino non si eclissa più; appare più grande e splende più vivo.—Lo vedi?—È la lanterna alla testa del reggimento.—No no, è un paese.—Ma che paese!—Andiamo innanzi—innanzi,—innanzi... Eh?....—Hairagione, è un paese.—La voce si propaga; i sonnecchianti si scuotono; i dormenti si svegliano; nasce un po' di bisbiglio.—Oh! benedetto il cielo; ecco le case, ecco la via d'entrata, eccoci entrati.—

L'ora è tarda; le vie son quasi deserte; lo scalpiccìo del reggimento echeggia distintamente in quella solitudine, e il bisbiglio si spande a destra e sinistra per le vie torte ed oscure. Casupole di qua, casupole di là, e tutto chiuso, sbarrato, come se fosse un villaggio abbandonato. Ma a misura che si procede, a manca e a dritta della via, a pian terreno, si schiude a mezzo qualche porticina per cui si vedono luccicar dentro i focolari, e affacciarsi e sporger fuori timidamente la testa qualche donnicciuola già spogliata a mezzo, e accorrere fuori della soglia i fanciulli, e ai piani di sopra aprirsi qualche impannata, e tralucere l'interno lume, e apparir dietro i vetri una figura nera che guarda giù che cos'è l'insolito tramestìo.... Ah! quella figura nera sarà scesa allora allora dal letto, dove dormiva e tornerà tra breve a dormire saporitamente i suoi sonni queti e soavi! Oh quel letto! Par di vederlo, par d'avere sott'occhio la rimboccatura delle lenzuola fatta e distesa sul capezzale, e di passarci la mano su, e di sentir la fragrante freschezza della tela pur ora uscita di bucato. Oh fortunato chi dorme là entro! Oh quando riavrò il mio letto anch'io! Felici, beati tutti coloro che hanno un letto!

La via, prima torta ed angusta, si fa dritta a poco a poco e si allarga,—si allarga,—ecco, sbocca in una piazza. La bella piazza! Due file a destra, due file a sinistra: tutti guardano intorno. Qua e là gruppi di curiosi, qualche bottega aperta, lì una chiesa, là la casa del sindaco, una fontana, un porticato, e laggiù.... Oh, guarda, guarda: un caffè!

Strana, ma pur vera emozione! Traversate di notte, dopo una marcia lunga e penosa, un villaggio; passate, stanchi, spossati, assetati, sordidi di polvere e di fango, disavvezzi da molto tempo da ogni gentile costumanza e da ogni diletto della vita cittadina, passate dinanzi a un caffè; e vi batterà il cuore d'una certa tenerezza, d'un certo struggimento malinconico, quasi d'una mesta pietà di voi stessi, e lancierete in quel caffè uno sguardo avido, invidioso, bieco d'amore collerico, come fanno i bambini; e serberete per molto tempo in mente l'immagine del loco, degli oggetti e delle persone.

Quello là era un caffè ampio, illuminato, luccicante di specchi, pieno di uffiziali di stato maggiore e di aiutanti di campo, coperti d'oro, d'argento, di ciondoli, di pennacchi, di medaglie e di croci; altri dentro, altri sulla soglia, altri fuori sulla piazza, e facevano tutti un continuo dimenar di braccia e di gambe e un chiassoso strascicare di sciabole. Un denso nuvolo di fumo avvolgeva ogni cosa; si vedeva e si sentiva un gran stappare di bottiglie di birra, e un affaccendarsi e un correre di fattorini, rossi nel viso, trafelati, confusi dalla frequenza e dalla splendidezza insolita degli avventori; un girare e rigirare alla pazza dal di dentro al di fuori, dal di fuori al di dentro, chiamandosi, garrendosi gli uni cogli altri, che non sapevano più dove avessero la testa; e sul dinanzi della porta una folla di popolo con tanto d'occhi e di bocca aperta a contemplare i galloni più larghi e i petti più medagliati. E in fondo al caffè, proprio in fondo in fondo, in un angolo, dietro a un tavolino circondato dagli uffizialotti più giovani, sopra una sedia rialzata, in una specie di nicchia, di tempietto, un bel visino di fanciulla su cui combattevano amabilmente il pudore e la civetteria, in mezzo atanti inconsueti omaggi, a tante garbatezze di lega signorile, a tante sviscerate proteste, e a tante audaci preghiere e a tanto contorcersi e molleggiare di vite sottili e di gambe co' calzoni alla pelle.

Tutti gli occhi si figgono avidamente là, su quella figura gentile, su quel bel viso, e vi restano fitti fin ch'ella dispare allo sguardo. Non sono pensieri, non sono immagini e desiderii di voluttà ch'ella ci desta in quei momenti; oh no; bensì ci mette in cuore come un desiderio stanco di pace e di affetto, una malinconia vaga, e ci sentiamo improvvisamente soli, abbandonati e scoraggiti. La donna ci richiama vivamente alla memoria le dolcezze quete e soavi della vita domestica, le quali, paragonate alla nostra dura vita di soldato, appunto in quell'ora, in quei momenti in cui di tal vita non si provano che le amarezze e i disagi, non le consolazioni, nè i fieri contenti; ci fan quasi parere d'essere infelici. Quel viso di donna ci ravviva in mente l'immagine di nostra madre e di nostra sorella o di qualche creatura più ardentemente cara, e, quando esso ci fugge dallo sguardo, noi chiniamo la testa, e pensiamo, e diventiamo tristi, e quelle tenebre par che ci pesino sul petto e ci mozzino il respiro, e guardiamo e riguardiamo il cielo se comincia a schiarire, e in quel malinconico vaneggiare della fantasia, ci pare che ci addormenteremmo così volentieri per sempre, vedendo comparire ancora una volta nostra madre e il sole....

Il reggimento è fuor del villaggio. Sempre lo stesso buio e la stessa brezzolina. Di lumi non se ne parla più chè son tutti spenti da un pezzo. E dunque? Dovremo noi seguitare fino alla tappa il reggimento, con questo fresco e con questo buio, ed assistere al ripetersi di tutte le scene che abbiamo vedute fin qui? Quelli a cui garbi lo seguano; io lascio ch'ei faccia il suo cammino,gli auguro che trovi un buon campo, e vi mangi un rancio saporito e vi dorma un sonno lungo e tranquillo, perchè, a dire il vero, questi poveri soldati n'hanno bisogno e se lo son meritato.

UN MAZZOLINO DI FIORI.—Guarito, guarito; non ci ho neanco più il segno; guarda.—Così mi diceva l'anno scorso, sul cadere di febbraio, dopo una quindicina di giorni che non ci eravamo più visti, un ufficiale giovanissimo, che io incontrava in casa di una signora nostra amica, e così dicendomi mi porgeva la mano perch'io la guardassi. La guardai; non c'era proprio traccia di nulla.—E quell'altro? gli chiesi.—Sta meglio.—Chi? Chi sta meglio? Chi è che s'è ammalato?—interruppe la padrona di casa sopraggiungendo. Io e il mio amico ci scambiammo un sorriso.—L'ho da dire?—questi mi chiese. Io gli risposi che se fossi stato in lui l'avrei detta.—Senta dunque—incominciò l'amico rivolgendosi alla signora.—Tre giorni prima che finisse il carnovale, una sera verso le cinque, io stava davanti a un caffè a vedere il corso delle carrozze, solo, imbroncito, pigiato dalla folla, tutto bianco di farina, maledicendo il momento che m'era venuta l'ispirazione di uscir di casa e di cacciarmi là in mezzo. Di tratto in tratto passava un soldato di cavalleria colla sciabola nuda e faceva cenno alla gente che si tirasse indietro per non ingombrare il corso, e al cenno aggiungeva qualche parola rispettosa e cortese. Davanti a me c'eran quattro o cinque monelli che, appena passato il soldato, si gettavano in mezzo alla strada fra carrozza e carrozza e sicontendevano a pugni i coriandoli e i fiori sparsi sul lastrico con gran rischio di restare schiacciati dai cavalli e con gran noia dei cocchieri che per andare innanzi dovevano spolmonarsi a gridare che si badassero e facessero largo. Uno dei soldati che percorrevano la strada, dopo averli ammoniti e sgridati cinque o sei volte, visto che facean sempre peggio, perdette la pazienza, spronò il cavallo verso di loro e alzò la sciabola come per dare un colpo di piatto, che in nessun caso, sicuramente, non avrebbe mai dato. Un signore che m'era vicino, vedendo quell'atto, esclamò:—Eh!—E quando il cavaliere si rimise la sciabola contro la spalla, soggiunse:—Avrei un po' voluto vedere.—E poi, volgendosi verso un suo vicino:—Frutti dell'educazione: prepotenza e brutalità.—Mi si rimescolò il sangue; alzai una mano, la ritenni, la cacciai in tasca, e con tutta la calma di cui fui capace e col più cortese accento che potei metter fuori mormorai nell'orecchio a quel signore:—Quale educazione?—Si voltò, fece un atto di sorpresa, impallidì; ma si rinfrancò tosto e rispose con insolente scioltezza:—L'educazione militare.—Io non vidi più nè lui, nè la folla, nè il corso, e non mi ricordo neanco più quel che gli dissi e quel che mi rispose; non so altro che l'indomani mattina tornai a casa con una mano ferita, e i miei amici mi dissero che quel signore aveva la guancia sinistra divisa in due. Ecco tutto. Or ora io stava dicendo che la mia mano non serba più segno della scalfittura, e che quell'altro signore sta meglio.—La signora che fino allora era stata a sentire con gran serietà, alzando di tratto in tratto gli occhi al cielo ed esclamando:—Dio mio!,—si rallegrò con gentili parole dell'esito fortunato del duello, e poi usci fuori improvvisamente con una domanda.... da donna:—Ma lei perchèlo ha provocato? Non era meglio finger di non sentire?—Il mio amico mi guardò; io guardai lui, e ridemmo tutti e due.—Perchè ridono?—Senta, signora—quegli rispose.—Posto pure, cosa che non è, ch'io dovessi fingere di non sentire, come l'avrei potuto se l'ira mi accese il sangue e mi spense ogni lume di ragione? Sapevo io che cosa mi facessi in quel momento?—Certo che....—E poi la gente che era là attorno aveva sentito, e poi l'offesa colpiva tutto l'esercito, e poi quelle parole erano una menzogna, e poi, appunto in quell'occasione, quella menzogna era una calunnia, e poi il tuono di voce con cui quella calunnia era stata proferita sonava come una provocazione, e poi quel signore, come seppi in seguito e come non poteva essere altrimenti, perchè vi sono delle parole che rivelano tutta l'anima d'un uomo, quel signore era un....—Zitto! zitto! non occorre ch'io lo sappia.—E poi c'era un'altra ragione per cui quelle parole dovevano riuscirmi tanto amare e oltraggiose, e questa ragione gliela voglio dire. Ascolti. Quattordici anni fa....—Niente meno!—Senta; ero a Torino colla mia famiglia; avevo sette anni. Il penultimo giorno di carnovale mia madre mi mise un bel vestitino da maschera, tutto di seta a striscie bianche e celesti, con una sciarpa rossa, una parrucca di ricci biondi e un berrettino di velluto verde, e mi condusse al corso in carrozza. C'era con noi mio padre e un maggiore d'artiglieria suo amico. Avevamo molti mazzi di fiori e un gran canestro di confetti. Le strade erano stivate di gente; un'infinità di carrozze;maschere a centinaia, eleganti, svariate; un gran moto, un gran chiasso, un corso stupendo. Mia madre, secondo il suo costume, non partecipava affatto all'allegria della festa e non parlava quasi mai. Di tratto in tratto, quando passava la carrozza di qualche amico, essa mi metteva un mazzo di fiori in mano e me lo faceva gettare, tenendomi per la sciarpa perchè nell'atto di lanciarlo io non cadessi a capo fitto. I bambini miei amici mi gettavano anch'essi dei fiori e dei mazzolini e mi salutavano gridando e ridendo del mio bizzarro vestito, ed io rideva del loro, e ci divertivamo del miglior cuore del mondo. Molto più di adesso, tra parentesi, perchè allora una bella mascherina mollemente sdraiata in una vettura, uno stivaletto piccoletto stretto e rotondetto che spenzolasse astutamente fuori d'uno sportello, una calza bianca ben tesa, e una camiciola dadébardeurcascante da un lato, non tiravano nè i nostri pensieri, nè i nostri sguardi, nè i nostri desiderii.—Questo non ci ha che fare.—Ci divertivamo. A un certo punto però, stanco di gridare e di sbracciarmi, sedetti per ripigliare un po' di lena. Allo sbocco di via Po in piazza Castello v'era una fila di soldati di cavalleria e di carabinieri, immobili e serii come se assistessero a un funerale. Guardavano ora le carrozze, ora la gente, senza dirsi una parola, senza scambiarsi un sorriso, senza dare un segno di curiosità, nè di diletto, nè di rincrescimento, nè di noia; parevano automi. La folla li stringeva da ogni lato, ondeggiando e rimescolandosi e levando un gran frastuono; dalle finestre delle case vicine, ch'eran tutte piene di signore e di maschere, veniva giù una tempesta di coriandoli, e dalle carrozze una tempesta contro le finestre, e dalla strada contro le carrozze: una battaglia accanita, con grandi nuvoli di farina che velavano a mezzoogni cosa, e un po' più oltre la banda che suonava, quasi coperta da un fracasso di tamburelli e di trombette che lacerava le orecchie.—Povera gente!—disse mia madre al maggiore accennandogli i soldati.—Essi non mancano mai; essi son sempre dappertutto. Non basta che ci difendano dai nemici, e spengano gl'incendi, e acquietino i tumulti, e proteggano le nostre vite e le nostre sostanze; essi proteggono ancora le nostre feste, assicurano le nostre gioie, essi che non hanno nè gioie, nè feste e patiscono tanto e fanno tanti sacrifizi, senza raccoglierne mai un frutto, senza ottenerne mai un compenso; ma che compenso! un conforto, una parola di riconoscenza, un grazie. La gente non li guarda nemmeno; noi siamo tutto per loro, e loro, per noi, nulla.—Il maggiore, serio anch'esso che pareva un magistrato, senza neppur guardare i soldati rispose gravemente:—È vero.—Se è vero!—soggiunse vivamente mia madre.—Guardi, maggiore; guardi un po' quel soldato là, il primo a cominciar da questa parte; guardi che aria melanconica! Che abbia qualche dispiacere? Che si senta male?—Chi lo può sapere?—rispose il maggiore sorridendo leggermente.—Chi sa che cos'abbia!—ripetè mia madre; e stette guardandolo pensierosa. Così fatta è quella santa donna, che anche in mezzo al frastuono e all'allegrezza di una festa, un nonnulla le svia la mente da quel che la circonda, e la trae, di pensiero in pensiero, sino alla malinconia. Veda, signora, se mette conto aver buon cuore!—Via!—Scherzo. La carrozza andò innanzi e mia madre continuò a parlare di quel soldato; poi si rimise a pensare, e quindi tutt'ad un tratto:—E se qualcunodi casa sua stesse male? Potrebbe darsi anche questo. Non li lascian mica andare a casa quando qualcuno della loro famiglia si ammala, non è vero, maggiore?—È difficile—questi rispose.—Vedete!—esclamò mia madre.—Scommetterei che è tristo per questo.—Che razza di logica ha il cuore!...—Ed intanto è condannato a star là in mezzo alla gente che si diverte, che canta, che grida.... Non me lo posso levar dalla testa.—Il maggiore sorrise.—Che cosa vuole? ripigliò mia madre,—son fatta così.—Compiuto il giro, la carrozza stava per ripassare dinanzi ai soldati. Mia madre, colto il momento che il maggiore e mio padre non guardavano, mi porse un mazzolino di fiori, mi indicò con un gesto rapido il suo soldato, e mi disse all'orecchio:—Gettaglielo.—Mi rizzai in piedi, e, trattenuto al solito per la sciarpa, mi atteggiai per gettare il mazzo.—Hai detto quello là, non è vero? domandai ancora una volta.—Sì, sì, e presto.—Ci mancavano sette od otto passi; la carrozza si soffermò, riprese la corsa, ci siamo... Animo!—disse mia madre.—Eccolo là—io gli risposi fieramente. Il mazzolino avea descritto una bella curva nell'aria, ed era caduto proprio sul petto del soldato, fra il fermaglio del cinturino e la mano che teneva le redini. Quegli si scosse come da un sogno, afferrò quasi involontariamente il mazzetto, alzò gli occhi in atto di viva sorpresa, mi vide, lo salutai con tutte e due le mani, egli sorrise, e mi guardò fisso fin che la carrozza sparì. Il mio piccolo cuore batteva forte forte; mia madre si era rasserenata; il maggiore e mio padre non avevano visto nulla. Prima di compiere un'altra volta il giro, uscimmo dal corso, e andammo a casa.Rividi il soldato, dieci o dodici giorni dopo, nel giardino pubblico. Era con molti altri suoi compagni, e discorreva forte e rideva.—Guarda là il soldato del mazzetto!—dissi a mia madre tirandole il vestito.—Zitto!—ella mi rispose;—non ci badare.—Non capii il perchè di questo comando; lo guardai; egli mi guardò fisso, mi riconobbe, fece un atto di gran sorpresa e disse:—Oh!—Mia madre mi tirò pel braccio e andammo inanzi. Dopo quel giorno non lo vidi più per un anno. L'anno dopo, una delle ultime notti di carnevale, tornato colla famiglia dal teatro, mi avvicinai, pochi momenti prima d'andare a letto, alla finestra, e stetti un po' di tempo a guardare in strada a traverso ai vetri. La strada era buia, e nevicava. Di tempo in tempo, sbucavan maschere dalla casa dirimpetto, dove c'era un caffè e un'osteria, si sparpagliavano, s'inseguivano, sparivano, ne sopraggiungevano delle nuove, e le une colle altre incontrandosi e riconoscendosi si affollavano levando un diavolìo di grida in falsetto e ricambiandosi confusamente inviti e saluti. Comparve in quel punto una pattuglia di cavalleria. Le maschere si misero a ballarle intorno vociando e battendo le mani. I soldati, ravvolti nei loro grandi mantelli, passavano senza dar segno di vederle; ma uno di essi si voltò verso casa nostra, e parve guardare alla mia finestra.—Che sia lui!—pensai, ed apersi. Nello stesso punto il soldato levò una mano fuor del mantello, fece un saluto, e andò oltre. L'indomani seppi dalla portinaia che qualche giorno prima un soldato di cavalleria era entrato nel portico della nostra casa, aveva guardato un po' la scala come incerto se dovesse salire sì o no, e poi se n'era andato. Pochi mesi dopo intesi dire che un reggimento di cavalleria era partito da Torino, e non rividi più il mio soldato, e non ci pensaipiù. Passarono molti anni; venne il cinquantanove; mi infatuai dell'esercito e manifestai a mio padre l'intenzione di abbracciar la carriera militare. Mio padre era incerto.—Finisci i tuoi studi—mi disse e—vedremo.—Nell'agosto del cinquantanove li terminai. D'allora in poi, ogni giorno gran discussione con mio padre sull'argomento della carriera. A misura però che s'andava innanzi, egli pareva sempre meno disposto a secondare i miei desiderii. Ma un caso impreveduto troncò il nodo della questione. Erano i primi di gennaio del sessanta. Una mattina io stavo in casa, a tavolino, scrivendo. Picchiano alla porta, e viene un servitore a dirmi che cercano di me.—Chi può essere?—mi domanda mia madre. Io m'alzo, essa mi segue, andiamo nella stanza d'ingresso. V'era sulla porta un uomo vestito da operaio, con un gran mantello, una berretta di pelliccia in capo, pallido, magro, con un'aria addolorata e abbattuta.—Non si leva nemmeno la berretta,—brontolò il servitore quando entrammo. Lo sconosciuto mi guardò sorridendo e mi domandò:—È lei?...—E disse il mio nome e il mio cognome.—Son io—risposi.—Sono un povero giovane rimasto senza lavoro; ho fatto il soldato; se potesse aiutarmi in qualche modo...Io e mia madre ci consultammo collo sguardo.—...Darmi qualche cosa—soggiunse l'uomo con voce supplichevole.Presi e gli porsi di mala voglia un paio di lire dicendogli:—Pigliate.—Me li metta in tasca.—In tasca!—io esclamai tra stupito ed offeso. Ma il suo sguardo produceva uno strano effetto sopra di me; lo guardai qualche momento, e poi gli misi i denari in una tasca del mantello.—Grazie! egli rispose con voce commossa.—E adesso....siccome io parto e ritorno al mio paese....vorrei pregarla.... di accettare una mia memoria.Mia madre ed io tornammo a guardarci meravigliati.—La vuole accettare, signore?—domandò egli timidamente, e con un accento affettuoso.—....Vediamola,—risposi.—Eccola,—egli disse, e allargando il mantello coi gomiti, scoperse e mi accennò collo sguardo un mazzetto di fiorì che portava nell'abbottonatura del panciotto.—Ah! il soldato del corso!—gridò mia madre.—Lui!—io esclamai con trasporto e mi slanciai per abbracciarlo;—gli cadde il mantello; mia madre mise un grido di terrore:—Dio mio!—Che cosa c'è?—domandai voltandomi.Nello stesso tempo vidi che a quel povero giovane mancavano tutt'e due le mani.Le aveva perdute a San Martino.Non so veramente come nè perchè; ma da quel giorno in poi il mio desiderio di fare il soldato si mutò in ferma risoluzione; vestire la divisa militare mi parve quasi un omaggio alla sventura di quel povero giovane. Ed eccomi soldato. Ed ecco perchè ogni volta che vedo un soldato di cavalleria al corso mi sento battere il cuore come per un vecchio amico e vorrei essere un bambino per gettargli un mazzo di fiori.—E quel soldato?...—domandò vivamente la signora.—È morto.—Dove?—In casa nostra, tra le mie braccia, presente mia madre, con un mazzolino di fiori sul capezzale.—

—Guarito, guarito; non ci ho neanco più il segno; guarda.—Così mi diceva l'anno scorso, sul cadere di febbraio, dopo una quindicina di giorni che non ci eravamo più visti, un ufficiale giovanissimo, che io incontrava in casa di una signora nostra amica, e così dicendomi mi porgeva la mano perch'io la guardassi. La guardai; non c'era proprio traccia di nulla.—E quell'altro? gli chiesi.—Sta meglio.—Chi? Chi sta meglio? Chi è che s'è ammalato?—interruppe la padrona di casa sopraggiungendo. Io e il mio amico ci scambiammo un sorriso.—L'ho da dire?—questi mi chiese. Io gli risposi che se fossi stato in lui l'avrei detta.

—Senta dunque—incominciò l'amico rivolgendosi alla signora.—Tre giorni prima che finisse il carnovale, una sera verso le cinque, io stava davanti a un caffè a vedere il corso delle carrozze, solo, imbroncito, pigiato dalla folla, tutto bianco di farina, maledicendo il momento che m'era venuta l'ispirazione di uscir di casa e di cacciarmi là in mezzo. Di tratto in tratto passava un soldato di cavalleria colla sciabola nuda e faceva cenno alla gente che si tirasse indietro per non ingombrare il corso, e al cenno aggiungeva qualche parola rispettosa e cortese. Davanti a me c'eran quattro o cinque monelli che, appena passato il soldato, si gettavano in mezzo alla strada fra carrozza e carrozza e sicontendevano a pugni i coriandoli e i fiori sparsi sul lastrico con gran rischio di restare schiacciati dai cavalli e con gran noia dei cocchieri che per andare innanzi dovevano spolmonarsi a gridare che si badassero e facessero largo. Uno dei soldati che percorrevano la strada, dopo averli ammoniti e sgridati cinque o sei volte, visto che facean sempre peggio, perdette la pazienza, spronò il cavallo verso di loro e alzò la sciabola come per dare un colpo di piatto, che in nessun caso, sicuramente, non avrebbe mai dato. Un signore che m'era vicino, vedendo quell'atto, esclamò:—Eh!—E quando il cavaliere si rimise la sciabola contro la spalla, soggiunse:—Avrei un po' voluto vedere.—E poi, volgendosi verso un suo vicino:—Frutti dell'educazione: prepotenza e brutalità.—Mi si rimescolò il sangue; alzai una mano, la ritenni, la cacciai in tasca, e con tutta la calma di cui fui capace e col più cortese accento che potei metter fuori mormorai nell'orecchio a quel signore:—Quale educazione?—Si voltò, fece un atto di sorpresa, impallidì; ma si rinfrancò tosto e rispose con insolente scioltezza:—L'educazione militare.—Io non vidi più nè lui, nè la folla, nè il corso, e non mi ricordo neanco più quel che gli dissi e quel che mi rispose; non so altro che l'indomani mattina tornai a casa con una mano ferita, e i miei amici mi dissero che quel signore aveva la guancia sinistra divisa in due. Ecco tutto. Or ora io stava dicendo che la mia mano non serba più segno della scalfittura, e che quell'altro signore sta meglio.—

La signora che fino allora era stata a sentire con gran serietà, alzando di tratto in tratto gli occhi al cielo ed esclamando:—Dio mio!,—si rallegrò con gentili parole dell'esito fortunato del duello, e poi usci fuori improvvisamente con una domanda.... da donna:—Ma lei perchèlo ha provocato? Non era meglio finger di non sentire?—

Il mio amico mi guardò; io guardai lui, e ridemmo tutti e due.

—Perchè ridono?

—Senta, signora—quegli rispose.—Posto pure, cosa che non è, ch'io dovessi fingere di non sentire, come l'avrei potuto se l'ira mi accese il sangue e mi spense ogni lume di ragione? Sapevo io che cosa mi facessi in quel momento?

—Certo che....

—E poi la gente che era là attorno aveva sentito, e poi l'offesa colpiva tutto l'esercito, e poi quelle parole erano una menzogna, e poi, appunto in quell'occasione, quella menzogna era una calunnia, e poi il tuono di voce con cui quella calunnia era stata proferita sonava come una provocazione, e poi quel signore, come seppi in seguito e come non poteva essere altrimenti, perchè vi sono delle parole che rivelano tutta l'anima d'un uomo, quel signore era un....

—Zitto! zitto! non occorre ch'io lo sappia.

—E poi c'era un'altra ragione per cui quelle parole dovevano riuscirmi tanto amare e oltraggiose, e questa ragione gliela voglio dire. Ascolti. Quattordici anni fa....

—Niente meno!

—Senta; ero a Torino colla mia famiglia; avevo sette anni. Il penultimo giorno di carnovale mia madre mi mise un bel vestitino da maschera, tutto di seta a striscie bianche e celesti, con una sciarpa rossa, una parrucca di ricci biondi e un berrettino di velluto verde, e mi condusse al corso in carrozza. C'era con noi mio padre e un maggiore d'artiglieria suo amico. Avevamo molti mazzi di fiori e un gran canestro di confetti. Le strade erano stivate di gente; un'infinità di carrozze;maschere a centinaia, eleganti, svariate; un gran moto, un gran chiasso, un corso stupendo. Mia madre, secondo il suo costume, non partecipava affatto all'allegria della festa e non parlava quasi mai. Di tratto in tratto, quando passava la carrozza di qualche amico, essa mi metteva un mazzo di fiori in mano e me lo faceva gettare, tenendomi per la sciarpa perchè nell'atto di lanciarlo io non cadessi a capo fitto. I bambini miei amici mi gettavano anch'essi dei fiori e dei mazzolini e mi salutavano gridando e ridendo del mio bizzarro vestito, ed io rideva del loro, e ci divertivamo del miglior cuore del mondo. Molto più di adesso, tra parentesi, perchè allora una bella mascherina mollemente sdraiata in una vettura, uno stivaletto piccoletto stretto e rotondetto che spenzolasse astutamente fuori d'uno sportello, una calza bianca ben tesa, e una camiciola dadébardeurcascante da un lato, non tiravano nè i nostri pensieri, nè i nostri sguardi, nè i nostri desiderii.

—Questo non ci ha che fare.

—Ci divertivamo. A un certo punto però, stanco di gridare e di sbracciarmi, sedetti per ripigliare un po' di lena. Allo sbocco di via Po in piazza Castello v'era una fila di soldati di cavalleria e di carabinieri, immobili e serii come se assistessero a un funerale. Guardavano ora le carrozze, ora la gente, senza dirsi una parola, senza scambiarsi un sorriso, senza dare un segno di curiosità, nè di diletto, nè di rincrescimento, nè di noia; parevano automi. La folla li stringeva da ogni lato, ondeggiando e rimescolandosi e levando un gran frastuono; dalle finestre delle case vicine, ch'eran tutte piene di signore e di maschere, veniva giù una tempesta di coriandoli, e dalle carrozze una tempesta contro le finestre, e dalla strada contro le carrozze: una battaglia accanita, con grandi nuvoli di farina che velavano a mezzoogni cosa, e un po' più oltre la banda che suonava, quasi coperta da un fracasso di tamburelli e di trombette che lacerava le orecchie.

—Povera gente!—disse mia madre al maggiore accennandogli i soldati.—Essi non mancano mai; essi son sempre dappertutto. Non basta che ci difendano dai nemici, e spengano gl'incendi, e acquietino i tumulti, e proteggano le nostre vite e le nostre sostanze; essi proteggono ancora le nostre feste, assicurano le nostre gioie, essi che non hanno nè gioie, nè feste e patiscono tanto e fanno tanti sacrifizi, senza raccoglierne mai un frutto, senza ottenerne mai un compenso; ma che compenso! un conforto, una parola di riconoscenza, un grazie. La gente non li guarda nemmeno; noi siamo tutto per loro, e loro, per noi, nulla.—

Il maggiore, serio anch'esso che pareva un magistrato, senza neppur guardare i soldati rispose gravemente:—È vero.

—Se è vero!—soggiunse vivamente mia madre.—Guardi, maggiore; guardi un po' quel soldato là, il primo a cominciar da questa parte; guardi che aria melanconica! Che abbia qualche dispiacere? Che si senta male?

—Chi lo può sapere?—rispose il maggiore sorridendo leggermente.

—Chi sa che cos'abbia!—ripetè mia madre; e stette guardandolo pensierosa. Così fatta è quella santa donna, che anche in mezzo al frastuono e all'allegrezza di una festa, un nonnulla le svia la mente da quel che la circonda, e la trae, di pensiero in pensiero, sino alla malinconia. Veda, signora, se mette conto aver buon cuore!

—Via!

—Scherzo. La carrozza andò innanzi e mia madre continuò a parlare di quel soldato; poi si rimise a pensare, e quindi tutt'ad un tratto:—E se qualcunodi casa sua stesse male? Potrebbe darsi anche questo. Non li lascian mica andare a casa quando qualcuno della loro famiglia si ammala, non è vero, maggiore?

—È difficile—questi rispose.

—Vedete!—esclamò mia madre.—Scommetterei che è tristo per questo.—Che razza di logica ha il cuore!...—Ed intanto è condannato a star là in mezzo alla gente che si diverte, che canta, che grida.... Non me lo posso levar dalla testa.—

Il maggiore sorrise.

—Che cosa vuole? ripigliò mia madre,—son fatta così.—

Compiuto il giro, la carrozza stava per ripassare dinanzi ai soldati. Mia madre, colto il momento che il maggiore e mio padre non guardavano, mi porse un mazzolino di fiori, mi indicò con un gesto rapido il suo soldato, e mi disse all'orecchio:—Gettaglielo.—Mi rizzai in piedi, e, trattenuto al solito per la sciarpa, mi atteggiai per gettare il mazzo.—Hai detto quello là, non è vero? domandai ancora una volta.—Sì, sì, e presto.—Ci mancavano sette od otto passi; la carrozza si soffermò, riprese la corsa, ci siamo... Animo!—disse mia madre.—Eccolo là—io gli risposi fieramente. Il mazzolino avea descritto una bella curva nell'aria, ed era caduto proprio sul petto del soldato, fra il fermaglio del cinturino e la mano che teneva le redini. Quegli si scosse come da un sogno, afferrò quasi involontariamente il mazzetto, alzò gli occhi in atto di viva sorpresa, mi vide, lo salutai con tutte e due le mani, egli sorrise, e mi guardò fisso fin che la carrozza sparì. Il mio piccolo cuore batteva forte forte; mia madre si era rasserenata; il maggiore e mio padre non avevano visto nulla. Prima di compiere un'altra volta il giro, uscimmo dal corso, e andammo a casa.

Rividi il soldato, dieci o dodici giorni dopo, nel giardino pubblico. Era con molti altri suoi compagni, e discorreva forte e rideva.—Guarda là il soldato del mazzetto!—dissi a mia madre tirandole il vestito.—Zitto!—ella mi rispose;—non ci badare.—Non capii il perchè di questo comando; lo guardai; egli mi guardò fisso, mi riconobbe, fece un atto di gran sorpresa e disse:—Oh!—Mia madre mi tirò pel braccio e andammo inanzi. Dopo quel giorno non lo vidi più per un anno. L'anno dopo, una delle ultime notti di carnevale, tornato colla famiglia dal teatro, mi avvicinai, pochi momenti prima d'andare a letto, alla finestra, e stetti un po' di tempo a guardare in strada a traverso ai vetri. La strada era buia, e nevicava. Di tempo in tempo, sbucavan maschere dalla casa dirimpetto, dove c'era un caffè e un'osteria, si sparpagliavano, s'inseguivano, sparivano, ne sopraggiungevano delle nuove, e le une colle altre incontrandosi e riconoscendosi si affollavano levando un diavolìo di grida in falsetto e ricambiandosi confusamente inviti e saluti. Comparve in quel punto una pattuglia di cavalleria. Le maschere si misero a ballarle intorno vociando e battendo le mani. I soldati, ravvolti nei loro grandi mantelli, passavano senza dar segno di vederle; ma uno di essi si voltò verso casa nostra, e parve guardare alla mia finestra.—Che sia lui!—pensai, ed apersi. Nello stesso punto il soldato levò una mano fuor del mantello, fece un saluto, e andò oltre. L'indomani seppi dalla portinaia che qualche giorno prima un soldato di cavalleria era entrato nel portico della nostra casa, aveva guardato un po' la scala come incerto se dovesse salire sì o no, e poi se n'era andato. Pochi mesi dopo intesi dire che un reggimento di cavalleria era partito da Torino, e non rividi più il mio soldato, e non ci pensaipiù. Passarono molti anni; venne il cinquantanove; mi infatuai dell'esercito e manifestai a mio padre l'intenzione di abbracciar la carriera militare. Mio padre era incerto.—Finisci i tuoi studi—mi disse e—vedremo.—Nell'agosto del cinquantanove li terminai. D'allora in poi, ogni giorno gran discussione con mio padre sull'argomento della carriera. A misura però che s'andava innanzi, egli pareva sempre meno disposto a secondare i miei desiderii. Ma un caso impreveduto troncò il nodo della questione. Erano i primi di gennaio del sessanta. Una mattina io stavo in casa, a tavolino, scrivendo. Picchiano alla porta, e viene un servitore a dirmi che cercano di me.—Chi può essere?—mi domanda mia madre. Io m'alzo, essa mi segue, andiamo nella stanza d'ingresso. V'era sulla porta un uomo vestito da operaio, con un gran mantello, una berretta di pelliccia in capo, pallido, magro, con un'aria addolorata e abbattuta.—Non si leva nemmeno la berretta,—brontolò il servitore quando entrammo. Lo sconosciuto mi guardò sorridendo e mi domandò:—È lei?...—E disse il mio nome e il mio cognome.

—Son io—risposi.

—Sono un povero giovane rimasto senza lavoro; ho fatto il soldato; se potesse aiutarmi in qualche modo...

Io e mia madre ci consultammo collo sguardo.

—...Darmi qualche cosa—soggiunse l'uomo con voce supplichevole.

Presi e gli porsi di mala voglia un paio di lire dicendogli:—Pigliate.

—Me li metta in tasca.

—In tasca!—io esclamai tra stupito ed offeso. Ma il suo sguardo produceva uno strano effetto sopra di me; lo guardai qualche momento, e poi gli misi i denari in una tasca del mantello.

—Grazie! egli rispose con voce commossa.—E adesso....siccome io parto e ritorno al mio paese....vorrei pregarla.... di accettare una mia memoria.

Mia madre ed io tornammo a guardarci meravigliati.

—La vuole accettare, signore?—domandò egli timidamente, e con un accento affettuoso.

—....Vediamola,—risposi.

—Eccola,—egli disse, e allargando il mantello coi gomiti, scoperse e mi accennò collo sguardo un mazzetto di fiorì che portava nell'abbottonatura del panciotto.

—Ah! il soldato del corso!—gridò mia madre.

—Lui!—io esclamai con trasporto e mi slanciai per abbracciarlo;—gli cadde il mantello; mia madre mise un grido di terrore:—Dio mio!

—Che cosa c'è?—domandai voltandomi.

Nello stesso tempo vidi che a quel povero giovane mancavano tutt'e due le mani.

Le aveva perdute a San Martino.

Non so veramente come nè perchè; ma da quel giorno in poi il mio desiderio di fare il soldato si mutò in ferma risoluzione; vestire la divisa militare mi parve quasi un omaggio alla sventura di quel povero giovane. Ed eccomi soldato. Ed ecco perchè ogni volta che vedo un soldato di cavalleria al corso mi sento battere il cuore come per un vecchio amico e vorrei essere un bambino per gettargli un mazzo di fiori.

—E quel soldato?...—domandò vivamente la signora.

—È morto.

—Dove?

—In casa nostra, tra le mie braccia, presente mia madre, con un mazzolino di fiori sul capezzale.—


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