Capitolo VIICronisti delle repubbliche marinare — Cronache di Venezia: Martino da Canale e Andrea Dandolo — Gli Annalisti di Genova da Caffaro a Giacomo D'Oria — Pisa: Le Gesta triumphalia. Bernardo Marangone — I cronisti della rimanente Toscana e principalmente i Fiorentini: I Malispini. Dino Compagni. I Villani.
Cronisti delle repubbliche marinare — Cronache di Venezia: Martino da Canale e Andrea Dandolo — Gli Annalisti di Genova da Caffaro a Giacomo D'Oria — Pisa: Le Gesta triumphalia. Bernardo Marangone — I cronisti della rimanente Toscana e principalmente i Fiorentini: I Malispini. Dino Compagni. I Villani.
Volgendomi ai cronisti delle città marinare, primi mi si porgono innanzi alla mente quei di Venezia. Illustrata pei tempi più remoti dalla Cronica Altinate e dalla Gradense, che recano qualche luce nel buio delle sue origini, poi da quel Giovanni diacono che ci si mostrò ai primi albori della vita comunale, Venezia ebbe copia di storici degna degli splendori della sua storia[170]. A que' primi cronisti tenne dietro un anonimo che dettò gli annali veneti dalla metà dell'undecimosecolo fino alla fine del dodicesimo, e tra le notizie sulla storia politica lasciò molte importanti indicazioni intorno ad avvenimenti locali relativi alla città di Venezia. Un frammento di cronaca, scritto certamente dopo la morte del doge Sebastiano Ziani (A. D. 1229) e già pubblicato come parte delChronicon Altinate, è anch'esso pregevole per la storia delle relazioni di Venezia cogli altri Stati, e in particolare coll'Oriente dove essa, padrona oramai dell'Adriatico, stendeva largamente la sua influenza e il potere. E dal tredicesimo secolo in poi la letteratura storica veneziana diviene sempre più fiorente, e s'ispira alla poesia del luogo e alla grandezza di quel senno politico che mentre reggeva dentro con tanta sapienza lo Stato, guidava lontane imprese in ogni parte del mondo. Pieno di questa poesia e di questa grandezza è il cronista Martino da Canale. Questo cronista descrisse la storia di Venezia fino al secolo decimoquarto in forma piuttosto di romanzo che di storia, ma appoggiato alle fonti che lo precedettero, alle tradizioni, e pe' suoi tempi alla fede degli occhi suoi o alla viva voce di testimonî oculari, egli in ciò che narrò del secolo decimoterzo, apparisce sostanzialmente scrittore veridico e, spesso pur nei particolari, bene informato ed esatto quanto è vivace. Di lui non si sa quasi nulla, e neppure s'egli fosse veramente veneziano, ma certo visse lungamente in Venezia per la quale mostra un affetto caldo ed una ammirazione infinita. Come ilTesorodi Brunetto Latini, come il Libro di Marco Polo, la sua cronaca è scritta in francese perché «lengue franceise cort parmi le mondeet est la plus delitable a lire et a oir que nule autre.» Sui principî di Venezia favoleggiò colle leggende troiane e con quelle d'Attila, e seguitò breve fin verso i tempi di Enrico Dandolo. Con questo glorioso Doge la narrazione di Martino incomincia a distendersi e diviene sempre più ricca. Quando tocca poi i tempi del doge Giacomo Tiepolo fino al 1275, ultima data della sua cronaca, i particolari che reca, specialmente sui costumi di Venezia, acquistano un valore inestimabile. Le sue notizie intorno ai personaggi dell'età sua, alla Chiesa di San Marco, alla Piazza e ai tornei celebrati in essa, alle vesti ed onorificenze dei Dogi, alle loro comparse e a quelle delle varie corporazioni delle Arti, alla festa solenne delle Marie, sono altrettanti quadri di un'età singolare dipinti sopra un fondo maraviglioso. Scrittore con cui è necessario adoperar molta critica, storico, come s'è detto, e romanziere a un tempo, Martin da Canale colla ingenua vivacità della sua fantasia riesce tale pittor di Venezia da non aver chi lo superi tra i contemporanei o l'agguagli a gran pezza. Dal suo libro pieno d'attrattive tolgo l'episodio della presa di Zara avvenuta per opera del Doge Dandolo mentre si recava coi Crociati in Oriente al conquisto di Costantinopoli:
«.... Vi dirò che il Conte di S. Polo e il Conte di Fiandra, il Conte di Savoia ed il Marchese di Monferrato, nell'anno della Incarnazione di Nostro Signor Gesù Cristo MCCII, inviarono loro messaggi al nobile Doge di Vinegia messere Errico Dandolo, e lo pregarono ch'egli loro donasse naviglio perpassare di là il mare. E quando Monsignore il Doge Errico Dandolo udì la preghiera che li messaggi dei Baroni di Francia gli ferono da parte di lor signori, sì ne fu lieto e disse ai messaggi: ‘Andate e dite ai signori vostri che di quell'ora ch'elli vorranno venire in Vinegia troveranno l'armata apparecchiata per passare di là il mare, e che il Doge di suo corpo medesimo vorrà passare con loro al servigio di Santa Chiesa.’ Allora se ne tornarono li messaggi a' Signori loro, e loro dissero tutto in così come Monsignore il Doge loro mandava. E quando i Baroni di Francia udirono ciò, ne furono molto lieti che dell'armata, la quale Monsignore il Doge loro aveva promesso, che del voler passare il mare di suo corpo medesimo con loro, e dissero che miglior compagnia non potrebbon elli avere in tutto il mondo.
«Messere Errico Dandolo, il nobile Doge di Venezia, mandò venissero li carpentieri e fece rettamente apparecchiare e fare palandre e navi e galee a gran numero, e fece prestamente fare medaglie d'argento per dare il soldo ai maestri ed ai lavoratori, ché le piccole ch'elli aveano non venian loro così opportune. E del tempo di monsignore Errico Dandolo in qua fu cominciato in Vinegia a ferire le nobili medaglie d'argento, che l'uomo dice Ducato, le quali corrono per mezzo il mondo per la bontà loro. Molto si affrettarono li Viniziani per apparecchiare il naviglio, e' Francesi allorquando furono in punto si misero alla via e cavalcarono tanto ch'elli furono venuti in Vinegia, ove furonomolto bene ricevuti, e fecer loro li Viniziani grande gioia e grande festa. E Monsignore lo Apostolo loro avea dato un suo legato che de' peccati li avea prosciolti. A quel legato fece Monsignore il Doge grande onore, e prese la Santa Croce da sua mano e molti nobili Viniziani la presero e del popolo ancora.
«A grande gioia ed a grande festa entrò messer Errico Dandolo in una nave per passare il mare coi Baroni di Francia al servigio di Santa Chiesa; ed i Baroni si misero ciascuno in sua nave, ed i cavalieri entrarono negli uscieri e nelle palandre e nelle altre navi da ciò ove loro cavalli erano messi. Ed allorquando elli furono in mare i marinai drizzaron le vele al vento e lasciarono ire a vele piene le navi per mezzo il mare alla forza del vento. E Monsignore il Doge avea lasciato in Vinegia in luogo suo un suo figliuolo detto messer Rinieri Dandolo, e quegli governò i Viniziani in Vinegia molto saggiamente.
«Monsignore il Doge se ne andò tanto per mezzo il mare ch'egli fu venuto a Giadra e tutta sua compagnia: e Giadratini erano a quel tempo sì orgogliosi ch'elli aveano rifiutata la signoria di Monsignore il Doge e faceano dirubare i trapassanti pel mare ed aveano levate le muraglia d'intorno la città. Il temporale era cambiato ed il mare iroso, sì loro convenne prendere terra per salvare il naviglio, ed allora se ne andarono a Malconsiglio, ciò è un'isola la quale è tutto dinnanzi Giadra. Quando elli furono dentro il porto messi a salvezza, Monsignore il Doge disse ai Baroni: ‘Signori, vedetelà quella città? sappiate ch'ella è mia, ma quelli di dentro sono sì orgogliosi ch'elli hanno rifiutato mio comandamento: io voglio che voi m'attendiate qui, ch'io vuo' mostrar loro quale merito debbano avere essi che rifiutano il comandamento del Signor loro.’
«Quando i Baroni udirono ciò, dissero a Monsignore il Doge: ‘Sire, noi siamo apparecchiati di venire con voi e nostri cavalieri anche.’ ‘In nome di Dio, disse Monsignore il Doge, già nullo di voi non vi metterà suo piede, anzi voglio che voi vediate ciò che io so fare ed i Viniziani con me.’ Ed allorquando elli furono apparecchiati di loro armi e di loro scale, non fecero altro soprastamento fuorché messere Errico Dandolo, l'alto Doge di Vinegia, si mise avanti e li Viniziani appresso ed andarono assalire Giadra e fu la battaglia cominciata; e già non rimase per nessuna difesa che i Giadretini ci facessero, che i Viniziani non salissero in secca terra. Sì fu allora la battaglia a colpi di lance e di spade, e quelli di sovra le muraglia gittavano giavelotti e pietre canterute e pali aguti e difendevano la città a lor podere. Ma la difesa non valse loro niente perché immantinente che i Viniziani misero loro scale alle mura vi montarono sopra ed abbatterono i Giadratini a terra, e presero la città rattamente rincacciandone i cittadini e dando Giadra in preda di monsignore Errico Dandolo.»[171]
A quel modo che Martino Da Canale aveva attinto largamente dagli storici che lo precedettero, così un altro cronista di nome Marco si giovò molto di lui per compilare una cronaca latina di cui furono pubblicati sol dei frammenti, e dopo lui e d'assai maggiore rilievo appariscono Marin Sanudo Torsello, e il frate Paolino, due delle principali fonti storiche di cui si servì il grande cronista medioevale di Venezia, Andrea Dandolo.
Da una antica e gloriosa famiglia di guerrieri e d'uomini di Stato e di Chiesa, Andrea Dandolo nacque nei primi anni del secolo decimoquarto. Giovanissimo sostenne cariche importanti, Procuratore di San Marco nel 1331, Podestà di Trieste nel 1333, e tre anni appresso Provveditore in campo nella guerra contro Mastino della Scala. Nel 1343 a soli trentasei anni, o, come altri vuole, a trentatrè, Andrea con esempio insolito fu levato al trono ducale. Giusto liberale benefico, i contemporanei sono pieni di lodi per lui; dottissimo di giurisprudenza e di storia, volse le sue cognizioni a benefizio dello Stato e delle lettere che gli procurarono amicizie di letterati insigni, massimo fra questi il Petrarca. L'indole e gli studî lo traevano alla pace, ma i tempi gravi in cui resse lo Stato volgevano a guerra e gli fu mestieri spender granparte della sua mente a negoziati che s'appoggiavan sull'armi. Le continue relazioni di commercio e di guerre tra l'Asia Minore e Venezia, alla quale anche s'aprivano allora i porti d'Egitto e di Siria, le contese commerciali sorte e appianate coi Tartari, la ribellione di Zara in Dalmazia, vinta malgrado gli sforzi avversi del re d'Ungheria, e quella di Giustinopoli nell'Istria vinta ancor essa, e una terribile pestilenza in Venezia, occuparono con molte altre cure l'attività di Andrea Dandolo nei primi anni del suo principato. In proceder di tempo queste cure si accrebbero per la rivalità ognor crescente tra i Veneziani e i Genovesi i quali anch'essi volgevano le loro mire al commercio coi Tartari nel mare d'Azof. La rivalità si mutò presto in guerra (A. D. 1351), e tal guerra quale potevano farsela le due maggiori potenze marittime d'Europa a quel tempo. Guerra lunga fortunosa varia di vittorie e di sconfitte, difficile a condurre per le molteplici alleanze ch'era necessario stringere e opporre alle alleanze nemiche. E qui è bello ricordare come la inerme voce del Petrarca, si levasse tra quel frastuono d'armi a consigliare di pace il doge Andrea Dandolo. Ma a questo non era dato ascoltarlo. I casi incalzando rendevano necessaria la prosecuzione della guerra nella quale i Veneziani toccarono una grave sconfitta. Mentre si provvedeva a difender la città da un possibile assalto, o fosse il crepacuore pel danno patito dalla patria, o fossero le fatiche sopportate in quegli allestimenti di difesa, Andrea Dandolo morì il 7 settembre 1354 dopo appena cinquant'anni di vita e dodici di principato.
Le molte cure dello Stato e i tempi bellicosi in cui governò, non lo avevano distolto dai suoi lavori di giurisperito e di storico. Aggiunse un libro agli Statuti di Venezia, rivedendo egli stesso e perfezionando il lavoro man mano che si preparava. Assicurò l'ordinamento degli archivi veneti facendo compilare due libri di grande pregio intitolatiLiber AlbuseLiber Blancus, contenenti il primo i trattati conclusi da Venezia cogli Stati orientali, l'altro quelli conclusi cogli Stati d'Italia. Prima di salire al principato aveva già intrapreso qualche lavoro storico che poi rifuse nella grande opera sua, laCronacao, come altri la chiama, gliAnnali di Venezia, scritta mentre egli era Doge. È lavoro insigne pel quale si aiutò con ogni maniera di materiali, e raccoglie in sé tutta quanta la storia di Venezia fino al chiudersi del tredicesimo secolo, cercata con cura grande e grande erudizione. La piena libertà di consultare gli archivî gli rendeva facile l'uso dei documenti, ed egli se ne servì largamente anche inserendone molti o per intero o in estratto nel suo lavoro. Lesse molti degli scrittori non veneziani dai quali poteva trarre notizie utili all'opera sua, e dei veneziani che lo avevano preceduto non gli sfuggì quasi nessuno e forse conobbe qualche scrittura che non è pervenuta infino a noi. Di tutti fece uso non senza acume di critica talché non sarebbe ingiustizia affermare che dove tutti fossero periti, la cronaca di Andrea Dandolo avrebbe conservato il succo delle opere loro e la storia di Venezia rimarrebbe intera. Come scrittore non ha grandi attrattive: assai semplice e lucidissimo ma piuttostoscarso di fantasia, narra i fatti senza curarsi d'ordinarli con intendimento d'artista. E neppure il nostro cronista è storico perfetto. Non si guarda abbastanza dalle favole, dice il Muratori, dove narra cose remote da' suoi tempi, e talvolta nella cronologia egli incespica e cade negli errori di chi l'ha preceduto. Ma pur con ciò non è da spregiarlo, e quanto egli dice intorno all'origine e al crescere di Venezia è da avere in gran conto, nè certo si troverebbe scrittore più grave di lui[172]. Dei suoi tempi non parla nella sua cronaca, ma di quelli abbastanza vicini a lui tratta con molta larghezza di giudizio e, pare, con animo sereno, sebbene ora taluno cominci a muovere qualche dubbio sulla grande imparzialità che tutti gli riconoscevano finora. Intorno alla vita e all'ordinamento politico di Venezia ha idee chiarissime, e man mano che narra i fatti, egli espone lo svolgimento storico e progressivo di quella mirabile costituzione, e in ciò è tal pregio che solo basterebbe a farlo considerare come uno dei più grandi e più importanti storici di tutto il medio evo italiano. All'opera sua premise una lettera introduttoria Benintendi de' Ravegnani cancelliere della Repubblica, amico anch'egli al Petrarca, letterato di fama e autore di una storia veneta che rimasta incompiuta non oltrepassa i primi secoli di Venezia. Un altro cancelliere, Raffaello o Rafaino de' Caresini, proseguì l'opera del Dandolo e ne continuò gli Annali fino al 1383, inun lavoro accurato anch'esso, e sebbene meno imparziale di quello del Doge, pure molto commendevole come opera di storico contemporaneo e di cittadino devoto e generoso verso la patria[173].
Nè la superba Genova volle restare indietro all'emula sua, ma con sapiente consiglio provvide alla città una serie di istoriografi i quali succedendosi gli uni agli altri ne descrissero le vicende per circa due secoli dal 1100 al 1293. Ideatore e iniziatore di questa serie fu un illustre cittadino genovese, Caffaro, il quale nato intorno al 1080 si trovò come soldato e come duce a molte spedizioni, e prese gran parte come console nelle cose della Repubblica e come ambasciatore a papa Calisto II e a Federico Barbarossa. In sui vent'anni d'età, al tempo della spedizione di Cesarea nel 1100, entrò nel proposito di descrivere le gesta dei concittadini suoi, e da quel tempo quanto vide egli stesso o seppe dalla testimonianza oculare d'altri consoli o somiglianti personaggi, tutto notò costantemente, e nel 1152 presentò il suo lavoro in pieno Consiglio ai consoli della Repubblica. I consoli decretarono che il libro, copiato con gran cura ed eleganza, fosse collocato nell'archivio pubblico. Lieto Caffaro con raddoppiato zelo si ripose all'opera e condusse innanzi gli Annali fino al 1163,ottantesimoterzo dell'età sua, ma le turbolenze civili che agitavano Genova a quel tempo gl'impedirono di seguitare per gli altri tre anni che visse. Morì nel 1166 lasciando oltre gli Annali unLiber de Expeditione Almariae et Tortuosaealla quale egli aveva preso parte (1147-1148), ed unoDe liberatione civitatum Orientische descrive le spedizioni dei Genovesi in Siria e in Palestina. In essi, come negli Annali, Caffaro rivela sé stesso quale scrittore ottimamente informato, testimonio quasi sempre oculare delle cose che narra, uom forte pio candido, della patria amantissimo, indagatore solerte di quanto possa riferirsi alla vita pubblica e privata dei cittadini, d'affari intendentissimo, familiare coi sommi uomini del suo tempo, coll'imperatore Federico specialmente e coi papi, tenace del retto e del giusto così nelle cose dell'Impero che della Chiesa, uomo alla cui felicità, dopo le nobili cose operate in pace e in guerra, s'aggiunse da vecchio di vedere il figliuol suo Ottone console nella Repubblica. Tali le ampie e meritate lodi colle quali il Pertz delinea il ritratto di Caffaro.
Proseguì la sua storia per ordine della Repubblica il cancelliere Oberto, e la condusse dal 1164 al 1173. Mescolato ancor egli a tutti gli eventi della patria, Oberto ebbe campo di vedere e conoscer bene quanto accadeva d'importante per la Repubblica genovese e dentro la città e lontano, talché la sua storia rende una viva immagine dei tempi suoi. Le trattative di pace coll'imperatore di Costantinopoli, gli armamenti a Porto Venere contro Pisa, la esposizione ch'ei fece a Federico Barbarossa sulla contesa tra Pisani e Genovesia proposito della Corsica, i sussidî dati a Milano per fabbricare Alessandria, sono alcuni tra i molti episodî nei quali ebbe parte. Dopo lui, Genova per circa quindici anni non ebbe storiografo, ma Ottobono scriba del Comune riprese l'opera, e colmata succintamente la lacuna di quei quindici anni continuò con maggior larghezza gli Annali fino al 1196. Fu a molte imprese, e narrò quel che vide egli pure scrivendo con quello stile piano e scorrevole che è proprio di una mente usata agli affari e a guardar nelle cose il lato reale e pratico. Nel 1194 colla flotta genovese mandata in soccorso d'Enrico VI, partecipò all'assedio di Gaeta, e quando quella città fu presa ne ricevette per Genova il giuramento di fedeltà. Nel 1196 si trovò presso San Bonifacio al conflitto tra la flotta di Genova e quella di Pisa, e dalle minute e precise narrazioni sue può indursi ch'egli assistesse anche alle altre spedizioni narrate nel seguito del suo lavoro. Lasciò anche importanti notizie sui mutamenti politici interni avvenuti in Genova nel 1194 quando ai Consoli del Comune fu sostituito un Podestà annuo e forestiero secondo l'usanza generale allora nelle Repubbliche italiane. Gli succedette nel lavoro Ogerio Pane (A. D. 1197-1219), uomo che si adoprò molto in varî negozî della Repubblica col Re d'Aragona Ildefonso, colla città di Marsiglia, e con Federigo II. Dopo Ogerio, pregevolissimi e adoperati anche più di lui nelle cose di Stato, Marchisio (A. D. 1220-1224) e Bartolomeo (A. D. 1225-1248) ebbero, quest'ultimo specialmente, a narrare un tratto di storia rilevantissimo, e ci mostrano Genova nellesue relazioni colle potenze vicine e lontane del Mediterraneo e la varia parte ch'essa ebbe nelle lotte in Italia tra Federico II e la Chiesa.
Dopo una continuazione rimasta anonima che va dal 1249 al 1264, la cura degli Annali genovesi fu affidata non più ad uno ma contemporaneamente a diversi scrittori i quali allargando alquanto oltre la cerchia di Genova i confini del loro lavoro, lo continuarono dal 1264 al 1279, con grande zelo e, tra quel parteggiare continuo che travagliava la città loro, con imparzialità mirabile nell'esporre i fatti e nel giudicarne. Tra gli ultimi chiamati a questo ufficio fu sin dal 1269 Giacomo D'Oria, al quale nel 1280 fu dato incarico di proseguir solo gli Annali, ed egli li condusse fino al 1294. Nato nel 1234 da Pietro figlio del celebrato ammiraglio Oberto D'Oria, fu tra le varie vicende della patria esperto uomo di toga e di spada. Nel 1284 saliva con molti parenti una galera di casa D'Oria in una gran battaglia contro i Pisani, ma nel tornar vittorioso, assalito da una tempesta presso a Porto Venere, scampò a fatica da morte. Tornato in patria, attese a riordinare l'archivio della città, fece trascrivere in regesto molti documenti e di essi si servì nel suo ufficio di storico. Dotto conoscitore degli antichi scrittori, ricercò in essi quanto poté trovar di notizie per riassumere brevemente la storia di Genova anteriore ai tempi di Caffaro. Di ciò che concerne i suoi tempi fu larghissimo espositore, massime per le relazioni tra Genova e Carlo d'Angiò e per la spedizione in Corsica condotta da Percivallo D'Oria. Scrittore sagacissimo, avanza tutti i predecessori suoi per acutezza d'osservazione, perlarghezza di vedute e per una precisione di mente che non gli fa mai trascurar dettaglio che possa importare ai posteri. A queste doti la storia di Genova deve la memoria d'infinite notizie intorno alla sua costituzione, all'esercito, alla flotta, alla moneta. Il 16 luglio 1294, stanco per fiaccata salute più che per vecchiezza, egli consegnò il suo lavoro ai magistrati della città che lo ricevettero solennemente e con lodi degne del servigio ch'egli avea reso alla patria. Con lui si conclude la serie di questi Annali, l'unica che sia stata scritta per incarico di una Repubblica italiana, la più completa in tutta l'età dei Comuni. Storia di un popolo mercantile e guerriero, riflette l'indole di questo popolo nelle pagine di ciascun degli autori malgrado la moltiplicità loro e la differenza dei tempi in cui scrissero. A questi autori molte caratteristiche sono comuni. Latinità piena di forme e di parole italiane, quasi nessuno ornamento oratorio ma semplicità di frase e precisione di stile grandissima, grande abbondanza di fatti, di nomi, di date, molto amor patrio e molta imparzialità di giudizio, si trovano in tutti questi scrittori da Caffaro a Giacomo D'Oria che sono il primo e l'ultimo della serie e i due maggiori per vastità di vedute e acutezza di indagini. Gli Annali di Genova provano più sempre come la storia contemporanea per rendere viva figura di ciò che descrive, vuole essere rappresentata da chi la vide e partecipando ad essa si scaldò al calore dell'azione[174].
Men ricca di Annali fu Pisa ma non priva affatto di essi. Alleata nel 1088 a Genova e ad Amalfi per una gloriosa impresa in Affrica contro i Saraceni, che fu preludio alle crociate, ebbe un cittadino che ricordò questa impresa con un rozzo ritmo rimato pieno di fuoco patrio. Del pari un poema latino in sette libri notevole per molte notizie e per la tendenza classica del verseggiare, celebrò la presa di Maiorca (A. D. 1115) che fu pure descritta da un anonimo, che il Watterich e il Giesebrecht credettero potesse essere il cardinale Pietro Pisano ed ora il Duchesne inclina a credere che fosse quello stesso Pandolfo di cui si è già fatto ricordo tra i compilatori del Libro Pontificale. L'autore narrando laspedizione dei Pisani alle Isole Baleari, allargò il concetto del suo lavoro, e risalendo fino alla prima crociata e alla presa di Gerusalemme, dettò leGesta triumphalia per Pisanos facta, magnificando anch'egli con molto calore e con molta evidenza le glorie dei suoi concittadini. Ma il principale fra i cronisti pisani fu Bernardo Marangone che fiorì nel dodicesimo secolo, ebbe molti pubblici incarichi in patria e sostenne in più luoghi varie legazioni, una delle quali nel 1164 a Roma per la conferma di una pace pattuita tra i suoi concittadini e il popolo romano. Dopo brevi note cronologiche gli Annali suoi incominciano all'anno 1004, da principio brevissimi, poi dal 1136 al 1175 più larghi e con maggior pienezza nei fatti. Al 1175 cessa il lavoro suo che fu continuato fino al 1269 da Michele De Vico canonico pisano del secolo decimoquarto. Il Marangone è scrittore rozzo ma chiaro, e la latinità sua è piena anch'essa di forme e di parole italiane. Annalista, quanto alla sostanza, bene informato e sincero, egli ci lasciò notizie che non sapremmo senza di lui, e che attinse a fonti oggimai perdute. Ha pregio specialmente per la storia delle relazioni di Pisa coll'Impero e coi Papi, con Genova, e colla rimanente Toscana di cui la storia appunto in quei tempi veniva in gran luce pel salire della importanza politica di Firenze, e per quel maraviglioso sorgere d'arti e di lettere destinato a stampare un segno così profondo nella storia della civiltà[175].
Infatti verso quel tempo i cronisti cominciarono a fiorire in ogni città di Toscana, utilissimi illustratori della storia d'Italia dal secolo dodicesimo al decimoquinto. Lucca, Siena e Pistoia principalmente ebbero cronisti pregevoli tra i quali gioverà menzionare, per Lucca gli Annali (A. D. 1061-1394) di quel Tolomeo da Lucca che abbiam veduto autore di una storia ecclesiastica, la vita di Castruccio di Nicola Tegrimo (A. D. 1301-1328), e la cronaca di Giovanni Sercambi (A. D. 1400-1409). Per Siena, a non dir d'altri posteriori, vogliano citarsi la Cronica di Andrea Dei continuata da Angelo Tura (A. D. 1186-1352) e gli Annali di Neri Donati (A. D. 1352-1381), e per Pistoia leIstorie Pistolesi(A. D. 1300-1348) dettate in italiano. E in italiano furono scritte varie di queste cronache menzionate ed altre di cui si tace; non piccolo merito ancor esso, sì perché aiutavano lo svilupparsi della lingua, e perché gli autori, scrivendo come parlavano, non avevano impaccio che rallentasse il pensiero loro, e l'esprimevano tutto quanto vivace e vero come scintillava ad essi nella mente.
Sopra la rimanente Toscana, dopo il dodicesimo secolo, torreggia Firenze, dagli umili e mal noti principî salita rapidamente al primato, e fatta insigne dalle cresciute ricchezze, dalle arti e dalla letteratura. Popolo pieno d'ingegno ed attivo, il più simile all'antico ateniese di quanti ne conosce la storia moderna, per natura vivace arguto riottoso discorde, i Fiorentini quasi d'istinto si formarono ad una mirabile democrazia ricca di tutti i pregi democratici e di tutti i difetti. Il sentimento individuale forte in tutti gl'Italiani si mostrò fortissimo in Firenze e creò miracoli di virtù e di colpe. Da un lato, gare d'ufficî e nimistà private suscitavan feroci le lotte delle parti, ghibellina e guelfa dapprima, e poi, quando il partito guelfo e democratico prevalse, di quelle dei Guelfi Bianchi e Guelfi Neri: lotte tra famiglie e famiglie, tra nobiltà e popolo, insofferenti gli uni degli altri. Dall'altro lato, un fiorir di commerci, di ricchezze, d'industrie, e le corporazioni degli artieri così saldamente costituirsi da divenir base allo Stato e curvare la nobiltà costringendola per entrar negli uffici d'ascriversi ad essa, e Dante fa esempio. La lingua formarsi, e le lettere e l'arti spiccare un volo non tentato prima nelle età moderne nè mai superato in appresso. È sentenza perpetua di Dio, che solo un popolo il quale senta in ogni cosa con forza possa esser grande in ogni cosa, e non v'era bellezza, di cui non s'innamorassero quegli animi così fieri e appassionati; nè, tra le guerre fratricide e le uccisioni e gli esilî, v'era altezza di pensiero a cui non giungessero, o gentilezzad'affetto che non capisse in loro. Una fraterna simpatia legava tra loro quasi misticamente quei grandi artisti che sorgevano a rinnovar di bellezza i regni del pensiero, e quasi inavvertitamente e per istinto si legavano a Dante giovine allora e pensoso di versi e d'amore. E mentre egli dettava laVita Nuova, Casella musicava la sua canzoneAmor che nella mente mi ragiona, e Giotto lo dipingeva bello di sentimento e di dolcezza, e Guido Cavalcanti e Lapo Gianni e Cino da Pistoia gli scrivevano versi ed egli a loro. Erano nella primavera dei loro pensieri e mettevan fiori; ma presto l'arduo fiotto delle ire civili travolse Dante, e lo gettò a maturar l'anima grande tra i dolori dell'esilio. Vagando da paese a paese, l'immortal profugo guardò nel segreto degli uomini e delle cose, imparò una ad una le virtù, le colpe, le sventure d'Italia; e nel comporre il poema sacro a cui posero mano e cielo e terra, scolpì in esso la storia d'Italia, e in verità gettò le basi alla storia di tutto il medio evo. Non è di questo libro trattare il valore storico del poema di Dante, ma giovi aver qui evocata la immagine sua, e che la santa figura attraversi queste pagine come una fulgente visione di luce[176].
Le origini di Firenze son buie. Fondata, per quanto pare, due secoli prima di Cristo e rifondata da Augusto, la sua storia fino al secolo undecimo non ha quasi altra base che le note e favolose leggende di Troia, di Catilina e di Totila, popolari a Firenze[177]. Intorno a queste leggende spaziò la fantasia de' suoi cronisti, e finora non si ricavò quasi nulla che non sia congettura dalle più antiche memorie che possono descriversi in breve. LeGesta Florentinorumdel Sanzanome partendo dalle origini incominciano a uscir del vago intorno al 1125 colla unione di Fiesole a Firenze, e ci mostrano quest'ultima già bene avviata nel corso della prosperità sua materiale e intellettuale fino al 1231. LaChronica de origine civitatissembra essere una compilazione di varie mani e di varî tempi, nella quale sono venute agglomerandosi le varie leggende delle origini. GliAnnales Florentini primi(A. D. 1110-1173) e gliAnnales Florentini secundi(A. D. 1107-1247), un elenco dei Consoli e dei Podestà di Firenze dal 1197 al 1267, ed un'altra cronaca, che si soleva attribuire a Brunetto Latini, completano la raccolta delle prime memorie di Firenze. Alle quali è da aggiungere un gruppo di notizie che verso il secolo decimoterzo si venne formando e trasformando in varî codici, e fu adoperato nelle varie sue forme dagli antichi scrittori Fiorentini e Toscani, e citato da essi col nome generico diGesta Florentinorum. «Opera,» come congettura sagacemente Cesare Paoli «di compilazione e ricompilazione continua, molteplice, anonima, universale; non opera veramente letteraria ma fondamento d'una letteratura storica splendidissima, quale fu la fiorentina del secolo decimoquarto.»[178]
Finora questa letteratura facevasi risalire di qualche tempo più in alto e incominciar dalla cronaca che va sotto il nome di Ricordano e Giacotto Malispini, vissuti nella seconda metà del secolo decimoterzo, e delle cui persone si sa poco ed incerto. Era questa considerata come la più antica cronaca scritta in volgare dopoché iDiurnalidi Matteo Spinelli furono dichiarati apocrifi. Ma pur contro essa ora si accampano taluni eruditi e la combattono con gran vigor di ragioni, talché par difficile che possa difendersene l'autenticità malgrado alcune serie obbiezioni mosse da chi la sostiene. Certo oramai tutti ammettono che s'anco la cronaca nella sostanza è autentica, essa deveessere pervenuta a noi sformata oltremodo e diversa dalla primitiva lezione. Finora ad un giudizio definitivo manca una base ferma, e non si può andare oltre le ipotesi tra le quali ci sembra probabile quella del professor Paoli che questa cronaca sia un raffazzonamento di più antiche memorie sconosciute a noi e da cui avrebbero attinto parecchi cronisti senza citarle o con citazioni mal certe. Così come ci rimane, la cronaca Malispiniana è libro molto attraente; muove dalle leggende delle origini e discende fino ai secoli dodicesimo e tredicesimo in cui narra per disteso la storia di Firenze. Ha forme antiche di stile ed arcaismi di lingua che la fanno scrittura assai pittoresca e coloriscono le abbondanti notizie e i molti fatti ed episodi che si ritrovano poi quasi tutti ripetuti nella grande cronaca del Villani, accusato finora d'aver copiato e rifusa nella sua l'opera dei così detti Malispini mentre ora parrebbe che essi abbiano, almeno indirettamente, attinto a lui. Ma innanzi d'affermar nulla è necessario aspettare il risultato di nuove indagini condotte sui manoscritti e di più profondi studî di critica, e ad ogni modo, se anche potesse venir dichiarata in tutto o in parte apocrifa, alcuni pregi letterari vieteranno che questa cronaca sia cancellata interamente dalla letteratura italiana[179].
Dagli ardori della vita pubblica fiorentina, derivò la Cronaca di Dino Compagni, una delle più care gemme che vanti la lingua italiana[180]. Nato verso il 1260 d'antica famiglia popolana, l'autor della Cronaca, giovine ancora si trovò come Dante partecipe alle vicende della città quando per Firenze s'apriva un periodo agitato di lotte civili, e la costituzione sua popolare volgeva a forme sempre più democratiche. La città divisa per la nimicizia d'alcune potenti famiglie, il popolo in lotta vittoriosa colla nobiltà, fiero contr'essa e tendente ad opprimerne la prepotenza con rigore prepotente di leggi. Il guelfismoprevalente, poiché ebbe sconfitti i Ghibellini d'Arezzo e quei di tutta Toscana con essi alla battaglia di Campaldino (A. D. 1289), si veniva lacerando rabbiosamente da sé, diviso come abbiam detto, in Guelfi Bianchi e in Guelfi Neri, i primi colla famiglia dei Cerchi, con quella dei Donati i secondi. A questi si piegava favorevole Bonifazio VIII che della parte bianca adombravasi perché non gli pareva staccata abbastanza dai Ghibellini. Perciò il Papa mandava a Firenze i suoi legati a spalleggiare i Neri, e più tardi chiamava sovr'essa le armi di Carlo di Valois, principe avventuriero, povero e affamato di ricchezze e d'onori, la cui dimora in Italia fu tutta una vergogna e non recò altro frutto che di discordie. Pochi anni innanzi, il popolo di Firenze guidato da un generoso tribuno, Giano della Bella, aveva stabilita co' suoiOrdinamenti di Giustiziauna delle più fiere costituzioni democratiche che potessero immaginarsi. Poi Giano andava bandito in esilio, sopraffatto da molte invidie di potenti e da un altro e ben tristo tribuno, il beccaio Pecora che s'era fatto innanzi adulando le male passioni della plebe e facendone pro. Contro gliOrdinamenti di Giustiziatramava intanto Corso Donati, il Catilina di Firenze, il quale messosi a capo dei Neri si sforzava di rendersi superiore alla legge e di scuotere il giogo a cui i popolani avevan curvata la nobiltà. Per la venuta di Carlo di Valois, Corso Donati e i Neri eran saliti in forza e se ne giovarono alla oppressione dell'altro partito, onde la dimora in Firenze di quel Francese venuto con titolo di Paciere, servì solo a sbrigliar le male passioni e a insozzarla città e i sobborghi d'omicidî, di saccheggi e violenze d'ogni maniera. Poi il Valese lasciava Firenze alle sue desolazioni. Bonifazio VIII indi a poco, patito l'insulto d'Anagni, moriva, Corso Donati era ucciso, ma sempre duravano le discordie e il contrastare indomato. Intanto molti dei Bianchi che erano stati banditi dalla patria, e Dante tra essi, per necessità di casi e similtà di nemici si venivano accostando ai Ghibellini, e più vi s'accostarono quando splendette anche a Toscana quel raggio di speranza che illuminò un momento l'affaticata Italia. Arrigo di Lussemburgo scendendo a coronarsi imperatore, pareva invece dello scettro recar nella mano il ramuscello dell'ulivo. Era un sogno desideroso di stanche anime affannate di pace, e già abbiam veduto a Padova il guelfo Mussato inneggiare ad Arrigo e celebrarne le gesta. Però le discordie non si assopivano, e quando Arrigo mosse per la Toscana, i Ghibellini di quelle parti esultarono e nei Guelfi Bianchi si ravvivò la speranza del rialzarsi. Ma i Neri di Firenze non s'impaurirono, e strettisi agli Angioini di Napoli si mostrarono apertamente ostili ad Arrigo a cui la morte non die' tempo di continuar nel contrasto. Con lui cadde ogni forza alla parte bianca e la speranza di mai più prevalere.
A tutti questi avvenimenti aveva assistito e partecipato in Firenze Dino Compagni che fu, tra il 1282 e il 1301, più volte Priore nel governo della città e nel 1293 Gonfaloniere di Giustizia. Anima intemerata, cuor mite e sincero, mente diritta e semplice, tentò fra le turbolenze della patria di richiamar glianimi verso la pace, e prodigò vanamente a quel santo scopo le forze della eloquenza sua fervidissima e dell'onesto volere. L'indole temperata lo accostò ai Bianchi e quando la parte sua cadde, egli costretto a cessare dalla vita pubblica e sospiroso sui mali della patria, si restrinse all'arte sua di setaiuolo e cercò conforto nelle lettere di cui già prima aveva dato qualche saggio in alcune liriche e, per quanto pare, in un poema che ha per titolo laIntelligenza. Coll'anima piena delle impressioni delle cose vedute e dell'affetto doloroso che portava alla patria, ei si sentì tratto a scrivere i fatti a cui s'era trovato: «Le ricordanze dell'antiche istorie,» egli dice «lungamente hanno stimolata la mente mia di scrivere i pericolosi avvenimenti non prosperevoli i quali ha sostenuti la nobile città figliuola di Roma, molti anni, e specialmente nel tempo del giubileo dell'anno 1300. Io scusandomi a me medesimo siccome insufficiente, credendo che altri scrivesse, ho cessato di scrivere molti anni; tanto che moltiplicati i pericoli e gli aspetti notevoli sì che non sono da tacere, proposi di scrivere a utilità di coloro che saranno eredi de' prosperevoli anni, acciò che riconoscano i beneficî da Dio, il quale per tutti i tempi regge e governa.
«Quando io incominciai, proposi di scrivere il vero delle cose certe che io vidi e udii, però che furon cose notevoli, le quali ne' loro principî nullo le vide certamente come io: e quelle che chiaramente non vidi, proposi di scrivere secondo udienza; e perché molti secondo le loro volontà corrotte trascorrononel dire e corrompono il vero, proposi di scrivere secondo la maggior fama.»
Narrato così la ispirazione e il concetto del suo lavoro e descritte con vivida brevità la città di Firenze e le origini di sue discordie civili, egli entra propriamente nella sua storia che dal 1280 al 1312 abbraccia tutti gli eventi ai quali siam venuti accennando. In quella storia egli vive e respira, e si agita in essa per modo che non sapremmo trovar fra i moderni uno scrittore di storia che gli si agguagli per la potenza ch'egli ha di scaldare il petto di chi lo legge con tutto il fuoco che scaldava il suo petto. Tra gli antichi l'han paragonato di preferenza a Tucidide e a Sallustio, e forse somiglia più al primo per lo spontaneo candore che manca al secondo a cui pure s'accosta Dino per una certa esteriorità dello stile pittoresco e nervoso. Nella Cronaca di Dino è tutta l'anima dell'autore quale essa fu, consacrata alla patria e piena di sdegni virtuosi e d'amore per essa. L'amor patrio infatti è la passione che muove sempre l'anima di Dino o ch'egli narri imprese di virtù e se ne esalti, o ch'egli giudichi severo e bolli d'infamia quei tristi che distruggevano la patria per passioni private o di parte, imprecando ad essi come in questa apostrofe: «Levatevi, o malvagi cittadini pieni di scandoli, e pigliate il ferro e il fuoco con le vostre mani e distendete le vostre malizie. Palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti; non penate più; andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il sangue de' vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello amore, nieghi l'unoall'altro aiuto e servigio. Seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granai de' vostri figliuoli. Fate come fe' Silla nella città di Roma, che tutti i mali che esso fece in dieci anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? pur quella del mondo rende una per una. Guardate a' vostri antichi, se ricevettono merito nelle loro discordie: barattate gli onori che eglino acquistorono. Non vi indugiate, miseri: che più si consuma in un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace, e picciola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno.»
L'indole mite e schietta di Dino male adattavasi alla età turbolenta in cui visse. Tra l'agitarsi di tante passioni, se come uom di Stato ei rimaneva sempre nel giusto e accordava gli atti alla purità delle intenzioni, non sempre nell'ingenuo candor di sua mente trovava rimedî efficaci a prevenir le discordie o a reprimerle. E ciò sente egli stesso, e quando ripensa il passato e lo giudica nella sua narrazione, da sé riconosce gli errori proprî e dei suoi colleghi e li confessa, e com'è giusto dispensiero di lode e di biasimo a tutti, così non rifugge dal chiamarsi in colpa. Non è la persona sua ch'egli vede ma i fatti che l'hanno mossa, e questo rende bello il seguirlo dov'egli parla di sé e rivela nella semplicità sua la magnanima indole del suo carattere e la serena imparzialità del giudizio. Niuno episodio più commovente che quello narrato da lui, di ciò ch'ei fece essendo Priore quando Carlo di Valois stava per entrare in Firenze. Paventando le discordie civili in faccia d'uno straniero, egliascolta la voce del cuore, e parendogli che debba parlar potente in ciascuno dinnanzi alla carità della patria, con fiducia ingenua e sublime la invoca dai suoi concittadini:
«Stando le cose in questi termini, a me Dino venne un santo e onesto pensiero imaginando: ‘Questo signore verrà e tutti i cittadini troverà divisi; di che grande scandalo ne seguirà.’ Pensai, per lo uficio ch'io tenea e per la buona volontà che io sentia ne' miei compagni, di raunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni; e così feci. Dove furono tutti gli ufici; e quando mi parve tempo, dissi: ‘Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendeste il sacro battesimo di questa fonte, la ragione vi sforza e stringe ad amarvi come cari fratelli, e ancora perché possedete la più nobile città del mondo. Tra voi è nato alcuno sdegno, per gara d'uficii, li quali, come voi sapete, i miei compagni e io con saramento v'abbiamo promesso d'accomunarli. Questo signore viene, e conviensi onorare. Levate via i vostri sdegni, e fate pace tra voi, acciò che non vi trovi divisi: levate tutte l'offese e ree volontà state tra voi di qui adietro; siano perdonate e dimesse, per amore e bene della vostra città. E sopra a questo sacrato fonte, onde traesti il santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acciò che il signore che viene trovi i cittadini tutti uniti.’ A queste parole tutti s'accordorono, e così feciono, toccando il libro corporalmente, e giurorono attenere buona pace e di conservare gli onori e giuridiziondella città. E così fatto, ci partimmo di quel luogo.
«I malvagi cittadini che di tenerezza mostravano lagrime, e baciavano il libro, e che mostrarono più acceso animo, furono principali alla distruzion della città. De' quali non dirò il nome per onestà: ma non posso tacere il nome del primo, perché fu cagione di fare seguitare agli altri, il quale fu il Rosso dello Stroza; furioso nella vista e nelle opere; principio degli altri; il quale poco poi portò il peso del saramento.
«Quelli che aveano maltalento, diceano che la caritevole pace era trovata per inganno. Se nelle parole ebbe alcuna fraude, io ne debbo patire le pene; benché di buona intenzione ingiurioso merito non si debba ricevere. Di quel saramento molte lagrime ho sparte, pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia.» «Pietosissime parole» esclama il Tosti riferendole in un suo libro[181]«ed oh fossero nelle italiane menti scolpite!» Ma le pietose parole che infiammavano dopo sei secoli il santo e patriottico petto del monaco cassinese non bastavano tra quei torbidi casi, e forse, come Dino stesso lamenta un'altra volta di non aver fatto, sarebbe stato meglioarrotare i ferri. La concordia delle parti era in cima dei suoi pensieri, ed egli sperava di ottenerla con la mitezza delle persuasioni come ci è mostrato da un altro episodio che non è meno degno di memorianè men bella pittura dei tempi e degli sforzi che pure si venivano facendo per tornare alla pace la travagliata città. «I Signori erano molto stimolati dai maggiori cittadini, che facessono nuovi Signori. Benché contro alla legge della giustizia fusse, perché non era il tempo da eleggerli, accordammoci di chiamarli più per pietà della città che per altra cagione. E nella cappella di San Bernardo fui io, in nome di tutto l'uficio, e ebbivi molti popolani, i più potenti, perché sanza loro fare non si potea. Ciò furono Cione Malagotti, Segna Angiolini, Noffo Guidi, per parte Nera: messer Lapo Falconieri, Cece Canigiani e 'l Corazza Ubaldini, per parte Bianca. E a loro umilmente parlai con gran tenerezza, dello scampo della città, dicendo: ‘Io voglio fare l'uficio comune, da poi che per gara degli uficî è tanta discordia.’ Fummo d'accordo, e eleggemmo sei cittadini comuni, tre de' Neri e tre de' Bianchi. Il settimo, che dividere non si potea, eleggemmo di sì poco valore che niuno ne dubitava. I quali, scritti, posi in su l'altare. E Noffo Guidi parlò e disse: ‘Io dirò cosa che tu mi terrai crudele cittadino.’ E io li dissi che tacesse; e pur parlò, e fu di tanta arroganza, che mi domandò che mi piacesse far la loro parte, nell'ufficio, maggiore che l'altra: che tanto fu a dire, quanto ‘disfà l'altra parte,’ e me porre nel luogo di Giuda. E io li risposi, che innanzi io facessi tanto tradimento, darei i miei figliuoli a mangiare a' cani. E così da collegio ci partimmo.»
Così, senza saperlo, dipinge tutto sé stesso quest'uomo, il quale col cader di sua parte, lasciata lacosa pubblica, continuò come s'è detto tra la mercatura e le lettere una vita forse per necessità oscura, di cui non riman quasi traccia fino all'anno 1324 che fu l'ultimo suo[182]. Storico mirabile e uom giusto e buono, degno contemporaneo e concittadino di Dante a cui, più d'ogni altro scrittore della età sua, rassomiglia per l'ardore grande degli affetti, per l'indole piena d'amore e di sdegno, per la singolare attitudine di guardar le cose dall'alto, di giudicare conciso degli uomini e di scolpirne con una frase il ritratto. Di lui molti scrittori han parlato, e con molto sapere, tra gli altri, il nobile storico di Firenze, Gino Capponi, che ne fa memoria così: «Dino Compagni buon uomo e un po' corto nei suoi politici pensamenti, ma caldo fautore del buono e del retto, era impossibile che scrivesse con la pazienza d'un erudito o con l'accuratezza di uno stenografo, che a volte non basta. Compagno allegro dei primi fondatori d'un governo popolare, devoto a chi aveva saziato le ire contro ai nobili, poi male contento dei nuovi uomini e delle plebi salite in iscanno; guelfo ma per l'amore dell'ordine pronto ad accogliere un Imperatore, da ultimo impaurito di questo stesso imperatore, a cui gli pareva che si facesse una pazzae inutile guerra; onesto in ciascuno di questi concetti, ma in tutti accorgendosi avere sbagliato; immaginoso e appassionato e sempre rigido moralista: è un chiedergli troppo pretendere ch'egli desse alla storia l'esattezza d'un registro minuto e impassibile.... La sua Storia è tutta composta sopra una serie d'impressioni di cui l'evidenza, la vivacità, la forza sono argomenti della sincerità: lo scrittore nel raffigurare sé medesimo dipinge il suo tempo; e in questo appunto consiste il pregio di Dino Compagni, che ha pochi uguali per questo rispetto.... Ai prosatori del dugento sovrasta molto con quella sua Cronaca il fiorentino Dino Compagni: l'Alighieri tiranneggia col fiero ingegno la lingua, alzandola come una bella prigioniera fino agli amplessi del sire; Dino, che ha tanto viva ed efficace la parola, non riesce però a nascondere un qualche sforzo nella composizione; sinceramente appassionato, ma pure ambizioso di dare al racconto la forma di storia secondo forse poté averne l'esempio in Sallustio. In quanto all'arguta speditezza dello stile si lascia il Compagni addietro il Villani, che tanto lo supera per la universalità dell'argomento e nella scienza dei fatti.»[183]
Nei tempi di Dino ma d'alquanti anni più giovane, nasceva in Firenze il grande cronista Giovanni Villani il quale, secondo le tradizioni di sua famiglia, addettosi alla mercatura la esercitò in patria e fuori. Nei primi anni del secolo decimoquarto viaggiò a Roma, in Francia e nei Paesi Bassi, dove vide e notò molto d'uomini e di cose. Tornato in patria, incominciò a consacrarsi alla cosa pubblica verso il tempo in cui Dino se ne staccava, quando alle turbolente agitazioni che Dino descrisse, succedeva un periodo di calma relativa. Negli anni 1316 e 1317 fu dell'ufficio dei Priori ed ebbe parte negli astuti maneggi dei Fiorentini per concluder pace coi Pisani e i Lucchesi. Anche nel 1317 fu Uffiziale della Moneta, e amministrando le cose della zecca, ne raccolse studiosamente le memorie componendo in gran parte egli stesso un registro delle monete coniate in Firenze fino al suo tempo. Priore nuovamente nel 1321, presiedette alla riedificazione delle mura di Firenze con zelo grande e mal ripagato, perché poi l'opera sua fu soggetta ad accuse di cui però si disciolse provando la innocenza sua. Più tardi fe' parte dell'esercito mosso dai Fiorentini contro Castruccio degl'Interminelli e sconfitto da lui ad Altopascio. In unadolorosa carestia che travagliò molte provincie d'Italia nel 1328, egli s'adoperò con l'usata attività sua a lenirne i danni entro Firenze, e de' provvedimenti che furon fatti lasciò memoria in un capitolo della sua cronaca che è monumento di quella sapienza economica per la quale i Fiorentini del medio evo, antivenendo i tempi, s'accostarono spesso nella pratica alle teorie degli economisti moderni. Due anni dopo presiedette alla fattura delle porte di metallo di San Giovanni «molto belle e di maravigliosa opera e costo, e furono formate in cera e poi pulire e dorare le figure per uno maestro Andrea Pisano, e gittate furono a fuoco di fornello per maestri viniziani.» Nel 1341 fu ostaggio di guerra a Mastino della Scala in Ferrara, e quivi insiem cogli altri ostaggi rimase alquanti mesi trattato a grande onore e con grande amorevolezza. Tornato a Firenze, vide tra le ulteriori vicende della patria, e la descrisse vivamente, la breve usurpazione e la cacciata del Duca d'Atene. Travolto senza colpa in un grande fallimento della Compagnia de' Bonaccorsi (1345) fu sostenuto qualche tempo in prigione. Morì nel 1348 vittima della gran peste, famosa per la dipintura che ne ha fatto il Boccaccio.
L'anno 1300 pel solenne Giubileo bandito da Bonifazio VIII, Roma accolse tra le sue mura uno sterminato numero di fedeli accorsi d'ogni parte della cristianità in pellegrinaggio a venerar le tombe degli Apostoli. Colà mosse fra gli altri pellegrini il Villani, e mentre s'aggirava per la maravigliosa città, lo attrasse il fascino suo misterioso, e innanzi alla maestosasolitudine delle sue rovine risalendo con la mente al passato sentì il core infiammarglisi nelle antiche memorie. E mentre a Dante che s'aggirava anch'egli per le vie di Roma in quell'anno, tumultuava indistinto nell'anima il grande concetto del suo poema, allo spirito sagace e osservatore del mercante fiorentino si rivelava la sua potenza di storico[184]. «Negli anni di Cristo 1300, secondo la nativitade di Cristo, con ciò fosse cosa che si dicesse per molti, che per addietro ogni centesimo d'anni dalla natività di Cristo, il papa ch'era in que' tempi, facea grande indulgenza, papa Bonifazio ottavo che allora era apostolico, nel detto anno a reverenza della natività di Cristo fece somma e grande indulgenza in questo modo: che qualunque Romano visitasse infra tutto il detto anno, continuando trenta dì, le chiese de' beati apostoli santo Pietro e santo Paolo, e per quindici dì l'altra universale gente che non fossono Romani, a tutti fece piena e intera perdonanza di tutti i suoi peccati, essendo confesso o si confessasse di colpa e di pena. E per consolazione dei cristiani pellegrini, ogni venerdì o dì solenne di festa, si mostrava in San Pietro la Veronica del sudario di Cristo. Per la qual cosa gran parte dei cristiani che allora viveano, feciono il detto pellegrinaggio,così femmine come uomini, di lontani e diversi paesi, e di lungi e dappresso. E fu la più mirabile cosa che mai si vedesse, che al continuo in tutto l'anno durante, avea in Roma oltre al popolo romano, duecentomila pellegrini sanza quegli ch'erano per gli cammini andando e tornando, e tutti erano forniti e contenti di vittuaglia giustamente, così i cavalli come le persone, e con molta pazienza e sanza romori o zuffe: ed io il posso testimoniare, che vi fui presente e vidi. E dell'offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e' Romani per le loro derrate furono tutti ricchi. E trovandomi io in quello benedetto pellegrinaggio nella santa città di Roma, veggendo le grandi e antiche cose di quella, e leggendo le storie e' grandi fatti de' Romani scritti per Virgilio e per Sallustio e Lucano e Tito Livio e Valerio e Paolo Orosio e altri maestri d'istorie, li quali così le piccole cose come le grandi, delle geste e fatti de' Romani scrissono, e eziandio degli strani dell'universo mondo, per dare memoria e esemplo a quelli che sono a venire, presi lo stile e forma da loro, tutto sì come discepolo non fossi degno a tanta opera fare. Ma considerando che la nostra città di Firenze, figliuola e fattura di Roma, era nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare, mi parve convenevole di recare in questo volume e nuova cronaca tutti i fatti e cominciamenti della città di Firenze, in quanto m'è stato possibile a ricogliere e ritrovare, e seguire per innanzi stesamente i fatti de' Fiorentini e dell'altrenotabili cose dell'universo in breve, infino che fia piacere di Dio, alla cui speranza per la sua grazia feci la detta impresa, più che per la mia povera scienza; e così negli anni 1300 tornato da Roma, cominciai a compilare questo libro, a reverenza di Dio e del beato Giovanni, e commendazione della nostra città di Firenze.»[185]
L'opera incominciata dal Villani nel 1300 risalisce ai tempi biblici e scende al 1346. Nè solo il concetto del suo lavoro era vasto pel profondarsi ch'ei fece nel buio delle età lontane, e pel raccogliere dei pochi fatti noti e delle molte leggende tra le quali si nasconde il primo sorgere di Firenze. La vasta universalità del suo racconto, massime pei tempi che gli sono vicini, mentre attesta i viaggi dell'autore e la mente sua comprensiva, ti fa quasi sentire la romana ispirazione del libro. La cronaca del Villani è cronaca universale e spazia per tutta Europa. Dino Compagni sente i fatti della sua storia e vive in essi, il Villani li guarda e li narra quasi estraneo ad essi pur quando vi è in mezzo o ne è autore egli stesso. Pregevolissimo per la storia italiana del secolo decimoquarto, egli è come la pietra angolare alla storia medioevale di Firenze di cui rianda e aggruppa le tradizioni, e raccogliendo ogni cosa che sa, tutto con più o meno d'ordine racconta dei tempi passati e dei presenti. Di questi è conoscitore grandissimo. Mescolato agli affari pubblici, educato alla vita intellettuale e alla vita economica della sua cittàquando essa primeggiava per entrambe in Europa, egli dipinge le cose vedute e udite con quella evidenza che è spontanea in una mente chiara e avvezza agli affari e alla osservazione degli uomini. È guelfo ma una certa serenità si diffonde in tutto il suo libro che assai più si rivolge a considerare le ragioni dell'utile e del vero che quelle delle fazioni. Cronista veramente e non istorico, le cose che gli sono lontane di tempo o di luogo riferisce spesso come le ha apprese, senza vagliarle, e spesso cade in qualche inesattezza, ma tutti questi difetti ei compensa largamente con pregi davvero grandissimi. Narratore di una storia della quale ha veduto svolgerglisi innanzi una parte notevole per mezzo secolo, egli sulla costituzione di Firenze, sui costumi, sulle industrie e i commerci e le arti sparge notizie in gran copia, e pel valore dei dati statistici ch'egli ha serbati non ha forse l'uguale tra i cronisti di tutta l'Europa. Giovanni Villani è meno profondo scrittore che arguto e chiaro, e se la sua prosa non è robusta nè colorita come quella del Compagni, è però semplice e spedita, e nel suo insieme egli è indubbiamente senza paragone il più grande tra quanti cronisti hanno scritto in lingua italiana. È maraviglia che del suo libro manchi ancora all'Italia una perfetta edizione, ma si può ormai sperare che tra i molti e dotti ricercatori di storia che vanta Firenze presto si trovi chi voglia accingersi all'arduo lavoro e sappia condurlo a compimento.
Il filo del racconto che s'era spezzato per la morte di Giovanni, fu riallacciato da suo fratello Matteo checondusse la cronaca fino al 1363 quando, colpito anch'egli di peste, morì lasciando a suo figlio Filippo la cura di continuare il libro fino al 1364. Pur seguendo lodevolmente le orme di Giovanni, Matteo gli rimane per alcuni rispetti indietro, ma nondimeno mostra talora un più largo e profondo intendimento delle ragioni dei fatti e una maggior robustezza di pensiero. Di lui si sa assai poco. Meglio nota è la vita di Filippo che fu più anni cancelliere del Comune di Perugia, uomo di dottrina e di lettere, nel 1401 e nel 1404 eletto a spiegar pubblicamente laDivina Commedianello Studio Fiorentino, e autor celebrato d'una raccolta di vite di Fiorentini illustri. Più letterato del padre e dello zio, egli è cronista inferiore ad entrambi.
Come in altre parti d'Italia così in Firenze non mancano per l'età seguente a quella dei Villani altri cronisti e alcuni d'essi eccellenti. Marchionne Stefani, Piero Minerbetti, il Boninsegni, Giovanni Morelli, il Velluti, il Pitti ed altri, sono tutti cronisti pregevoli e s'avvantaggiano sugli altri d'Italia pel facile uso della lingua materna. Forse superiore a tutti, Gino Capponi scrisse una eccellente narrazione del tumulto dei Ciompi (A. D. 1378) e anche, seppur non è autore di esso suo figlio Neri, un Commentario sull'acquisto di Pisa (A. D. 1402-1406). Ma coi Villani può dirsi che la serie dei cronisti medioevali sia chiusa. Dopo loro sorge la storia, non sempre sostanziosa, e nella forma spesso imitatrice troppo ossequente dei modelli antichi, durante il movimento umanistico del Quattrocento, ma pel secolo seguente, meditabonda acutavigorosa nelle pagine non ancor superate del Machiavelli e del Guicciardini. I quali con intelletto e cuore diverso s'affacciarono entrambi all'età moderna mentre la patria loro moriva, e meditando sulle cagioni di quel morire, aprirono nuovi spazî al volo del pensiero umano. Ma la vigoria dei loro intelletti s'appoggia al passato, e le loro storie traggono molto succo vitale da quelle umili e robuste cronache che congiungono l'antichità ai nostri tempi moderni, e che raccolgono per quasi dieci secoli la storia di uno tra i più travagliosi sforzi che l'umanità abbia compiuto nel suo cammino.