Capitolo IIIDecadenza della cronografia italiana — Il «Liber Pontificalis» — «Gesta Episcoporum Neapolitanorum» — Agnello Ravennate — Scritti polemici di Ausilio e Vulgario — I monasteri e le invasioni saraceniche — Farfa: la «Constructio,» le vite dei santi Vulturnensi, la «Destructio» — Montecassino: il «Chronicon Sancti Benedicti Casinensis» — I cataloghi e le traslazioni dei Santi — La Historia di Erchemperto e l'Anonimo Salernitano — Andrea da Bergamo — Panegirico di Berengario — Stato della cultura laica in Italia — Liudprando — Scritti imperialisti — Benedetto di Sant'Andrea — Cronaca veneta di Giovanni Diacono.
Decadenza della cronografia italiana — Il «Liber Pontificalis» — «Gesta Episcoporum Neapolitanorum» — Agnello Ravennate — Scritti polemici di Ausilio e Vulgario — I monasteri e le invasioni saraceniche — Farfa: la «Constructio,» le vite dei santi Vulturnensi, la «Destructio» — Montecassino: il «Chronicon Sancti Benedicti Casinensis» — I cataloghi e le traslazioni dei Santi — La Historia di Erchemperto e l'Anonimo Salernitano — Andrea da Bergamo — Panegirico di Berengario — Stato della cultura laica in Italia — Liudprando — Scritti imperialisti — Benedetto di Sant'Andrea — Cronaca veneta di Giovanni Diacono.
La historia di Paolo Diacono ebbe alcune continuazioni[59], ma il valor d'esse appena merita una fuggitiva menzione in questo libro che non considera esclusivamente le opere dei cronisti come sorgenti di storia ma sì anche come manifestazioni letterarie della età medioevale. La cronografia italiana entra ora nel periodo più povero della sua vita. Un decadimento profondo seguì gli ultimi bagliori del classicismo e quello sforzo verso una rinascenza tentato da Carlo Magno e cessato con lui. Al notevole lavorodi Paolo tennero dietro cronache o ricordi storici d'assai minore importanza. «È ben da compiangere, nota il gran Muratori, la storia d'Italia che ci lascia per tanto tempo digiuni dei fatti ed avvenimenti d'allora, con restarne solo un qualche barlume presso gli antichi oltramontani.»[60]Infatti dal periodo dei Carolingi a quel degli Ottoni, dove non ci soccorrono documenti indiretti come iscrizioni, diplomi e somiglianti aiuti, spesso è necessità ricorrere a fonti tedesche o francesi per aver qualche luce tra il folto buio della storia nostra. Come vedremo, non s'era spento del tutto nei laici ogni ricordo dell'antico sapere ma l'impulso a scrivere mancava in essi, e la parte più colta del clero era troppo intesa nelle agitazioni politiche per consacrarsi a dettare scritti di storia. In genere la cultura ecclesiastica parve concentrarsi pressoché intera nella trattazione degli affari, talché le raccolte delle lettere pontificie di Niccolò I († 867) e di Giovanni VIII († 882), così per forza e bontà d'espressione e di stile come per valore storico, sono forse i documenti più pregevoli che ci abbiano lasciato quei tempi. Ma il silenzio che nel secolo nono sembra regnare in Italia intorno agli avvenimenti contemporanei, non può dirsi assoluto. Quegli avvenimenti medesimi furono talvolta occasione pressoché necessaria di scritti che direttamente o indirettamente hanno carattere storico, tra i quali vuolsi dar luogo eminente alLiber Pontificalische per quanto riguarda la prima metà del nono secoloè di grande sussidio alla storia generale della Chiesa e a quella particolare di Roma. Questo libro andò lungo tempo sotto il nome di Anastasio Bibliotecario uomo di molta dottrina, che tradusse dal greco varie opere ma che, se pur n'ebbe alcuna, ebbe pochissima parte in questa. Certo l'attribuire il Libro Pontificale ad un solo autore è contraddire all'indole stessa dell'opera la quale consiste in una serie di notizie biografiche dei papi compilate or più or meno estesamente in varî tempi e da varî scrittori. La storia di questo libro e delle sue compilazioni, le indagini circa gli autori di esso, la critica dei manoscritti che lo contengono, hanno dato materia di lungo lavoro agli eruditi e pur di recente originarono alcune dissertazioni dottamente elaborate e ricche d'acume le quali hanno poi fatto capo alla mirabile edizione datane dal Duchesne che può considerarsi fondamentale[61]. Basti ora descrivere brevemente la prima parte di questo libro che pel frequente variar di forme può in certo modo rassomigliarsi al nascere e al correr d'un fiume. Il bisogno continuo d'aver familiare per motivi ecclesiastici la cronologia pontificiafu prima origine del libro. Così, verso il quarto secolo, dagli antichi cataloghi dei nomi dei papi, dalle costoro lapidi sepolcrali, dalle menzioni che se ne trovavano negli atti dei martiri o in lettere o in libri, cominciò a comporsi il primo nucleo del libro pontificale per la più antica e popolare redazione. Sulle prime le biografie indicavano fuggevolmente il nome, la famiglia, la patria del pontefice, la durata del suo pontificato, i decreti dati nel suo tempo e il luogo di sua sepoltura. Tra un pontefice e l'altro era notato il tempo della sede vacante. Poi a poco a poco le brevi indicazioni aumentarono, e le compendiose notizie si vennero mutando in biografie più larghe e ricche di particolari preziosi[62]. Sventuratamente nell'ultimo quarto del nono secolo quando avremmo più bisogno dei soccorsi di questo libro esso ci vien meno quasi interamente. Le turbolenze politiche vincono la forza della tradizione, e il Libro Pontificale ricaduto nella aridità primitiva si scheletrisce di nuovo e si riduce a un catalogo. Più tardi, giunti al pontificato di Leone IX, col risorgere della cultura storica lo ritroveremo più ricco di fatti e più fiorente,rendendoci così sempre la immagine di un fiume che si nasconde a un tratto per riapparire più vasto e più copioso altrove.
Quando Paolo Diacono scrisse leGestadei vescovi di Metz, inaugurava un genere di letteratura storica che rispondeva veramente a un bisogno dei suoi tempi, e nei secoli seguenti trovò molti imitatori. Lo stesso concetto che aveva ispirato il libro pontificale ispirava qua e colà in varie diocesi storie di vescovi alle quali talvolta la importanza della sede e la povertà di altre notizie allargano il valore nella storia generale della Chiesa. Così le storie dei vescovi napoletani e dei ravennati, compilate nel nono secolo, sono documenti che vogliono tenersi in gran conto da chi indaga studiando le vicende di quella età. Come la raccolta delle vite dei vescovi romani, così leGesta Episcoporum Neapolitanorumsono opera di diversi autori e anch'esse furono attribuite quasi per intero ad un autor solo, Giovanni Diacono. Il Waitz e il Capasso pubblicando ciascuno una nuova edizione di questo libro[63], hanno dimostrato come essadebba dividersi in tre parti. La prima compilata da un ignoto autore verso la metà del secolo nono, incomincia da Cristo e arriva con arida compilazione fino all'anno 763 aggiungendo poco o nulla di nuovo alla storia. La seconda parte è da ascriversi a quel Giovanni Diacono che già fu stimato autore di quasi tutto il libro e a cui veramente riman l'onore d'averne composta la parte maggiore e la meglio pregevole. Giovanni cominciò adolescente il lavoro suo, e ripigliando la storia dei vescovi napoletani all'anno 763 dove l'altro l'aveva lasciata, la continuò fino alla morte del vescovo Atanasio I (A. D. 872). Col successore di lui incomincia la terza parte delle vite, scritta da un Pietro suddiacono, ma n'avanza un frammento così breve che non serve esaminarlo[64]. Lo scrivere di Giovanni è corretto a sufficienza nè s'hanno da rimproverar molte mende al suo latino. Considerando i tempi è scrittore di qualche merito, e gli acquista lode la cura ch'ei pone a cercare il vero delle cose che narra e a darne assicurazione al lettore. Le molteplici relazioni di Napoli con altri paesi e specialmente con Roma, colla Grecia e col Principato Beneventano, accrescono dal lato storico il valore a questo lavoro di Giovannie ad alcuni altri suoi scritti minori sulle vite e la traslazione delle reliquie d'alcuni santi napoletani.
Di maggior momento è il Libro Pontificale di Agnello da Ravenna. La importanza di questa città, assai grande mentre decadeva l'Impero, non pur si mantenne alta, ma per la favorevole sua posizione sulla costa adriatica si fece forse maggiore nei primi secoli del medio evo. Poiché i Greci ebbero riperduta gran parte d'Italia all'invadere dei Longobardi, Ravenna divenuta sede del governo imperiale poteva assai più di Roma considerarsi come capitale dell'Impero. Mentre gli Esarchi di Ravenna reggevano la Pentapoli in nome degli Imperatori, Roma circondata dal dominio longobardo, tanto si scioglieva man mano dalla influenza imperiale quanto più i Papi venivano slargando la loro e aspiravano a sottrarsi dalla soggezione bizantina. La rilevanza della città crebbe rilievo alla diocesi di Ravenna, e l'autorità dei vescovi ravennati salì così alto da indurli a contrastare con Roma e a non voler facilmente accogliere le papali pretese di supremazia. Da ciò si fa agevole intendere come il libro di Agnello che tratta dei vescovi ravennati, debba riuscire di pregio. Composto in modo somigliante al Libro Pontificale romano, ha comune con esso il titolo ancorché sovente mostri tendenze poco favorevoli a Roma. Contro l'usanza seguìta dai compilatori delle vite papali, Agnello ha lasciata ampia traccia di sé nel suo libro, onde la sua biografia riesce facile a tessere. Nacque di nobile famiglia a Ravenna verso l'anno 805, e destinato dai primi anni alla vita ecclesiastica, fu educato nella cattedrale(Ecclesia Ursiana). Fanciullo ancora ebbe in beneficio l'abbazia del monastero di Santa Maria ad Blachernas e in seguito anche quella di San Bartolomeo. Più tardi però quest'ultima gli fu tolta per qualche tempo dall'arcivescovo Giorgio il quale, senza giusta ragione al dire d'Agnello, d'amico grande gli si convertì in nemico. Agnello fu ordinato prete da Petronace arcivescovo che governò la sede ravennate dall'anno 817 fino all'anno 835. Oltreché la nascita e le ricchezze già lo collocavano in posizione elevata, Agnello poté splender tra il clero non pure per queste doti esteriori ma per quelle ancora dell'ingegno e del sapere. Nè ciò vorrebbe dir molto, come osserva a ragione l'ultimo editore d'Agnello, ché la cultura del clero ravennate era allora meno che scarsa, ma tuttavia fu bastevole occasione per un lavoro utilissimo ai posteri lontani. La fantasia vivace, l'amor suo per le arti e i frequenti incarichi ch'egli ebbe d'attendere all'ornamento e ai restauri delle chiese ravennati, una certa conoscenza del greco necessaria allo storico d'una diocesi così legata ai Bizantini, tutto doveva aiutarlo all'opera che si metteva a comporre. E però è naturale il credere che la riputazione della sua dottrina inducesse gli altri preti di Ravenna ad insistere forte presso di lui per fargli intraprender la storia dei loro vescovi. Accettato l'incarico, Agnello lo eseguì con lentezza e a frammenti, malgrado lo stimolo impaziente dei colleghi ai quali, per quanto apparisce, egli veniva leggendo il libro man mano che lo componeva. Questo lavoro, compiuto verso la metà del secolo nono, muove dai tempi apostolici collavita di santo Apollinare e giunge fino ai vescovi contemporanei dell'autore. È opinione generalmente accolta che il libro d'Agnello traesse origine ed ispirazione dal Libro Pontificale romano, ma non trovo per essa molta solidità di fondamento. Gli argomenti addotti per sostenerla s'appoggiano principalmente sulla identità del titolo e su talune somiglianze nella disposizione del libro, ma al giudizio mio sono argomenti deboli e inefficaci alla prova. Inoltre ammettendo queste ipotesi non è facile intendere come Agnello non si sia mai giovato del Pontificale Romano. In parecchi luoghi egli avrebbe potuto attingere da esso utilissime notizie, e non par cosa probabile il suo trascurarle senza ragione[65]. Ma tralasciando questo mio dubbio, il libro di Agnello ha certo tra i suoi pregi maggiori quello di non aver solo attinto dai libri come da unica fonte. Una delle sue somiglianze colle vite dei papi consiste nell'essersi molto giovato dei monumenti e d'avere ritrovata in essi una gran parte della sua storia. Come s'è detto, il sentimento e il sapere dell'arte lo aiutarono grandemente nel suo lavoro. Del continuo s'incontrano nel suo libro descrizioni di chiese e d'altri edifici ravennati, e il suo racconto s'appoggia alla autorità di epigrafi trovate in que' monumenti. Persin le figure dei personaggi di cui fa discorso, ci son recate innanzi dall'autore con descrizioni ricavate dalle pitture e daimosaici di cui era allora così gran copia in Ravenna che ancora è ricchezza stupenda quel che ne avanza dopo tanti secoli e tante vicende. «E,» dichiara egli stesso, «se a voi che leggete questo Pontificale verrà alcun dubbio, e vorrete indagare dicendo: ‘Perché non narrò i fatti di questo pontefice come degli altri predecessori?’ udite per qual ragione. Questo Pontificale dal tempo del beato Apollinare per ottocento e più anni dopo la sua morte composi io Agnello che anche son detto Andrea, esiguo prete di questa santa mia chiesa ravennate, pregandomi e costringendomi i fratelli di questa sede medesima. E dove trovai quel ch'essi fecero certamente, ciò io recai dinanzi a voi, e di quanto udii da più vecchi e longevi non defraudai gli occhi vostri, e dove non trovai storia o qual fosse la vita loro nè per uomini annosi e vetusti nè per edificio nè per autorità alcuna, per non far lacuna tra i santi pontefici, io, secondo l'ordine in che ottenner la sede un dopo l'altro, composi la vita loro aiutandomi Iddio per le vostre orazioni, e credo di non aver mentito perché e' furono pii e casti e limosinieri e acquistatori a Dio d'anime umane. E della effigie loro, se forse nasca pensiero tra voi come io potei conoscerla, sappiate che mi ammaestrò la pittura, perché ai lor tempi sempre si facevan le immagini a lor simiglianza. E se nasca questione che io dovessi affermare dalle pitture la effigie loro, Ambrogio vescovo santo di Milano, nella Passione dei beati martiri Gervaso e Protaso parlò della effigie del beato Paolo apostolo dicendo: ‘Il cui volto mi additò la pittura.’»
Com'è da aspettarsi, Agnello con questo suo metodo di scriver la storia mescola frequenti leggende di miracoli tra i fatti che narra e le notizie artistiche che ci tramanda indirettamente. Quando nelle vite più antiche gli vien meno l'aiuto di positive indicazioni nè trova molto oltre il nome del vescovo, egli stima lecito aggiunger di suo parole e racconti di lode contrapponendo, non senza amarezza di rimproveri, quelle vite ideali degli antichi alle vite reali dei vescovi recenti. Ciò d'assai scema fede alla sua storia quando in essa raccontasi direttamente alcun fatto antico, ed anche vien dubbio della imparzialità sua verso i contemporanei leggendo le acri espressioni appuntate contro quell'arcivescovo Giorgio che per qualche tempo gli tolse l'abbazia di San Bartolomeo. Dei papi parla spesso con gran libertà e con poco favore, la qual cosa ha forse ristretta la sua fama nel medio evo e ha reso scarsi a tal punto i manoscritti del suo libro, che oramai solo un codice se ne conosce che lo contiene intero. Lo stile suo molto disuguale è stato descritto bene dall'Holder Egger con queste parole che pongo qui a conclusione: «Il suo linguaggio, come quello di tutti gli scrittori italiani di quella età, simile piuttosto alla lingua del volgo che a quella dei classici, poco cura le leggi di grammatica. Ma le varie parti differiscono molto tra loro di stile e di maniera. Talora scrive abbastanza corretto, e, per quanto può, elegante; talora spropositato a maraviglia, negligente d'ogni composizione buona e costruzion retta di parole; per lo più semplice e asciutto, ma dove riferisceudite favole, parla copioso, concitato e spesso tumidissimo nè di rado oscuro. Massimamente imita la Sacra Scrittura, de' cui detti è ripieno il suo discorso oltre quanto può notarsi, ed i Padri della Chiesa, ma dove descrive fervidamente t'imbatti qua e là a spesso ripetute sentenze di Virgilio. Dal quale anche pigliò in ridicol modo nomi d'antichi, onde chiama i Greci dei suoi tempi Pelasgi e Danai e Mirmidoni. Inoltre vuolsi avvertire che il discorso suo abbonda di parole altrove inusitate, ἅπαξ λεγομένοις, per lo più tratte dalla lingua greca.»[66]
Il rapido decadimento morale a cui soggiacque la Chiesa Romana sul finire del secol nono, mentre inaridiva alle sorgenti il Libro Pontificale romano, die' vita a taluni scritti polemici il cui valore storico risalta per le molteplici questioni lungamente agitate sulla infallibilità papale. La storia di papa Formoso è nota. Strappato dalla tomba per volere di Stefano VI suo successore e nemico, il suo cadavere fu come persona viva sottoposto al giudizio di una sinodo e condannato solennemente (A. D. 897). L'assemblea sacrilega e feroce dichiarò reo quel miserando avanzo di papa, e affermò ch'egli era stato contravventore alle leggi della Chiesa e usurpatore della sedia apostolica. Rinnegata la elezione sua, tutti gli atti del suo pontificato furono annullati e l'informe spoglia, svestita delle insegne pontificie e mutila, fu con obbrobriogettata in Tevere. A così turpe strazio la malvagità dei tempi sempre crescente e la dura ferocia delle parti avean messo il papato, e cosiffatti successori sedevano dove Gregorio Magno avea ministrato! Ma contro lo scellerato atto di Stefano s'alzò la voce d'alcuni scrittori, e il morto Formoso ebbe sue difese. Uno di questi scrittori, Ausilio, nato d'origine franca, viveva a Napoli e credesi che morisse monaco a Montecassino. Lo aveva consacrato prete Formoso, e la consacrazione sua considerandosi nulla, egli alcun tempo dopo lo scandalo di Roma sostenne coraggioso e per quella età con molto sapere, la causa del condannato papa che in certo modo era sua causa. Colle stesse tendenze scrisse Eugenio Vulgario grammatico italiano, anch'egli per quanto pare dimorante a Napoli. Lo scritto suo è piuttosto una glorificazione che una difesa di Formoso a cui peraltro non si tenne sempre fedele. Dopo i primi scritti piegò verso la parte contraria, ma poi venuto al pontificato Giovanni X, di nuovo si mostrò formosiano collaInvectiva in Romamse è vero ch'egli la componesse, ma di ciò resta ancor qualche dubbio. Scritto con pesante artifizio di stile questo libello è fatto quasi eloquente dalla fiera iracondia che lo anima. Con ardor grande inveisce contro la intera città di Roma, e chiama in colpa della esecranda opera i Romani usati ab antico a ripagar di morte i loro benefattori. Perciò la violenza patita in altri tempi da Romolo e da San Pietro e San Paolo, doveva ora patire Formoso uomo santo giusto cattolico. «Il cadavere già per nove mesi sepolto strappaste dal sepolcro. Se era interrogato chemai poteva rispondere? Se avesse risposto, tutta quella orrenda congrega colta di terrore si sarebbe dispersa.»[67]Così in pochi tocchi egli descrive la sinodo che giudicò Formoso e che fu chiamatahorribilispur dal Concilio Romano dell'anno 898 adunatosi a riparare la sozza ingiuria.
Da questi scritti polemici i quali malgrado la passione che li impronta recano pure utilissime testimonianze su quel fatto straordinario, volgiamo ora a diverso genere di componimento. Appena Benedetto da Norcia ebbe fondati i primi monasteri, tosto il viver monastico si distese rapido per una immensa regione. La scintilla accesa a Subiaco e a Montecassino s'era propagata lontano, e a stuoli i benedettini popolavano ormai le campagne dell'intero occidente. A secondare questa tendenza verso la vita cenobitica e per impulso di essa, erano frequenti le fondazioni di nuovi monasteri. I quali spesso, favoriti dalle circostanze, privilegiati dai principi, arricchiti da ogni maniera di gente con doni di terre che i monaci colonizzavano quando il valor della terra era in picciol conto, presto salivano a grande stato di ricchezza epotenza. La regola benedettina che oltre al lavoro manuale dei campi, imponendo ai monaci il leggere promuoveva la trascrizione dei manoscritti, accoppiava al beneficio inestimabile di moltiplicar libri l'altro non lieve di serbar nei monasteri alcun barlume di quella cultura che allora spegnevasi negletta dal rimanente clero in Italia. Fioca luce invero, ma pur così fioca valse tra il nono secolo e il decimo a ispirar talune scritture intorno alla origine e alle prime vicende di parecchi monasteri. Mista di leggende e di racconti miracolosi esse contengono una messe considerevole di fatti veri e molti tratti caratteristici di cui può servirsi lo storico nel ricomporre da quegli scarni profili il quadro di una età tanto buia[68].
Tra questi lavori uno ve n'ha che narra le origini del monastero di Farfa in Sabina. La storia della prima fondazione di questo monastero non posa nel fermo e si perde nella leggenda. Un santo uomo di nome Lorenzo, venuto dalla Siria a Roma nei tempi di Giuliano imperatore, fondò il monastero distrutto poi alla prima venuta dei Longobardi o, secondo un'altra versione, anche prima durante l'invasione vandalica di Genserico. Più tardi coll'aiuto di Faroaldo duca di Spoleto, il pellegrino Tommaso daMorienna ricostruì il monastero. Presto v'affluirono d'ogni lato i monaci, e la badia prosperò di tal guisa che a breve andare fu delle prime d'Italia, vasta per la estensione de' suoi possedimenti, potente per le sue relazioni coi duchi di Spoleto e coi re d'Italia. Perciò riesce pieno d'interesse quanto ce ne narra laConstructiooLiber Constructionis Farfensis, dall'anno 705, a cui può ricondursi approssimativamente la seconda e certa fondazione del monastero, fino all'anno 857 nel quale essaConstructioha il suo termine. Opera d'un monaco ignoto del secolo nono, questo scritto non è pervenuto a noi quale lo compose l'autore, e solo ce ne resta quel che ne fu interpolato in un antico codice del monastero che contiene lezioni sulle vite di alcuni santi[69]. Questi avanzi dellaConstructiocopiati senza alcun dubbio dal testo originale, recano testimonianza di una latinità assai migliore di quella che s'incontra per solito in quella età. Ciò forse è dovuto alla influenza delle relazioni onde il monastero fu sempre legato ai dominatori longobardi e franchi che nei loro contrasti colla sedeapostolica lo tennero fin dal principio come il baluardo loro più prossimo alle mura di Roma. Governato da abbati di origine franca quando la cultura ecclesiastica era meglio curata oltralpe che a Roma, il monastero non soggiacque del tutto a questo periodo di decadenza letteraria che si attraversa, e vedremo più tardi sorgere tra le sue mura i primi inizî di una rinascenza storica a cui prelude intanto questaConstructio. Ad essa collegasi strettamente e fornisce materia di compilazione, la vita dei tre fondatori del monastero di San Vincenzo al Volturno. Nel primo quarto del secolo ottavo fondarono questo monastero tre giovinetti beneventani di nobile lignaggio e parenti fra loro, consigliandoli ed aiutandoli all'opera quel medesimo Tommaso di Morienna che avea ravvivato il monastero di Farfa. Autperto monaco e più tardi abbate di San Vincenzo raccontò la storia de' suoi fondatori non molti anni dopo ch'essi eran morti. Per questo racconto non s'accresce invero il patrimonio della storia, e solo è da farne menzione perché si ricongiunge alla storia di Farfa ed è monumento antichissimo della età longobarda[70]. Piùrilevante invece è laDestructio Farfensis, scritta nel principio del secolo undecimo da Ugo abbate di Farfa. Al fermarsi delle invasioni barbariche calate da settentrione, l'Italia ebbe a patire nuove invasioni dall'Affrica. I Saraceni fattisi signori della Sicilia, venivano distendendo il dominio loro nel mezzogiorno d'Italia, e dove non avevano dominio stabile si spingevano rapinando in temporanee incursioni. Secondo il più o men di resistenza che lo stato politico d'Italia poteva opporre, essi davano indietro o avanzavansi. Roma stessa minacciata sovente, vide un giorno le orde saraceniche irrompere in San Pietro, e le vôlte della venerata basilica echeggiarono l'urlo selvaggio degli Infedeli saccheggiatori. È agevole intendere come i monasteri meridionali o non lontani dal mezzogiorno, isolati nelle campagne e celebri per le raccolte ricchezze, fosser continuo oggetto di mira pei Saraceni. L'odio pei tempî cristiani e la cupidigia del bottino eran d'invito a spiar le occasioni per invadere quelle badie e spesso dopo averle predate distruggerle. La badia farfense posta alle falde d'un colle sabinate in luogo molto bene accessibile ad unaincursione, soggiacque alla sorte comune e fu distrutta. Così ridotta in rovina, Farfa rimase a lungo deserta dai monaci che vi tornarono sol quando fu possibile tornarvi con qualche speranza di sicurezza. La restaurata badia patì varie vicende finché il monaco Ugo levato al seggio abbaziale poté in un governo lungo e glorioso (A. D. 998-1039) rialzarne le sorti e la scaduta disciplina. Uomo di gran cuore e d'ingegno, Ugo non s'appagò del riformare il suo monastero e richiamarlo allo splendore antico: volle farsene storico e seguitar l'opera dell'anonimo autore dellaConstructio. Colla buona latinità tradizionale nella scuola di Farfa, Ugo ripigliò il lavoro dove l'altro lo aveva lasciato, e continuandolo fino ai suoi tempi lo intitolòDestructiodal gran fatto ch'ei narra della incursione saracenica. Per la storia di queste incursioni e per quella di Roma e di Spoleto ai tempi di Alberico, di Marozia e di Ugo re d'Italia, laDestructioha grande importanza e merita forse più attento esame che non ebbe finora dagli storici[71].
Prima di distruggere la badia di Farfa, i Saraceni avean distrutta quella di San Vincenzo al Volturno e quella di Montecassino non meno fiorente e più famosa d'ogni altra. Quest'ultima fortemente situata a mezza via tra Roma e Napoli sul vertice d'un monte che domina la valle del Garigliano, fu minacciata lungamente prima di patire il saccheggio degliArabi. Tra le ansietà di questa minaccia fu scritta una breve cronaca che dopo avere riassunto rapidamente dietro le vestigia di Paolo Diacono la prima storia di Montecassino, si distende in molti particolari sui fatti avvenuti in quei luoghi d'Italia verso il mezzo del secol nono fino all'anno 867. Intreccia, al solito, fatti veri e leggende, ed è scritta in un latino di cui la rozzezza male potrebbero superare altri scritti di quella età così barbara. Ma per la storia del Principato longobardo di Benevento, per quella degli Arabi in Italia e di lor guerre con Ludovico imperatore, è una preziosa cronaca. Nel frammento che segue si narra in qual modo il Monastero sfuggì una volta l'eccidio minacciatogli, e bene si pare da esso con quali cautele debba aggirarsi lo storico tra queste cronache per isceverare il vero tra le molte fallacie che ne precludono la vista agli occhi suoi.
«A questi dì i Saraceni uscendo di Roma, tutto devastarono l'oratorio di Pietro principe degli apostoli beatissimi, e la chiesa del beato Paolo, e uccisero Sassoni[72]assai, e molt'altra gente varia di sesso e d'età. E pigliarono la città di Fondi e depredati i luoghi vicini, a settembre accamparonsi di là da Gaeta. Contro ai quali arrivò l'esercito dei Franchi, ma sbaragliato dai Saraceni il dì quarto delle idi di novembre, si mise in fuga. I Saraceni inseguendo i Franchi e pigliando loro ogni cosa,giunsero da ultimo a santo Andrea e ne arsero il convento. I quali pervenuti al convento del beatissimo Apollinare vescovo, che chiamano d'Alviano, vider da presso il monte del beatissimo confessore di Cristo, e volean subito salirvi ma l'ora tarda vietò loro il passaggio. Adunque tanta era allora serenità di cielo e siccità di terreno, che il fiume poteva attraversarsi a piedi da chi voleva. I monaci del beatissimo padre Benedetto, vedendosi così vicina la morte, tosto si dieder l'assoluzione a vicenda supplicando il Signore misericordioso che ricevesse propizio in pace le loro anime ch'essi ad ogni minuto aspettavansi dovesser migrare per morte repentina. Tutti dunque a pie' nudi, sparso di cenere il capo, con litanie trassero al patrono loro Benedetto beato. Mentre era grande il terrore e trepida l'aspettazione e facevasi copiosa prece all'onnipotente Signore, apparve in visione a Bassacio padre il suo predecessore Apollinare abbate, dicendo: ‘O che avete? che dolore vi preme?’ E Bassacio: ‘Padre, ci sta sopra la morte, e non è da temere?’ ‘No, dice, non vogliate temer nulla: il pio padre Benedetto ottenne la salvezza vostra. Pregate dunque ardentemente Iddio con litanie e solennità di messe. Iddio esaudirà pronto le voci che chiamano a lui: da ultimo noi pur che siam nella chiesa, non cessiamo insieme cogli altri cittadini del cielo di pregare Gesù Cristo Signore per voi.’ E sorgendo dal sonno il pastor Bassacio e narrando ciò ai fratelli, tutti insieme con eccelsa voce benedissero Iddio che salva chi spera nellamisericordia sua. Allora subito ecco venire una pioggia immane, e lampi e tuoni così veementi che il fiume Carnello (Garigliano) crescendo oltre il segno, die' fuori. E mentre il dì prima potevano i nemici passarlo a piede, il dì appresso, costretti dalla repulsione divina, non potevano neppure accostarsi alle ripe. Volevan pure attraversare ad ogni modo il fiume, ma non trovando alcun adito per passare al cenobio, mordevansi le dita secondo lor fiera barbarie, e fremevano e stridevano i denti correndo qua e là furibondi. E per non tralasciare l'usata scelleratezza loro arsero i conventi dei beatissimi martiri Stefano e Giorgio, e passando pei Due Leoni se ne tornarono all'accampamento. Alquanti giorni dipoi uccisi i loro cavalli si misero in mare. I quali quando furono così prossimi alla patria loro che già vedevano i monti vicini, fecero festa con applausi marinareschi secondo l'usanza loro. Ed ecco apparir tra loro una navicella che recava due uomini, e l'uno avea l'abito come di chierico e l'altro di monaco. I quali dissero a loro: ‘Onde venite e dove andate?’ Ma quelli risposero dicendo: ‘Torniamo via da Pietro, devastammo a Roma tutto l'oratorio di lui, predammo il popolo e il paese, vincemmo i Franchi e ardemmo i conventi di Benedetto. E voi,’ dicono, ‘chi siete?’ Rispondono quelli: ‘Chi noi pur siamo vedrete or ora.’ Tosto venne su una gran tempesta e una procella veemente: onde le navi tutte furono infrante e tutti i nemici perirono: nessuno affatto di loro rimase che annunziasse la cosa ad altri. Nel tempo seguentepoi, Leone venerabile papa, circondò l'oratorio del beato Pietro di mura fermissime ed eccelse affinché un evento somigliante non accadesse più mai in Roma.»[73]
Alla cronaca cassinese è aggiunto un catalogo degli abbati del monastero colla indicazione degli anni in cui vissero e governarono a Montecassino. E qui mentovando un catalogo mi par luogo d'accennare a quest'altro genere di componimento storico, non raro intorno a questi tempi fino all'undecimo secolo e utilissimo specialmente alla cronologia. Questi cataloghi consistono generalmente di semplici liste con nomi di sovrani, di vescovi, d'abbati o d'altri personaggi, colla menzione degli anni in cui governarono, e talvolta col ricordo di qualche avvenimento. Così per esempio in un catalogo la serie dei re longobardi termina in questo modo:
«Ratchis regnò anni cinque e mesi tre.
«Astolfo regnò anni otto e mesi sei.
«Desiderio regnò anni diciotto, mesi due, giorni dieci. E così compiono 201 anni nei quali i predetti venti re regnarono nel regno d'Italia, come s'è notato particolarmente di sopra. Nel qual tempo fu presa Pavia e la incarnazione del nostro signore Gesù Cristo a quel tempo correva nell'anno 775. E dopo questi predetti venti re, il dominio del regno d'Italia pervenne a Carlo imperatore succedente al re Desiderio sopraddetto....» e dopo qualche altraparola cominciando la serie dei Carolingi scende per tutti i dominatori d'Italia fino agli Enrichi dell'undecimo secolo[74].
Quando finalmente Montecassino fu preso e devastato dai Saraceni (A. D. 883), toccò ai monaci di rifugiarsi come in esilio ad aspettare giorni migliori nelle vicine città di Teano e di Capua. Il monaco Erchemperto trasse cogli altri a Capua ed ivi poi scrisse una storia de' Longobardi beneventani la quale incomincia dal duca Arechis e si distende fino all'anno 889 appoggiandosi come di consueto per la parte più antica a Paolo Diacono e ai suoi continuatori.Nato a Teano, Erchemperto entrò fanciullo nel monastero e ne seguì le sorti travagliose in quella età di procelle. Lasciata Capua dopo restaurata la Badia (A. D. 886), pare ch'egli tornasse in breve a quella città, e vi tenesse poi stabilmente dimora, accolto forse in qualche monastero dipendente da Montecassino. Quivi egli longobardo di origine e di aderenze, fu indotto dagli amici suoi a scrivere il suo lavoro e a riferire le vicende dei Longobardi meridionali «dei quali,» egli dice, «a questi giorni nulla si trova degno e lodevole che meriti d'esser notato con verace stile, e perciò io non il governo loro ma l'eccidio, non la felicità ma la miseria, non il trionfo ma la rovina, non come sieno cresciuti ma come si sieno disfatti, non come abbiano superati gli altri ma come dagli altri sieno stati superati e vinti, traendo alti sospiri dall'intimo core, narrerò rozzamente e breve ad esempio dei posteri. E vinto dalle preghiere degli amici, dichiaro che io non solo narro quanto vidi cogli occhi miei, ma e più quanto udii cogli orecchi, imitando l'esempio di Marco e Luca evangelisti i quali piuttosto per quel che udirono che per quello che videro, scrissero gli evangeli.»[75]
Vivente nel teatro della sua storia, talvolta spettatore o vittima dei fatti che narra, e più sovente, amico e uditore di chi ne fu testimonio di vista, Erchemperto produce il suo racconto colla semplicitàspedita di chi parla cose familiari alla sua mente. Alquanto rozzo ma non pesante di forma, nella sostanza sincero e credibile, ei ci ragguaglia intorno alle guerre che si aggravavano sull'Italia meridionale ed alle spogliazioni che infliggevano ad essa le orde dei Saraceni e dei Greci i quali ultimi odia e spregia assai peggio dei primi. Il lavoro suo che ci abbandona all'anno 889, aveva un seguito la cui perdita è grave. Di questa perdita ci compensa in qualche modo lo scritto di un anonimo salernitano[76], che ci ragguaglia intorno alla storia dei principati longobardi fino al 974. Egli adopera molto Paolo Diacono ed Erchemperto nella compilazione sua, e solo può considerarsi come fonte originale nell'ultima parte del suo lavoro. Scrittor vivace ma di poca critica, è l'unico cronista a cui possa appoggiarsi in questi anni la storia dell'Italia inferiore. Ciò rende tanto più importuna la interruzione dell'opera di Erchemperto il quale per fermo tra gli scrittori meridionali è il maggiore, e neppure trova, fuor della scuola di Farfa, chi possa paragonarsegli nell'Italia centrale.
Nell'alta Italia due scrittori assai diversi tra loro diedero segno di loro attività letteraria nel campo storico. Un d'essi, il prete Andrea da Bergamo, compilando nell'anno 877 un riassunto della storia longobarda di Paolo Diacono, la continuò fino al suo tempo. Di quante se ne sono menzionate finora questa è forse la scrittura più barbara, talché la esattezzadelle notizie la fa pregevole per la parte media del secolo nono ma non vale a salvar dal tedio e dalla fatica chi prende a leggerla[77]. Per contro pochi anni dopo, sullo schiudersi del secolo decimo, ci apparisce innanzi un lavoro di poesia storica il quale lasciandosi indietro a gran pezza ogni altro scritto contemporaneo, rivela d'improvviso una larga conoscenza della lingua latina e degli autori classici. Il poeta si propone per eroe Berengario e celebra le imprese ch'egli sostenne per conquistarsi il regno d'Italia e la corona imperiale. Il poema che s'intitola: Panegyricus Berengarii è veramente un panegirico, e l'autorità sua come fonte storica per chi lo pigli da solo, non ha gran valore. Con molta finezza l'autore si studia di far sempre apparire legittima ogni pretesa di Berengario, e di palliare coi versi il signoreggiar della forza sopra ogni pretesa di diritto. Ma se non si vuol dar cieca fede alla storia di questo poema, certo come produzione letteraria, ragguagliandolo alla stregua dei tempi, è lavoro mirabile. Fu composto, per quanto pare, a Verona tra l'anno 916 e il 924 da un maestro di grammatica il cui nome è rimasto ignoto. Non può affermarsi con sicurezza se l'autore fosse laico od ecclesiastico, ma l'ignoranza che prevaleva allora nel clero italiano, indurrebbe piuttosto a farlo ritener laico. Postosi innanzi gli esempi d'Omero, di Virgilio e di Stazio, egli racconta sulle orme loro le imprese dell'eroe fino allasua coronazione in Roma. Tra i frequenti difetti di costruzioni stravolte e d'espressioni ricercate ed oscure, gli esametri suoi tutti fioriti d'emistichii e di versi classici son messi insieme con abilità sufficiente. Composto per essere letto e studiato nelle scuole di grammatica, questo panegirico ebbe l'onore di un commentario contemporaneo che lo spiega nei passi men facili. Anch'esso questo commentario è notevole per la buona conoscenza che mostra della letteratura classica, e ancor più per un certo modo di commentare che indica come coloro ai quali il commento si dirigeva, possedessero pure nozioni classiche non troppo scarse nè vili[78].
Dinnanzi a questo poema e ai segni di sapere che intorno a questo tempo appariscono sparsi qua e là in Italia, viene naturale il domandarsi quale fosse allora lo stato della cultura italiana. È egli ben vero che l'Italia fosse ottenebrata dalla profonda barbarie indicata dalle scarse e ruvide scritture ecclesiastiche che ci avanzano di quei secoli? A questa domanda, dopo il Tiraboschi e il Giesebrecht, ha risposto con tanta giustezza l'alemanno Wattenbach che mi stimerei in colpa s'io togliessi ai lettori una bella paginaesponendo con parole mie le sentenze di quell'insigne maestro:
«Noi ci troviamo innanzi ad una cultura» così egli parla «che non trae origine dalla Chiesa ma è nutrita da quegli isolati grammatici di cui l'attività non cessò mai in Italia. È merito di Guglielmo di Giesebrecht l'avere indicato per la prima volta come queste scuole rimanessero sempre in Italia e spargessero un grado di cultura tra i laici sconosciuto dall'altro lato delle Alpi. In Italia, diceWipone nell'undecimo secolo, tutti i fanciulli vanno regolarmente a scuola, e soltanto in Germania si stima cosa inutile o sconveniente l'educare un fanciullo s'egli non è destinato alla Chiesa. I laici italiani leggevano Virgilio ed Orazio, ma non scrivevano libri, e intanto il clero parte s'immergeva nell'ignoranza e parte si consacrava troppo agli affari politici per affannarsi dietro agli sforzi eruditi di quel tempo. Per tal modo si spiega il difetto di produttività letteraria e la povertà della attuale letteratura, mentre d'altronde per quel panegirista, e alquanto più tardi per Liudprando, apparisce una piena maravigliosa di erudizione classica e grande abilità d'espressione, massime nel verseggiare che era oggetto precipuo della cultura scolastica. Alcuni del clero gustavano avidamente il frutto proibito, ma generalmente il clero stava contro questo movimento in cui non senza ragione riconosceva un elemento pagano. La scienza non era qui presa a servizio della Chiesa: essa teneva una posizione indipendente ma era quasi esclusivamente di una natura formale e però essenzialmente improduttiva.»[79]
Col sorgere della dominazione degli Ottoni (A. D. 961), si chiude il faticoso ciclo storico di cui sono venuto descrivendo le fonti man mano che le raccoglievo di qua e di là secondo che mi riusciva. La fiacca dominazione dei successori di Carlomagno, scemando in Italia le forze della monarchia, aveva per guisa accresciute quelle dei nobili, che a poco a poco essi fatti come indipendenti guerreggiavan tra loro disputandosi il potere supremo. Così crebbero quei fieri e potenti signori d'Ivrea, del Friuli, della Toscana, di Spoleto, i quali oramai fuor d'ogni soggezione dall'Impero ambivano al regno. Sono di questa età le lotte di Berengario duca del Friuli con Guido e Lamberto di Spoleto pel trono d'Italia, e le dispute tra loro e i principi tedeschi e francesi per la corona imperiale (A. D. 888-924), e i regni turbolenti e tirannici di Rodolfo, Ugo, Lotario di Provenza, e, per ultimo, di Berengario II. Tra queste lotte pativa oppressa l'Italia, mentre a Roma gli Alberichi e Marozia trascinavano nel fango il Papato di cui s'erano fatti padroni (A. D. 924-961). A questo punto le tenebre cominciano a diradarsi e succede l'età dei tre Ottoni sassoni i quali tennero l'Impero e ressero Italia per quarant'anni circa, dal 961 al 1002.Non è di questo luogo esaminare i vantaggi e i danni di questa dominazione, e come con essa si stringesse inestricabilmente quel vincolo tra Italia e Germania per cui la storia delle due nazioni quasi si confonde in un cumulo doloroso di vicende piene di miseria e di sangue. Giovi qui soltanto accennare come Ottone il Grande per abbassare la potenza dei nobili aiutò lo svolgersi delle libertà comunali, e nelle città accrescendo le attribuzioni politiche dei vescovi, sostituì in certo modo la forza di una nobiltà elettiva a quella di una nobiltà ereditaria. Da ciò le aderenze degli Ottoni tra gli uomini di chiesa e massimamente tra i vescovi dell'alta Italia. Tra questi campeggia Liudprando vescovo di Cremona che si fece storico di quei tempi[80]. Simile in ciò ai più antichi scrittori di cui si è trattato, Liudprando ebbe parte non ultima nella vita pubblica. Nacque verso il 920 in Lombardia e, secondo alcuni, fu propriamente pavese. Perdette nella infanzia il padre, e fueducato con molta cura dal suo patrigno, uomo, come egli ci narra, grave di costumi e pieno di sapienza[81], le quali parole ricordano quel che s'è detto sulla cultura del laicato italiano. Nell'anno 931 raccomandato al re Ugo come fanciullo ricco d'ingegno e dotato di bella voce, fu ammesso alla corte regia. Guadagnatosi il favore del re, prese più tardi la via ecclesiastica e fu ascritto tra i diaconi della chiesa di Pavia. Quando nel 945 Ugo abbandonò in fuga il regno, Liudprando potè ottenere onorata posizione alla corte del nuovo re Berengario II. Sembra che per qualche tempo anche questo sovrano ne tenesse in pregio le doti e si servisse di lui volentieri. Negli anni 949-950 fu inviato a Costantinopoli in imbasciata e a siffatta legazione parevano designarlo particolarmente i suoi studî e le tradizioni di famiglia perché già il padre e il patrigno suo avevano entrambi disimpegnato lo stesso ufficio. Il viaggio gli giovò mirabilmente a farsi pratico delle usanze e delle istituzioni dei Greci, e a procacciarsi una conoscenza piena di lor lingua e di loro letteratura da cui doveva trarre gran giovamento più tardi. Quando fu ritornato in patria alienò da sé fino all'odio Berengario e la regina Willa ma non se ne sanno i motivi, e fu costretto a rifugiarsi in Germania dove il sassone re Ottone I lo accolse onorevolmente. Nell'esilio si rese familiare la lingua tedesca che anch'essa gli riuscì poi di grande vantaggio nella trattazione degli affari a cui fu chiamato allorché Ottone spinto dai suoi grandi destiniscese in Italia. Nell'anno 956, mentre ancora era a corte in Germania si strinse d'amicizia con Recemundo vescovo di Elvira il quale lo consigliò d'intraprendere la storia dei suoi tempi. Maturato un pezzo il consiglio, Liudprando dopo due anni cominciò a Francoforte il suo lavoro. L'odio che nutriva verso Berengario e Willa, gli suggerì il titolo del libro e lo chiamòAntapodoseos, o libro della restituzione, volendo significare ch'egli avrebbe restituito bene per bene agli amici e male per male a chi lo aveva cacciato in esilio. I sei libri dell'Antapodoseos furono scritti interrottamente tra il 958 e il 962 in luoghi e tempi diversi. Incominciando dall'anno 888, data abbastanza vicina all'autore per ottener verbalmente le testimonianze contemporanee o quasi contemporanee, egli racconta la storia dei fatti accaduti in Europa. È un libro curiosissimo nel quale gli avvenimenti dei diversi paesi si seguono e s'incalzano con grande abbondanza e con ricchezza di particolari maravigliosa. Naturalmente le cose d'Italia occupano la parte maggiore dell'opera, ma la vasta tela di essa abbraccia luoghi e persone lontane. Italiani, Tedeschi, Saraceni, figure e storie d'ogni maniera dagli atti di papi e d'imperatori fino a quelli del volgo, racconti di battaglie, esempi di virtù, pitture di scandali osceni, v'è un po' di tutto nel libro, ed anco è notevole che le leggende occupano in esso piccolissimo luogo. La narrazione giunge fino all'anno 950 dove il sesto libro dell'Antapodosi rimane interrotto. Liudprando s'era proposto di condur l'opera fino ai tempi del suo esilio, ma la gran mole degli affari che glivenne sopra, e forse, come pensa il Dümmler, l'odio suo placato per la caduta di Berengario, lo distolsero dal continuare. Le sorti della sua vita s'erano mutate. La nazionalità sua, l'ingegno pronto e versatile, l'attitudine agli incarichi diplomatici, la familiare conoscenza di varie lingue, lo chiamavano alle cose di Stato. Nell'anno 961 Ottone il Grande sceso appena in Italia lo aveva preposto alla sede vescovile di Cremona. Da quel tempo egli fu in mezzo a tutti gli affari d'Italia e alle relazioni d'Ottone colla Grecia. Nell'estate dell'anno 964 andò a Roma legato al papa Giovanni XII e di lì a breve si trovò con Ottone presente al Concilio dove quell'indegno pontefice fu deposto, e toccò a lui d'interpretare ai vescovi italiani il discorso del monarca tedesco. Partecipò alle elezioni di Leone VIII e alla deposizione di Benedetto V suo competitore. Di tutti questi avvenimenti occorsi sotto gli occhi suoi tra il 960 e il 964, egli scrisse la storia per comando dello stesso imperatore in un libro intitolatoHistoria Ottonis. Forse la dignità delle cariche a cui era salito e la parte presa alle cose narrate, contribuirono a rendere questo scritto assai più calmo e scevro da quella passione di parte che fa così acre l'Antapodosi. Nè ciò giova solo a diminuirgli d'assai il difetto di parzialità onde è accusato, ma aggiunge se è possibile evidenza di colorito al suo racconto. La deposizione di Giovanni XII, per esempio, è narrata in modo così vivo e spiccato, che leggendola par d'assistere al Concilio che la decretò. Dopo aver descritte le differenze per le quali l'imperatore e il papa erano venuti atermini inconciliabili, e come il pontefice non solo non avesse badato alla sua legazione, ma, contro i patti, avesse accolto Adalberto figlio di re Berengario entro le mura stesse di Roma, Liudprando prosegue:
«Mentre accadean tali cose, la costellazione del Cancro ardua per gli accesi raggi di Febo allontanava l'imperatore dai castelli romani, ma quando la costellazione della Vergine tornando portò seco la stagion grata, egli invitato segretamente dai Romani venne a Roma (A. D. 963). Ma perché dirò «segretamente» quando la maggior parte degli ottimati invase il castel di San Paolo e invitò il santo imperatore dando perfino gli ostaggi? A che indugiarsi in parole? Accampatosi l'imperatore presso alla città, il papa e Adalberto se ne fuggon da Roma. I cittadini accolgono nella città il santo imperatore con tutti i suoi, promettono fedeltà, aggiungendo e giurando fermamente ch'essi mai non eleggerebbero il papa nè l'ordinerebbero senza il consenso e la elezione del signore imperatore Ottone cesare augusto, e del figlio di lui il re Ottone.
«Dopo tre giorni, chiedendolo del pari i vescovi romani e la plebe, si fa grande adunanza nella Chiesa di San Pietro, e coll'imperatore sedettero gli arcivescovi, di quei d'Italia: Rodaldo diacono per Ingelfredo patriarca d'Aquileia trattenuto colà, come suole accadere, da una improvvisa malattia, e Gualperto di Milano e Pietro di Ravenna; di quei di Sassonia: Adeltac arcivescovo, e Landoardovescovo Mimendense; di Francia Otcherio vescovo di Spira; dell'Italia i vescovi Uberto di Parma, Liudprando di Cremona, Ermenaldo di Peggio.» E qui segue una lunga lista di vescovi quasi tutti italiani e dei preti e cardinali romani che si trovarono al concilio oltre ai rappresentanti della nobiltà e del popol di Roma menzionati anch'essi nella lista, dopo la quale Liudprando ripiglia il suo racconto:
«Sedutisi adunque costoro e fattosi un gran silenzio, così sorse a dire il santo imperatore: ‘Quanto sarebbe acconcio che a tanto chiaro e santo concilio si trovasse presente il signor papa Giovanni! Però avendo egli rifiutata la compagnia vostra, noi consultiam voi, o padri santi, che avete seco comune la vita e gl'interessi.’ Allora i pontefici romani e i cardinali preti e diaconi con tutta la plebe universale esclamarono: ‘Ci maraviglia che la santissima prudenza vostra voglia farci scrutare quello che non è nascosto agli Iberici nè ai Babilonesi, nè agli Indi. Costui non è già di coloro che vengono in veste di agnello e dentro son lupi rapaci: egli infierisce così apertamente, tratta così in palese i suoi diabolici affari che non usa andare in circuito.’ L'imperatore rispose: ‘A noi par giusto che le accuse siano espresse nominatamente, e quindi si tratti di comune consiglio ciò che dobbiamo fare.’ Allora sorgendo Pietro cardinale prete, attestò che egli l'aveva veduto celebrar la messa senza comunione. Giovanni vescovo di Narni e Giovanni cardinale diacono, dichiararono d'averlo veduto ordinare un diacono in una stalla di cavalli e non nelleproprie ore. Benedetto cardinale diacono con altri condiaconi e preti dissero ch'ei sapevano che egli faceva a prezzo ordinazioni di vescovi, e che aveva ordinato vescovo un fanciul di dieci anni nella città di Todi. Dissero non esser necessario indagare sui sacrilegî perchè ne avevano veduto più di quanto potrebbero apprendere udendo. Dissero degli adulterî.... Dissero che aveva esercitata pubblicamente la caccia; che avea privato degli occhi Benedetto padre suo spirituale talché ei n'era morto indi a poco; che aveva evirato e ucciso Giovanni cardinale suddiacono; e attestarono che avea fatti incendi, cinta la spada, vestito l'elmo e la lorica. Che avea bevuto per amor del demonio lo acclamarono tutti, chierici e laici. Dissero che giuocando ai dadi aveva invocato l'aiuto di Giove e di Venere e degli altri demoni. Dichiararono ch'egli non avea celebrato mattutino e le ore canoniche, e ch'ei non si muniva col segno della croce.
«Udito ciò l'imperatore, poiché i Romani non potevano intendere il linguaggio suo sassone, impose a Liudprando vescovo di Cremona di esprimere a tutti i Romani quanto segue in latino. Onde quegli sorgendo incominciò: ‘Spesso accade, e noi per esperienza crediamo, che gli uomini costituiti in dignità sieno macchiati d'infamia dagli invidiosi, ché il buono spiace ai malvagi come il malvagio ai buoni. E ciò è cagione che ci sembri dubbia questa accusa contro il papa, che ora lesse e fece con voi Benedetto cardinale diacono, incerti se essa prorompa da zelo di giustizia o da livore d'empietà.Onde coll'autorità della dignità concessa a me indegno, io vi prego per quell'Iddio che pur volendo niuno può ingannar mai, e per la santa madre di lui Maria Vergine intemerata, e pel corpo preziosissimo del principe degli apostoli nella cui Chiesa si tiene questo discorso, che non si lanci al signor papa accusa nessuna di colpe ch'egli non abbia commesse e che non sieno state vedute da uomini provatissimi.’ Allora i vescovi, i preti, i diaconi e il rimanente clero e tutto il popolo dei Romani come un sol uomo dissero: ‘Se e quanto lesse Benedetto diacono, e indegne cose anche maggiori e più turpi non commise Giovanni papa, non ci assolva dai legami dei peccati nostri Pietro principe beatissimo degli apostoli che chiude il cielo agli indegni e l'apre ai giusti, ma ci annodi il vincolo dell'anatema e nel giorno novissimo siam posti dalla parte sinistra con coloro che dissero al signore Iddio: Allontanati da noi, non vogliamo la scienza delle tue vie. Che se non concedete fede a noi, almeno dovete credere all'esercito del signor imperatore, a cui quegli andò incontro cinque giorni or sono cinto di spada e armato di scudo, di elmo e di lorica.’ Allora disse il santo imperatore: ‘Tanti sono i testimoni di ciò quanti i combattenti nell'esercito nostro.’ La Santa Sinodo disse: ‘Se piace al santo imperatore si mandino lettere al signor papa, che venga e si purghi da tutte queste accuse.’ Allora gli fu mandata questa lettera:
«‘Al sommo pontefice e papa universale Giovanni signore, Ottone per concessione della clemenza divinaimperatore augusto, cogli arcivescovi e vescovi di Liguria, Toscana, Sassonia e Francia, nel nome del Signore. Venuti a Roma per servigio di Dio, avendo richiesto intorno alla vostra assenza i figliuoli vostri, cioè i vescovi romani, i cardinali preti e diaconi, e tutta la plebe universa, per quale cagione non volevate veder noi che siam difensori di vostra Chiesa e vostri, tali e così oscene cose ci riferirono di voi, che ci farebbero vergogna se si dicessero d'un istrione. Delle quali, per non tenerle nascoste alla grandezza vostra, descriveremo qui alcune brevemente, che se volessimo specificarle tutte, un sol giorno non ci basterebbe. Sappiate adunque che non da pochi, ma da tutti, così dell'ordine nostro che dell'altro, voi siete accusato d'omicidio, di spergiuro, di sacrilegio e d'incesto. Dicono anche, e fa raccapriccio a udirsi, che avete bevuto per amor del diavolo, e che al giuoco dei dadi avete invocato l'aiuto di Giove, di Venere e d'altri demoni. Ora noi preghiam vivamente la paternità vostra che non lasciate di venire a Roma e di purgarvi da tutte queste accuse. Se per avventura temete la violenza della moltitudine temeraria, noi vi promettiamo con giuramento che non si farà nulla fuor della sanzione dei santi canoni.’
«Colui avendo letta questa lettera scrisse questa apologetica: ‘Giovanni vescovo, servo dei servi di Dio, a tutti i vescovi. Abbiamo sentito dire che voi volete fare un altro papa; se ciò farete io vi scomunico da parte di Dio onnipotente per modoche non abbiate licenza di ordinar nessuno nè di celebrar la messa.’»[82]
Allorché questa rozza lettera fu letta in Concilio, spiacque del pari per la forma e per la sostanza. Fu stabilito che l'imperatore e con lui tutta la sinodo intimassero a Giovanni di venire in Roma alle discolpe, minacciandogli di deporlo se non si piegasse. La lettera d'intìmo come era stata concepita fu subito scritta con vigore fermo di pensiero e di stile. Respingeva sdegnosa la scomunica papale con acerbi rimproveri per l'inconsulta ingiuria fatta all'assemblea, affermava l'autorità di questa a minacciar lui di scomunica se non compariva, e concludeva paragonandolo a Giuda di cui l'autorità apostolica era cessata col tradimento. Il messaggio fu affidato ai cardinali Adriano e Benedetto e questi si mossero subito per andarlo a recare.
«I quali arrivati a Tivoli non lo trovarono; ché già se n'era andato in arme alla campagna nè v'era alcuno il quale sapesse indicar loro dov'egli fosse. E non potendo trovarlo se ne tornarono alla Santa Sinodo che si raccolse allora per la terza volta. Ed ora l'imperatore disse: ‘Aspettammo la venuta suaper lamentarci con lui presente della condotta sua verso di noi. Ma poiché sappiam certo ch'ei non verrà, vi chiediam con istanza di ascoltare com'egli siasi con noi condotto perfidamente. Facciam dunque noto a tutti voi, o arcivescovi, vescovi, preti, diaconi e a tutto il rimanente clero, e a voi conti, e giudici, e a tutta la plebe, che questo medesimo Giovanni papa oppresso da Berengario e da Adelberto ribelli nostri, mandò nunzî in Sassonia pregandoci che per l'amor d'Iddio venissimo in Italia a liberar la chiesa di san Pietro e lui dalle loro fauci. Quello poi che noi coll'aiuto di Dio abbiamo fatto, non serve dire perché voi lo vedete innanzi a voi. Strappato per opera mia dalle loro mani e restituito al debito onore, egli, dimentico del giuramento e della fedeltà che mi promise qui sopra le reliquie di san Pietro, fece venire a Roma Adalberto e lo difese contro di me e fece sedizioni e in vista dei soldati nostri, fatto duce di guerra vestì l'elmo e la lorica. Decreti ora sopra ciò la Santa Sinodo e sentenzii.’ A ciò, i romani pontefici e il rimanente clero e tutto il popolo risposero: ‘Una piaga inaudita vuolsi cauterizzare con inaudito cauterio. Se coi corrotti costumi sé solo danneggiasse e non gli altri, potrebbe in qualche modo tollerarsi. Ma quanti che prima erano casti son fatti incestuosi per imitazione di lui? Quanti probi conversando seco divenuti reprobi? Noi domandiamo adunque alla imperiale grandezza vostra, che quel mostro i cui vizî non sono redenti da virtù alcuna, sia respinto dalla Santa Chiesa Romana, e un altrosia posto in suo luogo che possa guidarci e giovarci coll'esempio della buona conversazione; viva retto per sé e c'insegni coll'esempio a ben vivere.’ Allora l'imperatore: ‘Piace a noi ciò che dite, e nulla ci sarà caro più del potersi trovare tale uomo che possa preporsi a questa santa ed universale sede.’»
«A ciò tutti ad una voce dissero: ‘Leone venerabile protoscriniario della santa chiesa romana, uomo provato e degno del supremo grado sacerdotale, noi ci eleggiamo in pastore, come sommo ed universale papa della Santa Chiesa Romana, riprovato pei suoi mali costumi Giovanni l'apostata.’ E ripetuto ciò per tre volte, consenziente l'imperatore, secondo la usanza conducono tra le laudi il nominato Leone al palazzo Lateranense, e al tempo determinato lo sollevano con santa consacrazione al sommo sacerdozio nella chiesa di san Pietro, e con giuramento promettono d'essergli fedeli.»
«Compiute così queste cose, l'imperatore santissimo sperando di poter dimorare in Roma con poca gente, die' licenza a molti di tornarsene a casa affinché il popol romano non rimanesse consunto dalla moltitudine dell'esercito. E risapendo ciò quel Giovanni che già fu chiamato papa, non ignorando come potesse facilmente corrompere a denaro le menti dei Romani, manda di celato messaggeri a Roma promettendo il denaro di san Pietro e di tutte le chiese se dessero addosso al pio imperatore e a papa Leone ed empiamente li trucidassero. A che indugiarmi in parole? I Romani confidando, anziingannati per la picciolezza dell'esercito, animati dal denaro promesso, dato fiato alle trombe corrono contro all'imperatore per ucciderlo. Ai quali l'imperatore muove incontro sul ponte del Tevere che i Romani avevano ingombrato di carri. I forti soldati suoi, assuefatti alla guerra, intrepidi di petto e armati, si caccian tra loro, e come falchi tra una moltitudine d'uccelli, li atterriscono senza incontrar chi resista. Non nascondigli, non corbe, non barche, non cloache furon tutela ai fuggenti. Li uccidono, e come accade ai forti, li feriscono nelle terga. E chi mai sarebbe avanzato superstite dei Romani, se il santo imperatore, inclinato ad una misericordia che non era certo dovuta, non avesse ritratti e richiamati i suoi ancora assetati di sangue?»[83]
È gran danno che l'intero racconto di questi avvenimenti, scritto mentre essi accadevano, non sia stato terminato da Liudprando e s'interrompa poco oltre l'esagerato ragguaglio di questa sedizione dei Romani. Gli affari lo incalzavano. Concluso il Concilio tornò a Cremona ma di lì a poco, morto Leone VIII (A. D. 965), fu spedito un'altra volta a Roma per la elezione del nuovo papa. Nel 967 intervenne a due altri concilî, un di Ravenna e un di Roma, e in quest'ultima città si trovò alla incoronazione del giovinetto Ottone associato dal padre all'impero. Coll'animo inteso a restaurar l'impero d'Occidente, Ottone tendeva ad assoggettarsi il papato mentre lo riformava,e a far sua tutta Italia scacciando dal mezzogiorno Arabi e Greci. In pari tempo, sempre collo stesso pensiero, desideroso di circondare il suo trono coi classici splendori delle tradizioni antiche, egli immaginava d'amicarsi la corte di Bizanzio e stringersi di parentela ad essa maritando al figliuol suo una principessa greca. Ma la diffidenza dei Greci ombrosi a ragione per l'allargarsi d'Ottone nella Italia inferiore, faceva ardua l'esecuzione di questo concetto. A vincere questa diffidenza era mestieri trovar l'uomo adatto, destro nei maneggi diplomatici ed esperto della Grecia. Certo pareva tale Liudprando e fu inviato a Niceforo Foca per chieder la mano di Teofania figlia di Romano II, ma l'ambasciata andò a vuoto. Liudprando fu male accolto e con patente dispregio. Fin dalla prima udienza Niceforo gli mosse acerbe lagnanze contro il suo signore per l'occupazione di Roma, pel titolo assunto d'imperatore, per la soggezione ottenuta dai principi di Benevento e di Capua; tutte cose nel parer suo lesive dei suoi diritti. Gli argomenti e le ardite risposte dell'ambasciatore non giovarono a nulla o valsero solo ad inasprir maggiormente l'animo del sovrano orientale. Dopo varie udienze tutte inutili, raggirato schernevolmente in mille modi, trattenuto a lungo in Costantinopoli tra mille pretesti più come prigioniero che come legato, Liudprando ebbe in grazia di potersene alfine tornare in patria senza nulla concludere. Di questo smacco egli provò un dispetto amaro e lo versò tutto quanto in una relazione della missione sua ch'egli composee indirizzò ai suoi sovrani. Malgrado la impronta della vanità personale e della parzialità caratteristiche di Liudprando, questaRelatio de Legatione Costantinopolitanaci offre un quadro spiccato e vivissimo della corte greca. Il Gregorovius con quella ricca esuberanza d'immagini onde colorisce il suo stile, afferma che «questo bellissimopamphletsomiglia ad un'oasi che s'incontra dopo avere percorso un deserto letterario[84]» ed aggiunge che da Procopio in poi non possediamo uno scritto che gli sia paragonabile. Io col pensiero a Paolo Diacono non vorrei far mio questo giudizio, ma certo la Relatio è tra gli scritti più dilettevoli ed istruttivi che ci offra l'antico medio evo italiano. La descrizione della corte di Niceforo, le vivaci argute risposte colle quali, s'ei dice il vero, Liudprando rimbeccava le accuse mosse al suo sire e al suo popolo, la fede bugiarda e la rapace corruttela dei Greci, gli ostacoli posti alla sua partenza e le angherie patite sulla via del ritorno, tutto così nell'insieme come nei particolari porge risalto al libro e lo fa attraente. Anch'esso come gli altri libri di questo autore è incompleto e s'interrompe mentre narra il viaggio che fece tornando, sul principio dell'anno 969. Rientrato in corte, Liudprando seguitò a prender parte nei pubblici affari. Nel 971, morto Niceforo Foca e rese più facili le relazioni tra i due imperi, pare ch'egli andasse di nuovo a Costantinopoli collasolenne ambasceria inviata a prendere la principessa Teofania destinata sposa di Ottone II. Ma oramai il corso della sua vita era al termine ed egli non toccò più la sua Cremona. S'ignorano la data precisa e il luogo di sua morte, ma par ch'ei sia trapassato mentre era ancora in Grecia, o appena tornato con Teofania in Italia nei primi mesi del 972, tra il quinquagesimo e il sessagesimo anno della età sua.
Così terminava quest'uomo singolare la cui vita e gli scritti mostrano profondo lo stampo di un ingegno arguto e originale, di un carattere vivace e appassionato. Uguale ai più capaci tra gli scrittori suoi contemporanei in Europa, incomparabilmente superiore a quelli d'Italia, non sempre corretto latinista ma neppure spregevole. Egregiamente e laicamente educato nella infanzia, conobbe per tempo ed amò i classici. Ebbe familiari quasi tutti gli antichi e tra essi Terenzio, Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio, dei quali cercò d'incastonar qua e là frasi ne' suoi libri non senza pompa ma pur con migliore discernimento d'altri scrittori medioevali. Nè si tenne contento alle citazioni latine, ma in ogni scritto amò sfoggiare la sua conoscenza del greco interpolando nel suo latino greche parole e frasi. Come a modello dei suoi lavori mirò molto a Severino Boezio i cui libri nel medio evo ebbero una smisurata influenza, e, specialmente nell'Antapodosi, sull'esempio di Boezio mescolò la sua prosa con versi abbastanza bene architettati. Ma quell'esagerato spirito d'imitazione non bastò a cancellare la originalità dello stile in un uomocosì conscio ad ogni ora della personalità propria. L'Antapodosi, che de' suoi libri è il più lungo e il più liberamente composto, è forse quello in cui si rivelano meglio il carattere dell'uomo e le sue contraddizioni. Ingegnoso e credulo, acuto osservatore dei fatti e impetuoso nei giudizî, desideroso del bene ma troppo facile censore del male e cupido raccontatore di scandali. De' suoi nemici, massime di Berengario e di Willa, flagellatore acerrimo, degli amici e benefattori lodatore smisurato e adulatore, ma è pur chiaro a chi lo legge ch'egli sente in cuore ciò che manda fuori, e per caldo di fantasia denigra o adula colla convinzione d'esser nel vero. Da queste qualità personali l'autorità sua di storico per un tempo patì di soverchio, ed ora parmi di notare una moderna tendenza ad alzarla oltre il dovuto alquanto. Io per me son d'avviso che le narrazioni di Liudprando in quanto riguardano i particolari dei fatti sieno preziose a confermare o a spiegare quanto ci è detto da altri, ma ch'esse debbano esser pure adoperate con maggior cautela di quella usata da qualche storico recente. Certo in complesso nessun lavoro contemporaneo potrebbe aiutarci meglio dei suoi a darci una idea generale del secolo decimo e a recarcelo innanzi alla mente. Uomo di Stato e di Chiesa, esperto della vita per fortuna varia di casi, pronto d'ingegno, abile e colto scrittore, Liudprando potè come niun altro afferrar col pensiero e congiunger tra loro le relazioni delle cose che vide e narrò, mentre l'indole sua vivacemente ingenua era mirabilmente formataa suscitare in noi le impressioni medesime che l'insieme degli avvenimenti reali avevano suscitato nell'animo suo[85].
Affatto diversa dalle opere di Liudprando nelle tendenze come nella forma, è la cronaca di Benedetto di S. Andrea scritta ancor essa intorno a questi tempi[86]. Grossissimo di stile, il monaco Benedettosi sforza di raccogliere la storia del mondo dalla venuta di Cristo, ma non ha vera importanza che per la storia locale di Roma verso i tempi d'Alberico al quale come a protettore del suo monastero prodiga lodi larghissime. La voce di Benedetto avversa ma senza odio e non ingiusta, suona rampogna contro i nuovi monarchi calati d'oltralpe, le cui soldatesche egli dalle falde solitarie e poetiche del Soratte vedeva spargersi per la campagna romana. In contrasto colle amplificazioni adulatorie di Liudprando e mestamente ispirate, quelle rozze pagine lasciano in chi le percorre un senso di tristezza pietosa. Il rude uomo che le scrisse non conosce i classici, non sa di grammatica, ma l'amor della patria gli scalda il petto e il volgare linguaggio suo si leva ad una eloquenza funerea quando ricorda l'abbandono desolato di Roma dopo le repressioni feroci colle quali Ottone soffocò ogni resistere dei Romani alla autorità sua. «Guai per te, o Roma,» esclama egli «oppressa e conculcata da tante genti! Anche il sassone re ti prese, e il popol tuo fu mandato a fil di spada e la tua forza annullata! Tu che nella tua grandezza trionfasti delle genti, mettesti a morte i re della terra, calcasti l'universo; tenevi scettroe potestà suprema, tu sei spogliata dal re sassone e desolata.... Fosti troppo bella! Vediamo ancora le tue mura colle torri e i merli. Avevi trecento ottant'una torri, quarantasei castelli turriti, seimila ottocento merli, quindici erano le tue porte. Guai a te, o città Leonina! già fosti presa dal re sassone ed ora egli t'abbandona!»[87]
Malinconiche parole invero e triste richiamo dalla decadenza presente allo splendor del passato! Ma se lo squallore di Roma ispirava il rozzo compianto di Benedetto del Soratte, a Venezia invece il diacono Giovanni cappellano del Doge Pietro Orseolo II (A. D. 991-1009), ci schiude le prime pagine di una tra le più maravigliose storie dell'universo[88]. Inviato più volte ad Ottone III e ad Enrico II come ambasciatore, usato a conversare in una corte di gentepratica, Giovanni era uomo avvezzo alle cose ordinarie della vita e aperto agli affari. Di ciò riman traccia nella sua narrazione, la quale semplice, non curante di rettorica e spesso neppur di grammatica, procede spedita e piacevole a leggersi. Dalle prime origini di Venezia essa giunge fino al 1008, manchevolissima ed erronea per la parte più antica, preziosa per la contemporanea massime dove parla delle relazioni tra gl'imperatori d'Occidente e Venezia. Nella cronaca sua ci è dato di conoscer più pienamente quale fosse l'operoso governo di Pietro Orseolo e quanto per impulso di lui la repubblica veneta si lanciasse più sicura nella via delle sue grandezze. È lodator grande, forse soverchio, del suo principe a cui lo stringeva un affetto devoto, ma è pur vero che quel principe è annoverato tra i più insigni chevanti l'antica storia di Venezia. Con Giovanni siam fuori della vita claustrale e respiriamo aperta e libera l'aria delle sue lagune. Degno predecessore di Andrea Dandolo egli ci fa intravveder primo la gloriosa età dei Comuni a cui stava per muover l'Italia attraverso il laborioso periodo che ora s'affaccia innanzi allo sguardo nostro.