X.
Quel colloquio gittò il mio intelletto in una specie di torpore, che era vigilia e sonno ad un tempo. Nè mia, nè d’altri! Questo pensiero mi mostrò lo stato nostro sotto un aspetto che io non aveva meditato ancora; laonde restai come smarrito, vedendo la mia sventura, senza sentirla, e soffrendo, senza saper di che cosa. Cotesto ha somiglianza colla follia, e veramente mi pareva che il lume della ragione entro di me vacillasse.
Cansai frattanto le occasioni di trovarmi solo con Anna. Il forte amore ha talvolta di cosiffatte lacune. Non amiamo noi forse con tutte le potenze dell’anima? Or bene, dove una di esse, la speranza, s’involi, il suo luogo rimane, e guai, se la bella consolatrice non torna a colmare quel vuoto; imperocchè esso man mano si allarga, t’invade e ti piomba inesorato nel nulla.
Il mio proposito, se tale fu veramente e non piuttosto un inerte mancar di propositi, mi tornò agevolissimo, dappoichè Roberto Macham era pronto mai sempre a restare, e per talguisa accadde che tre giorni alla fila andassi io cogli uomini della scorta a correre i boschi.
Nell’ultima di quelle caccie eravamo andati alla posta del cinghiale, sendo le foreste abbondavano di questi animali, in tutto simili a quelli delle spiaggie africane, dal grifo e dalle orecchie più aguzze, e dalle setole più sottili e lucenti che non gli altri d’Europa. Senza una muta di bracchi da sangue, tornava assai malagevole rincorrerli per le fratte; ma gli uomini miei, già usati a tal caccia, me ne avevano fatto ressa, e questa parendo a me più acre bisogna che non fosse il saettar capre pascenti, e pavoni appolaiati sulle rupi, mi ero piegato a’ lor desiderî.
Ci addentrammo in un salvatico, che già si era da noi costeggiato per due o tre miglia all’intorno, e ci mettemmo in caccia, procedendo alla spartita, ma non così l’uno dall’altro discosti, da non poter tutti all’occorrenza volare in aiuto a quello di noi, che dèsse la levata al cignale. A me per l’appunto venne fatto di scovarne uno, gagliardo di membra e armato di due zanne lucenti ed acute, che prometteano una terribil difesa. A mala pena m’ebbe udito allo sfrusciar delle foglie, la fiera si volse, mi guatò grufolando e balzò da un lato per mettersi in fuga; ma indarno, chè io già avevo tolta la mira e il mio verrettone, sibilando veloce per aria, le si ficcava nel dorso.
Diedi incontanente un grido ai compagni, perchè fossero pronti ad accorrere; intanto il cignale guaì, dolorosamente storcendosi, e difuggente divenuto assalitore, mi si scagliò addosso con furia. Io non feci in tempo ad aggiustare un’altra volta la mira; laonde, senza gittar la balestra, che poteva giovarmi contro il primo impeto della belva, cacciai fuori il coltello, e tosto, sentendo l’urto del nemico, gli piantai sottomano la lama nel petto. Ma caddi in pari tempo sotto quella rovina, e mi era tolto ogni scampo, se Lanzerotto non giungea pronto al soccorso. Balzò egli da un folto cespuglio e, avventatosi alla groppa del cinghiale, che già m’aveva malconcio, lo finì d’un rapido colpo alla gola. Soppraggiungevano intanto gli altri quattro compagni e mi traevano d’addosso l’immane fiera sanguinolente, il cui morso disperato m’avea colto poco sopra al ginocchio.
Mi alzai, aiutato da quegli amorevoli, ma a stento mi reggevo sui piedi; però egli fu mestieri portarci, vittima ed uccisore, a gran forza di braccia. Quando giunsi, disteso su di una informe lettiga di frasche, alla nostra capanna, fu una mestizia da non si poter dire a parole. Tutta piangente, come quella che in sulle prime avea temuto di peggio, Anna si avvicinò al mio giaciglio, volendo ella stessa asterger la piaga. Lanzerotto, a sua volta, diventato di punto in bianco cerusico, la spalmò alla marinaresca con una sua colla di pesce, utilmente sperimentata in moltissimi casi. Per ventura, lo squarcio era assai più largo che profondo, e il maggior guaio era stato lo spargimento copioso del sangue.
Rimasi a giacere tutto quel dì, e il vegnente eziandio. Macham, non potendo altrimente,andò egli co’ marinai per le nostre quotidiane provvigioni di selvaggina, ed io gli chiesi, in grazia, che non si dèsse più oltre levata a cinghiali. Promise egli, dopo che Anna ne lo ebbe scongiurato a sua volta; ma si mostrò corrucciato, come se io avessi voluto serbare per me il privilegio dei corsi pericoli. Io non posi mente a cotesto, e feci anzi che Lanzerotto lo accompagnasse, quantunque la presenza del mio còmito fosse per avventura più utile in quel giorno alla spiaggia.
Ella mi tenne compagnia, in quelle lunghe ore di riposo, tutta soave ed amorevole in vista, vegliandomi con materna cura, nè consentendo che io facessi lunghe parole. Forse temeva per me, fors’anco prevedeva nell’animo dove sarebbe andato a parare il discorso. E mi tacqui, contento a guardarla, a sorbir da quegli occhi il dolce veleno. Intanto la natura riparatrice operava dentro di me, e due giorni dopo, rammarginata la piaga, cessati gli spasimi, io potei dirmi risanato senz’altro. Ero già uscito fuori con Anna, passeggiando lentamente sul prato, allorquando ci vennero udite le liete grida dei cacciatori che tornavano a noi. Mi volsi, e vidi Macham da lunge, piantato sulla rupe della cascata, colle braccia conserte al seno, in atto di guardarci. Poco stante si mosse e, seguitando i compagni, giunse a noi, più accigliato, più fosco, più taciturno che mai.
Il pasto fu malinconico e grave, come di gente impacciata, o pensosa. Nè egli disse parola, nè io, e, levata la mensa, uscimmo all’aperto. Volevo lasciarlo solo con lei, e midisponevo ad uscire dal prato; senonchè, fatti appena pochi passi tra gli alberi, mi accôrsi che egli mi veniva da tergo.
— Come va, Adone? — mi chiese egli, accostandosi.
— Adone! — sclamai, trasognato. — Perchè Adone, e che volete voi dire?
— Sì; invero egli corre una certa differenza tra i due — disse egli di rimando con sarcastico piglio. — Adone, il prediletto di Venere, fu ucciso a dirittura dal cignale e pianto amaramente da lei, che mutollo in anèmone. Voi, più felice, vivete, e la dea vi sparge i pietosi balsami sulle innocenti ferite.
— Ma, in nome del cielo, che dite voi mai?
— Dico — tuonò Macham, con accento mutato — che avete fallito al vostro giuramento.
— Messere, per l’anima mia...
— No, voi mentite!
Gli era troppo, e a me parve d’essermi contenuto abbastanza.
— Roberto Macham — risposi, con voce soffocata dall’ira — debbo compiangervi. Dar del mentitore a me, voi? Siete un pazzo. Sospettare di Anna? Siete un codardo.
— Ah, non parlate di lei, se vi è cara la vita! Io potrei invogliarmi di sperimentare se quel vostro coltello vi trema nel pugno al cospetto dell’uomo, come davanti al cignale.
— Abbiatevi questo sollazzo! — gridai, accennandogli di seguirmi.
Così fece egli, e con rapidi passi m’entrò innanzi alla volta del bosco. Io zoppicavo un tal poco, ma che m’importava? Da lungotempo io m’aggiravo in un ginepraio, senza trovarne l’uscita. Ora, l’uscita era là, pronta, onorata e sicura.
Il cielo rannuvolato e il tuono che brontolava da lunge, pareano rispondere al sordo rumoreggiare delle nostre collere. Andavamo per quella medesima via che io avevo già fatta pochi dì prima con Anna, e, così frettolosi, spronati da un pari desiderio di sangue, giungemmo in breve a quel ripiano verdeggiante di muschio, che si stendeva ai piè della rupe.
— Qui! — mi disse egli, fermandosi.
— E sia! — risposi.
Egli furente, io non meno di lui, avevamo sguainati i coltelli. Squadratici per pochi istanti nel viso, eravamo per serrarci l’uno sull’altro, quando un grido acuto s’intese, e tosto un mutar di passi tra gli alberi che vestian la collina. Era Anna con Lanzerotto, e questi, che la precedeva, sbucò veloce dal folto dei rami.
— Fermatevi! — gridò egli, agitato. — Madonna vi chiede in grazia di attenderla.
Ed Anna giunse, che appena egli aveva finito di parlare. Scomposta, ansante, pallida come persona morta, si gittò in mezzo a noi.
— Dio santo! Vorrete farmi morire dannata? Ma che è ciò, uomini feroci, che è ciò? Quale rispetto è questo, non dirò di me, che pel mio fallo son degna di cosiffatti dispregi, ma del nostro medesimo stato? È egli qui che rimarremo tutti sepolti, senza speranza del perdono di Dio? E cotesto doveva io aspettarmi da’ pari vostri? Ah, messeri, que’ coltellibranditi.... Ve ne supplico, abbiate pietà d’una misera donna!
E svenne. Gittato il coltello, fui pronto a sorreggerla, ma lasciai tosto nelle braccia di Lanzerotto e di Macham il dolcissimo peso, e corsi alla cascata lì presso, donde tornai recando acqua nel cavo della mano, a spruzzargliene il viso. Ciò non bastando, eglino la trassero, guidati dal mio cenno, al margine dell’onda scorrente, dove le cure nostre e la frescura del luogo le fecero finalmente ricuperare gli spiriti.
— Ah! — mormorò ella, riaprendo gli occhi. — Roberto! Messer Gentile! Ho io dunque sognato?
— Perdono! — balbettò Macham, buttandosi ginocchioni al suo fianco.
Il tuono rumoreggiava più da vicino, il cielo si era fatto più fosco e larghe goccie di nembo cominciavano a cadere; però ci disponemmo a partire di là. Anna non poteva muoversi, tanto era rifinita da quella scossa violenta, e fu mestieri portarla sulle braccia; malagevole uffizio in quel colmo di piante; onde il viaggio fu lungo, e già eravamo molli di sudore e di pioggia, quando giungemmo al riparo.
Il temporale ingrossò via via con rapidità spaventosa; ma noi non si pose mente nè alla pioggia dirotta, che scrosciava sulla impavesata del tetto, nè ai fulmini che spesseggiavano con orrido schianto dintorno, mettendo sinistri bagliori attraverso le frasche della capanna. Di lei ci davamo pensiero, di lei che malviva giaceva sul casto letticciuolo, portando innocente la pena de’ nostri odii feroci. Senonchè,sul far della notte, il vento, che aveva preso a soffiare con forza, scuotendo gli alberi della selva vicina, ci fe’ pensare allaVentura, ormeggiata nella rada.
— Siamo su due àncore e saldo è il provese — mi dicea Lanzerotto, al quale avevo toccato delle mie apprensioni.
Ma neppur egli viveva al tutto sicuro, imperocchè soggiunse più tardi, come parlando a sè stesso: — Per altro, e’ non sarebbe male assicurarsi con un cavo di giunta. — E veduto come il vento, anzi che scemare, rinforzasse, pigliò una pronta deliberazione; indossato il suo gabbano col cappuccio di tela incerata, non guidato da altra luce fuor quella de’ lampi, uscì fuori speditamente, per condursi alla spiaggia.
Lo aspettai lunga pezza in silenzio, lo aspettai pazientemente fino a notte colma, mentre la bufèra scatenata imperversava sempre più forte; da ultimo, parendomi soverchio l’attendere, mi risolsi d’andare io medesimo sull’orme del còmito. La povera bella, vinta dalla stanchezza, dormiva, sebbene d’un lieve sonno, interrotto da subitanei sussulti ad ogni scoppio di tuono; Macham vegliava, seduto in sul limitare, col mento sul petto, gli occhi fisi in quel pallido volto adorato. Col gesto, più che colle parole, gli accennai dove andavo, e mi mossi. Uno de’ marinai volle venirmi compagno.
Uscito all’aperto, sotto quella tempesta, che mi faceva piegare mio malgrado le spalle, intesi il perchè Lanzerotto potesse tardare così lungamente al ritorno. Il prato, pel gran rovinìodella pioggia, erasi mutato in un vasto padùle e ci s’andava a guazzo, affondando i piedi nel fradicio terreno. Peggio fu, quando ci bisognò entrar nella macchia, la quale per larga lista ci divideva dal lido. C’inoltravamo brancolando come ciechi in quell’orrore notturno; ogni traccia di sentiero perduta; i lampi non rischiaravano davanti a noi che irti ammassi di fronde, e il vento ce li batteva rabbiosamente sul volto. Dopo molte fatiche durate in quell’andirivieni, io m’avvidi che, in cambio di scendere, prendevamo a salire. Certo era smarrita la via. Che fare? Il meglio era di dar volta verso la discesa, sperando di udire indi a poco il mormorio del fiumicello, che avrebbe potuto guidarci. Ma in mezzo a quell’alto frastuono niente si udiva; solo il bagliore della fòlgore venne più tardi a mostrarci la correntìa vorticosa d’un torrente gonfiato, che già eravamo sul punto di mettervi il piede. Balzammo indietro atterriti, tentando di andar oltre, lunghesso la sponda: ma indarno, chè laggiù il rigoglio delle male erbe, il viluppo dei rami, eran più folti a gran pezza.
Errammo per tal modo alla ventura, fino a tanto il fragore dell’onde non ci mostrò essere noi pervenuti alla meta. Ah finalmente! ecco il mare! Ma la galera dov’è? Forse abbiamo di soverchio piegato e siam giunti ad un’altra cala dell’isola? Ma no; un lampo schiara lo spazio; è ben questo il lido; ecco il palischermo tirato sull’arenaio; ecco la casupola de’ nostri artieri; ecco le travi squadrate. E la nave? Un brivido mi corse per l’ossa; gettai un grido altissimo a cui non risposeche il vento co’ suoi sibili acuti e il flutto co’ suoi cupi fragori. La rada era deserta. M’aggirai tutto intorno, cercando il tronco d’albero a cui sapevo esser raccomandato il provese, e lo trovai finalmente. Il nodo era intatto, ma la fune giaceva lenta sulla rena, spezzata poche braccia più innanzi. Questo mi rimaneva, e non altro della mia povera nave.
Fieramente percosso da quella sciagura, rimasi a lungo inerte sul lido. I primi barlumi dell’alba comparvero sul mare in tempesta, e ben vidi allora come noi fossimo soli. La galera non si scorgeva in nessuna parte di quelle onde sconvolte, che già il turbine l’aveva sbalestrata assai lunge. Forse più tardi i marinai avrebbero rimesso la prora sull’isola; ma come potrebbero governare? Il timone, rifatto pur dianzi, giaceva ancor sulla spiaggia.
E Lanzerotto? Udii poco stante la sua voce da tergo. Il poveretto, già tornato alla capanna, aveva ripreso cammino per venire in traccia di me. Volò alle mia grida, e m’abbracciò singhiozzando; indi si fece a raccontarmi tutto ciò che sapeva.
Egli era giunto sul lido in tempo per veder la catastrofe. Spezzati gli ormeggi e il provese dalle incalzanti folate, la galera aveva preso a correre, trabalzata sui flutti, e a lui erano giunte le strida compassionevoli dei compagni perduti. Gittare una gomena a terra non aveano potuto, poichè la nave in un batter d’occhi era stata sospinta al largo e così tratta in balìa del turbine, che egli, pochi istanti più tardi, non aveva scorto, nè udito, più nulla. Dov’era ella travolta? Il vento soffiavada ponente maestro, e, prima che si chetasse quella sua foga, laVentura, se pure non le si schiudevano inesorabilmente sulla tolda i gorghi del mare, avrebbe fatto così lungo cammino da non osar più dar volta, senza governo com’era. Ed egli, povero Lanzerotto, era tornato in furia ad avvisarmene; ma, pur troppo, non aveva fatto altro che accrescer travaglio ai rimasti. Anna, all’udire il tristissimo annunzio, era stata colta da una febbre ardente; Macham si struggeva di dolore e di rabbia, non sapendo come darle sollievo.
Questo era il colpo di grazia per me. Senza darmi pensiero più oltre della galera perduta, senza badare all’acqua che mi scorrea gelida per tutte le membra, presi la via della macchia, e corsi, volai alla nostra capanna.
Tristo spettacolo mi si offerse allo sguardo, come fui giunto colà. Anna era in uno stato, che non saprei dirvi il peggiore. Scomposte pei tremiti convulsi della persona, le nere chiome si spargeano sul petto; le guancie ardevano, come divenute di fuoco; gli occhi scintillavano nelle orbite incavate, tanto guasto avea menato il male in brev’ora! Allo sguardo smarrito che volse su me, mi addiedi com’ella non mi conoscesse già più. Colta da delirio, usciva in parole rotte, confuse, piene di arcani terrori. M’ingegnai di calmarla; ma ciò non le avvenne che assai tardi nel giorno, e non già pe’ miei grami conforti, sibbene perchè, ridotta allo stremo, si accasciò sul guanciale, raffermando le ciglia stanche, mentre i moti affannosi del seno e il lento rammarichìo delle labbra socchiuse, mostravano esser di poco scemato il patire.
Per due dì il povero Lanzerotto si pigliò cura d’ogni cosa per noi. Egli mandava or l’uno or l’altro de’ quattro marinai in vedetta sui greppi, nella speranza che avesse a scorgersi in alto la nave; egli badava al còmpito di rifornire di vettovaglie l’assottigliata colonia; egli intendeva operoso, amorevole e provvido, a tutte le faccende di casa. E per due giorni si visse così, muti, inviliti, sospesi tra dubbio e timore. La tempesta era cessata, ma il vento durava gagliardo, nè laVenturasi vedeva apparire. Orrido luogo, pauroso deserto, quell’isola, a cui pochi dì prima eravamo approdati con tanta allegrezza! Anna inferma e forse in fin di vita; noi soli, chiusi, separati dal mondo, senza poterla soccorrere che colla rozza arte e i manchevoli accorgimenti del marinaio! Macham, triste, abbattuto, divorato dai rimorsi, facea compassione a guardarlo. Di me non so, quale apparissi ai compagni; ma il pensiero di quella solitudine, di quella impotenza nostra, mi pungeva ad ogni ora, mi lacerava, mi struggeva nel profondo del cuore.
La mattina del terzo giorno, Macham era stato colto dal sonno ai piedi del letto di Anna. Ella s’era desta pur dianzi, e mi venìa guardando coi suoi grandi occhi accesi dalla febbre, come se volesse indagare i miei più riposti pensieri.
— Risanerete tra breve! — le dissi, componendo le labbra a sorriso.
— No, amico mio, questo è giudizio del cielo! — mi rispose ella, crollando mestamente il capo. — Eccoci qui, chiusi per sempre, sepolti vivi in questa solitudine.
— Oh, v’ingannate! laVenturatornerà. E poi, ci rimane il palischermo; nol sapevate? Possiamo adattargli una vela, e, se un tragitto di alcuni giorni in così piccola barca vi spaventa, andrò io, con due marinai, fino a Cadice, donde, noleggiata una nave, torneremo a questa volta. Conosco il mare, non temete, e vi condurrò in salvo a quel porto che vi piaccia di eleggere. Ma state di buon animo, ora, e badate a rifarvi.
A queste mie parole ella parve chetarsi; indi a poco, soavemente rinchiuse le palpebre, s’addormentò in un placido sonno, che durò parecchie ore del giorno. Ma verso sera, chiamatomi al suo capezzale, quasi proseguendo il colloquio della mattina, mi disse:
— No, messer Gentile, non tornereste più in tempo. Rimanete, amico mio; mi sento morire.