CAPITOLO QUINTOL'ULTIMO VAMPIRO
1.L'altare.
S'eleva al mio cospetto la forma di un audace altare, e scintilla di molti colori: più bassa gli gira attorno un'ara di marmo a venature violacee con un vasto orlo d'arabeschi dorati; in alto ai due lati dell'altare quattro marmoree candele hanno per fiamme lampadine elettriche dall'acuta punta. Anche, a tratti, questo altare suscita — a me che lo contemplo — la vaga memoria d'un organo, se non che le canne sono brevi, e variopinte come le piume degli uccelli dei tropici: lo sfolgorìo dei loro colori s'addoppia riflesso nella superficie di specchio che riveste tutto lo sfondo dell'altare.
Tra l'altare e l'ara,inter aras et altariacome dice Plinio il giovine, e davanti l'ara stessa — verso me che contemplo — officiano, bizzarramente passando e ripassando con offerte votive, rapidi sacerdoti vestiti di nero con sprazzi di biancori intorno al collo e sul petto.
Così contemplando l'altare, l'ara, l'organo e l'officio, tengo le spalle appoggiate a una parete di cristallo. Lemie labbra suggono una bevanda neoromantica il cui sapore cupo non rivela il misterio della sua origine vegetale o animale.
È con me Graziano, e con Graziano un terzo di cui non ho capito il nome. Anche Graziano appoggia le spalle alla parete cristallina. Dietro noi, di là da quella, s'io mi volto vedo genti di cui m'appaiono i moti e gli atti senza sentirne le voci: genti occupate a passare, o a star immote, o, visibilmente, ad aspettare con irrequietudine altre genti.
Graziano non contempla l'altare. La tesa del cappello gli scende sugli occhi. Tutto il luogo è abituale per lui. Egli viene ogni giorno qua, dopo conclusi i suoi negozi più importanti, a riposare e disegnarne di nuovi. Questa prima sala del Caffè Campari in Milano, città di vita operosa, è luogo classico per incontri d'affari.
Infatti Graziano dice:
— Ci sarebbe un piccolo affare: ho a Caprino Bergamasco dei vagoni di legna tagliata. La do a undici al quintale.
— Me ne posso occupare — risposi —. Veramente la legna non è il mio genere.
— In affari — ammonisce — non ci sono generi.
— Come in letteratura?
Mi guarda ma non replica. Intanto il terzo domandò:
— Quanti vagoni?
Questo terzo me lo ha presentato poco fa Graziano. Ha una faccia incantata, due occhi rossicci, il cappotto spalancato, e la sottoveste abbottonata a contrattempo: cioè il primo bottone nel secondo occhiello e così diseguito, in maniera che abbasso a destra avanza un tratto di sottoveste col bottone e in alto a sinistra avanza un tratto di sottoveste con l'occhiello.
— Sei vagoni — rispose Graziano. Al che seguirono poche indicazioni tecniche.
Durante queste fui distratto dall'entrare di due fanciulle emaciate e impennacchiate. Sedettero a un tavolino vicino al nostro, poi si misero a leggere insieme con grande interesse una lettera, ch'era listata a lutto.
Quel terzo annunziò:
— Vado a fare una telefonata. Ti ritrovo qui?
— Sì — rispose Graziano — fino alla mezza non mi muovo.
Il caffè s'andava affollando, e intorno all'ara cresceva il movimento dei sacerdoti in frack e sparato bianco, correndo in direzioni varie e gridando i comandi come centurioni in battaglia.
Graziano ha conosciuto la fama, se non la gloria. Dieci anni sono ha vinto un campionato ciclistico. Poi cominciava a ingrassare, onde la sua vita fu diretta verso altre mète. La vigilia della guerra lo trovò negoziante di accessorî per automobili. La guerra lo ebbe furiere in un ufficio d'aviazione militare a Roma e gl'insegnò di là le vie della ricchezza. L'armistizio lo ricondusse a Milano in un'automobile sua. Tuttavia s'è conservato modesto; non ha preso nè moglie ricca nè amanti costose, e neppure ha cambiato il sarto, nè si è messo a comperare romanzi con la copertina illustrata: le quali cose lo distinguono da altri arricchiti dell'ora presente.
Dalla partenza del terzo, ho visto in brevissimo tempo ben tre persone accostarsi successivamente a Graziano, scambiare con lui poche parole misteriose, andarsene. Dopo ognuno di quegli episodi egli mi ha sorriso con bontà. Ora pronuncia una sentenza degna dei Savi dell'Ellade:
— Non c'è che il lavoro che dia delle vere soddisfazioni.
Le due fanciulle hanno finito di leggere la lettera, il che non le ha rese più belle nè meno malinconiche. Ora discorrono modestamente col cameriere. Io, spronato forse dalla sentenza morale del mio compagno, m'alzo e gli dico:
— Penserò a quello che mi hai detto: sei vagoni. Ti ritrovo qui stasera?
— Sì; ogni sera dopo le nove e mezzo, fino alla chiusura.
— A rivederci.
Mentre m'avvio, sta rientrando il terzo con la sua sottoveste abbottonata a contrattempo; siede al mio posto dicendo a Graziano:
— Ecco qui....
— L'affare è il meccanismo più semplice del congegno sociale. Consiste essenzialmente in ciò: comperare a un prezzo, e rivendere subito tutto a un prezzo più elevato. È l'insegnamento supremo di Ermete Leisterio.
«L'Affare va poi distinto recisamente dal Lavoro. Il lavoro corrisponde a una possibilità limitata, l'affare è illimitato, come il Tempo e lo Spazio, categorie della mente universale. Se un lavoro richiede una determinabile somma di tempo e di energia, un lavoro doppio richiede doppio tempo e doppia energia. Invece lo stesso tempo e gli stessi atti che concludono un affare uguale a dieci, possono concluderne uno uguale a cento, mille: il campo di potenza d'un uomo d'affari è perciò illimitato.
«Ne deriva come primo effetto naturalissimo che l'uomo che fa degli affari arricchisca infinitamente più di qualunque semplice lavoratore del braccio o del pensiero; il che spesso dà scandalo a chi non sa andare al fondo delle cose. E ne deriva come secondo effetto che l'affare, cioè il comperare e rivendere all'infinito, è l'operazione umana che gode maggior credito: così diciamo, per esempio, che l'America è la più grande tra lenazioni (sebbene abbia penuria di poeti, filosofi e altri uomini d'intelletto) perchè è la nazione che fa più e più grossi affari: e similmente si afferma che Milano è la capitale morale d'Italia, perchè è la città italiana in cui più rapidamente si compera e si rivende.
«E questa è la ragione per cui mi sono dato agli affari. —
Così venivo ripensando e in me bene riaffermando i principii generali che avevano determinato la mia situazione teorica e pratica: e in questa sboccai dalla Galleria verso piazza della Scala, ove una superstite simpatia mi soffermò un istante a contemplare le spalle ammantate di Leonardo, buono amatore d'ogni arte e d'ogni scienza. Poi, ripreso il cammino, venni più particolarmente a considerare l'affare che avevo tra mano.
La mia opera si delineava così:
1º — Crearmi rapidamente un minimo di competenza riguardo alla legna tagliata e ai suoi prezzi.
2º — Andare a Caprino Bergamasco a vedere e valutare i sei vagoni di Graziano.
3º — Trovare un compratore.
4º — Tornare a Caprino Bergamasco e di là spedire la legna al compratore.
5º — Ritirare il maggior prezzo da questo e sborsare il minor prezzo a Graziano.
In tal modo dividendomi in pensiero il còmpito nelle sue fasi progressive, mi trovai all'angolo del Cova, storico luogo di sosta di tutti gli uomini di pensiero e d'azione della Città operosa.
Ivi ristetti, incerto sulle prime del cammino da prendere: un poco in disparte tuttavia perchè m'era noto che in quell'ora la miglior porzione del marciapiede illustre tocca, per diritto consuetudinario, a un esiguo numero di mortali che di là sanno contemplare la vita fugace con occhio di semidei.
Mentre in tal modo me ne stavo, mi si fe' incontro uno, e m'appoggiò sulla spalla una mano benigna.
Quali fossero il nome, l'aspetto esteriore e le intime qualità di quest'uno, non importa al racconto. Disse:
— Beato te che puoi startene bellimbustando sull'angolo del Cova a insidiare le succinte passanti.
Così offeso, mi difesi:
— Tu t'inganni. Io sono qui da pochi secondi, e di passaggio, e operosi pensieri mi occupano. Forse la Fortuna ha mandato te incontro ai miei pensieri. Entriamo: io ti offrirò un americano col seltz, e tu mi darai in cambio un'informazione.
Poi che ebbimo libato un sorso della miscela pungente, io entrai subito nel vivo dell'argomento:
— Dimmi — gli domandai — tu che sei padre di famiglia: quanto la paghi la legna al quintale?
Egli impallidì, poi m'indagò con lo sguardo onde Beatrice guardò Dante Alighieri quando questi le domandava ragione della levità del proprio corpo appena assunto al primo dei cieli: cioè — per coloro che non avessero a fiore della memoria ilParadiso— mi guardò come si guarda un matto. E mi prese il polso.
— È regolare — disse tranquillato. — Ti sei dato, come Senofonte a Scillunte nel suo dopoguerra, allascienza dell'economia domestica? I tempi non sono propizi a studi di questo genere.
— Non divagare — lo interruppi — e rispondi alla mia domanda.
— Non so risponderti. Non compero legna. In casa mia c'è il termosifone. Da tre anni è spento, ma c'è: per questo non adopero legna.
Ebbi, certo, un aspetto di somma delusione, perchè subito l'amico cercò di aiutarmi:
— Aspetta — propose — domandiamo a Carletto.
Carletto era uno che passava, e che io non conoscevo. Il mio compagno lo fermò:
— Dimmi, Carletto, quanto la paghi la legna al quintale?
Carletto proiettò due occhi quali sogliono proiettarli, nei giorni di umore più malefico, i giovani basilischi. Questo basilisco bipede, che aveva aspetto d'uomo e si fermava al nome di Carletto, era avvolto in un botticelliano cappotto stretto alla vita con una cintura, e la cintura fermata sul davanti con un fibbione. Divincolandosi in quelle spire, sibilò:
— La legna! la legna! La pago quello che mi chiedono, la pago. Chi ne capisce più niente?
Intuii subito in Carletto il tipo classico dell'uomo inviperito contro il proprio tempo.
Il mio ospite si volse a me desolatamente:
— Vedi? — gemeva — al giorno d'oggi non c'è sugo.
Ma subito si distolse da me perchè in quella passava un cameriere, ed egli nel suo zelo lo arrestò a volo.
— Mi dica, Giovanni, come farebbe lei per sapere quanto costa oggi la legna al quintale?
Il cameriere Giovanni, ciò udendo, si eresse rigidamente sulla flessuosa persona: bilanciò un istante sopra la palma sinistra il vassoio, onusto di coppe sottocoppe e lampeggianti caraffe; strinse e scosse energicamente il tovagliolo che brandiva con la destra; scrutò fissamente dinanzi a sè l'infinito; indi:
— L'unica — pronunziò — sarebbe di andare a domandarne a un negozio di legna.
Scagliate queste parole, il cameriere Giovanni partì dirittamente dietro il proprio sguardo.
Il mio ospite si volse a me con umiltà:
— Mi dispiace — sospirava — io ci ho messo tutta la buona volontà. L'americano me lo paghi lo stesso?
Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, dopo un'abbondante colazione e un degno riposo, che mi rifecero dei faticosi turbamenti della mattinata, uscii di casa e mi diressi risolutamente a una via ove sapevo esistere un negozio di legna.
Confesso che mi avvicinavo con tremore a quel luogo, per me affatto nuovo. È universale il tremore delnuovo. Ognuno può riscontrarlo entrando in un caffè, in un salotto, in una biblioteca, in un bar automatico, in un tribunale civile o penale, in qualunque pubblico o privato luogo, per la prima volta in vita sua. Tale tremore è fatto soprattutto di pudore. Io credo che se mi portassero in prigione, il mio turbamento per questo fatto, che di regola è spiacevole a ognuno per la sua stessa essenza, si farebbe in me singolarmente insopportabile per il pensiero che la mia inesperienza del luogo si traduca in atti goffi che la dimostrino in modo ridicolo ai presenti. Così avvenne quel giorno, perchè, lo confesso, non ero mai stato in un negozio di legna. Perciò avvicinandomi rallentavo il passo.
Ma, giuntovi d'un tratto in vista, il luogo mi colpì subito gradevolmente. Non c'era vetrina nè sporti e nessuna porta lo chiudeva, così che dal marciapiede potevo scorgere magnificamente l'interno.
Era una stanza vasta: per tre lati le pareti fino al soffitto n'erano coperte di scaffalature, come una biblioteca, ma invece di dorsi di libri vi si scorgevano ampie distese di sezioni di tronchi di legna. Ognuna di quelle sezioni appariva figurata a cerchi concentrici in bei colori caldi, e così sovrapposte e distese in una moltitudine vasta facevano un bellissimo vedere: impressione di leggerezza e di asciutta solidità. Un soppalco basso dava ricetto a una bruna e nebulosa fantasmagoria di fascine. In un angolo in terra tumultuava un cumulo di ciocchi. Nella parte di fondo era ritagliato un usciolino, tutto ricinto e come oppresso dalle scaffalatureintorno, e di là da quello profondavasi una regione nerissima e opaca, con polverio di carbone.
Il luogo mi piacque. Fui lieto d'averlo visto. Ciò mi costituiva un principio di competenza: mi sovvenni del rimprovero che Antonio Furetière, uomo litigioso e abate di Chalivoy, mosse a Lafontaine accusandolo d'ignorare la differenza tra il legno cortecciato e il legno «marmanteau». Ma scossi subito il ricordo come intempestivo e inadatto.
Ho accennato, nella mia sommaria descrizione, a sole tre pareti. La quarta presentava un particolare sorprendente, cioè era costituita da un gran tramezzo di tavole in cui s'apriva uno sportello come nelle banche, o, chi non sia mai stato a una banca, come nei botteghini dei teatri e nelle biglietterie delle stazioni ferroviarie. Che cosa vi fosse di là dal finestrino dello sportello non so, chè davanti vi si pigiavano tre o quattro avventori, e vociferavano.
Io m'ero già coraggiosamente avanzato fin sul limite del luogo, quando uno dei vociferanti, ch'era un signore tozzo e con la cispa agli occhi, si staccò dal gruppo e si volse verso l'uscita. Così m'avvicinò, e vedendomi fermo e tranquillo mi giudicò, certamente, in ozio. Si diresse dunque a me con la facilità che muove gli uomini di semplice natura verso i loro simili, e mi rivolse una domanda; una domanda inattesa; una domanda paradossale: la quale per qualche minuto mi tenne come inchiodato davanti a lui per lo stupore.
La domanda che l'avventore cisposo e socievole rivolse a me innocente, fu questa:
— Scusi, signore, quanto la paga lei la legna al quintale?
Allo stupore succedette il terrore, perchè era necessario rispondere.
Ma l'uomo in istato di terrore rifugge dalle soluzioni più semplici del problema che lo assedia; e non l'uomo soltanto, chè vedemmo gli uccelletti dal ramo, sgomenti alla vista d'un cobra precipitarsi giù tra le sue fauci, invece di volar via come sarebbe loro assai facile. Non pensai di rispondergli che nulla ne sapevo. Sgomento, indugiai; e più avevo indugiato, e maggiore sentivo l'obbligo critico di dargli una precisa risposta. In quel punto la memoria offerse d'un tratto al mio sguardo come in uno specchio l'immagine di Graziano davanti all'altare dei beveraggi multicolori, fe' risonare a' miei orecchi come da un fonografo la sua voce quando aveva detto «la do a undici al quintale»: questo numero s'isolò in me e divenne imperioso e si fece motore della mia risoluzione e del mio atto sensibile;il quale fu di pronunziare quella sola parola, che parve una risposta:
— Undici.
Il volto dell'Interlocutore si tese tutto e imporporò. Come l'eco molteplice di certe valli, la bocca smisurata di quel volto mi rimandò tre volte la mia parola:
— Undici! undici!! undici!!!
Ed erano queste voci — al contrario di quelle degli echi molteplici — in crescendo. All'ultima controrisposi io, ma su un tono più smorzato e quasi sommesso, rimormorando:
— Undici.
Egli implorò:
— La prego, signore: prendiamo una carrozza, a mie spese, e mi conduca dove ha comperata la legna a undici.
— Ah no! — gridai.
Questo grido m'era sgorgato dall'anima per il ricordo dell'increscioso sèguito ch'ebbe la mia scarrozzata con uno sconosciuto, come si narra nel capitolo intitolato «Per Belloveso».
L'altro s'inalberò:
— Perchè?
Non stimai opportuno esporgli la storia di Belloveso. Risposi:
— Ho fatto un voto.
— Un voto?
— Sì: alla Vergine: il voto di non andare più in alcuna carrozza, pubblica o privata, coperta o scoperta, a uno o a più cavalli, fino a che non riceva una certa grazia che ho domandata.
— Io rispetto il suo voto. Andiamo dunque in tranvai.
— In tranvai?... Non è possibile.
— Perchè?
— Veda: sono le sedici e quarantanove. Ho notizia sicura che alle diciassette scoppierà uno sciopero di tranvieri.
— Se andassimo a piedi?
— È troppo lontano, e io ho i piedi anchilosati da certi reumatismi che ho presi nelle paludi del Tanganika facendo le cacce al pellicano.
— Mio Dio, se mi desse l'indirizzo, ci vo io.
— È inutile: quel negoziante non ha più legna.
— Come lo sa?
— L'ho comperata tutta io la settimana scorsa.
— Era molta?
— Cento quintali.
— Oh, la prego: mi ceda un po' dei suoi quintali.
— Li ho consumati tutti.
— In una settimana?
— Sì. Faccio delle esperienze, come Bernardo di Palissy. E come lui in un giorno famoso di cui si narra la storia nelle letture anglicane, così è avvenuto a me l'altro ieri: ho finito di bruciare i cento quintali, nonchè la scrivania, le poltrone, l'impiantito, i battenti degli usci, i ritratti di famiglia, il cavallo a dondolo di mio figlio e il pianoforte a coda di mia moglie.
Allora l'Interlocutore mi domandò con aria ambiguamente satura di velenose intenzioni:
— Lei non è di Milano, signore?
— Mi aspettavo — lo rimproverai — un'altra domanda.
— Quale?
— Lei doveva domandarmi se, dopo tanto sacrificio di combustibili varii, la mia esperienza è riuscita, come a Palissy quando inventò lo smalto per le ceramiche.
— Le dicevo che non è di Milano, perchè altrimenti saprebbe, caro il mio signore, che con i Milanesi non si scherza: e sia contento che ne ha trovato uno di pasta buona.
Ciò detto, con una smorfia di disprezzo mi abbandonò. S'avviò a passi obliqui fino a raggiungere le rotaie del tranvai, guatandone uno che arrivava di corsa al fondo della via. Come il tranvai fu giunto a tiro, l'uomo si precipitò a testa bassa come un toro contro il suo fianco, agguantò energicamente la sbarra d'ottone, piantò un piede sul predellino, si tirò su descrivendo con tutto il corpo un mezzo giro spirale: e mentre il tranvai continuava fulmineo, di là ebbe ancora la forza di farmi un gesto sconcio con l'avambraccio, finchè la sua figura oscena si smarrì nelle lontananze vorticose e scomparve.
Mi sono quasi convinto che prima di addentrarmi nella questione dei prezzi è meglio che faccia la gita a Caprino Bergamasco.
Stasera da Graziano mi farò dare i particolari necessari. Per ora, in piedi davanti a un bancone dell'Agenzia di viaggi, mettendo insieme le varie informazioni avute or ora agli sportelli, e con l'aiuto di un orario delle ferrovie e di una carta della Lombardia, sono riuscito a stabilire che per andare a Caprino Bergamasco, rimanervi qualche ora, e tornare, mi occorrono tre giorni. Peccato che Graziano i suoi vagoni non li abbia a Napoli! Ci metterei lo stesso tempo e mi divertirei di più.
Ma intanto mi son quasi convinto che prima di fare la gita a Caprino è meglio esaurire la questione dei prezzi.
Ora è tardi. A domani. E stasera anderò a cercare Graziano per studiar bene il problema.
Nella luce elettrica l'altare s'è irrigidito. Ha assunto un aspetto ostile. I bei colori iridescenti del mattino si son fatti venefici.
Graziano mi guarda con aria stupita. Perchè io gli ho annunziato:
— Posso andarci domani a Caprino Bergamasco.
Il suo volto continua a mostrarsi immemore, ond'io credo opportuno ripetere:
— Ci vado domani, che è sabato, e lunedì sera sono di ritorno. Nota che per domenica avevo un invito a pranzo e domani c'è un concerto importante al Conservatorio e ci tenevo a sentirlo, ma gli affari innanzi tutto: ho scritto per disimpegnarmi dall'invito, e ho regalato il biglietto per il concerto, che avevo già comperato.
— E, scusa, cosa ci vai a fare a Caprino Bergamasco?
— Ma per il tuo affare: i sei vagoni di legna.
— Arrivi tardi: li ho già venduti.
— Ah!...
— Sai chi m'ha fatto l'affare? Il Cosi, quello di stamattina, ricordi?
— Quello con la sottoveste abbottonata a contrattempo?
— Sarà. Ti ricordi che è andato a telefonare? Era per quello. È tornato, l'hai visto, e l'affare era fatto. Ma questa è robetta, non ti ci confondere. Aspetta qualche cosa di più grosso.
— Hai ragione.
Aveva ragione. Nel silenzio che seguì, pensai ai vampiri: alPhillostoma spectrumdei naturalisti, e al suo fabuloso consanguineo delle leggende schiavone e moreane. Avevo letto in un giornale una violenta campagna contro i mediatori, il cui intervento nefasto è una delle principali cagioni del disagio postguerresco; ed eran paragonati ai vampiri. Il vampiro sorge notturnamente dai sepolcri e va sul mondo a succhiare il sangue degli addormentati. Con questa immagine in capo, come darmi a cosiffatti affari? No. No. Salvo, come consiglia Graziano, che siano grandi. Bisogna riuscire al grande, o nel bene o nel male. Comperare e rivendere, in un colpo, non sei vagoni di legna, ma, che so io? tutta la produzione d'un popolo, oppure tutto un esercito: appaltare una guerra, o una rivoluzione; comperare e rivendere un impero, una religione.... Oscurare così, con una impresa enorme, alla soglia dell'èra nuova, tutto questo minuto e caduco vampirismo da caffè. Essere il semidio del Vampirismo. Il Vampirismo si sarebbe fatto eroico, e poi sarebbe morto, con me.
Anche Apollo, racconta Heine, decapitato dai cristiani del terzo secolo trasformossi in vampiro.
Graziano è quasi addormentato. Ma le lampade della sala cominciano qua e là a spegnersi e riaccendersi,ch'è il segnale postbellico della chiusura. Di là dai cristalli le saracinesche tempestano. Qualcuno degli avventori nicchia e imbroncia come i bambini all'ora d'andare a letto. Ma i camerieri devastano e denudano i tavolini, le luci ricominciano più nervosamente il loro giuoco, poi la sala rimane nella penombra: tutti questi segni riescono a farci sentire che là dentro non siamo più graditi; bisogna andarsene. Si esce, curvandoci sotto la saracinesca abbassata a mezzo.
Accompagno per un tratto Graziano. Traversata piazza del Duomo, c'introduciamo in certe vie oscure.
Ed ecco, in una di queste vie, entro il ritaglio d'un portone chiuso vediamo muovere alcune larve, e da quelle staccarsi una forma e far cenno di rivolgersi a noi, che subito ci fermiamo.
Erano una donna anziana e tre donne giovani. Quella che s'era mossa era l'anziana; e ora parlava, e disse:
— Li prego, signori, d'una carità. Noi stiamo a porta Romana, ma poco fa abbiamo fatto un brutto incontro e ora le mie ragazze hanno paura. Se loro vanno da quella parte, se volessero accompagnarci....
Noi non andavamo precisamente da quella parte, ma Graziano disse:
— Avanti pure!
Anzi si mise senz'altro familiarmente in mezzo a due delle giovani prendendole sotto il braccio una per parte, e così s'avviarono. Io non osai tanta familiarità con l'anziana e con la giovane superstite. Graziano dunque con le due angiole apriva la marcia, quasi inlinea con essi un poco in disparte andava la terza, e io e l'anziana chiudevamo il corteo.
Tanto per dir qualche cosa io domandai:
— Loro stanno a Porta Romana?
— No.... cioè sì.... da quella parte, insomma.
— E queste signorine sono le sue figlie?
— È come se lo fossero. Ma quando si nasce disgraziati, caro signore.... Pensi che fino a ieri stavamo tanto bene, eravamo in via Visconti, dove abbiamo sempre lavorato onestamente senza far male a nessuno: ma la disgrazia ci ha fatto conoscere un delegato della polizia, che dio lo stramaledica, che veniva una volta la settimana, il mercoledì, per la Flora; e un bel giorno avendo bisogno d'un alloggio, come succede, s'è messo a perseguitarci, e con la scusa che non avevamo la patente in regola (e io neppure lo sapevo, ma mi fidavo di lui) mi ha fatto sfrattare dal padrone di casa, da un giorno all'altro. Io le ho detto una piccola bugia, non è vero che stiamo a Porta Romana, stiamo sul lastrico, io e queste povere figlie: e per mettere in regola la patente, se no eran guai, ho dovuto far la dichiarazione che i mobili erano della casa, e non era vero. Ora siamo in perfetta regola, ma senza un buco da dormire e da ricevere, senza un lenzuolo, nè una catinella da lavarsi la faccia e il resto: e denari ce ne ho, alla banca, ma non s'è trovato una stanza girando tutto il giorno, tanto più volendo stare unite se no quelle figliole mi si perdono. Oh, signore, e pensare che io non sono mai stata d'accordo con quelli chevolevano la guerra, e non mi meritavo davvero di trovarmi in questi stati.
Ella piangeva e io non sapevo come consolarla. Le due angiole ai fianchi di Graziano ogni tanto uscivano in una risata scordata: la superstite camminava sonnambolicamente, giù dal marciapiede, mormorando una nenia in un idioma somigliante al francese. Lungo il nostro cammino s'alternavano luci e tenebre sregolatamente. Ogni tanto vedevo scivolare lungo i muri un pallido lèmure.
Ora la matrona, asciugata una lagrima fumante, riprese:
— Lei, forse, signore, potrebbe aiutarmi.
— Come?!
— Sì, loro che son uomini di mondo, e girano, gente che sa gli affari... se trovasse un posto adatto per collocarci tutte insieme al più presto possibile.... non avrebbe poi da trovarsene scontento. O magari collocarmi provvisoriamente in qualche buona casa le tre ragazze, intanto che io mi sistemo: lei mi capisce, piange il cuore a lasciare lì tutto quel capitale morto.... Ci pensi, signore: s'intende, col suo interesse.
Graziano aveva sentito, perchè si voltò, e tutto giocondo mi gridò:
— Pensaci: ecco un affare.
Eravamo arrivati alla sua casa. Egli svincolò le sue braccia da quelle delle ragazze, e introducendo la chiave nella toppa del portone annunziò:
— Intanto queste due qui per questa notte pensoio a dargli da dormire. Lei, madama, passi a prenderle domattina alle sette.
— Benissimo, e buona notte. E lei, signore, da che parte va?
Queste parole erano rivolte a me che tacevo. Io ebbi la prontezza di rispondere:
— Bisogna che la lasci, signora, perchè mi viene in mente che ho un appuntamento importante.
— E al mio affare, quello che lo ho detto, ci penserà?
— Non è il mio genere, signora. Io ho dovuto specializzarmi.