CAPITOLO SETTIMOPANTELESTESI

CAPITOLO SETTIMOPANTELESTESI

1.Diagnosi.

Il giorno 9 febbraio del 1919, alle ore 10 e 45 del mattino, mi venne il mal di capo.

Postomi a ricercare le possibili cause di questo fatto straordinario, non tardai a persuadermi ch'esso era certamente da attribuirsi all'intenso lavoro compiuto nelle precedenti settimane, da un mese a quel punto. Precisamente un mese innanzi, il 9 di gennaio, io ero tornato dall'esercizio del corpo a quello dell'anima, dalla quadrupedante e arcadica vita militare al cerebroso turbine della metropoli.

Mi spaurii accorgendomi della brevità del tempo in cui tante e così intense esperienze avean potuto cumularsi. Un mese dunque, un solo mese innanzi, trentun giorni precisi, ero dato in secco nell'aperta campagna della Città Operosa, la avevo corsa come in una rapida ricognizione, mi s'eran rivelate le correnti e le cascate dell'oro sovrastarla e sommoverla, avevo intuito il nuovo costume e la nuova religione sorti d'un trattosul suolo intenso dall'influsso della guerra lontana. Un esatto mese innanzi, all'ordine imperioso delle nuove necessità, io, per molti anni dedicato allo studio e poi per breve parentesi alla milizia, m'ero d'improvviso riplasmato uomo d'affari. Nel nuovo esercizio i miei assaggi profondi s'erano successi e cumulati con rapidità maravigliosamente varia, com'è narrato nei sei capitoli che qui precedono. Chi li abbia letti, e pensi che tanta opera, e per me insolita e non prima prevista (se anche nei portati non fecondissima) si compiè nel rapido giro di trentun giorni solari — non dovrà maravigliarsi al sentire che il mattino del trentaduesimo io mi sentii d'un tratto affaticato ed esausto.

Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha letto i sei che precedono, non importa: per l'intelligenza di questo basta ch'egli sappia che la mattina del 9 di febbraio, alle ore 10 e 45, mi venne il mal di capo.

Stabilii di concedermi qualche giorno di riposo: e senz'altro indugio, la mattina appresso partii. Andai in campagna, cosa assai piacevole a farsi nelle stagioni in cui solitamente gli uomini se ne astengono. In pocheore raggiunsi il paese che avevo scelto, sulla riva d'un lago lombardo.

Ma il caso m'impigliò quivi in una complicata e mirabile avventura la quale mise in serio pericolo il mio amore e la mia fede nella vita moderna, e con essi minacciò tutto il nuovo orientamento che la presenza del dopoguerra aveva offerto al mio spirito.

Nella piccola pensione in cui mi allogai erano due ospiti: un giovane e una giovane. Mi si presentarono come fratello e sorella. Il che appariva in ogni modo al primo sguardo per la loro singolare somiglianza, accresciuta dal fatto che il giovane, quasi un adolescente, era di lineamenti assai delicati. Il solo carattere chiaramente diverso tra i loro visi era nell'espressione dello sguardo. La sorella avea dolci gli occhi e velati di malinconia anche quando sorrideva, o, più raramente, rideva. Invece il giovane portava in fondo alle pupille perennemente accesa una mobile luce maniaca.

Quella prima mattina scambiammo pochi discorsi incolori. La sera all'ora del pranzo trovai sola la fanciulla alla tavola comune. Mi disse:

— Bruno è andato a Milano, e tornerà domattina.

Ella si chiamava Laura.

Quando un uomo e una donna si trovano in presenza, comincia la tortuosa lotta dei sessi.

Il nostro colloquio ritegnoso e coperto si prolungò qualche tempo dopo la fine del pranzo. Ella era garbata, e a gradi si fe' quasi lieta. Da ultimo avvenne a me di nominare suo fratello. La serenità di Laura rabbrividì d'un tratto come al calar d'una nube. Dopoun breve silenzio, levandosi e porgendomi la mano, ella con profonda convinzione sospirò:

— Mio fratello è un uomo di genio.

Con scarso senso d'opportunità le risposi:

— Io sono un uomo d'affari.

M'accorsi subito d'aver detto ciò meccanicamente, come mi accadeva spesso in quel tempo, anche fuor di proposito. La stonatura m'irritò. Rimasto solo me n'andai a passeggiare con un senso di corruccio.

Il mattino appresso Bruno era tornato. La fiamma di mania gli luceva sempre in fondo agli occhi, ma come esagitata da una gioiosa inquietudine.

L'aria in quella stagione era gelida e arida, e il lago la notte gemeva come fa il mare.

Il quarto giorno della mia dimora nella campagna lacustre, alle prime ore del pomeriggio Bruno m'invitò quasi misteriosamente a uscire con lui, mi guidò a una casetta isolata e per una scala oscura mi fe' salire: m'introdusse in una stanza ov'erano due grandi tavole da lavoro coperte di carte disegnate e strumenti d'aspetto scientifico, che mi riuscirono al tutto nuovi e incomprensibili.

Bruno mi disse:

— Ho fiducia e confidenza in lei.

— Grazie — gli risposi —. Tutti gli uomini e le donne che ho conosciuto hanno avuto fiducia e confidenza in me. Forse per questo non sono ancora riuscito a nulla di solido nella guerreggiante conquista della vita.

Egli non mostrò di apprezzare la mia divagazione egoistica.

Aperse l'usciolo d'una specie di complicato e pesante stipo metallico ch'era in mezzo a una delle grandi tavole. Da un cavo dell'interno di quello trasse una specie di cuffia telefonica e me la porse. Dalla cuffia si partiva un filo che andava a collegarsi con le misteriose interiorità dello stipo.

— Se la metta — mi comandò. — E mi dica che cosa sente.

M'aiutò ad aggiustarmela col nastro d'acciaio adattato lungo la curva del cranio e i due dischi ricevitori strettamente applicati agli orecchi.

Da principio non sentii nulla. Poi m'accorsi che quel silenzio stesso era terribilmente singolare. Allora sentii ch'io sentivo uno spaventoso silenzio.

Tesi invano tutte le mie facoltà per cogliere in quel vuoto una qualche menoma vibrazione: ma il silenzio era totale, snaturato e mostruoso.

Avevo i miei occhi fissi in quelli di Bruno, che mi guardava e osava sorridere: ma quel sorriso, solo nel mondo enorme che attorno a me s'era avvelenato e congelato di silenzio, mi sconvolgeva vie più. Pure non osavo muovermi. Poi con grande stento mi risolsi a parlare: ma le poche parole che pronunciai non so quali furono, chè d'un più vasto terrore mi gelò accorgermi ch'io non sentivo il suono della mia voce, onde come ossesso m'interruppi. E sempre fissando io la faccia di Bruno, quella si mise a ridere, e la vedevo imbestiarsi nelle smorfie del riso le quali in quel moto senza suono mi apparivano sardonici contorcimenti. Ma così sussultando ei continuava a guardarmi. Allora con uno sforzo enorme della volontà m'alzai in piedi e mi strappai lo strumento dal capo.

Improvviso, cessando il contatto del metallo, sentii il riso di Bruno: tra le cento voci dell'aria rifluì nella stanza il senso tepido della vita.

— Ha sentito? — domandò.

Una calda felicità m'invase udendo le sue parole, sentendo che sentivo la mia voce rispondergli:

— Sì.

— Questo strumento è tirannico — spiegava Bruno — non permette che si senta altro suono se non quelli che lo interessano.

— Come sarebbe a dire?

— Ecco.

Svolse dal cavo del diabolico stipo un secondo filo, che anch'esso per un capo vi rimaneva infisso, e dall'altro terminava in una spina a due punte brevi e sottili acuminate come spilli. Così tenendo in mano la spina m'incorò:

— Si rimetta la cuffia.

Ecco fui ripiombato nell'ultramondano silenzio. Di là vidi Bruno scostarsi qualche passo guardandosi intorno; poi risolutamente andò verso lo stipite dell'uscio, ch'era di larice bianco, lo tentò un poco con una mano, infine vi conficcò e sforzò dentro le due punte della spina.

Quasi subito il silenzio sovraceleste che m'avvolgeva parve corrersi di fremiti leggieri che venissero da remotissime altitudini, pungenti brividi sonori, che d'ogni attorno si scivolavano incontro e così scontrandosi uno sull'altro s'intrecciavano: qua e là tratto tratto rompevansi in tenui scoppi; dappertutto s'avvolgevano di ronzii. A certi istanti quelle note acute e sommesse parevano arrotolarsi come in congegnamenti meccanici: poi novamente allentate abbandonandosi impallidivano, sfuggivano a esaurirsi vacillanti sugli orli di abissi lontani.

Assorto nella visione maravigliosa, teso nell'ansia che mi sfuggisse, i miei occhi non avevano più scorto l'uomo; d'un tratto lo vidi avvicinato chinarsi sopra me, e mi tolse delicatamente l'apparecchio di sul capo: poi andò a sconficcare la spina dal legno.

— Ha sentito?

— Sì.

— Che cosa?

Indugiai. Avrei voluto dirgli che avevo sentito preludiare le pitagoriche armonie d'un qualche sistema sidereo non ancora formato; o forse un pallido dialogo tra il piano astrale e il piano buddico dei teosofi. Ma mi feci pudore di esporre simili ipotesi ultrapoetiche. E risposi:

— Suppongo, il rumore di un tarlo nel legno?

Bruno ricominciò a ridere scotendosi come pazzo.

— Se in quel legno ci fosse un tarlo, con questo microfono lei udrebbe un fragore assordante come di macchinari o d'immense cascate. Anzi il suo errore mi fa pensare ora che una delle applicazioni pratiche dello strumento potrebbe essere appunto di far riconoscere la presenza dei tarli nei legni preziosi. Ma ciò non m'interessa: di simili sfruttamenti, se vorrà, se n'occuperà lei, che è uomo d'affari.

— Ma allora quei suoni?...

— Sono gli infinitesimi e inesauribili movimenti atomici della materia organica.

Lo guardai stupefatto.

— Lei può immaginare da questo la potenza del mio microfono moltiplicatore a isolatore acustico.

— È una sua invenzione?

— Dica che non è che la minima parte, che un particolare isolato, della mia invenzione. C'è assai più, e presto vedrà. Ma prima occorre che lei ne conosca un altro elemento, il più sorprendente: lo specchio allocatoptotrico.

Dopo un'attesa, accennò con una sorta di mistero verso una piccola porta a muro ch'era in fondo alla stanza.

In quella s'udì la voce di Laura dalla strada chiamare:

— Bruno!...

Senza rispondere alla chiamata, nè altro dirmi, Bruno ripose rapidamente ogni cosa e scendemmo. Laura col cappello e il bavero impellicciato che le saliva a mezzo il volto appariva più donna, avea acquistato un che di maturo e turbante. I suoi occhi erano più neri e più fondi.

— Bruno — disse — è l'ora della passeggiata. Venga anche lei.

Così dicendo mi guardò. Mi sentii impallidire. Quando i palpiti del mio cuore tornaron calmi, risposi:

— No.

— Allora, a più tardi.

Fino a sera pensai a Laura. Ma di tratto in tratto la sua figura e il suo volto scomparivano istantaneamente alla mia memoria: in quelle lacune sentivo inme e intorno a me un flutto di vacuo e gelante silenzio: vi riconobbi l'immagine di quello che m'avea avvolto e quasi fatto demente durante la prima esperienza nel gabinetto del fratello di lei.

— Costoro mi farebbero impazzire — mi dissi alla fine. — Bei riposi ho trovato nella solitudine della campagna! Strana sorte la mia: io sono sempre stato, sono, e sempre sarò, irrimediabilmente savio; e insieme la sorte ha messo occultamente tra le mie mani non so che potentissima calamita di pazzi.

E quando, poche ore dopo, c'incontrammo alla tavola comune, subito annunziai recisamente:

— Tra due giorni torno a Milano. La mia vacanza finisce.

— Tra due giorni? — domandò Bruno — cioè?...

— Cioè sabato: dopodomani; con la corsa del mattino.

Egli echeggiò:

— Sabato, con la corsa del mattino.

E aggiunse:

— Benissimo.

Rinunciai a capire il suo pensiero. Dopo un poco soggiunse:

— Io invece parto domani mattina.

Ebbi la tentazione di rispondergli anch'io: «Benissimo», ma me ne trattenni. Fui per accennare alle cose mirifiche che m'aveva mostrate, a quelle più mirifiche che m'aveva promesse. Ma un oscuro istinto maligno m'impose silenzio anche su questo argomento. Mi pareva che un'aura d'odio aleggiasse fra le nostretre sostanze. Poi i silenzi obliqui che strisciavano tra noi cominciarono a travagliarmi. Cercai qualche argomento di discorso che ci portasse giù, in un'aria più respirabile e solita: avrei voluto poter pronunciare qualche volgarità. Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi quali fossero i discorsi più consueti che si tengono nel mondo, il mondo degli uomini comuni, gli uomini sani. Finalmente dissi così:

— Speriamo che sabato non ci siano scioperi.

Bruno mi guardò come se avessi immaginato una inverosimile ipotesi di turbamenti cosmici.

— Vero è — continuavo imperterrito — che oggi è necessario imparare a vivere giorno per giorno, ma nello stesso tempo a contare sopra un domani imperturbato e sicuro. Dicono che siamo in un fiero momento di trapasso. Credo tuttavia che qualunque tempo, visto da vicino, dovè parere agli uomini pensosi un fiero momento di trapasso.

Poichè entrambi tacevano, continuai:

— Forse lei vuole ricordarmi il nostro anteguerra...

— Noi viviamo — m'interruppe Laura — come fuori del mondo, da molti anni. Come in un'isola ignota.

— L'isola di Irene! — esclamai, colpito improvvisamente dal singolare ricordo. Non avevo mai più pensato ad Irene.

— Dov'è — domandò Laura con gentilezza-l'isola di Irene?

— Lontano.

— C'è stato?

— Sì.

— Quando?

— In un tempo irricordabile. Mi lasci pensare. Ci fui.... mio Dio! pare fantastico, eppure è: c'ero sei giorni sono. È credibile?

Parlavo, così dicendo, più a me stesso che a quei due dissensati. Ma non eran persone da maravigliarsi per sì poco. Laura consentì:

— Non è incredibile. I luoghi più lontani sono quelli da cui si ritorna più rapidamente. Ma non si ritrovano mai più.

Così, brevissimamente, ella aveva risollevato il discorso nelle regioni della pura pazzìa. Non feci altri sforzi per riportarlo alla saggezza. Pensavo tra me se non avrei potuto precipitare ancor più la mia partenza. Laura mi appariva, ogni volta ch'io la riguardavo, più bella.

Alla fine del pranzo Bruno s'accomiatò:

— Debbo fare qualche ultimo preparativo. Arivederla dunque a Milano.

Non contradissi, e scomparve.

Laura s'era messa in una poltrona a un lato d'un vecchio camino acceso. Non ebbi la forza di andarmene. Sedetti nell'altra poltrona, all'altro lato del camino.

Laura sorrise e mi disse:

— Non è una buona ragione per essere tanto crucciato con noi.

— Signorina — la implorai — mi dica qualche cosa di lei, mi dica che è nata in un luogo, in un giorno, così, come nascono tutte le donne.

Sorrise ancora:

— Non abbia paura: sono nata in un luogo di questo mondo e in un giorno del calendario; e sono nata proprio come tutte le donne, e anche tutti gli uomini. Vuole di più? ho un po' freddo, sebbene siamo accanto al fuoco. Ho freddo, capisce? credo che questo possa rassicurarla completamente sul conto mio. E le propongo di fare ora la passeggiata che non ha voluto fare oggi.

Perciò poco dopo camminavo al suo fianco lungo la riva del lago al chiarore delle stelle. Ella teneva gli occhi a terra, chè la strada era irregolare e sassosa. Ogni tanto la sua pelliccia sfiorava il mio braccio. L'aria rigida, e qualcosa d'inumano che accompagnandosi a noi ci vigilava, impedì le parole. Poi ella si fermò e senza levare lo sguardo mi disse:

— Torniamo.

Ma, tornando, appoggiò la mano nel mio braccio, e così ve la tenne, fino che fummo giunti alla nostra dimora, ove mi salutò, quasi senza parole.

Il giorno dopo la cameriera mi portò i saluti della signorina, avvertendomi ch'ella era indisposta e non si sarebbe mossa di camera. Quella giornata fu la più vacua, stizzosa e lunga di tutta la mia vita.

La mattina seguente, pronto per andarmene, mandai la stessa cameriera a recarle i miei saluti. Mi riportò un biglietto di lei. V'era scritto:

A rivederci per una volta ancora.Laura.

A rivederci per una volta ancora.

Laura.

E partii.

Il viaggio mattutino — prima lungo la riva del lago che il freddo colorava d'acciaio, poi traverso brughiere e boscaglie di brina e di ghiaccioli — mi rischiarò. Quando scesi alla stazione di Milano mi sentivo assai lontano dal luogo, dalle persone e dai giorni trascorsi: li lasciavo dietro me quali un passato, che sentivo ben chiuso, consacrato come in una irritrovabile lontananza. Soltanto un senso di lassitudine, che parevami esserne rimasto in fondo a me, dominava oscuramente il mio spirito: ma me ne riscossi, e m'immersi con una specie di piacere fisico nella piccola folla che s'accalcava all'uscita. Fuori, mentre guardavo intorno cercando una carrozza, mi sentii chiamare da una voce che mi gelò di sorpresa e d'irragionevole spavento. Mi voltai.

— Lei è stato puntuale — gridò Bruno venendomi incontro festosamente. — Bravo. Venga con me.

Allora la forza ignota che domina spesso la mia vita e i miei atti — e solo dopo la morte, concludendo le somme, potrò risolvere se mi fu amorevole o maligna — mi spinse a non oppormi al suo desiderio. Bruno aveva un'automobile. Poich'era mattino avanzato, disse:

— Andiamo a far colazione.

Mi condusse in una trattoria assai nota, rumorosa. Non riconoscevo l'uomo. Era vivace e socievole. Spesso rideva. Io gli dissi:

— Rieccoci in piena vita moderna. Non pensavo che lei amasse tutte le cose che qui ora ci vediamo intorno.

— Non le amo — rispose — Mi servono. Io vivo, per mio conto, nel secolo ventesimo, come fossi un uomo di dieci secoli prima o di dieci secoli più tardi. Il mio spirito e la mia consuetudine sono perfettamente soli. Qualche volta penso che questi uomini e queste donne non mi vedano neppure, tanto mi sento fatto d'una diversa sostanza. Ma me ne valgo. Questa ansia verso la velocità — soppressione del tempo e della lontananza — che è il carattere primo dell'epoca, è il materiale bruto della mia creazione. Perciò costoro mi servono, e senza intenzione forse io creando li servo.

— Così! — esclamai. — Sento in queste sue parole uno spirito fraterno. Lei ha definito esattamente, mi perdoni se parlo un momento di me, quello ch'io vorrei essere, se fossi un'artista: sol che la mia creazione sarebbe fantastica, mentre la sua è pratica. Anch'io vorrei operare su questa materia, come se l'amassi, senza amarla, e creando giovarle senza intenzione ne' suoi piaceri o ne' suoi ozi: ma la mia sostanza sentirsene estranea e lontana, più là o più qua, sola.

— Perciò lei è degno d'essere il primo che sperimenterà la mia invenzione. Poco m'importerebbe che fosse anche l'ultimo.

— Dove andiamo?

— Non lontano.

Arrivammo a una via solitaria, in una piccola casa. E Bruno m'introdusse in una stanza quasi nuda, mi fe' sedere, e parlò in questo modo:

— Lei vede quella porta a muro. È simile a quella che lei ha visto in fondo al mio studio laggiù.

A questa parola «laggiù» sentii il mio cuore accelerare stranamente i suoi palpiti.

— È il gabinetto pantelestetico. Tutto l'ambiente ne è acusticamente isolato, senza che occorra la cuffia. Di lì senz'altro lei sentirà telefonicamente le parole del gabinetto lontano ch'è in comunicazione con questo. E fin qui non abbiamo che un perfezionamento della telefonia. Ma una delle pareti del gabinetto è uno specchio, uno specchio allocatoptotrico, in cui si vede, distintamente, il luogo e la persona con cui si parla: la si vede parlare e muoversi, vivere. Data l'audizione e la visione, perfettissime entrambe, ogni distanza tra gli uomini è con ciò pienamente abolita.

Una irrequietudine pungente sommergeva a tratti e intorbidava in me l'interesse per l'esperienza prodigiosa. Bruno mi disse ancora:

— L'avverto che sarà in comunicazione soltanto quando sarà seduto sulla poltrona.

Così dicendo eravamo presso la tragica porta. Bruno aperse, mi spinse dentro, e rapidamente, dietro le mie spalle, richiuse.

Piombato nel silenzio, volsi gli occhi attorno per la cabina, che senz'aperture nè lampade era chiara d'una luce diurna. Riabbassando lentamente lo sguardo dal soffitto alla parete in faccia a me, d'un tratto agghiacciai. Quella parete era quasi tutta di specchio, lucidissimo specchio, e in esso vedevo riprodursi esattamente le forme del luogo ov'io ero — tre brevi pareti e nel mezzo una piccola poltrona — ma nello specchio non c'era nessuno, non c'ero io.

Dalle radici alle cime mi squassò un brivido che parve squarciarmi; credo che detti un urlo e che mi rivoltai per fuggire, ma seppi dominarmi, e stringendomi con le mani le tempie chiusi gli occhi. Allora nella sùbita oscurità anche l'immane silenzio mi parve confortevole, o forse m'era di sicurezza sentire quelle stesse mie mani tenagliarmi duramente la fronte. Così mi placai, riebbi la conoscenza del luogo e delle cause. Tuttavia tenevo ancor serrati gli occhi: a tentoni girai intorno alla poltrona e mi vi posi.

Sùbito il silenzio si tacque, s'animò di lontani susurri diffusi, voce d'un'atmosfera che nuova m'avvolgeva. Così ebbi cuore di riaprire gli occhi. E vidi che lo specchio davanti a me s'era annebbiato come di veli grigiche tutto lo fluttuavano, e già diradavan dai lati verso il centro; fin che il campo si sgomberò, e là in faccia a me era seduta una forma umana, era la forma di Laura. L'immagine di Laura moveva il capo con dolcezza, levava una mano verso me con un cenno. Anche le sue labbra vidi agitarsi, e udii la voce che diceva:

— Sono io, sì, sono Laura.

Io fissavo quell'immagine negli occhi, ma non mi riusciva d'incontrarne lo sguardo, che ancora vagava come disperso in un diverso etere. Allora anch'io parlai, e dissi all'immagine:

— Perchè non mi guarda?

La figura di Laura rispose:

— Ancora non mi riesce. Tenga fermo il suo sguardo, la prego.

Io mi tesi con uno sforzo d'immobilità di tutto il mio essere. Vedevo lo sguardo di lei in un contorcimento divincolarsi dalle lontananze che lo trattenevano, fin che d'un tratto scattò sulla linea del mio: e ci trovammo così, gli occhi fissi negli occhi, penetrandoci paurosamente fin nel profondo delle anime, perduti di passione.

— Parla — mi implorò.

E poichè sgomento io tacevo:

— Ti avevo avvertito — mi disse come in un soffio — che ci saremmo riveduti una volta ancora.

Il suo volto pallido s'invermigliò, ma gli occhi non si chinarono, neri e fondi come li avevo visti un vespero in riva al lago gemente.

— S'io ti vedessi di là da un fiume — le dissi — penserei di passarlo per venirti a parlare. Ma come posso parlarti così?

— Vedi come ti sono vicina.

Mi parve che alzasse una mano verso me.

— Laura — gridai, e irresistibilmente levatomi mi lanciai verso le sue braccia. Ma d'improvviso a quel moto il campo dello specchio come in un baleno si vuotò, e davanti a me non era più nulla: con le mani urtai contro il vetro solido.

Ansando mi precipitai novamente a sedere. Lo specchio si scombuiò tutto di nuvole, come poco innanzi; poi le nuvole vaporando vidi tornata la figura di Laura, e il suo sguardo era ancora diritto nel mio. Laura ora stava protesa verso me, e tremando pregava:

— Non mi abbandonare.

Muti allora, per un tempo che parve immenso, ci guardammo così dolorosamente, abisso contro abisso; poi mormoravamo parole senza forma; e le nostre forme e le nostre voci eran vicine, sì che a un punto le anime crederono toccarsi; ma poichè le mani non potevano raggiungersi e sentirsi stringere vive, d'un tratto anche le nostre sostanze s'intesero disperatamente lontane: sentii lei più infinitamente remota da me che se l'avessi pensata senza vederne gli atti nè udirne la voce; e come nello spasimo di quell'assurdo ella a un momento apparve tutta spingersi a me col volto pallido e la bocca implorante, m'invase un così disperato e rabbioso furore che quasi cieco e pazzo milevai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai contro il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l'uscio della cabina, ne fuggii non so come, distrussi non so che, precipitai invasato senza più pensiero o memoria non so dove: appena ricordo che per giorni e notti errai tremando le vie più paurose della città, come una bestia inseguita in caccia, sconquassato, pavido d'ogni ombra e d'ogni luce, scontroso a ogni forma apparente e mobile della vita; e solo dopo assai tempo riuscii per la stanchezza a sedermi placato, a ritrovare la mia casa e la consuetudine del mio pensiero e della mia vita: ma ivi chiuso per più giorni ancora me ne stetti senza voler vedere persona, macerato in un odio torvo contro ogni intelligenza dell'uomo, in un sincero spasimo di desiderio verso l'indifferente inerzia delle cose insensitive e dei bruti.


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