EUGENIO, LELIO giovani, CRICCA servo.
EUGENIO. Queste son pur le gran maraviglie che ne racconti, ed io non basto a crederle.
LELIO. Chi è costui che opra cosí gran maraviglie?
CRICCA. Uno astrologo nuovamente stampato, che con le sue astrologherie astrologa tutti gli uomini.
LELIO. Che ha che fare l'astrologia col transformare un uomo nell'altro?
CRICCA. Che so io? non potrei tanto dirvene che non restasse piú a dirvene.
LELIO. Che ne sai?
CRICCA. L'ho visto con questi occhi.
LELIO. Gli occhi vedono alle volte cose che non furono mai.
EUGENIO. E ci vuoi far credere che l'hai visto?
CRICCA. Se non l'ho visto con gli occhi miei, che non vegga piú mai!
EUGENIO. Ci vuole far vedere la luna nel pozzo.
LELIO. Saremo, Eugenio caro, tanto da poco in cose che i nostri padri in cosí disconvenienti desidèri sappino piú di noi? e che vogliamo lasciarci tôr le spose senza volerci aiutare? Destiamoci noi stessi: pur chi s'annega, mena le braccia e le gambe per non lasciarsi morire; però in questa tempesta d'amore meniamo le mani con i piedi per non lasciarci peggio che morire e per non averci a doler poi della nostra negligenza e non aver fatto quanto umanamente può farsi.
EUGENIO. Non credo sia maggior miseria di quella ove noi siamo, poiché padre e figliuolo, tutti, mirano a un segno; né posso imaginarmi come per tante ripulse che li avete dato, pur non si arresta di chiederlavi.
LELIO. Ogni ora, ogni momento da diversi amici e parenti mi fa parlare, sempre con nuove proposte o nuove offerte; né io posso darli tante sconcie ripulse quanto egli con piú vantaggiosi partiti si offerisce. Io non ho voluto con piú aspre parole ingiuriarlo e modi disconvenevoli per non disconciar il fatto nostro.
EUGENIO. Ed è possibile che non abbiamo un amico, un parente che lo facci accorto di questo suo amorazzo, che un uomo di ottantacinque anni voglia per moglie una giovanetta di sedeci in diecisette anni?
LELIO. Non è per mancamento di amici o di parenti; ma niun vuole intricarsi o trapporsi fra padri e figliuoli.
EUGENIO. Non sarebbe buon Cricca, di cui tanto si fida e ascolta i consigli suoi?
LELIO. Bisognarebbe farli un salvacondotto per le spalle: ché egli sta tanto impazzito in questa pazzia sua che, come entra a dissuaderlo, egli entra in rabbia e gioca di bastonate, onde bisogna secondare li suoi desidèri e promettere di aiutarlo; ma egli si avisa subito del tutto.
EUGENIO. Ma sono tanto assassinato dalla sorte che vorrei incrudelirmi contro me stesso; e se fosse altri che mio padre, con le mie mani me lo torrei dinanzi.
LELIO. Vogliam perciò disperarci? bisogna ovviar con qualche rimedio.
EUGENIO. Cricca, speriamo in te: insegnaci ché siamo tuoi discepoli.
CRICCA. Non bisogna sperar se non nella fortuna, la qual suol trovar modo di sollevar l'uomo ne' maggiori suoi travagli quando manco si pensa, e abbassa chi sta piú al sicuro.
EUGENIO. Cricca, sopporti che la miglior perla cada in bocca al piú tristo porco?
LELIO. O fatiche, o passi sparsi, e sparsi poi tanto amaramente!
EUGENIO. Che dici? che pensi? parla un poco.
CRICCA. Qui non bisogna pensar molto né parlar assai: la cosa istessa ci apporta rimedio; e se son contrario al padron, mi perdoni, ché mi par cosa fuor di servitú lasciar di servir i giovani che hanno a vivere piú longo tempo, per servir vecchi che hanno a morire fra poco.
EUGENIO. Cavami da cosí gran pericolo.
CRICCA. Sarebbe veramente gran pericolo se non fussimo avisati; ma sapendo il tutto, cessa il pericolo.
EUGENIO. E come?
CRICCA. Quando si vedrá venir Guglielmo in casa con parole umili e piene di compassione, con dir che sia scampato dal naufragio e venuto a casa, via, cacciarlo, e non volendosi partire, che giuochi a bastone!
LELIO. Non saria meglio prenderlo e tenerlo in buona custodia; e come è tornato nella sua forma, porlo in mano della giustizia e farlo castigare?
CRICCA. No, ché il padrone stimarebbe che l'aviso fosse uscito da me, ed io ne portarei la penitenza che giá questa mattina me l'ha promessa. Non tanti consigli: avisate quei di casa che, volendo Guglielmo entrare in casa, lo scaccino quanto prima.
LELIO. Cosí si fará: io andarò a casa ad avisar tutti del fatto; tu partiti, ché non sii visto con noi ed entrino in sospetto.
EUGENIO. Cosí si faccia.
LELIO. Signor Eugenio, mi raccomando.
EUGENIO. Signor Lelio, servitor vostro.
EUGENIO. Cricca, raccommandami ad Artemisia mia.
CRICCA. Raccommandatevegli voi stesso. Non vi sète accorto che mentre avete ragionato col fratello, che v'ha vagheggiato dalla fenestra?
EUGENIO. Veggio scoprire il mio sole: e come il sole sorgendo la mattina, vien il mondo a rischiararsi e farsi bello, che era dinanzi tenebroso e pien di orrore; cosí apparendo voi, mio chiarissimo sole, le tenebre e amaritudini del mio cuore tutte si fanno illustri, e mi riempie il cuore di dolcezza.
ARTEMISIA. Siate il ben trovato, spirito dell'anima mia!
EUGENIO. Siate la benvenuta, dolcissimo sostegno della mia vita! Mi par che siate di mala voglia.
ARTEMISIA. E disperata ancora, poiché in tanto tempo non veggo favilla alcuna di luce con cui avvivi la speranza dell'esser vostra.
EUGENIO. Signora, il disperarsi è un tradire se stesso; però non piangete se mi amate, ché con le vostre lacrime consumate la vita mia, le quali, se non le rasciugate tosto, mi faran tosto venir meno.
ARTEMISIA. Deh! lasciatemi piangere e morir ancora, perché non è persona tanto disperata che non abbia qualche speranza di sperare, eccetto io che non ho che sperare se non nella morte come solo rimedio de' miei mali.
EUGENIO. Ah, signora, avendovi conosciuta sempre d'alto cuore, di gran fortezza e di eccelsa mente, come vi lasciate cosí vincere dal dolore?
ARTEMISIA. Anzi, se mi amate, dovete piangere meco, ché quando duo amanti piangono le communi disaventure è uno sfogamento delle lor passioni.
EUGENIO. Ma perché tanto affliggervi?
ARTEMISIA. Primieramente temo che non m'amate.
EUGENIO. Ahi, fiera stella, e come può cadere in voi cosí brutto pensiero se sapete certo che vi amo da dovero e il nostro amore è reciproco? E se potessi aprire il petto vedereste un tempio nel cui altare arde sempre il mio cuore in sacrificio dinanzi l'idolo della vostra bellezza, la qual è tale che fa stupire non solo il mondo ma l'istessa natura che vi ha creato, ornata poi di tanti mezi d'onori e di costumi, li quali gareggiano con la bellezza e giá si hanno acquistato li titoli di magnificenza. I vostri meriti sono tali che meritarebbono altro uomo che non sono io; ma perché conosco solo i vostri meriti, per il grande amore che li porto, mi par che possa meritarli.
ARTEMISIA. Se cosí è, perché scorgo in voi tanta tepidezza in sollecitar le mie nozze? Voi sète d'accordo con Lelio mio fratello. Non vedete che l'indugio vi potrebbe apportar qualche disturbo?
EUGENIO. Non considerate, signora, che ho un padre concorrente nell'amor mio? e se ben mi veggio in tante difficoltá e rispetti di mio padre, pur Amor non permette che cangi voglia. Il padre cerca privarmi di quello che mi si deve per amore; io ne prego e riprego vostro fratello, e dubito per la troppa importunitá di esserli molesto: avemo sofferto tanto, soffriamo un altro poco. Non è cosa da valoroso voler la corona e il trionfo prima che abbia combattuto: soffriamo, ché Amor ci coronerá del nostro soffrire.
ARTEMISIA. Mio padre non vuol darmivi per sposa se egli non conseguisce da voi Sulpizia: vuol comprar l'amor di vostra sorella col mio riscatto e vuole che io sia il prezzo de' suoi desidèri. Vuol servirsi di me per medicina del suo male, di me che sono inferma e ho bisogno di medicina per me stessa nella mia infermitá; ed io, misera! non so far altro che amaramente piangere, sospirare e consumarmi.
EUGENIO. Datevi pace, ché forse Amore vi consolará.
ARTEMISIA. Quel «forse» è una magra speranza. Di piú par che d'ora in ora mi veggia comparir Guglielmo mio padre, che non sia morto e che voglia ch'io mi sposi con Pandolfo: e questa notte me l'ho insognato tornar sano e salvo dal naufragio, di che ne ho preso tanto spavento che non sará bene di me per un anno. Però vi prego che vi affrettiate e mi cacciate di tanta angoscia.
EUGENIO. Non bisogna, signora, aver téma de' sogni, che nascono in noi da quelli effetti che sommamente temiamo e desideriamo. Se i sogni riuscissero, io sarei felice: quante volte mi son sognato con voi e non mi è riuscito? Piú tosto vorrei che riuscissero i miei che i vostri sogni.
ARTEMISIA. Padron caro, dubito che non sopravenga mio padre. Dio sa con che cuor vi lascio! Vi bacio le mani; e perché io non posso baciarvi le mani, vi cerco un favore.
EUGENIO. Eccomi prontissimo a servirvi.
ARTEMISIA. Che mi doniate i vostri guanti; ché baciando quelli mi parrá di baciare le vostre mani, e vestendone le mie mani parrammi che tenga strette le vostre mani.
EUGENIO. Eccoli; e date a me i vostri in ricompensa, acciò io senta quella medesima dolcezza de' vostri, che voi dite sentir de' miei.
ARTEMISIA. Eccoli: e piaccia a' cieli che come abbiamo scambiati i guanti, cosí abbiamo scambiati i cuori, che come il mio è fatto suo, cosí il suo sia fatto mio.
CRICCA. Finiamola, signor Eugenio, andiamo via.
EUGENIO. Ahi, che dura dipartita!
ARTEMISIA, SULPIZIA giovane.
ARTEMISIA. Signora Sulpizia, vi bacio le mani.
SULPIZIA. O signora Artemisia, perdonatemi, ché non v'avea visto.
ARTEMISIA. Avete forse l'animo ingombrato di qualche travaglio, poiché non vedete le persone che vi stan dinanzi?
SULPIZIA. Veramente è come dite; e stimo che li medesimi travagli, che travagliano voi, travagliano ancor me: che ambedue ne affligga un medesimo male.
ARTEMISIA. Misera me, che dispiacere feci a mio padre mai, che meriti che mi dia quel vecchio cadavero e putrefatto di vostro padre per marito? questo è il premio della ubidienza che li ho portata tanti anni? Però non devrebbono maravigliarsi le genti quando odono che noi poverelle facciamo qualche scappata, perché ne sono cagione i nostri padri.
SULPIZIA. Certo che questi vecchi quanto vanno piú innanzi di etá tanto manco vedono di cervello: il troppo vivere gli fa rimbambire e non san quel che facciano. Misera e infelice la condizione di noi povere donne; e con ragione si fa dirlo in quella casa dove nasce una femina! Anzi dovrebbono le nostre madri, quando nascemo, affogarci, nascendo al mondo per un ritratto di tutte le umane sciagure. Da che nasciamo stiamo sempre ristrette fra quattro mura come in continue prigioni, sotto le severe leggi e rigide minacce de' padri, madri, fratelli e parenti, e massime quando stiamo innamorate; ché dove gli uomini, conversando con le persone, trasviano quei vivaci pensieri che gli fan star sempre vigilanti negli amori, a noi è forza sepelirgli nel cuore, né meno sfogarli con un minimo sospiro, che non so come non scoppiamo di doglia.
ARTEMISIA. Ed il peggio è che volendo maritarci ci voglian dar marito a lor gusto, o per loro particolari interessi darci per marito uno, col quale abbiamo a vivere fino alla morte, contro la nostra volontá, con dir che avendoci vestite di queste membra è forza che siamo ubidienti. E triste noi se una sola parola li rispondiamo in contrario! siamo le presontuose, sfacciate e col capo pieno di grilli! E cosí, non essendo il marito a nostra volontá, bisogna che stiamo sempre in discordi voleri e in una perpetua guerra; e però non dovrebbono dolersi, se ne togliemo uno a lor piacere, ce ne togliamo uno a nostro gusto.
SULPIZIA. Che legge è questa d'aver fondato l'onore nelle azioni di noi povere donnicciuole? dove gli uomini, per essere piú savi e di maggior forza per fare resistenza a' loro appetiti, si sfogano le loro amorose passioni, si procacciano sempre nuovi trastulli con diverse donne, commettendo adultèri e stupri a lor modo; e se di noi meschine s'avveggono di qualche cenno o ambasciata, subito:—Scanna, uccidi, ammazza; spade, pugnali, coltelli!—Che legge maladetta è questa!
ARTEMISIA. Eh, sorella, queste leggi se le han fatte gli uomini a lor modo; se toccasse a noi, ce le faressimo al nostro. Ma assai siamo noi infelici per ora: senza che andiamo rammemorando le nostre sciagure, ragioniamo di altro. Ditemi di grazia, se parlate mai di me col vostro fratello.
SULPIZIA. Sempre di voi.
ARTEMISIA. Che dice su questo fatto?
SULPIZIA. Bestemmia la sua sorte crudele, i pazzi umori di suo padre, e si consuma in lamenti, in dolori. Ma Lelio, quando li parlate di me, che risponde?
ARTEMISIA. Lagrime e sospiri; e credo ben che se Amor non lo aiuta in questo estremo punto, che saranno brevi i giorni suoi.
SULPIZIA. Di grazia, raccomandatemi a lui.
ARTEMISIA. Ed il medesmo vi prego che facciate di me al vostro.
PANDOLFO. Or mentre l'astrologo sta trasformando il vignarolo, Cricca, vo' dirti un mio pensiero.
CRICCA. Dite.
PANDOLFO. Non mi basta il core a donar all'astrologo la catena d'oro che gli ho promesso.
CRICCA. Chi ha promesso attenda.
PANDOLFO. Confesso che fui troppo voluntaroso, e me ne pento.
CRICCA. Mi ho fatto gran meraviglia che, sendo cosí avaro, abbiate a donare una volta cinquecento scudi.
PANDOLFO. S'io son avaro, son avaro per poter esser poi liberale quando bisogna; ché chi è sempre liberale, all'ultimo non ha che dare. Ma la voglia di posseder Artemisia mi avrebbe fatto dar la vita, non che la robba.
CRICCA. Mi va un pensiero per la testa come con onor vostro ce la possiate negare.
PANDOLFO. Dubito che ora non intenda quanto parliamo.
CRICCA. Che perdiamo a tentarlo? se riesce, guadagnaremo cinquecento scudi.
PANDOLFO. Di' su, presto.
CRICCA. Quando egli verrá fuori per avisarci che il vignarolo è trasformato, io lo tratterrò ragionando meco; voi entrate in camera e nascondete alcuni vasi di argento, e poi venite fuori colerico e irato, gridando che vi sono stati tolti gli argenti. Egli dirá che non è vero, noi diremo di sí; al fin, dopo molto contrasto, direte che non gli darete la catena se non vi restituisce i vasi, minacciandolo ancora di accusarlo alla corte.
PANDOLFO. E se l'inganno si scoprisse?
CRICCA. Riversciaremo la colpa sul vignarolo che ha buone spalle.
PANDOLFO. Non mi dispiace il tuo pensiero e son disposto seguirlo.
CRICCA. Ma il punto sta e l'importanza del negozio in saper fingere il colerico, la stizza e il disgusto, e gridar alto e terribile.
PANDOLFO. Lascia fingere a me, e se nol faccio naturale, mio danno, cinquecento ducati. Cacasangue! mi farò uscir i gridi fin dalle calcagne; ma bisogna che tu m'aiuti a dar ragione.
CRICCA. Non mancarò: nelle mani vostre sta il guadagnare e il perdere cinquecento ducati se saprete ben fingere.
PANDOLFO. Non piú, ché non intenda quanto ragioniamo. Ma eccolo che viene fuori.
ALBUMAZAR. Pandolfo, ecco, fra poco spazio avrete trasformato il vignarolo.
CRICCA. Non è dunque trasformato del tutto?
ALBUMAZAR. È giá trasformato tutto il corpo, ma un solo piede e le mani li mancano.
CRICCA. Dimmi, signor astrologo, per quanto tempo durerá il vignarolo nella figura di Guglielmo?
ALBUMAZAR. Per un giorno naturale.
CRICCA. E ci sono anco i giorni contra natura?
ALBUMAZAR. Il giorno naturale se intende di ventiquattro ore.
CRICCA. E quello contra la natura?
ALBUMAZAR. Quando il sol vien verso noi dinanzi e i giorni son grandi, son naturali; quando vanno indietro e son brevi, vanno contro natura.
PANDOLFO. Oimè oimè oimè!
CRICCA. Oh che gran gridi!
PANDOLFO. A cosí gran botta non ho cagione di dar cosí gran gridi?
CRICCA. Che cosa avete, padrone?
PANDOLFO. Oimè, son morto, son rovinato del tutto!
CRICCA. E come? (Va bene il principio). Di che vi dolete?
PANDOLFO. La camera è tutta sgombra de' paramenti e delli argenti!
CRICCA. (Ben, benissimo! fingete assai del naturale).
PANDOLFO. Canchero, che non fingo, dico da dovero: mi è stata sgombrata tutta la camera!
CRICCA. (Gridate piú forte ché ne siate meglio udito).
PANDOLFO. Non potrei gridar tanto quanto ne ho di bisogno: mi ha rubato quanto aveva e non aveva!
CRICCA. (Ah, ah, ah! non posso tener le risa come finge bene!).
PANDOLFO. Mi è stato rubbato il mio e quel d'altri!
CRICCA. (Sforzatevi di gridare).
PANDOLFO. Non ho piú voce, diavolo! e mi manca la voce, il fiato e l'anima.
CRICCA. (Ah, ah, ah, chi non ridesse?).
PANDOLFO. Con questo tuo ridere mi cresce la rabbia: la camera è rimasta piú netta che un specchio!
CRICCA. (E dite da senno?).
PANDOLFO. Da maledetto senno! la fenestra verso levante è aperta e scassata, e dubito che di lá sieno state levate le robbe.
CRICCA. (Questo era quel «levante» cosí inimico a voi: la porta da ponente fu la vostra che vi poneste le robbe, e quella da levante vi ha levate le robbe).
ALBUMAZAR. Pandolfo, che avete che gridate cosí alto?
PANDOLFO. Tutto l'apparecchio è stato tolto dalla camera!
ALBUMAZAR. Sperate bene.
PANDOLFO. Come posso sperare bene, veggendo male?
ALBUMAZAR. I panni e vasi di argento ho consignato al vignarolo, l'ho chiusi in quell'altra camera vicina acciò siano ben guardati. Fermatevi qui, ché fra poco lo vedrete comparire qui fuori trasformato in Guglielmo e vi restituirá il tutto.
PANDOLFO. Or che faremo intanto?
ALBUMAZAR. Andaremo a spasso per mezza ora; poi tornate, aprite la camera e trovarete il vostro vignarolo trasformato in tutto; e poi verrò per la promessa per la catena.
PANDOLFO. Cosí faremo.
ALBUMAZAR. Ronchilio, Gramigna, Arpione, uscite qui fuori.
RONCA. Eccoci, che volete?
ALBUMAZAR. Giá abbiamo conseguito quanto desiavamo: resta poca cosa a complire. Tu, Ronchilio, aspetta qui il vignarolo che esce di camera, fingi esser amico di Guglielmo, dágli questi dieci ducati con dir che gli dovevi dar a lui, per fargli piú credere che sia Guglielmo.
RONCA. E volete che io perda i dieci ducati?
ALBUMAZAR. Quali? che asino! Tu, Arpione, con quel braccio contrafatto toglili. Tu, Gramigna, trova Bevilona, quella puttana scaltrita: che si finga una gentildonna innamorata di Guglielmo; lo chiami a mangiare e a solazzarsi con lei; e ciò per fargli credere che sia quel Guglielmo. E fatelo star allegro e trattenetelo per due ore.
RONCA. Perché due ore?
ALBUMAZAR. Tra queste due ore tu, Gramigna, porta le robbe al Molo, piglia una fregata e caricala di tutte le robbe. Poi, va' al Cerriglio e fa' apparecchiar questi animali bene e questi liquori preziosi; porta la Bevilona all'osteria, ché, dopo alzati ben i fiaschi, possiamo godere il trionfo delle nostre furbarie. Poi, di notte imbarcaremoci per Roma con tutto il bottino.
RONCA. Tu dove vai?
ALBUMAZAR. A tosare un'altra pecora che vuol fissar l'argento vivo con sughi di erbe: accrescerá il numero de' burlati e il nostro bottino.
GRAMIGNA. Cosí faremo.
ALBUMAZAR. Usate le barbe adulterine, impiastri ed altri linguaggi, ché non siate conosciuti per quelli istessi. Ma non vorrei che mentre attendo all'utile commune di un altro guadagno, che mangiaste senza me e mi rubbasti la parte mia, giaché sète ladri senza vergogna, senza legge e senza fede, che arrobbaresti voi stessi quando non avesti altri a chi rubbare.
GRAMIGNA. Sarebbe cosa nuova forse? non ce l'avete insegnato voi?
ALBUMAZAR. Con la misura tua misuri tutti gli altri: «la cosa andará da zingano a giudeo».
GRAMIGNA. Fai ora come or ti avessi a conoscere. Orsú, andiamo.
VIGNAROLO. (Oh bella cosa l'essere trasformato in un altro! Io pensava che fosse trasformato tra la carne e la pelle; ma or come sono trasformato di volto cosí ancora mi sento trasformato di cervello. Mi par di esser diventato gentiluomo e smenticato affatto del villano: non mi resta altro di vignarolo che l'appetito e l'essere innamorato di Armellina. Son certo che niuno mi conoscerá, poiché io medesimo non piú conosco me stesso. Oh che cosa mirabile! credo che per ogni buco della mia persona sia un spirito. Vorrei andar a casa di Guglielmo per servir il padrone; ma par che non mi assicuri).
RONCA. Oh, signor Guglielmo, voi siate il bentornato per mille volte!Quanto tempo è che sète giunto in Napoli?
VIGNAROLO. Voi siate il ben trovato! Or giungo dal viaggio.
RONCA. Vi avemo giá pianto per morto.
VIGNAROLO. Son salvo e al vostro comando.
RONCA. Si ricorda Vostra Signoria, quando mi prestaste dieci ducati, che i birri mi menavano in prigione?
VIGNAROLO. Signor sí, signor sí, me ne ricordo.
RONCA. Quando venni a casa vostra per restituirli, vi venne la nuova del vostro naufragio: e non potendo restituirli a voi, avea constituito conservargli al suo ritorno. Ma poiché sète tornato sano e salvo, eccoli, ché dubito ne abbiate bisogno.
VIGNAROLO. Come, che ne avrò bisogno!
RONCA. Vi ringrazio della cortesia; mi raccomando a voi.
VIGNAROLO. Oh che sia benedetto quel punto nel quale mi trasformai in Guglielmo, ché, non avendo in vita mia mai potuto accoppiare uno carlino quando era vignarolo, or, essendo Guglielmo, in un punto ho guadagnato dieci ducati!
ARPIONE. Vi ho visto sbarcare or ora dalla nave, signor Guglielmo, di che ne ho tanta allegrezza che non posso contenermi di non abbracciarvi e baciarvi.
VIGNAROLO. Ed io col medesimo effetto vi bacio molto amorevolmente. Ma come vi chiamate?
ARPIONE. Non vi ricordate di Arpione che vi era tanto caro?
VIGNAROLO. Sí bene, or me ne ricordo, Arpione mio caro.
ARPIONE. Ringrazio la fortuna del mare che ne fe' grazia di rivederci.
VIGNAROLO. Come state?
ARPIONE. Sète forse divenuto medico, che mi dimandate come stia? Comunque stia, son sempre al vostro comando. Perdonatemi, non posso contenermi che non vi abbracci e baci di nuovo, e sento tanta allegrezza che non ho lingua per esprimerla.
VIGNAROLO. (Mentre costui mi ave abbracciato mi ho sentito dare una scossa alla borsa. Le mani e le braccia me le sentiva al collo: se alcun da dietro non me l'ha tolta, non potrei saper chi fosse. Ma qui non è altri).
ARPIONE. Avete patito gran disagi nel viaggio, Guglielmo caro?
VIGNAROLO. Molti, Arpione mio carissimo. (Io veggio pur le mani di costui fuori, e pur mi sento levar la borsa).
ARPIONE. Orsú, me vi raccomando. A rivederci, ringrazio la vostra liberalitá.
VIGNAROLO. Ed io vi bacio le mani. (Io non li ho dato nulla e dice che ringrazia la mia liberalitá!). Oimè oimè, la mia borsa! oimè, i miei danari, o messer Arpione!
ARPIONE. Eccomi, che volete?
VIGNAROLO. Mostrami la mano.
ARPIONE. Eccola.
VIGNAROLO. Dove è l'altra?
ARPIONE. Eccola.
VIGNAROLO. Dove è l'altra?
ARPIONE. Che volete che abbia cento mani?
VIGNAROLO. Quale è la destra?
ARPIONE. Ecco la destra.
VIGNAROLO. La sinistra?
ARPIONE. Ecco la sinistra.
VIGNAROLO. Dove son le due mani?
ARPIONE. Quante volte volete vederle? forse i pericoli del viaggio vi fanno ferneticare?
VIGNAROLO. Oh, fermati! o ladro, o tagliaborse, o Arpione, proprio Arpione, ché come un arpione hai arpizato! Oh come è sparito! Ma come costui avrá potuto cosí stendere le membra e torcer le braccia, come i bagatellieri che fanno vedere e stravedere? o forse me l'ha tolta con i piedi? Or conosco che son un asino: non ha detto che si chiamava Arpione e che mi voleva arpizar la borsa? Perché lasciarmi arpizarla? Certo, che devo essere il vignarolo e non Guglielmo!
ARPIONE. Signor Guglielmo, che avete?
VIGNAROLO. Un truffatore mi ha tolto una borsa con dieci ducati.
ARPIONE. Mi dispiace non poter aiutarvi per mia disgrazia!
VIGNAROLO. Anzi per mia, per me solo!
ARPIONE. Come stava fatto?
VIGNAROLO. Con una ciera di ladro proprio come la tua; ma teneva un empiastro agli occhi come quelli che si pongono su le pannocchie. Che il cancaro si mangi tal razza di uomini!
ARPIONE. A voi mi raccomando.
BEVILONA cortigiana, VIGNAROLO.
BEVILONA. O vita, o contento, o metà dell'anima mia! Signor Guglielmo, che siate il bentornato per mille volte!
VIGNAROLO. Con chi ragionate, bella giovane?
BEVILONA. Con il signor padrone della mia persona, della mia vita, d'ogni mio bene!
VIGNAROLO. Che ho io a far teco?
BEVILONA. Quel che a voi piace di fare; e se mi comandate che vi faccia un tantino di piacere, ve ne farò un tantone.
VIGNAROLO. (Costei deve essere qualche mercadantessa che tiene fondaco aperto delle sue mercanzie. È qualche innamorata di Guglielmo: poiché gli rassembro Guglielmo, mi prende per scambio. Vo' entrare con lei: che ci posso perdere? le comprarò una collazionetta o qualche cosellina. Ho fatto error a dire che non la conosceva: l'emendarò come posso). Signora mia, ho voluto cosí un poco scherzar con voi, per vedere se v'eravate smenticata di me per la mia partenza.
BEVILONA. Io smenticarmi di voi, che dopo la vostra partenza sète restato piú vivo nell'anima mia che non ci era essa stessa? né per nuova della vostra morte si poté smorzar giamai una di quelle faville che s'accesero per man di Amore nel mio petto?
VIGNAROLO. Ed io per amor vostro son stato veramente molto travagliato di fantasia. Son gionto ora in Napoli, e prima che andasse a casa mia, m'era aviato alla vostra. Donque, avete marito?
BEVILONA. E voi non lo sapete? quel bravaccio tanto vostro amico.
VIGNAROLO. Sí sí, lo conosco bene; e se tornasse fratanto?
BEVILONA. Come state cosí rispettevole? Non vi ho visto mai cosí tiepido come ora. Entrate.
VIGNAROLO. Vi verrò dietro. (O felice Guglielmo, quanto eri felice; e o felice me, che la godo in sua vece! Non è maggior piacere al mondo che diventar un altro).
GRAMIGNA. (Giá il vignarolo deve esser su' baci: vo' sconciarlo e gustar un poco del fatto suo). Tic toc.
BEVILONA. Olá, chi batte?
GRAMIGNA. Don Giovanni Termosiglia Caravaschal di Siviglia!
VIGNAROLO. (Oh quante genti!).
BEVILONA. (Non è altro che mio marito. Oh che sia venuto in mal punto!).
VIGNAROLO. (Ha nominato tante persone).
BEVILONA. (Non ha tanti nomi quanti ha diavoli in corpo: o meschina me! Signor Guglielmo, cercate salvarvi, saltate per quella finestra).
VIGNAROLO. (Apritemi l'uscio di dietro del giardino, ché mi sará piú caro).
BEVILONA. (Non si può aprire, ché se ne porta le chiavi).
VIGNAROLO. (Che ho donque da far per scampar fuori?).
BEVILONA. (Salta per quella fenestra).
VIGNAROLO. (Dio me ne guardi! è troppo alta: volete che mi rompi una gamba?).
BEVILONA. (Una gamba piú o meno poco importa).
GRAMIGNA. Mujer, perché mori tanto?
BEVILONA. Or or, marito mio.
VIGNAROLO. (Evvi alcuna altra via da fuggire?).
BEVILONA. (Niun'altra, meschina me!).
VIGNAROLO. Por cierto que deve star alcun innamorado, pues que non abre presto.
BEVILONA. (Non posso piú tardare: bisogna aprire. Ci è una botte vòta, che a mio modo posso porre e riporre il fondo).
GRAMIGNA. Se non mi abreis presto, enviaré esta puerta per tierra.
BEVILONA. È rotta la fune del saliscende: calo giú ad aprirne.(Presto, Guglielmo caro!).
VIGNAROLO. (Fo quanto posso!).
GRAMIGNA. (Giá deve essere entrato nella botte: lo tratteneremo almeno per due ore ché non vada a casa, e ci torremo spasso del fatto suo). Viene ora. ¿Mujer, que haceis?
BEVILONA. Ecco aperta; ché tanta fretta, marito? non volermi dar tempo di calar giú?
GRAMIGNA. Tengo pressa porque ho mercado una onza de vino: es menester ora limpiarla donde es da ponerse, ché sará qui or ora. Piglia, Bevilona, di fuora.
BEVILONA. Lasciamo far questo per oggi: lo faremo domani.
GRAMIGNA. Es menester hacerlo ora.
BEVILONA. Non ho tanta forza di portarla io qui fuora.
GRAMIGNA. Yo te ayudaré: abre la porta; non es menester tanta fuerza, eccola desclavada. Quiero limpiarla.
BEVILONA. Andate voi per lo vino, ché io la laverò.
GRAMIGNA. Yo la limpiaré, ché ahora sará aquí lo vino. Trae aquí agua bulliente per limpiarla.
BEVILONA. Dove è ora l'acqua calda per lavarla?
GRAMIGNA. Toma quella che sta nel fuego per limpiar los pez.
BEVILONA. Non posso ora, ché son stracca.
GRAMIGNA. Se yo ne tomaré un palo, te ne daré cinquanta.
VIGNAROLO. (Misero me, che farò? mi scotterò tutto?).
GRAMIGNA. Eres una mujer muy soberbia, non quere alzar algo sin palos.
BEVILONA. Eccovi l'acqua.
GRAMIGNA. Ponla por este aguiero, dalla qui, deja hacer á mi.
BEVILONA. Ecco fatto.
GRAMIGNA. Tomais vos de una parte, yo de la otra, y menealla un poco.
BEVILONA. Non piú non piú, ché non posso!
GRAMIGNA. Bien sta, ora lo quiero inviar alla marina.
RONCA. Che volete da me, missere?
GRAMIGNA. Che me traes esta curba alla marina.
RONCA. La portarò dove volete, purché mi paghiate.
GRAMIGNA. Torna medio real.
RONCA. Non vo' men d'un carlino, se volete che la porti in testa; ma se mi date meno, la portarò rotolando a vostro risico.
GRAMIGNA. Traela como quieres.
RONCA. La porterò rotolando.
GRAMIGNA. Camina, ché io vendré atrás.
VIGNAROLO. (O povero vignarolo, quanto era meglio per te star alla villa nella tua forma che voler trasformarti in altro!).
GUGLIELMO vecchio, solo.
GUGLIELMO. Ecco col favor del cielo da cosí crudel naufragio san pur gionto salvo alla patria mia. O patria, quante lacrime ho sparte ricordandomi di te! non so come sia vivo per il gran dolor che ci ho patito, veggendomi lontano da te! Or quanto devo a' cieli, che pur dopo tante lagrime mi è concesso di rivederti! Misero me, che, volendo andar in Barbaria per saldar i conti con un mio corrispondente e vivermi il restante della mia vita ocioso e felice, ebbi a far i conti con la morte: ché, sendo vicino alle sirti, fieramente percosso da una fiera tempesta e dato in quelli scogli di arena, s'aperse il legno in mille parti e fui fatto schiavo de' mori; poi, riscattato, mi sono ricovrato nella mia patria! Onde avendo passati innumerabili travagli, posso innumerabilmente ringraziare il cielo che mi veggia salvo. Vo' aviarmi verso la casa mia.
CRICCA. (O Dio, che cosa veggio? or non è questo il vignarolo transformato in Guglielmo, la cui figura cosí perfettamente rappresenta il figurato che non saprei discernere s'egli fosse il vignarolo o il vignarolo lui?).
GUGLIELMO. (Veggio uno che si maraviglia del mio ritorno: forsi che, stimandomi morto, si maraviglia che cosí insperatamente gli comparisca dinanzi).
CRICCA. (Oh mirabil possanza delle stelle, oh mirabil arte di astrologia, or chi di questo non s'ingannasse? Guardatevi, mariti che avete le donne belle, ché i loro innamorati sotto la vostra forma si godono di loro; guardatevi, ricchi, perché possedete tanto oro, argento, gioie e danari in casa, ché i ladri trasformandosi nella vostra effigie vi aprono le casse e vi togliono i danari: or sí che ogni uno può venire al sicuro ladro di quello che vuole).
GUGLIELMO. (Mi ricordo averlo visto e ragionato con lui piú volte; ma non posso ricordarmi chi sia).
CRICCA. (Vorrei burlarlo un poco; ma mi par Guglielmo tanto naturale che non ardisco).
GUGLIELMO. (Giá mi sovien chi sia). O Cricca, che tu sia il ben trovato! Come sta Pandolfo mio amico?
CRICCA. Mi rallegro dell'accrescimento del vostro stato: che di padron che vi sia Pandolfo, or vi sia divenuto amico.
GUGLIELMO. Che dice il mio caro Cricca?
CRICCA. Che siate il bentornato da lontano paese, ché giá sommerso nel mare vi avevano pianto per morto!
GUGLIELMO. Posso dir che sia renato: fu tanto periglioso il mio naufragio!
CRICCA. (Ah, ah, mira il goffo con quanta grazia e prosopopeia ragiona: or che potrebbe piú dire o far l'istesso Guglielmo?). Oh che il cancaro ti mangi!
GUGLIELMO. Or questo è un cattivo modo di procedere: tieni le mani a te e parla con piú riverenza: con chi pensi trattare?
CRICCA. (Mira questo furfante, che in corpo, in anima si pensa essere transformato in Guglielmo! fa sí come io non fossi consapevole dell'inganno).
GUGLIELMO. (Io non posso imaginarmi come un servo ribaldo, come costui, abbia preso tanta baldanza meco: come ride il furfante!).
CRICCA. (Mira come stringe le labra per non ridere il furfante, e per il riso gli lampeggiano gli occhi!). Ah, ah, ah!
GUGLIELMO. Vorrei saper di che ridi; se non, ne farò risentimento col tuo padrone.
CRICCA. Rido che tanto bene sei trasformato in altra forma.
GUGLIELMO. Che? questa è cosa degna di gran meraviglia, se i pericoli della morte tanto vicina, l'affezion della servitú che ho sofferta tra' mori e i disagi del viaggio avrebbono trasformato altra persona della mia, che sono un povero vecchio e son piú tosto degno di pietá che di riso?
CRICCA. (Mira che il vignarolo ha lasciato la bestialitá della villa e divenuto savio di cittá!). Or va' a casa di Guglielmo a far l'effetto che devi, ché ti fa certo che sarai ricevuto per l'istesso Guglielmo.
GUGLIELMO. E se nella mia casa non sarò ricevuto per l'istessoGuglielmo, dove spero esser piú ricevuto?
CRICCA. (Ed è possibile che questa bestia non si avvegga che ancor è quel vignarolo che era prima? come sta saldo, con che riputazione sta il mariuolo!).
GUGLIELMO. (Io non so dove nasca questo suo riso e questo scherno di me. Fa come se non m'avesse mai conosciuto per quel che sono e quel che fui).
CRICCA. Mi par che tu non lo vuoi intendere: tu sei il vignarolo, ed io lo so meglio che tu stesso non lo sai.
GUGLIELMO. Io non so quello che ti dica del vignarolo.
CRICCA. Non sei tu dunque il vignarolo?
GUGLIELMO. Non sono né ci fui mai.
CRICCA. Questo nieghi?
GUGLIELMO. Lo niego, perché è il falso.
CRICCA. E pur lo nieghi?
GUGLIELMO. E pur lo niego e straniego.
CRICCA. Non sei il vignarolo, col nome del diavolo?
GUGLIELMO. Son Guglielmo, col nome di cento diavoli!
CRICCA. Vo' chiamar il padrone, ché venga ancor egli a ridere un poco meco e maravigliarsi.
PANDOLFO. Io non so perché tanto gridi, o Cricca.
CRICCA. Non vedete il vostro vignarolo trasformato in Guglielmo, e tanto trasformato in Guglielmo che il vero resta vinto dal falso, perché il falso è piú vero del vero?
PANDOLFO. (O stupenda maraviglia! ed è possibile che l'astrologia possa tanto? Veggio il simulacro e l'imagine di Guglielmo cosí naturale che, se fosse fatto a stampa o dentro le forme, non potrebbe essere piú simile. Proprio fatto a stampa, ché un scudo non è cosí simile ad altro scudo come è costui a Guglielmo).
GUGLIELMO. O mio carissimo Pandolfo, cosí amato e desiderato di vedere!
PANDOLFO. (Non mi dispiace il principio. Mira con che bel garbo ragiona il furfante! oh come ha del naturale, come pompeggia in quelle vesti: cosa da spanto!). Caro Guglielmo, come sète salvato da naufragio?
GUGLIELMO. Sappiate che per andare in Barberia imbarcaimi su una nave ragusea. Il padrone che la noleggiava era uomo di suo capo; e quantunque fusse avisato da tutti li marinari non partisse in tal tempo che minacciava tempesta, pur volse partirsi con la tempesta. La nave diede su le sirti; e il padrone fu il primo in morire e in pagare la pena della sua temeritá e ardimento….
PANDOLFO. (Che bella istoria s'ha inventata! con che bella maniera il racconta il manigoldo!).
GUGLIELMO. … Vennero i corsari e ne fer prigionieri; scampai e mi presero un'altra volta; mi riscattai, sono arrivato a casa a salvamento.
CRICCA. Andaste in Barberia per rader quel tuo debitore, e il mare t'ebbe a rader la vita e tutte le tue robbe.
GUGLIELMO. Andai in Barbaria per riscuotere i miei crediti.
CRICCA. Andaste in Barberia per radere e fosti raso. (Lasciamo le baie, dimandiamoli delli argenti e de' paramenti).
PANDOLFO. Ben, vignarolo mio, dove sono li argenti e i paramenti che l'astrologo t'ha consegnato?
GUGLIELMO. Non so che vi dite.
PANDOLFO. Scherzi o dici da senno?
GUGLIELMO. Dal miglior che abbi. È tempo questo di scherzi?
PANDOLFO. Or questo è un altro conto. Dimmi, dove è l'argento?
GUGLIELMO. A me ne dimandate?
PANDOLFO. A chi vuoi che ne dimandi?
GUGLIELMO. Che argento dite voi?
PANDOLFO. Che ti ha consegnato l'astrologo dopo che fosti trasformato.
GUGLIELMO. Che astrologo, che trasformazione?
PANDOLFO. Or questo è un altro diavolo, duomila scudi d'argento: sarebbe cosa da farmi arrabbiare!
CRICCA. Ah, ah, ah! mirate che ride! vuol scherzare con voi il traditore.
PANDOLFO. Canchero! questi sono mali scherzi. E par che sia piú tosto pallido divenuto.
CRICCA. Pensa il ladro che se or è trasformato in Guglielmo, che mai piú abbi a divenire vignarolo e farci star in forsi dell'argento ancora.
PANDOLFO. Non ha tanta malizia, è un bestiale.
CRICCA. Ed i bestiali sogliono essere maliziosi; ma sarei piú bestiale di lui se mi lasciassi burlare da un par suo. Dimmi, non sei tu il vignarolo?
GUGLIELMO. Dico che sono Guglielmo non il vignarolo.
PANDOLFO. Anzi tu sei l'uno e l'altro, il vignarolo e Guglielmo, cioè il vignarolo mascherato in Guglielmo.
GUGLIELMO. Io non son altro che Guglielmo, e non è or carnevale che vada in maschera. Non ho altra maschera di quella che mi fece la natura.
CRICCA. Non posso credere che la soverchia bestialitá basti a far un uomo savio.
PANDOLFO. Torniamo all'argento: che mi rispondi?
GUGLIELMO. Io non so che rispondervi, perché non so nulla di quello che dite.
PANDOLFO. Io non vo' piú moglie. Torniamo all'astrologo, ché ti ritorni in quel di prima e restituiscami l'argento.
CRICCA. (Fermatevi, padrone: s'apre la porta della casa di Guglielmo e ne vien fuori Armellina la serva. Lasciamolo entrare in casa e veggiamo che effetto fará; perché non può egli scapparne dalle mani, e quel che volete far ora lo potrete far sempre che volete. Partiamoci da lui, ché non diamo sospetto dell'inganno).
PANDOLFO. (Vo' attenermi al tuo consiglio).
CRICCA. Vignarolo, giá s'apre la porta della casa di Guglielmo. Non vedi la tua innamorata Armellina e la sua figlia? orsú, entra in casa.
GUGLIELMO. Sian benedetti i cieli che mi vi tolsero dinanzi, ché mi avevano stracco con non so che vignarolo o che argento!
ARTEMISIA. (Veggio il vignarolo trasformato in Guglielmo, che se ne viene dritto a casa. Oimè! che mi par l'istesso mio padre e vo' dargli la baia un poco!).
GUGLIELMO. (Ben ne ringrazio i cieli che veggio la mia casa!).Tic toc.
ARTEMISIA. Chi batte, olá?
GUGLIELMO. O Artemisia, figlia cara, aprimi, che sii tu benedetta!
ARTEMISIA. «Figlia cara», dice il furfante: ah, ah, ah!
GUGLIELMO. Non conosci il tuo padre Guglielmo?
ARTEMISIA. Chi Guglielmo?
GUGLIELMO. Chi Guglielmo? tuo padre.
ARTEMISIA. Fosti tu dove è Guglielmo mio padre?
GUGLIELMO. Dove è dunque tuo padre?
ARTEMISIA. È morto e sotto l'onde sommerso.
GUGLIELMO. Quel morto e sommerso son io!
ARTEMISIA. Ben, io non tratto con morti e con sommersi.
GUGLIELMO. Aprimi, figlia cara!
ARTEMISIA. Aprir io? me ne guarderò molto bene: sento tutta incapricciarmi.
GUGLIELMO. E di che?
ARTEMISIA. Che un morto e sommerso parli e venga a casa.
GUGLIELMO. Apri, di grazia!
ARTEMISIA. Sarai or risolto dal mare o sei putrefatto, e ne sento fin qui la puzza del tuo corpo, oibò, fiú!
GUGLIELMO. Apri, ché son vivo come prima!
ARTEMISIA. Come vivo, se abbiamo ragionato con tanti testimoni di veduta, quando ti sommergesti con la nave e moristi?
GUGLIELMO. Deh, apri e non tante parole!
ARMELLINA. (Padrona, lasciate burlare un poco a me). Chi è lá giú? che dimandi?
GUGLIELMO. Apri, Armellina mia.
ARMELLINA. Se vieni da casa calda, hai bisogno di qualche rinfrescamento.
GUGLIELMO. Ho bisogno del malanno che Dio ti dia!
ARMELLINA. Buone parole in casa d'altri!
GUGLIELMO. Mi avete mosso la còlera; e se non mi aprite, buttarò le porte per terra.
ARMELLINA. Con un poco di acqua ti rinfrescaremo la còlera.
GUGLIELMO. Quando sarò entrato ti spezzarò le braccia con un bastone.
ARMELLINA. Togli questo rinfrescamento!
GUGLIELMO. Ah, lorda, rognosa, pidocchiosa!
ARMELLINA. T'ho lavato il capo della lordura, tigna e pidocchi.
GUGLIELMO. Se non te ne pagherò, possa sommergermi un'altra volta! non so che mi tenga che non rompa e spezzi le porte e non ti uccida di bastonate.
LELIO. (Non so con chi ragiona Armellina: mi pare forastiero). Con chi parli?
ARMELLINA. Con l'anima di vostro padre, che vuol entrare per forza in casa nostra.
LELIO. Veggio l'aspetto di mio padre. Oh quanto se gli assomiglia! Se Cricca non me ne avesse avisato prima, chi bastarebbe a farmi credere che fosse il vignarolo? Certo sará qualche spirito dell'inferno che ha costretto l'astrologo a venire in cotal forma.
GUGLIELMO. (Costoro mi faranno venir tanta rabbia col vignarolo e con l'astrologo che mi farebbero sommergere un'altra volta nel mare da me stesso! Da chi spero essere riconosciuto se l'istesso mio figliuolo non mi conosce?).
LELIO. Oh possanza delle scienze! quanto son grandi! Or chi bastarebbe a credere che i potenti influssi delle stelle partorissero tanta varietá? Mutar un uomo in un'altra forma! Lo vorrei schernire e burlarlo, ma mi par tanto simile a mio padre che la riverenza del suo aspetto mi ritiene.
GUGLIELMO. (Oh almeno avessi un altro capo per battere questo in un muro!). O figlio, se non conosci l'aspetto di tuo padre, considera che l'ardore del sole mi ha fatto un poco nera la pelle e crespa, e gli occhi ficcati nella fronte per il disagio del viaggio e del paese; e ancorché siano mutati i lineamenti del viso, considera l'aria del sembiante che non si può perdere: almeno considera la ferita della mano che gli anni adietro tu mi aiutasti a medicarla.
LELIO. Colui, che ha trasformato il vignarolo in Guglielmo, ha trasformata la persona del vignarolo con quella ferita istessa che avea Guglielmo; ché altrimenti non saria trasformato.
GUGLIELMO. Figlio, non so che altra certezza possa darti che sia tuo padre.
LELIO. (Mi ha mosso a compassione, né so perché). Orsú, vattene con queste tue novelle; e un'altra volta non aver ardire con queste tue trasformazioni venir in casa degli uomini da bene: per la prima volta ti sii perdonato. Noi ben sappiamo chi tu sei e a che proposito qui venuto; e se ben avea proposto nell'animo bastoneggiarti molto bene, la riverenza che porto alla sembianza del mio carissimo padre me lo vieta. Vattene per i fatti tuoi, che io, per non essere importunato dalla importunitá tua, fossi forzato a farti quanto ti ho detto; ché se l'astrologo che ti ha trasformato ti avesse predetto che dovevi ricevere delle bòtte, forsi un'altra volta ti avrebbe il vero pronosticato. E poiché non vuoi partirtene tu, partiromene io.
GUGLIELMO. Mi vuo' partir ancor io e cedere all'iniqua fortuna!
VIGNAROLO solo.
VIGNAROLO. La nostra vita è proprio come le fette del presciutto: un poco di magro e un poco di grasso, un poco di piacere e un poco di dispiacere. Quando stava in villa, mi pensava che la vita de' gentiluomini tutta fusse felicitá; ma or ho provato che ancor eglino hanno i loro cancheri e cacasangui. Era tutto allegro che avea guadagnato dieci ducati e chiamato da quella signora in scambio di Guglielmo; ma i dieci ducati mi fûr tolti e la signora mi costò molto, ché con fatica sono scampato dalle mani di quel spagnuolo. Or prima che mi accada qualche altra disaventura, me ne vo' andar a casa di Guglielmo; e subito entrato, farò che Armellina sia promessa per moglie al vignarolo e fare gli instrumenti, accioché, quando lascio di esser Guglielmo, me la toglia per moglie. Oh, cancaro! io temo di esser scoperto da altri per vignarolo, e or scopro me stesso; e quel che con tanta diligenza vuo' nascondere lo paleso a tutti. Son solo e parlo come fosse accompagnato.—Ascolta, vignarolo, e fa' come ti dico io.—Ben, che dici? che vuoi che faccia?—Va' in casa di Guglielmo ed entraci con riputazione; poi comincia a far prima i fatti tuoi, poi i fatti del padrone: che Armellina si sposi con il vignarolo e poi Artemisia col padrone. Ma se non lo volessero fare, che farai tu? Io ne torrò Armellina per forza e di Artemisia facci il padrone.—Ah, traditora Armellina, or ti renderò le parole che mi dicesti questa mattina! Vo' andare a battere alla porta e non trattenermi piú, ché non passi il tempo e tornasse il vignarolo senza far nulla.
GUGLIELMO. (Misero me, che debbo fare, ché, venuto nella mia patria con tante fatiche, non posso entrare in casa mia? Ma veggio uno che cerca entrarvi: sará qualche amico; mi raccomandarò a lui).
VIGNAROLO.Tic, toc, toc.
GUGLIELMO. Gentiluomo, sète voi di casa?
VIGNAROLO. (Mi chiama «gentiluomo», mi onora: poiché paro ben vestito si pensa che sia gentiluomo. Bella cosa è l'essere ricco: ogniuno ti onora, ti saluta, ti tocca la mano, si ferma a ragionare con te, ti compagna sino a casa e ti dimanda come stai. Mi chiama «gentiluomo», che né a me né a niuno della mia schiatta conviene tal nome).
GUGLIELMO. Gentiluomo, chi sei che batti a cotesta porta?
VIGNAROLO. Rispondi a me tu prima: chi sei che me ne dimandi?
GUGLIELMO. Padron mio caro, non entrate in còlera: di grazia dite voi, chi sète?
VIGNAROLO. Non ho da render conto ad un uomo vile come tu sei; ma tu che vuoi saper chi sia, tu chi sei?
GUGLIELMO. Il padron di questa casa!
VIGNAROLO. Tu menti che ne sii padrone, ché il padrone ne son io.
GUGLIELMO. (Forse mio figlio l'avrá venduta a costui). Quanto è che ne sète padrone?
VIGNAROLO. Io ne son padrone da quel tempo che ne fu padroneGuglielmo.
GUGLIELMO. Chi Guglielmo?
VIGNAROLO. Degli Anastasi.
GUGLIELMO. Guglielmo Anastasio? quello che andò in Barbaria per saldar la ragione con quel suo compagno e si sommerse nel golfo?
VIGNAROLO. Quello che tu dici.
GUGLIELMO. Or se Guglielmo si sommerse in quel golfo, come or si trova vivo nella cittade?
VIGNAROLO. Goffo! perché mi salvai nuotando.
GUGLIELMO. (Che dice costui?).
VIGNAROLO. Ed io avea promesso Artemisia a Pandolfo per moglie, ed egli a me Sulpizia sua figlia.
GUGLIELMO. (Cancaro! questo è ancor me: e dice tutto quello che son io e sa tutti i miei secreti, sí come avesse la mia persona e lo mio spirito). Ma avèrti, giovane, che io son Guglielmo, e son colui che andai in Barbaria per saldar le ragioni con quel mio compagno, ed io promisi la mia figlia a Pandolfo; ma se io non sono né posso essere altro che io, e tu non sei né puoi essere altro che Guglielmo, tutti duo saremo Guglielmo e tutti duo saremo uno.
VIGNAROLO. Se tu dici piú simili parole, ti batterò con una pertica come si battono le noci. Che asinitá! se siamo duo, io e tu, come siamo un solo?
GUGLIELMO. Almeno dimmi se io sia diventato te e tu me.
VIGNAROLO. E pur lá! taci e fai meglio per te.
GUGLIELMO. Puoi far tu che non sia quel che sono? e non sia Guglielmo?
VIGNAROLO. Orsú, togli, Guglielmo; ricevi, Guglielmo!
GUGLIELMO. Oh oh! dispiacemi che per li travagli del viaggio io sia sí fievole e cagionevole della persona che non possa difendermi.
VIGNAROLO. Or dimmi se sei Guglielmo! poiché non posso con le buone parole far che tu non sia, lo farò con i legni.
GUGLIELMO. Volessero i cieli che non fossi Guglielmo o che non fossi mai stato, e che io fossi te e tu me, che io dessi e tu ricevessi le pugna!
VIGNAROLO. Dimmi or, chi sei?
GUGLIELMO. Son quello che tu vuoi che sia: Pietro, Giovanni, Martino.
VIGNAROLO. E perché dicevi poco dianzi che tu eri Guglielmo?
GUGLIELMO. Avea bevuto in un'osteria e stava ubriaco.
VIGNAROLO. Poiché non sei piú Guglielmo, chi sei?
GUGLIELMO. Tuo schiavo, tuo servitore.
VIGNAROLO. Io non ti vidi né conobbi mai, né sei mio schiavo né mio servitore.
GUGLIELMO. Ma di grazia parliamo a ragione: se non son Guglielmo, chi sono?
VIGNAROLO. Se non lo sai tu chi sei, manco lo so io: sei un cavallo, un bue, un asino.
GUGLIELMO. Messer sí, se fussimo nel tempo di Pitagora, direi che quando mi sommersi morii e l'anima mia entrò in un altro corpo e son un altro. Vorrei saper chi sono.
VIGNAROLO. Sei un tartufo!
GUGLIELMO. Sto fresco: questa veramente è una gran cosa; a me par essere pur quel Guglielmo di prima. Io non son morto: vedo, parlo, mi muovo; o forsi quando mi sommersi, per la gran paura che ebbi quando mi vidi la morte cosí vicina, fossi divenuto un altro, e mi bisogna trovar un'altra persona per essere alcuno?
VIGNAROLO. Non piú parole: o va' via o fa' meco questione!
GUGLIELMO. Non farò questione io teco.
VIGNAROLO. Partiti e non dir piú che sei Guglielmo.
GUGLIELMO. Oh disgrazia grande e non mai piú intesa, che un uomo abbia perduto se stesso e non sappia chi sia! E mi par questa disgrazia maggior della prima; e accioché il tempo non possa dar fine alla mia miseria, fa che sia scacciato da casa mia con dire che sia un altro, e poi trovar un altro che dica esser me. O voi tutti miseri e disgraziati che sète al mondo, correte a vedere la mia disgrazia, ché tutte le vostre vi pareranno nulle! O catene, o prigioni, o sferzate ricevute da' mori, quanto veramente mi eravate piú dolci; o perigli di mare, quanto mi eravate piú soavi; o mare, mio nemico capitale, perché mi lasciasti vivo, mi hai posto in questi travagli! Andai in Barbaria per acquistare danari, e perdei me stesso; per far conti col mio compagno, vi lasciai la persona. Meglio era perdere la robba e salvar me medesimo: da me solo mi difendei dal mare e non seppi difendermi da chi mi rubbò da me stesso!
LELIO. Oimè, che veggio? che è quel che raffiguro?
CRICCA. Che cagione avete di tanta maraviglia?
LELIO. Non vedi mio padre e il vignarolo, il vero e il falsoGuglielmo?
CRICCA. Sí, che li veggio.
LELIO. Non mi hai avisato che il vignarolo sia trasformato nel mio padre? e io dando credito alle tue parole ho scacciato mio padre da casa, pensando che fosse il vignarolo. Ecco qui l'uno e l'altro: non so se quel Guglielmo che riguardo sia il vero o falso Guglielmo.
CRICCA. Cosí è veramente; ed io rimango piú maravigliato di voi.
LELIO. Tu smanii, tu farnetichi.
CRICCA. Siamo stati doppiamente burlati dall'astrologo, e della trasformazione e dell'argento; e or sará scampato via: e dubito che io non sia piú veridico astrologo di lui.
LELIO. Come potremo chiarirci di questo? Mira come il mio povero padre sta doloroso!
CRICCA. O vignarolo, o vignarolo!
VIGNAROLO. Mira questa bestia che mi conosce.
CRICCA. Rispondi, vignarolo.
VIGNAROLO. Cricca, tu vedi il vignarolo?
CRICCA. Che non ho gli occhi con quali possa vedere?
VIGNAROLO. E tu non vedi?
CRICCA. Sí, che ti vedo.
VIGNAROLO. Tu non mi vedi né mi conosci; ma ascolti parlare e mi conosci alla voce: perché come vuoi conoscermi, se io son un altro?
CRICCA. Dico che sei quel che eri prima.
VIGNAROLO. Dunque tu mi vedi, Cricca?
CRICCA. Come non vuoi che ti veda? (O Lelio, ho indovinato: questo vignarolo è un ignorante da bene, e si è un mezzo asino, l'altra metá è una bestia; e se Pandolfo ha faticato gran pezza a persuaderlo che voglia trasformarsi in Guglielmo, or bisogna faticar altrotanto a fargli credere che sia quel che era prima). Chi sei dunque?
VIGNAROLO. Son Guglielmo e vo' entrare in casa mia, dar Artemisia al mio padrone e Armellina al vignarolo.
CRICCA. E gli atti, il procedere e le parole mi fan ampia fede che tu sei quel vignarolo che eri prima. Non ti vergogni a dire che sei Guglielmo?
VIGNAROLO. Mi vergognarei facendo cosa cattiva, ma in entrando in casa e disponendo delle mie cose non fo cosa cattiva.
CRICCA. Avverti bene che non sei Guglielmo.
VIGNAROLO. E se non son Guglielmo, che s'è fatto del vignarolo?
CRICCA. La prima bozza e lo stelo della tua persona era il vignarolo, il color poi e la sembianza di sopra era di Guglielmo: è sparito via quel colore e quella apparenza di Guglielmo, ed è restata la persona del vignarolo che era prima.
VIGNAROLO. Basta basta, so che tu cerchi persuadermi che non siaGuglielmo.
CRICCA. Vuoi che ti faccia conoscere chi sei?
VIGNAROLO. Te ne prego.
CRICCA. (O galea, che piangi senza costui!). To', togli questo!
VIGNAROLO. O canchero ti mangi! col pugno mi hai rovinato una spalla.
CRICCA. Hai sentito la botta, pezzazzo di bestia?
VIGNAROLO. Sentitissimo!
CRICCA. Donque sei il vignarolo: ché se tu fussi Guglielmo, l'avria sentito Guglielmo e no il vignarolo.
VIGNAROLO. Anzi, però l'ho sentito io perché son Guglielmo; se fusse il vignarolo, l'avria sentito il vignarolo e non Guglielmo.
CRICCA. Io ho dato al vignarolo e non a Guglielmo. Ma dimmi, chi è innamorato di Armellina, il vignarolo o Guglielmo?
VIGNAROLO. Il vignarolo.