Capitolo V

Capitolo VI continuatori del Libro Pontificale: Bruno da Segni. Guiberto di Toul. Paolo di Bernried. «Annales Romani.» Pandolfo. Bosone — Scritti polemici. San Pier Damiani. «Liber ad Amicum» di Bonizone — La Vita di Anselmo da Lucca — La Vita della contessa Matilda di Donizone — Le lettere di Gregorio VII.

I continuatori del Libro Pontificale: Bruno da Segni. Guiberto di Toul. Paolo di Bernried. «Annales Romani.» Pandolfo. Bosone — Scritti polemici. San Pier Damiani. «Liber ad Amicum» di Bonizone — La Vita di Anselmo da Lucca — La Vita della contessa Matilda di Donizone — Le lettere di Gregorio VII.

«Il beato papa Gregorio (VII) soleva narrarci assai cose di quest'uomo (Leone IX), e da lui ho memoria d'avere udito in gran parte tutto ciò che sono venuto dicendo fin quì. Ora egli un giorno, parlando di lui incominciò a rimproverarci, e me principalmente (come mi parve poiché tenea fissi in me gli occhi) perché lasciavamo passare in silenzio le gesta del beato Leone, e non iscrivevamo ciò che sarebbe riuscito a gloria per la Chiesa Romana e ad esempio di umiltà per molti che avrebbero ascoltato.»[108]Queste parole di Bruno vescovo di Segnimostrano come al risorgere dell'autorità e del vigore nella sede romana, rinascesse il bisogno di un libro pontificale, e come i papi stessi promuovessero quest'opera. Infatti nel secolo undecimo, le vite dei papi, a muover da quella di Leone IX († 1054), incominciano ad essere narrate con larga estensione da scrittori non privi di merito, spesso testimonî oculari o assai prossimi delle cose narrate e mescolati in qualche modo ad esse. Così, per esempio, le parole citate qui sopra furono scritte in una vita di Leone IX da quel medesimo Bruno vescovo di Segni e abbate di Montecassino, che nell'altro capitolo ci apparve tanto attivo e ardente partigiano nella lotta delle Investiture. Ma quest'opera sua non ha molto valore, e fu superata da altre venute in luce verso il suo tempo, quali la commovente descrizione della morte di Leone IX dettata in Roma dal chierico Libuino custode del sepolcro di quel papa, ricca di fatti veri tra molte leggende, e la vita scritta da un monaco beneventano, specialmente stimabile pel racconto della mal provvida spedizione di Leone contro i Normanni, e della prigionia che seguì alla sua disfatta. Più importanti ancora sono due altri lavori di due tedeschi[109], Guibertodi Toul e Paolo di Bernried, che scrissero molto diffusamente il primo di Leone IX, il secondo di Gregorio VII. Guiberto che fu familiare di Leone quando questi era vescovo di Toul, è specialmente ricco di particolari circa la prima parte della sua vita, ma pel rimanente, il suo scritto, sebbene pregevole, non ci dà un ritratto così completo di quel pontefice che non sia bisogno di cercare anche da altre fonti aiuto a rifarne la storia.

Dettata mentre cessava la contesa delle Investiture, la storia di Gregorio VII lasciataci da Paolo di Bernried ripete l'eco delle antiche querele e magnifica la potenza morale di Gregorio, quasi ad ammonir gli avversarî del pericolo che correrebbero a rinnovar la gran lotta. Dedicatosi fin dal 1102 alla vita ecclesiastica, Paolo fu ordinato prete nel 1120. Per le persecuzioni dell'imperatore Enrico V, riparò l'anno seguente a Bernried nella diocesi di Augusta. Nel 1122 si recò a Roma, e quivi forse gli venne in animo di narrar la vita di Gregorio VII. Senza dubbio radunò colà la materia del suo lavoro, studiò il registro delle lettere gregoriane, interrogò i superstiti testimonî delle vicende del suo eroe, tra i quali lo stesso pontefice Calisto II. Tornato a Bernried si mise all'opera e la condusse a termine nell'anno 1128. Narratore ingenuo, egli, sebbene sprovveduto di critica, attinge per lo più a buone fonti e fa largo uso di documenti ufficiali. Per tal modo bene e coscienziosamente informato, scrive di eventi occorsi quasi cinquant'anni prima di lui con una tenace semplicità di convinzione che penetra efficace nell'animo di chi lo legge. Confacile credulità egli corre spesso al soprannaturale e spiega miracolosamente assai fatti o li colorisce colla aggiunta di episodi leggendarî, ma è così onesto e di buona fede in queste aggiunte, che la critica può facilmente respingerle o spremer da esse il vero della storia, e l'arte aiutarsene a descrivere una età drammatica oltremodo. Uno storico artista, il Villemain, che ha lumeggiato a maraviglia la vita di Gregorio VII[110], si giovò assai di questo biografo per dar colore ai suoi quadri, e specialmente alla sua descrizione di quella fosca notte di Natale, quando il romano Cencio entrato in Santa Maria Maggiore strappò Gregorio dall'altare e lo trascinò in una sua torre prigioniero e ferito. Amo riferir qui in parte il racconto dell'antico scrittore, che è bello confrontare collo storico moderno per vedere in qual modo le vivide impressioni d'un semplice cronista del medio evo abbiano ispirata una delle più luminose pagine di cui si onori la moderna letteratura storica di Francia.

«Ecco venuta la notte in cui il figliuol delle tenebre sta per assalire il ministro della luce. E prima manda esploratori ed altre spie, perché tra gli abitanti di quel quartiere presso alla chiesa essi s'erano aggiunta una certa società che notando ogni cosa ne mandava notizia a quello scellerato. Allora egli messa in arme la legione sua, la condusse rapidamente, disponendo in modo che, o dopo aver vinto uccidendo Gregorio o trionfato portandolo via vivo, chiunque potesse avere un cavallo lo inforcasse affinchéniuno s'attentasse d'insorger contro di loro. E si viene alla chiesa. Il Papa in luogo glorioso nel presepio, come insegna la religione cantava la prima messa di notte e già egli e il suo clero avean preso il corpo del Signore. Partecipavano gli altri alla comunione quando ecco tuona improvviso un clamor grande, un grande ululato, e riempie la chiesa. Ed eccoli a percorrer d'ogni parte la chiesa, colle spade sguainate a percuoter chi capitava, e affacciatisi alla cappella del presepio dove in alto sedeva il Papa, percotendo alcuni e spezzando i cancelli, a cacciar truculenti le mani nel presepio del re eterno e della madre sua. Allora poser le mani sul Papa e lo tennero. Un d'essi tratta la spada voleva troncargli il capo ma per volontà di Dio non potè. Però percosso in fronte e gravemente ferito, colle violente mani lo strapparon via dalla chiesa che ancora la messa non era finita, tra le uccisioni e il percuotere. Quegli intanto come agnello innocente e mansueto, levando gli occhi al cielo non die' loro alcuna risposta, non si lagnò, non fe' resistenza, non pregò che lo risparmiassero. Spogliato del pallio e della pianeta, della dalmatica e della tunica, ravvolto solo nel camice e nella stola, trascinandolo come un ladro lo poser sul dorso a uno di quei sacrileghi. Quel tale poi che colla spada gli aveva percossa la fronte, preso dal demonio s'avvoltolò spumando un pezzo nell'atrio della chiesa, e il suo cavallo fuggì via e non fu più trovato.

«La fama di tanto male tosto colpì la città tuttaquanta, e chi potrebbe ridirne il pianto e i funereilamenti?... Il clero tutto, perché il pastore era percosso, correva qua e là, e spogliando denudava tutti gli altari. Tranne ciò che si era detto prima, nulla in niun luogo nelle chiese fu detto del divino ufficio. E gli elementi che erano stati turbati fino ad allora, per non impedire il popolo zelante nello zelo del Signore, si mostrarono pacati, e la terra assorbendo tutta l'acqua che reggeva per la soverchia inondazione, mostrò di nuovo l'asciutto per far che tutti accorressero alla vendetta. Tutta la notte adunque, suonandosi le campane e le trombe, i soldati percorsero ogni andito affinché con qualche astuzia non portassero fuori della città il Papa, ma di lui non apparve vestigio. E per vero, mentre si dubitava, ignorando tutti s'egli era vivo o morto, radunatosi il popolo in Campidoglio, riferirono alcuni ch'egli era tenuto prigione in certa torre. Tutta la gente allora mandò grida alle stelle. E appena tornò sulla terra il giorno, tutti esortandosi a vicenda, s'avviarono innumerevoli alla casa di quell'anticristo. S'appiccò la zuffa, ma al primo scontro la parte nemica si die' in fuga e tutta la fazione si rinchiuse nella torre. Allora in tutta la parte munita fu posto il fuoco, e recate macchine e arieti spezzasi il muro, e quanto era là chiuso divien preda al popolo del Signore. Nessuno evitava il pericolo, ma dimentico di sé combatteva ciascuno a tutta possa.

«Peraltro un nobile uomo e una nobil matrona avevano seguìto il padre Gregorio e gli erano stati di qualche sollievo. L'uomo trovate alcune pelliscaldò il pontefice affranto dalla via per cui era stato trascinato, e se ne pose i piedi sul petto. La matrona deplorando molceva coi medicamenti la piaga del nostro padre, molle pel rosso profluvio del molto sangue, e sclamava contro quegli omicidi sacrileghi nemici di Dio. Era quasi un'altra Maria, ché come quella piangendo i delitti suoi bagnava in lacrime le vestigia del Signore, così questa con le lacrime sue bagnava un tanto pastore!

«.... Ma quanto era animosa la fede di costei tanto era linguacciuta la perfidia d'un'altra donna. Imperocché come già nella Domenica di Passione l'ancella ostiaria aveva atterrito Pietro, così costei con suoi mordaci obbrobri ne conturbava il Vicario. La quale era sorella di quel traditore e però non temeva di maledire a tanto padre. E un altro ministro e seguace di quel traditore colla spada alla mano minacciava bestemmiando di voler troncare in quello stesso giorno il capo di tanto uomo. Ma il giudizio velocissimo di Dio non differì la vendetta della empietà sua: un dardo vibrato dal di fuori troncandogli la gola onde usciva la crudel voce, lo prostrò a terra moribondo e palpitante, e così lo mandò all'inferno.

«.... Finalmente il pio Papa affacciatosi alla finestra, aprendo le braccia verso la turba furente, fece cenno che si calmassero, e alcuni dei maggiori salissero entro la torre. Alcuni però credendo ch'ei li esortasse all'opera incominciata, fatto impeto schiudono la torre. E così fu condotto fuori, piangendo di gaudio tutte le turbe esclamanti per la pietà.Imperocché lo si vedeva tutto cosparso di sangue per la gran ferita, onde presi d'orrore mandavan le voci alle stelle. Avuta così vittoria, tutti con papa Gregorio pieni d'infinito gaudio tornarono alla chiesa della Madre di Dio da cui l'avevano strappato in quella notte. E il comun padre compì allora la messa che non aveva potuto terminar nella notte impedito dai ministri del diavolo, e ai ritornati dalla gran vittoria die' la grazia della benedizion del Signore.»[111]

Il cozzar delle parti ora più che mai favoriva il risorgere della storia pontificia cercando aiuto nella esposizione dei fatti. E poiché il giudizio dei fatti raro scompagnasi dal giudizio sugli uomini che li promuovono, così le vite dei papi erano di frequente narrate e poste in buona luce o cattiva secondo il sentimento del narratore. Entro le stesse mura di Roma i partiti in contrasto produssero alcuni scritti che furono pubblicati col titolo diAnnales Romani[112], e manifestano le due contrarie tendenze nei pensieri di quel tempo. Il primo di questi scritti, inteso a continuar propriamente l'antico Libro Pontificale, contiene le vite dei vari papi che si seguirono a breve distanza tra l'anno 1044 e il 1049. È uno scrittoanonimo condotto con diligenza e ricco di dettagli intorno alle cose cittadine e alle famiglie nobili di Roma. Ad esso tengono dietro due narrazioni che comprendono la serie dei papi da Leone IX fino ad Alessandro II (A. D. 1049-1072), scritte da partigiani dello Impero e con animo avverso ai papi. Per contrario è favorevole ad essi un altro scritto che ci narra con semplicità evidente la violenza patita in Vaticano da Pasquale II quando Enrico lo trascinò via da Roma come prigioniero. Presente ai fatti che narra, «queste cose» afferma l'autore «come le abbiamo patite, e le vedemmo cogli occhi nostri e udimmo colle nostre orecchie, così in pura verità abbiamo scritte.»[113]E procede descrivendo anche le vite degli antipapi che si opposero a Pasquale II e a Gelasio II. L'ultima continuazione finalmente viene a tempi più recenti ed abbraccia i pontificati che si seguirono a breve intervallo tra Lucio III e Clemente III (A. D. 1181-1188), e le controversie di quei papi con Federico Barbarossa. Scritture tutte quante appassionate, eccedono nel biasimo o nella lode, e parteggiano secondo le passioni dei loro autori, ma per essere state composte nei tempi e sui luoghi degli avvenimenti, rimangono pur sempre sorgenti ricchissime di informazioni. Nè hanno pregio storico solamente; dal lato letterario il rozzo e popolare latino in cui son dettate, acquista loro importanza per le forme linguistiche italiane le quali fanno già presentire ilgran mutamento che veniva operandosi nel linguaggio di quella età feconda di trasformazioni all'Italia.

A questa raccolta di vite pontificie che può considerarsi in certo modo come una continuazione popolare dell'anticoLiber Pontificalis, figura accanto un'altra continuazione di carattere più ufficiale, scritta quasi sotto gli occhi dei Papi da un dignitario della Chiesa di nome Pandolfo, nipote al cardinale Ugo d'Alatri, che ebbe incarichi importanti nella Curia dai tempi di Pasquale II a quelli d'Onorio II[114]. Nello scisma che alla morte d'Onorio divise la chiesa, Pandolfo parteggiò per Anacleto contro Innocenzo II di cui parla aspramente nei suoi scritti. Anacleto lo creò cardinale, ma spento lo scisma, non pare che il suo grado fosse riconosciuto da Innocenzo, e da quel tempo vien meno ogni memoria di lui e il nome suo scompare dalla storia.

Le vite dei papi che ressero la Chiesa da Leone IX fino a Calisto II (1049-1124), possono in certo modo considerarsi come altrettanti atti di un dramma che ha il suo punto culminante nel pontificato di GregorioVII. Tutti quei pontificati hanno una sola tendenza e lottano per un principio comune che il monaco Ildebrando promosse prima d'esser pontefice e lasciò morendo in eredità ai suoi successori. Di che si spiega naturalmente come il Libro Pontificale ripigli un racconto più largo delle vite dei papi a cominciare da Leone IX, poiché da lui s'inizia un periodo nuovo nella storia della Chiesa. Dalle parole che si sono citate, secondo le quali Gregorio VII esortava Bruno da Segni a parlar di Leone, già traspare questo concetto e ad esso si attenne Pandolfo. Egli pertanto ci ha lasciato quasi senza interruzione le vite dei papi di quel periodo, le prime assai inesatte e confuse nel racconto dei fatti, quelle di Gregorio VII e d'Urbano II più importanti, sebbene non prive di mende, ma superiori a tutte e dettate con una grande e profonda conoscenza dei fatti, le vite di Pasquale II e di Gelasio II a cui fanno seguito quelle di Calisto II e d'Onorio II, però trattate più brevemente delle altre due.

Educato allo studio degli antichi e desideroso di fare sfoggio delle sue attitudini letterarie, Pandolfo quando giunge ai tempi vicini a lui non appoggia particolarmente il suo racconto a documenti, ma trae dalla memoria gli elementi del suo lavoro, cercando in essa quei fatti che più lo aiutano a dar vita alla narrazione, e si adattano meglio all'indole sua che par più di soldato che di prete[115]. Narratore di cose quasisempre vedute e patite in tempi d'angoscia, ei le dipinge con evidenza, e imprimendo in esse un cotal suo sentimento pieno d'efficacia drammatica, risuscita le immagini di quel passato come egli le vide agitarglisi intorno. È gran colorista, e le scene descritte da lui per istinto d'affetto e di fantasia, durano nella mente di chi le legge e non si cancellano. Veggasi come egli descrive l'affannosa fuga a Gaeta colla quale il vecchio e travagliato papa Gelasio scampò all'improvviso assalto d'Enrico V (A. D. 1118):

«.... Mentre accadean queste cose, un tale che avea molti amici, mandò nel silenzio della notte tarda un uomo al predetto egregio cardinale Ugo, per avvertirlo che Enrico chiamato Imperatore Romano, veniva armato contro il Papa entro il portico di San Pietro. Non serve ch'io mi dilunghi: il Papa è prevenuto dal cardinale, e poiché, acciaccato dagli anni e dalla infermità, non poteva così di repente fuggire, vien condotto a mano dai servi, e messo su a cavallo fugge e nascondesi per quella notte nella casa di Bulgamino. Fuggiam tutti con lui. Venuto il mattino, turbati noi tutti e sbalorditi, poiché nè potevam rimaner sicuri in città nè potevam fuggire per terra, essendo da ogni lato piena d'inciampi la via, facciam consiglio di darci alla fuga per mare, e così fu fatto. Entriam nel Tevere e con due galee scendiam fino a Porto, maquivi cielo e terra e mare e quanto è in essi tutto ci congiura contro. Perché il cielo era carico di pioggia greve e grandine e tuoni e lampi e folgori, e il mare e il Tevere insieme contrastavano con tali tempeste alla nave, che, nonché metterci in mare, a stento potevamo rimaner vivi nel porto. Inoltre già dalla ripa la crudel barbarie degli Alemanni ci lanciava contro dardi avvelenati, e minacciavano anche con fuoco di pece di abbruciarci, così galleggianti com'eravamo, in mezzo all'acqua, se non davamo nelle mani loro e il Papa e noi stessi. E credo che saremmo stati presi se coloro non fossero stati impediti dalla notte e dall'ira del fiume. Che potevano opporre a tanto que' miseri? Si presero, anzi Ugo cardinal prete fu lui che si pigliò in collo il nostro Papa, e così di notte lo portò al castello di San Paolo in Ardea[116].

«Il dì appresso all'aurora i Tedeschi tornarono volendo impadronirsi di noi. Ma giurammo loro che il Papa era fuggito, e, sia lodato Iddio, s'allontanarono da noi. Frattanto ritentammo se potevamo ancora metterci in mare; di notte riportammo il Papa. Allora non senza pericolo arrivammo ai flutti marini, e il terzo giorno toccammo alla ripa di Terracina, e il quarto entrammo nel porto di Gaeta, edagli uomini di quella terra fummo ricevuti a grande onore e benignamente trattati.»

Al romano Pandolfo succede come biografo pontificio l'inglese Bosone cardinale del titolo di Santa Pudenziana. Ascritto, per quanto pare, alla Curia verso il 1147, quando Eugenio III era in Francia, Bosone continuò nel suo ufficio di scrittore apostolico fino al pontificato di Adriano IV, il solo inglese che abbia mai saliti i gradi del trono pontificio. Allora Bosone, com'egli stesso ci narra, nominato Camerario fin dal principio da quel pontefice, e ordinato cardinale diacono della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, restò con lui assiduo e familiare finché egli morì. Sollevato così alla dignità cardinalizia, maneggiò con molta cura le finanze pontificie, costrinse colle armi alla soggezione alcuni vassalli che s'erano ribellati alla Chiesa, andò legato in Inghilterra. Morto Adriano, propugnò strenuamente la elezione di Alessandro III, osteggiata da Federico Barbarossa, e, finché il Papa fu eletto, tutelò in San Pietro il conclave dalle minaccie armate che lo circondavano. Da Alessandro III ebbe il titolo di cardinale prete di Santa Pudenziana, e partecipò con lui alla famosa lotta che si raccese tra l'Impero e il Papato, e che, per la lega dei comuni lombardi, trasformatasi in lotta nazionale, fiaccò l'Impero alla battaglia di Legnano. Fissata la pace di Anagni, Bosone si trovò presente in Venezia all'incontro del Papa coll'Imperatore, e seguì il Papa nel suo ritorno a Roma (12 marzo 1178). Di lì a poco cessa ogni menzione di lui nei registri pontifici, ed è probabile ch'egli verso quel tempo chiudesse la vita sua.

Il lavoro di Bosone abbraccia, con qualche interruzione, la storia dei pontefici da Stefano VI fino ad Adriano IV ed Alessandro III, ma non ha valore di scrittura originale che per questi due ultimi pontificati[117]. Per tutti gli altri, egli quasi a parola copia gli antichi cataloghi e gli autori delle vite che lo precedettero, e per l'undecimo secolo massimamente Pandolfo e ilLiber ad Amicumdi Bonizone di cui sto per discorrere. Ma se la prima parte dell'opera di Bosone non reca nulla di nuovo, assai ci compensa la seconda parte e più lunga. La familiarità sua coi due pontefici di cui scrive, il grado eminente che occupò nella Chiesa, i varî e difficili ufficî suoi pei quali si trovò a conoscere personalmente i principali personaggi d'Europa, dànno autorità grandissima alle biografie di Bosone. Meno ingegnoso e men colorito di Pandolfo, è più diffuso, più minuto, più preciso di lui, e narra particolarmente tutti gli avvenimenti che ebbero luogo a quel tempo nella Curia, e le relazioni di essi cogli avvenimenti generali dell'etàsua. I primi disaccordi tra Adriano e Federico Barbarossa, la morte di Arnaldo da Brescia, le relazioni del Papa col mezzogiorno d'Italia, la lotta d'Alessandro III e dei collegati lombardi contro l'Impero, e finalmente l'abboccamento del Papa e dell'Imperatore a Venezia, sono i punti più salienti del vasto quadro che Bosone ha dipinto. Il suo racconto che vien come a concludere le antiche redazioni del Libro Pontificale, ci fa sentir che la storia si muove in un ambiente nuovo. In legger quelle due vite si sente il rapido trasformarsi dei tempi, e ci si dischiude innanzi allo sguardo il mare delle nuove vicende in cui siam per entrare coi cronisti municipali. E appunto le relazioni del Papato non solo con l'Impero ma anche coi municipî italiani, trovano in Bosone un illustratore molto pregevole, sia ch'egli si appoggi a documenti tratti dalla cancelleria pontificia, sia ch'egli scriva di memoria le cose vedute. Pregevolissimo poi egli mi sembra per la storia di Roma, e degno di essere ponderato più che non siasi fatto finora, per contrapporlo agli esagerati scrittori di parte imperiale troppo seguìti da qualche storico moderno. E dico contrapporlo, perchè vuol essere anch'egli sottoposto alla critica, e gli scrittori di parte contraria giovano alla lor volta a ritrovare nelle sue narrazioni quella giusta verità da cui quasi sempre, pur con animo inconscio, si distacca ogni storico che tratta cose nelle quali ebbe parte. Nè certo sarebbe potuto accader diverso a Bosone. Anche tralasciando l'affetto personale che lo avvicinava ai due pontefici di cui descrisse la vita, troppo sarebbe stato difficilead ogni uomo evitare qualche tendenza partigiana in quel poetico periodo di lotte nelle quali per un momento la causa nazionale d'Italia s'intrecciò a quella della Chiesa, e il lombardo rintuzzar delle spade straniere ebbe per un momento il bagliore di una guerra sacra.

Ma la prosecuzione del Libro Pontificale mi ha tratto lontano fuor dell'undecimo secolo, ed è mestieri rifare indietro la via. Il contrasto delle Investiture, lungo ostinato violento, die' luogo a molti scritti polemici i quali anch'essi, qual più qual meno, hanno valore storico, e taluni anzi sono addirittura scritti di storia. Già si è menzionata laOrthodoxa Defensio Imperialis, opuscolo composto senza dubbio a Farfa nei tempi di Pasquale II, e, parmi a torto, attribuito generalmente a Gregorio di Catino[118]. Scrittura sobria dotta misurata, la migliore forse che sia stata scritta in quel tempo a favor dell'Impero per dimostrarne canonicamente i diritti, sembra precorrere il futuro trattato dantescoDe Monarchia, ed è meritevole di speciale attenzione. Appoggiata all'autorità della legge romana è un'altra difesa dei diritti imperiali scritta da Pietro Crasso, e son pure notevoli alcuni scritti in favore dell'antipapa Guiberto, e specialmente quello di Guido vescovo di Ferrara, il quale dopo aver seguita la causa di Gregorio VII e avere scritto peressa, mutò parte al morir di Gregorio e rovesciò le proprie argomentazioni in un altro lavoro ricco di notizie storiche. Di carattere polemico e di parte imperiale è pure l'apologia di Enrico IV, scritta da Benzone vescovo d'Alba, in una prosa rimata abbietta per l'adulazione sua verso l'Imperatore e per le turpi ingiurie che scaglia contro i Gregoriani[119], e, peggior d'essa, il libello intitolato:Vita Gregorii VIIche Bennone cardinale guibertino compose non solo contro Gregorio ma anche contro i papi che lo precedettero e contro Urbano II. Scritti calunniatori entrambi, hanno valore non pei fatti che narrano, ma come espressione dello stato degli animi e della violenza colla quale i due partiti avversi si combattevano. Ché se da un lato è vera l'osservazione del Wattenbach che questa violenza era in Italia più aspra e meno scrupolosa nel partito imperiale, e se i Gregoriani avevano contro questo il vantaggio di una maggiore cultura e di una moralità più elevata, certo è tuttavia che neppur essi si mostravano miti quando scrivevano. L'eccitamento della passione apparisce in tutti gli scritti di quella età, e come già s'è veduto in Brunone da Segni e negli scrittori delle vite papali, così fra gli altri traluce nel fiero ritmo che deplora la prigionia di Pasquale II, nello scritto sull'onor della Chiesa composto da Placido priore della Badia di Nonantola, e in quell'altro sul diritto del Papa a scomunicarl'Imperatore, scoperto di recente e attribuito a Lamberto d'Ostia che fu più tardi papa col nome di Onorio II[120]. Ma non è il caso d'indicar quì tutti minutamente gli scritti polemici comparsi intorno a quel tempo, e poiché s'è altrove accennato sufficientemente a Brunone da Segni, convien limitare il discorso a due altri scrittori soltanto: Pietro Damiani e Bonizone da Sutri.

Tra i polemisti papali dell'undecimo secolo senza dubbio tiene il primo posto San Pier Damiani monaco e cardinale, uno dei più singolari uomini che la età sua producesse, sempre in contrasto tra il misticismo dell'anima che lo faceva anelare alla solitudine e all'asprezza delle penitenze, e la inflessibile volontà d'Ildebrando che imperiosamente lo costringeva di uscir dal chiostro a combattere con tutte leappassionate forze che aveva in core. Natura nervosa sensibilissima complessa, impastata di lacrime e di fuoco, di tenerezza e di violenza, Pietro Damiani improntò di sé stesso tutti gli scritti suoi che si appoggiano per lo più a fatti avvenuti di recente, e traggono argomento dallo stato della società e soprattutto del clero, alla cui riforma egli mirò con infiammato zelo. Sostenitore del celibato ecclesiastico, gli opuscoli suoi sono la principal guida che ci aiuti a seguire lo svolgersi di quella questione così fieramente contrastata, e che, malgrado le resistenze, ebbe allora definitiva risoluzione secondo il volere della Chiesa di Roma. Nè per quello solo, ma per quanti problemi si trattarono allora, Pietro Damiani mescolato in tutti, operò, scrisse, parlò, nei Concilî nelle Corti tra il popolo, teologo ambasciatore agitatore. Da ciò s'intende che sarebbe impossibile tracciar la storia della Chiesa e d'Italia al secoloXI, senza tener conto delle opere polemiche e più dell'epistolario di quest'uomo, nel quale si confusero in così strano congiungimento l'operosità appassionata di un partigiano e l'ascetismo contemplativo dei primi romiti d'Oriente[121].

Singolare anch'essa è la vita di Bonizone il cuiLiber ad Amicumè più che altro una storia del Papato ai suoi tempi scritta in forma di trattato polemico. Nato, per quanto può congetturarsi, a Cremona intorno al 1045, egli apparisce nel 1074 come suddiacono a Piacenza, e un dei più zelanti capi di un partito popolare surto allora in Lombardia e chiamato la Pataria, il quale, favorito dal Papa e favoreggiandolo, osteggiava aspramente le tendenze imperialiste dell'alto clero lombardo e il matrimonio dei preti. A capo del suo partito Bonizone entrò presto con Dionigi vescovo di Piacenza in una lotta che terminò sfavorevolmente a quest'ultimo, riprovato da Roma e discacciato dai Patarini di Piacenza che non vollero più saperne di lui. Nel 1078, Gregorio VII nominò Bonizone alla sede di Sutri, città che per esser posta presso Roma sulla via che mette al settentrione d'Italia, domandava un vescovo fedele a prova e di robusta energia non pur nelle lotte spirituali ma nelle temporali, e pronto occorrendo a difender la Chiesa colle armi. In quello stesso anno, volgendo gravi le cose di Lombardia, Bonizone fu inviato colà dal Papa come Legato Apostolico. Quivi lo troviam poi di nuovo nel 1081 sempre tra i più attivi capi della Pataria e così formidabile, che Benzone d'Alba, nella Apologia di cui si è discorso, congratulandosi coll'Imperatore che impadronitosi di Runcio capo dei Patarini di Cremona lo aveva fatto abbacinare e morire, soggiunge: «O Runcio, fatto deforme dormi senza luce! Lode a Dio che mal poté fuggir dalle tue mani chi osò assalirti colle ingiuriedella sua lingua. Nelle quattro plaghe del mondo si udì in qual modo tu, o formidabile potestà, ti vendicasti di Runcio da Cremona e d'alcuni altri. Ma tutto il popol si lagna che di Bonizello[122], d'Armanello e di Morticello, tre demoni, non avvenne il medesimo»[123]. Sfuggito appena da quel pericolo, egli lasciò Lombardia e corse a raggiungere il pontefice mentre Enrico IV muoveva verso Roma (A. D. 1081). Poi quando l'imperatore volgeva indietro, egli s'affrettò alla sua sede di Sutri dove l'anno appresso Enrico, tornato da quelle parti, lo prese e lo trasse con sé prigioniero. Ma, o fosse rilasciato o gli riuscisse una fuga, certo di lì a qualche tempo egli ricompar sulla scena come Legato Apostolico in Lombardia, in Toscana, e presso la contessa Matilde che lo ebbe tra i suoi consiglieri, sempre attivo coraggioso indomabile. Forse per dargli modo di guidarepiù facilmente le forze della Pataria in cui soffiava il caldo alito suo, egli fu trasferito dalla Sede di Sutri a quella di Piacenza dove aveva fatto le sue prime prove, e quivi, non si sa bene in quale anno ma certo prima del 1092[124], egli finì tragicamente la vita martire della sua causa. «Bonizone di pia memoria» così ne ha lasciato ricordo l'annalista Bernoldo di Costanza «vescovo di Sutri, ma scacciato di quivi per la fedeltà sua a San Pietro, da ultimo dopo molte prigionie, tribolazioni, esilî fu eletto vescovo dai cattolici piacentini, ma gli scismatici di quel luogo strappatigli gli occhi, dilaniate quasi tutte le membra sue, lo coronarono di martirio.» Così l'ardore posto da lui nel combattere eccitò la vendetta, e la rabbiosa voglia espressa da Benzone d'Alba era finalmente sbramata e si mutava in trionfo.

All'attività nell'operare Bonizone accoppiò l'attività nello scrivere, e lasciò dietro a sé testimonî di sua erudizione ecclesiastica una collezione di canoni, un libro sui sacramenti e un estratto delle opere di Santo Agostino. Ma lo scritto pel quale egli vuole essere annoverato tra gli scrittori di polemica insieme e di storia, è un libro intitolato:Liber ad Amicum, de persecutione Ecclesiae, nel quale, appoggiato ai canoni e alla storia della Chiesa, risponde ad un amico che gli proponea per quesiti come mai Iddio lasciasse affliggere da tante calamità la sua Chiesa, e se fosse lecito di impugnare le armi temporali adifenderla[125]. E a trovar la risposta egli risale al passato e la cerca dalle prime vicende della Chiesa, condensate in breve con molta ma confusa erudizione, fino a quelle dei suoi tempi che narra distesamente. E nelle prime persecuzioni, dal sangue dei martiri vede nascer la pianta del cristianesimo e prendere radice tra i popoli, seguitar nel germoglio in mezzo a mille eresie da Costantino fino ai Longobardi, fiorire coi primi carolingi, e di nuovo intristirsi e risorgere con varia vicenda fino alla età sua. Qui comincia la parte preziosa del libro, che lasciando molto in disparte le questioni proposte dall'amico, narra a lungo con intelletto di storico e per gli ultimi anni con voce di testimonio, i fatti avvenuti nel corso di quasi mezzo secolo dai tempi di Leone IX fino a quelli di GregorioVII. Scrittore non elegante ma neppure artificioso, scrive semplicemente i fatti come li sa, senza alterarli mai di proposito. Cercando in essi se non le cause, almeno la giustificazione dei fatti posteriori, veniva inaugurando uno studio quasi filosofico della storia mentre Gregorio di Catino nella solitaria sua cella inaugurava la storia erudita. La tendenza di Bonizone è sempre di giustificare i fatti narrati con esempî canonici e scritturali, perché, convien rammentarlo, la sua narrazione è intesa sempre a dimostrare che l'opera del Papato ai suoi tempi era giusta e consentanea alle tradizioni della Chiesa. Ché se la mal digerita erudizione sua gli fa sovente confondere date e alterar fatti lontani da lui, man mano che s'avvicina all'età sua egli divien più preciso, finché arrivato alla storia contemporanea, e specialmente nella vita di Gregorio settimo, il suo racconto prende una forma molto sicura e, per fermo, autorevole. Il Watterich, il quale ripubblicando il lavoro di Bonizone ne ha scritto con gran diligenza la vita, trova a ragione che ciò è assai naturale. Le stesse vicende della sua vita lo avean condotto a conoscere tutti i principali uomini di quella età, e a trattar con loro degli eventi di cui ha lasciato memoria. Gregorio VII e il suo successore Desiderio di Montecassino, la imperatrice Agnese, la contessa Matilde, Bruno da Segni, l'antipapa Guiberto e tanti altri, gli furono personalmente noti, e con molti d'essi ebbe consuetudine familiare, onde ad ogni nuovo avvenimento che narra, nasce nella mente il pensiero ch'egli può averlo udito da chi ne fu autore o lo vide compiere. Perciò amoscegliere dal suo libro il racconto di uno tra i maggiori episodî che son registrati nella storia del medio evo, l'episodio del convegno di Canossa (A. D. 1077), narrato com'egli certamente dovette udirlo dai principali personaggi che vi presero parte. La storia di quella scena e delle cagioni che la produssero è nota all'universale, e par superfluo aggiunger nulla a chiarire il racconto già per sé così chiaro di Bonizone.

«Frattanto poiché fu arrivata all'orecchio del popolo la notizia che il re era messo al bando, tutto il nostro mondo romano tremò, e ne fecero diverso giudizio gl'Italiani e gli Oltramontani. Imperocché gl'Italiani dopo la Pasqua celebrarono a Pavia un Concilio di male intenzionati, in cui per opera di Guiberto, del pari i vescovi e gli abbati lombardi, imitando Fozio e Dioscoro, scomunicarono il signor Papa della seniore Roma, nè mai s'era udito che l'inimico dell'uman genere armasse a un sol tempo tanti mentecatti vescovi contro la Santa Chiesa Romana. Mentre a persuasione del diavolo si facean tali cose in Italia, i principi oltramontani convengono insieme e con salutare consiglio chiamano quasi in giudizio le due parti, per potersi chiarire se il Papa potesse o non potesse scomunicare il Re, o se l'avesse o no scomunicato a ragione. Imperocché non volevano distruggere la legge loro la quale prescrive chese taluno non sia prosciolto dalla scomunica entro un anno e un giorno, perda ogni onore delle sue dignità. Adunque i prudentissimi vescovi e gli abbati e i chierici di quel regno, preso insieme consiglio decretarono secondoi decreti dei Santi Padri e gli esempi dei maggiori, che il Re bene poteva essere scomunicato dal Papa, e che come Fozio e Dioscoro era scomunicato a ragione. Che più? Non trovando nulla di meglio in sul momento, affermano con giuramento e appresso a loro affermarono i duchi Rodolfo, Guelfo e Teodorico (Goffredo marito della eccellentissima Matilde era morto pochi dì innanzi), insiem cogli altri maggiori del regno, che se il Re volesse acconsentire al consiglio loro, essi entro il giro dell'anno condurrebbero oltre i monti il Papa, il quale liberamente lo assolverebbe dalla scomunica. E costrinsero il Re a giurare colle sue labbra ch'egli aspetterebbe la presenza e il giudizio del Papa. E fatto ciò tutti di nuovo giurarono unanimi, che se il Re tenesse il dato giuramento, eglino farebber con lui una spedizione in Italia, e assalendo i Normanni libererebbero Puglia e Calabria dalla dominazione loro. Ché se pei suoi peccati egli venisse meno al giuramento, mai più non lo riconoscerebbero per signore e sovrano. Frattanto mandano a Roma il vescovo di Treviri affinché conduca il Papa oltre i monti ad Augusta. Ma come egli per l'astuzia del Re fosse preso presso Piacenza, e non fosse liberato prima che da Spira arrivassero lettere regie al vescovo piacentino per la liberazione, io non dirò perchè la storia è lunga.

«Il venerabile Gregorio per amor della pace muoveva intanto verso Augusta tra somme difficoltà di viaggio, ché l'inverno allora era gravissimo. Ma il Re sprezzando il suo giuramento entrò d'improvvisoin Italia, e sono alcuni i quali dicono ch'egli voleva all'impensata impadronirsi del Papa, ciò che par verosimile. Imperocché Gregorio vescovo di Vercelli e cancelliere suo, a cui i principi avean commesso di condurre il Papa oltre i monti, poiché ebbe passato il giogo d'Apennino, udì ch'Enrico nascostamente era arrivato a Vercelli, e annunziatolo al Papa, questi subito si ritrasse a Canossa, sicuro Castello della eccellentissima Matilde.

«Il re allora vedendo svelate le macchinazioni sue, deposta in apparenza ogni fierezza, ammantandosi di colombina semplicità, andò a Canossa. E per alquanti giorni durando tra la neve e il ghiaccio a pie' nudi, ingannò i meno accorti, e dal venerabile Gregorio, che però non ignorava l'astuzia sua, ottenne la richiesta assoluzione, e fu mediatore tra loro il sacramento eucaristico nella celebrazione della messa per questo modo. In presenza di vescovi, abbati, religiosi, chierici e laici, lo fe' partecipe della mensa divina a questo patto,che s'egli s'umiliasse della mente come del corpo, e se credesse lui esser Pontefice di diritto e sé scomunicato a imitazione di Fozio e di Dioscoro, e se credesse di potere essere assoluto per quel sacramento, gliene crescerebbe salute, ma se fosse altramente, come a Giuda gli entrerebbe per la bocca Satana in persona.Che più? celebrata la messa ebbero la mensa in comune. Quindi assoluti tutti gli altri dalla scomunica, fu imposto loro che si guardassero dal consorzio degli scomunicati. Taluni anche asseriscono ch'egli giurò omaggio al Papa per la sua vita, le sue membrae il suo onore, ma io di ciò che ignoro interamente non vuo' affermar nulla.

«Intanto il Re, posciaché fu assolto dal bando, mostravasi in apparenza devoto al Papa e obbediente, ché si sequestrava dal consorzio di tutti i vescovi considerandoli scomunicati, ma di notte, aderendo ai consigli loro nefandi, volgeva in mente ciò che i fatti mostrarono più tardi. E così fece per tutto il tempo che rimase a Piacenza, assai temendo la presenza di sua madre imperatrice religiosissima, che per avventura colà si ritrovava.

«In quel tempo medesimo venne a lui quel Cencio odioso a Dio, di cui facemmo sopra menzione[126], ed egli di giorno rifiutava di vederlo come scomunicato, ma di notte si dava tutto ai pestiferi consigli suoi. E vedendo che non gli riusciva di tôr via il Papa da Canossa, ei mosse a Pavia. Quivi Cencio odioso a Dio morì d'amara morte, e Giliberto e gli altri scomunicati ne celebrarono il funerale con pompa mirabile.»

Narrata la storia di Gregorio VII, il libro di Bonizone torna al punto onde era mosso, e dagli ammaestramenti del passato viene nella sentenza che pure tra le persecuzioni vive la Chiesa cara al Signore, e fiorisce pur nei contrasti pei quali talora è di necessità costretta ad usar l'armi temporali e le è lecito usarle. «Adunque» egli conclude «combattano i gloriosissimi soldati di Dio per la verità,contrastino per la giustizia, e combattano con tutta l'anima contro l'eresia che si rizza contro a quanto si dice e si venera. Emulino nel bene la eccellentissima contessa Matilde, la quale con virile animo, postergata ogni cosa mondana, piuttosto è pronta a morire che a frangere la legge di Dio, e con quante ha forze in ogni modo impugna l'eresia che ora infierisce nella Chiesa. In mano sua, noi crediamo, sarà dato Sisara, e come Jabin sarà disperso nel torrente Cison perché sterminò la vigna del Signore e la divora, talché è fatto come sterco della terra. E noi secondo il tenore del ministero nostro, preghiamo che l'eresia si distrugga prontamente arsa dal fuoco e sgominata dalla severità del tuo volto, o Signore.»

Così termina questo libro che aveva una specie di continuazione storica in un altro opuscolo scritto da Bonizone contro Ugo cardinale guibertino. È gran danno che questo opuscolo sia ora perduto, perché, da quanto ne sappiamo, può rilevarsi che contenesse notizie importanti pei primi anni del pontificato di Urbano II. Amico di Bonizone e suo compagno di lotte era stato un nipote di papa Alessandro II, Anselmo vescovo di Lucca, uom caro e devoto a Gregorio VII che lo aveva dato per consigliere alla contessa Matilde, e tale era rimasto fino alla morte. Di lui ci rimane una biografia che pei tempi e le persone che tratta ha un certo valore, e fu scritta da un prete suo famigliare, di nome Bardone, il quale con affetto fedele raccolse le memorie delle sue virtù e dei miracoli che si moltiplicavano sulla suatomba[127]. Più importante e più noto è un curioso poema scritto da Donizone, monaco benedettino addetto alla Chiesa di S. Apollonio nel castello di Canossa ai tempi della contessa Matilde[128]. In versi barbari oltremodo ed oscuri, egli narrò le gesta della sua signora, ispirato ad un affetto profondo e ad un culto pieno di ammirazione per la fortissima donna. Questo culto naturalmente scema autorità ai suoi detti, e l'ufficio suo lo induce talora ad una cauta riserva, mentre la intralciata rozzezza dei suoi versi lo rende a leggere faticoso e spesso difficile a capire. Tuttavia, come nota un ardente ammiratore suo[129], tutti coloro che scrivono di Matilde e dei suoi tempi sono costretti a valersi di lui e a tenerne gran conto. Erroneo relatore dei fatti lontani, rapido o silenzioso dove teme d'offender Matilde, del resto egli è minuto e abbastanza preciso nei fatti dei quali ha personalmente contezza, e l'affetto serbato oltre la tomba alla sua eroina gl'ispira nei rozzi versi parole non prive di patetica eloquenza, come queste colle quali nel chiudere il suo poema si volge a Canossa esclamando: «O candida pietra.... un tempo fosti felice e gloriosa, allorquando la gran Matilde fu teco; gl'illustrisuoi antenati ti amarono di spontaneo affetto e in alto edificarono le tue mura. La stirpe che in te riposa non è più.... Più non esiste la grande Matilde, ma vive in te gloriosa la sua memoria, e mentr'ella è in nuovi regni beata, risuona per ogni parte la fama dell'eccelso suo nome.»[130]

Generazioni feconde di segnalati uomini furono queste, ma vinti tutti da Gregorio VII che fu per certo lo spirito animatore della età sua. Grandissimo uomo, superiore ad ogni altro papa dopo il primo Gregorio, pontefice e monaco, visse nel mondo e col mondo, eppure tanto se ne distaccò nella rigida fermezza dell'anima, da parer quasi diverso nella natura sua dall'umano. Mentre lo straordinario uomo colla mano ferrea scolpiva un monumento di storia maraviglioso, ei ne veniva insieme scrivendo gli annali, e segnava le pietre miliari del suo cammino nel registro delle sue lettere. Fin da tempi antichissimi e per tutto il Medio Evo, la Curia Romana usò, e continua l'uso, di trascriver gli atti spediti in suo nome e serbarli in appositi registri ordinati cronologicamente in libri e divisi per anni. Questo provvido pensiero avrebbe potuto preparare una infinita miniera di notizie allastoria, se nel corso dei molti secoli e delle molte vicende, tranne alquante lettere di Giovanni VIII (872-882), tutti i Regesti che stanno tra quello di Gregorio primo e questo di Gregorio VII, non fossero andati smarriti. Per maggiore sventura, neppur esso il Regesto di Gregorio VII ci avanza intero, e solo ne son discesi a noi otto libri, talché gli ultimi quattro anni di quel pontificato rimangono senza tanto sussidio. Filippo Jaffé, che ha pubblicato la migliore e più completa edizione delle lettere gregoriane[131], supplì in parte alla mancanza raccogliendo ogni altra lettera che poté trovare sparsamente, edita o inedita, ma pur così gli avanzi relativi a quell'ultimo periodo riescono scarsi al paragone del desiderio. E tuttavia, anche monco in tal guisa, questo massimo tra i documenti storici apparsi allora in Italia, sparge un immenso tratto di luce sugli eventi di quella età, e riproducendo con evidenza scultoria la figura grandiosa e severa di Gregorio VII, ce lo mostra quale era nelle sue relazioni coi contemporanei e nelle lottesue quotidiane colle infinite difficoltà che si levavano contro i suoi vasti disegni. Libro mirabilissimo, degno di molta meditazione, solo paragonabile alle lettere di Gregorio Magno, dalle quali però differisce per molti rispetti. Paragonar quei due libri vale paragonarne gli autori. Benedetti entrambi dalla forza di una fede senza confini, mossi dall'impersonale desiderio d'assicurar la vittoria a questa fede, dotati entrambi di genio, superiore ciascuno di essi all'età sua, eppure stretti e ossequenti a molti dei pregiudizi che li circondavano, que' due papi differiscono tra loro per l'indole diversa, e per un diverso concetto dell'idea della Chiesa dovuto alla diversità dei tempi, delle circostanze, delle ispirazioni. Nel primo d'essi, comparso sul limitare del medio evo, germoglia ancora la vita del passato, e l'anima gli si tempra fra le tradizioni dell'antica Roma e le tradizioni dei tempi apostolici, fra gli echi del Palatino e gli echi delle Catacombe. Intelletto prudente pieghevole, cuore indulgente e bisognoso d'espansione e d'affetto, anima essenzialmente umana, il più perfetto uomo che sia comparso in tutta la storia medioevale. L'altro vien fuori nel colmo del medio evo, dopo una lunga tenebra di corruzioni e di barbarie, monaco fin dall'infanzia, non freddo, ma meno dischiuso a tenerezza d'affetti, calmo severo inflessibile dominatore. Riformare la Chiesa imputridita per le colpe passate, trasformare l'ammollito clero in una falange d'apostoli austera e staccata da ogni cura d'affetti mondani, l'episcopato sottratto all'autorità regia e stretto intorno al pontefice pastore di popoli e di re,guida suprema alla giustizia e alla pace. Tale il concetto di Gregorio VII come scaturisce da queste lettere, se non materialmente scritte certo almeno sempre ispirate da lui, ed esprimenti tutte in diversi casi una tendenza sola. Ché se questo concetto, avanzando i termini del possibile e del giusto non toccò interamente la sua meta, e presto cedendo luogo a concetti nuovi si trasmutò in parte, non si scema per questo la grandezza di Gregorio, ed egli rimane pur sempre nella storia come un'aquila solitaria che posata sulla cima d'una rupe, ivi sovrasta e guarda in basso impassibile e maestosa.


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