XVI.

Camilla, su l'inginocchiatoio, pregò a voce bassa, co 'l capo prostrato, con giunte le mani, lungamente; poi accese la lampada votiva aMaria Vergine, per la notte; piegò poi nel sonno tenendo il dolce cuore di Gesù tra i fiori vizzi del seno. Il suo respiro di dormiente era religioso come se sfiorasse l'ostia sacra su la paténa d'argento. Nella volta le ombre seguivano le oscillazioni della fiammella alimentata dall'olio. I rumori del legno che si dilata e dei tarli che ródono, le voci misteriose dei vecchi mobili nella calma notturna, rompevano il silenzio.

Orsola stava nello stesso letto, a fianco di Camilla, distesa, senza muoversi, senza chiudere gli occhi, poichè una grande stanchezza insonne le occupava le membra e la vigilanza assidua dell'angoscia le martoriava l'anima tapina. Ella ascoltava il silenzio; spiava sè stessa con una curiosità ansiosa, come per sentire qual mutamento si fosse compiuto nell'essere suo.

A un tratto, Camilla nel sonno cominciò a mormorare parole confuse, frammenti di parole incomprensibili, movendo appena le labbra, mettendo lunghi respiri. La testa di lei, scarna, affilata, scolpita rigidamente dalla penitenza e dal digiuno, ingiallita dal lume della lampada, posava su la bianchezza del guanciale come una effigie mal dorata di santa sopra una raggiera. Piccole ombre violacee segnavano l'interno dellenarici, i solchi del collo teso e pieno di corde, le fosse delle gote, le occhiaie d'onde sporgeva grande il globo coperto dalla pelle molle della pálpebra. Ella pareva così il cadavere di una martire, dentro cui scendesse lo spirito di Dio.

Benchè quello dei soliloquii notturni non fosse il primo, Orsola sentì freddo in mezzo ai capelli: un terrore improvviso l'assalì e la oppresse. Ella istintivamente si rannicchiò, cercò di allontanarsi dal corpo della sorella ritraendosi su l'orlo della sponda; stette immobile, sospesa negli intervalli di silenzio, con gli occhi fissi su la bocca della dormiente, provando un sordo sussulto in mezzo al petto se quelle labbra si movevano a profferire nuove parole. Ella non comprendeva; ma qualche cosa di lontanamente profondo e di solenne era in quel mormorìo interrotto, un mistero soprannaturale si levava da quel corpo inerte e inconsapevole che parlava senza udire la propria voce. Nella stanza passava l'alito del sepolcro; per la fantasia sconvolta dell'insonne le ombre oscillanti prendevano forme spaventose e minacciose di spettri; l'aria pareva solcata da romori ignoti. Tutte le cose su cui l'allucinata si rifugiava con lo sguardo, tutte le cose si trasformavano e si animavano ed andavano verso di lei.Allora l'idea del castigo e della pena eterna ancora una volta le risorse nella conscienza e la incalzò. Ella si abbattè sotto l'incubo del suo peccato, mettendo in croce le braccia sul petto per difendersi dalle minacce dei demoni, tentando pregare con la lingua impedita dal terrore, aggrappandosi con un supremo slancio all'áncora del pentimento, all'ultima salvezza. Ella si sentiva perduta, chiedeva misericordia dall'intimo del suo cuore al divino Sposo tradito, a Gesù buono e grande, a Colui che perdona.

La voce di Camilla si esalava in sospiri, si confondeva in un borboglìo tremulo, si spegneva nella respirazione lenta ed eguale, a mano a mano che l'entusiasmo del sogno mistico si andava placando. Le ombre seguitavano ad oscillare. Non ancora il Crocefisso discendeva dalla parete a raccogliere con le dolcissime braccia la pecorella tornante all'ovile.

— Ha detto il Signore per bocca del profeta Gioele, figlio di Petuel: «Avverrà che io spanderò il mio Spirito sopra ogni carne, e i vostri figliuoli e le vostre figliuole profetizzeranno; ivostri vecchi sogneranno sogni, i vostri giovani vedranno visioni.»

Questo Spirito di cui gli Apostoli ebbero le primizie e la beatitudine, fu per essi e per noi uno Spirito di verità, uno Spirito di santità e uno Spirito di forza... O divino amore, o sacro legame che unisci il Padre e il Figlio, Spirito onnipotente, fedele consolatore degli afflitti, pénetra negli abissi profondi del nostro cuore e infondici la tua gran luce! —

Così predicava Don Gennaro Tierno nella Pentecoste, dall'altare maggiore, volto al popolo ascoltante. Sopra di lui, in alto, la terza persona della SS. Trinità apriva l'arco radioso delle ali d'oro, e nella chiesa l'illuminazione dei ceri spandeva un rossore simile a un riflesso d'incendio. Gli enormi pilastri di pietra sostenenti le due navate, coperti di barbare sculture cristiane, cavalcavano verso l'altare pesantemente; su le pareti gli avanzi dei mosaici rilucevano: qualche testa di Apostolo, qualche braccio rigido di santa, qualche ala d'angelo emergeva ancora nell'offuscamento e nello scrostamento operato dai secoli. Tra i mosaici pendevano piccole navi ex-voto dedicate al tempio dai naufraghi supérstiti. E in mezzo alle pietre rudi e alle croste fosche si elevavaagile un gruppo di colonne rosee a spira sorreggenti il pergamo anche marmoreo fiorito di acanti e animato di bassirilievi.

— Spandi la tua dolce rugiada su questa terra deserta, a fin che cessi la sua lunga aridità. Manda i raggi celesti del tuo amore fino al santuario dell'anima nostra, a fin che penetrandoci accendano fiamme consumatrici delle nostre debolezze, delle nostre negligenze, dei nostri languori! — seguitava il prete, salendo ai supremi culmini della sua eloquenza e della sua potenza vocale.

Orsola, da presso, ascoltava, tutta raccolta. Ella si era rifugiata nella casa del Signore, era tornata al talamo; voleva che il Signore la purificasse e la ricevesse un'altra volta nella benignità del suo grande abbracciamento. Quel barbaglio subitaneo di fede la abbacinava, le faceva quasi dimenticare ogni fallo anteriore. Le pareva che subitamente dalla sua anima le macchie si cancellassero e dalla sua carne cadessero le scorie della impurità terrena. Giammai ella si era accostata all'altare di Dio con un più profondo tremito di speranza; giammai aveva ascoltato la parola di Dio con una più lunga ebrezza.

Dall'istante in cui l'orrore della dannazione le si levò nella conoscenza, ella si compresse in una specie di raccoglimento cupo, sorvegliando sè stessa, sorvegliando i propri atti, i propri pensieri, i minimi moti pe 'l timore che quella veemenza di pentimento si esalasse, per l'ansia di conservare intatto dentro di sè quel fiore di fede rigermogliato d'improvviso. Fu una specie d'assunzione verso Gesù, con un ripudio di ogni legame umano. Ella si esaltò nella lettura dei libri sacri; si gettò nella contemplazione delle imagini e dei misteri; lottò contro le molli viltà della carne, contro i calori della giornata, contro l'insidie della notte, contro i profumi che le portava il vento, contro il soffio che saliva dai suoi ricordi impuri, contro le voci che parevano vellicarle l'udito e susurrarle segreti nuovi di piacere.

Dopo quella settimana solitaria di passione, ella ora deponeva il sacrificio ai piedi dell'altare; beveva il balsamo della parola di Dio, fissando gli occhi in alto alla colomba radiosa e sentendosi a poco a poco naufragare nel pèlago dell'estasi.

— Vieni dunque, vieni, dolce consolatore delle anime desolate, rifugio nei pericoli, protettorenella sventura. Vieni, o tu che purifichi l'anime da ogni macchia e ne guarisci le piaghe. Vieni, forza del debole, appoggio di quegli che cade. Vieni, stella dei naviganti, speranza dei poveri, salute di chi è per morire — incalzava Don Gennaro Tierno, alto nella pianeta d'argento, vermiglio in volto, con occhi forzanti le órbite, con gesti che parevano toccare il cielo.

Nella chiesa una calura grave si era addensata su i cristiani. Le navate si schiacciavano su i pilastri; in una vetrata la testa di S. Luca evangelista raggiava percossa dal sole e il gran manto metteva nell'aria una zona di crepuscolo verde. L'ambone marmoreo si levava come un miracoloso fiore mistico, in quel vapore di luce.

— Vieni, o Spirito, vieni ed abbi misericordia di noi!

Orsola teneva gli occhi all'alto: su l'onda di tutte quelle invocazioni ella ascendeva verso il nimbo, penetrata dalla ineffabile soavità che attira l'anime all'odore degli aromi spirituali. Le parve un istante di vedere la colomba d'oro balenarle un lampo di assentimento, e il cuore le balzò di giubilo nel seno come San Giovanni nelle viscere d'Elisabetta alla visita della Vergine Maria.

— Per nostro signore Gesù Cristo. Amen.

Il prete, tutto d'argento, si volse verso la custodia, dicendo a bassa voce un credo. Due turiferarii bianchi ai lati cominciarono a scuotere i turiboli fumanti e odoranti. Un nuvolo di incenso avvolse la vergine violata che stava da presso; e subitamente un invincibile fiotto di náusea dal fondo della maternità le salì alla gola e le fece torcere la bocca.

Non c'era dunque scampo? — Più giorni ancora ella oscillò nel dubbio, aspettando l'ultima prova. Vertigini la prendevano al levarsi, quando ella metteva a terra i piedi; sfinimenti vaghi la invadevano su la sera, fievolezze in cui il pensiero, la volontà, i ricordi parevano quasi avere la confusione, la sonnolenza fluttuante delle prime ore mattutine. Ella faceva le cose per abitudine, con gesti di sonnambula, stancamente. Nella scuola, se veniva sul vento l'odore del pane caldo dal forno, ella si sentiva morire, sentiva tutte le viscere montarle d'un tratto alla bocca; e un sapore di lisciva le si spandevanella lingua. Un giorno, mentre un bimbo succhiava una ciliegia, una voglia violenta di quel frutto la fece contorcere su la sedia, impallidire e sudare. Poi, ella, dopo il pasto, tutta amara di nausea, si metteva lunga sul letto, si lasciava occupare dal sopore: il caldo era pesante, le mosche ronzavano, le grida d'un venditore di occhiali passavano sotto la finestra, rauche nel silenzio.

Sfiduciata, ella non cercò più la chiesa: l'incenso anche la ributtava.

Ella non pensò più a Marcello; non lo vide più, non ebbe di lui se non un ricordo incerto, come d'un sogno remoto. L'ansia presente la teneva tutta.

Lindoro saliva a portar acqua, come prima. Egli giungeva su, rosso e stillante di sudore; posava le conche, lanciando sguardi di sbieco alla vittima. Orsola si ritirava nell'altra stanza o si curvava sul lavoro stringendo i denti nella collera repressa. Lindoro se ne andava, come un cane frustato; ma il pensiero di aver posseduto quella donna gli turbava il sangue: avrebbe voluto ora trascinarsela con sè, tenersela, esserne il padrone come di una merce da usare e da vendere. Cupidigia sensuale e avidità di guadagno in lui si mescevano.

Una sera egli aspettò che Camilla uscisse, alla porta di strada; poi salì a precipizio per sorprendere Orsola, per trovarla sola nella casa. Quando egli battè all'uscio Orsola lo riconobbe e si sentì rimescolare.

— Che vuoi da me, che vuoi? — chiese ella con la voce soffocata, senza aprire.

— Sentimi un momento, sentimi! Non aver paura; non ti faccio male...

— Vattene, cane, infame, assassino... — proruppe la donna, con una veemenza stridula di vituperii, togliendo il freno a tutto l'odio accumulato contro colui. — Vattene, vattene!

E, sfinita, si ritrasse nella sua stanza, si gettò su i guanciali mordendoli fra le lagrime.

Non c'era più scampo. — La figlia di Maria Camastra aveva bevuto il vetriolo ed era morta così, con un bimbo di tre mesi nel ventre. La figlia di Clemenza Iorio s'era precipitata dal ponte, ed era morta così, nella fanga della Pescarina. Bisognava dunque morire.

Quando questo pensiero balenò alla mente diOrsola, cadeva il pomeriggio. Tutte le campane sonavano a gloria, nella vigilia delCorpus Domini; grandi tribù di rondini schiamazzavano e turbinavano sul palazzo di Brina, si assembravano a parlamento su l'Arco. Una nuvola rossa sovrastava le case, simile forse a quella che versò bitume ardente su l'empietà di Sodoma.

Orsola al baleno di quel pensiero si smarrì, ebbe paura. Poi a mano a mano che il sentimento della vergogna la persuadeva al passo, in fondo a lei una sorda ribellione di vitalità cominciava a levitare, le viscere fremevano. Ella d'un tratto sentì il rossore e il calore del suo sangue chiazzarle la fronte, le guance. Si levò dalla sedia, torcendosi le braccia nell'agitazione della lotta. E, con un impeto di forza nervosa, finalmente uscì dalla stanza, entrò nella cucina, cercò su le tavole un bicchiere e il mazzo degli zolfanelli. L'odore forte del carbone le turbava lo stomaco; la vertigine le prendeva il cervello. Ella trovò tutto: mise gli zolfanelli a disciogliersi nell'acqua; rientrò nella sua stanza e nascose in un angolo, sotto un mobile, il bicchiere letale.

— Dio mio! Dio mio!

Ella aveva ora paura di trovarsi così, sola, dinanzi al suo proponimento. Le tornò subitamente nella fantasia il cadavere di Cristina Iorio intraveduto quel giorno mentre lo portavano su la barella alla casa della madre: un corpo gonfio come un otre, con la melma ne' capelli, nel cavo degli occhi, nella bocca, tra le dita de' piedi violetti...

— Dio mio, Dio mio, morire!

E sussultò come se una mano fredda e rigida le si fosse posata sul capo: un brivido le corse tutte le membra, le durò un momento sul cranio con l'impressione di una lama che vi penetrasse per distaccarne la pelle.

— No, no, no! — disse con la voce alterata, come se volesse scacciare da sè il contatto di qualche cosa orribile. E andò alla finestra, sporse il capo fuori, cercando un rifugio.

Ella rimase là, inchiodata, attònita dinanzi a quella visione d'incendio biblico e a quella tregenda di uccelli neri. Quando si volse un poco, intravide nell'ombra della stanza un bagliore strano: il luccichìo delle mezzelune d'oro su la veste della Madonna di Loreto e il luccichìo delle medaglie. Ebbe ancora paura; si schiacciò sul davanzale, si sporse di più; stette là,senza avere il coraggio di muoversi. Allora, in quella immobilità, l'indebolimento serale cominciò ad invaderla; ed ella si strinse la testa grave tra le palme, socchiuse le pàlpebre.

— Ah!

D'improvviso le si era aperto nell'animo uno spiràcolo. — Sì, sì, ella se ne rammentava! Spacone, il mago, quel vecchio con la barba lunga, quello che faceva i miracoli e aveva le medicine per ogni male... Era venuto al paese qualche volta a cavalcioni di una muletta bianca, con due triangoli d'oro agli orecchi, con una fila di bottoni larghi come cucchiai d'argento senza mànico. Tante donne uscivano su gli usci e lo chiamavano, e lo benedicevano. Egli aveva guarito ogni sorta di malattie con certe erbe e certe acque e certi segni del dito pollice e certe parole magiche. Egli doveva avere i rimedii pure per quella cosa... sì, sì, li doveva avere!

E Orsola rivisse in un barlume di speranza, mentre il languore saliva saliva. Dinanzi a lei, le cose annegavano nel crepuscolo; il giorno vermiglio, penetrato dalle ceneri della notte vicina, mancava in un lento scoloramento, senza contrasti. Una rondine, come un pipistrello, passò radendole il capo. Il sùbito alito dell'estate lesoffiò nella faccia, le toccò ogni vena, le scosse fin le radici infime della vita.

Ella, con un moto involontario e inconsapevole, mise le mani sul ventre e le tenne così un istante. L'indefinito sentimento della maternità le attraversava l'anima. E dal fondo, misteriosamente, un ricordo della convalescenza lontana si svegliò. — Ah, era di marzo... una gran bianchezza ridente... e sopra di lei lespie, le lanugini molli piovevano.

Così fu che la mattina dopo ella uscì dalla casa, di sotterfugio; e s'incamminò sola fuori del paese, per la strada nuova di Chieti.

Nelle vicinanze di San Rocco abitava Spacone. Sotto la maestà di una quercia druidica, egli compiva i miracoli e formulava i responsi. Tutto il contado, in venti miglia di circuito, ricorreva a lui, come a un apostolo della Providenza. Nelle epidemie del bestiame indigeno, mandre di bovi e di cavalli si raccoglievano in torno alla quercia per ricevere il talismano preservante dal morbo: le orme delle unghie equinee bovine facevano come un circolo d'incanti su l'erbe semplici del terreno.

Quando Orsola s'incamminò, era nella terra pescarese un gran giuoco d'ombre e di luci. Le nuvole nòmadi trasmigravano dalla marina alla montagna, come carovane con buone salmerìe d'acqua, per quel cielo arabico del mese di giugno. A intervalli, larghe zone di terra si sommergevano nell'ombra, altre zone emergevano illustrate; e, come l'ombra era turchina e mobile, la campagna così dava apparenza di un arcipelago che galleggiasse copioso d'alberi e di fromento. Il canto degli uccelli lodava la maturità delle biade.

Al primo spettacolo Orsola ebbe un insolito ristoro; poichè la libertà della campagna, la felicità della luce sul fogliame, gli odori cordiali dell'aria circondandole d'un tratto la persona le mossero il sangue, e la nuova speranza in lei al dispiegarsi dell'orizzonte si fortificò ed esultò. Ella si alleggeriva di tutte le angosce, vivendo per due sentimenti soli, per la speranza della salvazione corporea e pel desiderio di raggiungere la meta. In fondo, alla meta, ella vedeva nella sua fantasia sorgere il vecchio benefico e illuminarsi misticamente. Per una nativa tendenzasuperstiziosa, ella trasformava quella figura, la ingigantiva e la vestiva di una dolcezza cristiana, la cingeva di nimbo. Allora tutte le dicerie che correvano tra il volgo le tornarono alla memoria confusamente e gittarono sprazzi di luce meravigliosa su la fronte di Spacone. Allora ella si rammentò che Rosa Catena, in un giorno lontano della malattia, aveva parlato del Vecchio con una reverenza devota citando miracoli. — Un cieco di Torre de' Passeri era andato a San Rocco ed era tornato dopo tre dì con gli occhi che ci vedevano e con una cifra turchina su la tempia. Una femmina di Spoltore, invasa dagli spiriti maligni, era tornata mansueta come un'agnella, dopo aver bevuto due sorsi d'un'acqua custodita in una piccola zucca secca.

Così a poco a poco, lungo il cammino, pel concorso di tanti elementi sparsi si venne formando nella mente di Orsola una specie di leggenda. E a poco a poco, giacchè nulla possono gli uomini senza l'assistenza di Dio, sorse anche la persuasione che il vecchio fosse un inviato del cielo, un redentore delle anime dalla dipendenza corporale, un distributore di grazie celesti su la terra ai caduti. — La speranza estrema non era discesa su la peccatrice improvvisamente,quasi per influsso divino, fra i segnali accesi nell'aria? E nella Pentecoste la colomba non aveva balenato dall'alto, agli occhi della pregante, un lampo di buona promessa?

La promessa ora si compiva nel santo giorno delCorpus Domini. Orsola dunque, tutta calda di fede e di giubilo, andava su la polvere della via nuova, non curando la fatica dei passi. Ai due lati, le siepi biancheggiavano come coperte di escrementi d'uccelli. Gruppi di pioppi sonori stavano su i limiti; e i tronchi inargentati riverberavano le variazioni della luce. Le contadine della Villa del Fuoco, nane, co 'l naso camuso, con le labbra schiacciate, femmine cafre dalla pelle bianca, venivano incontro a due, a tre. Le vicende delle nuvole occupavano l'immenso teatro della campagna.

Orsola passò il Mulino, passò la Villa. Una energìa nervosa le animava il passo. Ella si sentiva battere il vento su la nuca e sentiva sul capo a intervalli stormire i pioppi. Ma l'oscillare delle ombre e la polvere cominciavano a turbarle un poco la visione; il calore del moto le affluiva alla testa; la volontà era tutta occupata nell'insolito sforzo materiale dell'incedere. Ella così andò innanzi in una specie distordimento crescente che si mutava in malessere; e, vinta dalla fatica e dal caldo, si lasciò allettare da un mucchio di olivi messi in salita a sinistra.

Passavano quattro o cinque zingari seminudi, bronzini, con amuleti luccicanti sul petto, a cavalcioni di certi asini rossastri. Uno di loro fischiava urtando con le calcagna il ventre della sua bestia. Tutti avevano in mano canne e portavano bisacce di pelle su le cosce. Guardarono la donna rifugiata sotto gli olivi e mormorarono ridendo.

Orsola ebbe paura di quegli occhi che mostravano il bianco nello sguardo, e stette sbigottita finchè il gruppo non si allontanò. Lo scoraggiamento incominciava a impadronirsi di lei; la solitudine cominciava ad esserle paventosa, poichè nella campagna correva per lunghi brividi l'annunzio della pioggia e un silenzio quasi lugubre scendeva nell'aria dalle nuvole raccolte. Ella s'era appoggiata ad un tronco: freschi soffi intermessi le investivano la persona e le gelavano il sudore nei pori, soffi che accorrevano a lei co 'l fruscìo di un animale furtivo nell'erba; mentre in torno il tremolìo del sole pareva un riverbero d'acque lontane. Pallidifiori d'un giallo sulfureo facevano onda a pie' degli olivi.

Un ricordo scese allora dai buoni alberi su l'animo della donna. — La chiesa era tutta piena di palme benedette e di aromi, quel giorno; ed ella andava tra il popolo sorretta dalle braccia di Marcello, in un gran tremore... Ma, come ella si soffermò in quel pensiero, le si smarrì la memoria; tutto le sfuggì in una incertezza di sogno. Soltanto, colpi sordi le batterono il cuore, sussulti d'angoscia le affannarono il respiro. Ella aveva ora la sensazione ottusa di un sopore che le cadesse sul cervello con la pesantezza d'un colpo di maglio. Un resto di volontà vigile le bastò a scuotersi debolmente e a discendere nella strada.

Le nuvole raccolte verso la Maiella avevano preso il colore diafano e grigio di una massa pendula d'acque. Larghe trombe si avvicinavano dalla marina più cariche; e ancora qualche azzurro campo si dilatava nell'alto. Un odore di umidità già saliva dalla polvere, da tutta la campagna ansante nell'aspettazione. Gli alberi immobili parevano assorbire la luce, si levavano anneriti in mezzo alla fumea dell'aria, popolavano di forme incerte la lontananza.

Orsola camminava con una fatica immensa, sentendo che le forze stavano per abbandonarla. — Ecco, pensava, arriverò a quell'albero e poi cadrò. — Ma non cadeva. Si scorgevano a destra le case di San Rocco. Un contadino veniva in contro a corsa.

— Buon uomo, è quello San Rocco?

— Sì, sì, voltate alla prima scorciatoia.

Grosse gocce sonanti cominciarono a cadere; poi d'un tratto la pioggia crescente rigò l'aria di lunghe frecce bianche, di lunghe sferze che percotendo schioccavano. Un sommovimento mostruoso agitò allora le nuvole: sprazzi di raggi eruppero di qua, di là. Tutte le colline, in fondo, a traverso le liste della pioggia si accesero un attimo e si rispensero. Una fievole serenità d'argento si levò su la Maiella, parve acuirsi come una spada sottile.

Orsola tentava di correre verso la quercia distante un tiro di schioppo. Le gocce le battevano su la nuca, le scivolavano per la schiena, le colpivano la faccia; e già le vesti erano tutte molli sino alla pelle. I passi le mancavano sul terreno sdrucciolevole. Ella cadde e si rialzò, due volte. Poi, quasi folle, si mise a gridare verso la casa.

— Aiuto! aiuto!

Una femmina uscì dalla porta e venne a sorreggerla, seguita da due cani che abbaiavano.

Orsola si lasciò condurre senza poter più proferire una parola a traverso i denti serrati, livida, con la faccia stravolta. Non si riscosse se non dopo qualche tempo, per le domande che l'ospite le faceva. E allora, repentinamente, all'udire il nome di Spacone, si ricordò di tutto.

— Ah, dov'è Spacone? — chiese.

— È a Popoli, donna santa: l'hanno chiamato.

Orsola non resse più: cominciò a singhiozzare e a strapparsi i capelli.

— Che volete, donna santa? che volete? Io sono la moglie; ci son qua io... — miagolava la strega, trattenendole i polsi, incitandola a parlare.

Orsola esitò un momento; poi disse tutto, a precipizio, tra i singulti, coprendosi la faccia.

— Aspettate. Il rimedio c'è; ma costa cinquanta soldi, donna santa — fece la strega in quel suo idioma tutto molle di vocali, cantando quel bello appellativo per intercalare.

Orsola sciolse un nodo nel fazzoletto e offerse cinque piccole monete d'argento. Poi aspettò, più calma.

La stanza era vasta, ma bassa. Le pareti, su cui qua e là il salnitro fioriva, apparivano scagliose e verdastre. Rozzi idoli cristiani di maiolica popolavano quel fondo di spelonca; forme strane di utensili e di stromenti ingombravano le tavole. Era come un aspro santuario custodito da un semplicista monaco.

La moglie di Spacone, dinanzi al camino, componeva il suo filtro, in silenzio. Era una femmina alta e ossuta, bianchissima in faccia, co 'l naso guasto, violetto come un fico, con i capelli rossi e lisci su le tempie, con due piccoli occhi di albina, tatuata nel mento, nella fronte, nel dorso delle mani.

— Ecco, donna santa! Coraggio!

Orsola ingoiò il liquido, d'un fiato; ma si sentì, subito dopo, da un'amarezza atroce mordere il palato e le viscere. Restò con la bocca aperta, premendosi il ventre con le mani, battendo rapidamente un piede sul pavimento, nello spasimo della prima contrazione uterina.

— Coraggio, donna santa, coraggio! — le ripeteva la strega, fissandola con quegli occhi bianchicci, soffregandole le reni. Avete tempo di arrivare a Pescara... Via! via!

Orsola non poteva rispondere: alla bocca nonle venivano che urli. I crampi le serravano lo stomaco, le irrigidivano i muscoli respiratorii, le eccitavano il vomito. I bulbi visivi le ruotavano in alto, come se ella fosse entrata ne' sintomi di una convulsione epilettica. In tutto il suo debole organismo la potenza eccessiva della bevanda operava ora effetti inaspettati. Il parto falso si produsse quasi d'improvviso, con una di quelle terribili perdite per ove le forze della vita se ne vanno mollemente, insensibilmente, fluendo.

— Gesù, Gesù, Gesù! — mormorava la strega, inquieta, presa da una sùbita paura dinanzi a quel povero corpo riverso — Gesù, aiutatemi!

Alle sollecitazioni di lei, Orsola rinvenne. E come dopo qualche tempo il profluvio parve arrestarsi, la meschina si potè levare in piedi; sospinta dalla femmina, uscire; giungere fino alla strada nuova, barcollando, pallida come se non le fosse rimasta sotto la pelle una goccia di sangue, ma tenuta viva dalla speranza che il maggior pericolo fosse omai superato.

Ora la campagna era tutta frescamente luminosa dopo la pioggia. Passava una fila di carretti carichi di gesso, e i grossi carrettieri di Letto Manoppello, pieni di vino, sdraiati sui sacchifumavano. Come Orsola si mise dietro la fila, uno di quelli, l'estremo, gridò:

— Ohè, volete che vi porti, bella figliuola?

Quasi inconscia Orsola si lasciò tirar su dalle forti braccia dell'uomo, e stette così seduta sopra i sacchi. Non intendeva le grosse risa e i motti osceni che di carro in carro si propagavano.

Con l'energia dell'istinto teneva le ginocchia serrate per impedire al flusso la via. Sentiva a poco a poco una specie di ottusità occuparle i sensi, così che gli sbalzi frequenti delle ruote su la ghiaia le davano appena un dolor sordo e il lezzo delle pipe le feriva appena le nari. Poi cominciò un susurro lontano agli orecchi, un tremante bagliore alla vista. Più volte ella sarebbe caduta se non l'avessero sorretta le mani del carrettiere, che incoraggiato dalla muta docilità di lei tentava qualche brutale carezza.

Il paese di Pescara apparve in cima alla strada, in mezzo al sole, mandando suoni sul vento.

— Fanno la processione — disse uno degli uomini. Tutti gli altri sferzarono; e la strada risonò sotto il trotto pesante, al tintinnìo de' sonagli, allo schiocco delle fruste.

Quella violenza di scosse e di fragore richiamò per un momento Orsola al senso dellarealtà circostante. Ma, poichè l'uomo le cingeva i fianchi con un braccio e le soffiava il fiato vinoso nella guancia, ella per un cieco impeto si mise a gridare e a gesticolare quasi l'avesse presa il delirio. E il fantasma di Lindoro subitamente le si rizzò dinanzi agli occhi offuscati e potè anco suscitarle il ribrezzo dell'orrore in quel poco di sensibilità che le restava nei nervi. Appena il carro si fermò, discese a terra dai sacchi scivolando; tentò di muovere i passi, con la furia affannosa di chi cerchi raggiungere un luogo sicuro per cadere.

Venivano in contro nella strada le verginelle coperte di veli candidi, con in mano i cèrei dipinti, e cantavano. Dietro la torma angelica, un grande sventolìo di drappi e di baldacchini ampliava l'aria beneficata dalla pioggia recente. E cantavano:

Tantum ergo sacramentumVeneremur cernui...

Tantum ergo sacramentum

Veneremur cernui...

Orsola, intravedendo, voltò nel vicolo; giunse alla casa di Rosa Catena, entrò; presa dalla vertigine, cadde in mezzo al pavimento. E, come il profluvio del sangue ricominciava, la paralisi le occupò la metà inferiore del corpo, ogni facoltà di moto volontario in lei si spense.

Rosa non era nella casa: la processione aveva attirato tutto il paese, quel giorno. In un angolo della stanza Muà, il padre, un mostro di vecchiaia umana, un cieco inchiodato per anni sul legname di una sedia dall'artrite deformante, tentava vagamente con la punta del bastone i mattoni intorno a sè per scoprire la causa del rumore improvviso; e un borbottìo bavoso gli esciva dalla bocca sdentata.

Allora, ai piedi del mostro orrendo, in mezzo al sangue del peccato, con i pollici stretti nei pugni, senza grida, la sposa violata del Signore per alcuni attimi si agitò nella convulsione mortale.

— Via! Via! Passa via! Via di qua!

Il vecchio, credendo che fosse entrato il mastino del beccaio, allungava il bastone per scacciarlo; e percoteva la moribonda.


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