QUEL GIORNO.—A voi,—diceva una volta una signorina a un uffiziale reduce dalla guerra;—ditemelo voi che cosa proprio si sente, che cosa veramente si prova in quei momenti terribili. E siate schietto, ve ne prego. Voi altri militari, quando parlate della guerra, ne spacciate delle grosse, e trovate chi le beve; ma io non son di questo numero, ve ne avverto. Ditemi la verità, nulla più che la verità, e senza tanto rettoricume, chè di descrizioni di battaglie, sui libri, ne ho già lette anche troppe, e son tutte calcate sullo stesso disegno.—Dire, dire, gli è presto detto; così senza prepararmici? Datemi almeno tempo a raccogliere e ordinare le mie rimembranze, se no vi farò un guazzabuglio senza capo nè coda.—No, signorino; preparativi no. Io non voglio una dissertazione di filosofia, e tanto meno una pagina di storia militare. Ditemi su, alla buona, come vien viene, tutto quello che avete visto; animo, non vi fate pregare; parlate.—Lo volete assolutamente?—Parlate.—Parlerò; ma badate: io non dirò una parola di più di quanto ho veduto; se il racconto vi divertirà poco, non sarà tutta colpa mia.—Siate schietto, e non cercate più in là; cominciate.—Comincio, e prima di tutto.... un'idea del terreno. Attenta. Poniamo che questa sia la catena delle Alpi: quel contrafforte che si stacca....—Della topografia? Oh per carità!—Non ne volete? Mi spiegherò in altro modo; sarà meglio. Poniamo di essere in mezzo alla campagna, all'aperto, di mattina, un bel giorno d'estate, limpido e tranquillo. Poniamo che a cominciar di qua, sotto i nostri piedi, il terreno si vada dolcemente sollevando e salga e salga e salga fino a formare una bella collina, larga, alta, a curve regolari, di cui la cresta si disegni là sull'orizzonte, a un quarto d'ora, a una mezz'ora di strada da noi; una bella collina verde, sparsa fino a mezzo il declive di siepi, d'alberi e di lunghi filari di viti; solcata da fossi, percorsa in tutti i sensi da sentieri e da muricciuoli di ciottoli ammonticchiati, come si usano per segnare i confini delle terre; qui un tratto di terreno tutto coperto di erbicelle e di piante; là smosso, rossastro, ingombro di sassi; qui un tratto facile, quasi piano; là un tratto subitamente ripido e nudo. L'avete presente? La vedete?—La vedo.—Bene. Supponete ancora un'altra cosa. Supponete che una buona parte della collina, dalla cresta in giù, sia affatto sgombra d'alberi e di case, rasa, netta, e vi batta il sole, così che vi si scorga distintamente ogni solco, ogni arboscello, ogni persona; se persone vi fossero. Una persona la si vegga, supponiamo, alta così, tanto da distinguere s'ella è un uomo o una donna. Ridete? Vi dico questo per darvi un'idea della distanza.—Capisco.—E dunque? Ora.... volgetevi indietro. Supponete,qui, là, a destra, a sinistra, lontano, dietro gli alberi, dietro i cespugli, in mezzo alle viti, nei fossi, ritti, seduti, coricati, chi col capo scoperto, chi coi panni sbottonati, chi col fucile a terra, chi col fucile a traverso le ginocchia, taciti, seri, molti soldati;—trecento, supponiamo, o quattrocento;—più ancora;—un battaglione, via. Benchè divisi e sparpagliati serbano tuttavia una certa apparenza d'ordine di colonna. Gli ufficiali stanno in crocchio lì dinanzi, e parlano sommessamente fra loro, a brevi parole, a monosillabi, a cenni; di quando in quando volgon gli occhi lassù, e intorno, e indietro. Ma più lungamente lassù; pare che tutti attendano qualche cosa di là; tutti gli sguardi sono diretti a quella cima; a momenti deve comparire qualche cosa da quella parte. E difatti, guardate là a sinistra, sulla cresta, lassù dove c'è quel folto di cipressi; la vedete quella macchia nera, lunga, che si muove, che s'avanza adagio adagio, e somiglia uno di quegli sprazzi d'ombra che i nuvoletti isolati disegnano sul terreno passando dinanzi al sole? Guardate, guardate come si fa innanzi e come si allarga! Quella è una colonna di soldati: quanti, non è vero? A noi pare che procedano molto a rilento; ma gli è per effetto della lontananza; in realtà, essi vanno a passo spedito, e come spedito! Guardate dove son già. Vedete quel balenìo che corre rapidamente dall'un capo all'altro della colonna e par che ne accompagni l'ondeggiamento? È il balenìo delle baionette; hanno il fucile in spalla; si veggono già più distinti di prima. Guardate un po' la gente che abbiamo dietro, adesso. Tutti muti, tutti immobili, le bocche semiaperte, gli occhi fissi a quella schiera, a quelle baionette; ne seguono tutti i passi, ne notano tulle le oscillazioni; non si sente un alito, non si vede un cenno; son tutti di marmo. All'improvviso una vocegrida:—Là, là dall'altra parte.—Tutti si volgono dall'altra parte. E difatti, guardate lassù, a destra, sulla sommità, dove c'è quella casuccia; guardate che cosa viene. Un'altra schiera più larga, più profonda, più formidabile, irta anch'essa di baionette sfolgoranti, s'avanza in direzione opposta alla prima, serrata, rapida, risoluta. Volgetevi indietro: che mormorìo!Quanti saranno?—Un reggimento.—No, due battaglioni.—O uno.—No, no, due.—Tre.—Sembrano bersaglieri.—Sono bersaglieri.—È linea.—Bersaglieri.—Ma no.—Ma sì; si vedono i pennacchi.—Si fermano.—Ti è parso.—Sì, son fermi, ti dico.—Ma no, non vedi che si muovono?—Intanto il terreno, fra quelle due schiere, scemava. Noi lo misuravamo, trepidando, di momento in momento. Lo sguardo correva senza posa da questa schiera a quella, da quella a questa, rapido come il pensiero, avido, teso; tutta l'anima era negli occhi; tutta l'anima era lassù. E il terreno framezzo diminuiva, diminuiva; e le due schiere erano molto vicine, e camminavano rapide rapide e già un po' disordinate e confuse; e noi sempre cogli occhi dilatati, immobili, inchiodati là; il cuore batteva, batteva; il respiro era sospeso.Tutt'ad un tratto, quasi ad un tempo, una vivida luce balenò sopra quelle due schiere, calò, si spense: avevano abbassato le baionette; subito dopo, di corsa. Un urlo, che dovette essere formidabile, giunse fioco fioco fino a noi.Rispondemmo con un fremito.Eccole, sono a pochi passi, stanno per urtarsi, si sono urtate: una di esse cede, si allarga, indietreggia, si rompe, si sparpaglia a destra, a sinistra...; è in fuga.Un nuovo grido, un grido di gioia, ci giunse; e questa volta rispondemmo anche noi. Il nostro grido,da tanto tempo preparato nelle viscere, ma compresso, soffocato, strozzato, venne su, si sprigionò, eruppe, dal più profondo dell'anima, selvaggiamente lungo ed acuto.La schiera vincitrice sostò un istante, poi riprese l'andare, incalzò i fuggenti, si allontanò dietro a loro, si fe' piccina piccina, si fe' un punto nero, disparve.In quel punto una voce alta e vibrata risuonò in mezzo a noi:—A voi altri adesso! Al posto!—Era la voce del nostro maggiore.Provate a lasciar cadere un pezzo di carta in fiamme sopra uno di quei formicai larghi e fitti, che lontani un passo vi sembrano immobili, e rendono l'immagine d'una macchiaccia nera, di cui non si sa a primo aspetto distinguere la natura. La piccola turba atterrita si sconvolge in tutti i punti vertiginosamente, si getta in furia ai varchi sotterranei. Avventurose le prime! Le altre si serrano, si urtano, si accavallano; quel varco è chiuso? presto ad un altro; anche questo? via, ad un terzo; chiuso anch'esso? di nuovo al primo. E poi che la più parte si sono cacciate alla rinfusa nel covo, molte, sfortunate! errano ancora disperate di qua, di là, alla cieca, in cerca d'uno scampo, da un buco ad un altro, già più morte che vive, finchè trovano anch'esse un po' di posto al sicuro, benchè un po' tardi e forse a prezzo di qualche scottatura.A parte il terrore, così accadde al sonar di quella voce fra quei soldati.In un lampo tutti su, tutti in armi; gli ordini si ricomposero precipitosamente; un gran fermento, un gran bisbiglio, un gran serra-serra; poi quiete. Qualcuno corse ancora qua e là in cerca del suo posto; chi lo trovò, vi si spinse; chi nol trovò, a forza di gomiti, sel fece: tutti al posto.Guardatela là quella moltitudine poc'anzi sparpagliata, giacente, cogli abiti aperti, colle cinture sciolte, colle armi a terra, guardatela là, in un lampo, ritta, schierata, immobile, muta, e nei sembianti ilare e calma. Guardateli nel viso, e mi direte che quella è gente che vedrà le spalle del nemico, o morrà. Guardate la bandiera; è immobile; il braccio che la regge non trema. Guardate bene quei soldati che le fanno attorno una siepe di baionette: sono spaventosi! Vi sono degli occhi che somigliano folgori.—Avanti!—tuona la nota voce.Un moto subitaneo in tutta la colonna, un fremito, un sussurro; poi quiete.—Avanti!—ripetono i capitani.Avanti dunque, su, alla collina. La compagnia ch'è alla testa indugia un istante dinanzi ad una prima siepicella che le fa inciampo; le compagnie che seguono le si accalcano dietro; la colonna pesante si serra, oscilla, ondeggia dall'un capo all'altro sull'ineguale terreno; poi si rompe, si allarga, si restringe, si allunga, si ricompone, torna ad accalcarsi con vece continua, a subiti impeti, a subite fermate, a passi ineguali, a sbalzelloni. Chi è alla coda ora è balzato indietro dallo zaino di chi precede, che lo urta nel petto; ora su chi gli è avanti si precipita improvvisamente e lo spinge in su barcolloni; chi è alle ali, sbattuto di qua e di là a fiancate, a colpi di gomito, a urti di zaino, va su serpeggiando e vacillando, a capo basso e a gambe larghe. Qui una siepe: su le gambe, alti i fucili. Lì un fosso: svelti, è passato. Qua un rialzo di terra: animo, sopra, senza scomporsi. Là un intreccio di rami che scendono sul viso: via colla mano, giù le teste. Una vite fa intoppo: giù una sciabolata, è a terra, avanti. Erbe, arbusti, siepi, viti, solchi, sentieri, tutto si sforma, tutto cade, tutto sparisce sotto quell'onda, sotto quel peso, sottoquella pesta precipitosa, sotto quella moltitudine scatenata. Qua il terreno si fa erto d'un tratto e sassoso: il piede scivola, molti cadono; su coi gomiti, su, forza, in piedi, avanti. I più si aiutano colle mani, col calcio del fucile, colle ginocchia; i tronchi, le zolle, le pietre, le radici, tutto serve di presa alla mano convulsa; la turba s'arrampica, striscia, s'abbarbica, qui densa, là rada, scompigliata, sparsa; ma tenace, ma risoluta, ma rabbiosa. E intanto le forze vengono meno, e il sole ci saetta, ci arrovella, e qui, dentro il petto, si brucia.... Non monta; coraggio; un'occhiata in su a veder quanto resta:—poco.—Un'occhiata indietro:—una lunga striscia di caduti tendono le braccia; molti tentano di rialzarsi; indarno; ricadono.—Ci siamo, quasi; ci avranno già scorti; a momenti.... Oh!—Un sibilo, lungo, acuto, stridente, rabbioso passò sulle teste della colonna. Un lieve grido, un profondo fremito, tutti a terra.—Su quelle teste!—tuona la nota voce; quando si sente il fischio è passata—Tutti in piedi; ci siamo; ci han veduti; serriamoci; giù le baionette, svelto il passo: sotto.[1]—Un altro sibilo più lungo, più sottile, più mordente, più vicino, più spaventoso: tutti a terra.—Su perdio! figliuoli!—sempre quella voce;—guardatela in faccia la morte. Niente paura.—Un altro fischio; un altro; tutti illesi; siamo al sicuro; eccoci sulla vetta; alto; aspettiamo.NOTA[1]Sotto, in linguaggio militare, significa «serrate» ossia fatevi innanzi così da stringer bene le file.Tutti girano l'occhio intorno meravigliati: che pianura immensa, stupenda! Il cielo, com'era, purissimo ne concedeva allo sguardo le lontananze estreme. Da un lato, lontano lontano, monti e dietro monti ed altri ancora, alti, azzurri, chiari; dall'altro lato pianura, sempre pianura. Tutta quella superficie verde apparivasolcata qua e là da lunghe e sottili strisce bianche, che s'intersecavano in molti punti e si perdevano fra gli alberi lontani, sollevando in certi tratti grossi nuvoli di polvere che apparivano, percossi dal sole, candidissimi, e si allungavano lentamente nella direzione delle vie; quelle strisce bianche erano le vie che avevamo fatto il mattino; quei nuvoli rivelavano l'avanzarsi di alcune colonne italiane. Poche casuccie qua e là, mezzo nascoste fra gli alberi, com'avessero paura, e non volessero vedere che cosa accadeva lassù. Di sotto poi, proprio sotto, spettatrice avanzata e silenziosa, Villafranca. Dall'altra parte, verso i nemici, certe macchie scure in mezzo al verde dei campi ed uno sfolgorìo interrotto di baionette, che ora si avanzavano, ora sostavano, ora accennavano a destra, ora a sinistra, quasi fossero incerte sul dove dirigersi e procedessero circospette. Più presso a noi, sempre sul piano, cinque, parevano, o quattro cannoni austriaci che faceano un trarre continuato e lento. Dalla parte opposta, e proprio ai piedi del nostro colle, tiravano continuatamente come i primi, ma più a rilento, altrettanti cannoni dei nostri. Dietro a noi, alle falde d'una collina vicina, si vedeva un denso fumo bianco e crepitava un rapido fuoco di fila; era l'ala estrema d'un'altra divisione. Null'altro vedemmo, o, almeno, null'altro mi ricordo d'aver veduto. Stavamo là ad aspettare, contemplando quello spettacolo meraviglioso.Nei momenti di profonda concitazione, quando ci freme dentro la mente, qualche affetto supremo, spesse volte, quasi inconsapevole di ciò che segue nel cuore, si distrae a poco a poco da se stessa, e vaga e si abbandona dietro le immagini e i pensieri più fanciulleschi e più strani, come se quella che scorre fosse un'ora della vita consueta, un'ora oziosa e tranquilla.Così, scorgendo un campanile lontano, io pensai:—È domenica. Quella gente là stamane si è vestita a festa, è uscita gaiamente per le vie, e poi è andata in chiesa, e poi ha sbrigate le sue faccende come tutte le altre volte, queta, contenta.... È un giorno come un altro per loro. Chi sa se sapranno che cosa accade qui! Eppure là in mezzo v'hanno delle madri che hanno il figlio soldato....—E internandomi in questa immaginazione, io vedeva tutte quelle donne, in chiesa, ginocchioni, raccolte, preganti, e ne spiava i volti.—Quella là; sì, quella là è la madre di un soldato.—E ad ogni colpo di cannone la vedevo impallidire e tremare....Tutto ad un tratto, un sergente che mi stava seduto accanto, si levò in piedi, mutò alcuni passi colla testa alta, il volto sorridente e gli occhi diretti lontano, verso i monti; poi tese il braccio, puntò l'indice verso là, sostò un istante, guardò attorno ai compagni, e:—Figliuoli! gridò con voce alta e chiara, venite qua.—Molti si levarono in piedi e gli corsero attorno.—Guardate, egli soggiunse, tenendo sempre il braccio teso e l'indice appuntato. Le vedete quelle torri laggiù lontano, e quelle case?—Dove? dove?—domandarono molti altri sopraggiungendo a passi concitati.—Là, là, guardate dove segno io.—Vedo, disse l'uno.—Anch'io.—Anch'io.—Vediamo tutti.—Ebbene?—Ebbene!—egli rispose con voce sonora e tremante:—quella là è Verona!—Verona! Verona!—gridarono tutti, battendo palma a palma; la voce si propagò; tutto il battaglione, in un minuto, fu lì. Tutti colla faccia volta da quella parte e colle braccia tese verso quelle torri, colla bocca aperta a quel grido, guardavan là come si guarda.... Siete mai stata molto tempo senza veder vostra madre? Se foste ad aspettarla all'arrivo, avrete teso lo sguardo avidamentelungo la via per cui doveva arrivare, e quando in fondo a quella via, lontano lontano, avrete scorto un punto nero e un nuvoletto bianco di fumo e vi avrà percosso l'orecchio uno squillo di corno, signora, che cosa avete sentito nel cuore? Ciò che sentivamo noi là, beando gli occhi su quelle torri sospirate... gridando quel caro nome....La signorina ebbe un fremito.—Erano lassù tutti e quattro i battaglioni del reggimento—continuò l'ufficiale. All'improvviso, si sente un alto grido, tutti i soldati balzano in piedi, gli ufficiali comandano:—Al posto!,—le compagnie si riformano, e tutti zitti. Un altro grido, e tutti gli ufficiali ripetono:—Baionette in canna.—E tutti e quattro i battaglioni inastano le baionette, e poi di nuovo silenzio.—Cosa c'è? Cos'è stato?—tutti si domandano. Sopraggiunge l'aiutante del colonnello a cavallo, s'avvicina al nostro maggiore e gli dice qualcosa nell'orecchio.—Avanti!—il maggiore grida. Il battaglione si muove, oltrepassa la sommità del monte, scende la china dalla parte del nemico. Tutti que' di dentro, io fra i quali, allungano il collo e protendono il capo a destra e a sinistra per veder dove si va; ma non si riesce a veder nulla; la prima compagnia ingombra la vista. Mi volto indietro, e vedo gli altri battaglioni che ci seguono da lontano a lento passo. Tutto ad un tratto, trovandosi l'ultima compagnia sopra un rialzo di terreno, intravvedo in lontananza, tramezzo agli alberi, un movimento, un luccichìo.... Nel punto istesso sento un terribile scoppio, e acutissimi fischi a destra, a sinistra, ai piedi, sul capo, e grida strazianti a pochi passi da me, e lontano una gran nuvola di fumo bianco, e poi un grido poderoso:—Attacco alla baionetta!—Il battaglione disordinato e confuso si slancia avanti a passodi carica. Un altro grido:—Savoia!—Il battaglione prorompe in un urlo altissimo e si slancia di corsa; non si vede altro che fumo; un altro scoppio; altri fischi; avanti, avanti.... Alto! la tromba ha suonato l'alto. Dove siamo? Dov'è il nemico? Che cosa si fa? Oh che fumo! Il battaglione è tutto sparpagliato. Ecco una casa. Par che partano delle fucilate da quella casa.—Attacco alla baionetta!—s'ode gridare confusamente in mezzo alle schioppettate; il battaglione si slancia avanti; dove si va? per dove si passa? Non si vede nulla. Ah! ecco una porta; dentro in furia a baionetta calata; un cortile, i nemici, una bandiera; animo, addosso. Intorno alla bandiera c'è un baluardo di petti, irto di baionette immobili. I primi, sopraffatti, s'accasciano; sugli altri, saldi come colonne, la furia assalitrice si arresta, e qui comincia un tempestare precipitoso di colpi che si sentono e non si vedono; le baionette s'incrociano e si urtano risonando acuto; scricchiolano i fucili spezzati; urli orrendi soffocati nella strozza, e gemiti tronchi che assecondano i conati dei colpi; le armi si drizzano, la mischia si chiude, i combattenti vengono a corto; si forma un gruppo confuso degli uni e degli altri, stretti, pigiati, faccia contro faccia; impugnano le baionette, si afferrano alla gola, incrocicchiano le braccia e le gambe, si avvinghiano e si divincolano, cadono, risorgono, pallidi, ansanti, co' denti serrati, le teste scoperte e sanguinose; l'uno sente dell'altro il frequente e infuocato anelito sul viso; ad ogni tratto una faccia illividisce e un capo si arrovescia all'indietro colle pupille stravolte; il terreno è coperto di caduti; il gruppo attorno alla bandiera è rimpicciolito; l'alfiere ha toccato una baionettata nel petto.—A te!—grida con voce morente; un altro ha afferrato la bandiera. Intanto si combatte da tutte le parti della casa. Si sentono grida lamentevolidall'interno delle stanze; si sentono tremare i solai sotto il peso dei passi precipitosi, e porte scrosciare e spezzarsi sotto i colpi de' fucili. Gli assaliti errano disperatamente di qua e di là, si rimpiattano nei cammini, dietro ai mobili, dietro le porte; gli assalitori sopraggiungono ululando, si sparpagliano, frugano, fiutano, li scoprono, li snidano, li trascinano, rigando di sangue i pavimenti e le scale; i vinti non si arrendono, i prigioni si rivoltano, si svincolano, si gettano alle finestre e si precipitano nel cortile, o son baionettati nella schiena e restano cadaveri sui davanzali; altri cerca scampo pei tetti, altri ferito e grondante di sangue si trascina carponi fuor della mischia. I difensori della bandiera sono agli estremi.—Arrendetevi!—gridano i nostri.—No! no!—essi rispondono con voce soffocata;—morte! morte!—Ad un tratto si sente un altissimo grido che fa rintronare la casa, e nello stesso punto balza fuori della mischia un soldato colla bandiera nemica nel pugno, la fronte alta e splendida, lacero e sanguinoso.—Viva!—ripetono cento grida da tutte le parti della casa. S'ode uno squillo di tromba.—Cosa? Che è stato? Ritirata? Come? Perchè? È impossibile! Zitti!—Un altro squillo di tromba e un grido tonante del maggiore:—Ritirata!—Ritirata? noi? adesso? ma proprio? Ah! è impossibile! è impossibile!—Siamo fuori della casa, il maggiore indica la direzione della strada, gli altri battaglioni sono già in moto.—Dio eterno! ci ritiriamo! Capitano! capitano, in nome del Cielo, perchè ci ritiriamo?—Il capitano senza dir nulla, si volta dalla parte del nemico e stende il braccio verso la pianura come per accennare qualche cosa. Guardo.... Era una colonna nemica che s'avanzava alle nostre spalle, lunga, sterminata, perdentesi nella lontananza della campagna: rimasi di sasso.—Ma capitano! capitano! e gli altri corpi? le altre divisioni? dove sono? che cosa fanno? perchè non vengono?—Mah!—egli rispose stringendosi nelle spalle.—Ma dunque noi abbiamo perduto!—io gridai con accento disperato.—Pare.—Io guardai intorno i miei soldati, guardai di nuovo la colonna austriaca, guardai Villafranca, guardai quella stupenda pianura lombarda, quel bel cielo, quei bei monti.—Oh povero mio paese!—esclamai, giungendo le mani.... e piansi come un bambino.La signorina chinò la fronte sulla palma della mano e pensò.
—A voi,—diceva una volta una signorina a un uffiziale reduce dalla guerra;—ditemelo voi che cosa proprio si sente, che cosa veramente si prova in quei momenti terribili. E siate schietto, ve ne prego. Voi altri militari, quando parlate della guerra, ne spacciate delle grosse, e trovate chi le beve; ma io non son di questo numero, ve ne avverto. Ditemi la verità, nulla più che la verità, e senza tanto rettoricume, chè di descrizioni di battaglie, sui libri, ne ho già lette anche troppe, e son tutte calcate sullo stesso disegno.
—Dire, dire, gli è presto detto; così senza prepararmici? Datemi almeno tempo a raccogliere e ordinare le mie rimembranze, se no vi farò un guazzabuglio senza capo nè coda.
—No, signorino; preparativi no. Io non voglio una dissertazione di filosofia, e tanto meno una pagina di storia militare. Ditemi su, alla buona, come vien viene, tutto quello che avete visto; animo, non vi fate pregare; parlate.
—Lo volete assolutamente?
—Parlate.
—Parlerò; ma badate: io non dirò una parola di più di quanto ho veduto; se il racconto vi divertirà poco, non sarà tutta colpa mia.
—Siate schietto, e non cercate più in là; cominciate.
—Comincio, e prima di tutto.... un'idea del terreno. Attenta. Poniamo che questa sia la catena delle Alpi: quel contrafforte che si stacca....
—Della topografia? Oh per carità!
—Non ne volete? Mi spiegherò in altro modo; sarà meglio. Poniamo di essere in mezzo alla campagna, all'aperto, di mattina, un bel giorno d'estate, limpido e tranquillo. Poniamo che a cominciar di qua, sotto i nostri piedi, il terreno si vada dolcemente sollevando e salga e salga e salga fino a formare una bella collina, larga, alta, a curve regolari, di cui la cresta si disegni là sull'orizzonte, a un quarto d'ora, a una mezz'ora di strada da noi; una bella collina verde, sparsa fino a mezzo il declive di siepi, d'alberi e di lunghi filari di viti; solcata da fossi, percorsa in tutti i sensi da sentieri e da muricciuoli di ciottoli ammonticchiati, come si usano per segnare i confini delle terre; qui un tratto di terreno tutto coperto di erbicelle e di piante; là smosso, rossastro, ingombro di sassi; qui un tratto facile, quasi piano; là un tratto subitamente ripido e nudo. L'avete presente? La vedete?
—La vedo.
—Bene. Supponete ancora un'altra cosa. Supponete che una buona parte della collina, dalla cresta in giù, sia affatto sgombra d'alberi e di case, rasa, netta, e vi batta il sole, così che vi si scorga distintamente ogni solco, ogni arboscello, ogni persona; se persone vi fossero. Una persona la si vegga, supponiamo, alta così, tanto da distinguere s'ella è un uomo o una donna. Ridete? Vi dico questo per darvi un'idea della distanza.
—Capisco.
—E dunque? Ora.... volgetevi indietro. Supponete,qui, là, a destra, a sinistra, lontano, dietro gli alberi, dietro i cespugli, in mezzo alle viti, nei fossi, ritti, seduti, coricati, chi col capo scoperto, chi coi panni sbottonati, chi col fucile a terra, chi col fucile a traverso le ginocchia, taciti, seri, molti soldati;—trecento, supponiamo, o quattrocento;—più ancora;—un battaglione, via. Benchè divisi e sparpagliati serbano tuttavia una certa apparenza d'ordine di colonna. Gli ufficiali stanno in crocchio lì dinanzi, e parlano sommessamente fra loro, a brevi parole, a monosillabi, a cenni; di quando in quando volgon gli occhi lassù, e intorno, e indietro. Ma più lungamente lassù; pare che tutti attendano qualche cosa di là; tutti gli sguardi sono diretti a quella cima; a momenti deve comparire qualche cosa da quella parte. E difatti, guardate là a sinistra, sulla cresta, lassù dove c'è quel folto di cipressi; la vedete quella macchia nera, lunga, che si muove, che s'avanza adagio adagio, e somiglia uno di quegli sprazzi d'ombra che i nuvoletti isolati disegnano sul terreno passando dinanzi al sole? Guardate, guardate come si fa innanzi e come si allarga! Quella è una colonna di soldati: quanti, non è vero? A noi pare che procedano molto a rilento; ma gli è per effetto della lontananza; in realtà, essi vanno a passo spedito, e come spedito! Guardate dove son già. Vedete quel balenìo che corre rapidamente dall'un capo all'altro della colonna e par che ne accompagni l'ondeggiamento? È il balenìo delle baionette; hanno il fucile in spalla; si veggono già più distinti di prima. Guardate un po' la gente che abbiamo dietro, adesso. Tutti muti, tutti immobili, le bocche semiaperte, gli occhi fissi a quella schiera, a quelle baionette; ne seguono tutti i passi, ne notano tulle le oscillazioni; non si sente un alito, non si vede un cenno; son tutti di marmo. All'improvviso una vocegrida:—Là, là dall'altra parte.—Tutti si volgono dall'altra parte. E difatti, guardate lassù, a destra, sulla sommità, dove c'è quella casuccia; guardate che cosa viene. Un'altra schiera più larga, più profonda, più formidabile, irta anch'essa di baionette sfolgoranti, s'avanza in direzione opposta alla prima, serrata, rapida, risoluta. Volgetevi indietro: che mormorìo!
Quanti saranno?—Un reggimento.—No, due battaglioni.—O uno.—No, no, due.—Tre.—Sembrano bersaglieri.—Sono bersaglieri.—È linea.—Bersaglieri.—Ma no.—Ma sì; si vedono i pennacchi.—Si fermano.—Ti è parso.—Sì, son fermi, ti dico.—Ma no, non vedi che si muovono?—
Intanto il terreno, fra quelle due schiere, scemava. Noi lo misuravamo, trepidando, di momento in momento. Lo sguardo correva senza posa da questa schiera a quella, da quella a questa, rapido come il pensiero, avido, teso; tutta l'anima era negli occhi; tutta l'anima era lassù. E il terreno framezzo diminuiva, diminuiva; e le due schiere erano molto vicine, e camminavano rapide rapide e già un po' disordinate e confuse; e noi sempre cogli occhi dilatati, immobili, inchiodati là; il cuore batteva, batteva; il respiro era sospeso.
Tutt'ad un tratto, quasi ad un tempo, una vivida luce balenò sopra quelle due schiere, calò, si spense: avevano abbassato le baionette; subito dopo, di corsa. Un urlo, che dovette essere formidabile, giunse fioco fioco fino a noi.
Rispondemmo con un fremito.
Eccole, sono a pochi passi, stanno per urtarsi, si sono urtate: una di esse cede, si allarga, indietreggia, si rompe, si sparpaglia a destra, a sinistra...; è in fuga.
Un nuovo grido, un grido di gioia, ci giunse; e questa volta rispondemmo anche noi. Il nostro grido,da tanto tempo preparato nelle viscere, ma compresso, soffocato, strozzato, venne su, si sprigionò, eruppe, dal più profondo dell'anima, selvaggiamente lungo ed acuto.
La schiera vincitrice sostò un istante, poi riprese l'andare, incalzò i fuggenti, si allontanò dietro a loro, si fe' piccina piccina, si fe' un punto nero, disparve.
In quel punto una voce alta e vibrata risuonò in mezzo a noi:—A voi altri adesso! Al posto!—
Era la voce del nostro maggiore.
Provate a lasciar cadere un pezzo di carta in fiamme sopra uno di quei formicai larghi e fitti, che lontani un passo vi sembrano immobili, e rendono l'immagine d'una macchiaccia nera, di cui non si sa a primo aspetto distinguere la natura. La piccola turba atterrita si sconvolge in tutti i punti vertiginosamente, si getta in furia ai varchi sotterranei. Avventurose le prime! Le altre si serrano, si urtano, si accavallano; quel varco è chiuso? presto ad un altro; anche questo? via, ad un terzo; chiuso anch'esso? di nuovo al primo. E poi che la più parte si sono cacciate alla rinfusa nel covo, molte, sfortunate! errano ancora disperate di qua, di là, alla cieca, in cerca d'uno scampo, da un buco ad un altro, già più morte che vive, finchè trovano anch'esse un po' di posto al sicuro, benchè un po' tardi e forse a prezzo di qualche scottatura.
A parte il terrore, così accadde al sonar di quella voce fra quei soldati.
In un lampo tutti su, tutti in armi; gli ordini si ricomposero precipitosamente; un gran fermento, un gran bisbiglio, un gran serra-serra; poi quiete. Qualcuno corse ancora qua e là in cerca del suo posto; chi lo trovò, vi si spinse; chi nol trovò, a forza di gomiti, sel fece: tutti al posto.
Guardatela là quella moltitudine poc'anzi sparpagliata, giacente, cogli abiti aperti, colle cinture sciolte, colle armi a terra, guardatela là, in un lampo, ritta, schierata, immobile, muta, e nei sembianti ilare e calma. Guardateli nel viso, e mi direte che quella è gente che vedrà le spalle del nemico, o morrà. Guardate la bandiera; è immobile; il braccio che la regge non trema. Guardate bene quei soldati che le fanno attorno una siepe di baionette: sono spaventosi! Vi sono degli occhi che somigliano folgori.
—Avanti!—tuona la nota voce.
Un moto subitaneo in tutta la colonna, un fremito, un sussurro; poi quiete.—Avanti!—ripetono i capitani.
Avanti dunque, su, alla collina. La compagnia ch'è alla testa indugia un istante dinanzi ad una prima siepicella che le fa inciampo; le compagnie che seguono le si accalcano dietro; la colonna pesante si serra, oscilla, ondeggia dall'un capo all'altro sull'ineguale terreno; poi si rompe, si allarga, si restringe, si allunga, si ricompone, torna ad accalcarsi con vece continua, a subiti impeti, a subite fermate, a passi ineguali, a sbalzelloni. Chi è alla coda ora è balzato indietro dallo zaino di chi precede, che lo urta nel petto; ora su chi gli è avanti si precipita improvvisamente e lo spinge in su barcolloni; chi è alle ali, sbattuto di qua e di là a fiancate, a colpi di gomito, a urti di zaino, va su serpeggiando e vacillando, a capo basso e a gambe larghe. Qui una siepe: su le gambe, alti i fucili. Lì un fosso: svelti, è passato. Qua un rialzo di terra: animo, sopra, senza scomporsi. Là un intreccio di rami che scendono sul viso: via colla mano, giù le teste. Una vite fa intoppo: giù una sciabolata, è a terra, avanti. Erbe, arbusti, siepi, viti, solchi, sentieri, tutto si sforma, tutto cade, tutto sparisce sotto quell'onda, sotto quel peso, sottoquella pesta precipitosa, sotto quella moltitudine scatenata. Qua il terreno si fa erto d'un tratto e sassoso: il piede scivola, molti cadono; su coi gomiti, su, forza, in piedi, avanti. I più si aiutano colle mani, col calcio del fucile, colle ginocchia; i tronchi, le zolle, le pietre, le radici, tutto serve di presa alla mano convulsa; la turba s'arrampica, striscia, s'abbarbica, qui densa, là rada, scompigliata, sparsa; ma tenace, ma risoluta, ma rabbiosa. E intanto le forze vengono meno, e il sole ci saetta, ci arrovella, e qui, dentro il petto, si brucia.... Non monta; coraggio; un'occhiata in su a veder quanto resta:—poco.—Un'occhiata indietro:—una lunga striscia di caduti tendono le braccia; molti tentano di rialzarsi; indarno; ricadono.—Ci siamo, quasi; ci avranno già scorti; a momenti.... Oh!—Un sibilo, lungo, acuto, stridente, rabbioso passò sulle teste della colonna. Un lieve grido, un profondo fremito, tutti a terra.—Su quelle teste!—tuona la nota voce; quando si sente il fischio è passata—Tutti in piedi; ci siamo; ci han veduti; serriamoci; giù le baionette, svelto il passo: sotto.[1]—Un altro sibilo più lungo, più sottile, più mordente, più vicino, più spaventoso: tutti a terra.—Su perdio! figliuoli!—sempre quella voce;—guardatela in faccia la morte. Niente paura.—Un altro fischio; un altro; tutti illesi; siamo al sicuro; eccoci sulla vetta; alto; aspettiamo.
NOTA
[1]Sotto, in linguaggio militare, significa «serrate» ossia fatevi innanzi così da stringer bene le file.
[1]Sotto, in linguaggio militare, significa «serrate» ossia fatevi innanzi così da stringer bene le file.
[1]Sotto, in linguaggio militare, significa «serrate» ossia fatevi innanzi così da stringer bene le file.
Tutti girano l'occhio intorno meravigliati: che pianura immensa, stupenda! Il cielo, com'era, purissimo ne concedeva allo sguardo le lontananze estreme. Da un lato, lontano lontano, monti e dietro monti ed altri ancora, alti, azzurri, chiari; dall'altro lato pianura, sempre pianura. Tutta quella superficie verde apparivasolcata qua e là da lunghe e sottili strisce bianche, che s'intersecavano in molti punti e si perdevano fra gli alberi lontani, sollevando in certi tratti grossi nuvoli di polvere che apparivano, percossi dal sole, candidissimi, e si allungavano lentamente nella direzione delle vie; quelle strisce bianche erano le vie che avevamo fatto il mattino; quei nuvoli rivelavano l'avanzarsi di alcune colonne italiane. Poche casuccie qua e là, mezzo nascoste fra gli alberi, com'avessero paura, e non volessero vedere che cosa accadeva lassù. Di sotto poi, proprio sotto, spettatrice avanzata e silenziosa, Villafranca. Dall'altra parte, verso i nemici, certe macchie scure in mezzo al verde dei campi ed uno sfolgorìo interrotto di baionette, che ora si avanzavano, ora sostavano, ora accennavano a destra, ora a sinistra, quasi fossero incerte sul dove dirigersi e procedessero circospette. Più presso a noi, sempre sul piano, cinque, parevano, o quattro cannoni austriaci che faceano un trarre continuato e lento. Dalla parte opposta, e proprio ai piedi del nostro colle, tiravano continuatamente come i primi, ma più a rilento, altrettanti cannoni dei nostri. Dietro a noi, alle falde d'una collina vicina, si vedeva un denso fumo bianco e crepitava un rapido fuoco di fila; era l'ala estrema d'un'altra divisione. Null'altro vedemmo, o, almeno, null'altro mi ricordo d'aver veduto. Stavamo là ad aspettare, contemplando quello spettacolo meraviglioso.
Nei momenti di profonda concitazione, quando ci freme dentro la mente, qualche affetto supremo, spesse volte, quasi inconsapevole di ciò che segue nel cuore, si distrae a poco a poco da se stessa, e vaga e si abbandona dietro le immagini e i pensieri più fanciulleschi e più strani, come se quella che scorre fosse un'ora della vita consueta, un'ora oziosa e tranquilla.Così, scorgendo un campanile lontano, io pensai:—È domenica. Quella gente là stamane si è vestita a festa, è uscita gaiamente per le vie, e poi è andata in chiesa, e poi ha sbrigate le sue faccende come tutte le altre volte, queta, contenta.... È un giorno come un altro per loro. Chi sa se sapranno che cosa accade qui! Eppure là in mezzo v'hanno delle madri che hanno il figlio soldato....—E internandomi in questa immaginazione, io vedeva tutte quelle donne, in chiesa, ginocchioni, raccolte, preganti, e ne spiava i volti.—Quella là; sì, quella là è la madre di un soldato.—E ad ogni colpo di cannone la vedevo impallidire e tremare....
Tutto ad un tratto, un sergente che mi stava seduto accanto, si levò in piedi, mutò alcuni passi colla testa alta, il volto sorridente e gli occhi diretti lontano, verso i monti; poi tese il braccio, puntò l'indice verso là, sostò un istante, guardò attorno ai compagni, e:—Figliuoli! gridò con voce alta e chiara, venite qua.—Molti si levarono in piedi e gli corsero attorno.—Guardate, egli soggiunse, tenendo sempre il braccio teso e l'indice appuntato. Le vedete quelle torri laggiù lontano, e quelle case?—Dove? dove?—domandarono molti altri sopraggiungendo a passi concitati.—Là, là, guardate dove segno io.—Vedo, disse l'uno.—Anch'io.—Anch'io.—Vediamo tutti.—Ebbene?
—Ebbene!—egli rispose con voce sonora e tremante:—quella là è Verona!
—Verona! Verona!—gridarono tutti, battendo palma a palma; la voce si propagò; tutto il battaglione, in un minuto, fu lì. Tutti colla faccia volta da quella parte e colle braccia tese verso quelle torri, colla bocca aperta a quel grido, guardavan là come si guarda.... Siete mai stata molto tempo senza veder vostra madre? Se foste ad aspettarla all'arrivo, avrete teso lo sguardo avidamentelungo la via per cui doveva arrivare, e quando in fondo a quella via, lontano lontano, avrete scorto un punto nero e un nuvoletto bianco di fumo e vi avrà percosso l'orecchio uno squillo di corno, signora, che cosa avete sentito nel cuore? Ciò che sentivamo noi là, beando gli occhi su quelle torri sospirate... gridando quel caro nome....
La signorina ebbe un fremito.
—Erano lassù tutti e quattro i battaglioni del reggimento—continuò l'ufficiale. All'improvviso, si sente un alto grido, tutti i soldati balzano in piedi, gli ufficiali comandano:—Al posto!,—le compagnie si riformano, e tutti zitti. Un altro grido, e tutti gli ufficiali ripetono:—Baionette in canna.—E tutti e quattro i battaglioni inastano le baionette, e poi di nuovo silenzio.—Cosa c'è? Cos'è stato?—tutti si domandano. Sopraggiunge l'aiutante del colonnello a cavallo, s'avvicina al nostro maggiore e gli dice qualcosa nell'orecchio.—Avanti!—il maggiore grida. Il battaglione si muove, oltrepassa la sommità del monte, scende la china dalla parte del nemico. Tutti que' di dentro, io fra i quali, allungano il collo e protendono il capo a destra e a sinistra per veder dove si va; ma non si riesce a veder nulla; la prima compagnia ingombra la vista. Mi volto indietro, e vedo gli altri battaglioni che ci seguono da lontano a lento passo. Tutto ad un tratto, trovandosi l'ultima compagnia sopra un rialzo di terreno, intravvedo in lontananza, tramezzo agli alberi, un movimento, un luccichìo.... Nel punto istesso sento un terribile scoppio, e acutissimi fischi a destra, a sinistra, ai piedi, sul capo, e grida strazianti a pochi passi da me, e lontano una gran nuvola di fumo bianco, e poi un grido poderoso:—Attacco alla baionetta!—Il battaglione disordinato e confuso si slancia avanti a passodi carica. Un altro grido:—Savoia!—Il battaglione prorompe in un urlo altissimo e si slancia di corsa; non si vede altro che fumo; un altro scoppio; altri fischi; avanti, avanti.... Alto! la tromba ha suonato l'alto. Dove siamo? Dov'è il nemico? Che cosa si fa? Oh che fumo! Il battaglione è tutto sparpagliato. Ecco una casa. Par che partano delle fucilate da quella casa.—Attacco alla baionetta!—s'ode gridare confusamente in mezzo alle schioppettate; il battaglione si slancia avanti; dove si va? per dove si passa? Non si vede nulla. Ah! ecco una porta; dentro in furia a baionetta calata; un cortile, i nemici, una bandiera; animo, addosso. Intorno alla bandiera c'è un baluardo di petti, irto di baionette immobili. I primi, sopraffatti, s'accasciano; sugli altri, saldi come colonne, la furia assalitrice si arresta, e qui comincia un tempestare precipitoso di colpi che si sentono e non si vedono; le baionette s'incrociano e si urtano risonando acuto; scricchiolano i fucili spezzati; urli orrendi soffocati nella strozza, e gemiti tronchi che assecondano i conati dei colpi; le armi si drizzano, la mischia si chiude, i combattenti vengono a corto; si forma un gruppo confuso degli uni e degli altri, stretti, pigiati, faccia contro faccia; impugnano le baionette, si afferrano alla gola, incrocicchiano le braccia e le gambe, si avvinghiano e si divincolano, cadono, risorgono, pallidi, ansanti, co' denti serrati, le teste scoperte e sanguinose; l'uno sente dell'altro il frequente e infuocato anelito sul viso; ad ogni tratto una faccia illividisce e un capo si arrovescia all'indietro colle pupille stravolte; il terreno è coperto di caduti; il gruppo attorno alla bandiera è rimpicciolito; l'alfiere ha toccato una baionettata nel petto.—A te!—grida con voce morente; un altro ha afferrato la bandiera. Intanto si combatte da tutte le parti della casa. Si sentono grida lamentevolidall'interno delle stanze; si sentono tremare i solai sotto il peso dei passi precipitosi, e porte scrosciare e spezzarsi sotto i colpi de' fucili. Gli assaliti errano disperatamente di qua e di là, si rimpiattano nei cammini, dietro ai mobili, dietro le porte; gli assalitori sopraggiungono ululando, si sparpagliano, frugano, fiutano, li scoprono, li snidano, li trascinano, rigando di sangue i pavimenti e le scale; i vinti non si arrendono, i prigioni si rivoltano, si svincolano, si gettano alle finestre e si precipitano nel cortile, o son baionettati nella schiena e restano cadaveri sui davanzali; altri cerca scampo pei tetti, altri ferito e grondante di sangue si trascina carponi fuor della mischia. I difensori della bandiera sono agli estremi.—Arrendetevi!—gridano i nostri.—No! no!—essi rispondono con voce soffocata;—morte! morte!—Ad un tratto si sente un altissimo grido che fa rintronare la casa, e nello stesso punto balza fuori della mischia un soldato colla bandiera nemica nel pugno, la fronte alta e splendida, lacero e sanguinoso.—Viva!—ripetono cento grida da tutte le parti della casa. S'ode uno squillo di tromba.—Cosa? Che è stato? Ritirata? Come? Perchè? È impossibile! Zitti!—Un altro squillo di tromba e un grido tonante del maggiore:—Ritirata!—Ritirata? noi? adesso? ma proprio? Ah! è impossibile! è impossibile!—Siamo fuori della casa, il maggiore indica la direzione della strada, gli altri battaglioni sono già in moto.—Dio eterno! ci ritiriamo! Capitano! capitano, in nome del Cielo, perchè ci ritiriamo?—Il capitano senza dir nulla, si volta dalla parte del nemico e stende il braccio verso la pianura come per accennare qualche cosa. Guardo.... Era una colonna nemica che s'avanzava alle nostre spalle, lunga, sterminata, perdentesi nella lontananza della campagna: rimasi di sasso.
—Ma capitano! capitano! e gli altri corpi? le altre divisioni? dove sono? che cosa fanno? perchè non vengono?
—Mah!—egli rispose stringendosi nelle spalle.
—Ma dunque noi abbiamo perduto!—io gridai con accento disperato.
—Pare.—
Io guardai intorno i miei soldati, guardai di nuovo la colonna austriaca, guardai Villafranca, guardai quella stupenda pianura lombarda, quel bel cielo, quei bei monti.—Oh povero mio paese!—esclamai, giungendo le mani.... e piansi come un bambino.
La signorina chinò la fronte sulla palma della mano e pensò.
LA SENTINELLA.Era una delle ultime notti di gennaio; nevicava; le vie della città, le piazze, i davanzali e i terrazzini delle case, gli alberi dei giardini, tutto era bianco, sepolta, sopraccarico di neve; i fiocchi venivan giù lenti, grossi, fitti, e sullo strato nevoso lungo i muri non appena s'imprimeva un'orma, che ne spariva ogni traccia. I lampioni agli angoli delle strade mandavano intorno un chiarore velato e tristo; sui crocicchi, per quanto si guardasse avanti e indietro, a destra e a sinistra, non si vedeva nessuno; in ogni parte un silenzio cupo; si sarebbe sentito, per mo' di dire, cader la neve.Era una di quelle notti, in cui chi si trovi, per mala ventura, fuor di casa, s'affretta a ritornarvi; rasenta le case a passetti rapidi, muti, come un fantasima furtivo; l'occhio a terra per iscansare le pozzanghere, la tesa del cappello calata sulle orecchie e sul naso, il collo rientrato nelle spalle, il bavero del vestito rialzato sulla nuca, l'una mano ficcata nella manica dell'altra, tutto inarcato, tutto rimpicciolito; si getta a capo basso nel portone di casa, ascende le scale pestando forte i piedi fradici e scotendo i panni nevosi, caccia in furia la chiave nella toppa, entra, via il vestito, giù il cappello, in che stato! spinge la prima seggiola davanti al camino, vi si lascia cader su, un piede di qua e un piede di là, e abbassa il volto sul fuoco, e se ne sta li,e se lo cova, se lo stuzzica, se lo gode, succhiando lentamente un sigaro e geroglificando le ceneri colle molle e brontolando di tratto in tratto:—Che tempo!—Una di quelle notti in cui anche il marito disamorato e tediato avvicina un po' più del solito la seggiola a quella di sua moglie; e lo scapolo fantastica le gioie intime e tranquille d'una famigliuola, e, rinunciando alle baraonde consuete, si ficca per tempo sotto le coltri, si contorce un pochino per iscavarsi la fossetta calda, mette fuori tanto di mano quanto n'occorre per tenere il romanzo e, scorse due o tre pagine, s'addormenta placidamente aguzzandosi il gusto del caldo e del riposo coll'immagine dei poveri assiderati che non hanno letto nè casa. Una di quelle notti in cui la vita d'una città si ristringe tutta intorno ai focolari domestici, dove i consueti colloqui tra le famiglie e gli amici più stretti si producono oltre l'ora consueta, finchè i fanciulli presi dal sonno tiran di soppiatto la gonnella alla mamma per farle rammentare il letticciuolo che aspetta, e vanno poi a dormire pregodendo nel pensiero la gran battaglia a palle di neve che combatteranno il domani. Una di quelle notti in cui i desiderii più vivi son tre, come dicono gli scapati; un caro viso, un bel libro e un buon bicchiere.Tutti, anche i più poveri, trovano, in codeste notti, la carità d'un po' di tetto, d'un po' di fuoco e d'un po' di strame; tutti trovano uno schermo dalla neve, almeno fino al primo rischiararsi del cielo, almeno per l'ore in cui la vien giù così fitta che par che voglia seppellire le case; tutti riposano, tutti dormono, tutti,—tranne la sentinella,—per cui non v'ha nè tetto, nè fuoco, nè riposo; ma solamente un solitario casotto di legno, un pesante mantello di pannaccio, e la consegna del caporale.Guardate laggiù, in fondo a quella piazza tuttabianca di neve, e rischiarata intorno intorno da quattro lunghe file di lampioni, laggiù accanto alla gran porta di quel palazzo principesco, alto, bruno, dalle forme colossali ed antiche, da tutte quell'ampie finestre illuminate; guardate là in quel casotto, quell'uomo imbacuccato, ritto, immobile come un simulacro di marmo; guardatelo. Egli da più ore è là, senza moto, senza parola, colla destra intirizzita sulla fredda canna del fucile, e i piedi nella neve, e l'occhio chinato e fisso, che par che noveri i larghi fiocchi che gli piovono intorno. Di tratto in tratto gli occhi gli si socchiudono, la testa gli s'inclina insensibilmente sull'omero; ma tosto un'interna voce lo ammonisce, ed egli risolleva vigorosamente la fronte ed apre e dilata gli occhi e li gira intorno più rapidi e più vigilanti, come per compensare la sua coscienza di quel momento di languore e d'inerzia. Guardatelo; tutti, anche i più poverelli, hanno un po' di casa, un po' di fuoco, un po' di letto, tutti; egli non l'ha.Questi pensieri io volgeva in mente una notte, sul cader di gennaio, essendo di guardia, con una quarantina di soldati, appunto in quella piazza e a quel palazzo. E me ne stava, così pensando, poco lunge dalla porta, misurando a passi lenti un breve tratto della piazza sgombro di neve, e volgendo a quando a quando gli occhi in su, alle finestre illuminate, per cui mi giungeva fioca all'orecchio un'armonia confusa di flauti e di violini, e un rumor sordo e pesante di passi mutati in cadenza sopra un vasto solaio. Poi guardava nell'ampio vestibolo gli smaglianti lampadari di cristallo, e i tappeti e i vasi di fiori sparsi sul pavimento marmoreo, e le pareti coperte d'arazzi e di allori; e sul dinanzi, fra me e la porta, un viavai di carrozze di gala, un vociar di cocchieri, e uno scendere e salire continuo d'uomini e di signore, e un accorrere in fretta agli sportelli, unaprir reverente, un porger rispettoso di mani, uno strascicar lungo di vesti, uno scoprirsi di teste azzimate, un incurvarsi di schiene, un giungere e uno scappar incrociato di servitori dalle assise sfoggiate e bizzarre. Ecco, s'avanza una carrozza stemmata; si ferma; i cocchieri precipitano a terra; tutti si fanno intorno; dieci mani si gettano a gara sulla maniglia dello sportello; una mano fortunata lo afferra; lo sportello si schiude; la folla degli accorsi si apre in due ali, a destra e a sinistra; i colli si allungano, gli sguardi si tendono; spunta una testa, un piedino, una manina vestita d'un guanto candido; un'altra mano si stende di mezzo alla folla e la stringe timidamente per la punta delle dita;—giù il piedino,—adagio,—con riguardo,—ancora un po',—un pochino ancora, il piedino è a terra. Oh bellino! Guai se toccava un fiocco di neve! Ma è rimasta dentro la coda della veste. Oh sventura! Si sarà attaccata ad un chiodo, chi sa! Presto, accorrete, in due, in tre, in quattro:—dove s'è attaccata?—qui—no—là—piano—con garbo—delicatamente—cerca, cerca—ah! ecco. La coda è libera, lo strascico è giù, ella è in piedi. La stupenda figura! Largo, indietro, miratela. Un cappuccio indiscreto non consente all'occhio che pochi tratti di quel caro viso; è un viso d'angelo! Una zimarra gelosa ruba agli avidi sguardi i bei fianchi e le candide spalle; ma ne lascia indovinare, sotto le pieghe, le forme: elle son divine! La bella figura incede mollemente,—svolta,—mette il piè sulla scala,—ancora un lembo di veste,—è sparita. Peccato! Ma l'occhio della mente la segue in mezzo alla folla inebriata di quelle sale rumorose; fra tutte le altre belle teste ornate di gemme e di camelie l'occhio della mente distingue le sue trecce e i suoi fiori, e le tien dietro nei rapidi voli della danza, e in mezzo aquella cara battaglia di sguardi accesi che si provocano, si cercano, si sfuggono amabilmente astuti, s'incontrano amabilmente audaci, e tra 'l fascino dei molli abbandoni e la voluttà delle strette segrete, languiscono, lampeggiano, pregano, ricusano, promettono, puniscono, concedono e rapiscono in cielo.—Ed egli è là, io pensava, povero soldato! Egli è là, esposto al freddo, alla neve, solo, muto, negletto, senza conforti, senza speranze; lassù si suona, si danza, si ride, si folleggia, si gode la vita nelle sue ebbrezze più ardenti e più care, ed egli, da quella solitudine, da quella oscurità, da quel silenzio, è costretto a subire il tripudio che gli ferve sul capo, e a paragonarlo col suo tristo abbandono, alla malinconia stanca del suo povero cuore. Bisogna ch'ei subisca l'immagine di quelle danze, di quei cari volti, di quelle belle persone, di quegli sguardi, di quei sorrisi, egli che è solo, lontano dai suoi, che non ha un viso di donna che gli sorrida, che non ha una manina amica da stringere; ma che forse, a maggior dolore, avrà sempre fitta nella memoria una treccia nera e due occhi modesti che una volta gli facevano tremar l'anima di dolcezza! Ah in mezzo a quelle teste ingemmate e infiorate egli la sogna, egli la vede quella cara treccia senza gemme e senza camelie!—Caporale.—Presente.—Chi è il soldato in sentinella?—Il tale.—Andate—Il cuore me lo diceva: è un coscritto. Povero coscritto! Son pochi giorni ch'è al reggimento, è ancora stordito da questa nuova vita; la sua testa e il suo cuore sono ancora a casa colla madre e fra le quiete abitudini della vita di prima; il pensiero del ritorno non gli passa nemmeno pel capo, o, se gli passa,gli è un pensiero d'una felicità tanto lontana! Nel reggimento non ha ancora amici, non ha ancora conforti; subisce ancora i motteggi dei vecchi soldati, e le prime durezze, che son le più dolorose, della disciplina; non una voce amica, non una parola affettuosa, non un sorriso, nulla; sempre vociacce burbere, minacce, brutti visi. Dopo un'altr'ora ch'ei starà là, verrà qui, stanco, fradicio, pien di freddo, pien di sonno, e non avrà che un nudo tavolaccio su cui riposare, e dormirà un sonno interrotto e penoso, e sarà destato da una squassata alle gambe o da una manata di neve nel viso; non un po' di quiete, non un po' di fuoco per asciugarsi i panni, non una goccia di vino; nemmeno un po' di tabacco, forse...; nulla, nulla. Egli soffre, in questo momento, lo giurerei. Quella musica e quella festa gli fanno male. Voglio accertarmene. Voglio andarlo a vedere.... Ma no.... Oh che no! Sì, invece, sì; lo voglio andare a vedere; e ci vado; sicuro che ci vado; perchè non ci dovrei andare? Oh stiamo a vedere! Voglio andarci.—E mi mossi. Passai dinanzi al casotto; guardai dentro, era scuro; non potei vederlo nel viso. Tornai indietro, sostai un momento, e pensai:—Quando si è agitati da un affetto vivo, gioia o dolore ch'ei sia, il suono della prima parola che si profferisce dopo un lungo silenzio è impossibile che, lì su quel subito, non si risenta di quell'affetto e non lo riveli. Proviamo.—Mi avvicinai al casotto e mi ci fermai dinanzi. La sentinella mi avvertì, si scosse e s'avanzò fin sul limitare. Io non la vedeva nel viso; ella non vedeva me. Le domandai con un accento affettatamente sbadato:—Hai freddo?—Esitò un momento e poi:—Nossignore.—Bastò: in quella voce io aveva avvertito un lievissimo tremito; in quella voce v'era un suono di pianto;non v'era dubbio; io non m'era apposto male; avevo indovinato il suo cuore.—Non hai proprio freddo, punto punto?—Eh no—un poco—si sa.... non mica tanto però.... così....Poveretto, e gelava! Temeva di fare un atto d'indisciplina quel buon ragazzo a dirmi che gelava! Come se la neve l'avesse fatta venir giù lui o glie l'avessi fatta venir giù io, proprio sui piedi, che li doveva aver conci Dio sa come! Mi piacque tanto quella sua risposta,—povero giovane. E non mi si venga a chiacchierar di separazione tra uffiziale e soldato, in quei momenti lì; il cuore non è mica gallonato come il berretto: Dio buono! Come si fa a resistere? Come si fa a star duri? A meno d'esser di sasso, sfido io. Però non volendo aver l'aria di esser andato là a far il consolatore pietoso, e neanco lasciarlo prima d'avergli rifatto un po' l'animo con quattro parole da amico, girai largo e gli chiesi:—Quanto tempo ti tocca ancora di restar qui?—Non so mica, signor tenente.... l'orologio qui vicino non si sente.... per causa della musica.—Già;—ecco (ruppi il ghiaccio), sicuro che—a star qui—fermi—a quest'ora, con questo tempo, non è mica un piacere; si sa. Ma—Dio buono—il nostro mestiere.... è tutto così: bisogna pigliarlo com'è. Eh, caro mio, questo è niente. Se si farà la guerra, allora sì che ne vedrai delle brutte. È un altro par di maniche, sai; te ne convincerai per prova. Quando s'è agli avamposti, per esempio, in un bosco buio buio, sotto una di quelle pioggierelle fine fine che passano panni e pelle e mettono dei malanni addosso, e si è soli, isolati, e non si vede un palmo più in là del naso, eppur bisogna star là, fermi, dritti come fusi, con l'occhio vigile,colle orecchie all'erta, che c'è il nemico davanti e da un momento all'altro può capitarci addosso; e dopo tutta una notte che s'è stati là, si ritorna al campo del reggimento, e non ci si trova da levarsi la lame, e non c'è posto per dormire, o bisogna sdraiarsi sul fango o sui sassi o sull'erba bagnata; eh allora sì che la è una dura vita! Adesso è niente. Eppure anche quella vita tutta fatiche, tutta stenti, tutta pericoli, i bravi soldati la fanno di buon animo, e non si lamentano mai, e quando possono dormire, bene; quando non possono, pazienza; quando c'è il pane, viva il pane; quando non ce n'è, si digiuna, e alla buon'ora, e non ci si fa del cattivo sangue per questo. E sai perchè? Perchè si vive fra amici, fra bravi camerata, e si sa di fare il proprio dovere, si sa di fare i soldati per difendere il paese dove s'è nati e cresciuti, dove s'ha la famiglia, la casa, gli amici e.... l'amorosa, tutto ciò che abbiamo di più caro e di più sacro a questo mondo; capisci? E la coscienza di fare il proprio dovere basta, vedi, ai bravi soldati; oh se basta! Guarda un po' quanti soldati han tratto fuor dal fiume,—laggiù dalla parte dove si fanno i bagni d'estate,—dei poveri disgraziati che stavan per annegare! Ebbene, quei soldati che si son messi al rischio di morire per salvar la vita a gente che non conoscevano nemmeno, che cosa hanno avuto in premio? Nulla; cioè molto: la gratitudine dei salvati, e la coscienza della loro bella azione, e questo è tutto per un galantuomo. E i soldati che dan la caccia ai briganti? Ogni giorno ce ne muor uno; chi lo sa ch'ei sia morto? chi lo ricorda il suo nome, fuor della gente di casa sua? Eppure i soldati ci stan volentieri su quelle montagne, in quei boschi, in quei burroni, a menar la maledetta vita che menano; e perchè? Perchè sanno di fare il loro dovere. E i carabinieri, poveri soldati anch'essi, chegiran due a due per la campagna, di notte, in mezzo ai malandrini appostati nei fossi, che tirano le schioppettate a tradimento, non fanno anch'essi una gran dura vita i carabinieri? Eppure, vedi come fanno di cuore il loro dovere! Così le sentinelle; la stessa cosa. Di notte, in queste notti qua, chi le vede le sentinelle avviluppate ne' loro mantelli, rannicchiate in fondo ai loro casotti, immobili, silenziose; chi le vede, chi le sente, chi sa ch'elle vi siano, chi pensa a loro, chi se ne cura? Eppure la sentinella deve star là ferma al suo posto, di buon grado, senza malinconie, senza triste fantasticaggini pel capo, e pensare:—Tutti dormono, io solo veglio; ma veglio sul sonno di tutti; se non vi fossero sentinelle, nessuno dormirebbe dalla paura. Il mio piccolo casotto protegge i più vasti palagi; dappertutto ove si canta e si suona e si fa del baccano, lo si fa senza pensieri e senza sospetti perchè io taccio e vigilo e tendo l'orecchio per tutti; il mio rozzo mantello protegge le vesti di seta e di velluto delle signore che vanno ai balli; quest'ombra protegge quella luce; il mio silenzio, quei suoni. Dal sentimento di queste grandi verità, a cui non si suole pensare, a cui molti non hanno mai pensato, ma che pur si dovrebbero tener sempre vive nella mente e nel cuore, dal sentimento di queste verità deve trar conforto il soldato, e capire che in questo sentimento risiede il più bel premio dei suoi sacrifici e delle sue virtù. Sei persuaso?—Oh sì, tenente.—La sua voce aveva tremato; era venuta dal cuore, e aveva trovato un intoppo a mezza gola; me ne accorsi; proseguii:—E dopo che per cinque anni, per cinque lunghi anni, s'è fatto, tutti i giorni, tutte le ore, tutti i minuti, sacrificio della propria volontà, dei propri desiderii,degli affetti, delle abitudini, dei pensieri, di tutto, insomma, sagrificio di tutto al proprio dovere, alla propria bandiera, a quei tre bei colori che noi dobbiamo aver cari più di noi stessi, più della vita, più di ogni cosa al mondo; quando dopo cinque anni passati così, il paese ti dice: Ora basta, hai fatto il dover tuo, restituiscimi quel fucile con cui m'hai difeso l'onore e la vita, e vattene a casa, chè tua madre t'aspetta, e le tue sorelle ti vogliono, e v'ha un'altra donna che la sera, affacciata alla finestra, guarda lungamente all'estremità lontana della via per cui dovrai ritornare; oh allora, credilo buon ragazzo, il poter ritornare fra le braccia della vecchia mamma colla coscienza di essere stato un bravo soldato, il poter tornare là sotto quel povero tetto colla fronte alta e col callo del fucile alle mani, credilo, è una felicità che non n'ha uguali sulla terra. Lo credi?—....Signor tenente!—E tornati a casa, la sera, quando splende una bella luna, si ricomincia a ballar sull'aia, come una volta, chè quelli sono i balli che ci piacciono di più, non è vero?Non rispondeva,—Dico bene sì o no?—Oh sì! sì!—proruppe quel povero soldato con una voce di cui mi sarebbe impossibile esprimere l'accento, ma che mi suona ancora nell'anima, come l'avessi udita pur ora;—oh sì che dice bene, signor tenente! Sicuro.... sicu....Sapete perchè s'interruppe? Perchè, intenerito, agitato com'era, mosso unicamente dall'affetto, che so io? dalla gratitudine per le mie fraterne parole, il buon giovane dimenticò per un istante che io era un ufficiale, che egli era un povero coscritto, e aveva steso un braccio verso di me; ma, ravvedutosi, l'aveva subito ritirato,non sì a tempo però che colla mano distesa non mi lambisse leggermente la manica del cappotto.—Eh!.... io esclamai.Si vergognò, si confuse, e, mormorando timidamente non so quali parole di scusa, si rintanò in fondo al casotto. Mi parve di sentir ch'ei respirasse con molto affanno. Forse piangeva.Mi allontanai di là che il cuore mi tremava di tenerezza. Io mi sentiva tanto contento di me! Guardai in su alle finestre illuminate; tornai a sentire la musica a cui da un pezzo non avea più badato; mi internai colla mente in quella sala.... Poh, erano tutte immagini sbiadite.Povera gioia codesta, io pensai, in confronto della mia.
Era una delle ultime notti di gennaio; nevicava; le vie della città, le piazze, i davanzali e i terrazzini delle case, gli alberi dei giardini, tutto era bianco, sepolta, sopraccarico di neve; i fiocchi venivan giù lenti, grossi, fitti, e sullo strato nevoso lungo i muri non appena s'imprimeva un'orma, che ne spariva ogni traccia. I lampioni agli angoli delle strade mandavano intorno un chiarore velato e tristo; sui crocicchi, per quanto si guardasse avanti e indietro, a destra e a sinistra, non si vedeva nessuno; in ogni parte un silenzio cupo; si sarebbe sentito, per mo' di dire, cader la neve.
Era una di quelle notti, in cui chi si trovi, per mala ventura, fuor di casa, s'affretta a ritornarvi; rasenta le case a passetti rapidi, muti, come un fantasima furtivo; l'occhio a terra per iscansare le pozzanghere, la tesa del cappello calata sulle orecchie e sul naso, il collo rientrato nelle spalle, il bavero del vestito rialzato sulla nuca, l'una mano ficcata nella manica dell'altra, tutto inarcato, tutto rimpicciolito; si getta a capo basso nel portone di casa, ascende le scale pestando forte i piedi fradici e scotendo i panni nevosi, caccia in furia la chiave nella toppa, entra, via il vestito, giù il cappello, in che stato! spinge la prima seggiola davanti al camino, vi si lascia cader su, un piede di qua e un piede di là, e abbassa il volto sul fuoco, e se ne sta li,e se lo cova, se lo stuzzica, se lo gode, succhiando lentamente un sigaro e geroglificando le ceneri colle molle e brontolando di tratto in tratto:—Che tempo!—Una di quelle notti in cui anche il marito disamorato e tediato avvicina un po' più del solito la seggiola a quella di sua moglie; e lo scapolo fantastica le gioie intime e tranquille d'una famigliuola, e, rinunciando alle baraonde consuete, si ficca per tempo sotto le coltri, si contorce un pochino per iscavarsi la fossetta calda, mette fuori tanto di mano quanto n'occorre per tenere il romanzo e, scorse due o tre pagine, s'addormenta placidamente aguzzandosi il gusto del caldo e del riposo coll'immagine dei poveri assiderati che non hanno letto nè casa. Una di quelle notti in cui la vita d'una città si ristringe tutta intorno ai focolari domestici, dove i consueti colloqui tra le famiglie e gli amici più stretti si producono oltre l'ora consueta, finchè i fanciulli presi dal sonno tiran di soppiatto la gonnella alla mamma per farle rammentare il letticciuolo che aspetta, e vanno poi a dormire pregodendo nel pensiero la gran battaglia a palle di neve che combatteranno il domani. Una di quelle notti in cui i desiderii più vivi son tre, come dicono gli scapati; un caro viso, un bel libro e un buon bicchiere.
Tutti, anche i più poveri, trovano, in codeste notti, la carità d'un po' di tetto, d'un po' di fuoco e d'un po' di strame; tutti trovano uno schermo dalla neve, almeno fino al primo rischiararsi del cielo, almeno per l'ore in cui la vien giù così fitta che par che voglia seppellire le case; tutti riposano, tutti dormono, tutti,—tranne la sentinella,—per cui non v'ha nè tetto, nè fuoco, nè riposo; ma solamente un solitario casotto di legno, un pesante mantello di pannaccio, e la consegna del caporale.
Guardate laggiù, in fondo a quella piazza tuttabianca di neve, e rischiarata intorno intorno da quattro lunghe file di lampioni, laggiù accanto alla gran porta di quel palazzo principesco, alto, bruno, dalle forme colossali ed antiche, da tutte quell'ampie finestre illuminate; guardate là in quel casotto, quell'uomo imbacuccato, ritto, immobile come un simulacro di marmo; guardatelo. Egli da più ore è là, senza moto, senza parola, colla destra intirizzita sulla fredda canna del fucile, e i piedi nella neve, e l'occhio chinato e fisso, che par che noveri i larghi fiocchi che gli piovono intorno. Di tratto in tratto gli occhi gli si socchiudono, la testa gli s'inclina insensibilmente sull'omero; ma tosto un'interna voce lo ammonisce, ed egli risolleva vigorosamente la fronte ed apre e dilata gli occhi e li gira intorno più rapidi e più vigilanti, come per compensare la sua coscienza di quel momento di languore e d'inerzia. Guardatelo; tutti, anche i più poverelli, hanno un po' di casa, un po' di fuoco, un po' di letto, tutti; egli non l'ha.
Questi pensieri io volgeva in mente una notte, sul cader di gennaio, essendo di guardia, con una quarantina di soldati, appunto in quella piazza e a quel palazzo. E me ne stava, così pensando, poco lunge dalla porta, misurando a passi lenti un breve tratto della piazza sgombro di neve, e volgendo a quando a quando gli occhi in su, alle finestre illuminate, per cui mi giungeva fioca all'orecchio un'armonia confusa di flauti e di violini, e un rumor sordo e pesante di passi mutati in cadenza sopra un vasto solaio. Poi guardava nell'ampio vestibolo gli smaglianti lampadari di cristallo, e i tappeti e i vasi di fiori sparsi sul pavimento marmoreo, e le pareti coperte d'arazzi e di allori; e sul dinanzi, fra me e la porta, un viavai di carrozze di gala, un vociar di cocchieri, e uno scendere e salire continuo d'uomini e di signore, e un accorrere in fretta agli sportelli, unaprir reverente, un porger rispettoso di mani, uno strascicar lungo di vesti, uno scoprirsi di teste azzimate, un incurvarsi di schiene, un giungere e uno scappar incrociato di servitori dalle assise sfoggiate e bizzarre. Ecco, s'avanza una carrozza stemmata; si ferma; i cocchieri precipitano a terra; tutti si fanno intorno; dieci mani si gettano a gara sulla maniglia dello sportello; una mano fortunata lo afferra; lo sportello si schiude; la folla degli accorsi si apre in due ali, a destra e a sinistra; i colli si allungano, gli sguardi si tendono; spunta una testa, un piedino, una manina vestita d'un guanto candido; un'altra mano si stende di mezzo alla folla e la stringe timidamente per la punta delle dita;—giù il piedino,—adagio,—con riguardo,—ancora un po',—un pochino ancora, il piedino è a terra. Oh bellino! Guai se toccava un fiocco di neve! Ma è rimasta dentro la coda della veste. Oh sventura! Si sarà attaccata ad un chiodo, chi sa! Presto, accorrete, in due, in tre, in quattro:—dove s'è attaccata?—qui—no—là—piano—con garbo—delicatamente—cerca, cerca—ah! ecco. La coda è libera, lo strascico è giù, ella è in piedi. La stupenda figura! Largo, indietro, miratela. Un cappuccio indiscreto non consente all'occhio che pochi tratti di quel caro viso; è un viso d'angelo! Una zimarra gelosa ruba agli avidi sguardi i bei fianchi e le candide spalle; ma ne lascia indovinare, sotto le pieghe, le forme: elle son divine! La bella figura incede mollemente,—svolta,—mette il piè sulla scala,—ancora un lembo di veste,—è sparita. Peccato! Ma l'occhio della mente la segue in mezzo alla folla inebriata di quelle sale rumorose; fra tutte le altre belle teste ornate di gemme e di camelie l'occhio della mente distingue le sue trecce e i suoi fiori, e le tien dietro nei rapidi voli della danza, e in mezzo aquella cara battaglia di sguardi accesi che si provocano, si cercano, si sfuggono amabilmente astuti, s'incontrano amabilmente audaci, e tra 'l fascino dei molli abbandoni e la voluttà delle strette segrete, languiscono, lampeggiano, pregano, ricusano, promettono, puniscono, concedono e rapiscono in cielo.
—Ed egli è là, io pensava, povero soldato! Egli è là, esposto al freddo, alla neve, solo, muto, negletto, senza conforti, senza speranze; lassù si suona, si danza, si ride, si folleggia, si gode la vita nelle sue ebbrezze più ardenti e più care, ed egli, da quella solitudine, da quella oscurità, da quel silenzio, è costretto a subire il tripudio che gli ferve sul capo, e a paragonarlo col suo tristo abbandono, alla malinconia stanca del suo povero cuore. Bisogna ch'ei subisca l'immagine di quelle danze, di quei cari volti, di quelle belle persone, di quegli sguardi, di quei sorrisi, egli che è solo, lontano dai suoi, che non ha un viso di donna che gli sorrida, che non ha una manina amica da stringere; ma che forse, a maggior dolore, avrà sempre fitta nella memoria una treccia nera e due occhi modesti che una volta gli facevano tremar l'anima di dolcezza! Ah in mezzo a quelle teste ingemmate e infiorate egli la sogna, egli la vede quella cara treccia senza gemme e senza camelie!—Caporale.
—Presente.
—Chi è il soldato in sentinella?
—Il tale.
—Andate—Il cuore me lo diceva: è un coscritto. Povero coscritto! Son pochi giorni ch'è al reggimento, è ancora stordito da questa nuova vita; la sua testa e il suo cuore sono ancora a casa colla madre e fra le quiete abitudini della vita di prima; il pensiero del ritorno non gli passa nemmeno pel capo, o, se gli passa,gli è un pensiero d'una felicità tanto lontana! Nel reggimento non ha ancora amici, non ha ancora conforti; subisce ancora i motteggi dei vecchi soldati, e le prime durezze, che son le più dolorose, della disciplina; non una voce amica, non una parola affettuosa, non un sorriso, nulla; sempre vociacce burbere, minacce, brutti visi. Dopo un'altr'ora ch'ei starà là, verrà qui, stanco, fradicio, pien di freddo, pien di sonno, e non avrà che un nudo tavolaccio su cui riposare, e dormirà un sonno interrotto e penoso, e sarà destato da una squassata alle gambe o da una manata di neve nel viso; non un po' di quiete, non un po' di fuoco per asciugarsi i panni, non una goccia di vino; nemmeno un po' di tabacco, forse...; nulla, nulla. Egli soffre, in questo momento, lo giurerei. Quella musica e quella festa gli fanno male. Voglio accertarmene. Voglio andarlo a vedere.... Ma no.... Oh che no! Sì, invece, sì; lo voglio andare a vedere; e ci vado; sicuro che ci vado; perchè non ci dovrei andare? Oh stiamo a vedere! Voglio andarci.—
E mi mossi. Passai dinanzi al casotto; guardai dentro, era scuro; non potei vederlo nel viso. Tornai indietro, sostai un momento, e pensai:—Quando si è agitati da un affetto vivo, gioia o dolore ch'ei sia, il suono della prima parola che si profferisce dopo un lungo silenzio è impossibile che, lì su quel subito, non si risenta di quell'affetto e non lo riveli. Proviamo.—Mi avvicinai al casotto e mi ci fermai dinanzi. La sentinella mi avvertì, si scosse e s'avanzò fin sul limitare. Io non la vedeva nel viso; ella non vedeva me. Le domandai con un accento affettatamente sbadato:—Hai freddo?—
Esitò un momento e poi:—Nossignore.—
Bastò: in quella voce io aveva avvertito un lievissimo tremito; in quella voce v'era un suono di pianto;non v'era dubbio; io non m'era apposto male; avevo indovinato il suo cuore.
—Non hai proprio freddo, punto punto?
—Eh no—un poco—si sa.... non mica tanto però.... così....
Poveretto, e gelava! Temeva di fare un atto d'indisciplina quel buon ragazzo a dirmi che gelava! Come se la neve l'avesse fatta venir giù lui o glie l'avessi fatta venir giù io, proprio sui piedi, che li doveva aver conci Dio sa come! Mi piacque tanto quella sua risposta,—povero giovane. E non mi si venga a chiacchierar di separazione tra uffiziale e soldato, in quei momenti lì; il cuore non è mica gallonato come il berretto: Dio buono! Come si fa a resistere? Come si fa a star duri? A meno d'esser di sasso, sfido io. Però non volendo aver l'aria di esser andato là a far il consolatore pietoso, e neanco lasciarlo prima d'avergli rifatto un po' l'animo con quattro parole da amico, girai largo e gli chiesi:
—Quanto tempo ti tocca ancora di restar qui?
—Non so mica, signor tenente.... l'orologio qui vicino non si sente.... per causa della musica.
—Già;—ecco (ruppi il ghiaccio), sicuro che—a star qui—fermi—a quest'ora, con questo tempo, non è mica un piacere; si sa. Ma—Dio buono—il nostro mestiere.... è tutto così: bisogna pigliarlo com'è. Eh, caro mio, questo è niente. Se si farà la guerra, allora sì che ne vedrai delle brutte. È un altro par di maniche, sai; te ne convincerai per prova. Quando s'è agli avamposti, per esempio, in un bosco buio buio, sotto una di quelle pioggierelle fine fine che passano panni e pelle e mettono dei malanni addosso, e si è soli, isolati, e non si vede un palmo più in là del naso, eppur bisogna star là, fermi, dritti come fusi, con l'occhio vigile,colle orecchie all'erta, che c'è il nemico davanti e da un momento all'altro può capitarci addosso; e dopo tutta una notte che s'è stati là, si ritorna al campo del reggimento, e non ci si trova da levarsi la lame, e non c'è posto per dormire, o bisogna sdraiarsi sul fango o sui sassi o sull'erba bagnata; eh allora sì che la è una dura vita! Adesso è niente. Eppure anche quella vita tutta fatiche, tutta stenti, tutta pericoli, i bravi soldati la fanno di buon animo, e non si lamentano mai, e quando possono dormire, bene; quando non possono, pazienza; quando c'è il pane, viva il pane; quando non ce n'è, si digiuna, e alla buon'ora, e non ci si fa del cattivo sangue per questo. E sai perchè? Perchè si vive fra amici, fra bravi camerata, e si sa di fare il proprio dovere, si sa di fare i soldati per difendere il paese dove s'è nati e cresciuti, dove s'ha la famiglia, la casa, gli amici e.... l'amorosa, tutto ciò che abbiamo di più caro e di più sacro a questo mondo; capisci? E la coscienza di fare il proprio dovere basta, vedi, ai bravi soldati; oh se basta! Guarda un po' quanti soldati han tratto fuor dal fiume,—laggiù dalla parte dove si fanno i bagni d'estate,—dei poveri disgraziati che stavan per annegare! Ebbene, quei soldati che si son messi al rischio di morire per salvar la vita a gente che non conoscevano nemmeno, che cosa hanno avuto in premio? Nulla; cioè molto: la gratitudine dei salvati, e la coscienza della loro bella azione, e questo è tutto per un galantuomo. E i soldati che dan la caccia ai briganti? Ogni giorno ce ne muor uno; chi lo sa ch'ei sia morto? chi lo ricorda il suo nome, fuor della gente di casa sua? Eppure i soldati ci stan volentieri su quelle montagne, in quei boschi, in quei burroni, a menar la maledetta vita che menano; e perchè? Perchè sanno di fare il loro dovere. E i carabinieri, poveri soldati anch'essi, chegiran due a due per la campagna, di notte, in mezzo ai malandrini appostati nei fossi, che tirano le schioppettate a tradimento, non fanno anch'essi una gran dura vita i carabinieri? Eppure, vedi come fanno di cuore il loro dovere! Così le sentinelle; la stessa cosa. Di notte, in queste notti qua, chi le vede le sentinelle avviluppate ne' loro mantelli, rannicchiate in fondo ai loro casotti, immobili, silenziose; chi le vede, chi le sente, chi sa ch'elle vi siano, chi pensa a loro, chi se ne cura? Eppure la sentinella deve star là ferma al suo posto, di buon grado, senza malinconie, senza triste fantasticaggini pel capo, e pensare:—Tutti dormono, io solo veglio; ma veglio sul sonno di tutti; se non vi fossero sentinelle, nessuno dormirebbe dalla paura. Il mio piccolo casotto protegge i più vasti palagi; dappertutto ove si canta e si suona e si fa del baccano, lo si fa senza pensieri e senza sospetti perchè io taccio e vigilo e tendo l'orecchio per tutti; il mio rozzo mantello protegge le vesti di seta e di velluto delle signore che vanno ai balli; quest'ombra protegge quella luce; il mio silenzio, quei suoni. Dal sentimento di queste grandi verità, a cui non si suole pensare, a cui molti non hanno mai pensato, ma che pur si dovrebbero tener sempre vive nella mente e nel cuore, dal sentimento di queste verità deve trar conforto il soldato, e capire che in questo sentimento risiede il più bel premio dei suoi sacrifici e delle sue virtù. Sei persuaso?
—Oh sì, tenente.—
La sua voce aveva tremato; era venuta dal cuore, e aveva trovato un intoppo a mezza gola; me ne accorsi; proseguii:
—E dopo che per cinque anni, per cinque lunghi anni, s'è fatto, tutti i giorni, tutte le ore, tutti i minuti, sacrificio della propria volontà, dei propri desiderii,degli affetti, delle abitudini, dei pensieri, di tutto, insomma, sagrificio di tutto al proprio dovere, alla propria bandiera, a quei tre bei colori che noi dobbiamo aver cari più di noi stessi, più della vita, più di ogni cosa al mondo; quando dopo cinque anni passati così, il paese ti dice: Ora basta, hai fatto il dover tuo, restituiscimi quel fucile con cui m'hai difeso l'onore e la vita, e vattene a casa, chè tua madre t'aspetta, e le tue sorelle ti vogliono, e v'ha un'altra donna che la sera, affacciata alla finestra, guarda lungamente all'estremità lontana della via per cui dovrai ritornare; oh allora, credilo buon ragazzo, il poter ritornare fra le braccia della vecchia mamma colla coscienza di essere stato un bravo soldato, il poter tornare là sotto quel povero tetto colla fronte alta e col callo del fucile alle mani, credilo, è una felicità che non n'ha uguali sulla terra. Lo credi?
—....Signor tenente!
—E tornati a casa, la sera, quando splende una bella luna, si ricomincia a ballar sull'aia, come una volta, chè quelli sono i balli che ci piacciono di più, non è vero?
Non rispondeva,
—Dico bene sì o no?
—Oh sì! sì!—proruppe quel povero soldato con una voce di cui mi sarebbe impossibile esprimere l'accento, ma che mi suona ancora nell'anima, come l'avessi udita pur ora;—oh sì che dice bene, signor tenente! Sicuro.... sicu....
Sapete perchè s'interruppe? Perchè, intenerito, agitato com'era, mosso unicamente dall'affetto, che so io? dalla gratitudine per le mie fraterne parole, il buon giovane dimenticò per un istante che io era un ufficiale, che egli era un povero coscritto, e aveva steso un braccio verso di me; ma, ravvedutosi, l'aveva subito ritirato,non sì a tempo però che colla mano distesa non mi lambisse leggermente la manica del cappotto.
—Eh!.... io esclamai.
Si vergognò, si confuse, e, mormorando timidamente non so quali parole di scusa, si rintanò in fondo al casotto. Mi parve di sentir ch'ei respirasse con molto affanno. Forse piangeva.
Mi allontanai di là che il cuore mi tremava di tenerezza. Io mi sentiva tanto contento di me! Guardai in su alle finestre illuminate; tornai a sentire la musica a cui da un pezzo non avea più badato; mi internai colla mente in quella sala.... Poh, erano tutte immagini sbiadite.
Povera gioia codesta, io pensai, in confronto della mia.
IL CAMPO.Un bel prato, piano, vasto, rettangolare, limitato ai quattro lati da un fosso e da una siepe, e folto d'erba e tempestato di margheritine. Al di là del fosso, dall'un dei lati, un fitto bosco di gelsi, di quercioli, di marruche, e più oltre, sporgente al di sopra di quella macchia, una collinetta a lento declive, bassa, verde e sparsa d'alberi e di casicciuole bianche. A mezzo della china, un gruppo di case più alte e d'aspetto più cittadino, e un campanile alto e leggero. Intorno intorno certi palazzotti azzurri e rossastri, e poggetti fioriti, e lunghi filari di pini, e gruppi di salici, e viali sabbiosi, serpeggianti, intersecati; e qua e là statuette candide e zampilli d'acqua mezzo nascosi fra gli alberi e i cespugli. Dinanzi a quel prato, lungo il lato opposto al bosco, corre una strada larga e rilevata, e gira intorno al folto degli alberi, e ascende, su per la collina, al villaggio. In quel prato ha posto le tende un reggimento.Poniamoci su quella strada e guardiamo quel campo. Cominciando a venti passi dal fosso, fino all'opposto limite del prato, otto lunghi ordini di tende, gli uni agli altri paralleli, e divisi da uno spazio di una diecina di passi. Per ogni ordine un cento di tende; tre soldati per tenda, trecento soldati per serie, due milaquattro cento, o poco meno, fra tutti; un reggimento. Le tele nette, tese; le cordicelle fisse nel suolo sur una linea retta; gli intervalli uguali; tutto in ordine, tutto appuntino; un campo fatto a pennello. Di rimpetto all'apertura delle tende, e sul di dietro, e sui lati, capannucci e tettarelli di frasche,—le hanno rubate agli alberi di quella povera campagna circostante, e il colonnello è andato in collera!—e legate ai rami, come ad archi di trionfo, ghirlande penzolanti di rosolacci e di pannocchiette intrecciate. Qua e là, in cima a una canna confitta nel suolo, sventola qualche cencio di bandiera, fatta d'una cravatta rossa, d'un lembo di camicia e d'un fazzoletto turchino, che si dà l'aria di verde. Dentro le tende, una confusione di paglia, di panni, di zaini, di cencerelli, di giberne, di canne di fucile e di baionette. Tra tenda e tenda funicelle tese, su cui sono sciorinate quelle certe mezze mutande, che dovrebbero giungere fino alla noce del piede sulle gambe supposte dal governo; ma giungono solamente fino al ginocchio sulle gambe dei soldati come li ha fatti la mamma.A destra di tutte codeste tende, in senso parallelo al lato più corto del campo, una serie d'altre tende, ma di forma conica, e più alte, più capaci, più tese, fatte più ammodo, le tende degli uffiziali; da quella del colonnello, che è la più vicina alla via, giù giù fino a quella degli uffiziali della compagnia estrema. Più a destra, in senso parallelo a codeste tende, lungo il fosso divisorio, una lunga fila di carri sopraccarichi di casse, cassette e bauli e involti e cento oggetti svariati; dietro l'ultimo carro, nell'ultimo angolo del prato, una schiera di cavalli e di muli legati ai tronchi degli alberi. Lungo il lato opposto,—il lato sinistro,—una sterminata sequela di marmitte nere, disposte in gruppi adintervalli uguali, e tra gruppo e gruppo fornelletti di sassi e di mattoni accatastati, e mucchi di cenere, e rimasugli di tizzoni spenti, di stipe e di fuscelli sparpagliati. Al di là del fosso, alberetti distesi a terra, schiantati e scapezzati; siepi sforacchiate; solchi calpestati e disfatti; tutti i segni d'un vasto saccheggio. Uh il colonnello! com'è andato in collera!Un ponticello di legno, fatto lì per lì, con due tronchi d'albero e poche assicelle, unisce il campo alla via. Accanto al ponte, dentro il campo, lungo la sponda del fosso, dieci o dodici tende isolate; in esse i prigionieri coi ferri. Sul ponte una sentinella; un'altra dinanzi a quelle tende; una serie d'altre intorno al campo nei punti d'uscita.Tal'è il campo.Cadeva il sole; era una bellissima sera di luglio; il cielo mirabilmente limpido, la campagna ancor umida e fresca d'una pioggia recente, e quel boschetto oscuro, quella bella collina verde, quelle ville, quel paesello ancora dorato da uno sprazzo di sole....; stupendo il luogo, stupenda l'ora.Pel reggimento era un'ora di riposo, di svago e di festa. Tutti erano in moto. La più parte, in maniche di camicia e in calzoni di tela, girandolavano per tutte le parti del campo, scompagnati, a coppie, a brigatelle; alcuni giacevan seduti o sdraiati in gruppi, o correvano in giro inseguendosi l'un l'altro come gli scolaretti nel cortile del collegio; altri giocavano alle murielle co' sassi; altri tiravano di scherma co' bastoni in mezzo ad un cerchio di spettatori; altri, teso uno spago fra due tende, saltavano a scommessa fra due ali di ammiratori affollati; altri, seduti sulla sponda del fosso, attorno a un cencio di tovagliolo steso sull'erba, divoravano quattro foglie di lattuga fra amici, sbocconcellando un po' di pan bianco(di quello che mangiano gli ufficiali, capite); altri stavan seduti a cavalcioni delle sbarre dei carri a fumarsela in santa pace; altri, vestiti di certe giubbe di tela cadenti a brani, a cui non restava di bianco altro che il passato, si affaccendavano attorno ai fornelli e alle marmitte spezzando col ginocchio e ammonticchiando rami, stoppie e fuscelli per la cucina; e in ogni parte si levava un gridìo, un frastuono misto d'urli e di canti e, un mormorìo continuo e diffuso.Quanti bei quadri, chi li sapesse ritrarre con pennello fedele!Là in fondo al campo, nel mezzo del lato opposto alla via, il vivandiere ha disposto i suoi tre carri a foggia di tre lati d'un trapezio, l'apertura volta verso il campo; ha disteso una tenda rappezzata e lacera fra i due carri laterali, ha rizzato in piè due o tre tavole, e due o tre pancaccie nere e squilibrate; ha posata un'imposta d'armadio sopra le due botti più alte, e n'ha fatto un banco; gli ha messo dietro la botte più larga e v'ha allogata sopra la moglie; ha teso fra due raggi di ruota una cordicella unta e bisunta e ci ha appesi certi così lunghi, neri, crostosi, che vorrebbero dare ad intendere d'essere salami masticabili e ingoiabili senza pericolo di morte; ha messo in vista, per eccitare la ghiottoneria dei soldati, un paio di cestelle degli erbaggi migliori, un gran piatto di polli spennacchiati e macilenti, un gran pezzo di carnaccia cruda, e una filatessa di fiaschi, di bottiglie e bicchieri, e sigari pregni d'olio e fogli di carta da lettera odorati di chi sa che, e poi:—Avanti, ragazzi! Qui si mangia da crepare—Può darsi.Le panche son tutte ingombre; le tavole coperte di bottiglie e di bicchieri; si gioca alla mora, si canta, si grida, si zufola, si strepita; i bicchieri di tratto in tratto danno un gran tentennio e cozzano l'un contro l'altro,e il vivandiere si volge:—Che facciamo laggiù?—Comparisce un uffiziale, silenzio profondo; sparisce, daccapo il baccano. Intanto, nel passaggio aperto fra le tavole si forma una calca di due processioni opposte, di chi viene col gamellino a tor del vino, e di chi se ne va col gamellino ricolmo gridando:—Largo!—e bestemmiando e imprecando il malanno a chi non cede il passo e glie ne fa traboccare una stilla. Attorno alla vivandiera s'è già formato un cerchiolino di caporalotti; quello della terza compagnia, fra gli altri, che è così bellino e così sfacciatello; e il marito lo sa, e non tralascia di lanciargli certe occhiate di sotto in su che paiono sassate; e la vivandiera non manca di far gli occhiolini soavi ai suoi prediletti; e il marito vorrebbe protestare; ma gli affari della bottega vanno bene, e -questo si deve anche un po' alle moine di quella briccona.—Chiudiamo un occhio, egli pensa, finchè vengono i quattrini.—Un soldato s'avvicina al banco.—Che cosa vuoi?—Un bicchierino di rum.—Eccolo, paga.—To', e porge un biglietto.—Non cambio io; non ho quattrini.—E io come faccio?—Oh bella, ingegnati.—E il povero soldato se ne riman lì, grullo, confuso, a stropicciare il biglietto colle dita, a sogguardare il bicchierino con un visaccio imbronciato. Poi s'allontana lentamente:—Noi ci pagano colla carta, noi; e dire che la moneta c'è! Ma se la intascano tutta quelli che vanno a cavallo.—Cinquanta passi più in qua, un altro quadro. È un capitano che radunò una cinquantina di soldati della sua compagnia, quanti gli venne fatto di trovarne là attorno, li ha disposti in circolo, e, dopo detto che il dì vegnente s'avrà da camminar di molto e che il primo che rimarrà a mezza via ei lo farà mettere ai ferri corti, fece recare in mezzo una botticella di vino, e, adocchiatoun de' soldati più lesti:—A te, gli disse, via lo zipolo e mesci.—Tutti gli si fanno addosso tendendo gamellini, borraccie e bicchieri.—Un momento, per Dio; levatevi di lì, fatevi indietro, aspettate.—Tutti si ritraggono indietro. E mentre il soldato s'adopra a sturare la botticella ingegnandosi coll'ugne e colla punta della baionetta, e il capitano sta là curvo colle mani appoggiate sulle ginocchia a sorvegliare l'operazione, tutti gli altri, ritrattisi indietro, smozzicano fra' denti delle risate di gusto, e si stropicciano le mani piegando e stringendo le ginocchia e inarcando la schiena, e si fan l'un l'altro certi segni taciti, certi visi, certe smorfie buffonesche, e si toccano l'un l'altro col gomito accennandosi col capo e con un chiuder di occhi furbesco quell'insolito apparato, e si passano il rovescio della mano sulla bocca come per prepararla a gustare intera la voluttà di quel nettare senz'altro umore profano sul labbro, e si scambiano dei pizzicotti furtivi, e si fregano l'un l'altro spalla contro spalla, e ad un tratto—il capitano s'è vôlto—tutti dritti, fermi, duri, seri, tanto per non parere che van pazzi per due goccie di vino. Il capitano fa cenno che si accostino; essi s'accalcano; lo zipolo è tolto; una grossa vena porporina, gorgogliando, prorompe; dieci gamellini stan sotto a raccoglierla; dopo questi dieci altri, e poi altri dieci, e via così. E giù, in corpo, a ondate.—Tocchiamo? domanda una voce. Tocchiamo! rispondono venti altre. I gamellini si levano al di sopra delle teste, si movono, girano e rigirano, si urtano, il vino trabocca e si sparge sulle teste, sulle faccie, sulle mani e colora giubbe e farsetti, e sgocciola dappertutto; ma che monta? Viva l'allegria, viva il sor capitano! esclama a mezza voce uno dei più arditi già mezzo convinto di aver fatto una corbelleria.—Viva! rispondono gli altri in coro.—Tacete, per Dio! gridaimpetuosamente il capitano, non riuscendo però a celare sotto quella collera affettata tutto l'intimo compiacimento;—avete perduta la testa? Scioglietevi!—La brigata si sparpaglia di corsa in tutte le direzioni. Ma altri soldati, che hanno avuto sentore di quel po' di festicciola accorrono. Tardi però; la botticella è vuota, e la borsa del capitano è chiusa. E i nuovi accorsi gironzano là attorno, sogguardano alla sfuggita, fanno, come suol dirsi, gli indiani, e voltano gli occhi in su a contemplare le nuvole, e dan della punta del piede ne' sassolini, e sbadigliano sforzatamente; invano; il capitano non li vede, si allontana; ogni speranza è morta. Dunque, tanto vale far gli allegri; i nuovi venuti tornano là donde partirono, canterellando con quella voce agra e stentata, che pare ci voglia morire a mezza gola, quando abbiamo in cuore la stizza, e la vogliamo e non la possiamo dissimulare.Ora guardiamo in un altro punto, laggiù, nell'angolo estremo. Lunghesso quel tratto del campo corre un canaletto largo un tre o quattro metri o giù di lì, e in esso un'acquarella fonda un par di palmi, tra due sponde molli e sdrucciolevoli. Sur una di quelle sponde parte giacciono e parte vagano a diporto i soldati della compagnia attendata là presso. All'improvviso da un crocchio d'uffiziali ritti sulla sponda opposta s'alza una voce:—Una lira da guadagnare! Chi salta questo fosso, eccola qua.—E di mezzo al crocchio si leva un braccia con una moneta in mano. Tutti si volgono, e corrono da quella parte. Io—Io—Io—Anch'io—Anche noi—Anche noi altri. Un ufficiale:—Vediamo. Schieratevi là.—E fa cenno colla mano. La folla gli volge le spalle, accorre confusamente a venti passi dalla sponda, si arresta, si volge indietro, si schiera, si dispone in semicerchio, i più animosi al centro, i più poltroni alle ali; tre o quattro del mezzo si disputano coi gomiti la precedenzadel posto, uno finalmente la vince, pianta il piè sinistro innanzi, inclina la persona addietro, misura coll'occhio il terreno, si alza in punta de' piedi a guardare il fosso, pensa, esita, si volge al vicino:—Salta prima tu.—Un uh! di vergogna si alza da tutte le parti.—Il vicino esita anch'esso, due o tre altri si ricusano.—Largo, largo, che salterò io, sclama un nuovo arrivato aprendosi un varco a furia di spintoni e di pugni. Gli si fa largo, viene avanti, si mette in pronto, si dondola avanti e indietro, avanti e indietro, adocchia il fosso, adocchia il terreno.... è partito. Divora lo spazio interposto, e sull'orlo—forza—bravo, è al di là, piantato sul piede destro, col sinistro in aria e le braccia alzate. La lira è sua; via subito a tracannarne un sorso. La gara è accesa; un altro saltatore s'è slanciato; un'altra lira è vinta. Un terzo parte: oh com'è fiacco! Giunge sull'orlo, spicca il salto, ahi! giù, dentro, lungo e disteso; acqua in faccia a tutti. Un urlo prolungato, sgangherato, erompe da tutte le bocche e finisce in una risata dai precordi, accompagnata da un fragoroso batter di mani. Il poveretto è salito a stento sulla sponda, tutto fradicio, tutto stillante, coi capelli sparsi e attaccati a ciocche sulle orecchie e sul viso, coi calzoni raggrinzati sulle gambe, colle braccia penzoloni... Ma gli uffiziali si muovono a pietà.—Un bicchier di vino a questo povero diavolo!—esclama l'un d'essi. E la faccia del povero diavolo si rasserena.E i crocchi de' cantatori? Oh quanti! Uno qui, uno là, un altro più in giù. Attorno alle tende, sotto gli alberi, a cinque, a dieci, a venti assieme. Questi gorgheggiano una romanza patetica con tanto di muso duro; quegli altri brilli a mezzo, con cert'occhi lustri e certe cere imbambolate, schiamazzano una canzonaccia da baccanale, sollevando con tutt'e due le mani un gamellino ad ogni ripresa di strofa, e cacciandovi la testa dentroe tracannandone il vinaccio a lunghi sorsi; e poi un agitar di berretti a dimostrazione di gioia, e un battersi reciproco delle palme sul dorso, e un gridare acuto e ringhioso: Evviva la biondaaa! con certi ghigni, con un cerio scimiesco raggrinzar di naso, con certi atteggiamenti di satiri. Intorno ai cori dalle voci più armoniose e concordi, un piccolo circolo di spettatori, e in mezzo a que' cori un direttore che segna la cadenza col dito, e fa vergogna a chi stona, e piglia la sua parte sul serio e fa un viso tutto modesto girando l'occhio intorno all'uditorio che si va ingrossando.Ma vi son pure i solitari, i malinconici, che vanno lungi da quel baccano, da quella festa, e a cui la musica e le grida, anche udite fiocamente da lontano, fanno tristezza e dispetto. Essi vagano nelle parti deserte del campo, o stan seduti sull'orlo dei fossi, coi piedi a fior d'acqua, turbando con una verghetta di salice le sabbie e i sassolini del fondo; o se ne stanno sdraiati traversalmente dinanzi all'apertura della tenda, colla pipa spenta fra le dita, un gomito appoggiato a terra, la faccia nella palma della mano e lo sguardo estatico su quei bei nuvolotti colorati di fiamma viva dal sole caduto. Corrono cogli occhi la cresta di que' monti e pensano a che ci abbia ad essere al di dietro: pianura; e poi? altri monti; e dietro a questi? un'altra volta piano; e avanti, avanti, per monti, per valli e per piani sconosciuti, immaginando, immaginando, finchè avvertono d'improvviso le note e care vette del proprio paese, e contemplano con un misto di tenerezza e di accoramento quel tramonto di sole che non han più veduto da tanto tempo. Poi, ad un tratto si scuotono, girano gli occhi all'intorno, par che s'accorgano in quel punto per la prima volta dove sono e in mezzo a chi sono, mandano un sospirone, danno unacrollatina di capo come per cacciare quel po' di malinconia che comincia a farsi posto nel cuore, si rizzano in piedi, e via, di corsa, a imbrancarsi cogli altri, a fare il chiasso, che tanto struggersi il cuore per cose che non han rimedio non mette conto.Ma non tutti quei solitari mutano pensiero; molti dei soldati più giovani, taluni dei più vecchi restan là tutta la sera, a pensare, a pensare, strappando ad uno ad uno i fili d'erba d'intorno. Alcuni, seduti colle gambe incrocicchiate a mo' di turchi, vanno strofinando con un cencio la baionetta, o rammendano i panni, o attendono a qualche altra faccenduola, accompagnando il lavoro con un canterellar lento, monotono, mesto il più delle volte ne' pensieri e nelle note. Altri dan di piglio allo zaino, vi spiegan sopra un foglio di carta con suvvi dipinto un soldatino in atto di partire per la guerra, o un gran core passato d'una gran freccia; si stendono a terra bocconi, e tirano fuori un mozzicone di penna rugginosa, e pigiano e rimestano la spugnetta filosa d'un calamaro risecchito, e, dopo aver guardato più volte la punta di ricontro alla luce e averla premuta più volte sull'ugna e aver passato e ripassato sul foglio la palma della mano e soffiatovi su ritraendo e allungando il collo a più riprese, scarabocchiano di gran paroloni storti e tiran giù di grandi aste serpeggianti, volgendo a volta a volta la faccia in su come per domandar al cielo l'ispirazione di quella tal parola, di quella tal frase che non ricordano più, ma che hanno letta di sicuro, lo giurerebbero, l'hanno letta in un libro stampato, non san più quale. Come i soldati così v'hanno gli uffiziali dall'umor triste e dall'animo repugnante alle gioie chiassose, i quali, o stanno seduti a cavalcioni delle loro cassette, dinanzi alla tenda, con un libro in mano, od errano negli angoli romiti del campo, in mezzo a queisoldati.—A chi scrivi? domanda un uffiziale, soffermandosi dietro a un soldato che scrive. A casa scrivi?—Sissignore, risponde questi puntando in terra il ginocchio per rizzarsi in piedi.—No, no, sta pure; tira innanzi. È tanto tempo che impari?—Quattro mesi.—Fa' vedere. Non c'è male. Bravo.—E va oltre. Si sofferma dietro a un altro:—E tu a chi scrivi, a tuo padre?—Il soldato accenna di no, sorridendo.—A chi dunque, alla mamma?—Neppure.—A chi?...—Il soldato segue a ridere, piega la testa contro la spalla e con una mano aperta finge di giocherellare attorno al foglio per celarne la prima parola.—...Ho capito, briccone.—E quei due soldati sono contenti; una parola bastò a metterli di buon umore; forse, più tardi, s'imbrancheranno a ballare anch'essi; e costa così poco una parola!Guardate un po' sulla via, guardate chi giunge. Be', mi direte, un furiere che reca una borsa a tracolla, e con ciò? Aspettate. Aspettate che quell'uomo abbia posto piede nel campo, che qualcuno l'abbia scorto, che sia passata la voce della sua venuta, e vedrete, nel campo, che rimescolamento, che scompiglio, che clamori. Eccolo, egli entra, e si dirige a passi celeri e furtivi, guardando attorno sospettosamente, verso la tenda; cerca di passare inosservato per cacciarsi un momento là sotto a porre un po' di sesto in quel guazzabuglio di carte, chè se no sarà un vero rompitesta a distribuirle. Ma invano. Un soldato lo scorge, si volge ai compagni e dà un grido di gioia: Lettere!—Lettere? si domanda all'intorno accorrendo e cercando cogli occhi qua e là. Dov'è? Dov'è?—È andato per di qua—No, per di lì—Ah, eccolo là.—Tutti si slanciano là. Intanto la novella è volata fino ai limiti estremi dei campo; da tutti i crocchi dei soldati se ne staccano ad un punto due, tre, quattro, e via di corsa, e corri, e corri, su,su, a chi giunge il primo, a chi carpisce il primo la lettera sperata..... Ma sì! il povero porta-lettere è già circondato, avvolto, pigiato, soffocato da una folla irrequieta e impaziente che agita in alto le braccia e tende le mani, e lo assorda con un ronzìo di voci supplichevoli, insistenti, e fluttuando fluttuando lo trasporta qua e là alla ventura; finchè da quella densa folla di braccia levate colle palme aperte si vanno staccando volta per volta due, tre, quattro mani stringenti convulsamente una lettera sgualcita, e via, sotto la tenda, a leggere in santa pace. E a poco a poco il serra-serra si dirada, la folla si riduce ad un gruppo, qualche testardo deluso resta ancora a insistere con voce lamentosa:—Ma per me, non c'è proprio niente per me? È impossibile; oh Dio mio, guardi meglio; mi faccia questo piacere.—Ma se dico che non c'è niente! Oh in nome del cielo, lasciatemi respirare una volta.—I pochi rimasti si sparpagliano lentamente col mento sul petto e le braccia spenzolate, e il porta-lettere, poveretto, respira, mette un gran soffio, e asciugandosi la fronte colla mano:—Sia lodato il cielo, è finita.Lungo la sponda dello stradale, dalla parte del campo, una lunga schiera di curiosi, la più parte villani; uomini, donne, fanciulli, accorsi dal villaggio a contemplare quello spettacolo così novo e bizzarro. I fanciulli accosciati giù per la sponda del fosso; i padri e le madri ritti sull'orlo della via; le ragazze già grandicelle un passo più indietro. E gli uni e gli altri ad accennarsi col dito gli svariati episodi di quel gran quadro, e a sghignazzare del gridìo dei cantatori, e a commiserare i prigionieri, e a prorompere in accenti di meraviglia nel veder di que' tali salti, e a compiangere con dei:—Poveretto! si sarà fatto male—i caduti, e a far di gran commenti sulla struttura delle tende e gli scompartimentidel campo, e a spiegarsi l'un coll'altro la disparità dei gradi argomentando dai galloni dei berretti e dandosi l'un l'altro sulla voce e pigliando la stizza..... Osservate: a tutti i punti della strada dove ci sono due o tre o un gruppo di contadinelle giovani e belloccie, corrisponde, nel campo, proprio sulla sponda opposta del fosso, un insolito spesseggiar di soldati, i quali, come in tutti gli uomini è costume quando sanno d'essere guardati da una donna, si danno e nei gesti, e nel portamento, e nelle parole, e fin nei minimi moti, fin ne' più sfuggevoli cenni, uno studio, una ricercata scioltezza, un non so che di brioso e di spavaldo, un qualche cosa d'insolito, insomma; e quelle contadinotte a ridere e a ridere, e a coprirsi il volto col braccio, o a celarlo l'una dietro le spalle dell'altra, e a sparpagliarsi ridendo, e ridendo raggrupparsi, e a bisbigliarsi misteriose parole nell'orecchio, e qualche volta a farsi delle carezze fra loro pel maledetto gusto, vedete le astute, le civettuole, di fare che altri, in mirarle, si strugga di quelle carezze e se ne roda le dita. In un punto della strada è apparsa una brigatella di signorine, venute dalla villa là accanto, con certe vesticciuole scarse, mi capite, sottili, bianche, rosee, azzurrine, leggerissime, ondeggianti al più tenue alito di auretta, e tanto da costringere di tratto in tratto una manina dispettosa a posarvisi su, e a star là ferma un po' di tempo per tenerle a dovere. Quelle signorine hanno il capo scoperto, e quel po' d'aura che spira agita e scompone i lucidi ricciolini, e costringe a volta a volta un bracciotto bianco a levarsi e un ditino paziente a rimetter l'ordine ne' bei capelli riottosi. E là presso, nel campo, v'è un crocchio di uffiziali che tirano certe saette d'occhiate rasente il suolo!—Oh venisse un soffio di vento.—Eccolo, comincia, cresce, passa, investe una gonnellina bianca,la solita mano non giunge in tempo a frenarla..... Oh il bel piedino! E quegli uffiziali sanno d'esser guardati, e ne profittano e come! E infatti, vedete, quello là, per dirne uno, il primo, il più vicino al fosso, non terrebbe la sciarpa con quella sprezzata eleganza e non n'avrebbe fatto scorrere l'anello per modo che l'un fiocco gli riuscisse sul fianco e l'altro gli scendesse al ginocchio; quell'altro là non caccierebbe in aria i nuvoli di fumo levando così fieramente in alto la testa e non terrebbe le gambe e le braccia così napoleonicamente atteggiate, e codest'altro non porterebbe così di frequente le mani sulla nuca per accertarsi che quel po' di divisa che il colonnello concede non s'è ancora disfatta.Intanto s'avanza giù per la strada e s'arresta dinanzi all'entrata del campo una famigliola del villaggio: un papà vecchiotto, arzillo, tarchiatello, grassoccio, una di quelle faccie di una volta, con due vele da bastimento fuor della cravatta e due ciuffoni di capelli bigi sulle tempia e un par di zampe elefantine dentro due scarpe di tela greggia e un randello nodoso sotto un'ascella; un quissimile di segretario comunale che vive in buona pace con tutti, e arcicontento di sè e dello spiccato genio aritmetico che cominciano a spiegare i bimbi alla scuola;—una buona cera di mamma sotto un cappello a forma d'elmo romano;—e tre ragazzi vestiti dei panni migliori, pettinati, unti, lisciati e lustrati, e ancor pieni il capo d'una lezioncella di galateo recitata in fretta dalla mamma nell'atto d'uscir dalla porta di casa. Sono vecchi amici del colonnello. Vedete che fortunato accidente ch'ei sia venuto a piantare il campo là, proprio là, accanto a casa loro! Il papà con un faccione tutto piacevole e con un tentativo di voce soave:—Signor soldato, domanda a una sentinella toccandosi la grande ala del grande cappello,—si potrebbe riverire il signorcavaliere—colonnello—comandante il reggimento?—La sentinella gli fa segno che passi e gli accenna colla mano la tenda del colonnello. Un barbone di zappatore corre ad annunziargli la visita. La famigliuola si fa innanzi a passo lento, rispettosa, circospetta; il colonnello esce, guarda, si ferma, aggrotta le ciglia come per distinguer meglio, guarda un momento al cielo come per riannodare le sparse reminiscenze di que' volti, li ricorda, li riguarda, li riconosce, e spianando d'un tratto la fronte, e mandando fuori un oh! prolungato di sorpresa e di contentezza, s'avanza colle braccia tese e le palme aperte.... E lì, figuratevi, accoglienze ed inchini e domande e risposte affollate, e passar di palme sotto il mento ai bimbi, che son venuti su a occhiate, proprio, e si son fatti così bellini, e poi:—Eh, signora, esclama il colonnello per avviare un discorso qualunque, l'effettivo delle compagnie è forte, sa! Cento cinquant'uomini l'una, nientemeno; è un piacere. E che bel campo, eh? Lo vogliono vedere? Vogliono fare un giretto?—La famigliuola acconsente e ringrazia; il colonnello, dopo un po' di riflessione, si pone al lato sinistro della signora, il marito al lato destro, i ragazzi avanti; la brigatella si muove. Tutti le fanno largo. Gli uffiziali la salutano. Un bisbiglio sommesso la precede; un bisbiglio sommesso la segue. E il colonnello, da quel rozzo e buon soldatone ch'egli è, costretto all'ingrato ufficio di cavaliere servente, dice alla signora:—Ecco, le vede là? Quelle son le marmitte della terza compagnia; quell'altre della quarta; codest'altre della quinta. Ella mi dirà che sono in cattivo stato, ed è vero; ma che vuole perchè....—E le spiega il perchè. E la signora, in mezzo a quelle due ali di soldati, non sa dissimulare un po' d'imbarazzo, un po' di vergognetta; ma il papà, che sa di aver a fianco un colonnello, si sente maggiordi se stesso, pover'uomo, e gira intorno sui soldati uno sguardo lungo, benigno, ridente, e ripete tratto tratto in accento di compiacenza e di ammirazione: Oh che bella gioventù!—Uno dei ragazzi si accosta alla mamma, e appuntando il ditino verso il colonnello le chiede:—Ma chi è quel soldato là?—Taci, ella risponde sommessamente, è quello che comanda a tutti i soldati che son qui.—E se volesse, ripete il bimbo, potrebbe far tagliare la testa a tutti?La musica! la musica! si grida all'improvviso in ogni parte del campo. Di fatti i musicanti sono usciti ad uno ad uno fuor delle tende, si son radunati, si son mossi verso il mezzo del campo, si sono schierati in circolo e stanno aspettando un cenno del capo-banda tenendo fra le dita gli strumenti in atto di recarli alla bocca. In meno che non si dice, s'è affollata attorno a loro una moltitudine immensa, mezzo il reggimento; s'è levato uno strepito assordante, alte grida di gioia, e scoppi di battimani e canti e fischi; i ballerini più furiosi fendono la calca a pugni e a spintoni, si cercano, si chiamano ad alte grida, si slanciano l'un contro l'altro e, puntando le palme nei petti, dando dei fianchi nelle pancie, e dei piedi sulle punte dei piedi, riescono ad aprire un circolo; le coppie si preparano, i ballerini afferrano colla destra una manata di camicia nella schiena alle danzatrici (magari che le fossero), incrocicchiano le dita della mano manca colle dita della loro destra, mettono innanzi il piè sinistro, piegan le ginocchia, volgono la faccia al capo-musica:—Sicchè, soniamo sì o no?—Le coppie s'impazientano, pestano i piedi, stringono i pugni, si scontorcono, sbuffano, strillano; il capo-musica fa un cenno col dito, gli strumenti si attaccano alle bocche, le lingue si protendono e danno una leccatina alle labbra, di sotto e di sopra;—un altro cenno—e, si suona.Le coppie sono in moto, girano, rigirano, si rasentano, s'incontrano, si urtano, si sbalzano a destra, a sinistra, avanti, indietro, le schiene contro le schiene, i fianchi contro i fianchi, le calcagna sui calli, via, alla cieca, alla pazza, ove si va si va, ove si cade si cade, ci ha da esser posto per tutti, se non c'è si fa, a urtoni, a pedate, e spingi, e pigia, e barcolla, e strilla, e sghignazza; in un minuto l'erba del suolo è sparita sotto i passi pesanti, il terreno si è smosso, le coppie si sono scambiate, confuse, o rotte, o aggruppate; altre caddero bocconi a terra, e i danzatori vi passarono su, o v'inciamparono e precipitarono anch'essi; altre furono sbalzate in mezzo alla folla circostante; ma, in mezzo a quel guazzabuglio, il lombardo continua a danzare imperturbato con quel suo molleggiamento di fianchi, con quei suoi contorcimenti di capo e di spalle e quelli incrociamenti di gambe e quel piegar improvviso di ginocchia come fosse in punto di cadere e improvviso rizzarsi come per iscatto di molla; e il piemontese tira innanzi impassibile, rigido, grave, e piglia la cosa sul serio, e ci si scalda, e ci si mette d'impegno, e fa pompa anch'esso delle sue grazie robuste; e i calabresi, due a due, l'uno di faccia all'altro, col collo torto, le braccia aperte, e la faccia atteggiata a certe smorfie grottesche, ringalluzziti, ricurvi, seguitano a raspar la terra rapidamente, rapidamente.....Che è? Che avvenne?Nel campo s'è fatto un silenzio improvviso, profondo; tutte le faccie si son volte da una parte; chi giaceva a terra s'è alzato; chi era ai limiti estremi del campo è accorso verso il mezzo; sotto la baracca del vivandiere, gli avventori si son rizzati in piedi sulle tavole e sui banchi; altri sono saliti sui carri; tutti sono usciti dalla tenda.—Che è? Che avvenne?Guardate sulla via. Avvolto in un nuvolo di polvere s'avanza, al galoppo, un cavaliere. È presso all'entrata; entra; si dirige verso la tenda del colonnello; s'arresta. Il colonnello esce; il cavaliere saluta, porge un foglio, volge la groppa e via di carriera.Tutti stanno cogli occhi rivolti là, attoniti, muti; si direbbe che i respiri sono sospesi; il campo rende l'immagine d'una di quelle piazze gremite di popolo intorno a un foco d'artificio quando un bagliore improvviso di bengala illumina una superficie immensa di facce cogli occhi spalancati e le bocche aperte.Il colonnello chiude il foglio, si volge al trombettiere, fa un cenno....Prima ancora che eccheggi lo squillo, un prolungato, universale, altissimo grido, come uno scoppio fragoroso di tuono, si eleva al cielo da ogni parte del campo; tutta quella moltitudine sparsa si rimescola in tutti i sensi con una rapidità vertiginosa; le panche e le tavole del vivandiere, in un attimo, son deserte; il pover uomo si caccia le mani nei capelli; presto, giù la tenda, fuori le casse, dentro a furia piatti, cavoli salami, bottiglie, panni, polli, sigari, alla rinfusa, non monta; ma presto, il tempo incalza, un altro squillo di tromba è imminente; gli uffiziali girano pel campo di corsa chiamando ad alta voce le ordinanze che giungono affannate e trafelanti. Svelti, mano alle cassette; giù dentro la roba; gli stivali sulle camicie, i pettini nella tunica, non importa, pur di far presto. La cassetta non si può chiudere; giù il ginocchio sul coperchio,—forza—forza—ancora, auf! è chiusa. Presto ad arrotolare il pastrano; qua la tunica, la sciabola, la borsa; presto; siamo in ordine, meno male.—E i soldati attorno alle tende, a scioglier coll'ugne i nodi delle cordicelle, ad arrotolar le coperte e le tele, a riempir gli zaini a furia, adabbottonar le ghette con quelle maledette dita convulse che non trovano gli occhielli, a tastar bocconi la paglia in cerca della catenella, della nappina, della baionetta, col viso rosso, colla fronte stillante di sudore, col respiro affannoso, colla febbre addosso dalla paura del secondo squillo di tromba, colla voce del sergente alle spalle che minaccia la prigione a chi tarda, con dinanzi lo spauracchio del capitano che pesta i piedi, che strilla, che strepita: presto, presto, presto! Un altro squillo di tromba. In rango! urlano cento voci concitate da tutte le parti. Tutti accorrono così come si trovano, col cheppì sul cocuzzolo, col cappotto sbottonato, col cinturino in mano, collo zaino penzoloni sur una spalla; a posto, presto, in ordine, allineati a destra; le compagnie si schierano tumultuariamente, si rompono e si allargano ad ogni nuovo sopraggiunger di soldati, poi si ristringono, fanno pancia avanti e indietro, serpeggiano dall'un capo all'altro, si scompigliano, si riordinano con rapida vicenda... Un altro squillo di tromba. Il reggimento parte. La prima compagnia è fuor del campo,—la seconda—la terza.... il campo è vuoto.Ecco la vita del campo; dura talvolta e disagiosa; ma sempre bella, sempre cara. Chi v'ha che l'abbia fatta e non l'ami, e non la ricordi con diletto, e non la desideri con entusiasmo?
Un bel prato, piano, vasto, rettangolare, limitato ai quattro lati da un fosso e da una siepe, e folto d'erba e tempestato di margheritine. Al di là del fosso, dall'un dei lati, un fitto bosco di gelsi, di quercioli, di marruche, e più oltre, sporgente al di sopra di quella macchia, una collinetta a lento declive, bassa, verde e sparsa d'alberi e di casicciuole bianche. A mezzo della china, un gruppo di case più alte e d'aspetto più cittadino, e un campanile alto e leggero. Intorno intorno certi palazzotti azzurri e rossastri, e poggetti fioriti, e lunghi filari di pini, e gruppi di salici, e viali sabbiosi, serpeggianti, intersecati; e qua e là statuette candide e zampilli d'acqua mezzo nascosi fra gli alberi e i cespugli. Dinanzi a quel prato, lungo il lato opposto al bosco, corre una strada larga e rilevata, e gira intorno al folto degli alberi, e ascende, su per la collina, al villaggio. In quel prato ha posto le tende un reggimento.
Poniamoci su quella strada e guardiamo quel campo. Cominciando a venti passi dal fosso, fino all'opposto limite del prato, otto lunghi ordini di tende, gli uni agli altri paralleli, e divisi da uno spazio di una diecina di passi. Per ogni ordine un cento di tende; tre soldati per tenda, trecento soldati per serie, due milaquattro cento, o poco meno, fra tutti; un reggimento. Le tele nette, tese; le cordicelle fisse nel suolo sur una linea retta; gli intervalli uguali; tutto in ordine, tutto appuntino; un campo fatto a pennello. Di rimpetto all'apertura delle tende, e sul di dietro, e sui lati, capannucci e tettarelli di frasche,—le hanno rubate agli alberi di quella povera campagna circostante, e il colonnello è andato in collera!—e legate ai rami, come ad archi di trionfo, ghirlande penzolanti di rosolacci e di pannocchiette intrecciate. Qua e là, in cima a una canna confitta nel suolo, sventola qualche cencio di bandiera, fatta d'una cravatta rossa, d'un lembo di camicia e d'un fazzoletto turchino, che si dà l'aria di verde. Dentro le tende, una confusione di paglia, di panni, di zaini, di cencerelli, di giberne, di canne di fucile e di baionette. Tra tenda e tenda funicelle tese, su cui sono sciorinate quelle certe mezze mutande, che dovrebbero giungere fino alla noce del piede sulle gambe supposte dal governo; ma giungono solamente fino al ginocchio sulle gambe dei soldati come li ha fatti la mamma.
A destra di tutte codeste tende, in senso parallelo al lato più corto del campo, una serie d'altre tende, ma di forma conica, e più alte, più capaci, più tese, fatte più ammodo, le tende degli uffiziali; da quella del colonnello, che è la più vicina alla via, giù giù fino a quella degli uffiziali della compagnia estrema. Più a destra, in senso parallelo a codeste tende, lungo il fosso divisorio, una lunga fila di carri sopraccarichi di casse, cassette e bauli e involti e cento oggetti svariati; dietro l'ultimo carro, nell'ultimo angolo del prato, una schiera di cavalli e di muli legati ai tronchi degli alberi. Lungo il lato opposto,—il lato sinistro,—una sterminata sequela di marmitte nere, disposte in gruppi adintervalli uguali, e tra gruppo e gruppo fornelletti di sassi e di mattoni accatastati, e mucchi di cenere, e rimasugli di tizzoni spenti, di stipe e di fuscelli sparpagliati. Al di là del fosso, alberetti distesi a terra, schiantati e scapezzati; siepi sforacchiate; solchi calpestati e disfatti; tutti i segni d'un vasto saccheggio. Uh il colonnello! com'è andato in collera!
Un ponticello di legno, fatto lì per lì, con due tronchi d'albero e poche assicelle, unisce il campo alla via. Accanto al ponte, dentro il campo, lungo la sponda del fosso, dieci o dodici tende isolate; in esse i prigionieri coi ferri. Sul ponte una sentinella; un'altra dinanzi a quelle tende; una serie d'altre intorno al campo nei punti d'uscita.
Tal'è il campo.
Cadeva il sole; era una bellissima sera di luglio; il cielo mirabilmente limpido, la campagna ancor umida e fresca d'una pioggia recente, e quel boschetto oscuro, quella bella collina verde, quelle ville, quel paesello ancora dorato da uno sprazzo di sole....; stupendo il luogo, stupenda l'ora.
Pel reggimento era un'ora di riposo, di svago e di festa. Tutti erano in moto. La più parte, in maniche di camicia e in calzoni di tela, girandolavano per tutte le parti del campo, scompagnati, a coppie, a brigatelle; alcuni giacevan seduti o sdraiati in gruppi, o correvano in giro inseguendosi l'un l'altro come gli scolaretti nel cortile del collegio; altri giocavano alle murielle co' sassi; altri tiravano di scherma co' bastoni in mezzo ad un cerchio di spettatori; altri, teso uno spago fra due tende, saltavano a scommessa fra due ali di ammiratori affollati; altri, seduti sulla sponda del fosso, attorno a un cencio di tovagliolo steso sull'erba, divoravano quattro foglie di lattuga fra amici, sbocconcellando un po' di pan bianco(di quello che mangiano gli ufficiali, capite); altri stavan seduti a cavalcioni delle sbarre dei carri a fumarsela in santa pace; altri, vestiti di certe giubbe di tela cadenti a brani, a cui non restava di bianco altro che il passato, si affaccendavano attorno ai fornelli e alle marmitte spezzando col ginocchio e ammonticchiando rami, stoppie e fuscelli per la cucina; e in ogni parte si levava un gridìo, un frastuono misto d'urli e di canti e, un mormorìo continuo e diffuso.
Quanti bei quadri, chi li sapesse ritrarre con pennello fedele!
Là in fondo al campo, nel mezzo del lato opposto alla via, il vivandiere ha disposto i suoi tre carri a foggia di tre lati d'un trapezio, l'apertura volta verso il campo; ha disteso una tenda rappezzata e lacera fra i due carri laterali, ha rizzato in piè due o tre tavole, e due o tre pancaccie nere e squilibrate; ha posata un'imposta d'armadio sopra le due botti più alte, e n'ha fatto un banco; gli ha messo dietro la botte più larga e v'ha allogata sopra la moglie; ha teso fra due raggi di ruota una cordicella unta e bisunta e ci ha appesi certi così lunghi, neri, crostosi, che vorrebbero dare ad intendere d'essere salami masticabili e ingoiabili senza pericolo di morte; ha messo in vista, per eccitare la ghiottoneria dei soldati, un paio di cestelle degli erbaggi migliori, un gran piatto di polli spennacchiati e macilenti, un gran pezzo di carnaccia cruda, e una filatessa di fiaschi, di bottiglie e bicchieri, e sigari pregni d'olio e fogli di carta da lettera odorati di chi sa che, e poi:—Avanti, ragazzi! Qui si mangia da crepare—Può darsi.
Le panche son tutte ingombre; le tavole coperte di bottiglie e di bicchieri; si gioca alla mora, si canta, si grida, si zufola, si strepita; i bicchieri di tratto in tratto danno un gran tentennio e cozzano l'un contro l'altro,e il vivandiere si volge:—Che facciamo laggiù?—Comparisce un uffiziale, silenzio profondo; sparisce, daccapo il baccano. Intanto, nel passaggio aperto fra le tavole si forma una calca di due processioni opposte, di chi viene col gamellino a tor del vino, e di chi se ne va col gamellino ricolmo gridando:—Largo!—e bestemmiando e imprecando il malanno a chi non cede il passo e glie ne fa traboccare una stilla. Attorno alla vivandiera s'è già formato un cerchiolino di caporalotti; quello della terza compagnia, fra gli altri, che è così bellino e così sfacciatello; e il marito lo sa, e non tralascia di lanciargli certe occhiate di sotto in su che paiono sassate; e la vivandiera non manca di far gli occhiolini soavi ai suoi prediletti; e il marito vorrebbe protestare; ma gli affari della bottega vanno bene, e -questo si deve anche un po' alle moine di quella briccona.—Chiudiamo un occhio, egli pensa, finchè vengono i quattrini.—Un soldato s'avvicina al banco.—Che cosa vuoi?—Un bicchierino di rum.—Eccolo, paga.—To', e porge un biglietto.—Non cambio io; non ho quattrini.—E io come faccio?—Oh bella, ingegnati.—E il povero soldato se ne riman lì, grullo, confuso, a stropicciare il biglietto colle dita, a sogguardare il bicchierino con un visaccio imbronciato. Poi s'allontana lentamente:—Noi ci pagano colla carta, noi; e dire che la moneta c'è! Ma se la intascano tutta quelli che vanno a cavallo.—
Cinquanta passi più in qua, un altro quadro. È un capitano che radunò una cinquantina di soldati della sua compagnia, quanti gli venne fatto di trovarne là attorno, li ha disposti in circolo, e, dopo detto che il dì vegnente s'avrà da camminar di molto e che il primo che rimarrà a mezza via ei lo farà mettere ai ferri corti, fece recare in mezzo una botticella di vino, e, adocchiatoun de' soldati più lesti:—A te, gli disse, via lo zipolo e mesci.—Tutti gli si fanno addosso tendendo gamellini, borraccie e bicchieri.—Un momento, per Dio; levatevi di lì, fatevi indietro, aspettate.—Tutti si ritraggono indietro. E mentre il soldato s'adopra a sturare la botticella ingegnandosi coll'ugne e colla punta della baionetta, e il capitano sta là curvo colle mani appoggiate sulle ginocchia a sorvegliare l'operazione, tutti gli altri, ritrattisi indietro, smozzicano fra' denti delle risate di gusto, e si stropicciano le mani piegando e stringendo le ginocchia e inarcando la schiena, e si fan l'un l'altro certi segni taciti, certi visi, certe smorfie buffonesche, e si toccano l'un l'altro col gomito accennandosi col capo e con un chiuder di occhi furbesco quell'insolito apparato, e si passano il rovescio della mano sulla bocca come per prepararla a gustare intera la voluttà di quel nettare senz'altro umore profano sul labbro, e si scambiano dei pizzicotti furtivi, e si fregano l'un l'altro spalla contro spalla, e ad un tratto—il capitano s'è vôlto—tutti dritti, fermi, duri, seri, tanto per non parere che van pazzi per due goccie di vino. Il capitano fa cenno che si accostino; essi s'accalcano; lo zipolo è tolto; una grossa vena porporina, gorgogliando, prorompe; dieci gamellini stan sotto a raccoglierla; dopo questi dieci altri, e poi altri dieci, e via così. E giù, in corpo, a ondate.—Tocchiamo? domanda una voce. Tocchiamo! rispondono venti altre. I gamellini si levano al di sopra delle teste, si movono, girano e rigirano, si urtano, il vino trabocca e si sparge sulle teste, sulle faccie, sulle mani e colora giubbe e farsetti, e sgocciola dappertutto; ma che monta? Viva l'allegria, viva il sor capitano! esclama a mezza voce uno dei più arditi già mezzo convinto di aver fatto una corbelleria.—Viva! rispondono gli altri in coro.—Tacete, per Dio! gridaimpetuosamente il capitano, non riuscendo però a celare sotto quella collera affettata tutto l'intimo compiacimento;—avete perduta la testa? Scioglietevi!—La brigata si sparpaglia di corsa in tutte le direzioni. Ma altri soldati, che hanno avuto sentore di quel po' di festicciola accorrono. Tardi però; la botticella è vuota, e la borsa del capitano è chiusa. E i nuovi accorsi gironzano là attorno, sogguardano alla sfuggita, fanno, come suol dirsi, gli indiani, e voltano gli occhi in su a contemplare le nuvole, e dan della punta del piede ne' sassolini, e sbadigliano sforzatamente; invano; il capitano non li vede, si allontana; ogni speranza è morta. Dunque, tanto vale far gli allegri; i nuovi venuti tornano là donde partirono, canterellando con quella voce agra e stentata, che pare ci voglia morire a mezza gola, quando abbiamo in cuore la stizza, e la vogliamo e non la possiamo dissimulare.
Ora guardiamo in un altro punto, laggiù, nell'angolo estremo. Lunghesso quel tratto del campo corre un canaletto largo un tre o quattro metri o giù di lì, e in esso un'acquarella fonda un par di palmi, tra due sponde molli e sdrucciolevoli. Sur una di quelle sponde parte giacciono e parte vagano a diporto i soldati della compagnia attendata là presso. All'improvviso da un crocchio d'uffiziali ritti sulla sponda opposta s'alza una voce:—Una lira da guadagnare! Chi salta questo fosso, eccola qua.—E di mezzo al crocchio si leva un braccia con una moneta in mano. Tutti si volgono, e corrono da quella parte. Io—Io—Io—Anch'io—Anche noi—Anche noi altri. Un ufficiale:—Vediamo. Schieratevi là.—E fa cenno colla mano. La folla gli volge le spalle, accorre confusamente a venti passi dalla sponda, si arresta, si volge indietro, si schiera, si dispone in semicerchio, i più animosi al centro, i più poltroni alle ali; tre o quattro del mezzo si disputano coi gomiti la precedenzadel posto, uno finalmente la vince, pianta il piè sinistro innanzi, inclina la persona addietro, misura coll'occhio il terreno, si alza in punta de' piedi a guardare il fosso, pensa, esita, si volge al vicino:—Salta prima tu.—Un uh! di vergogna si alza da tutte le parti.—Il vicino esita anch'esso, due o tre altri si ricusano.—Largo, largo, che salterò io, sclama un nuovo arrivato aprendosi un varco a furia di spintoni e di pugni. Gli si fa largo, viene avanti, si mette in pronto, si dondola avanti e indietro, avanti e indietro, adocchia il fosso, adocchia il terreno.... è partito. Divora lo spazio interposto, e sull'orlo—forza—bravo, è al di là, piantato sul piede destro, col sinistro in aria e le braccia alzate. La lira è sua; via subito a tracannarne un sorso. La gara è accesa; un altro saltatore s'è slanciato; un'altra lira è vinta. Un terzo parte: oh com'è fiacco! Giunge sull'orlo, spicca il salto, ahi! giù, dentro, lungo e disteso; acqua in faccia a tutti. Un urlo prolungato, sgangherato, erompe da tutte le bocche e finisce in una risata dai precordi, accompagnata da un fragoroso batter di mani. Il poveretto è salito a stento sulla sponda, tutto fradicio, tutto stillante, coi capelli sparsi e attaccati a ciocche sulle orecchie e sul viso, coi calzoni raggrinzati sulle gambe, colle braccia penzoloni... Ma gli uffiziali si muovono a pietà.—Un bicchier di vino a questo povero diavolo!—esclama l'un d'essi. E la faccia del povero diavolo si rasserena.
E i crocchi de' cantatori? Oh quanti! Uno qui, uno là, un altro più in giù. Attorno alle tende, sotto gli alberi, a cinque, a dieci, a venti assieme. Questi gorgheggiano una romanza patetica con tanto di muso duro; quegli altri brilli a mezzo, con cert'occhi lustri e certe cere imbambolate, schiamazzano una canzonaccia da baccanale, sollevando con tutt'e due le mani un gamellino ad ogni ripresa di strofa, e cacciandovi la testa dentroe tracannandone il vinaccio a lunghi sorsi; e poi un agitar di berretti a dimostrazione di gioia, e un battersi reciproco delle palme sul dorso, e un gridare acuto e ringhioso: Evviva la biondaaa! con certi ghigni, con un cerio scimiesco raggrinzar di naso, con certi atteggiamenti di satiri. Intorno ai cori dalle voci più armoniose e concordi, un piccolo circolo di spettatori, e in mezzo a que' cori un direttore che segna la cadenza col dito, e fa vergogna a chi stona, e piglia la sua parte sul serio e fa un viso tutto modesto girando l'occhio intorno all'uditorio che si va ingrossando.
Ma vi son pure i solitari, i malinconici, che vanno lungi da quel baccano, da quella festa, e a cui la musica e le grida, anche udite fiocamente da lontano, fanno tristezza e dispetto. Essi vagano nelle parti deserte del campo, o stan seduti sull'orlo dei fossi, coi piedi a fior d'acqua, turbando con una verghetta di salice le sabbie e i sassolini del fondo; o se ne stanno sdraiati traversalmente dinanzi all'apertura della tenda, colla pipa spenta fra le dita, un gomito appoggiato a terra, la faccia nella palma della mano e lo sguardo estatico su quei bei nuvolotti colorati di fiamma viva dal sole caduto. Corrono cogli occhi la cresta di que' monti e pensano a che ci abbia ad essere al di dietro: pianura; e poi? altri monti; e dietro a questi? un'altra volta piano; e avanti, avanti, per monti, per valli e per piani sconosciuti, immaginando, immaginando, finchè avvertono d'improvviso le note e care vette del proprio paese, e contemplano con un misto di tenerezza e di accoramento quel tramonto di sole che non han più veduto da tanto tempo. Poi, ad un tratto si scuotono, girano gli occhi all'intorno, par che s'accorgano in quel punto per la prima volta dove sono e in mezzo a chi sono, mandano un sospirone, danno unacrollatina di capo come per cacciare quel po' di malinconia che comincia a farsi posto nel cuore, si rizzano in piedi, e via, di corsa, a imbrancarsi cogli altri, a fare il chiasso, che tanto struggersi il cuore per cose che non han rimedio non mette conto.
Ma non tutti quei solitari mutano pensiero; molti dei soldati più giovani, taluni dei più vecchi restan là tutta la sera, a pensare, a pensare, strappando ad uno ad uno i fili d'erba d'intorno. Alcuni, seduti colle gambe incrocicchiate a mo' di turchi, vanno strofinando con un cencio la baionetta, o rammendano i panni, o attendono a qualche altra faccenduola, accompagnando il lavoro con un canterellar lento, monotono, mesto il più delle volte ne' pensieri e nelle note. Altri dan di piglio allo zaino, vi spiegan sopra un foglio di carta con suvvi dipinto un soldatino in atto di partire per la guerra, o un gran core passato d'una gran freccia; si stendono a terra bocconi, e tirano fuori un mozzicone di penna rugginosa, e pigiano e rimestano la spugnetta filosa d'un calamaro risecchito, e, dopo aver guardato più volte la punta di ricontro alla luce e averla premuta più volte sull'ugna e aver passato e ripassato sul foglio la palma della mano e soffiatovi su ritraendo e allungando il collo a più riprese, scarabocchiano di gran paroloni storti e tiran giù di grandi aste serpeggianti, volgendo a volta a volta la faccia in su come per domandar al cielo l'ispirazione di quella tal parola, di quella tal frase che non ricordano più, ma che hanno letta di sicuro, lo giurerebbero, l'hanno letta in un libro stampato, non san più quale. Come i soldati così v'hanno gli uffiziali dall'umor triste e dall'animo repugnante alle gioie chiassose, i quali, o stanno seduti a cavalcioni delle loro cassette, dinanzi alla tenda, con un libro in mano, od errano negli angoli romiti del campo, in mezzo a queisoldati.—A chi scrivi? domanda un uffiziale, soffermandosi dietro a un soldato che scrive. A casa scrivi?—Sissignore, risponde questi puntando in terra il ginocchio per rizzarsi in piedi.—No, no, sta pure; tira innanzi. È tanto tempo che impari?—Quattro mesi.—Fa' vedere. Non c'è male. Bravo.—E va oltre. Si sofferma dietro a un altro:—E tu a chi scrivi, a tuo padre?—Il soldato accenna di no, sorridendo.—A chi dunque, alla mamma?—Neppure.—A chi?...—Il soldato segue a ridere, piega la testa contro la spalla e con una mano aperta finge di giocherellare attorno al foglio per celarne la prima parola.—...Ho capito, briccone.—E quei due soldati sono contenti; una parola bastò a metterli di buon umore; forse, più tardi, s'imbrancheranno a ballare anch'essi; e costa così poco una parola!
Guardate un po' sulla via, guardate chi giunge. Be', mi direte, un furiere che reca una borsa a tracolla, e con ciò? Aspettate. Aspettate che quell'uomo abbia posto piede nel campo, che qualcuno l'abbia scorto, che sia passata la voce della sua venuta, e vedrete, nel campo, che rimescolamento, che scompiglio, che clamori. Eccolo, egli entra, e si dirige a passi celeri e furtivi, guardando attorno sospettosamente, verso la tenda; cerca di passare inosservato per cacciarsi un momento là sotto a porre un po' di sesto in quel guazzabuglio di carte, chè se no sarà un vero rompitesta a distribuirle. Ma invano. Un soldato lo scorge, si volge ai compagni e dà un grido di gioia: Lettere!—Lettere? si domanda all'intorno accorrendo e cercando cogli occhi qua e là. Dov'è? Dov'è?—È andato per di qua—No, per di lì—Ah, eccolo là.—Tutti si slanciano là. Intanto la novella è volata fino ai limiti estremi dei campo; da tutti i crocchi dei soldati se ne staccano ad un punto due, tre, quattro, e via di corsa, e corri, e corri, su,su, a chi giunge il primo, a chi carpisce il primo la lettera sperata..... Ma sì! il povero porta-lettere è già circondato, avvolto, pigiato, soffocato da una folla irrequieta e impaziente che agita in alto le braccia e tende le mani, e lo assorda con un ronzìo di voci supplichevoli, insistenti, e fluttuando fluttuando lo trasporta qua e là alla ventura; finchè da quella densa folla di braccia levate colle palme aperte si vanno staccando volta per volta due, tre, quattro mani stringenti convulsamente una lettera sgualcita, e via, sotto la tenda, a leggere in santa pace. E a poco a poco il serra-serra si dirada, la folla si riduce ad un gruppo, qualche testardo deluso resta ancora a insistere con voce lamentosa:—Ma per me, non c'è proprio niente per me? È impossibile; oh Dio mio, guardi meglio; mi faccia questo piacere.—Ma se dico che non c'è niente! Oh in nome del cielo, lasciatemi respirare una volta.—I pochi rimasti si sparpagliano lentamente col mento sul petto e le braccia spenzolate, e il porta-lettere, poveretto, respira, mette un gran soffio, e asciugandosi la fronte colla mano:—Sia lodato il cielo, è finita.
Lungo la sponda dello stradale, dalla parte del campo, una lunga schiera di curiosi, la più parte villani; uomini, donne, fanciulli, accorsi dal villaggio a contemplare quello spettacolo così novo e bizzarro. I fanciulli accosciati giù per la sponda del fosso; i padri e le madri ritti sull'orlo della via; le ragazze già grandicelle un passo più indietro. E gli uni e gli altri ad accennarsi col dito gli svariati episodi di quel gran quadro, e a sghignazzare del gridìo dei cantatori, e a commiserare i prigionieri, e a prorompere in accenti di meraviglia nel veder di que' tali salti, e a compiangere con dei:—Poveretto! si sarà fatto male—i caduti, e a far di gran commenti sulla struttura delle tende e gli scompartimentidel campo, e a spiegarsi l'un coll'altro la disparità dei gradi argomentando dai galloni dei berretti e dandosi l'un l'altro sulla voce e pigliando la stizza..... Osservate: a tutti i punti della strada dove ci sono due o tre o un gruppo di contadinelle giovani e belloccie, corrisponde, nel campo, proprio sulla sponda opposta del fosso, un insolito spesseggiar di soldati, i quali, come in tutti gli uomini è costume quando sanno d'essere guardati da una donna, si danno e nei gesti, e nel portamento, e nelle parole, e fin nei minimi moti, fin ne' più sfuggevoli cenni, uno studio, una ricercata scioltezza, un non so che di brioso e di spavaldo, un qualche cosa d'insolito, insomma; e quelle contadinotte a ridere e a ridere, e a coprirsi il volto col braccio, o a celarlo l'una dietro le spalle dell'altra, e a sparpagliarsi ridendo, e ridendo raggrupparsi, e a bisbigliarsi misteriose parole nell'orecchio, e qualche volta a farsi delle carezze fra loro pel maledetto gusto, vedete le astute, le civettuole, di fare che altri, in mirarle, si strugga di quelle carezze e se ne roda le dita. In un punto della strada è apparsa una brigatella di signorine, venute dalla villa là accanto, con certe vesticciuole scarse, mi capite, sottili, bianche, rosee, azzurrine, leggerissime, ondeggianti al più tenue alito di auretta, e tanto da costringere di tratto in tratto una manina dispettosa a posarvisi su, e a star là ferma un po' di tempo per tenerle a dovere. Quelle signorine hanno il capo scoperto, e quel po' d'aura che spira agita e scompone i lucidi ricciolini, e costringe a volta a volta un bracciotto bianco a levarsi e un ditino paziente a rimetter l'ordine ne' bei capelli riottosi. E là presso, nel campo, v'è un crocchio di uffiziali che tirano certe saette d'occhiate rasente il suolo!—Oh venisse un soffio di vento.—Eccolo, comincia, cresce, passa, investe una gonnellina bianca,la solita mano non giunge in tempo a frenarla..... Oh il bel piedino! E quegli uffiziali sanno d'esser guardati, e ne profittano e come! E infatti, vedete, quello là, per dirne uno, il primo, il più vicino al fosso, non terrebbe la sciarpa con quella sprezzata eleganza e non n'avrebbe fatto scorrere l'anello per modo che l'un fiocco gli riuscisse sul fianco e l'altro gli scendesse al ginocchio; quell'altro là non caccierebbe in aria i nuvoli di fumo levando così fieramente in alto la testa e non terrebbe le gambe e le braccia così napoleonicamente atteggiate, e codest'altro non porterebbe così di frequente le mani sulla nuca per accertarsi che quel po' di divisa che il colonnello concede non s'è ancora disfatta.
Intanto s'avanza giù per la strada e s'arresta dinanzi all'entrata del campo una famigliola del villaggio: un papà vecchiotto, arzillo, tarchiatello, grassoccio, una di quelle faccie di una volta, con due vele da bastimento fuor della cravatta e due ciuffoni di capelli bigi sulle tempia e un par di zampe elefantine dentro due scarpe di tela greggia e un randello nodoso sotto un'ascella; un quissimile di segretario comunale che vive in buona pace con tutti, e arcicontento di sè e dello spiccato genio aritmetico che cominciano a spiegare i bimbi alla scuola;—una buona cera di mamma sotto un cappello a forma d'elmo romano;—e tre ragazzi vestiti dei panni migliori, pettinati, unti, lisciati e lustrati, e ancor pieni il capo d'una lezioncella di galateo recitata in fretta dalla mamma nell'atto d'uscir dalla porta di casa. Sono vecchi amici del colonnello. Vedete che fortunato accidente ch'ei sia venuto a piantare il campo là, proprio là, accanto a casa loro! Il papà con un faccione tutto piacevole e con un tentativo di voce soave:—Signor soldato, domanda a una sentinella toccandosi la grande ala del grande cappello,—si potrebbe riverire il signorcavaliere—colonnello—comandante il reggimento?—La sentinella gli fa segno che passi e gli accenna colla mano la tenda del colonnello. Un barbone di zappatore corre ad annunziargli la visita. La famigliuola si fa innanzi a passo lento, rispettosa, circospetta; il colonnello esce, guarda, si ferma, aggrotta le ciglia come per distinguer meglio, guarda un momento al cielo come per riannodare le sparse reminiscenze di que' volti, li ricorda, li riguarda, li riconosce, e spianando d'un tratto la fronte, e mandando fuori un oh! prolungato di sorpresa e di contentezza, s'avanza colle braccia tese e le palme aperte.... E lì, figuratevi, accoglienze ed inchini e domande e risposte affollate, e passar di palme sotto il mento ai bimbi, che son venuti su a occhiate, proprio, e si son fatti così bellini, e poi:—Eh, signora, esclama il colonnello per avviare un discorso qualunque, l'effettivo delle compagnie è forte, sa! Cento cinquant'uomini l'una, nientemeno; è un piacere. E che bel campo, eh? Lo vogliono vedere? Vogliono fare un giretto?—La famigliuola acconsente e ringrazia; il colonnello, dopo un po' di riflessione, si pone al lato sinistro della signora, il marito al lato destro, i ragazzi avanti; la brigatella si muove. Tutti le fanno largo. Gli uffiziali la salutano. Un bisbiglio sommesso la precede; un bisbiglio sommesso la segue. E il colonnello, da quel rozzo e buon soldatone ch'egli è, costretto all'ingrato ufficio di cavaliere servente, dice alla signora:—Ecco, le vede là? Quelle son le marmitte della terza compagnia; quell'altre della quarta; codest'altre della quinta. Ella mi dirà che sono in cattivo stato, ed è vero; ma che vuole perchè....—E le spiega il perchè. E la signora, in mezzo a quelle due ali di soldati, non sa dissimulare un po' d'imbarazzo, un po' di vergognetta; ma il papà, che sa di aver a fianco un colonnello, si sente maggiordi se stesso, pover'uomo, e gira intorno sui soldati uno sguardo lungo, benigno, ridente, e ripete tratto tratto in accento di compiacenza e di ammirazione: Oh che bella gioventù!—Uno dei ragazzi si accosta alla mamma, e appuntando il ditino verso il colonnello le chiede:—Ma chi è quel soldato là?—Taci, ella risponde sommessamente, è quello che comanda a tutti i soldati che son qui.—E se volesse, ripete il bimbo, potrebbe far tagliare la testa a tutti?
La musica! la musica! si grida all'improvviso in ogni parte del campo. Di fatti i musicanti sono usciti ad uno ad uno fuor delle tende, si son radunati, si son mossi verso il mezzo del campo, si sono schierati in circolo e stanno aspettando un cenno del capo-banda tenendo fra le dita gli strumenti in atto di recarli alla bocca. In meno che non si dice, s'è affollata attorno a loro una moltitudine immensa, mezzo il reggimento; s'è levato uno strepito assordante, alte grida di gioia, e scoppi di battimani e canti e fischi; i ballerini più furiosi fendono la calca a pugni e a spintoni, si cercano, si chiamano ad alte grida, si slanciano l'un contro l'altro e, puntando le palme nei petti, dando dei fianchi nelle pancie, e dei piedi sulle punte dei piedi, riescono ad aprire un circolo; le coppie si preparano, i ballerini afferrano colla destra una manata di camicia nella schiena alle danzatrici (magari che le fossero), incrocicchiano le dita della mano manca colle dita della loro destra, mettono innanzi il piè sinistro, piegan le ginocchia, volgono la faccia al capo-musica:—Sicchè, soniamo sì o no?—Le coppie s'impazientano, pestano i piedi, stringono i pugni, si scontorcono, sbuffano, strillano; il capo-musica fa un cenno col dito, gli strumenti si attaccano alle bocche, le lingue si protendono e danno una leccatina alle labbra, di sotto e di sopra;—un altro cenno—e, si suona.
Le coppie sono in moto, girano, rigirano, si rasentano, s'incontrano, si urtano, si sbalzano a destra, a sinistra, avanti, indietro, le schiene contro le schiene, i fianchi contro i fianchi, le calcagna sui calli, via, alla cieca, alla pazza, ove si va si va, ove si cade si cade, ci ha da esser posto per tutti, se non c'è si fa, a urtoni, a pedate, e spingi, e pigia, e barcolla, e strilla, e sghignazza; in un minuto l'erba del suolo è sparita sotto i passi pesanti, il terreno si è smosso, le coppie si sono scambiate, confuse, o rotte, o aggruppate; altre caddero bocconi a terra, e i danzatori vi passarono su, o v'inciamparono e precipitarono anch'essi; altre furono sbalzate in mezzo alla folla circostante; ma, in mezzo a quel guazzabuglio, il lombardo continua a danzare imperturbato con quel suo molleggiamento di fianchi, con quei suoi contorcimenti di capo e di spalle e quelli incrociamenti di gambe e quel piegar improvviso di ginocchia come fosse in punto di cadere e improvviso rizzarsi come per iscatto di molla; e il piemontese tira innanzi impassibile, rigido, grave, e piglia la cosa sul serio, e ci si scalda, e ci si mette d'impegno, e fa pompa anch'esso delle sue grazie robuste; e i calabresi, due a due, l'uno di faccia all'altro, col collo torto, le braccia aperte, e la faccia atteggiata a certe smorfie grottesche, ringalluzziti, ricurvi, seguitano a raspar la terra rapidamente, rapidamente.....
Che è? Che avvenne?
Nel campo s'è fatto un silenzio improvviso, profondo; tutte le faccie si son volte da una parte; chi giaceva a terra s'è alzato; chi era ai limiti estremi del campo è accorso verso il mezzo; sotto la baracca del vivandiere, gli avventori si son rizzati in piedi sulle tavole e sui banchi; altri sono saliti sui carri; tutti sono usciti dalla tenda.—Che è? Che avvenne?
Guardate sulla via. Avvolto in un nuvolo di polvere s'avanza, al galoppo, un cavaliere. È presso all'entrata; entra; si dirige verso la tenda del colonnello; s'arresta. Il colonnello esce; il cavaliere saluta, porge un foglio, volge la groppa e via di carriera.
Tutti stanno cogli occhi rivolti là, attoniti, muti; si direbbe che i respiri sono sospesi; il campo rende l'immagine d'una di quelle piazze gremite di popolo intorno a un foco d'artificio quando un bagliore improvviso di bengala illumina una superficie immensa di facce cogli occhi spalancati e le bocche aperte.
Il colonnello chiude il foglio, si volge al trombettiere, fa un cenno....
Prima ancora che eccheggi lo squillo, un prolungato, universale, altissimo grido, come uno scoppio fragoroso di tuono, si eleva al cielo da ogni parte del campo; tutta quella moltitudine sparsa si rimescola in tutti i sensi con una rapidità vertiginosa; le panche e le tavole del vivandiere, in un attimo, son deserte; il pover uomo si caccia le mani nei capelli; presto, giù la tenda, fuori le casse, dentro a furia piatti, cavoli salami, bottiglie, panni, polli, sigari, alla rinfusa, non monta; ma presto, il tempo incalza, un altro squillo di tromba è imminente; gli uffiziali girano pel campo di corsa chiamando ad alta voce le ordinanze che giungono affannate e trafelanti. Svelti, mano alle cassette; giù dentro la roba; gli stivali sulle camicie, i pettini nella tunica, non importa, pur di far presto. La cassetta non si può chiudere; giù il ginocchio sul coperchio,—forza—forza—ancora, auf! è chiusa. Presto ad arrotolare il pastrano; qua la tunica, la sciabola, la borsa; presto; siamo in ordine, meno male.—E i soldati attorno alle tende, a scioglier coll'ugne i nodi delle cordicelle, ad arrotolar le coperte e le tele, a riempir gli zaini a furia, adabbottonar le ghette con quelle maledette dita convulse che non trovano gli occhielli, a tastar bocconi la paglia in cerca della catenella, della nappina, della baionetta, col viso rosso, colla fronte stillante di sudore, col respiro affannoso, colla febbre addosso dalla paura del secondo squillo di tromba, colla voce del sergente alle spalle che minaccia la prigione a chi tarda, con dinanzi lo spauracchio del capitano che pesta i piedi, che strilla, che strepita: presto, presto, presto! Un altro squillo di tromba. In rango! urlano cento voci concitate da tutte le parti. Tutti accorrono così come si trovano, col cheppì sul cocuzzolo, col cappotto sbottonato, col cinturino in mano, collo zaino penzoloni sur una spalla; a posto, presto, in ordine, allineati a destra; le compagnie si schierano tumultuariamente, si rompono e si allargano ad ogni nuovo sopraggiunger di soldati, poi si ristringono, fanno pancia avanti e indietro, serpeggiano dall'un capo all'altro, si scompigliano, si riordinano con rapida vicenda... Un altro squillo di tromba. Il reggimento parte. La prima compagnia è fuor del campo,—la seconda—la terza.... il campo è vuoto.
Ecco la vita del campo; dura talvolta e disagiosa; ma sempre bella, sempre cara. Chi v'ha che l'abbia fatta e non l'ami, e non la ricordi con diletto, e non la desideri con entusiasmo?