Gli occhi dolenti per pietà del coreHanno di lagrimar sofferta pena,Sì che per vinti son rimasi omai.Ora s’io voglio sfogar lo dolore,Che a poco a poco alla morte mi mena,Convenemi parlar traendo guai.E perchè mi ricorda ch’io parlaiDella mia donna, mentre che vivìa,Donne gentili, volentier con vuiNon vo’ parlare altrui,Se non a cor gentil che ’n donna sia;E dicerò di lei piangendo, puiChe se n’è gita in ciel subitamente,Ed ha lasciato Amor meco dolente.Ita n’è Beatrice in alto cielo,Nel reame ove gli angeli hanno pace,E sta con loro; e voi, donne, ha lasciate.Non la ci tolse qualità di gelo,Nè di calor, sì come l’altre face;Ma sola fu sua gran benignitate:Chè luce della sua umilitatePassò li cieli con tanta virtute,Che fe’ maravigliar l’eterno Sire,Sì che dolce disireLo giunse di chiamar tanta salute,E fêlla di quaggiuso a sè venire;Perchè vedea ch’esta vita noiosaNon era degna di sì gentil cosa.Partissi della sua bella personaPiena di grazia l’anima gentile,Ed èssi glorïosa in loco degno.Chi non la piange quando ne ragiona,Core ha di pietra sì malvagio e vile,Ch’entrar non vi può spirito benegno.Non è di cor villan sì alto ingegno,Che possa imaginar di lei alquanto,E però non gli vien di pianger voglia:Ma vien tristizia e dogliaDi sospirare e di morir di pianto;E d’ogni consolar l’anima spogliaChi vede nel pensiero alcuna voltaQual ella fu, e com’ella n’è tolta.Dannomi angoscia li sospiri forte.Quando il pensiero nella mente graveMi reca quella che m’ha il cor diviso:E spesse fiate pensando alla morte,Me ne viene un disìo tanto soave,Che mi tramuta lo color nel viso;E quando ’l ’maginar mi tien ben fiso,Giugnemi tanta pena d’ogni parte,Ch’i’ mi riscuoto per dolor ch’i’ sento;E sì fatto divento,Che dalle genti vergogna mi parte.Poscia piangendo, sol nel mio lamentoChiamo Beatrice; e dico: Or se’ tu morta!E mentre ch’io la chiamo, mi conforta.Pianger di doglia e sospirar d’angosciaMi strugge il core ovunque sol mi trovo,Sì che ne increscerebbe a chi ’l vedesse:E qual è stata la mia vita, posciaChe la mia donna andò nel secol novo,Lingua non è che dicer lo sapesse:E però, donne mie, per ch’io volesse,Non vi saprei ben dicer quel ch’io sono,Sì mi fa travagliar l’acerba vita:La quale è sì invilita,Che ogn’uom par che mi dica: Io t’abbandono,Vedendo la mia labbia tramortita.Ma qual ch’io sia, la mia donna sel vede,Ed io ne spero ancor da lei mercede.Pietosa mia Canzone, or va piangendo;E ritrova le donne e le donzelle,A cui le tue sorelleErano usate di portar letizia;E tu che sei figliuola di tristizia,Vattene sconsolata a star con elle.
Gli occhi dolenti per pietà del coreHanno di lagrimar sofferta pena,Sì che per vinti son rimasi omai.Ora s’io voglio sfogar lo dolore,Che a poco a poco alla morte mi mena,Convenemi parlar traendo guai.E perchè mi ricorda ch’io parlaiDella mia donna, mentre che vivìa,Donne gentili, volentier con vuiNon vo’ parlare altrui,Se non a cor gentil che ’n donna sia;E dicerò di lei piangendo, puiChe se n’è gita in ciel subitamente,Ed ha lasciato Amor meco dolente.
Gli occhi dolenti per pietà del core
Hanno di lagrimar sofferta pena,
Sì che per vinti son rimasi omai.
Ora s’io voglio sfogar lo dolore,
Che a poco a poco alla morte mi mena,
Convenemi parlar traendo guai.
E perchè mi ricorda ch’io parlai
Della mia donna, mentre che vivìa,
Donne gentili, volentier con vui
Non vo’ parlare altrui,
Se non a cor gentil che ’n donna sia;
E dicerò di lei piangendo, pui
Che se n’è gita in ciel subitamente,
Ed ha lasciato Amor meco dolente.
Ita n’è Beatrice in alto cielo,Nel reame ove gli angeli hanno pace,E sta con loro; e voi, donne, ha lasciate.Non la ci tolse qualità di gelo,Nè di calor, sì come l’altre face;Ma sola fu sua gran benignitate:Chè luce della sua umilitatePassò li cieli con tanta virtute,Che fe’ maravigliar l’eterno Sire,Sì che dolce disireLo giunse di chiamar tanta salute,E fêlla di quaggiuso a sè venire;Perchè vedea ch’esta vita noiosaNon era degna di sì gentil cosa.
Ita n’è Beatrice in alto cielo,
Nel reame ove gli angeli hanno pace,
E sta con loro; e voi, donne, ha lasciate.
Non la ci tolse qualità di gelo,
Nè di calor, sì come l’altre face;
Ma sola fu sua gran benignitate:
Chè luce della sua umilitate
Passò li cieli con tanta virtute,
Che fe’ maravigliar l’eterno Sire,
Sì che dolce disire
Lo giunse di chiamar tanta salute,
E fêlla di quaggiuso a sè venire;
Perchè vedea ch’esta vita noiosa
Non era degna di sì gentil cosa.
Partissi della sua bella personaPiena di grazia l’anima gentile,Ed èssi glorïosa in loco degno.Chi non la piange quando ne ragiona,Core ha di pietra sì malvagio e vile,Ch’entrar non vi può spirito benegno.Non è di cor villan sì alto ingegno,Che possa imaginar di lei alquanto,E però non gli vien di pianger voglia:Ma vien tristizia e dogliaDi sospirare e di morir di pianto;E d’ogni consolar l’anima spogliaChi vede nel pensiero alcuna voltaQual ella fu, e com’ella n’è tolta.
Partissi della sua bella persona
Piena di grazia l’anima gentile,
Ed èssi glorïosa in loco degno.
Chi non la piange quando ne ragiona,
Core ha di pietra sì malvagio e vile,
Ch’entrar non vi può spirito benegno.
Non è di cor villan sì alto ingegno,
Che possa imaginar di lei alquanto,
E però non gli vien di pianger voglia:
Ma vien tristizia e doglia
Di sospirare e di morir di pianto;
E d’ogni consolar l’anima spoglia
Chi vede nel pensiero alcuna volta
Qual ella fu, e com’ella n’è tolta.
Dannomi angoscia li sospiri forte.Quando il pensiero nella mente graveMi reca quella che m’ha il cor diviso:E spesse fiate pensando alla morte,Me ne viene un disìo tanto soave,Che mi tramuta lo color nel viso;E quando ’l ’maginar mi tien ben fiso,Giugnemi tanta pena d’ogni parte,Ch’i’ mi riscuoto per dolor ch’i’ sento;E sì fatto divento,Che dalle genti vergogna mi parte.Poscia piangendo, sol nel mio lamentoChiamo Beatrice; e dico: Or se’ tu morta!E mentre ch’io la chiamo, mi conforta.
Dannomi angoscia li sospiri forte.
Quando il pensiero nella mente grave
Mi reca quella che m’ha il cor diviso:
E spesse fiate pensando alla morte,
Me ne viene un disìo tanto soave,
Che mi tramuta lo color nel viso;
E quando ’l ’maginar mi tien ben fiso,
Giugnemi tanta pena d’ogni parte,
Ch’i’ mi riscuoto per dolor ch’i’ sento;
E sì fatto divento,
Che dalle genti vergogna mi parte.
Poscia piangendo, sol nel mio lamento
Chiamo Beatrice; e dico: Or se’ tu morta!
E mentre ch’io la chiamo, mi conforta.
Pianger di doglia e sospirar d’angosciaMi strugge il core ovunque sol mi trovo,Sì che ne increscerebbe a chi ’l vedesse:E qual è stata la mia vita, posciaChe la mia donna andò nel secol novo,Lingua non è che dicer lo sapesse:E però, donne mie, per ch’io volesse,Non vi saprei ben dicer quel ch’io sono,Sì mi fa travagliar l’acerba vita:La quale è sì invilita,Che ogn’uom par che mi dica: Io t’abbandono,Vedendo la mia labbia tramortita.Ma qual ch’io sia, la mia donna sel vede,Ed io ne spero ancor da lei mercede.
Pianger di doglia e sospirar d’angoscia
Mi strugge il core ovunque sol mi trovo,
Sì che ne increscerebbe a chi ’l vedesse:
E qual è stata la mia vita, poscia
Che la mia donna andò nel secol novo,
Lingua non è che dicer lo sapesse:
E però, donne mie, per ch’io volesse,
Non vi saprei ben dicer quel ch’io sono,
Sì mi fa travagliar l’acerba vita:
La quale è sì invilita,
Che ogn’uom par che mi dica: Io t’abbandono,
Vedendo la mia labbia tramortita.
Ma qual ch’io sia, la mia donna sel vede,
Ed io ne spero ancor da lei mercede.
Pietosa mia Canzone, or va piangendo;E ritrova le donne e le donzelle,A cui le tue sorelleErano usate di portar letizia;E tu che sei figliuola di tristizia,Vattene sconsolata a star con elle.
Pietosa mia Canzone, or va piangendo;
E ritrova le donne e le donzelle,
A cui le tue sorelle
Erano usate di portar letizia;
E tu che sei figliuola di tristizia,
Vattene sconsolata a star con elle.
Poi che detta fu questa Canzone, sì venne a me uno, il quale secondo li gradi dell’amistade, è amico a me immediatamente dopo il primo: e questi fu tanto distretto di sanguinità con questa gloriosa, che nullo più presso l’era. E poi che fu meco a ragionare, mi pregò che io gli dovessi dire alcuna cosa per una donna che s’era morta; e simulava sue parole, acciò che paresse che dicesse d’un’altra, la quale morta era cortamente: ond’io accorgendomi che questi dicea solo per quella benedetta, dissi di fare ciò che mi domandava lo suo prego. Ond’io poi pensando a ciò, proposi di fare un Sonetto, nel quale mi lamentassi alquanto, e di darlo a questo mio amico, acciò che paresse, che per lui l’avessi fatto; e dissi allora questo Sonetto che comincia:Venite ad intender, ecc.
Questo Sonetto ha due parti: nella prima chiamo li fedeli d’Amore che m’intendano; nella seconda, narro della mia misera condizione. La seconda comincia quivi:Li quai disconsolati.
Venite a intender li sospiri miei,O cor gentili, che pietà il disìa;Li quai disconsolati vanno via,E, s’e’ non fosser, di dolor morrei;Però che gli occhi mi sarebbon reiMolte fïate più ch’io non vorrìa,Lasso di pianger sì la donna mia,Ch’io sfogherei lo cor piangendo lei.Voi udirete lor chiamar soventeLa mia donna gentil, che se n’è gitaAl secol degno della sua virtute;E dispregiar talora questa vitaIn persona dell’anima dolente,Abbandonata dalla sua salute.
Venite a intender li sospiri miei,O cor gentili, che pietà il disìa;Li quai disconsolati vanno via,E, s’e’ non fosser, di dolor morrei;
Venite a intender li sospiri miei,
O cor gentili, che pietà il disìa;
Li quai disconsolati vanno via,
E, s’e’ non fosser, di dolor morrei;
Però che gli occhi mi sarebbon reiMolte fïate più ch’io non vorrìa,Lasso di pianger sì la donna mia,Ch’io sfogherei lo cor piangendo lei.
Però che gli occhi mi sarebbon rei
Molte fïate più ch’io non vorrìa,
Lasso di pianger sì la donna mia,
Ch’io sfogherei lo cor piangendo lei.
Voi udirete lor chiamar soventeLa mia donna gentil, che se n’è gitaAl secol degno della sua virtute;
Voi udirete lor chiamar sovente
La mia donna gentil, che se n’è gita
Al secol degno della sua virtute;
E dispregiar talora questa vitaIn persona dell’anima dolente,Abbandonata dalla sua salute.
E dispregiar talora questa vita
In persona dell’anima dolente,
Abbandonata dalla sua salute.
Poi che detto ebbi questo Sonetto, pensandomi chi questi era, cui lo intendeva dare quasi come per lui fatto, vidi che povero mi pareva lo servigio e nudo a così distretta persona di questa gloriosa. E però innanzi ch’io gli dessi il soprascritto Sonetto, dissi due stanze di una Canzone; l’una per costui veracemente, e l’altra per me, avvegna che paia l’una e l’altra per una persona detta, a chi non guarda sottilmente. Ma chi sottilmente le mira, vede bene che diverse persone parlano; in ciò che l’una non chiama sua donna costei, e l’altra sì, come appare manifestamente. Questa Canzone e questo Sonetto gli diedi, dicendo io che per lui solo fatto l’avea.
La Canzone comincia:Quantunque volte,ed ha due parti: nell’una, cioè nella prima stanza, si lamenta questo mio caro amico, distretto a lei; nella seconda, mi lamento io, cioè nell’altra stanza che comincia:E’ si raccoglie.E così appare che in questa Canzonesi lamentano due persone, l’una delle quali si lamenta come fratello, l’altra come servidore.
Quantunque volte, lasso! mi rimembraCh’io non debbo giammaiVeder la donna, ond’io vo sì dolente,Tanto dolore intorno al cor m’assembraLa dolorosa mente,Ch’io dico: Anima mia, chè non ten vai?Chè li tormenti, che tu porteraiNel secol che t’è già tanto noioso,Mi fan pensoso di paura forte;Ond’io chiamo la Morte,Come soave e dolce mio riposo;E dico: Vieni a me, con tanto amore,Ch’io sono astioso di chiunque muore.E’ si raccoglie negli miei sospiriUn suono di pietate,Che va chiamando Morte tuttavia.A lei si volser tutti i miei desiri,Quando la donna miaFu giunta dalla sua crudelitate:Perchè il piacere della sua beltate,Partendo sè dalla nostra veduta,Divenne spirital bellezza grande,Che per lo cielo spandeLuce d’amor, che gli angeli saluta,E lo intelletto loro alto e sottileFace maravigliar; tanto è gentile!
Quantunque volte, lasso! mi rimembraCh’io non debbo giammaiVeder la donna, ond’io vo sì dolente,Tanto dolore intorno al cor m’assembraLa dolorosa mente,Ch’io dico: Anima mia, chè non ten vai?Chè li tormenti, che tu porteraiNel secol che t’è già tanto noioso,Mi fan pensoso di paura forte;Ond’io chiamo la Morte,Come soave e dolce mio riposo;E dico: Vieni a me, con tanto amore,Ch’io sono astioso di chiunque muore.
Quantunque volte, lasso! mi rimembra
Ch’io non debbo giammai
Veder la donna, ond’io vo sì dolente,
Tanto dolore intorno al cor m’assembra
La dolorosa mente,
Ch’io dico: Anima mia, chè non ten vai?
Chè li tormenti, che tu porterai
Nel secol che t’è già tanto noioso,
Mi fan pensoso di paura forte;
Ond’io chiamo la Morte,
Come soave e dolce mio riposo;
E dico: Vieni a me, con tanto amore,
Ch’io sono astioso di chiunque muore.
E’ si raccoglie negli miei sospiriUn suono di pietate,Che va chiamando Morte tuttavia.A lei si volser tutti i miei desiri,Quando la donna miaFu giunta dalla sua crudelitate:Perchè il piacere della sua beltate,Partendo sè dalla nostra veduta,Divenne spirital bellezza grande,Che per lo cielo spandeLuce d’amor, che gli angeli saluta,E lo intelletto loro alto e sottileFace maravigliar; tanto è gentile!
E’ si raccoglie negli miei sospiri
Un suono di pietate,
Che va chiamando Morte tuttavia.
A lei si volser tutti i miei desiri,
Quando la donna mia
Fu giunta dalla sua crudelitate:
Perchè il piacere della sua beltate,
Partendo sè dalla nostra veduta,
Divenne spirital bellezza grande,
Che per lo cielo spande
Luce d’amor, che gli angeli saluta,
E lo intelletto loro alto e sottile
Face maravigliar; tanto è gentile!
In quel giorno, nel quale si compiva l’anno che questa donna era fatta de’ cittadini di vita eterna, io mi sedea in parte, nella quale ricordandomi di lei, disegnava un angelo sopra certe tavolette: e mentre io ’l disegnava, volsi gli occhi e vidi lungo me uomini, a’ quali si conveniva di fare onore. E’ riguardavano quello ch’io facea, e secondo che mi fu detto poi, egli erano stati già alquanto, anzi che io me n’accorgessi. Quando li vidi, mi levai, e salutando loro dissi: «Altri era testè meco, e perciò pensava». Onde partiti costoro, ritornaimi alla mia opera, cioè del disegnare figure d’angeli. Facendo ciò, mi venne un pensiero di dire parole per rima, quasi per annovale di lei, e scrivere a costoro, li quali erano venuti a me: e dissi allora questo Sonetto, che comincia:Era venuta, lo quale ha due cominciamenti; e però lo dividerò secondo l’uno e l’altro.
Dante sorpreso a disegnare un angelo
Dico che, secondo il primo, questo Sonetto ha tre parti: nella prima, dico che questadonna era già nella mia memoria; nella seconda, dico quello che Amore però mi facea; nella terza, dico degli effetti d’Amore. La seconda comincia quivi:Amor che;la terza quivi:Piangendo uscivan.Questa parte si divide in due: nell’una, dico che tutti i miei sospiri usciano parlando; nell’altra, dico come alquanti diceano certe parole diverse dagli altri. La seconda comincia quivi:Ma quelli.Per questo medesimo modo si divide secondo l’altro cominciamento, salvo che nella prima parte dico quando questa donna era così venuta nella mia memoria, e ciò non dico nell’altro.
PRIMO COMINCIAMENTO.Era venuta nella mente miaLa gentil donna, che per suo valoreFu posta dall’altissimo SignoreNel ciel dell’umiltate, ov’è Maria.SECONDO COMINCIAMENTO.Era venuta nella mente miaQuella donna gentil, cui piange Amore,Entro quel punto che lo suo valoreVi trasse a riguardar quel ch’io facìa.Amor, che nella mente la sentìa,S’era svegliato nel distrutto core,E diceva a’ sospiri: Andate fuore;Per che ciascun dolente si partìa.Piangendo uscivan fuori del mio pettoCon una voce, che sovente menaLe lagrime dogliose agli occhi tristi.Ma quelli, che n’uscian con maggior pena,Venìen dicendo: O nobile intelletto,Oggi fa l’anno che nel ciel salisti.
PRIMO COMINCIAMENTO.
PRIMO COMINCIAMENTO.
Era venuta nella mente miaLa gentil donna, che per suo valoreFu posta dall’altissimo SignoreNel ciel dell’umiltate, ov’è Maria.
Era venuta nella mente mia
La gentil donna, che per suo valore
Fu posta dall’altissimo Signore
Nel ciel dell’umiltate, ov’è Maria.
SECONDO COMINCIAMENTO.
SECONDO COMINCIAMENTO.
Era venuta nella mente miaQuella donna gentil, cui piange Amore,Entro quel punto che lo suo valoreVi trasse a riguardar quel ch’io facìa.
Era venuta nella mente mia
Quella donna gentil, cui piange Amore,
Entro quel punto che lo suo valore
Vi trasse a riguardar quel ch’io facìa.
Amor, che nella mente la sentìa,S’era svegliato nel distrutto core,E diceva a’ sospiri: Andate fuore;Per che ciascun dolente si partìa.
Amor, che nella mente la sentìa,
S’era svegliato nel distrutto core,
E diceva a’ sospiri: Andate fuore;
Per che ciascun dolente si partìa.
Piangendo uscivan fuori del mio pettoCon una voce, che sovente menaLe lagrime dogliose agli occhi tristi.
Piangendo uscivan fuori del mio petto
Con una voce, che sovente mena
Le lagrime dogliose agli occhi tristi.
Ma quelli, che n’uscian con maggior pena,Venìen dicendo: O nobile intelletto,Oggi fa l’anno che nel ciel salisti.
Ma quelli, che n’uscian con maggior pena,
Venìen dicendo: O nobile intelletto,
Oggi fa l’anno che nel ciel salisti.
Poi per alquanto tempo, conciofossecosa che io fossi in parte, nella quale mi ricordava del passato tempo, molto stava pensoso, e con dolorosi pensamenti tanto, che mi faceano parere di fuori una vista di terribile sbigottimento. Ond’io, accorgendomi del mio travagliare, levai gli occhi per vedere s’altri mi vedesse. Allora vidi che una gentil donna, giovane e bella molto, da una fenestra mi riguardava molto pietosamente quant’alla vista; sicchè tutta la pietade pareva in lei accolta. Onde, conciossiacosa che quando i miseri veggono di loro compassione altrui, più tosto, si muovono a lagrimare, quasi come di sè stessi avendo pietade, io sentii allora li miei occhi cominciare a voler piangere; e però temendo di non mostrare la mia vile vita, mi partii dinanzi dagli occhi di questa gentile; e dicea fra me medesimo: «E’ non può essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore». E però proposi di dire un Sonetto, nel quale io parlassi a lei, e conchiudessi in esso tutto ciò che narrato è in questa ragione. E però che questa ragione è assai manifesta, nol dividerò.
Videro gli occhi miei quanta pietateEra apparita in la vostra figura,Quando guardaste gli atti e la staturaCh’io faccio pel dolor molte fïate.Allor m’accorsi che voi pensavateLa qualità della mia vita oscura,Sicchè mi giunse nello cor pauraDi dimostrar cogli occhi mia viltate.E tolsimi dinanzi a voi, sentendoChe si movean le lagrime dal core,Ch’era sommosso dalla vostra vista.Io dicea poscia nell’anima trista:Ben è con quella donna quello Amore,Lo qual mi face andar così piangendo.
Videro gli occhi miei quanta pietateEra apparita in la vostra figura,Quando guardaste gli atti e la staturaCh’io faccio pel dolor molte fïate.
Videro gli occhi miei quanta pietate
Era apparita in la vostra figura,
Quando guardaste gli atti e la statura
Ch’io faccio pel dolor molte fïate.
Allor m’accorsi che voi pensavateLa qualità della mia vita oscura,Sicchè mi giunse nello cor pauraDi dimostrar cogli occhi mia viltate.
Allor m’accorsi che voi pensavate
La qualità della mia vita oscura,
Sicchè mi giunse nello cor paura
Di dimostrar cogli occhi mia viltate.
E tolsimi dinanzi a voi, sentendoChe si movean le lagrime dal core,Ch’era sommosso dalla vostra vista.
E tolsimi dinanzi a voi, sentendo
Che si movean le lagrime dal core,
Ch’era sommosso dalla vostra vista.
Io dicea poscia nell’anima trista:Ben è con quella donna quello Amore,Lo qual mi face andar così piangendo.
Io dicea poscia nell’anima trista:
Ben è con quella donna quello Amore,
Lo qual mi face andar così piangendo.
Avvenne poi che ovunque questa donna mi vedea, si facea d’una vista pietosa e d’un color pallido, quasi come d’Amore: onde molte fiate mi ricordava della mia nobilissima donna, che di simile colore si mostrava tuttavia. E certo molte volte non potendo lagrimare nè disfogare la mia tristizia, io andava per vedere questa pietosa donna, la quale parea che tirasse le lagrime fuori delli miei occhi per la sua vista. E però mi venne anche volontade di dire parole, parlando a lei; e dissi questo Sonetto che comincia:Color d’Amore, e ch’è piano senza dividerlo per la sua precedente ragione.
Color d’amore, e di pietà sembianti,Non preser mai così mirabilmenteViso di donna, per veder soventeOcchi gentili e dolorosi pianti,Come lo vostro, qualora davantiVedetevi la mia labbia dolente;Sì che per voi mi vien cosa alla mente,Ch’io temo forte non lo cor si schianti.Io non posso tener gli occhi distruttiChe non riguardin voi spesse fïate,Pel desiderio di pianger ch’egli hanno:E voi crescete sì lor volontate,Che della voglia si consuman tutti;Ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.
Color d’amore, e di pietà sembianti,Non preser mai così mirabilmenteViso di donna, per veder soventeOcchi gentili e dolorosi pianti,
Color d’amore, e di pietà sembianti,
Non preser mai così mirabilmente
Viso di donna, per veder sovente
Occhi gentili e dolorosi pianti,
Come lo vostro, qualora davantiVedetevi la mia labbia dolente;Sì che per voi mi vien cosa alla mente,Ch’io temo forte non lo cor si schianti.
Come lo vostro, qualora davanti
Vedetevi la mia labbia dolente;
Sì che per voi mi vien cosa alla mente,
Ch’io temo forte non lo cor si schianti.
Io non posso tener gli occhi distruttiChe non riguardin voi spesse fïate,Pel desiderio di pianger ch’egli hanno:
Io non posso tener gli occhi distrutti
Che non riguardin voi spesse fïate,
Pel desiderio di pianger ch’egli hanno:
E voi crescete sì lor volontate,Che della voglia si consuman tutti;Ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.
E voi crescete sì lor volontate,
Che della voglia si consuman tutti;
Ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.
La donna della finestra
Io venni a tanto per la vista di questa donna, che li miei occhi si cominciaro a dilettare troppo di vederla; onde molte volte me ne crucciava nel mio cuore, ed aveamene per vile assai; e più volte bestemmiava la vanità degli occhi miei, e dicea loro nel mio pensiero: «Or voi solevate far piangere chi vedea la vostra dolorosa condizione, ed ora pare che vogliate dimenticarlo per questa donna che vi mira, che non mira voi se non in quanto le pesa della gloriosa donna di cui pianger solete; ma quanto far potete, fate; chè io ve la rimembrerò molto spesso, maledetti occhi: chè mai, se non dopo la morte, non dovrebbero le vostre lagrime esser ristate». E quando fra me medesimo così avea detto alli miei occhi, e li sospiri m’assalìano grandissimi ed angosciosi. Ed acciò che questa battaglia, che io avea meco, non rimanesse saputa pur dal misero che la sentìa, proposi di fare un Sonetto, e di comprendere in esso questa orribile condizione, e dissi questo che comincia:L’amaro lagrimar.
Il sonetto ha due parti: nella prima, parlo agli occhi miei, siccome parlava lo mio core in me medesimo; nella seconda, rimovo alcuna dubitazione, manifestando chi è che così parla; e comincia questa parte quivi:Così dice.Potrebbe bene ancora ricevere più divisioni, ma sariano indarno, però che è manifesto per la precedente ragione.
L’amaro lagrimar che voi faceste,Occhi mïei, così lunga stagione,Faceva lagrimar l’altre personeDella pietate, come voi vedeste.Ora mi par che voi l’obliereste,S’io fossi dal mio lato sì fellone,Ch’io non ven disturbassi ogni cagione,Membrandovi colei, cui voi piangeste.La vostra vanità mi fa pensare,E spaventami sì, ch’io temo forteDel viso d’una donna che vi mira.Voi non dovreste mai, se non per morte,La nostra donna, ch’è morta, obliare:Così dice il mio core, e poi sospira.
L’amaro lagrimar che voi faceste,Occhi mïei, così lunga stagione,Faceva lagrimar l’altre personeDella pietate, come voi vedeste.
L’amaro lagrimar che voi faceste,
Occhi mïei, così lunga stagione,
Faceva lagrimar l’altre persone
Della pietate, come voi vedeste.
Ora mi par che voi l’obliereste,S’io fossi dal mio lato sì fellone,Ch’io non ven disturbassi ogni cagione,Membrandovi colei, cui voi piangeste.
Ora mi par che voi l’obliereste,
S’io fossi dal mio lato sì fellone,
Ch’io non ven disturbassi ogni cagione,
Membrandovi colei, cui voi piangeste.
La vostra vanità mi fa pensare,E spaventami sì, ch’io temo forteDel viso d’una donna che vi mira.
La vostra vanità mi fa pensare,
E spaventami sì, ch’io temo forte
Del viso d’una donna che vi mira.
Voi non dovreste mai, se non per morte,La nostra donna, ch’è morta, obliare:Così dice il mio core, e poi sospira.
Voi non dovreste mai, se non per morte,
La nostra donna, ch’è morta, obliare:
Così dice il mio core, e poi sospira.
Recommi la vista di questa donna in sì nuova condizione, che molte volte ne pensava come di persona che troppo mi piacesse; e pensava di lei così: «Questa è una donna gentile, bella, giovane e savia, ed apparita forse per volontà d’Amore, acciò che la mia vita si riposi». E molte volte pensava più amorosamente, tanto che il core consentiva in lui, cioè nel suo ragionare. E quando avea consentito ciò, io mi ripensava siccome dalla ragione mosso, e dicea fra me medesimo: «Deh, che pensiero è questo, che in così vile modo mi vuol consolare, e non mi lascia quasi altro pensare!» Poi si rilevava un altro pensiero, e dicea: «Or che tu se’ stato in tanta tribulazione d’Amore, perchè non vuo’ tu ritrarti da tanta amaritudine? Tu vedi che questo è uno spiramento, che ne reca li desiri d’Amore dinanzi, ed è mosso da così gentil parte, com’è quella degli occhi della donna, che tanto pietosa ti s’è mostrata». Ond’io avendo così più volte combattuto in me medesimo, ancora ne volli dire alquante parole; e però che la battaglia de’ pensieri vinceano coloroche per lei parlavano, mi parve che si convenisse di parlare a lei; e dissi questo Sonetto il quale comincia:Gentil pensiero. E dicogentilein quanto ragionava di gentil donna: chè per altro era vilissimo. E fo in questo Sonetto due parti di me, secondo che li miei pensieri erano in due divisi. L’una parte chiamo cuore, cioè l’appetito; l’altra chiamo anima, cioè la ragione; e dico come l’uno dice all’altro. E che degno sia di chiamare l’appetito cuore, e la ragione anima, assai è manifesto a coloro, a cui mi piace che ciò sia aperto. Vero è che nel precedente Sonetto io fo la parte del cuore contro a quella degli occhi, e ciò pare contrario di quel ch’io dico nel presente; e però dico che anche ivi il cuore intendo per l’appetito, però che maggior desiderio era il mio ancora di ricordarmi della gentilissima donna mia, che di vedere costei, avvegna che alcuno appetito ne avessi già, ma leggier parea: onde appare che l’uno detto non è contrario all’altro.
Questo Sonetto ha tre parti: nella prima, comincio a dire a questa donna come lo mio desiderio si volge tutto verso lei; nella seconda, dico come l’anima, cioè la ragione, dice al cuore, cioè all’appetito; nella terza, dico come le risponde. La seconda parte comincia quivi:L’anima dice;la terza quivi:Ei le risponde.
Gentil pensiero, che parla di vui,Sen viene a dimorar meco sovente,E ragiona d’amor sì dolcemente,Che face consentir lo core in lui.L’anima dice al cor: Chi è costui,Che viene a consolar la nostra mente,Ed è la sua virtù tanto possente,Ch’altro pensier non lascia star con nui?Ei le risponde: O anima pensosa,Questi è uno spiritel nuovo d’amore,Che reca innanzi a me li suoi desiri:E la sua vita, e tutto il suo valore,Mosse dagli occhi di quella pietosa,Che si turbava de’ nostri martìri.
Gentil pensiero, che parla di vui,Sen viene a dimorar meco sovente,E ragiona d’amor sì dolcemente,Che face consentir lo core in lui.
Gentil pensiero, che parla di vui,
Sen viene a dimorar meco sovente,
E ragiona d’amor sì dolcemente,
Che face consentir lo core in lui.
L’anima dice al cor: Chi è costui,Che viene a consolar la nostra mente,Ed è la sua virtù tanto possente,Ch’altro pensier non lascia star con nui?
L’anima dice al cor: Chi è costui,
Che viene a consolar la nostra mente,
Ed è la sua virtù tanto possente,
Ch’altro pensier non lascia star con nui?
Ei le risponde: O anima pensosa,Questi è uno spiritel nuovo d’amore,Che reca innanzi a me li suoi desiri:
Ei le risponde: O anima pensosa,
Questi è uno spiritel nuovo d’amore,
Che reca innanzi a me li suoi desiri:
E la sua vita, e tutto il suo valore,Mosse dagli occhi di quella pietosa,Che si turbava de’ nostri martìri.
E la sua vita, e tutto il suo valore,
Mosse dagli occhi di quella pietosa,
Che si turbava de’ nostri martìri.
Contra questo avversario della ragione si levò un dì, quasi nell’ora di nona, una forte imaginazione in me, che mi parea vedere questa gloriosa Beatrice, con quelle vestimenta sanguigne, colle quali apparve prima agli occhi miei, e pareami giovane, in simile etade a quella in che prima la vidi. Allora incominciai a pensare di lei; e secondo l’ordine del tempo passato ricordandomene, lo mio core incominciò dolorosamente a pentirsi del desiderio, a cui così vilmente s’avea lasciato possedere alquanti dì contro alla costanza della ragione: e discacciato questo cotal malvagio desiderio, si rivolsero tutti i miei pensamenti alla loro gentilissima Beatrice. E dico che d’allora innanzi cominciai a pensare di lei sì con tutto il vergognoso cuore che li sospiri manifestavano ciò molte volte; però che quasi tutti diceano nel loro uscire quello che nel cuore si ragionava, cioè lo nome di quella gentilissima, e come si partìo da noi. E molte volte avvenìa che tanto dolore avea in sè alcuno pensiero, che io dimenticava lui, e là dov’io era. Per questo raccendimento di sospiri si raccese lo sollevatolagrimare in guisa, che li miei occhi pareano due cose, che desiderassero pur di piangere: e spesso avvenìa che, per lo lungo continuare del pianto, dintorno loro si facea un colore purpureo, quale apparir suole per alcuno martìro che altri riceva: onde appare che della loro vanità furono degnamente guiderdonati, sì che da indi innanzi non poterono mirare persona che li guardasse sì, che loro potesse trarre a simile intendimento. Onde io volendo che cotal desiderio malvagio e vana tentazione paresse destrutto, sì che alcuno dubbio non potessero inducere le rimate parole ch’io avea dette dinanzi, proposi di fare un Sonetto, nel quale io comprendessi la sentenza di questa ragione. E dissi allora:Lasso! per forzaec.; e dissilasso, in quanto mi vergognava di ciò che gli miei occhi aveano così vaneggiato.
Questo Sonetto non divido, però che è assai manifesta la sua ragione.
Lasso! per forza de’ molti sospiri,Che nascon de’ pensier che son nel core,Gli occhi son vinti, e non hanno valoreDi riguardar persona che gli miri.E fatti son che paion due disiriDi lagrimare e di mostrar dolore,E spesse volte piangon sì, ch’AmoreGli cerchia di corona di martìri.Questi pensieri, e li sospir ch’io gitto,Diventan dentro al cor sì angosciosi,Ch’Amor vi tramortisce, sì glien duole;Però ch’egli hanno in sè li dolorosiQuel dolce nome di Madonna scritto,E della morte sua molte parole.
Lasso! per forza de’ molti sospiri,Che nascon de’ pensier che son nel core,Gli occhi son vinti, e non hanno valoreDi riguardar persona che gli miri.
Lasso! per forza de’ molti sospiri,
Che nascon de’ pensier che son nel core,
Gli occhi son vinti, e non hanno valore
Di riguardar persona che gli miri.
E fatti son che paion due disiriDi lagrimare e di mostrar dolore,E spesse volte piangon sì, ch’AmoreGli cerchia di corona di martìri.
E fatti son che paion due disiri
Di lagrimare e di mostrar dolore,
E spesse volte piangon sì, ch’Amore
Gli cerchia di corona di martìri.
Questi pensieri, e li sospir ch’io gitto,Diventan dentro al cor sì angosciosi,Ch’Amor vi tramortisce, sì glien duole;
Questi pensieri, e li sospir ch’io gitto,
Diventan dentro al cor sì angosciosi,
Ch’Amor vi tramortisce, sì glien duole;
Però ch’egli hanno in sè li dolorosiQuel dolce nome di Madonna scritto,E della morte sua molte parole.
Però ch’egli hanno in sè li dolorosi
Quel dolce nome di Madonna scritto,
E della morte sua molte parole.
Dopo questa tribulazione avvenne, in quel tempo che molta gente andava per vedere quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio della sua bellissima figura, la quale vede la mia donna gloriosamente, che alquanti peregrini passavano per una via, la quale è quasi mezzo della cittade, ove nacque, vivette e morìo la gentilissima donna, e andavano, secondo che mi parve, molto pensosi. Ond’io pensando a loro, dissi fra me medesimo: «Questi peregrini mi paiono di lontana parte, e non credo che anche udissero parlare di questa donna, e non ne sanno niente; anzi i loro pensieri sono d’altre cose che di questa qui; chè forse pensano delli loro amici lontani, li quali noi non conoscemo». Poi dicea fra me medesimo: «Io so che se questi fossero di propinquo paese, in alcuna vista parrebbero turbati, passando per lo mezzo della dolorosa cittade». Poi dicea fra me stesso: «S’io li potessi tenere alquanto, io pur gli farei piangere anzi ch’egli uscissero di questa cittade, però che io direi parole, che farebbero piangere chiunque leintendesse». Onde, passati costoro dalla mia veduta, proposi di fare un Sonetto, nel quale manifestassi ciò ch’io avea detto fra me medesimo; ed acciò che più paresse pietoso, proposi di dire come se io avessi parlato a loro; e dissi questo Sonetto, lo quale comincia;Deh peregriniec. E dissiperegrini, secondo la larga significazione del vocabolo: chè peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto. In largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori della patria sua; in modo stretto, non s’intende peregrino se non chi va verso la casa di santo Jacopo, o riede: e però è da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio dell’Altissimo. Chiamansipalmieri, in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma; chiamansiperegrini, in quanto vanno alla casa di Galizia, però che la sepoltura di santo Jacopo fu più lontana dalla sua patria, che d’alcuno altro apostolo; chiamansiromei, in quanto vanno a Roma, là ove questi ch’io chiamoperegrini, andavano.
Questo Sonetto non si divide, però ch’assai il manifesta la sua ragione.
Deh, peregrini, che pensosi andateForse di cosa che non v’è presente,Venite voi di sì lontana gente,Come alla vista voi ne dimostrate?Chè non piangete, quando voi passatePer lo suo mezzo la città dolente,Come quelle persone, che neentePar che ’ntendesser la sua gravitate.Se voi restate, per volere udire,Certo lo core ne’ sospir mi dice,Che lagrimando n’uscirete pui.Ella ha perduta la sua Beatrice:E le parole, ch’uom di lei può dire,Hanno virtù di far piangere altrui.
Deh, peregrini, che pensosi andateForse di cosa che non v’è presente,Venite voi di sì lontana gente,Come alla vista voi ne dimostrate?
Deh, peregrini, che pensosi andate
Forse di cosa che non v’è presente,
Venite voi di sì lontana gente,
Come alla vista voi ne dimostrate?
Chè non piangete, quando voi passatePer lo suo mezzo la città dolente,Come quelle persone, che neentePar che ’ntendesser la sua gravitate.
Chè non piangete, quando voi passate
Per lo suo mezzo la città dolente,
Come quelle persone, che neente
Par che ’ntendesser la sua gravitate.
Se voi restate, per volere udire,Certo lo core ne’ sospir mi dice,Che lagrimando n’uscirete pui.
Se voi restate, per volere udire,
Certo lo core ne’ sospir mi dice,
Che lagrimando n’uscirete pui.
Ella ha perduta la sua Beatrice:E le parole, ch’uom di lei può dire,Hanno virtù di far piangere altrui.
Ella ha perduta la sua Beatrice:
E le parole, ch’uom di lei può dire,
Hanno virtù di far piangere altrui.
Poi mandaro due donne gentili a me, pregandomi che mandassi loro di queste mie parole rimate; ond’io pensando la loro nobiltà, proposi di mandar loro, e di fare una cosa nuova, la quale io mandassi loro con esse, acciò che più onorevolmente adempiessi li loro prieghi. E dissi allora un Sonetto, il quale narra il mio stato, e manda’lo loro col precedente Sonetto accompagnato, e con un altro che comincia:Venite a intenderec. Il Sonetto, il quale io feci allora, comincia:Oltre la speraec.
Questo Sonetto ha in sè cinque parti: nella prima, dico là ove va il mio pensiero, nominandolo per nome di alcuno suo effetto; nella seconda, dico perchè va lassù, cioè chi ’l fa così andare; nella terza, dico quello che vide, cioè una donna onorata: e chiamolo alloraspirito peregrino,acciò che spiritualmente va lassù, e sì come peregrino, lo quale è fuori della sua patria giusta; nella quarta, dico com’egli la vede tale, cioè in tale qualità,ch’io non la posso intendere: cioè a dire, che il mio pensiero sale nella qualità di costei in grado, che il mio intelletto nol può comprendere; conciossiacosa che il nostro intelletto s’abbia a quelle benedette anime, come l’occhio nostro debole al sole: e ciò dice il Filosofo nel secondo dellaMetafisica;nella quinta, dico che, avvegna che io non possa intendere là ove il pensiero mi trae, cioè alla sua mirabile qualità, almeno intendo questo, cioè che tal è il pensare della mia donna, perchè io sento spesso il suo nome nel mio pensiero. E nel fine di questa quinta parte dico:Donne mie care,a dare ad intendere che son donne coloro a cui parlo. La seconda parte comincia:Intelligenzia nuova;la terza:Quand’egli è giunto;la quarta:Vedela tal;la quinta:So io ch’el parla.Potrebbesi più sottilmente ancora dividere, e più sottilmente intendere, ma puossi passare con questa divisione; e però non mi trametto di più dividerlo.
Dantis Amor
Oltre la spera, che più larga gira,Passa il sospiro ch’esce del mio core;Intelligenzia nuova, che l’AmorePiangendo mette in lui, pur su lo tira.Quand’egli è giunto là, dov’el desira,Vede una donna, che riceve onore,E luce sì, che per lo suo splendoreLo peregrino spirito la mira.Vedela tal, che, quando il mi ridice,Io non lo ’ntendo, sì parla sottileAl cor dolente, che lo fa parlare.So io ch’el parla di quella gentile,Però che spesso ricorda Beatrice:Sì ch’io lo ’ntendo ben, donne mie care.
Oltre la spera, che più larga gira,Passa il sospiro ch’esce del mio core;Intelligenzia nuova, che l’AmorePiangendo mette in lui, pur su lo tira.
Oltre la spera, che più larga gira,
Passa il sospiro ch’esce del mio core;
Intelligenzia nuova, che l’Amore
Piangendo mette in lui, pur su lo tira.
Quand’egli è giunto là, dov’el desira,Vede una donna, che riceve onore,E luce sì, che per lo suo splendoreLo peregrino spirito la mira.
Quand’egli è giunto là, dov’el desira,
Vede una donna, che riceve onore,
E luce sì, che per lo suo splendore
Lo peregrino spirito la mira.
Vedela tal, che, quando il mi ridice,Io non lo ’ntendo, sì parla sottileAl cor dolente, che lo fa parlare.
Vedela tal, che, quando il mi ridice,
Io non lo ’ntendo, sì parla sottile
Al cor dolente, che lo fa parlare.
So io ch’el parla di quella gentile,Però che spesso ricorda Beatrice:Sì ch’io lo ’ntendo ben, donne mie care.
So io ch’el parla di quella gentile,
Però che spesso ricorda Beatrice:
Sì ch’io lo ’ntendo ben, donne mie care.
Appresso a questo Sonetto apparve a me una mirabil visione, nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sa veramente. Sicchè, se piacere sarà di Colui, per cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, spero di dire di lei quello che mai non fu detto d’alcuna. E poi piaccia a Colui, ch’è Sire della cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria della sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, che gloriosamente mira nella faccia di Colui,qui est per omnia saecula benedictus.
Il saluto di Beatrice nell’Eden
Indice del Volume, delle Poesie e delle TavoleINDICE DEL VOLUMELa vita nuova di Dante e i quadri di Dante Gabriele RossettiPag.9Avvertenza per questa edizione32Incipit vita nova33INDICE DELLE POESIE.A ciascun’alma presa e gentil corePag.39O voi, che per la via d’amor passate45Piangete, amanti, poi che piange amore48Morte villana, di pietà nimica50Cavalcando l’altr’ieri per un cammino54Ballata io vo’ che tu ritruovi amore61Tutti li miei pensier parlan d’amore66Con l’altre donne mia vista gabbate71Ciò che m’incontra nella mente more74Spesse fïate vegnonmi alla mente77Donne, ch’avete intelletto d’amore83Amore e ’l cor gentil sono una cosa89Negli occhi porta la mia donna amore91Voi, che portate la sembianza umìle96Se’ tu colui, c’hai trattato sovente98Donna pietosa e di novella etate105Io mi sentii svegliar dentro dal core112Tanto gentile e tanto onesta pare119Vede perfettamente ogni salute121Sì lungamente m’ha tenuto amore124Gli occhi dolenti per pietà del core131Venite a intender li sospiri miei136Quantunque volte, lasso!, mi rimembra139Era venuta nella mente mia142Videro gli occhi miei quanta pietate144Color d’amore e di pietà sembianti146L’amaro lagrimar che voi faceste149Gentil pensiero, che parla di vui153Lasso! per forza dei molti sospiri156Deh, peregrini, che pensosi andate160Oltre la sfera, che più larga gira163INDICE DELLE TAVOLE.Dante AlighieriPag.33Il saluto di Beatrice36Beatrice nega il saluto a Dante55Gli angeli portano al cielo l’anima di Beatrice101Il sogno di Dante103Beatrice119Beata Beatrix126Dante sorpreso a disegnare un angelo140La donna della finestra146Dantis Amor163Il saluto di Beatrice nell’Eden164
NOTE:1.Hand and Soul.Da poco ristampato in inglese dal Germ, per cura della ditta editriceChiswick Presse tradotto in italiano, e pubblicato sulla rivista «Flegrea» da Olivia Rossetti Agresti, nipote dell’autore.2.D. G. Rossetti,Letters and Memoir, edited byW. M. Rossetti. Londra, Ellis and Elvey, publishers; vol.I, cap.II.3.Pre Raphaelite Brotherhood.4.Tommaso Woolner, scultore; Giacomo Collinson e Giorgio Federico Stephens, pittori; più tardi vi si aggregarono anche Coventry Patmore, letterato; e Deverell. Ma i veri P. R. B. furono i primi sei e W. M. Rossetti, il fratello del Nostro.5.«La mia donna ama soltanto il cuore dell’amore». D. G. R.House of life.Parte I. Sonetto VIII.6.«Rivi di cori dalla sua lingua, spazi di cielo dai suoi occhi, dolci segni che fuggono dal santuario dell’anima sua». Idem, Sonetto LVIII.7.Poesie di D. G. Rossetti.Trad. daA. Agresti, Firenze, Barbera, pag. 112.8.Questo quadro è una dimostrazione di più della grande arte degli effetti, che il Rossetti possedeva al massimo grado. Come una volta dipinse il mare a Nazareth dicendo poi che se non c’era ci avrebbe dovuto essere, perchè ci faceva bene, qui riunì in uno due episodi dellaVita Nova. Quello ove realmente Dante dice che Beatrice gli negò il saluto, e quello posteriore, dove ad una festa nuziale Beatrice, insieme ad altre donne, vedendo Dante si burlò della sua subitanea debolezza e del suo smarrimento. L’espressione di Beatrice è durissima come di chi nega o rimprovera, le altre donne ridono, la sposa accenna alla festa nuziale.9.A. Agresti, op. cit., pag. 104.10.Shakespeare:Macbeth. Atto 5º scenaI, «Via, dannata macchia! via, dico.....».11.Dante,Inferno. CantoVIII.12.Dante,Paradiso. CantoXXXII.13.Abbiamo voluto pubblicare anche la riproduzione di questo quadro, dando così ai nostri lettori, completo, il ciclo di Beatrice dipinto dal Rossetti.
1.Hand and Soul.Da poco ristampato in inglese dal Germ, per cura della ditta editriceChiswick Presse tradotto in italiano, e pubblicato sulla rivista «Flegrea» da Olivia Rossetti Agresti, nipote dell’autore.
1.Hand and Soul.Da poco ristampato in inglese dal Germ, per cura della ditta editriceChiswick Presse tradotto in italiano, e pubblicato sulla rivista «Flegrea» da Olivia Rossetti Agresti, nipote dell’autore.
2.D. G. Rossetti,Letters and Memoir, edited byW. M. Rossetti. Londra, Ellis and Elvey, publishers; vol.I, cap.II.
2.D. G. Rossetti,Letters and Memoir, edited byW. M. Rossetti. Londra, Ellis and Elvey, publishers; vol.I, cap.II.
3.Pre Raphaelite Brotherhood.
3.Pre Raphaelite Brotherhood.
4.Tommaso Woolner, scultore; Giacomo Collinson e Giorgio Federico Stephens, pittori; più tardi vi si aggregarono anche Coventry Patmore, letterato; e Deverell. Ma i veri P. R. B. furono i primi sei e W. M. Rossetti, il fratello del Nostro.
4.Tommaso Woolner, scultore; Giacomo Collinson e Giorgio Federico Stephens, pittori; più tardi vi si aggregarono anche Coventry Patmore, letterato; e Deverell. Ma i veri P. R. B. furono i primi sei e W. M. Rossetti, il fratello del Nostro.
5.«La mia donna ama soltanto il cuore dell’amore». D. G. R.House of life.Parte I. Sonetto VIII.
5.«La mia donna ama soltanto il cuore dell’amore». D. G. R.House of life.Parte I. Sonetto VIII.
6.«Rivi di cori dalla sua lingua, spazi di cielo dai suoi occhi, dolci segni che fuggono dal santuario dell’anima sua». Idem, Sonetto LVIII.
6.«Rivi di cori dalla sua lingua, spazi di cielo dai suoi occhi, dolci segni che fuggono dal santuario dell’anima sua». Idem, Sonetto LVIII.
7.Poesie di D. G. Rossetti.Trad. daA. Agresti, Firenze, Barbera, pag. 112.
7.Poesie di D. G. Rossetti.Trad. daA. Agresti, Firenze, Barbera, pag. 112.
8.Questo quadro è una dimostrazione di più della grande arte degli effetti, che il Rossetti possedeva al massimo grado. Come una volta dipinse il mare a Nazareth dicendo poi che se non c’era ci avrebbe dovuto essere, perchè ci faceva bene, qui riunì in uno due episodi dellaVita Nova. Quello ove realmente Dante dice che Beatrice gli negò il saluto, e quello posteriore, dove ad una festa nuziale Beatrice, insieme ad altre donne, vedendo Dante si burlò della sua subitanea debolezza e del suo smarrimento. L’espressione di Beatrice è durissima come di chi nega o rimprovera, le altre donne ridono, la sposa accenna alla festa nuziale.
8.Questo quadro è una dimostrazione di più della grande arte degli effetti, che il Rossetti possedeva al massimo grado. Come una volta dipinse il mare a Nazareth dicendo poi che se non c’era ci avrebbe dovuto essere, perchè ci faceva bene, qui riunì in uno due episodi dellaVita Nova. Quello ove realmente Dante dice che Beatrice gli negò il saluto, e quello posteriore, dove ad una festa nuziale Beatrice, insieme ad altre donne, vedendo Dante si burlò della sua subitanea debolezza e del suo smarrimento. L’espressione di Beatrice è durissima come di chi nega o rimprovera, le altre donne ridono, la sposa accenna alla festa nuziale.
9.A. Agresti, op. cit., pag. 104.
9.A. Agresti, op. cit., pag. 104.
10.Shakespeare:Macbeth. Atto 5º scenaI, «Via, dannata macchia! via, dico.....».
10.Shakespeare:Macbeth. Atto 5º scenaI, «Via, dannata macchia! via, dico.....».
11.Dante,Inferno. CantoVIII.
11.Dante,Inferno. CantoVIII.
12.Dante,Paradiso. CantoXXXII.
12.Dante,Paradiso. CantoXXXII.
13.Abbiamo voluto pubblicare anche la riproduzione di questo quadro, dando così ai nostri lettori, completo, il ciclo di Beatrice dipinto dal Rossetti.
13.Abbiamo voluto pubblicare anche la riproduzione di questo quadro, dando così ai nostri lettori, completo, il ciclo di Beatrice dipinto dal Rossetti.