VI.LA MADRE DI NERONE.
Sposar Claudio poteva essere, come vuole Tacito, la massima ambizione di Agrippina; ma poteva essere anche la abnegazione suprema di una donna che si considerava, alla romana, lo strumento della fortuna della sua famiglia e dei suoi. Sposando Claudio, Agrippina non sposava soltanto uno zio molto più vecchio, un marito poco gradevole; ma legava la sua sorte a quella di un imperatore debole, minacciato da continue congiure e rivolte, le cui incertezze e paure erano universalmente considerate un pericolo pubblico; metteva a un cimento mortale la vita e l’onore, se non riuscisse a bilanciare con la sua intelligenza e la sua volontà le debolezze dello strano marito: impresa che non è chi non veda quanto fosse difficile.
Ma Agrippina si accinse all’arduo compito con ardore e con fortuna. Le circostanze la favorirono sul principio. Le pazzie di Caligola e gli scandali di Messalina avevano tanto disgustato Roma e l’Italia, che tutti,dal Senato alla plebe, chiedevano un governo più forte, più coerente, più rispettabile, che la facesse finita coi processi, le discordie, le rapine, le congiure. Appena Agrippina apparve, tutti sperarono in lei, nella figlia di Germanico, nella nipote di Druso, nel sangue dei Claudi; nella loro fermezza, nel loro puritanismo tradizionalista. E non a torto; chè questa donna era una specie di Tiberio femmina, simile nella purezza dei costumi alla madre, alla nonna Antonia, alla bisnonna Livia, per quanto Tacito maligni anche intorno a lei, a proposito di Pallante e di Seneca. Ma non solo è smentito dal fatto che neppure l’odio implacabile di Messalina riuscì a farla cadere sotto i colpi dellalex de adulteriis; egli stesso si smentisce da sè, quando dice: «nihil domi impudicum nisi dominationi expediret»: il che significa che Agrippina fu donna di intemerati costumi, perchè tutta la sua storia dimostra che la sua potenza prima e la sua disgrazia poi dipesero da tali e tante cause e ragioni, che proprio le sue grazie femminili non ebbero forza nè di accrescere la potenza nè di ritardar la rovina. Appunto perchè con le sue virtù Agrippina ricordava i personaggi più venerati della famiglia di Augusto, tutti sperarono quando la videroaccanto al debole Claudio; e incoraggiata da questo favore, Agrippina si accinse a restaurare nello Stato i principii tradizionali della nobiltà, in cui Livia aveva educato prima Tiberio e Druso, poi Germanico, poi Agrippina stessa. Lo spirito della grande avola spento nella famiglia dal conflitto tra Tiberio e Agrippina, dalle pazzie di Caligola e dagli scandali ridicoli del primo governo di Claudio, rivisse finalmente in questa pronipote. La quale si adoperò a ridare allo Stato un po’ di quel vigore autoritario, che era stato il pensiero costante della nobiltà, ai tempi del suo splendore. «Adductum et quasi virile» chiama Tacito il suo governo: rigido e quasi virile: il che significa che dopo il rilassamento e il disordine dei primi anni si restaurò, sotto l’influenza di Agrippina, un po’ di ordine e di disciplina. Agrippina, come Livia, come tutte le donne della grande nobiltà romana, era una brava massaia, parsimoniosa, vigilante, sempre attenta alle entrate e alle spese, agli schiavi e ai liberti; e quindi odiava gli uomini dei subiti guadagni, gli accollatari arricchiti troppo rapidamente, la gente che non si propone che di far quattrini. Noi sappiamo che essa cercò di impedire, quanto potè, le malversazioni del denaro pubblico,con cui i liberti di Claudio arricchivano; noi abbiamo notizie, dopochè essa sposò Claudio, di processi fatti contro dilapidatori del pubblico denaro, mentre sotto Messalina non se ne sente mai discorrere; noi sappiamo infine che essa riassestò la fortuna della famiglia, che non è improbabile fosse stata molto scossa dalle prodigalità di Messalina. Questo vuol dire una frase di Tacito, colorita dalla solita malignità:cupido auri immensa obtentum habebat, quasi subsidium regno pararetur. «Badava ad arricchir la famiglia, sotto il pretesto di provvedere ai bisogni dell’impero». Quello che Tacito chiama «pretesto» era invece l’antico modo di intendere la ricchezza, come mezzo di governo e organo di potenza: la famiglia la possedeva ma per servirsene a pro’ dello stato.
Insomma Agrippina si sforzò di ravvivare nel governo le tradizioni aristocratiche, che avevano guidato e consigliato Augusto e Tiberio; e non solo si sforzò ma — il che può parer da prima più singolare — ci riuscì quasi senza lotta. Il governo di Agrippina parve da principio riuscire in ogni sua impresa. Non solo, dopochè Agrippina ha sposato Claudio, si sente in tutta l’amministrazione una maggior fermezza e coerenza;non solo Claudio non sembra più in balìa dei liberti e delle fuggevoli impressioni; ma anche il tetro colore dei tempi si schiarisce per qualche anno, una certa concordia e tranquillità ritornano nella casa imperiale, nell’aristocrazia, nel Senato. Per quanto Tacito accusi Agrippina di aver fatto commettere a Claudio ogni sorta di crudeltà, certo è che sotto il governo di lei i processi, gli scandali, i suicidi diminuiscono; anzi le scandalose tragedie furono nei sei anni che Claudio visse con Agrippina, così poco numerose che Tacito, scarseggiandogli la materia preferita, sbriga la storia di questi sei anni in un solo libro. Agrippina, insomma, non trovò quasi opposizione; mentre Tiberio e perfino Augusto avevano dovuto, per governare l’impero secondo le tradizioni della antica nobiltà, combattere aspramente il partito della nobiltà nuova e modernizzante, di questo partito non si ha più notizia quando Agrippina fa rivivere lo spirito dei grandi antenati; il partito della vecchia nobiltà sembra dominare da solo, con Agrippina, la repubblica. Il che è probabile nascesse parte dal disgusto per gli scandali dell’ultimo decennio; parte dallo spossamento dei due partiti, dopo tanti processi e scandali e rappresaglie. Nelle due fazioni ilvigore pugnace affievoliva; una mollezza universale induceva tutti ad accettare l’indirizzo del governo; l’autorità dell’imperatore e dei suoi consiglieri acquistava forza, indebolendosi le forze di opposizione entro il Senato e nell’aristocrazia.
Le debolezze e le incoerenze, che avevano alonato sino allora di ridicolo il governo di Claudio, non si ripetevano più. Ma Agrippina pensava anche al futuro. Essa aveva avuto, dal primo marito, un figlio, che quando essa sposò Claudio aveva undici anni; e a proposito del quale Tacito ha fatto segno Agrippina delle sue più gravi accuse. Secondo quel che Tacito racconta, Agrippina sin dal primo giorno del suo matrimonio avrebbe macchinato di far del suo figlio — il futuro Nerone — il successore di Claudio, escludendo Britannico, il figlio di Claudio e Messalina; per riuscire non avrebbe risparmiato intrighi, frodi, inganni. Fa richiamare dall’esilio Seneca e lo dà come maestro al figlio; fa destituire i due comandanti della guardia pretoriana che erano creature di Messalina e ottiene che sia nominato in loro vece una sua creatura, Afranio Burro; circonda di spie e di insidie Britannico; riesce infine con mille intrighi e moine a far adottare, nell’anno 50, il suo figlioda Claudio. Ma tutto questo racconto non è che un romanzo ricamato su una verità molto semplice. Intanto Tacito stesso ci dice che Agrippina era una madre severissima, all’antica cioè,trux et minaxcome egli dice; la quale non seguiva i modi molli della nuova educazione, troppo in favore, ormai, nelle grandi famiglie; e aveva allevato il figlio come si usava una volta con grande semplicità. Inoltre giova osservare che Britannico non aveva, come non l’aveva Nerone, alcun diritto alla successione di Claudio. Il principio ereditario non esistendo nel governo imperiale, il Senato era libero di scegliere chi volesse; la scelta era stata fatta sempre, sino ad allora nella famiglia di Augusto, solamente perchè in questa famiglia era più facile trovar persone che fossero conosciute, rispettate, ammirate dai soldati delle lontane legioni e preparate ai molteplici e difficili uffici della carica. Ma appunto per questo Augusto e Tiberio avevano sempre cercato di preparare alla carica suprema più di un giovane, sia perchè il Senato avesse una certa libertà di scelta, sia perchè ci fosse una riserva, se uno o falliva alle speranze, o moriva immaturamente, come tanti erano morti. Che Agrippina facesse adottare da Claudio il figlio suo, nonprova dunque che volesse escludere Britannico a vantaggio di Nerone; dimostra soltanto che voleva che il potere supremo non uscisse dalla famiglia di Augusto; e perciò intendeva preparare non un solo successore a Claudio, ma una coppia, così come Augusto aveva prima preparato Druso e Tiberio, poi Caio e Lucio Cesare. Nè si dimentichi, per persuadersi quanto Agrippina fosse savia, che Nerone era di quattro anni più vecchio di Britannico; e che quindi, nel 50, quando Nerone fu adottato, Britannico era ancora un ragazzo di 9 anni. Siccome Claudio già ne aveva 60, sarebbe stato imprudente non fare assegnamento, per la successione che sopra un ragazzo di 9 anni; mentre Nerone, più anziano di 4, sarebbe stato più presto in grado di aiutare il padre e di esercitare il potere. Agrippina era così lontana dal voler distruggere la discendenza di Claudio e di Messalina — sarebbe stata pazza, se l’avesse pensato — che prima dell’adozione aveva fatto sposare a Nerone Ottavia, figlia di Claudio e di Messalina. Ottavia era una donna virtuosa e all’antica, quale piaceva ai fedeli della tradizione; all’antica, Agrippina aveva fidanzati di buon’ora i due giovani, sperando di farne una coppia che fosse modello alle famiglie della aristocrazia.
Agrippina insomma, nonchè indebolire la famiglia imperiale, distruggendo i discendenti di Messalina, voleva rinforzarla, introducendo il figlio suo. Nè poteva volere altrimenti, essendo donna di alto senno. Aveva veduto la famiglia di Augusto, così fiorente un giorno, esausta e quasi distrutta dalle atroci discordie dei suoi: poichè all’ardore della madre sposava una ponderazione che a sua madre era mancata, voleva cercar di riparare, quanto poteva, il male fatto dalla prima Agrippina e da Caligola. Tutte le speranze dell’avvenire erano ormai riposte in Britannico ed in Nerone. Riappariva in Agrippina il senno dei gloriosi antenati; e il pubblico fu così contento, che a lei furono decretati onori grandissimi, quali neppure a Livia: che portasse il titolo di Augusta, che potesse salire il Campidoglio in cocchio, onore questo concesso in antico solo ai sacerdoti ed alle imagini degli Dei.
La morte improvvisa di Claudio troncò l’opera così bene avviata. A 64 anni, in una notte di ottobre dell’anno 54, Claudio soccombè a un male misterioso, dopo una cena in cui aveva, come al solito, disordinatamente mangiato. Tacito pretende di sapere che Agrippina aveva somministrato del veleno a Claudio in un piatto di funghi; e chedubitando che sopravvivesse, aveva fatto chiamare nella notte il medico Senofonte, il quale, d’accordo con lei, fingendo di voler provocare il vomito, gli aveva cacciato in gola una penna intinta in un potentissimo tossico, uccidendolo. Il racconto è così strano e così inverisimile, che Tacito stesso lo riferisce come una dicerìa (creditur); ma se nessun uomo sensato crederà che il capo di un grande Stato possa essere avvelenato in un baleno dal suo medico con qualche pennellazione sulla gola, ancor più difficile è spiegare per qual motivo Agrippina avrebbe avvelenato Claudio. Perchè — come Tacito pretende — Claudio da qualche tempo mostrava di prediligere Britannico a Nerone? Ma anche se fosse vero, il motivo sarebbe ridicolo. Augusto amava assai più Germanico che Tiberio: eppure alla sua morte il Senato scelse Tiberio e non Germanico, perchè Tiberio era meglio indicato come capo dell’impero, in quel momento. Quando Claudio morì, Britannico aveva 13 anni e Nerone 17; erano dunque tutti e due dei ragazzi; onde quel che si poteva e doveva temere per l’uno e per l’altro era che, vacando proprio allora la carica suprema, il Senato non volesse nessuno dei due, perchè ambedue troppo giovani. Ciò è così vero chealtri storici hanno supposto che Agrippina fosse venuta in discordia con qualcuno dei liberti più potenti di Claudio; e che, vedendo il debole Claudio tentennare, lo avrebbe tolto di mezzo per non far la fine di Messalina. Ma anche questo racconto è assurdo. La sposa dell’imperatore era così invulnerabile, che Messalina aveva potuto commettere impunemente per tanti anni tanti eccessi e tanti abusi, ed era caduta solo quando si era lasciata cogliere in flagrante cospirazione. Universalmente rispettata per le sue virtù, rivestita di onori sacri, Agrippina non aveva più nulla a temere, nè da Claudio nè dai suoi liberti.
No: questa accusa non è più seria e fondata, di altre consimili, che la credula storia ha registrate a carico di altri membri della famiglia di Augusto. Claudio, a 64 anni, morìtroppo presto, per gli interessi della famiglia di Augusto che tanto stavano a cuore a Agrippina. Si poteva chiedere al Senato romano che facesse imperatore e comandante degli eserciti, uno dei due giovinetti nei quali sopravviveva ancora la stirpe di Augusto? La domanda era così arrischiata, che Agrippina — ce lo racconta Tacito — nascose per molte ore la morte di Claudio, e fece credere che i medici speravanoancora di salvarlo, quando già era morto,dum res firmando Neronis imperio componuntur, mentre si disponevano le cose per assicurare l’impero a Nerone. Dunque, se tutto fu in fretta e furia disposto all’ultimo momento, Agrippina era stata anche essa sorpresa dalla malattia e dalla morte di Claudio; dunque non l’aveva provocata. Non è perciò difficile ricostruire gli avvenimenti. Sorpreso Claudio nella notte dal 12 al 13 ottobre da un violento e mortale malore, Agrippina vide subito il pericolo che, la famiglia di Augusto, non potendo offrire all’impero un uomo valido, il Senato rifiutasse di consegnare il sommo potere sia a Nerone sia a Britannico: unico scampo far pressione sul Senato, per mezzo delle coorti pretorie, affezionate alla famiglia di Augusto, quanto il Senato era avverso; presentare alle coorti uno dei due giovani, farlo acclamare non capo dell’impero, ma capo dell’esercito: il Senato sarebbe poi costretto a proclamarlo capo dell’impero, come era accaduto per Claudio. Ma quale dei due giovanetti scegliere: il figlio carnale o il figlio adottivo? Fu scelto Nerone: e per ambizione iniqua di Agrippina — dice Tacito. — Che Agrippina desiderasse piuttosto il figlio suo che Britannico a capo dell’impero, èprobabilissimo; ma questa non fu la ragione della scelta, che non sarebbe stata diversa nemmeno se Agrippina avesse odiato Nerone ed amato Britannico come la pupilla dei suoi occhi. Nerone doveva essere preferito a Britannico, perchè era quattro anni più vecchio. Se era già una temerità proporre al Senato di far imperatore un giovinetto di 17 anni, sarebbe stata una follìa offrire alle legioni un ragazzo tredicenne come capo supremo!
Il piano di Agrippina fu attuato, con il concorso di Seneca e di Burro, con risoluta rapidità e buon successo. Preparate le coorti pretorie, il 13 ottobre, a mezzodì, Nerone accompagnato da Burro, si presentò alla coorte che era di guardia al palazzo imperiale. Accolto con liete acclamazioni, fu messo in lettiga, portato al quartiere dei pretoriani, acclamato capo degli eserciti. Il Senato, sebbene a malincuore, confermò l’elezione. Avvenimento inaudito a Roma — a capo dell’immenso impero era stato posto un giovinetto di 17 anni, allevato all’antica, quindi già ammogliato — ma ancora, a quella età, interamente sottoposto alla tutela della madre severa; un giovinetto ignaro dei lussi, dei piaceri e delle eleganze di cui i tempi erano ormai invaghiti; un giovinettoche sino ad allora, oltre l’ingegno vivace, e la docilità, non aveva mostrato nessuna virtù o nessun vizio particolare. Una sola stranezza era stata osservata in lui: che avesse studiato con maggiore zelo e profitto il canto, la pittura, l’intaglio e la poesia — arti frivole e inutili — anzichè l’eloquenza, arte necessaria per un’aristocrazia che doveva adoperare la parola nei comizi, nei tribunali e nel Senato quanto la spada sui campi di battaglia. Ma i più credevano a un capriccio di gioventù, che non durerebbe.
Agrippina, dunque, aiutata da Seneca e da Burro, aveva conservato nella famiglia di Augusto la somma carica dell’impero, ma era troppo intelligente da non capire quanto la sua ardita mossa fosse pericolosa, e da non prevedere che un imperatore di 17 anni sarebbe esposto ad ogni sorta di insidie, di invidie, di opposizioni palesi e nascoste. Essa provvide prontamente a temperar l’inconveniente e a parare il pericolo, con un altro accorgimento abilissimo: la quasi totale restaurazione della vecchia costituzione repubblicana. Seppellito Claudio,Nerone si presentò al Senato e in un forbito e modesto discorso, inteso quasi a scusare la sua giovine età, dichiarò che di tutti i poteri esercitati dai suoi predecessori egli non voleva che il comando degli eserciti: tutti i poteri civili, giudiziari, amministrativi rimetteva al Senato, come nei bei tempi della repubblica.
Questa «restaurazione della repubblica» fu il capolavoro e l’apogeo di Agrippina. Nerone, il futuro tiranno, incominciava a governare con una solenne rinuncia di poteri a favore dell’aristocrazia, voluta dalla madre. Allucinati da Tacito, gli storici non se ne sono accorti; e non hanno capito il senso o il valore di questa rinuncia, in cui rinasce ancora una volta lo spirito di Augusto e di Tiberio. Per Augusto e per Tiberio l’impero apparteneva alla repubblica e questa all’aristocrazia: l’imperatore era il depositario temporaneo d’alcuni poteri della nobiltà, che alla nobiltà, al Senato, organo delle nobiltà, dovevano essere restituiti, quando le ragioni politiche che avevano imposto il trasferimento, venissero meno. Poichè quell’imperatore di 17 anni doveva far dimenticare così la sua giovane età come la pressione illegittima a cui le coorti avevano sottoposto il Senato, questa restaurazione non era una rinunciaa privilegi e poteri inerenti all’autorità imperiale, ma una restituzione consigliata da una donna, che aveva appreso l’arte di governare alla scuola di Augusto. E difatti la mossa riuscì. L’illusione che l’autorità delprincepsfosse un espediente temporaneo, imposto dalle guerre civili e che un giorno o l’altro cesserebbe perchè non più necessario, era ancora così tenace e profonda nell’aristocrazia romana, che ogni indebolimento dell’autorità imperiale era salutato come un felice ritorno dall’eccezione alle norme e alle regole. Il governo di Nerone incominciò dunque bene, tra le speranze più liete, i propositi più generosi, un universale rinascere della fiducia, che i primi atti del nuovo governo e i segni del futuro parevano giustificare. Agrippina continuava a vigilare, guidare, consigliare, riprendere Nerone, come prima dell’elezione, d’accordo con i due maestri del giovane, Seneca e Burro; Nerone obbediva docile al freno e alla frusta; il Senato ripigliava i suoi antichi uffici; governato da Seneca, da Burro e da Agrippina d’accordo con il Senato, e docilmente consenziente Nerone, l’impero pareva a tutti rifiorire e tutto lo Stato essere in così buon assetto, come non era stato mai. Ma per poco tempo. Se Agrippina aveva educatoil figlio all’antica, se l’aveva allevato con semplicità e durezza disusate, se l’aveva sposato di buon’ora, e non abdicava dall’autorità materna neppure in presenza dell’imperatore, il temperamento del figlio non era fatto per queste asprezze o discipline. Quel gusto per il disegno ed il canto, quella noia dell’eloquenza, che aveva mostrati sin da ragazzo, erano il piccolo seme da cui doveva svilupparsi con gli anni, con l’uso e l’abuso del potere, un furioso esotismo; uno di quei temperamenti riottosi, che ogni tanto prorompono dalle antiche aristocrazie, smaniosi di far l’opposto di ciò che impongono la tradizione, l’educazione e l’opinione. Tutti gli inconvenienti e i pericoli della antica educazione romana dovevano perciò apparire in Nerone: primo tra tutti, la fragilità dei matrimoni precoci. Agrippina l’aveva ammogliato di buon’ora con una giovanetta che per nobiltà di natali e virtù poteva essergli degna compagna: ma un anno dopo la assunzione all’impero il giovane diciottenne dimenticava il dovere per l’amore, la virtuosa Ottavia per la bellissima Acte, una liberta venuta dall’Oriente, una bellezza esotica di cui si innamorò al punto che un bel giorno manifestò il proposito di ripudiare Ottavia e sposare Acte. Era una pazzia diragazzo innamorato, perchè lalex de maritandis ordinibusvietava le nozze tra senatori e liberte. È quindi naturale che Agrippina si opponesse con veemenza: la bisnipote di Livia, la nipote di Druso, la figlia di Germanico, educata alle idee più rigide del romanismo, non poteva lasciar il figlio compromettere, con uno scandaloso concubinato, il prestigio della nobiltà. Ma il giovane resistè; se non ripudiò Ottavia, la trascurò, visse con Acte quasi fosse sua moglie; e invano Agrippina tentò di rompere questa catena, fabbricata da Afrodite. Il figlio incominciava a ribellarsi, perchè non era più il figlio soltanto, ma anche l’imperatore.
Era questo uno scoppio, prima o poi necessario. Troppo autoritaria, Agrippina commetteva l’errore di trattare l’imperatore come aveva trattato il figlio. Ma che lo scoppio avvenisse a quel modo, a proposito di un amorazzo, e con una asprezza che poteva presto generare l’odio, fu cosa funestissima. Agrippina aveva molti nemici nascosti. Tutti sapevano che essa vedeva di mal occhio il lusso, il rilassamento dei costumi, l’incremento delle spese pubbliche e private; che si sforzava di impedire gli sperperi, le malversazioni e tutte le spese voluttuarie dello Stato e della famiglia imperiale.Se il rispetto, di cui le sue virtù e il paragone di Messalina l’avevano ravvolta; se la reverenza dell’imperatore per lei avevano obbligato sino ad allora i suoi nemici a nascondersi e a tacere, non fu più così quando le prime discordie tra lei e Nerone fecero intravvedere a molti la speranza di molestarla al riparo dell’autorità imperiale. Più Nerone si invaghiva di Acte, più si distaccava dalla madre; più si staccava dalla madre più il suo temperamento fantastico e ribelle si svelava agli altri e a se stesso; più l’egoismo suo si dichiarava, più si rianimava il partito della nobiltà modernizzante, sgominato dall’autorità di Agrippina. Il ricordo di Caligola e di Messalina impallidiva, il severo e parsimonioso governo di Agrippina incominciava a stancare; gli spiriti di nuovo aspiravano a novità.
Si schierarono di nuovo e di fronte, nella casa imperiale e nel Senato, i due partiti che dai tempi di Augusto dilaniavano Roma: il partito della nobiltà modernizzante, raccolto intorno all’imperatore, e il partito della vecchia nobiltà, che ebbe a capo Agrippina. Tacito ci dice che le più antiche e più rispettabili famiglie della nobiltà romana parteggiavano per Agrippina; e anche se avesse dimenticato di dircelo, l’avremmo potutosupporre. Ma se Agrippina poteva esser l’anima del partito della vecchia nobiltà, questo aveva bisogno di un uomo, da opporre a Nerone, come un imperatore migliore di lui. Agrippina, che si considerava madre della repubblica prima che di Nerone, mise gli occhi su Britannico, che frattanto era divenuto un giovinetto più serio di Nerone. Si sussurrò anzi che essa meditasse di sostituire il figlio di Messalina al figlio suo. Quando, nel 55, Britannico morì improvvisamente, a un pranzo a cui assisteva Nerone. Fu avvelenato da Nerone, come dice Tacito? Sebbene nel racconto di Tacito non manchino i punti oscuri e inverisimili, pure questa volta l’accusa, se non è certa, apparisce un po’ più verisimile che le altre accuse sorelle. Certo è che la voce del veleno corse per Roma e fu creduta; e che la morte di Britannico fu cagione di un grande spavento e di una indicibile costernazione ad Agrippina: ce lo dice Tacito e il perchè non è difficile a indovinare. Nerone rimaneva ultimo e solo superstite della famiglia di Augusto; e quindi non era più possibile di opporsi a lui con profitto, contrapponendogli un altro membro della famiglia, capace di governare. Rapidamente il partito della nobiltà modernizzante acquistò forza; e la potenza di Agrippina decrebbe.
Agrippina aveva potuto dominare e comandare sinchè era riuscita a mantenere sotto la sua influenza l’imperatore — fosse Claudio o Nerone. Dal giorno in cui Nerone sfuggì alla sua autorità, anzi si volse contro di lei, il suo potere doveva declinare, il suo partito assottigliarsi. Anche giovane e debole l’imperatore era, per forza di carica, più potente dei membri della sua famiglia; e questa volta Nerone era sorretto da un partito, che andava crescendo ogni giorno di numero e forza, perchè i tempi aspiravano, come sempre avviene nella prosperità e nella pace, a un governo più molle, più prodigo, più dolce, meno autoritario e severo. Agrippina però non si scoraggiò; onde per due anni ancora, pur in mezzo a complotti e intrighi e sospetti, conservò molto potere e potè rallentare i progressi del nuovo indirizzo di governo, sia perchè Nerone, se non obbediva più alla madre, era ancora troppo debole, incerto, impacciato dalla sua prima educazione, da rivoltarsi apertamente; sia perchè Seneca e Burro cercavano di conciliare la madre e il figlio. La rottura avvenne nel 58, quando Nerone dimenticò Acte per Poppea Sabina. Apparteneva costei ad una delle grandi famiglie di Roma, più alterate se non guaste dal nuovo spirito e dalnuovo costume. Ricca, bellissima, avida di lusso e di piaceri, ambiziosa, essa innamorò Nerone, e per farsi sposare, precipitò con una spinta risoluta il lento mutamento che dal discepolo di Agrippina e dal nipote di Germanico traeva l’imperatore prodigo, dissoluto, festaiolo, innamorato della Grecia e dell’Oriente, smanioso di caligoleggiare sia pur un po’ meno pazzamente. Tacito ci racconta che rimproverava di continuo in Nerone i costumi semplici, le maniere poco eleganti, i gusti rozzi; gli citava ad esempio e a rimprovero la eleganza e il lusso di suo marito, che era l’ammirazione e il modello della nuova nobiltà; ne rifaceva insomma l’educazione, demolendo pietra su pietra l’opera paziente di Agrippina. Nè le bastò: diventò anche, con il suo piccolo cervello, la sua consigliera; lo persuase che l’autoritarismo parsimonioso della madre spiaceva al popolo, lo incitò ad affezionarsi le moltitudini, spendendo e spandendo. Ed ecco Nerone, che sino allora aveva governato poco o punto, imaginare a un tratto e proporre al Senato arditissime leggi a favore del popolo, proporre un giorno perfino che si abolissero tutti ivectigalia— ossia tutte le imposte indirette, dazi, pedaggi dell’impero. La legge sarebbe stata di certo applaudita;e fu molto discussa in Senato; ma gli uomini esperti osservarono che le finanze dell’impero sarebbero rovinate e persuasero Nerone a non insistere. Ma Nerone, pur volendo far qualche riforma che giovasse al popolo, ordinò con un editto che le tariffe di tutti ivectigaliafossero pubbliche; che a Roma il pretore, nelle provincie il propretore e il proconsole decidessero sommariamente i processi contro gli appaltatori delle gabelle; che i soldati fossero esenti daivectigalia.
Questo nuovo indirizzo alienò per sempre la madre e il figlio. Agrippina e Nerone non si videro quasi più; e Nerone, nelle poche visite a cui non poteva sottrarsi, per salvar le apparenze, procurava di non restar mai solo con lei. Ma la vittima della rottura fu la madre, perchè il pubblico, sempre smemorato, dimenticò quel che essa aveva fatto e la pace da essa ricondotta nello Stato per voltarsi a sperare ogni sorta di nuovi benefici da Nerone, che piaceva per la grandezza e la prodigalità; Poppea, incoraggiata dalla sua popolarità più arditamente insisteva perchè Nerone divorziasse da Ottavia e sposasse lei. Ma Agrippina non era donna da cedere così facilmente; e continuava a lottare contro il figlio, contro la sua amante,contro la consorteria che ingrossava intorno al figlio, opponendosi sopratutto al ripudio di Ottavia, che fatto per capriccio, senza ragione nè di Stato nè di legge, sarebbe stato cagione di grave scandalo a Roma. E Nerone era ancora troppo debole e incerto; ricordava ancora troppo la lunga autorità della madre; la temeva troppo da ribellarsi apertamente e interamente. Alla fine Poppea capì che non diventerebbe imperatrice, sinchè la madre vivesse; e allora il destino di Agrippina fu deciso. Tanto essa disse e fece, eccitata dai nuovi amici di Nerone che volevano distruggere per sempre l’influenza di Agrippina, che lo persuase ad uccidere la madre. Non era soltanto una scelleraggine, era anche un’imprudenza, uccidere la madre, uccidere la figlia di Germanico, uccidere questa donna, in cui il popolo venerava un portento della fortuna, perchè nata da un uomo cui solo una morte precoce aveva impedito di essere il capo dell’impero; perchè sorella, moglie, madre di imperatori. Onde il modo della strage fu lungamente discusso affinchè restasse segreta: nè Nerone si risolvè se non quando fu trovato un mezzo di far sparire Agrippina, che parve sicuro.
L’aveva proposto il liberto Aniceto, il comandante della flotta, nella primavera del59, quando Nerone era a Baia, sul golfo di Napoli. Si costruirebbe una nave, che, come dice Tacito «si aprisse con arte da un lato»; se Nerone facesse salire Agrippina su quella nave, Aniceto penserebbe a seppellire in fondo al mare Agrippina e il segreto della strage. Nerone diè il suo consenso al diabolico piano; finse di voler riconciliarsi con la madre, la invitò da Anzio, dove ella era, a Baia, le usò ogni sorta di riguardi e cortesie; e quando, rassicurata dalle premure del figlio, Agrippina ripartì alla volta di Anzio, Nerone l’accompagnò sino alla nave fatale, teneramente abbracciandola. Era una sera placida e stellata. Agrippina stava ragionando con una sua liberta del pentimento del figlio e della riconciliazione, quando, scostatasi alquanto dalla sponda la nave, si tentò di far giocare il trabocchetto. Quel che successe, non è molto chiaro, perchè la descrizione di Tacito, in apparenza pittoresca, è confusa e imprecisa: par che la nave non affondasse così rapidamente, come gli artefici dell’insidia avevano sperato; e che nel parapiglia, Agrippina, pronta e risoluta, riuscisse a scampare, buttandosi a nuoto, mentre i sicari uccidevano a bordo la sua liberta, credendo di uccidere lei.
Ad ogni modo è certo che Agrippina riuscì a salvarsi in una sua villa sulla costa, con l’aiuto — pare — di una barca che incontrò nuotando; e che mandò subito un suo liberto ad avvertire Nerone del rischio da cui, per bontà degli Dei e fortuna di lui, era scampata. Agrippina aveva indovinato la verità; ma per questo appunto aveva rinunciato alla lotta, spedendo quel messo per far capire, senza dirlo, che essa dimenticava e perdonava. Che cosa poteva fare essa, donna e sola, contro l’imperatore, che osava perfino levar la mano contro sua madre? Ma la paura impedì a Nerone di capire, appena seppe che Agrippina era scampata perdè la testa; la vide correre a Roma, denunciare ai soldati e al Senato l’orrendo matricidio, e fuori di sè per lo spavento, mandò a chiamare Seneca e Burro, per aver consiglio. Come restassero i due maestri del giovane, al terribile racconto, è facile immaginare: neppur essi capirono che Agrippina si sentiva e si dichiarava ormai vinta; anch’essi temevano che Agrippina provocherebbe il più terribile tra gli scandali che Roma avesse ancora veduto; e tacevano non sapendo che consiglio dare, o piuttosto non vedendo che un solo consiglio da dare, ma troppo grave e terribile, mentre Nerone supplicavache lo salvassero. Alla fine Seneca, il filosofo umanitario, si volse a Burro e gli domandò che cosa avverrebbe, se si desse ai pretoriani l’ordine di uccidere Agrippina. Burro capì che Seneca, pur dando per primo il crudele consiglio, voleva lasciare a lui la responsabilità molto più grave dell’esecuzione, perchè egli, come comandante della guardia, avrebbe dovuto dar l’ordine della strage. Si affrettò quindi a dire che i pretoriani non avrebbero mai uccisa la figlia di Germanico: poi aggiunse che, se proprio si voleva toglier di mezzo Agrippina, il miglior consiglio era che Aniceto, il quale l’aveva incominciata, terminasse l’opera sua. Anche Burro dava il medesimo consiglio di Seneca, ma passando ad un terzo la responsabilità dell’esecuzione. Egli però aveva scelto questa terza persona meglio che Seneca, perchè Aniceto non poteva rifiutare. Se Agrippina viveva, egli correva il pericolo di diventare il capro espiatorio di tutto questo orribile e cruento intrigo. Aniceto infatti accettò. Fu imprigionato e messo in ceppi il liberto di Agrippina, per far credere che fosse stato sorpreso con armi nascoste in procinto di attentare, per incarico della padrona,l’imperatore: poi Aniceto corse con un manipolo di marinai alla villa di Agrippina, la circondò, entrò nella villa, corse con due ufficiali sino alla camera dove distesa sul letto Agrippina stava discorrendo con una ancella e l’uccise. Tacito dice che quando Agrippina vide uno degli ufficiali snudare il ferro, gli disse di ferirla al ventre, che aveva portato il figlio.
Così morì l’ultima, e dopo Livia, la più insigne donna della famiglia di Augusto. Morì come un soldato, al suo posto, difendendo bravamente le tradizioni dell’aristocrazia e i principi secolari del romanesimo contro i tempi nuovi che volevano inorientare la antica repubblica latina. Morì per la sua famiglia, per la sua casta, per Roma senza nemmeno il compenso di essere ricordata con pietoso rispetto dai posteri, sacrificando in questa lotta non solo la vita, ma la fama e l’onore. Tale fu il destino comune di tutta questa, non saprei se fortunatissimao sciaguratissima tra le famiglie del mondo antico, ad eccezione della coppia privilegiata che la incomincia: Livia ed Augusto. Non è possibile a chi capisce questa tragedia grondante di sangue, non inorridire della ferocia con cui Roma si vendicò di questa famiglia, perchè per ridarle la pace e conservarle l’impero, aveva dovuto innalzarsi un poco sopra la comune grandezza dell’antica aristocrazia. Gli uomini e le donne, i giovani e i vecchi, gli scellerati e i generosi, i savi e i pazzi tutti furono egualmente insidiati e perseguitati; e a tutti, tranne alla coppia dei due fondatori, ad Antonia e a quelli che ebbero come Druso e Germanico la ventura di morire giovani, essa tolse o la vita, o la grandezza, o l’onore; non di rado tutte queste cose insieme. Quelli che difesero il romanesimo come Tiberio e Agrippina, non furono odiati, perseguitati e infamati con minore furore di coloro che, come Caligola e Nerone, tentarono di distruggerlo; nessuno, quali fossero le sue inclinazioni e intenzioni, riuscì a farsi capire dai suoi tempi e dai posteri; comune destino di tutti, anche dei peggiori, fu di essere fraintesi e perciò calunniati; il destino delle donne fu ancor più terribile di quello degli uomini, perchè da esse i tempi esigettero, a compenso delgrande onore di far parte di questa privilegiata famiglia, tutte le virtù più rare e difficili, e quando le ebbero, non le ricompensarono neppur con il rispetto. A tutte esilio, infamia, morte!
Per quale ragione? Come furono possibili tante sventure e un così spietato svisamento della tradizione? È veramente un peccato che la posterità abbia sempre studiata e meditata questa immane tragedia sulla rozza e superficiale falsificazione di Tacito. Perchè pochi episodi della storia possono far meglio capire, specialmente alle generazioni favorite da tempi prosperi e facili, che tragica cosa è la vita, quando alcuno la prende sul serio. Non lo sa chi non ha vissuto in tempi in cui un vecchio mondo muore e uno nuovo nasce; ma il primo è ancora abbastanza forte da resistere agli assalti dell’altro e questo, pur crescendo, non può ancora annientare il mondo sulle cui rovine soltanto potrà prosperare. Gli uomini devono allora, a ogni momento, risolvere dei problemi insolubili, e tentare delle imprese altrettanto necessarie quanto impossibili; la confusione è negli spiriti come nelle cose; l’odio separa coloro che dovrebbero aiutarsi perchè tendono al medesimo fine; e la simpatia avvince talvolta quelli chesono costretti a combattersi; le donne soffrono più ancora degli uomini, perchè ogni mutamento che avvenga nella loro condizione sembra, e ragionevolmente, più pericoloso. Vestale del genio della specie, che non deve addormentarsi mai, la donna deve essere più ligia al passato, più savia, più virtuosa dell’uomo; possedere e conservare più che l’uomo, le virtù da cui dipende la stabilità della famiglia e l’avvenire della razza. È questione, per ogni tempo, di vita o di morte. Ma appunto per questo nei tempi in cui un mondo muore e un altro nasce, e tutte le idee si confondono, e tutti gli sforzi riescono a risultati inattesi, e chi vuole conservare spesso distrugge, e la virtù pare vizio e il vizio virtù, la donna più difficilmente compie la propria missione, e più esposta al pericolo di smarrir la sua via, di snaturare il proprio compito, di fallire al proprio destino, e perciò di essere infelice.
Tale fu la sorte della famiglia di Augusto; tale la sorte delle sue donne. I Romani o gli stranieri che visitano Roma, spesso vanno, nei pomeriggi delle domeniche, ad ascoltar della buona musica in una sala, che si chiamava sino a poco tempo fa il Corea. Questa sala è costruita sopra un antico rudere romano di forma rotonda, che chiunquepuò vedere entrando. Il rudere è l’avanzo della tomba che Augusto eresse, sulla via Flaminia, a sè e alla famiglia. Quasi tutti i personaggi, di cui abbiamo narrato qui la storia, furono seppelliti in quel mausoleo. Se qualcuno tra coloro che hanno letto questa storia, si troverà un giorno a Roma, ad ascoltare un concerto nell’antico Corea ora rinominato Augusteo, rivolga un pensiero a queste lontane vittime di una storia terribile; e pensi che lì, dove in pieno ventesimo secolo, ode scorrere i fiumi sonori della musica più melodiosa, lì soltanto i membri della famiglia di Augusto, poteron trovar scampo, venti secoli fa, dalla loro insidiosa grandezza, e riposare alla fine, per la prima volta, fatti cenere, in pace.
INDICEPREFAZIONEPag. VI.— La donna in Roma antica1II.— Livia29III.— Le figlie d’Agrippa59IV.— Tiberio e Agrippina93V.— La moglie di Caligola e il matrimonio di Messalina125VI.— La madre di Nerone157
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
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