LA MADIA.

LA MADIA.

A pena Luca udì il rumore delle grucce, spalancò gli occhi e li volse ardenti e torbidi verso la porta, aspettando che il fratello comparisse sul limitare. Tutta la faccia, estenuata dalla sofferenza, divorata dalla febbre, sparsa di bolle rossastre, gli prese d'improvviso un aspetto di durezza e quasi d'ira. Egli afferrò le mani della madre, convulsamente, gridando, con la voce rauca e rotta:

— Caccialo! Caccialo! Non lo voglio vedere. Capisci? Non lo voglio vedere; mai più. Capisci?

Le parole lo soffocarono. Egli stringeva forte le mani della madre, tossendo con grande affanno, mentre la camicia sul petto gli palpitava e gli s'apriva un poco ad ogni sforzo. Aveva la bocca gonfia; e pel mento le bolle riseccate gli formavano come una crosta che si screpolava e sanguinava ad ogni sforzo.

La madre cercava di placarlo.

— Sì, sì, figlio mio. Non lo vedrai più. Farò come tu vuoi. Lo caccerò, lo caccerò. Questa è la casa tua, figlio, tutta tua. Mi senti?

Luca le tossiva sul volto.

— Ora, ora, sùbito — egli diceva, con una persistenza feroce, sollevandosi di sul letto, spingendo la madre verso la porta.

— Sì, figlio mio. Ora, sùbito.

Ciro comparve al limitare, reggendosi su le grucce. Egli era mingherlino, con una grossa testa pesante. I capelli erano così biondi che quasi parevan bianchi. Gli occhi eran dolci come quelli d'un agnello, azzurri fra le lunghe ciglia chiare.

Entrando, non disse nulla; poichè era muto per una paralisia. Ma vide gli occhi dell'infermo, che lo guardavano intenti e crudeli; e si fermò nel mezzo della stanza, appoggiato alle grucce, irresoluto, non osando avanzare. La gamba destra, torta e raccorciata, aveva un piccolo tremito visibile.

Luca disse alla madre:

— Che viene a fare, questo stroppiato? Caccialo via! Voglio che tu lo cacci via. Capisci? Sùbito.

Ciro intese, e guardò la matrigna che già era per levarsi. La guardò con occhi tanto supplichevoli, ch'ella non ebbe cuore di fargli violenza. Poi, tenendo sotto l'ascella una gruccia, con la mano libera fece un gesto disperato. E gittò uno sguardo vorace alla madia ch'era in un canto. Voleva dire:

— Ho fame.

— No, no; non gli dar niente — si mise a gridare Luca, agitandosi tutto sul letto, imponendo alla donna il suo capriccio malvagio. — Niente! Mandalo via.

Ciro aveva chinato sul petto la grossa testa, tremando, con gli occhi pieni di lacrime. Quando la matrigna gli mise una mano su la spalla e lo spinse verso l'uscio, egli ruppe in singhiozzi; ma si lasciò condurre. Poi sentì chiuder l'uscio; e rimase sul pianerottolo, a singhiozzare. Singhiozzava forte e costante.

Disse Luca alla madre, con un atto iroso:

— Lo senti? Fa apposta, per farmi venir male.

Il singhiozzo del fratello seguitava, interrotto qualche volta da un mugolìo singolare, accorante come il rantolo d'un giumento che sia per morire.

— Ma lo senti? Va. Gettalo per le scale!

La donna sorse con impeto; corse all'uscio, e levò sul muto le mani dure, avvezze a percuotere e ad incrudelire.

Luca, sollevato in su' gomiti, ascoltava i colpi, dicendo:

— Ancóra! ancóra!

Sotto le percosse, Ciro tacque. Trattenendo il pianto, discese nella strada. Egli era famelico; non mangiava da quasi due giorni. A pena aveva la forza di trascinar le grucce.

Passò in corsa una schiera di monelli, dietro il volo d'un aquilone che prendeva vento beccheggiando. Taluni gli diedero un urto, gridandogli:

— Ehi, lo stroppiatino!

Altri lo beffarono, gridandogli:

— Vieni, bàrbero, alla carriera!

Altri, alludendo alla sua gran testa, gli chiesero per dileggio:

— Quanto la libbra il cervello, stroppiatino?

Uno tra questi, più disumano, gli fece cadere una gruccia; e si mise a fuggire. Il muto barcollò; poi la raccolse a fatica, e si mosse. Gli strilli e le risa dei monelli si dileguavano verso il fiume. L'aquilone s'inalzava, come un uccello di paesi strani, in un cielo tutto rosato e soave.

Compagnie di soldati cantavano in coro, lungo il Bagno. Era la bella stagione, sotto la festa di Pasqua.

Ciro, sentendosi mordere le viscere dalla fame, pensò:

— Ora chiedo l'elemosina.

Dal forno veniva col vento primaverile la fragranza del pane recente. Passò un uomo vestito di bianco, portando in testa una lunga tavola su cui giacevano in ordine molti pani color d'oro, che ancora fumavano. Due cani lo seguivano, con il muso all'aria, dimenando la coda.

Ciro si sentì quasi venir meno, di languore. Pensava:

— Ora chiedo l'elemosina; se no, muoio.

Il giorno cadeva lentamente. Il cielo diafano era tutto sparso d'aquiloni che si ritraevano verso terra ondeggiando. Le campane propagavano nell'aria sonora un rombo continuo e profondo.

Ciro pensò:

— Ora mi metto alla porta della chiesa.

E si trascinò verso quel luogo.

La chiesa in fatti era aperta. Si vedeva in fondo l'altare illuminato di fiammelle tremolanti,come una costellazione. Usciva fuori l'aroma dell'incenso e del belzuino, svanito. Di tanto in tanto, l'organo gittava un gran fascio di suoni.

Ciro, d'improvviso, sentì velarsi gli occhi da nuove lacrime. Egli pregò nel suo cuor religioso:

— O Signore, Dio mio, aiutami tu!

L'organo mise un tuono che fece vibrare i pilastri come stromenti; poi si rallegrò di note chiare. Sorsero le voci dei cantori. E i devoti e le devote entravano, a due, a tre, per la porta unica. Ciro non osava ancora tendere la mano. Un mendicante, poco discosto, chiese lamentevole:

— La carità, per l'amore di Dio!

Allora il muto ebbe onta. Vide entrare nella chiesa la matrigna, tutta raccolta sotto la mantatura nera. Pensò:

— Se andassi a casa, mentre la matrigna è fuori?

La bramosia del cibo lo punse così forte, che egli non indugiò più oltre. Volava su le grucce, dietro la speranza del pane. Una femminetta, al passaggio, gli gridò ridendo: — Corri il palio, stroppiatino?

Egli giunse alla casa, in un baleno, ansandoe palpitando. Salì le scale con cautela infinita, senza rumore. Cercò la chiave a tentoni, in una cavità del muro, dove soleva metterla la matrigna uscendo. La trovò; e prima d'aprire guardò pel buco della serratura. Luca, sul letto, pareva sopito.

Ciro pensò:

— Se potessi prendere il pane senza svegliarlo!

E girò la chiave, piano piano, trattenendo il respiro, temendo di svegliare il fratello con palpiti del cuore. Pareva che quei palpiti empissero tutta la casa, come d'un fragore altissimo.

— E se si sveglia? — pensò Ciro con un brivido nelle midolle, quando sentì che la porta era aperta.

Ma la fame lo rendeva audace. Egli entrò, puntando le grucce delicatamente, non togliendo mai gli occhi di sul fratello.

— E se si sveglia?

Il fratello, supino, respirava con affanno in quel sopore. Di tratto in tratto gli usciva dalle labbra quasi un fischio lieve. Una sola candela ardeva su la tavola, gittando alla parete larghe ombre variabili.

Ciro, come fu presso alla madia, s'arrestò pervincere il tremore; guardò il dormiente; poi, reggendo ambo le grucce con l'ascelle, si mise a sollevare il coperchio. La madia scricchiolava forte.

D'improvviso Luca diede un balzo, svegliandosi. Vide il fratello in quell'atto, e cominciò a gridargli contro, agitando le braccia, come un ossesso:

— Ah, ladro! Ah, ladro! Aiuto!

Ma il furore lo soffocava. Mentre il fratello, accecato dalla fame, chino su la madia, cercava con le mani tremanti un pezzo di pane, egli si gettò giù dal letto e gli corse sopra a impedirgli di prendere.

— Ladro! Ladro! — gridava, fuori di sè.

Fuori di sè, trasse il coperchio pesante sul collo di Ciro; che s'agitò come una vittima alla tagliuola, disperatamente. Resisteva Luca contro quelli sforzi, avendo perduto ogni coscienza della cosa, premendo con tutta la sua persona, quasi per decapitare il fratello. Il coperchio scricchiolava, penetrando nella viva carne della nuca, schiacciando le canne della gola, pestando le vene e i nervi. Penzolò dalla madia un corpo inerte, che più non dava alcun tratto. Allora, in conspetto dello storpio trucidato,uno sbigottimento pazzo invase l'animo del fratello.

Due o tre volte, barcollando, egli attraversò la stanza che i guizzi della candela empivano di paure; mise le mani su le coperte, le tirò a sè, ci si avvoltolò tutto, coprendosi anche la testa; poi si accovacciò sotto il letto. E nel silenzio i suoi denti stridevano, come fa una lima sul ferro.


Back to IndexNext