VII.

VII.

Impossibile il dire qual fosse, tra gli affanni di quel periglioso tragitto, il cuore della bellissima inglese. Ella era donna, e la donna è debole; preparata dalla natura sua alle tenerezze, alle sollecitudini di amante e di madre, regge tal fiata al dolore, agli stenti non già, peggio ancora ai terrori. È dessa il fiore della creazione; quale meraviglia se gli ardori soverchi alidiscono il fiore, se i geli lo abbruciano, e solo le miti aure, nutrendo le delicatissime fibre, ne svolgono le soavi fragranze? Povera pianta cedevole, ella si appoggia all’uomo; la sua debolezza è il nostro incantesimo; l’amiamo, non pure perchè è bella, ma altresì perchè è fragile ed ha bisogno di noi.

Passato il maggior pericolo, o fosse l’oppressura dei tanti patimenti durati, od altra più acerba, assidua cura dell’animo, Anna si mostrò più abbattuta che mai. Nè valsero a serenarla i certi segni del cielo; chè quella calma improvvisa le parea traditrice, e i suoi terrori si accrebbero alla vista del mar d’alighe, nonignorando ella, da isolana qual era, tutte le paurose narrazioni dei naviganti intorno a quelle orride chiostre del mar tenebroso. Nè manco spavento le venne dal sapersi così lunge dalla meta, così fuori dalle rive del mondo. Che sarebbe stato di lei, di noi tutti, se durava anche un giorno la violenza del turbine? Non si sarebbe la nave irremissibilmente sommersa là dove è ignoto se Dio abbia posto l’inferno dei dannati, o l’Eden di delizie, perduto dalla prima colpa de’ padri? E in questo smarrimento della nave, in questa sequela di nuovi pericoli, ella scorgeva la mano del Dio punitore; imperocchè non era mia colpa se, usciti dal passo di Cornovaglia, avevamo poggiato più in alto.

Non era mia colpa; e tuttavia!... Dentro il mio cuore non era egli nato un truce desiderio di perir tutti inabissati nell’onde, anzichè quella donna andasse lungi da me, in balìa di Macham, al primo luogo d’approdo? Nè io già avevo mutato proposito, nè m’ero adoperato a salvarla, se non allorquando una parola supplichevole di Macham mi aveva richiamato, dolorosa visione, agli occhi dello spirito, le angosce imminenti di quella povera donna, i terrori della sua disperata agonia. Ma anco in quel punto, mi proponevo io forse di volgere a terra? Lo avrei fatto io, se la tempesta, rimesso alquanto della sua furia, me lo avesse pur consentito? Inoltrarmi sull’Oceano, non era il voler mio, ma quello dei flutti; giungere ai confini del mondo, non ardivo sperarlo; oppure nell’anima si agitava un disegno confuso, e vigilanza ed opera risentivanodi questo doppio impulso, per cui la mia voce comandava una cosa, e un’altra ne voleva il mio dèmone. Gli eventi mi soccorrevano; la bufera turbinava, le onde s’innalzavano per me. L’avventura di Bristol era strana per modo, da non poter dicevolmente risolversi in un tranquillo approdo, in una tacita separazione, in una ricordanza fuggevole. Evidenti i segni; il destino avea poste le fila; il destino le veniva intricando, ravvolgendo intorno a noi come una rete di ferro.

Andavamo, siccome ho detto, col vento in prua, verso levante, remigando senza posa, ma facendo poco cammino. Alcune ore dopo, per uno di quei casi che occorrono frequentissimi su quel mare, cadde il vento del tutto e la ciurma, traendone lieto auspicio, raddoppiò l’ardore nella voga, mentre io facevo mettere deliberatamente la prua verso greco, e issar da capo le vele. Sapevo difatti, per antica esperienza, come il vento, tacendo da un lato, prendesse a soffiare dall’altro, e volevo esser pronto a giovarmene. Non m’ero ingannato. Verso sera, una dolce brezza incominciò a spirare da ostro, consentendo allaVenturadi orzare in quel rombo, che io mi ero proposto pur dianzi.

Avrei potuto volgere alle isole Fortunate, forse più vicine ai paraggi in cui eravamo; ma, sebbene Lanzerotto me ne facesse proposta, egli che ci aveva approdato al pari di me (ed una di esse portava il suo nome, sendo stata primamente scoverta da Lanzerotto Malocello navigatore genovese), io non volli saperne, per cagion dei naturali, gente selvatica e feroce,tra i quali non era prudente consiglio inoltrarci, non già per noi, ma per la gentil creatura che il nostro legno portava. Meglio, dicevo, risalire più a greco, e giungere alle isole dei Corvi marini, donde, poi, cogliendo il buon vento, che lassù spira più facilmente da maestro, si potea navigare a golfo lanciato verso la costa di Portogallo. Così ingannando me stesso, volgevo in cerca delle isole dei Corvi marini.

Trascorsero ancora due giorni, malinconici ma tranquilli, su quella immensità dell’Atlantico. Poche parole si ricambiarono con Macham, quante bastarono per non farci sembrare l’uno all’altro stranieri; Anna, in quella vece, si dimostrava oltre ogni dire cortese con me; laonde io pensai che qualche cenno de’ nostri vincoli d’attinenza necessaria fosse corso tra essi. Certo egli aveva dovuto toccarle del nostro grave colloquio; ma ella, di rimando, gli aveva accennate le ardenti parole udite da me? Non era da credersi. La donna ha più sottile avvedutezza che non l’uomo, in congiunture siffatte. Anna amava Macham e non ispregiava me; donde apparia manifesta la sua delicatezza di donna. Impietosita di me, mi voleva amico, e qui smarriva il suo senno, dimenticando esser cose impossibili al mondo; tra queste il contentarsi all’amicizia d’una donna, di cui s’è sperato l’amore.

E nondimeno, le sue cortesie, temperate di tanta ritenutezza, spiacevano a Macham, il quale rabbruscava la fronte ad ogni parola che fosse nulla nulla più dolce, stavasi tra contegnoso ed impacciato davanti a noi, eppure rimaneasempre terzo ne’ nostri brevi colloqui. Io non amavo queste mezze vittorie; ben di grand’animo mi sarei scagliato su lui, perchè in aperta guerra fosse giudicata la nostra contesa; ma quelle schermaglie, donde non spicciava una goccia di sangue, e assai più fiele per contro si accumulava ne’ cuori, m’erano uggiose oltre modo; però mi tenni in disparte. Se ella non usciva fuor della camera a dirmi alcuna delle sue amorevolezze, io non cercavo di avvicinarmi a lei, e, sotto colore di aver comandi a dare, o di dover osservare la carta insieme col mio còmito, facevo sempre di trovarmi all’ora del pasto in faccende, lontano da essi.

La mattina del terzo giorno, ancora tra lume e buio, il marinaio che stava in vedetta annunziò terra da destra. A tutta prima non gli aggiustai fede, chè, secondo i miei còmputi, dovevamo essere ancora più giorni lontani dalle isole dei Corvi marini. Saranno vapori sull’orizzonte, pensai, e l’alba non tarderà a dissiparli.

L’alba comparve, bella di tutti i colori dell’iride, vestendo il cielo ed il mare di miti splendori. Le onde, increspate dalla brezza, davan riflessi d’argento; le vele della nave, dispiegate come le ali d’un cigno, si tingeano di rosso, che era una vaghezza a vederle. Gli occhi di tutti erravano incerti da quelle splendidezze vicine a quella parte dell’orizzonte ov’era stata indicata la terra, e dove, man mano che si dileguavano i vapori del crepuscolo, appariva una striscia d’azzurro carico, somigliante ad una nube che incombesse sul mare. Era terra davvero; ma quale? Un’isolaal certo, che non pareva stendersi molto lontana sui lati. Forse l’Isola di San Brandano, che, troppo spesso veduta da lunge, fa palpitar d’allegrezza il cuore dei naviganti, e poi, quando la nave si approssima, quando l’occhio desioso sta per afferrarne i contorni, sfugge via via, si raccorcia e sparisce? No; più ci appressavamo e più i contorni di questa si mostravano nitidi, spiccati e recisi a fior d’acqua, davanti ai primi raggi del sole: l’azzurra visione, non che allontanarsi da noi, sembrava venirci incontro sui flutti tremolanti. Anna stessa, uscita poc’anzi, al grido della marinaresca esultante, dimenticò un tratto i suoi dolori, nella contemplazione di quella scena incantevole.

A quale isola eravamo noi per approdare? Non certo ad una delle Fortunate, che si aggroppano ad ostro, dirimpetto al lido africano, nè di quelle dei Corvi marini, a cui pensavo di volgere, poste più su a settentrione, di contro al Portogallo. Cotesto argomentavo dai paraggi in cui dovevamo trovarci, rispetto al mare d’alighe donde eravamo stati solleciti a dar volta. E il pensare a cotesto e l’appormi, fu un punto.

— Poggia a destra, dritto sull’isola! — gridai al timoniere. — Affè, non si poteva capitar meglio!

— La conoscete, messer Gentile? — mi chiese Anna, raccogliendo le ultime parole che io aveva dette in francese per lei.

— Sì, ci abbiam toccato altra volta — risposi. È l’isola del Legname.

— Che nome! — esclamò ella.

— Invero, non è leggiadro; ma così siamo noi, ruvida gente di mare; — notai con amarezza; — tiriamo al sodo perfino nei nomi delle terre scoperte. Poichè il bello non è nato per noi, ci rifacciamo sull’utile.

— Oh! che dite voi mai? — interruppe ella, con accento di dolce rimprovero.

— Eppure — proseguii — essa è l’isola più bella di questi mari, sorrisa dal cielo più clemente, non contristata dalla presenza degli uomini, i quali la insanguinerebbero coi loro sdegni feroci, ricca d’acque limpide e fresche, di frutti soavi e di più soavi fragranze. Vedete, madonna; incominciano a nereggiare le selve stupende che le meritarono il nome; tra poco, essendo qui eterna la primavera, sentirete i grati effluvii di quel giardino incantato.

— Questo — notò ella sorridendo — è più degno di voi, che volete farvi ruvido e non siete.

In tal modo ella cercava di temperare la mala impressione fatta sull’animo mio dalle sue prime parole e di stillarmi in pari tempo un po’ di dolce nel cuore. Divina creatura! Si chiudevano nel suo seno tesori di pietà, che pur troppo non hanno fatto migliore quest’indole fiera e selvaggia. Ma se un affetto felice può soventi volte rinfrancare uno spirito infermo, un amor disperato intorbida mai sempre il sangue e lo attossica.

Intanto che così parlavamo, la galera, correndo a gonfie vele e a piena voga di remi, si avvicinava all’isola, che dal lido infino alle vette appariva tutta una selva di alberi giganteschi.Dei marinai, che intendevano alla manovra, già alcuni l’avevano ravvisata a lor volta, come quelli che da più anni erano ai miei servigi ed avevano corso meco que’ mari.

— L’isola del Legname, non è egli vero, messere?

— Sì, quella! Lesti ad imbrogliare le vele quando svolteremo la punta, poichè si va a dar fondo nel porto che già conoscete.

Tutti allora affaccendati a chiedersi, a ripetersi scambievolmente il nome di quella terra promessa. —Madeira!— gridò uno di essi, che era portoghese, voltando nella sua lingua la parola italiana.

— In che punto del mare è dessa? — chiese Anna allora.

Io feci un cenno a Lanzerotto, che fu pronto a scendere nella mia camera, e tornò poco stante col mio portolano, libricciuolo dalle carte di pergamena, su cui erano delineate tutte le coste dei mari conosciuti. Ivi, aiutata dalle indicazioni del mio còmito, ella potè riscontrare la sua Inghilterra, le spiaggie occidentali di Europa infino allo stretto di Septa, e, più al largo sull’Atlantico, l’isola a cui eravamo vicini, col nome impostole da’ suoi scopritori.

— Furono i vostri gloriosi maggiori, messere; — notò Lanzerotto, ingegnandosi a parlar francese, per essere capito da lei — furono Ugolino e Vadino Vivaldi, che trovarono questa, coll’altre isole segnate qui intorno. Arditissimi uomini! Essi perirono andando più oltre nelle loro scoperte, là verso scirocco, lungo la costa africana, siccome è perito messer Benedetto, il nobile vostro genitore, or fanno i diecisette anni.

— Triste cosa! — esclamò ella, rabbrividendo.

— Va, Lanzerotto! — diss’io, mettendo fine ai discorsi del mio còmito. — Sia pace all’anima degli estinti, i quali, più felici di noi, hanno finito di patire. Bada ora a far trarre dalla stiva gli ormeggi; tra mezz’ora ci bisognerà gettar l’àncora.

Lanzerotto corse obbediente alla bisogna e noi due rimanemmo soli sulla spalliera, imperocchè Macham s’era poco dianzi tratto in disparte e stava immobile sul ripiano dei bandini, presso la scala di fuori banda, in atto di osservare la spiaggia.

— Triste cosa! — ripetè la donna compassionevole. — Ma voi, almeno voi, messer Gentile, tornerete alla patria e vivrete felice coi vostri.

— No, madonna, io non ho nessuno sulla terra a cui possa metter conto ch’io viva, e per cui mi abbia a tornar caro di vivere. E già il mio cuore è morto, poichè mi è venuta meno la felicità che speravo.

Ella arrossì alle mie parole, chinò gli occhi e tacque. Nè altro io soggiunsi, esacerbato com’ero. Per ventura, lo spettacolo che ci si offriva in quel punto allo sguardo, distolse gli animi nostri da quella mestizia e diede adito a nuovi pensieri.

La nave svoltava allora la punta settentrionale dell’isola, navigando a due’ tratti di balestra dal lido. Tutta quella terra felice, dal basso della spiaggia fino agli estremi ciglioni, lunghesso i meandri della costa, le insenature e le sporgenze dei greppi, era come un ammassodi fronde, bello di tutte le temperanze del verde, brizzolato qua e là da ciuffi, grappoli e ghirlande di rose, di gigli e di viole, chè tali apparivano da lunge i fiori ond’era ornata la macchia. Alberi sconosciuti sorgeano dal lido e i rami spenzolavano sotto il peso dei frutti, lambendo ad ogni ora, scossi dal venticello scherzoso, le acque tranquille del mare. Cotale esuberanza di vegetazione io non avevo visto che là. E, spettacolo a gran pezza più nuovo, stormi d’uccelli, mirabili per forme diverse, screziati di vivi colori, si libravano a volo, venendo allegramente a rincorrersi nel sartiame della galera, a posarsi curiosi ed attoniti sul calcese degli alberi, sulla penna delle antenne, perfino sul tendaletto di poppa e sulle posticcie dei rematori. Tutto intorno era un garrito, un cinguettìo, un gorgheggio di dolcissime note, un indistinto di mille fragranze, una festa d’aria, di tepore e di luce, che allargava i petti e li invitava alla gioia. Il paradiso di delizie, perduto dalla colpa dei primi parenti, non era al certo più bello.

Io vidi Anna commossa, inebriata da quel concerto di meraviglie. Certo in quell’istante il ricordo de’ miei mali le era uscito dall’animo. Ma non nasceva ella forse allora ad una nuova vita? Come Eva, al suo primo aprir gli occhi nell’Eden, confusa, palpitante, guardava ogni cosa d’intorno e le parea di sognare.

Una colomba, dal collo vagamente piumato di nero e tutto l’altro candido come neve, era venuta a posarsi sull’orlo del tendaletto, a due passi da noi. Anna le sporse il braccio in atto di prenderla, ma incerta, trepidante, per temanon avesse quella a spaventarsi e fuggire. La colomba, non pure si lasciò prendere da quella mano leggiadra, ma di slancio volò sull’òmero d’Anna, che mise un grido di stupore e d’allegrezza ad un tempo.

— Tutti i cuori son vostri, madonna; — le bisbigliai. — Vi paia ora strano che chi vi ha veduta appena...

Volevo dire di più, ma mi trattenni, per non turbare quell’ora di pace. Il porto si apriva davanti a noi e laVenturavi entrava con rapidissimo corso. — Palpa co’ remi! — gridai, per far sospendere la voga e spegner l’abbrivo della galera, mercè la resistenza di tutto il palamento di destra e manca, tenuto fermo nell’acqua. Spinto dal suo impulso, il legno si inoltrò ancora un bel tratto, indi si fermò, mentre il flutto spumante gorgogliava d’intorno alle pale.

Indi a non molto, il ferro a quattro marre pigliava fondo da prora, mentre il palischermo era calato in acqua, per condurre a terra il provese e legarne il capo al tronco d’un albero. Si acconigliarono i remi, si ammainarono le antenne e, mentre una parte della marinaresca attendeva a fare la tenda, noi scendevamo nella barca. Dopo quindici giorni di trabalzamenti sui flutti, di angoscie, di terrori ineffabili, era pur tempo di toccare una spiaggia ospitale. Anna, a mala pena ebbe posto piede sul lido, si chinò riverente per baciare la terra. Io avrei baciato dov’ella passava.


Back to IndexNext