XIII.

XIII.

Che fu del mio senno? Quanto durarono in me quelle tenebre? Tra esse, un fioco raggio, un barlume fuggevole, mi lascia scorgere una immensa distesa d’oceano, cielo e mare in tempesta, uno schifo trabalzato di continuo sui flutti e null’altro.

Quando finalmente tornai in me stesso, fu uno stupore che mal saprei ora descrivere. Non ravvisavo alcuna cosa dintorno; riviveva il concetto del presente, non la memoria del passato, nell’animo mio; però mi stetti lunga pezza trasognato a guardare quella caligine che man mano si venìa dissipando davanti ai miei occhi, e la nuova scena mirabile che ne era, come per incantesimo, emersa.

Vidi anzitutto un cortile, aperto nel fondo e spazioso, ricinto sui tre lati da lunghe file di svelte colonne intrecciate a spire, sulle quali si giravano archi eleganti, rigonfiati al basso, rotondati agli spigoli da marmorei cordoni, raggentiliti da bei trafori interposti, da fregi condotti in capricciosi meandri di fiori e fogliami, di animali stranissimi e di leggendescolpite in caratteri ignoti. Sotto uno di quegli archi io stavo seduto, e di rincontro a me, nell’ampio cortile, nel mezzo d’un pavimento fatto a musaico, poggiata sul dorso di quattro leoni, s’innalzava una vasca, donde spicciava un lieto zampillo d’acqua, vagamente ricadendo in pioggia minuta. Più oltre scorgevasi un folto aranceto, dietro il quale una ricca famiglia di palme spingeva in alto i fusti ronchiosi, agitando mollemente i verdeggianti fiabelli; più oltre ancora, ricise e spiccate su d’una lista d’azzurro sbiadato e di porpora, tondeggiavano cupole scintillanti d’oro, si rizzavano guglie di minareti, correano merlature, biancheggiavano torri e tetti sovrapposti di vicine città.

Da quello spettacolo, che m’avea colmo di meraviglia, ritrassi gli occhi a guardarmi dintorno. Un uomo sedeva al mio fianco, Lanzerotto, il mio còmito, il mio compagno di sventura. Alla sua vista sentii per gran tenerezza stemprarmisi il cuore; volli parlare, ma non mi venne fatto, e caddi nelle sue braccia, dando in uno scoppio di pianto.

— Ah! — gridò egli giubilante. — Mi ravvisate finalmente, messere?

— Sì, mio buon Lanzerotto. Ma che è egli ciò ch’io vedo? Ho forse sognato? Bristol, la tempesta, l’isola malaugurata.... Ah, vero pur troppo! — esclamai, notando l’aria dolente del mio vecchio compagno. — Ma che avvenne egli poscia? Dove siamo noi ora?

— A Tangia, messere, nella casba dello sceicco Abderaman, detto l’Emiro del mare.

— Prigionieri! ma come?

— Sì, prigionieri! — rispose. — Ci eravamo imbarcati sul palischermo rimastoci. Io volevo afferrare il capo di San Vincenzo, e voi, messer Gentile, sebbene assai giù dell’animo, avevate assentito. Ma, dopo due giorni di navigazione, il mare ci ha traditi, si è voltato a burrasca, con un vento di traverso che ci ha spazzato via la nostra unica vela. Così in balìa de’ marosi, siam venuti in deriva a dar nella costa de’ Mori, e da due mesi siam qui prigioni a Tangia, costretti a lavorare la terra, come servi di pena. Ah, messere! Io non mi dolsi tanto di questa sciagura, quanto di veder voi così fuori di senno, che ad ogni istante ho temuto non vi si vendesse al mercato, come uno schiavo disutile. Egli è vero bensì che ho faticato per due e che la nostra sorte non fu la peggiore che potesse toccare a cristiani, tra questa gente infedele.

— E i nostri compagni?... Rubaldo, Ogerio, Ingone, Buonvassallo, ove sono?

— Venduti, condotti a Mequina. A noi due è giovata la pietà d’una donna.

— Ahi — esclamai, sentendo a quel nome di donna rimescolarmisi il sangue.

— Sì, — continuò Lanzerotto — la compassione ha parlato al cuore di Fatimè, della leggiadra figliuola di Abderaman, la quale ci ha voluti a’ suoi servigi, e ogni giorno ci è larga di cortesi parole, che ci fanno parer meno grave il peso della nostra catena. Ma venite, messer Gentile; sebbene la sferza dell’aguzzino non sia fatta per noi, ci bisogna pur sempre mostrarci volonterosi al lavoro.

Seguii Lanzerotto nel contiguo giardino, ov’egli, di marinaio diventato giardiniere, attendeva alle sue cure campestri. Egli era lieto, il mio buon Lanzerotto, lieto come se avesse in quel giorno ricuperata la libertà. Ma questa, secondo lui, non poteva indugiar molto, poichè io avevo ricuperata la ragione. Ancora non sapeva in che modo saremmo usciti di là, ma non gli pareva più tanto malagevole impresa. Frattanto mi veniva informando delle consuetudini del luogo e di tutte quelle notizie che aveva potuto raccogliere; tra l’altre, della sorte toccata alla mia galèra, che aveva naufragato sulle coste vicine e la marinaresca era stata ridotta in servitù dallo sceicco di Màmora.

Sull’ora del tramonto, mentre io mi disponevo ad inaffiare alcune piante che il mio compagno m’aveva additate, s’udì poco lunge un fruscio di vesti e un suono confuso di voci donnesche.

— Ecco la figlia di Abderaman! — mi bisbigliò Lanzerotto.

Ella scendeva, seguìta dalle sue schiave, a diporto in giardino, ed io la vidi allora, snella e leggiera, comparire fuor da una siepe di gelsomini. Mi parve, anzichè donna, un indistinto di zendado e di seta, d’oro, d’argento e di monili. Infatti, giusta la foggia delle donne moresche, ella indossava un luogo guarnello bianco, da cui traspariva la gonna di seta porporina, e sovr’essi una tunica azzurra, aperta a largo scollo sul petto, che tutto era celato da una collana a più filze di perle. Ampie e diffuse le ricadeano a mezzo il bracciole maniche di tòcca bianca, intessuta di argento; un rosso cintiglio sprangato d’oro si girava mollemente attorno ai fianchi e un gran velo candido e lieve involgevale il sommo della persona, ma senza nascondere i contorni del viso e il nereggiar delle ciglia.

Lanzerotto le era andato incontro, ad offerirle umilmente un mazzo di fiori che egli aveva raccolti. Io non intesi ciò che egli dicesse nel breve colloquio che ebbe con lei; ma al certo ei ragionava del suo compagno di sventura, imperocchè la giovinetta, dopo averlo attentamente ascoltato, s’inoltrò verso di me e, guardatomi con occhi amorevoli, mi rivolse la parola in quel mescolato idioma, che serve agli accontamenti del cristiano coll’arabo e col giudeo, in tutti gli scali d’Africa e d’Asia.

— Gentile lavora? — mi chiese ella sorridendo.

Io m’inchinai confuso, in atto d’ossequio.

— So il tuo nome, — soggiunse, — e il tuo stato tra’ cristiani. Non ti logorare in questi umili uffizi; le tue mani son fatte per trattare la spada, e nella casa di Abderaman, l’Emiro del mare, non è ignota la pietà, nè il rispetto, pe’ cavalieri tuoi pari.

— Che il cielo dia allegrezza alla sua nobil figliuola! — risposi, ponendo la mano sul petto e chinando la fronte.

Il mio augurio al certo non le spiacque, imperocchè ella, sollevando cortesemente un lembo del velo, mi lasciò scorgere la guancia, che s’era tinta del color della porpora; indi si allontanò, proseguendo il suo cammino,leggiera e graziosa come una gazzella. Io rimasi impensierito al mio posto.

Ogni giorno, sul tramonto, ella veniva così pel giardino e, nel passarmi daccanto, mi dicea sempre qualche leggiadra parola, ora per rallegrarsi con me della ricuperata salute, ora per ringraziarmi de’ fiori diligentemente scelti e foggiati ad eloquente idioma d’amore (io nol seppi allora per fermo) che Lanzerotto commetteva a me di offerirle.

— Se voi volete, messere, noi fuggiremo; — mi disse un giorno il mio còmito.

— E come? troppo alte sono le mura e ben salde le porte.

— Sì, ma l’amore ha scale d’ogni misura e magiche parole per gli usci ferrati.

— Che dici tu ora! — esclamai stupefatto.

— Dico, messere, che voi siete amato.

— E da chi?

— Dalla figliuola di Abderaman, e l’Emiro del mare ha troppo gli occhi altrove, mentre ella li ha sempre rivolti su voi.

Inorridii a quell’annunzio inaspettato, come alla vista d’un abisso che repente ci si schiuda dinanzi. Nè a me quei giornalieri colloquî, quelle amorevolezze, quegli sguardi fiammanti, aveano recato pur l’ombra d’un lontano sospetto! Triste, accorato, già pieno d’un disegno che mi si maturava nell’animo, io mi ero avvezzo frattanto a veder quella donna, a parlarle senza ripugnanza, con ossequio di schiavo, con gratitudine di cavaliero. Ella si dimostrava compassionevole a noi, e quella pietà m’avea tocco, siccome un immeritato favore del cielo. Era bella, ma io non la vedevo tale per me;amarla, essere amato da lei, mi sarebbe parso sacrilegio, profanazione d’un affetto che ardeva gagliardo nel mio cuore e che io speravo avesse in breve a distruggermi.

— Badate, messer Gentile; — soggiungeva Lanzerotto — l’occasione ha tre capegli soltanto. Morremo adunque noi qui? E se ricuserete di acciuffarla al varco, chi vi assicura che questa sorte nostra non abbia a farsi anco peggiore? Il vino più generoso inacetisce e l’amore più ardente può mutarsi in odio profondo.

— E avvenga che vuole! — proruppi. — Ma, in nome di Dio, che vuoi tu da me? Credi tu che sia egli possibile?... Lanzerotto, amico mio, ti so d’animo generoso e di cuore. Or dimmi, se tu avessi amato un giorno come io, e se alcuno venisse a profferirti di fare ciò che ora tu a me, di tradir la tua fede, di contaminare la santità del tuo dolore, di aggiungere rimorso a rimorso (non mentire, sai, non mentire!), che faresti? rispondimi!

Egli chinò la fronte confuso e rimase a lungo in silenzio, combattuto da opposti pensieri. Indi, scuotendosi, a guisa di chi debba pur prendere un partito reciso, uscì in queste parole:

— Suvvia, che vale il tacerlo? Codesto non ho fatto io, sibbene il destino, che è più forte di noi. Ella vi ama, follemente vi ama.... Lo so di buon luogo e ponete ch’io l’abbia dalla più fida delle sue schiave. Da otto giorni ho mentito, facendovi credere tutto suo, non d’altro desideroso che di piacerle e di mostrarvi grato a’ suoi doni. Ieri ancora, inconsapevole,avete profferto un ramoscello di mirto, che le ha dato la posta per questa sera. Ogni cosa è disposta per la fuga, ed ella vi seguirà. Abderaman è partito ieri con gran gente alla volta di Melilla, e qui pochi rimangono a custodire la casba. Sull’imbrunire ella sarà qui; la porta che mette al mare è nostra; una fusta attende alla spiaggia.

— Ah, disgraziato! — urlai; — che hai tu macchinato, uomo sleale? T’ha egli sovvenuto de’ suoi consigli lo inferno?

— È fatta, messere; io ho tutto ordito, io ho tutto accettato. Ella è pronta ne’ suoi propositi, ardente come il suo cielo, bollente come l’affetto ond’è pieno il suo cuore. Quella donna si struggerà di vergogna e di rabbia, se voi mi tradite, e noi andremo a finire sui banchi d’una galèra barbaresca, intenti a dar ne’ remi contro navi cristiane, condannati a preparare colle nostre mani lo scempio della gente battezzata. Or via, messere, tornate in voi! Per darvi la libertà, il cielo ha invaghito di voi il cuore della fanciulla moresca; vi ha tolto il senno, perchè ella impietosisse di voi; vi ha lasciato il fiore della bellezza e della gioventù, perchè ella, vedendovi ogni dì, sempre più s’infiammasse. Donna possente, conscia de’ suoi vezzi, non è preparata a ripulse. I fiori che le porgevate umilmente ogni sera, non le dicevano che eravate suo? Uccidetemi, messer Gentile; io ho inteso i suoi sguardi, ho eccitato le confidenze della sua schiava, ho parlato, operato per voi; uccidetemi, non mi tradite, non fate contro agli accorgimenti che debbono restituirci alle case nostre, e dare, sevi giova pur rammentarlo, un’altr’anima alla fede di Cristo.

Così parlava Lanzerotto, empiendomi la mente di sdegno, ma più assai di stupore. Tutto ciò mi riusciva così nuovo! Sì, vedevo allora finalmente, mi chiarivo ogni cosa, ogni atto di quella donna, e i suoi cortesi parlari, e le occhiate furtive, e i rossori, e le audacie. In tal guisa, mentre il mio intelletto, ravvolto nelle tenebre della follia, non ravvisava nulla dintorno, nel cuore di quella infelice era divampato un incendio? E per me? Il dolore non m’aveva dunque disfatto? Orribile cosa, questo fiore di gioventù, sopravvissuto a quella divina, che giaceva sformata sotto le umide glebe d’un’isola deserta! O Anna, o triste e cara ricordanza del mio cuore, io ti aveva dunque uccisa, per darmi all’amore di un’altra? ed era egli possibile? e il mio cuore non si sarebbe egli spezzato?

Quella sera giunse troppo rapida per me, senza che io avessi nulla risolto. Due ombre scesero in giardino; tacite e guardinghe, s’inoltrarono dal folto degli aranci, e Lanzerotto mosse incontro ad esse sollecito, mentre io, ansante, esterrefatto, presso a smarrir la ragione da capo, era rimasto immobile ad aspettare quella nuova forma di pericolo.

Ciò che io dicessi a quella donna, allorquando commossa, anelante, mi s’accostò e mi cadde nelle braccia, non ricordo partitamente, nè tutto ripeterò ora. Egli fu un doloroso colloquio, nel quale io stillai l’amarezza ed il tedio in un giovane cuore, che si schiudeva alla speranza, alla vita. E dirò io l’angoscia delsuo disinganno, gl’impeti del dolore, i fremiti della vergogna, immeritate afflizioni che contristarono la poveretta in quella lunga ora di prova?

— Nobile fanciulla, io non t’ingannerò. Tu sei bella come gli uomini della tua gente sognano esser leggiadre le figlie del Profeta, nel loro giardino di delizie. Ma l’amarti non è più in poter mio. Hai tu veduto le mie labbra pallide? Le ha scolorate il bacio d’una estinta; nè più si poseranno esse su altra bocca, su altro seno, a bere una vita da cui la mia anima abborre. Perdonami e compiangimi; tu, giovinetta, rinascerai all’amore; io, se pure andrò libero mercè tua, non sarò già più felice.

Ella piangeva, e le sue lagrime mi spezzavano il cuore.

— Vuoi tu seguirmi? — le dissi. — Forse è Iddio che t’inspira. Vieni onorata tra’ miei, ed accogli la nostra fede.

Ella aveva levata la fronte a quelle parole e d’improvviso era cessato il suo pianto.

— Sarò tua, allora? — mi chiese, figgendo ansiosa i suoi grand’occhi neri ne’ miei.

— No, te lo dissi; perdonami, io sarò fedele alla morte. Ma la nostra fede ha sublimi conforti; essa è l’unica vera, la sola che guidi a salvezza.

— E che m’importa della tua fede, senza di te? Va, cristiano; ho paura di odiarti. Va; Fatimè non terrà schiavo colui ch’ella ha amato una volta. Quell’uscio si schiuderà innanzi a te, e la barca che attende ti condurrà alle tue spiaggie. Va; tu hai lasciato unamorta laggiù, sull’oceano; non rimaner qui, per udire di un’altra!

Si ritrasse, così parlando, da me. Lanzerotto mi trascinò a forza verso l’uscio additato, mentre ella cadea singhiozzando nelle braccia della schiava, accanto a quella siepe di gelsomini, dond’io l’avevo veduta per la prima volta apparire.

Misera donna! Iddio avrà udite le sue lagrime e ridonata la calma a quel vergine cuore.

················

Eccomi giunto alla meta. Non ho nulla taciuto, nulla dissimulato; mi sono nutrito, inebriato del mio dolore; a goccia a goccia ho bevuto il mio calice d’amarezza.

Cinque anni sono trascorsi dopo la morte dell’amata, cinque anni, e i miei capegli si sono incanutiti, le mie guancie si sono fatte scarne, il passo tremante, il sangue povero e lento. Grazie, o Signore! Il chiostro non mi ha dato la pace, ma esso mi ha affrettato l’ora finale, in cui sarà suggellato, col vostro, il perdono d’Anna.

Stanotte avevo finito di raccontare al vostro cospetto le mie colpe, di svelare tutto me stesso. Ella mi apparve, splendida della sua eterna bellezza, irradiata la fronte dell’aureola de’ santi. Non era più crucciosa in vista, siccome le altre volte che scendeva a visitare la mia squallida stanza. Ella mi ha sorriso, haposto la mano su queste carte e mi ha favellato in tal guisa: «Sta bene; qui deponi la penna. Troppo rivive Gentile Vivaldi in queste pagine di frate Gualberto; troppo ardenti battiti dà il memore cuore sotto il cilicio del penitente. Ma Gualberto ha scritto il vero, e a chi molto amò molto sarà perdonato. A domani!»

Ciò detto, è svanita. Ma ella tornerà, siccome ha promesso. Oggi adunque è l’ultimo mio giorno di tristezza; e domani, domani saremo uniti finalmente, prostrati a’ vostri piedi, assorti nella vostra luce, o Signore.

Fine.

DELLO STESSO AUTORE:I Rossi e i Neri, romanzo. 2 grossi vol. in-16L. 7 —Val d’Olivi, romanzo. 1 vol. in-162 —Racconti e Novelle— Vol. 1:Capitan Dodero, Santa Cecilia, Una notte bizzarra.1 vol. in-162 —Capitan Dodero.1 vol. in-32— 50Santa Cecilia.2 vol. in-321 —L’Olmo e l’Edera.2 vol. in-321 —Il libro nero.2 vol. in-321 —D’imminente pubblicazione:Racconti e Novelle— Vol. II:L’Olmo e l’Edera, Il libro nero, Una ogni mille.

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NOTE:1.Traduco letteralmente l’artiliariasdel testo. Artiglieria è nome collettivo d’ogni macchina da trarre e d’ogni ingegno da guerra, che si usavano nei secoli di mezzo e prima della invenzione della polvere.

1.Traduco letteralmente l’artiliariasdel testo. Artiglieria è nome collettivo d’ogni macchina da trarre e d’ogni ingegno da guerra, che si usavano nei secoli di mezzo e prima della invenzione della polvere.

1.Traduco letteralmente l’artiliariasdel testo. Artiglieria è nome collettivo d’ogni macchina da trarre e d’ogni ingegno da guerra, che si usavano nei secoli di mezzo e prima della invenzione della polvere.

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


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