CAPITOLO NONOCONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA
1.Principio della fine.
Da un anno a questa parte — anzi da un anno e un terzo, perchè quella mattina era gelida mentre oggi che scrivo l'insubre cielo s'impiomba sotto i segni congiunti del Leone e della Vergine — da un anno e quattro mesi io sono còlto talvolta in mezzo all'oscillazione di due diversi pensieri.
L'uno è facile fino alla volgarità, ed è questo:
— Quale solenne, invidiato ed esemplare collocamento nel mondo sociale avrei io oggi, se quella mattina, un anno e un terzo fa, la mattina del 22 di febbraio del 1919, primo anno del Dopoguerra, se quella mattina io fossi andato da Sua Eccellenza!
L'altro, che gli si oppone, è più fino, e ha del metafisico:
— Ognuno fa ciò verso cui è nato, e niente altro. E questa non è già la sua predestinazione, ma la forma soggettiva della sua felicità.
Il che vale a dire: — Io non sono nato per collocarmi solennemente, invidiabilmente ed esemplarmentenel mondo sociale. Perciò, se quella mattina fossi andato da Sua Eccellenza avrei perduto alcune ore di sonno, e oggi sarei esattissimamente dove e quale sono; quel mio sforzo, rimasto sterile, non si sarebbe inserito in alcun modo nella serie della mia biografia, così appunto come non parteciparono alla biografia del mondo gli atti delle nazioni e dei popoli inessenziali, secondo insegnò Giorgio Hegel.
E s'io ricordo qui — nelle pagine estreme e conclusive del libro della mia vita d'azione — quella vicenda mattutina, si è per placare in una nota di calma l'appassionato turbinio in cui ho dovuto trascinare il lettore traverso l'incalzare di troppo operose avventure.
Forse, così narrando l'ultima di esse, le sopprimerò tutte interamente dal mio ricordo, e dalla loro stessa esistenza. Allora non mi avverrà più di sentirmi oscillare tra i due pensieri che ho esposti, e si concluderà in me ogni dissidio tra l'uomo comune e l'uomo filosofo. Placato in tal modo ogni superstite interessamento verso gli aspetti episodici della vita, potrò intraprendere, come da tempo è mio desiderio, la descrizione di avvenimenti di ben più durevole e vasta portata e fecondità.
La sera avanti quella mattina, cioè la sera del 21 di febbraio, che è a dire del giorno in cui il mio Dàimone s'era degnato di mostrarmisi in forma umana — quella sera io ed egli ci mettemmo (l'idea fu sua) a sfogliare un taccuino dov'io ero venuto segnando gli appunti de' miei affari e avvenimenti più importanti.
Il Dàimone con rapida sintesi mi disse:
— Eccoti sbarcato nella Città Operosa, e per aver visto passare un paio di sgualdrine ti fai prendere dalla febbre del danaro! Avanti dunque. Bei principii, nel covo di pubblicità di quell'equivoco magistrato! E con che diritta decisione navighi nell'oceano dei pescicani! Di tutta la fantasia che hai poi buttato al vento quando hai voluto donar Milano di una foresta di grattacieli, credo più generoso non ti parlare. Ed ecco, 5 di febbraio, ecco qui i tuoi vani sforzi per crearti diplomatico mediatore di compere e vendite all'ingrosso. Perfino quando ti trovi, poco dopo, a fronte alla più stupefacente tra le invenzioni moderne, non sai trarne motivo che a un'insipida larva di amore. Molti, in questa facile èra, sono riusciti ad afferrare la ricchezza e il potere incontrando molto minori e più semplici occasioni diquelle che si sono presentate a te. Tu vi hai fatto una passeggiata.
«Or vediamo: sai almeno dirmi perchè non hai potuto attuare da tutto ciò nulla di pratico? —
Pensai un momento, poi con umile franchezza gli risposi:
— Perchè la prima volta per non cominciare di venerdì ho rimandato al lunedì; e a farlo apposta, il lunedì era il giorno 13 del mese: guarda il calendario.
— Bravo! — esclamò il Dàimone. — Un imbecille di primo grado m'avrebbe risposto: «perchè le occasioni non erano buone». Un imbecille di secondo grado avrebbe detto: «perchè non sono stato abbastanza abile nel coglierle». Tu m'hai dato la sola ragione che potesse piacermi: vedo che posso ancora sperar bene di te.
In quel punto bussarono, e mi fu recapitato un biglietto.
Lo portava, e me lo consegnò, un adolescente fattorino d'albergo.
Era un biglietto di Giacomino.
È perfettamente inutile spiegar qui in particolare chi era, e credo sia tuttora, Giacomino. Basti dire cheè uno degli innumerevoli amici avvalangatimi dalle multiformi vicende della mia vita.
Inoltre, Giacomino era, e credo sia tuttora, segretario particolare e influentissimo d'una persona che fu più volte ministro.
Essa persona in quel tempo era appunto ministro, cioè Eccellenza.
Il biglietto di Giacomino diceva:
«Caro amico,«Sua Eccellenza è a Milano. Abbiamo parlato lungamente di te; ti ho ottenuto un colloquio con lui per domani mattina alle 7, al «Continental». Si tratta di una cosa interessante e importante, per cui occorrono il tuo ingegno e la tua attività. Sarà la tua rapida fortuna!.... Ci sarò anch'io, a introdurti. A domattina, dunque; saluti».
«Caro amico,
«Sua Eccellenza è a Milano. Abbiamo parlato lungamente di te; ti ho ottenuto un colloquio con lui per domani mattina alle 7, al «Continental». Si tratta di una cosa interessante e importante, per cui occorrono il tuo ingegno e la tua attività. Sarà la tua rapida fortuna!.... Ci sarò anch'io, a introdurti. A domattina, dunque; saluti».
L'adolescente fattorino aspettava una risposta.
Scrissi la risposta: la quale non fu che una meccanica eco delle ultime parole della proposta: «A domattina, dunque: saluti».
Appena fu richiuso l'uscio dietro le tenui spalle del fattorino, sentii una specie di freddo. Ma la stufa era accesa. Il freddo era interiore.
Capii ch'esso mi veniva dalla parte del mio Dàimone. Poich'egli taceva, ebbi l'umile bisogno di scusarmi:
— È una cosa speciale — gli spiegai —: non potevo dire di no.
— Io vado a dormire — rispose.
Quella sera dovevo essere singolarmente disposto all'imitazione. Come avevo echeggiato l'ultima riga delbiglietto di Giacomino, così copiai l'ultimo atto del Dàimone e me n'andai a letto.
Ma prima presi le mie precauzioni. Calcolai che la mattina appresso mi sarebbe occorsa mezz'ora per vestirmi e un quarto d'ora per recarmi fino al «Continental». Arrotondando, un'ora. Bisognava dunque che mi svegliassi alle 6. Caricai lo svegliarino e per colmo di previdenza lo misi un po' prima delle sei, perchè è manifesto che con una Eccellenza bisogna essere esageratamente puntuali.
Prima di addormentarmi, cercai di prevedere in che cosa avrei potuto essere utile a Sua Eccellenza.
Senza concludere nulla in proposito, fantasticai vagamente di me stesso arrivante uomo nuovo per rapide e lucide strade al potere.
Neppure in tale fantasticare sostai, nè seppi dedurne chiare immagini. Perchè più imperiosa e curiosa mi si presentò un'altra domanda: — che aspetto avrà Sua Eccellenza?
Titubai alquanto tra il tipo anglo-americano raso e rapido, e il tipo classicheggiante, barbuto e pomposo.D'un tratto m'agitai, accorgendomi che non sapevo di quale specialità Sua Eccellenza fosse ministro.
Intanto cominciavo ad addormentarmi.
Ma non mi riuscì di ritrovare subito il solido sonno delle mie notti d'innocenza. L'inquieta larva dell'ambizione venne a poggiarsi sul mio guanciale, nel punto che stavo assopendomi, e di lì cominciò a torturarmi con insidie vili e sottili. Intravidi un lunghissimo porticato marmoreo, sotto cui svolgevasi come una maestosa e sterminata panatenaica, e io da un trono sfavillante la contemplavo passare sotto i miei piedi e perdersi nel lontano verso un cielo marino. Ma già i marmi s'erano disciolti e alla luce solare era successa l'ombra funerea d'un non so qual salotto o gabinetto arcigno, e io stavo ingarbugliando sconnessi discorsi a un uomo sdegnoso, che un po' apparivami raso come un quacquero e un po' barbuto come un merovingio; e avvedendomi del mio divagante parlare incespicavo, e non osavo dirgli che la causa n'era quella sua forma mutevole. D'un tratto, chinando gli occhi, m'accorsi che non avevo la cravatta, e che il merovingio anglosassonizzato guardava duramente allo sparato ignudo della mia camicia: il quale contrattempo completamente mi paralizzò.
A questo punto m'addormentai meglio, ma il mio sogno mi riferì a preoccupazioni più pratiche e reali. Cioè, sognai di svegliarmi in ritardo, e di buttarmi angosciato giù dal letto, e ivi infilare una scarpa, poi l'altra, poi accorgermi di non avere più la prima. E indi precipitarmi giù dalle scale, ch'erano infinite: e d'una si passava per vasti androni in un'altra, e talvolta misorprendevo a salire anzichè scendere: anzi ero sempre salito, e allora tornavo indietro, indietro: e a tratti m'accorgevo di sognare e perciò mi sforzavo di mandar fuori un gemito, un urlo, una voce qualunque che mi destasse. Invece mi addormentai del tutto. Ma ecco, irruento come un'orda, atroce, uno squillo improvviso mi sveglia.
Quando m'accorsi ch'era lo svegliarino, cacciai la testa sotto le coperte per lasciarlo finire. Di là lo sentivo, fioco, infinitamente lontano. Passò un'eternità. Socchiusi le coperte, e il suono ridiventava uno scroscio stridulo bestiale. Mi ricacciavo sotto. Finalmente cessò.
Ero sveglio e ricordavo ogni cosa. Erano le sei. Giacomino m'aveva scritto. Sua Eccellenza m'aspettava alle sette. Erano le sei. Bisognava levarsi, vestirsi con cura, e correre al «Continental», all'appuntamento concesso da Sua Eccellenza. Erano le sei. Ma che magra luce e livida, a quell'ora, intorno alle cose!
— Cinque minuti per rimettermi.
In quei cinque minuti dolcissimi mi si ricominciavano ad annebbiare le idee. Me ne spaventai a tempo.
— No no: mi riaddormento!
Allora mi levai a sedere sul letto. M'investì un freddo tremendo.
— Come si fa a ricevere alle sette? Anche Gladstone era mattiniero. Dev'essere una particolarità degli uomini di Stato. Bel gusto.
Cercavo, così stando seduto, di tirare in su le coperte fino al mento. Ma in quei moti grandi ventate gelide entravano sotto.
— Che ci vado a fare, in fin dei conti? Che cosa debbo dirgli?
Era troppo freddo a rimanere a quel modo. Mi rispinsi sotto per ritrovare un po' di calore prima di scendere dal letto. E ripresi a disputare:
— Bell'avvenire mi aspetta! Quella gente là s'alzano tutti a quest'ora? Lavorano come ciuchi. Per gli altri. E io debbo diventare di quella gente?
Ma poco di poi una domanda, una proposta, si presentò, non so donde, già formulata, non so da chi, nel mio cervello:
— Se non ci andassi?
Aspettavo da me stesso un'obiezione. Invece arrivò un rincalzo:
— Se mi fossi ammalato questa notte?... Ci andrei un'altra volta.
Diventai sottile, quasi arguto:
— Vediamo. Il colloquio di stamattina non può avere nessun carattere di indispensabile e di definitivo. Ieri a desinare non lo sospettavo neppure. Sua Eccellenza non è, suppongo, venuto a Milano per questo. Può, da un fatto così poco determinato e privo d'ognicarattere di coscienza e di necessità, può nascere una cosa importante qual'è l'avvenire d'un uomo? Evidentemente no.
Mi sporsi a guardare lo svegliarino. Taceva, ma guardava egli me con una specie di ghigno bianco schernevole. Segnava le sei e venti.
— Bisognerebbe risolvere.
Mi strinsi più forte tra le coperte, come nell'abbraccio d'un abbandono. Ora un tepore paradisiaco m'avea avvolto il corpo e lo spirito. Quel tepore mi spinse verso le morbide rotondità della retorica:
— Oh quanto sarebbe più nobile accontentarsi del piccolo bene presente: qualche ora di buon sonno! E, cosa indispensabile alla tranquilla coscienza, senza il danno di nessuno: Sua Eccellenza non può avere una così urgente necessità di farmi una posizione.
In quella si riaffacciò alla mia mente il dubbio sulla più probabile condizione dei peli facciali di Sua Eccellenza; e non potei trattenermi dal ridere. Da quell'immagine, per non so che sotterranei canali, mi ritrovai improvvisamente di fronte a un'altra figura, cioè alla donna che avevo vista passare impellicciata e profumata per le vie di Milano, la prima sera del mio ritorno alla città. Mi convolgevo così tra vaporati fantasmi di riso e di dolcezza. Ero quasi beato, con una punta di tremore. Quella mia annuvolata beatitudine fu lunga, vanì in un avvolgimento tepido di oblio attorno a tutta la mia sostanza. Fu lunga.
A un tratto m'accorsi sussultando ch'essa da incalcolabilimomenti mi stava risospingendo subdolamente verso il sonno. Balzai, tesi il collo a guardar l'ora.
— Perdio! Le sei e cinquantacinque! Ho forse dormito?
Feci un calcolo rapido: venti minuti vestirmi, quindici di strada trovando subito una carrozza: e la barba? Anche a fare miracoli non era possibile esser da Sua Eccellenza prima delle sette e quaranta.
Il che sarebbe stato assai peggio che non andarci affatto. Non vedendomi, poteva immaginarmi morto: ma nulla avrebbe potuto giustificare un ritardo di quaranta minuti.
Mi rificcai sotto.
Risvegliandomi, tre ore più tardi, che la stanza era invasa di luce, riconobbi che quest'ultimo, sì, era stato il sonno pieno e soddisfatto dell'uomo giusto.
Pure, c'era un'ombra ancora in fondo al mio cuore. Qualcosa in me aveva bisogno di un conforto.
Per confortarmi, pensai:
— Sarà contento il mio Dàimone.
Infatti la sua voce risonò subito sul mio capo, ilare e definitiva come non l'avevo più sentita da un pezzo:
— Sì — disse — solo ora sono veramente contento, anzi orgoglioso di te. E da questo momento innanzi, lo sento, non sarò più quasi un altro essere al tuo fianco, ma sarò te stesso, e tu me, fusi in una sostanza unica indissolubilmente.
Fine.
INDICECapitolo I.Aperta campagnaPag.71. Il catechismo.2. Estasi.3. Facilità.4. Le aristocrazie.5. Nuova incarnazione del Verbo.6. La saracinesca.Capitolo II.La statua di Bartolo251. Un consiglio di Cavour.2. Ercole e il Cappuccetto Rosso.3. Improvvisazione.4. Dal signor A. al signor Z.5. Lina e il «Lotòs».6. Forze maggiori.Capitolo III.Pescecanea491. Cinque spettatori in tre poltrone.2. Una visita d'affari.3. Il fulmine.4. Zoologia.5. Apocalissi.6. Compensazioni.Capitolo IV.Per Belloveso711. Preludio mirabile.2. Fatale andare.3. Via Belloveso.4. A grandissime linee.5. La mia dimora.6. Crepuscolo.Capitolo V.L'ultimo Vampiro931. L'altare.2. Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.3. Imprevedibile.4. Colloquio.5. Convinzioni.6. Il Vampirismo.Capitolo VI.L'isola di Irene1171. Chiarimento storico.2. Spirito d'avventura.3. Il primo e il secondo.4. Cenacolo platonico.5. Le liquide vie.6. Un ginnosofista.Capitolo VII.Pantelestesi1471. Diagnosi.2. Appressamento d'un mistero.3. Silenzi e musiche.4. Laura.5. La soglia.6. Convegno.Capitolo VIII.Il Dàimone nell'anticamera1691. Telefonico.2. Patologico.3. Divagativo.4. Diabolico.5. Metafisico.6. Ethico.Capitolo IX.Consolazione della Filosofia1891. Principio della fine.2. Le cause prime.3. Un intervento.4. Il sonno dell'ingiusto.5. La necessità.6. Idillio.
DELLO STESSO AUTORE:(ed. Vallecchi)La vita intensa— romanzo dei romanzi.Sette savi— racconti (4.ª edizione).
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(ed. Vallecchi)
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.