IV.TIBERIO E AGRIPPINA.
Con la morte di Germanico e il processo contro Pisone, incomincia quel tetro periodo, che doveva passar nella storia con il nome di «tirannide tiberiana». In questo la famosa leggede majestate, non applicata sotto Augusto, prende forza e flagella Roma a sangue con gli scandalosi processi, le atroci denuncie, le condanne crudeli, i suicidi disperati, la rovina e l’infamia di tanti illustri personaggi.
Di questi processi, delle denuncie che li promossero, delle crudeli condanne in cui terminarono, la storia chiama da venti secoli responsabile una crudele e sospettosa tirannide del figlio di Livia, che avrebbe tollerato intorno a sè soltanto servi e sicari,cui ogni memoria della antica libertà romana avrebbe dato ombra e noia. Ma quanto è lontano dal vero questo giudizio! Quanto male ha inteso la posterità superficiale e leggera la terribile tragedia del governo di Tiberio! Si dimentica sempre che Tiberio fu il secondoprincepso presidente dopo Augusto; ossia il primo che dopo il fondatore ebbe a reggere la nuova e un po’ strana carica suprema della repubblica, senza il prestigio e il rispetto che assicuravano ad Augusto la straordinaria fortuna della sua vita, l’universale opinione che egli aveva terminate le guerre civili, ridato pace al travagliato impero, salvato Roma dalla rovina suprema, di cui l’Egitto, Cleopatra e la follìa di Marco Antonio, l’avevano minacciata. Questo prestigio e questo rispetto avevano, sinchè Augusto visse, tenuto in soggezione le invidie, le gelosie e gli odî contro la nuova autorità della aristocrazia romana, che da quell’autorità si considerò sempre, e quanto più dovette subirla per necessità di Stato, come umiliata e spogliata di una parte dei suoi privilegi. Ma queste invidie, queste gelosie, questi odî — già l’ho detto, ma giova ripeterlo, perchè il punto è capitale, per comprendere la storia del primo impero — si scatenarono ferocissimi, quando Tiberio fu assunto all’impero.
In quale situazione si trovava Tiberio, dopo la morte di Germanico? Bisogna intender bene questo punto se si vuol capire l’infierire delle accuse di maestà e il modo con cui il secondo imperatore trattò e governò la famiglia. IlPrincepsera ormai la volontà motrice e il genio regolatore di tutto lo Stato; delle finanze, della annona, dell’esercito, della guerra e della pace. In ogni difficoltà o pericolo, per qualunque torto o disgrazia, da ogni parte dell’impero, da ogni classe sociale si ricorreva a lui. Da lui le legioni aspettavano la regolarità del soldo, la plebe di Roma il grano abbondante, il Senato la sicurezza dei confini e la pace civile, le provincie la giustizia, i sovrani alleati o vassalli quell’aiuto, senza cui non potevano più governare. Queste responsabilità erano tante e così gravi, che Tiberio, come Augusto, si sforzava di indurre il Senato ad aiutarlo, ad assumersene la parte sua, secondo l’antica costituzione: ma inutilmente; chè il Senato si schermiva e ne lasciava a lui la parte più gravosa. È concepibile che un uomo potesse bastare a tante responsabilità, in tempi in cui le tradizioni del nuovo governo accennavano appena a delinearsi, se non fosse stato sostenuto dauna grande autorità personale, l’oggetto di un profondo e universale rispetto? Augusto aveva potuto per più di quaranta anni governare con così piccoli mezzi un così grande impero, perchè, per fortuna sua e dell’impero, aveva goduto di questo profondo, sincero, universale rispetto. Tiberio, assunto già molto impopolare al potere, s’era ancora più alienato nei primi sei anni del suo governo il favore pubblico, non ostante si fosse studiato con zelo infaticabile di ben governare. Superbia e durezza era definita la sua sollecitudine di mantenere un certo ordine nello stato; avarizia il suo scrupolo di non dilapidare in spese inutili le scarse entrate dell’erario; invidia e torva malignità, la prudenza che aveva frenato le temerarie espansioni e aggressioni di Germanico oltre Reno. Ed ora, perchè il destino aveva colpito Germanico, egli era accusato sotto voce, in molte grandi famiglie di Roma, nei circoli senatorî, di aver avvelenato, per gelosia, il suo nipote, il suo figlio adottivo, il popolarissimo rampollo di Druso, il figlio di Antonia, che era la sua più fedele amica! Ma se, accreditata e messa in giro dalle grandi famiglie di Roma, quella diceria si propagasse nell’impero, con quale autorità un imperatore, sospettato di un così orribiledelitto, avrebbe potuto ancora mantenere la disciplina nell’esercito, di cui era capo, e l’ordine nella plebe di Roma, di cui come tribuno era il grande protettore; dirigere, stimolare, frenare il Senato, di cui era, diremmo oggi, il presidente? Le popolazioni italiche da cui escivano l’esercito e le magistrature dell’impero, non consideravano ancora il capo dello stato come superiore alle leggi, che gli fosse lecito commettere delitti.
Nessuno storico, che conosca le cose del mondo in genere e il primo secolo dell’impero in particolare, attribuirà alla supposta tirannica crudeltà di Tiberio i rigori dellalex de majestateche seguirono la morte di Germanico e il processo di Pisone. Questi rigori furono la risposta al delirio di calunnie che infuriò nell’aristocrazia e specialmente nella casa di Agrippina. Troppo creduli a Tacito, molti scrittori hanno bollato d’infamia, come un segno di servilismo, la facilità e la severità con cui il senato condannava gli accusati per lalex de majestate: ma noi sappiamo che il senato di Roma non si componeva neppure in quei tempi solamente di adulatori e di servi; che gli uomini di senno e di carattere erano ancora numerosi. Questa severità si spiega molto menoromanticamente ammettendo che molti senatori giudicavano non potersi abbandonare l’imperatore indifeso alla frenetica maldicenza delle grandi famiglie; che queste calunnie insidiose minacciavano, con il prestigio e la fama del capo, la tranquillità e la potenza dell’impero. Ma lalex de majestate— si dice — fatta per difendere il prestigio dello Stato nei magistrati che lo rappresentavano, diventò a sua volta organo di false accuse, di vendette private, di orrende ingiustizie. È vero: occorre però andar cauti nell’accusare Tiberio. Tacito stesso più di una volta ci descrive l’imperatore che interviene in processidi majestas, a pro’ dell’accusato, per impedire appunto vendette e ingiustizie: di molti altri processi abbiamo resoconti troppo sommari e troppo parziali, da avventare giudizi.
È certo invece che, dopo la morte di Germanico, gli amici del morto e di Agrippina incominciarono una guerra implacabile contro Tiberio; e che il così detto tiranno fu da principio molto debole, incerto, oscillante nel combattere la nuova opposizione. Questa non risparmiava la sua persona; lo perseguitava accanita con la calunnia del veneficio; si sforzava di diffonderla e accreditarla, e già metteva innanzi, peropporglielo un giorno, il primogenito di Germanico, Nerone, il quale nel 21 d. C. aveva 14 anni. Eppure Tiberio cerca da prima di moderare le accuse di maestà, sua suprema difesa; finge di non sapere e di non sentire; incomincia a soggiornare lungamente fuori di Roma, quasi abbandonando ai suoi nemici e alle loro calunnie la capitale, dove risiedeva la guardia pretoriana. Di tutti i suoi nemici, il più implacabile era Agrippina, la appassionata, la veemente, la scriteriata, che, abusando della parentela, della sventura, non lasciava sfuggire occasione alcuna per rinfacciare a Tiberio il suo preteso delitto: non a parole, ma con scene ed atti che commuovevano il pubblico ancora più che le aperte accuse. Restò famosa a Roma una cena a cui Tiberio l’aveva invitata; e nella quale essa ostentatamente e ostinatamente rifiutò di toccar qualsiasi cibo o vivanda, sotto gli occhi dei convitati sbalorditi, i quali capivano benissimo quel che significava quel gesto! E pure a queste calunnie e a questi affronti, Tiberio non oppone che un silenzio disgustato e rassegnato; o, quando proprio non ne può più, qualche amaro e conciso rimprovero.
Non par dubbio che Tiberio si proponesse, da principio, di rifuggire, quanto era possibile, dai mezzi troppo aspri, non osando infierire contro tanta parte dell’aristocrazia e contro la sua stessa famiglia, egli così impopolare e mal compreso. Inoltre Agrippina era tra le donne della famiglia la meno intelligente: egli poteva tollerare con pazienza la sua pazza avversione, quando Livia ed Antonia, le due donne serie della famiglia, erano con lui. Ma è facile comprendere che non poteva andare avanti a lungo così. Un potere, che non si difende, indebolisce: il partito di Agrippina avrebbe dunque guadagnato favore e potere, se a fianco del vacillante Tiberio, non fosse apparso, per sostenerlo, il comandante della guardia pretoriana, Seiano. Seiano non era neppur senatore; nato da una oscura famiglia di cavalieri, non era che il comandante della guardia; e in tempi ordinari sarebbe rimasto nell’ombra, confuso tra i personaggi secondari,intento ai doveri della sua carica, che era militare soltanto. Il partito di Agrippina, i suoi intrighi, la debolezza e l’incertezza di Tiberio fecero di lui, per un certo tempo, una potenza. Non è difficile intendere quali fossero le prime origini di questa potenza. La fedeltà della guardia pretoriana, dalla quale dipendeva la sicurezza e la fermezza dell’autorità imperiale, era una delle cose che maggiormente dovevano stare a cuore a Tiberio, massime quanto più insidiosamente il partito di Agrippina lo accusava. La guardia vivendo in Roma, tutto ciò che si diceva nei circoli senatorî o nel palazzo dell’imperatore e dei suoi parenti si risapeva dalle coorti, tra le quali la memoria di Druso e di Germanico era veneratissima. Se la guardia si convinceva che l’imperatore era un avvelenatore, e che aveva fatto assassinare il figlio di Druso, la sua fedeltà poteva vacillare. Perciò un comandante di fiducia era un uomo che doveva essere molto ascoltato da Tiberio. Seiano seppe ispirare questa fiducia: parte, forse, per la sua origine, perchè l’ordine equestre per l’antica rivalità con la nobiltà senatoria, era più favorevole all’autorità imperiale;parte con certe riforme che egli seppe introdurre nella guardia pretoriana.
Acquistata la fiducia dell’imperatore, lo ambizioso e intelligente prefetto del pretorio, non tardò a rendersi necessario in ogni cosa, approfittando del momento. Crescevano in Tiberio, la stanchezza, la sfiducia, il disgusto di Roma, della nobiltà, degli uomini, che doveva governare: primi accessi di quella cupa melanconia, che andò via via aggravandosi, per effetto dei lunghi contrasti, delle infinite amarezze, dei continui timori e sospetti e forse anche un po’ per l’abuso del vino, se è vero che Tiberio, come ci racconta Svetonio, aveva il vizio di bere troppo. L’uomo che per tanti anni aveva fatto tutto da sè, che non aveva mai voluto nè consiglieri nè confidenti, aveva ora bisogno, invecchiando, di appoggiarsi a una volontà più ferma. Ma nella sua famiglia non poteva far assegnamento che sul suo figlio Druso, che era ormai diventato un uomo serio e degno di fiducia, e per il quale infatti, nel 22, egli domandò al Senato la potestà tribunizia, facendolo suo collega. Ma poichè Druso non bastava, Seiano potè divenire, di fatto se non ufficialmente, il primo e più attivo e più ascoltato consigliere di Tiberio, insieme con Druso. Anzi più attivoe più ascoltato, poichè Druso era spesso in missione ai confini dell’impero, mentre Seiano era quasi di continuo a Roma, dove, invece, l’imperatore appariva sempre più raramente.
CALIGOLA
CALIGOLA
Così era nata l’anomala potenza in Roma di questo Cavaliere che non aveva esercitato nessuna magistratura: potenza, che era figlia della debolezza di Tiberio e delle discordie dell’aristocrazia; potenza che sarebbe funesta sopratutto al partito di Agrippina e di Germanico. Sebbene non manchino notizie che Seiano e Druso non si vedevano di buon occhio, è manifesto che Seiano, come uomo di fiducia di Tiberio, doveva volgersi contro gli amici di Agrippina, da cui moveva la più fiera opposizione. Ma nel 23 anche Druso moriva, come tanti altri di sua famiglia, immaturamente a 38 anni, senza che alcuno, lì per lì almeno, parlasse di veleno; e questa inopinata sventura, che colpiva Tiberio di un vivissimo dolore, parve lì per lì riconciliare Tiberio e il partito di Agrippina, a danno di Seiano. Sparito il figlio suo, tra chi, se non tra i figli di Germanico e di Agrippina, potrebbe Tiberio, se non volesse uscire dalla famiglia, cercare il successore? E Tiberio infatti — altra prova che egli desiderava evitare quantopiù potesse i conflitti nel seno della famiglia — non esitò un momento, non ostante le noie e le difficoltà che gli erano venute da Agrippina e dai suoi, a riconoscere che nei figli di Germanico erano ormai poste le speranze della famiglia e della repubblica: fece comparire innanzi al senato i due maggiori, Nerone che aveva 16 anni e Druso che era più giovane, ma di cui si ignora l’anno della nascita; li presentò all’assemblea con un nobile discorso, di cui Tacito ci ha trasmesso il sunto, esortando i due giovanetti e il Senato a compiere il proprio dovere per la repubblica.
Dopo la morte di Druso la famiglia dei Cesari poteva riconciliarsi con se medesima, perchè la rivalità tra la stirpe di Tiberio e quella di Germanico era tolta. E un raggio di concordia sembra davvero aver brillato, pur in mezzo alle lagrime per la morte di Druso, sulla casa desolata da tante tragedie; mentre Seiano, la cui potenza era figlia delle altrui discordie, è per un momento messo in disparte. Ma per poco; chè presto la discordia ridivampò. Di chi fu la colpa? Di Seiano o di Agrippina? Tacito incolpa Seiano, che accusa di aver voluto distruggere la discendenza di Germanico per usurpare il posto: ma egli stesso deve poialtrove ammettere (ann. 4, 9) che tutta una piccola corte di liberti e di clienti stava attorno a Nerone, il maggiore dei figli di Germanico, aizzandolo contro Tiberio e contro Seiano, e sollecitandolo a far presto: esser questo — gli dicevano — il volere del popolo, il desiderio degli eserciti, nè Seiano, che ora si burlava della pazienza del vecchio e della lentezza del giovane, avrebbe osato resistergli. Da simili discorsi a propositi di ribellione e di congiura il passo era breve.
È verisimile dunque che la colpa della nuova e più acerba discordia debba attribuirsi, come del resto succede quasi sempre, alle due parti. Il partito di Agrippina, imbaldanzito dalla fortuna toccatagli e dalla debolezza di Tiberio, sentendosi, dopo la morte di Druso, più forte, non ebbe ormai più che un desiderio: collocare più presto che fosse possibile Nerone, il primogenito di Germanico, al posto di Tiberio. Riprese quindi i suoi intrighi contro Tiberio, seminando discordia tra lui e Nerone. Ma questa volta cozzò con Seiano, il quale difese Tiberio con un vigore, di cui Tiberio non era mai stato capace; e tra Seiano e il partito di Agrippina incominciò una guerra accanita e feroce di intrighi, di calunnie, di accuse, diprocessi di cui Tacito ha saputo dipingere con colori indelebili tutto l’orrore. Tra gli intrighi non potevano mancare i matrimoni. Nel 25 Seiano ripudiò la sua moglie, Apicata, e domandò a Tiberio la mano di Livia, la vedova di Druso. La mossa era arditissima, perchè riuscendo avrebbe introdotto Seiano nella casa imperiale; ma era troppo ardita e fallì, — ci dice Tacito — sopratutto perchè Tiberio ebbe paura che questo matrimonio irritasse ancor più Agrippina. L’imperatore avrebbe detto a Seiano che già troppe discordie di donne agitavano e turbavano la casa dei Cesari, con grave danno dei suoi nipoti: che avverrebbe se questo matrimonio fomentasse ancor più gli odî?Quid si intendatur certamen tali coniugio?Risposta notevole, perchè ci prova che Tiberio, accusato di odiare Agrippina e i suoi figli, ancora due anni dopo la morte di Druso, cercava di accontentare un po’ gli uni e un po’ gli altri, di non irritar troppo gli avversari, di conservare tra tanti pazzi una ragionevole equanimità.
Seiano ebbe dunque un rifiuto, del quale il partito di Agrippina esultò come di una sua vittoria, ma per incorrere l’anno dopo, il 26, in uno smacco della stessa natura. In quest’anno Agrippina chiese a Tiberio ilpermesso di rimaritarsi. A creder Tacito, Agrippina avrebbe fatta questa domanda di sua testa, spinta da uno dei tanti capricci che di continuo le frullavano per il capo: ma è da supporre che a un tratto, senza ragione, dopo così lunga vedovanza, Agrippina uscisse in un così singolar proposito; e che se questo non fosse stato che un capriccio di una donna bisbetica, se ne sarebbe tanto ragionato nella casa imperiale, e la figlia di Agrippina avrebbe raccontato l’episodio nelle sue memorie? Sembra più probabile che anche questo matrimonio avesse uno scopo politico: dando un marito a Agrippina, dare un capo al partito antitiberiano. I figli di Germanico erano troppo giovani e Agrippina troppo inabile, perchè insieme potessero tener testa a Seiano, appoggiato da Tiberio, da Livia, da Antonia. Si spiegherebbe allora perchè Tiberio si oppose: Agrippina era già una piaga, sola; non c’era bisogno di autorizzarla a prendersi, in veste di marito, un consigliere.
Questa volta trionfava Seiano. E la guerra proseguì a questo modo, con varie vicende. Ma a cominciare dall’anno 26 spesseggiano i segni che il partito di Agrippina e di Germanico soccombe, non resistendo ai colpi e agli intrighi di Seiano, che distaccada lui, uno dopo l’altro, tutti gli uomini di qualche importanza, o guadagnandoli a sè con i favori e le promesse, o spaventandoli con le minaccie, o distruggendoli con i processi. Tiberio sta in mezzo a questa mischia; e, all’opposto della leggenda, si studia quanto può di impedire che dalle due parti si giunga alle estreme crudeltà. Ma che penosa e ripugnante fatica doveva essere per lui questa estrema difesa della ragione e della giustizia tra tante malvagie passioni, tra tanti odî, ambizioni, rivalità! Per lui che era cresciuto nel momento in cui più sfolgorante splendeva innanzi allo spirito delle alte classi di Roma la visione di una grande restaurazione aristocratica! Per lui che giovanetto aveva conosciuto e amato Virgilio, Orazio, Tito Livio, i poeti e lo storico di questa sublime visione; per lui che, come tutti gli spiriti eletti di quegli anni ormai lontani, aveva visto in fondo a questa visione un grande Senato, un esercito glorioso e terribile, una repubblica austera e veneranda come quella che Tito Livio aveva dipinta nelle sue pagine immortali con così potenti colori. Ed egli si trovava invece a capo di una cadente e miserabile aristocrazia, non d’altro avida che di lacerarsi con calunnie, accuse, processi e condanne infamanti;che di quanto egli aveva fatto e faceva per la repubblica lo ricompensava deridendolo, motteggiandolo e accusandolo di assassinio. Aveva sognato i lauri delle vittorie sui nemici di Roma; e doveva rassegnarsi a guerreggiare giorno e notte contro le isteriche stravaganze di Agrippina; accontentarsi — senza essere nemmeno sicuro di riuscirvi — di non passare agli occhi dei più per un avvelenatore! La potenza sprovvista dei mezzi necessari, senza gloria e senza rispetto: questo era l’impero del successore di Augusto, dopo dodici anni di difficile governo! Non è da stupire se vecchio, stanco, disgustato, non sentendosi a Roma sicuro, tra il 26 e il 27 Tiberio si ritirasse a Capri, nascondendo la sua misantropia e la sua stanchezza nella meravigliosa isoletta, che un capriccio delizioso della natura ha deposta in mezzo al divino golfo di Napoli.
Ma in Capri invece della pace Tiberio trovò l’infamia. Da che foschi ricordi ravvolta, la vaga isoletta emerge colore di viola, dal mare azzurro, nei giorni di sole! Quel frammento di paradiso, caduto in riva ad uno dei più bei mari del mondo, sarebbe stato, per dieci anni, un inferno di truci crudeltà e di vizi abominevoli. Tiberio si è condannato nella opinione della posterità, chiudendosi in Capri. Dovremo noi trascrivere qui senz’altro questa condanna? O non dobbiamo invece domandarci come, da chi, da che fonti Svetonio e gli altri antichi hanno conosciuto tanti particolari? Certe cose non si sanno mai con precisione, appunto perchè devono essere per natura occulte. Convien tener conto poi che tutti i personaggi della storia di Roma che ebbero molti nemici, Silla, Cesare, Antonio e perfin Augusto, furono accusati di scandalosi costumi. Appunto perchè la tradizione puritana era forte in Roma, questa accusa nuoceva molto; e perciò i nemici la ripetevano volentieri, vera o falsa che fosse. Infine tutti gli scrittori antichi, anche i più ostili, dicono che sino alla età matura Tiberio fu esempio di austeri costumi: è verosimile che adun tratto, già vecchio, si sia bruttato di tutti i vizi? Se c’è del vero in quei rapporti, bisognerebbe conchiudere che, vecchio, Tiberio abbia soggiaciuto a una qualche infermità di mente; e che l’uomo che si rifugiò a Capri non era più sano di spirito.
MESSALINA
MESSALINA
È certo invece che, ritirandosi a Capri, Tiberio trascurò le faccende pubbliche; e che Seiano fu considerato a Roma come l’imperatore vero. Tutte le informazioni e le notizie che dall’impero e da Roma giungevano all’imperatore, come le risoluzioni che da Capri partivano per tutto l’impero, passavano ormai per le sue mani. A lui si rivolgevano, in Roma, per ogni faccenda, i senatori: intorno a lui, si accalcavano e facevano ressa gli adulatori; in sua presenza tacevano perfino, intimorite da tanta potenza e fortuna, tutte le invidie. Roma ormai tollerava, senza protestare, che un cavaliere, un uomo di oscuri antenati, dominasse l’impero invece del discendente dalla grande famiglia Claudia; e i senatori dei più illustri casati si acconciarono a fargli la corte. Peggio ancora lo aiutarono quasi tutti, o apertamente favorendolo o lasciandolo fare, a compiere la distruzione del partito e della discendenza di Germanico, di quel Germanico che tutti avevano amato, di cuiil popolo venerava ancora la memoria. Dopo il ritiro di Tiberio a Capri, tutti sentirono che Agrippina e i suoi figli erano destinati a soccombere presto o tardi; e allora non si conservarono fedeli ai vinti, prossimi ad essere distrutti, che pochi generosi, atti più ad addolcire il dolore della rovina, che ad allontanarla o a evitarla. Un certo Tizio Sabino era tra questi ultimi fedelissimi ed eroici amici; e l’implacabile Seiano lo distrusse con un processo, di cui Tacito ci ha riassunta la storia: orrenda storia di una delle più abominevoli macchinazioni giudiziarie, che la perfidia umana possa imaginare. Ad aggravare il pericolo sopraggiunse la discordia, nata tra il primogenito Nerone e il secondogenito Druso, proprio quando più necessaria era la concordia di tutti contro l’implacabile avversario, che tutti voleva sterminare. Un ultimo schermo restava ancora a proteggere la famiglia di Germanico: Livia, la veneranda vegliarda che aveva visto nascere e crescere la fortuna di Augusto e la nuova autorità imperiale, che aveva quasi tenuto in braccio, bambino, quel nuovo mondo nato in mezzo alle convulsioni delle guerre civili, e che allora già cresciuto incominciava a tentare i primi passi sulle vie della storia. Livia non amava moltoAgrippina, di cui aveva sempre biasimato l’odio e gli intrighi contro Tiberio: ma era troppo saggia e troppo sollecita del prestigio della famiglia da lasciare che Seiano distruggesse interamente la famiglia di Germanico. Sinchè ella visse Agrippina e Nerone poterono almeno vivere sicuri a Roma. Ma Livia era decrepita, e al principio del 29, vecchia di 86 anni, morì. La catastrofe, preparata da Seiano con tanta tenacia, si compì allora: pochi mesi dopo la morte di Livia, Agrippina e Nerone furono sottoposti a processo, e condannati dal Senato all’esilio, sotto l’accusa di aver cospirato contro Tiberio. Nerone, poco dopo la condanna, si uccise.
Il racconto che Tacito fa di questo processo è oscuro e monco, perchè la narrazione è troncata nel vivo da una sciagurata lacuna nel testo. Gli altri storici non aggiungono luce, con le loro frasi succinte e i loro accenni rapidi. Cosicchè non si capisce bene nè il tenore dell’accusa, nè le ragioni della condanna, nè la posizione degli accusati, nè il contegno di Tiberio. Par poco verisimile che Agrippina e Nerone fossero rei di una vera e propria cospirazione contro Tiberio, perchè isolati da Seiano dopo il ritiro di Tiberio a Capri, non avrebbero, anche volendo,potuto ordire nessuna cospirazione. Ma essi pagarono il fio della lunga guerra di calunnie e di maldicenze mossa a Tiberio; di quel loro odio tenace e insensato, che molti senatori avevano per lungo tempo incoraggiato, quando Tiberio — il Tiranno! — non osava farsi rispettare dalla famiglia; e che si voltò per la sventurata donna e il suo disgraziato figlio, in un crimenlese, ora che in nome e vece di Tiberio agiva un uomo risoluto, che sapeva percuotere i nemici e premiare gli amici.
Il processo e la condanna di Agrippina e di Nerone furono certamente macchinazioni di Seiano, che si impose al Senato, agli amici della famiglia imperiale, forse a Tiberio stesso. L’uno e l’altra dimostravano quanto Seiano avesse saputo rinvigorire l’autorità imperiale, così incerta e debole nell’ultimo decennio. Seiano aveva osato fare quel che a Tiberio non era riuscito mai: distruggere la velenosa opposizione, che si annidava nella casa di Germanico. Non è neppur necessario di dire che, dopo la rovina di Agrippina, tutti inchinarono, tremando, l’uomo che aveva osato umiliare la stessa famiglia dei Giulio-Claudi. Seiano fu fatto senatore e pontefice; ricevette la potestà proconsolare, si ventilò un matrimonio tralui e la vedova di Nerone; fu proposto perfino di nominarlo console per cinque anni; e nel 31 fu, per volere di Tiberio, collega dell’imperatore stesso nel consolato. Non gli restava più che ricevere la potestà tribunizia, per diventare il collega ufficiale dell’imperatore e il suo successore designato. Tutti del resto lo consideravano a Roma come il futuro principe. Senonchè a queste altezze Seiano fu colto dalla vertigine; si domandò per qual ragione eserciterebbe il potere e ne avrebbe tutti i pesi e i pericoli, lasciandone ad altri il fasto, gli onori e i vantaggi. Sebbene Tiberio lasciasse il Senato coprire il suo fido prefetto di onori, ed egli stesso manifestasse in molti modi la sua gratitudine sino a volergli dare in moglie la vedova di Nerone, non intendeva affatto di prenderlo come collega e di indicarlo come suo successore. Tiberio era un Claudio, non poteva nemmeno pensare che a capo dell’aristocrazia romana avesse a porsi un cavaliere senza antenati; anche esiliato Nerone, aveva posto gli occhi sopra un altro figlio di Germanico, Caio, come un possibile successore. Nè aveva nascosto la sua intenzione: anzi l’aveva chiaramente espressa in differenti discorsi al Senato. Onde Seiano dovè dirsi alla fine che, continuando a difenderTiberio e gli interessi suoi, egli non potrebbe più sperar nulla da lui e potrebbe invece mettere a repentaglio la potenza e la popolarità che si era acquistata. Che cosa succederebbe quando Tiberio morisse? Tiberio era odiato; il partito, avverso a lui, era numeroso in Senato, grande la sua impopolarità nelle masse: molti ammiravano Seiano per sfogare l’odio di Tiberio, quasi per dire che preferivano esser governati da un oscuro cavaliere anzichè dal solitario di Capri. Seiano sembra essersi a poco a poco illuso che se gli riuscisse di toglier di mezzo l’imperatore, potrebbe facilmente succedergli, saltando il giovane figlio di Germanico; e intesosi con i nemici di Tiberio preparò una cospirazione per rovesciare il detestato governo del figlio di Livia. Molti senatori aderirono; e certo poche cospirazioni furono mai ordite sotto auspici più favorevoli; Tiberio era vecchio, disgustato di tutto e di tutti, e solo a Capri; non aveva amici a Roma; non sapeva del mondo che ciò che Seiano gli raccontava; era quindi interamente nelle mani dell’uomo che si preparava a sacrificarlo agli odî tenaci della plebe e dell’aristocrazia. Giovane, energico, favorito dalla fortuna, Seiano aveva un partito in Senato, era il comandante della sola forzamilitare stanziata in Italia, aveva atterrito con le sue persecuzioni implacabili tutti coloro che le sue promesse o i suoi favori non avevano guadagnati. Il duello tra questa vecchiaia e questa virilità, tra questa misantropia solitaria e questa ambizione infaticabile poteva terminare altrimenti che con la disfatta della vecchiaia e della misantropia? Quando, uscendo a un tratto dall’ombra in cui si appartava, una donna apparve, si buttò tra i due combattenti, e mutò le sorti del duello. Fu Antonia, la veneranda vedova di Druso, la fedele amica di Tiberio.
Dopo la morte di Livia, Antonia era in Roma il personaggio più rispettato della famiglia imperiale. Essa vegliava ancora, appartata ma attenta sui destini della famiglia, ormai quasi distrutta dalla morte, dalle discordie, dalla crudeltà delle leggi, dalle implacabili invidie della aristocrazia. Ella ebbe sentore di quanto si tramava; pronta e coraggiosa avvertì Tiberio. Il quale, nel pericolo, e da Capri, ritrovò il vigore e l’avvedutezza dei suoi bei tempi; tenne a bada Seiano con lettere amichevoli e facendogli balenare la speranza che gli avrebbe fatto concedere la potestà tribunizia; intanto segretamente provvide a nominare il successore al comando della guardia pretoriana. Adun tratto Seiano seppe che non era più comandante della guardia e che era accusato dall’imperatore innanzi al Senato, di cospirazione. In un attimo, sotto questo colpo, la fortuna di Seiano ruinò; le invidie e gli odî latenti contro il cavaliere che aveva umiliato e calpestato l’aristocrazia senatoria, si risvegliarono; il Senato e l’opinione pubblica inferocirono: Seiano, la sua famiglia, i suoi amici, i suoi complici, quelli che parvero i suoi complici furono messi a morte quasi a furore di popolo dopo processi sommari. Tutta Roma fu chiazzata di sangue.
Antonia aveva salvato con la sua avvedutezza e con il suo coraggio Tiberio e quel po’ che restava della famiglia. Quando, da questa atroce tempesta della collera pubblica si levò all’improvviso un’ondata, che le rapì dal fianco e inghiottì anche una sua figlia: Livilla, la vedova di Druso. Il lettore non ha forse dimenticato che otto anni prima, Seiano, quando sperava di sposare Livilla, aveva ripudiata la sua prima moglie: Apicata. Apicata non volle sopravvivere alla rovina del suo antico marito e si uccise, ma dopo aver scritto a Tiberio una lettera nella quale accusava Livilla di avere avvelenato Druso, d’accordo con Seiano, per diventare sua moglie. Confesso che anchequesta accusa mi pare poco verisimile; e non credo che la denunzia di Apicata basti a farcela ammettere. Che prove Apicata poteva possedere di questo delitto e come se le sarebbe procurate, anche se il delitto fosse stato commesso, quando i due complici, se erano tali, dovevano cercar di nascondere a tutti il loro misfatto e a nessuno con più cura che ad Apicata? Inoltre non sembra che un uomo avveduto come Seiano, potesse pensare, nel 23, ad avvelenare il figlio del suo protettore. Per qual motivo lo avrebbe fatto? Non pensava allora a succedere a Tiberio; togliendo di mezzo Druso giovava alla famiglia di Germanico, che già allora era sua nemica. Non potrebbe invece questa denunciain extremisessere la vendetta di una donna ripudiata, contro la rivale che per un momento aveva minacciato di prendere il posto da cui essa era stata scacciata? Apicata, che non apparteneva all’aristocrazia, non era stata allevata, come le donne delle famiglie senatorie, nell’idea di dover servire docilmente alle fortune politiche del proprio o dei propri mariti. Forse la sua denuncia fu una vendetta della gelosia, che gli ordini meno illustri della società romana non spegnevano nel cuore della donna, come l’aristocrazia.
Questa denunzia però — si capisce dagli antichi scrittori — fu uno dei più terribili dolori della vecchiaia di Tiberio. Egli aveva teneramente amato il figlio, e l’idea di lasciare impunito un così orrendo delitto, se l’accusa era vera, lo esasperava. Ma d’altra parte, Livilla, la presunta rea, era la figlia della sua amica fedele, di colei che lo aveva salvato dalle insidie di Seiano, di Antonia. Quanto al pubblico, così facile a credere tutte le infamie che si propalavano sulla famiglia imperiale, non dubitò un istante che Livilla fosse una scelleratissima avvelenatrice. Un gran processo fu iniziato; molte persone furono poste alla tortura, segno manifesto che non si venne in chiaro di nulla; ed è probabile che non si venne in chiaro di nulla, perchè si cercava la prova di un delitto immaginario. Ma Livilla non sopravvisse allo scandalo, alla accusa, ai sospetti di Tiberio, alla diffidenza che la circondò. Perchè ella era figlia di Druso e nuora di Tiberio; perchè apparteneva alla famiglia che la fortuna aveva posta a capo dell’immenso impero di Roma, essa non potrebbe persuader nessuno della sua innocenza: l’oscura donna senza antenati che l’accusava dalla tomba sarebbe creduta da tutti sulla parola, convincerebbe i posteri e la storia, sarebbepiù potente della sua grandezza e di ogni buona ragione. La sventurata si rifugiò nella casa della madre e si lasciò morire di fame, non potendo sopravvivere ad una accusa, che non poteva confutare.
Dopo questo supremo orrore i sei anni che Tiberio visse ancora, non furono più che una lenta e cupa agonia. L’anno 33 vide ancora una tragedia, il suicidio di Agrippina e quello del suo figliuolo Druso. Della prole di Germanico non restava in vita più che un maschio: Caio, e tre femmine, delle quali la più vecchia, Agrippina; la madre di Nerone, era stata maritata pochi anni prima al discendente di uno dei più grandi casati di Roma: Gneo Domizio Enobardo. Tiberio rimaneva ultimo superstite di una età più antica a rappresentare idee e aspirazioni ormai spente tra le rovine e le tombe dei suoi. Di queste rovine la posterità, sulla traccia di Tacito, ha ritenuto responsabile lui solo e la sua cupa natura. È da credere invece che egli fosse uomo nato a più alti e più felici destini; ma che dovè egli pure espiare la grandezza unica a cui la fortuna lo aveva innalzato. Come i membri della sua famiglia esiliati, mortiprecocemente, costretti dalla disperazione al suicidio, egli fu vittima di una tragica situazione, piena di contradizioni insolubili; e fu la vittima forse più disgraziata, perchè dovè vivere.