II.LIVIA.

II.LIVIA.

Nell’anno 38 a. C. il più giovane deitriumviri reipublicae costituendae, il collega di Marco Antonio e di Marco Emilio Lepido nella dittatura militare costituita dopo la morte di Cesare, Caio Giulio Cesare Ottaviano, chiedeva d’urgenza al collegio dei pontefici, che era la suprema autorità religiosa della repubblica, se una donna incinta potesse divorziare e risposarsi prima dello sgravo. Il collegio dei pontefici rispose che non poteva se la concezione era ancora dubbia; se invece sicura, non esserci impedimento. Dopo di che, in pochi giorni, il giovane triunviro — aveva allora 25 anni — ripudiava Scribonia, e sposava Livia, unagiovane signora di 19 anni, la quale si trovava appunto in quelle condizioni intorno a cui la sapienza dei pontefici era stata interrogata e che per sposarlo aveva fatto divorzio da Tiberio Claudio Nerone. Sebbene i grandi di Roma fossero spicciativi in queste faccende, i due divorzi e il nuovo matrimonio furono fatti anche più presto del solito: Tiberio Claudio Nerone non soltanto cedè graziosamente la giovane e bellissima moglie, ma le assegnò pure, per il nuovo matrimonio, una dote, come fosse il padre, e assistè al festino nuziale; Livia passò subito nella casa del nuovo marito, dove tre mesi dopo diede alla luce un figlio, che fu chiamato Druso Claudio Nerone e che Ottaviano fece portare nella casa del primo marito, come cosa che non gli apparteneva.

LIVIA

LIVIA

Somiglianti costumi saprebbero per noi di promiscuità e di lenocinio. Invece a Roma nessuno si sarebbe stupito di quei divorzi e di quelle nozze, perchè tutti erano avvezzi a veder fatti e disfatti in quel modo i matrimoni dei grandi personaggi, se non fosse stata quella straordinaria fretta, per cui non si volle o non si potè aspettare che Livia avesse dato alla luce il figlio del primo marito e fu necessario scomodare il collegio dei pontefici per ottenere un consentimento piuttostosofistico. Per qual ragione queste nozze furono celebrate a precipizio e, a quel che sembra, di comune accordo tra tutti? Perchè tutti, non Livia o Ottaviano soltanto, ma anche Tiberio Claudio Nerone, sembrano così impazienti che ogni cosa sia presto conchiusa? La leggenda, quasi in ogni suo punto ostile, che da venti secoli perseguita la famiglia di Augusto ha descritto questo matrimonio come una prepotenza, e poco meno che un ratto del dissoluto e perverso triunviro. Storici meno malevoli tra i quali chi scrive, nella suaGrandezza e Decadenza di Roma, supposero in questa fretta una esplosione d’amore per la bellissima Livia, che aveva travolto il giovane triunviro.

Ma una riflessione più lunga mi ha persuaso, che di questo famoso matrimonio c’è un’altra spiegazione, meno poetica forse ma più romana. Chi erano Livia e Ottaviano, l’uno rispetto all’altro, in quegli anni procellosi, in cui la gloriosa repubblica rantolava a terra semi strozzata dalla dittatura militare, che l’aveva rovesciata e agguantata alla gola? Livia non era soltanto una bellissima donna, come attestano i suoi ritratti, ma apparteneva a due delle più antiche e illustri famiglie della nobiltà romana, perchè suo padre, Marco Livio Druso Claudianoproscritto dai triunviri nel 43 e uccisosi dopo a Filippi, era nientemeno che un Claudio adottato da un Livio Druso. Discendente di Appio Cieco, il famoso censore e il personaggio storico forse più illustre della antica repubblica; nato in una famiglia in cui il nonno, il bisnonno, il trisnonno erano stati consoli, e un numero non minore di consoli e di censori vantavano i rami collaterali, e una sorella di suo nonno era stata moglie di Tiberio Gracco, e una cugina di suo padre aveva sposato Lucullo, il conquistatore dell’Asia, era entrato per adozione nella famiglia dei Livi Drusi, che contava otto consolati, due censure, tre trionfi, una dittatura. Apparteneva insomma per nascita e per adozione a due di quelle antiche famiglie aristocratiche, che il popolo non aveva cessato mai di venerare, anche in mezzo alle più tremende rivoluzioni, come semidivine e alla cui storia si intrecciava la storia tutta della repubblica. Nè meno nobile era il primo sposo di Livia, che con tanta premura l’aveva ceduta, perchè discendeva da un altro figlio di Appio Cieco. Livia era dunque una incarnazione muliebre della grande aristocrazia romana, della sua gloria e delle sue tradizioni.

Chi era invece Ottaviano? Un nobiluccio di fresca data. Suo nonno era un ricco usuraio di Velletri; e primo nella famiglia il padre, con le ricchezze dell’usuraio, era riuscito a insinuarsi clandestinamente nella nobiltà romana, sposando una sorella di Cesare, entrando nel senato, diventando pretore; ma era morto, ancora giovane. Ottaviano era dunque il discendente, diremo oggi, di ricchi borghesi nobilitati di recente; e per quanto, adottandolo nel testamento, Cesare gli avesse dato un antico nome patrizio, le sue modeste origini e il mestiere del nonno erano noti a tutti, in Roma. In uno stato in cui, pur dopo tante rivoluzioni, la nobiltà dell’antico lignaggio era ancora venerata dal popolo come il titolo più legittimo e meno controverso del potere, questa oscurità delle origini era un pericolo, massime per un dittatore che era un mediocre generale, che non aveva compiuto nessuna impresa di guerra gloriosa, e che non poteva vantare sino ad allora se non imbrogli, perfidie, violenze e rapine di guerre civili.

Considerando queste diversità noi possiamo spiegare come il futuro Augusto fosse così impaziente di sposare Livia nel 38 a. C. senza supporre che l’amore ne avesse fatta un’altra delle sue. I tempi erano procellosi;il giovane triunviro, che un capriccio inesplicabile della fortuna aveva fatto a 20 anni partecipe di una dittatura rivoluzionaria, era il più debole dei tre colleghi; per l’età, per la poca esperienza, per il nessun prestigio e infine per la oscurità delle origini. Antonio, che aveva fatte tante guerre, con Cesare e solo, che apparteneva ad una famiglia di antica e autentica nobiltà, che era molto più ammirato ed amato dai soldati, era molto più potente di lui. Sposando Livia, Ottaviano entrava, sia pur di sbieco e come un mezzo intruso nella vecchia aristocrazia, alla quale soltanto il popolo riconosceva per davvero il diritto di esercitare le somme cariche della repubblica; e quindi legittimava un po’ il suo straordinario potere, proprio come l’antico ufficiale corso, fatto imperatore di Francia, aveva cercato di legittimare la sua fortuna, sposando la figlia di un vero imperatore. E poichè una signora, che apparteneva a una di queste grandi famiglie, era disposta a sposarlo, non conveniva por tempo in mezzo: i tempi e la fortuna potevano mutare...

Ma se questi motivi possono avere indotto il futuro Augusto ad affrettare le nozze,come e per quali ragioni acconsentì Livia, in tempi tanto procellosi, quando la fortuna del futuro Augusto era ancora così incerta? Un passo di Velleio (2, 94) farebbe credere che chi immaginò e combinò questo matrimonio fu proprio... il primo marito di Livia. Velleio fu un amico, un confidente, quello che oggi si direbbe un ufficiale d’ordinanza di Tiberio. Egli può dunque aver appreso questo segreto di famiglia da Tiberio, il quale doveva aver saputo dalla madre come il famoso matrimonio era stato fatto. Perciò la testimonianza di Velleio è quanto mai autorevole. Poichè i grandi di Roma non solo non rifuggivano, ma credevano proprio dovere servirsi delle donne, nelle forme legali del matrimonio, per governare lo Stato, non è punto inverosimile che Tiberio Claudio Nerone, considerando che ormai la rivoluzione aveva vinto, pensasse che l’antica nobiltà doveva riconciliarsi con essa, e combinasse questo matrimonio per preparare la riconciliazione. Non più giovane, stanco, esautorato e disilluso dalle guerre civili, malaticcio (morì poco dopo), Nerone, che aveva conosciuto chi era Livia, pensò forse che una donna così bella e cosìintelligente non avrebbe servito a nulla nella sua casa, mentre sposa al più giovane, al più debole, al più influenzabile dei triunviri... Se Velleio è nel vero, Tiberio Claudio Nerone fu l’ignoto politico, che seppe usare a tempo un piccolo espediente fecondo di grandi effetti. Con Livia, che entrava nella casa di Ottaviano, la antica nobiltà romana gettava al collo del più giovane tra i capi della rivoluzione una delle catene più dolci e leggere di peso, più difficili da rompere o da scuotere: le braccia di una donna bella e intelligente.

E Livia non fallì alle speranze dei suoi, poichè per più di mezzo secolo fu nella casa del suo nuovo marito il genio discreto e sempre vigile dell’antica Roma. Era difficile immaginare un più perfetto modello della donna di grande lignaggio quale i Romani la vagheggiavano da tanti secoli; che sapesse meglio comporre, nella mirabile armonia di una lunga esistenza, la contradizione tra la libertà concessa al suo sesso e l’abnegazione impostagli come un dovere. Equilibrata, serena, virtuosa, essa si acconciò senza difficoltà a tutti i sacrifici, che il rango e i tempi le imposero. Lasciò senza fare difficoltà il primo marito, sposò Ottaviano cinque anni dopo le proscrizioni, quando era ancora rosso del sangue dei suoi; rinunciò, sposandolo, ai due figli, a quello che le era già nato, il futuro imperatore Tiberio, e a quello che nacque dopo il matrimonio; li riprese con eguale serenità e li educò con la più materna premura, quando di lì a qualche annoTiberio Claudio Nerone morì nominando Augusto tutore. Del secondo marito, che la ragione di Stato le aveva imposto, fu compagna fedelissima. La leggenda la imputò di venefici assurdi, di ambizioni fantastiche e di intrighi romanzeschi; ma neppure la leggenda pur così astiosa, osò mai accusarla di infedeltà e di dissolutezza. Non fu turbata, alterata o guasta dall’immenso potere, dall’immensa gloria, dall’immensa ricchezza del marito: nel palazzo di Augusto, ornato di perpetui lauri trionfali, a cui guardava tutto l’immenso impero dall’Eufrate al Reno; dove gli uomini più eminenti del Senato, in piccoli conciliaboli, trattavano i più grandi interessi del mondo, conservò le belle tradizioni di semplicità e di attività, che aveva imparate fanciulletta, nella casa paterna, splendente di gloria, ma non di ricchezze. Noi sappiamo — ce lo racconta Svetonio — che la casa costruita da Augusto sul Palatino, e in cui Livia passò la maggior parte della sua vita, era piccola e poco fastosa. Non un solo pezzo di marmo, nè mosaici preziosi; mobili così semplici, che nel secondo secolo dell’era volgare si mostravano ancora al pubblico, come curiosità; nessun lusso e sfarzo nei pranzi, a cui spesso Livia e Augusto invitavano i personaggi cospicuidi Roma, i magistrati della ricostituita repubblica, i capi delle grandi famiglie: solo nelle solenni occasioni si servivano sei portate, di solito tre solamente. Augusto per quarant’anni dormì sempre nella stessa stanza; e non portò mai che toghe tessute da Livia: si intende non proprio e non soltanto dalle mani di Livia, che pure ogni tanto non sdegnava di sedersi al telaio, ma dalle sue schiave e liberte. Ligia alle tradizioni dell’aristocrazia, Livia dirigeva anche le officine di tessitura della sua casa; pensava di contribuire anche essa alla prosperità e alla grandezza dell’Impero, misurando con cura la lana alle schiave, sorvegliandole che non la rubassero o la sciupassero, comparendo ogni tanto in mezzo ad esse, mentre lavoravano.

CLEOPATRA

CLEOPATRA

Semplicità, fedeltà, laboriosità, dedizione intera della propria persona alla famiglia ed ai suoi interessi: queste virtù muliebri, coltivate per tradizione nelle grandi famiglie, rivissero tutte, tra la ammirazione dei contemporanei, in Livia. Ma con queste virtù rivisse anche l’interessamento per la politica, il desiderio e l’orgoglio di partecipare alle vicende e alle opere del marito, comuni a tutte le donne di qualche merito nelle grandi famiglie. Nessuno si meravigliò mai aRoma che Augusto ricorresse spesso a Livia per consiglio e non prendesse mai nessuna deliberazione grave, senza averla consultata; che essa attendesse nel tempo stesso a vestir suo marito e l’aiutasse a governare l’impero. Così avevano fatto tutte le matrone della nobiltà, sollecite della loro buona fama e della prosperità della loro famiglia. Livia anzi doveva tanto più inflessibilmente irrigidirsi nei sacri doveri della tradizione perchè i tempi non potevano non apparire minacciosamente pericolanti ad una donna allevata all’antica in una antica famiglia. Se le guerre civili avevano decimata l’aristocrazia di Roma, la pace ne minacciava gli avanzi con una nuova e più insidiosa rovina. Quando Livia toccava i quarant’anni, verso il 18 a. C. già la generazione nuova, quella che non aveva visto le guerre civili, perchè appena nata o ancora bambina quando queste finivano, entrava nella vita, avida di lusso, di dissipazione, di godimenti, di libertà e di tutte quelle novità che sotto sotto minavano la repubblica aristocratica, ricostituita con tanti sudori. Le donne ricominciavano a ribellarsi ai matrimoni per ragione di Stato; il celibato si diffondeva isterilendo le stirpi più celebri; troppi vizi e disordini erano tollerati nelle famiglie più illustri;l’aristocrazia così semplice e austera, nel buon tempo antico, si buttava al lusso, a mano a mano che l’Egitto conquistato conquistava Roma e che le antiche arti del lusso, fiorenti ad Alessandria sotto i Tolomei, si trapiantavano a Roma, sperando di ritrovare tra i nuovi dominatori i clienti perduti con la caduta del regno d’Egitto. Le donne si invaghivano delle nuove fogge orientali, chiedevano ai mariti stoffe di gran lusso e gioielli, prendevano in uggia l’antico emblema della donna, il telaio. Tra i giovani delle grandi famiglie troppi voltavano le spalle alla milizia, alle magistrature, alla giurisprudenza, ossia a tutti gli oneri e gli onori che erano stati l’ambito e duro privilegio della nobiltà, e chi preferiva la filosofia, chi soltanto occuparsi dei propri beni, chi vivere negli ozî voluttuosi di Roma e di Baia: onde il laticlavio era troppo spesso rifiutato e schivato da chi doveva fregiarsene; quasi tutti gli anni per le cariche più numerose, come la questura, c’eran più posti che candidati; e non era cosa facile neppure trovare nell’aristocrazia tutti gli ufficiali superiori, di cui le legioni avevano bisogno.

L’aristocrazia romana, la gloriosa aristocraziascampata alle proscrizioni e a Filippi, moriva di un lento e voluttuoso suicidio. Bisognava salvarla da se medesima. Livia fu certamente tra i consiglieri e gli inspiratori della restaurazione aristocratica, a cui Augusto fu spinto dalla vecchia nobiltà per compiere la restaurazione della repubblica fatta dieci anni prima, verso l’anno 18 a. C. quando propose le famose leggi sociali, che volevano appunto ricostituire la famiglia aristocratica. Lalex de maritandis ordinibussi sforzava con minaccie e promesse di costringere tutti i membri dell’aristocrazia a sposarsi e a prolificare, combattendo il celibato e la sterilità. Lalex de adulteriisproclamava la legge marziale e il terrore nel disordinato regno dell’amore, minacciando alla sposa infedele e al suo complice l’esilio a vita e una confisca parziale delle sostanze, obbligando il marito a denunciare la rea ai tribunali, obbligando il padre a portar l’accusa, se il marito non voleva o non poteva, autorizzando qualunque cittadino a farsi accusatore, se il padre e il marito non compivano il loro dovere. Lalex sumptuariasi sforzava di moderare il lusso delle famiglie ricche e particolarmente il lusso muliebre, proscrivendo i gioielli,le feste, le vesti, gli schiavi e le costruzioni di lusso. Queste leggi volevano insomma rifare il mondo muliebre dell’aristocrazia romana a imagine e somiglianza di Livia; tanto è vero che nelle lunghe discussioni di cui furono oggetto in Senato, Augusto fece una volta un lungo discorso, in cui citò Livia come il modello a cui tutte le signore dovevano sforzarsi di rassomigliare in Roma; e a conferma aprì alla curiosità pubblica le porte della casa: raccontò come Livia viveva, quali amicizie coltivava, che sollazzi e svaghi si permetteva, e perfino come si vestiva e con quale spesa... E nessuno giudicò indegno della grandezza della repubblica che il suo capo mettesse in piazza, come un affare di Stato, quelli che oggi si chiamerebbero «i conti della sarta» della propria moglie.

Livia, dunque, verso il 18 a. C. raffigurava agli occhi dei Romani la perfezione muliebre, quale la tradizione secolare la venerava: quella perfezione, che fortunatamente scampata alle guerre civili era stata finalmente ricollocata là dove tutti potevano vederla, ammirarla e imitarla: nella più potente famiglia dell’impero! Esempio vivente delle virtù che il popolo romano maggiormente ammirava, sposa amata e consigliera ascoltatissima del capo dello Stato, circondata dalla venerazione che la potenza, la virtù, la nobiltà dei natali, la dignitosa bellezza del volto e del corpo attiravano verso lei da ogni parte, allietata da due figli, Tiberio e Druso, che intelligenti, seri, operosi, studiosi, promettevano di essere romanamente degni del nome che portavano, Livia avrebbe dovuto vivere come un esempio di felicità, nell’universale e meritata ammirazione.

Ma le difficoltà nacquero nella sua stessa famiglia. Augusto aveva avuto da Scribonia una figlia: Giulia, che nel 18 a. C. aveva 21 anni, e che di fronte a Livia era il presente in procinto di ribellarsi al passato, la generazione nuova, allevata nella pace, più vogliosa di godere i privilegi del rango che disposta a sopportare il carico degli obblighi e dei sacrifici, con cui le generazioni precedenti avevano bilanciato i privilegi. Bella e intelligente, amava non solo gli studi, la letteratura e le arti, ma anche il lusso e lo sfarzo, più che non consentissero lo spirito e la lettera dellalex sumptuaria, fatta approvare dal padre; era tutta fuoco, ambizione, slancio, passione, quanto Livia era saggezza, prudenza, riserbo. Augusto, che governava la sua famiglia al modo antico, l’aveva maritata giovanissima, come giovanissimi aveva maritato i due figli di Livia, e tutti e tre più che aveva potuto in famiglia, badando a consolidare gli interessi politici della famiglia stessa, dando a Tiberio Agrippina figlia di Agrippa, il suo grande amico e il più fedele collaboratore, a Druso Antonia, la figlia minore di Antonio e di sua sorella Ottavia; a Giulia Marcello, suo nipote,figlio pure di sua sorella Ottavia e del suo primo marito... Ma mentre i due primi matrimoni erano riusciti e le due coppie vivevano amandosi e felici, non così fu del matrimonio di Giulia e di Marcello. Presto nacquero dissapori e rancori. Per quali ragioni non sappiamo: pare che, sobillato da Giulia, Marcello assumesse un tono troppo superbo e insolente, che non si addiceva neppure al nipote di Augusto; e che questo contegno offendesse Agrippa, che era il primo personaggio dell’impero dopo Augusto. Pare che Giulia insomma non fosse contenta, al modo antico, di incoraggiare e consigliare il marito nelle sue ambizioni legittime, ma che avesse già delle ambizioni proprie e quali! Che suo marito fosse il secondo personaggio dello Stato dopo Augusto; per venir essa subito dopo, se non esser messa addirittura a pari di Livia! Queste ambizioni, le sorde discordie che in poco tempo nacquero nella famiglia, spaventarono tanto Augusto, che quando Marcello, nell’anno 23, giovanissimo ancora, morì, esitò a lungo prima di rimaritare la giovane vedova. Per un momento pensò perfino di sposarla ad un cavaliere, ossia una persona di secondaria importanza, quanto al potere eallo Stato, con il manifesto proposito di soffocare le sue troppo ardenti ambizioni, mettendola nella impossibilità di soddisfarle: poi si risolvè all’espediente opposto, di quietare quelle ambizioni soddisfacendole; e diede Giulia, nel 21 a. C., ad Agrippa, che era stato la causa dei dissapori precedenti. Agrippa era più vecchio di lei di 24 anni, poteva esser suo padre, ma era davvero il secondo personaggio dell’impero per gloria, ricchezza e potenza; e ben presto nel 18 a. C. egli diventerebbe collega di Augusto nella presidenza della repubblica, suo pari quindi in ogni cosa.

AGRIPPA

AGRIPPA

Così Giulia fu, a 21 anni, la seconda donna dell’impero dopo Livia, forse la prima accanto a lei; e potè non solo soddisfare la sua ambizione, ma sfogare l’ardore modernizzante delle nuove generazioni, diventando a poco a poco l’antitesi di Livia e del suo quasi monumentale arcaismo. Se Livia portava, come Augusto, vesti di lana tessute in casa, Giulia adorava le vesti di seta, che gli industri mercanti orientali vendevano a caro prezzo, ma che gli arcaizzanti in toga e in stola odiavano come una rovina per il costo e come una indecenza, per il risalto che davano alle forme. Quanto Livia era parsimoniosa,essa era prodiga. Se Livia non si mostrava in teatro se non circondata da uomini attempati e gravi, Giulia compariva sempre in pubblico con un codazzo di giovani eleganti. Se Livia badava a star sempre al suo posto e a dar l’esempio del riserbo e della modestia, Giulia, non ostante la legge che vietava alle mogli di accompagnare i governatori nelle provincie, riuscì a partire con Agrippa, quando nell’anno 16 egli fece il grande viaggio di Oriente; e dappertutto comparve al suo fianco, nei ricevimenti, alle corti, nelle città, e prima delle donne latine fu in Oriente divinizzata. Pafo le eresse delle statue chiamandola «divina»; Mitilene la chiamò Nuova Afrodite, Efeso Afrodite Genitrice... Ardite novità, in uno Stato di tradizioni così potenti; ma che pure avrebbero potuto non essere soverchiamente pericolose se Giulia non avesse commesso una imprudenza più grave assai. Agrippa era quasi vecchio; era uomo semplice, rude, di origine oscura, che badava più alle faccende pubbliche che alla giovane moglie, sposata in omaggio alla Ragione di Stato. Tra i giovani che facevan parte del circolo di Giulia parecchi erano belli, eleganti, piacevoli: tra questi un Sempronio Gracco, discendente dai famosi tribuni. Parche Giulia, ancor vivo Agrippa, facesse con costui uno di quegli sfregi alla nuziale Ragione di Stato in voga a Roma, che lalex de adulteriispuniva con terribili pene.

Che sin da questo tempo tra Giulia e Livia non corresse buon sangue è verosimile in sè, e parecchi indizi, rimasti nella tradizione e nella storia, lo provano. Noi sappiamo pure che intorno alle due donne incominciavano già a raccogliersi come due partiti: uno che si potrebbe chiamare il partito dei Claudî e della nobiltà arcaizzante, l’altro il partito dei Giulî e della nobiltà modernizzante. Tuttavia Augusto, bilanciandosi tra le due donne e i due partiti, riuscì a conservare un certo equilibrio sinchè Agrippa visse. Così, allorchè volle mettersi in regola con lalex de maritandi ordinibus, che prescriveva a tutti i buoni cittadini, solleciti del bene pubblico di aver tre figli, adottò i due primi figli che Giulia aveva avuti da Agrippa: Lucio e Caio. Fu un grande trionfo per Giulia. Ma nel 12 a. C. la morte di Agrippa precipitò le cose che a stento si reggevano in bilico...

Di nuovo Giulia era vedova; e lalex de maritandis ordinibusle ingiungeva di rimaritarsi. Augusto, al modo antico, le cercò un marito, consultando solamente la duraRagion di Stato: Tiberio, il figlio maggiore di Livia. Tiberio era fratellastro di Giulia ed era maritato con una donna che teneramente amava: ma non a queste considerazioni poteva indugiare un senatore romano. Il matrimonio di Giulia e di Tiberio poteva e doveva spegnere la discordia incipiente tra i Giulii ed i Claudi, tra Giulia e Livia, tra la giovane e la vecchia nobiltà; Augusto ordinò quindi a Tiberio di ripudiare la giovane, bella e virtuosa Agrippina e di sposare Giulia. Il dovere era duro (si racconta che incontrata, dopo il divorzio, in una casa, Agrippina, Tiberio scoppiasse in pianto, e che Augusto ordinasse ai due antichi sposi di non vedersi mai più): ma anche Tiberio era uomo di antiche idee e sapeva che un nobile romano doveva sacrificare all’interesse pubblico i suoi affetti domestici... Giulia invece celebrò le nozze allegramente. Poichè Tiberio, dopo la morte di Agrippa, del fratello Druso, era la speranza e il secondo personaggio della repubblica, essa non decadeva dal secondo al terzo matrimonio. E Tiberio era anche un bellissimo uomo, come i marmi attestano; il che pare non spiacesse a Giulia, che nel marito non considerava solo la Ragion di Stato.

Il matrimonio fu salutato da liete speranze. Giulia pareva amare Tiberio, e Tiberio faceva il possibile per essere un buon marito. L’attesa di un figlio rinforzò le speranze. Ma per poco tempo, pur troppo! Tiberio era il figlio di Livia, un Claudio autentico, un tradizionalista di macigno, un aristocratico rigido e sdegnoso, un soldato duro con gli altri come con sè. Voleva che l’aristocrazia fosse l’esempio del popolo, a cui doveva comandare: esempio di pietà religiosa, di semplicità dei costumi, di parsimonia, di puro spirito familiare, di obbedienza alle leggi. Il lusso e la prodigalità non avevano più fiero nemico; un grande lignaggio che profondesse i beni in gioielli, in vesti, in gozzoviglie gli pareva tradire la patria; nessuno esigeva con maggior vigore che le grandi leggi dell’anno 18 — la legge suntuaria, sul matrimonio, sull’adulterio — fossero applicate con inesorabile fermezza. Giulia amava il lusso, le feste, le allegre compagnie, i giovani eleganti, la vita facile e amena.

Dopochè anche le speranze del figlio furono deluse (morì poco dopo la nascita) la discordia scoppiò. È un fatto certo che Tiberio non tardò a sapere che Sempronio Gracco, approfittando della discordia, erariuscito a riavvicinarsi a Giulia, a farsi ascoltare, e a riprendere la antica relazione con lei; e un nuovo intollerabile tormento si aggiunse al rimpianto della pura, dolce, diletta Agrippina. Secondo lalex de adulteriisegli sarebbe stato obbligato a denunciare al pretore e a far castigare la moglie colpevole; ed egli era stato colui che aveva rampognato più aspramente le disobbedienze alla terribile legge... Ora che sua moglie l’aveva violata e avrebbe, come tante altre donne, dovuto subirla, era venuto il momento di dare quell’esempio di fermezza implacabile, che tante volte aveva reclamata dagli altri! Ma Giulia era la figlia di Augusto... Poteva provocare, senza il consenso di Augusto, un tale scandalo nella casa del primo magistrato della repubblica? Infamare e cacciare in esilio la figlia? Augusto, pur desiderando che fosse più prudente e più seria, amava e proteggeva la figlia; e non voleva pericolosi scandali. E Giulia osava quel che osava, sapendosi invulnerabile.

Costretto a far le viste di non sapere, Tiberio non volle più vivere con Giulia nello stesso appartamento nè aver altro di comune, con lei, fuorchè il necessario a salvare le apparenze: ma non potè ripudiarla e tanto meno denunciarla. Ma peggio fu, quandoi rancori politici incominciarono a sfruttare la discordia. Tiberio aveva molti nemici, massime nei giovani suoi coetanei: parte perchè la sua rapida fortuna aveva offeso non poche invidie; parte perchè il suo arcaismo autoritario inquietava molti egoismi. Troppi, anche nella nobiltà, desideravano un governo facile, che lasciasse goder senza fatica dei privilegi e non fosse troppo severo nell’imporre i doveri! A sua volta l’ambiziosissima Giulia, non potendo più sperare di primeggiare accanto a Tiberio, cercò un compenso alle deluse ambizioni tra i suoi nemici; e raccolse intorno a sè un partito, il quale si sforzò in tutti i modi di scalzare e rovesciare Tiberio, contrapponendogli Caio Cesare, il figlio di Giulia e di Agrippa, che Augusto aveva adottato e che amava assai. Sebbene Caio Cesare avesse, nel 6 a. C., appena 16 anni, incominciò in quell’anno a Roma un lavorìo, un maneggio, un sussurro per farlo già sin d’allora, mediante speciale privilegio del senato, nominar console per l’anno 754 di Roma, in cui Caio avrebbe raggiunto i venti anni. Con questa mossa il partito di Giulia e dei nemici di Tiberio cercava di attirar l’attenzione popolaresul giovane, per preparare un nuovo collaboratore di Augusto, che fosse rivale o almeno concorrente di Tiberio, per accaparrarsi l’avvenire nella persona di lui.

Ma la mossa era troppo ardita, perchè un console fanciullo era uno sfregio alla costituzione e alla tradizione romana: e forse sarebbe stata funesta a chi l’aveva imaginata, se proprio Tiberio non si fosse incaricato di farla riuscire con un errore. Tiberio si oppose a questa legge, e volle che Augusto si opponesse. Augusto, infatti, da principio si oppose... Ma poi, sia che Giulia sapesse convincerlo, sia che davvero nel senato un forte partito volesse Caio console in anticipazione per odio a Tiberio, alla fine cedè, cercando di placare Tiberio con dei compensi. Ma Tiberio non era uomo da accettare dei compensi, e sdegnato chiese il permesso di ritirarsi a Rodi, abbandonando tutte le cariche pubbliche che esercitava. Egli sperava certo di farsi desiderare, poichè davvero Roma aveva bisogno di lui. Ma si ingannò. Non solo Augusto andò in collera con Tiberio, ma questa sua secessione fu biasimata severamente dall’opinione pubblica, come una rappresaglia sullo Stato di una offesaprivata. Lui assente, tutti i nemici presero coraggio e divennero leoni: gli onori a Caio Cesare furono approvati tra l’universale entusiasmo; il partito di Giulia stravinse, primeggiò nel favore di Augusto, nei conciliaboli del senato e nei capricci della popolarità, mentre Tiberio era costretto a logorarsi, a Rodi, nell’ozio triste di un uomo d’azione, che a poco a poco si sente dimenticato.

Era però rimasta a Roma Livia.


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