I.Toti.

I.Toti.

— Signorina, signorina, signorina! —

Balza in piedi sul letto, ed empie la grande stanza della sua chiamata mattutina.

Ha veduto penetrare dalle finestre socchiuse un raggio di luce, non ha più sonno, non può più dormire.

Una voce incerta, che giunge da un angolo buio della stanza, risponde con accento spiccatamente esotico:

—Toti, non star bene svegliare chi dorme! Io sono sonno ancora!

Un’altra risatella impertinente risponde all’esortazione della vecchiaMiss; Toti è in piedi sul suo letticciuolo e non si rassegnerà a ricoricarsi. Il tempo è sereno, il primo sole lo chiama all’aperto.

Si soffrega gli occhi; trascorre una pausa.

Frattanto miss Edith ha ripreso sonno, ed ora soffia attraverso il suo gran naso; pare un mantice in azione. Che cosa avrà mai miss Edith nelle ampie fosse nasali per produrre un simile suono? Chi lo sa? Forse una piccola tromba. Molte volte gli è nato il desiderio di scrutare quel mistero, di accostarsi mentre la signorina dorme e chiuderle con un dito parte del naso per ascoltare se il suono varia e si fa più grave come avviene appunto per la sua tromba allorchè, soffiando per l’imboccatura, ne copre in parte il padiglione.

Scende dal letto pian piano; la camicia che gli arriva ai ginocchi non lo impiccia, sul tappeto i suoi passi non si avvertono, può andar sicuro; solo trattiene a stento il riso, perchè gli par così buffo ciò che sta per fare!

Ad un tratto si ferma, è giunto. La prova non può riuscire.

Miss Edith dorme col viso nascosto fra i guanciali. È tanto timida miss Edith!

Un attimo di perplessità lo trattiene; riprende poi la furtiva passeggiata col fermo proposito di rintracciare la cerbottana che miss Edith gli ha tolto la sera innanzi. Se riesce a ritrovarla, sa quale deve essere il punto preso di mira.

La gioia della nuova impresa gli fa dimenticare la prudenza; prende la corsa senzapensare agli oggetti che può incontrare sul suo cammino e, ad un tratto, il piccolo cuore gli dà un balzo: senza avvedersene, correndo, ha gettato qualcosa contro il muro, qualcosa che è andato in frantumi con subito fragore.

Miss Edith si è levata sul letto; Toti non si muove, non fiata. Da ambedue le parti si tende l’orecchio sospettosamente. Poi la voce semitonata dell’istitutrice lancia il primo richiamo:

— Toti? —

Assoluto silenzio. Trascorre un’altra pausa in cui si ode il lontano canto del giardiniere.

Ah che bel sole deve sorridere all’aperto!

La chiamata si rinnova con alcune modificazioni:

— Toti! Chi ha suonatoil campanile? —

Dio mio, come non ridere? Per qualche istante si frena stringendo i denti, trattenendo il respiro; ma la prova è troppo forte e un piccolo grido gli sfugge, al quale ne segue un secondo poi un terzo in vicenda sempre più rapida, finchè, perduti i freni, dà libero sfogo a tutta la sua gaiezza, che si espande in un alto riso festante.

Ode ancora la voce di miss Edith mormorare:

— Toti!... Non èdecoroso! —

Allora si dirige al letticciuolo e si nasconde rapidamente sotto le coltri.

La signorina si è levata, e compie il suo abbigliamento.

Ma quanto tempo impiega, quante vesti indossa!

Se sapesse come galoppa il piccolo cuore di Toti, se ne udisse il bàttito frequente non sarebbe tanto flemmatica; ma miss Edith non vede e non sente; miss Edith è un vecchio orologio.

Si odono fruscii, pispiglii, fremiti di seggiole mosse sul tappeto, tutti i piccoli suoni consueti che accompagnano il levarsi della signorina, e frattanto il buio permane, l’ombra è tediosa; non potrebbe aprir le finestre? Toti non si vergogna del sole!

Ed ecco viene la sua volta.

—Good morning Toty!(Buon giorno, Toti!)

— Buon giorno, bene alzata signorina, che Dio ti benedica!

È sì pieno di gioia in quel punto, che invoca sul capo della vecchia Miss la benedizione con la quale la zia Emma lo raccomanda a Dio ogni sera.

—Speak English, dear.(Parlate inglese caro).

— Non posso parlare inglese, signorina Oggi ho dimenticato tutto, tutto!

— Oh Toty!... Non è bene! —

Frattanto le finestre si aprono ed entra un torrente di luce. Da tanto tempo si udivano stridere le rondini nei cieli! Ora si vedono trascorrere nei loro voli rapidissimi; paiono tante frecce nere, tante piccole navi che vanno e ritornano e si avvolgono nel gran mare dell’aria dove affonda il sole. E appaiono le cime degli alberi del giardino e la rosa tèa, che si è appoggiata al vecchio cipresso morto e lo ha rivestito di bocciòli gialli.

Toti guarda con gli occhi luminosamente aperti, e pensa alla grande felicità che lo aspetta in quel lieto mattino primaverile.

Si è levato su le coltri; Miss Edith gli è vicina.

—I wish you every happiness, boy. Tell your prayers.(Io vi auguro ogni felicità. Dite le vostre preghiere). —

Toti si volge e sorride; guarda la signorina Edith e, preso da un impeto di tenerezza, le getta le braccia al collo, le stampa due bacioni su le gote poi si allontana impensierito e le chiede:

— Signorina, perchè parlano così male al tuo paese? —

Per tutta risposta miss Edith ripete senza scomporsi:

—Tell your prayers.(Dite le vostre preghiere). —

Toti si inginocchia sui guanciali, congiunge le piccole mani ed alza gli occhi al cielo turchino, al cielo lontanissimo dove sono le case d’oro che nessuno vede, che solo i bimbi vedono talvolta nel sogno. La sua voce si addolcisce ed il viso si atteggia ad una semplice soavità d’amore:

— Buon giorno, buon Dio, che mandi il sole e le rondini. Voglimi bene come io te ne voglio; pensa alla mia povera mamma e che tu sia benedetto! —

Miss Edith lo ascolta con gli occhi chini; la sua bocca sottile trema un poco, come per l’impeto di una parola dolcissima che non voglia pronunziare.

Eccolo libero, finalmente! La signorina gli ha fatto indossare un vestituccio bianco e turchino alla marinara; i bei riccioli biondi gli tremolano intorno al viso in una corona lucente.

— Posso andare, signorina?

—Yes, dear.(Sì, caro). —

Toti si avvia di corsa, ma, giunto alla porta della stanza, si sofferma peritoso, e si volge a riguardare.

— Mi raccomando, miss Edith, l’elefante lascialo sotto il letto; è un animale d’indolecattiva e non può andar d’accordo col porco.... —

Si arresta. Gli occhi dell’istitutrice sono cresciuti a dismisura, e lo fissano in aria di rimprovero. Si riprende:

— Il porcellino è dentro la scatola gialla. Ieri sera ha partorito....

— Toty!...

— Ma sì!... La cicogna gli ha portato sei bambini e sono tutti belli. Mi raccomando, signorina, allattali, chè non debbano morire di fame. —

Non ode le parole che miss Edith mormora, perchè fugge attraverso alle stanze semioscure, scende le scale a precipizio, si avvia alla porta che mette nel giardino, ed eccolo alla libera aria del giorno.

Leva gli occhi a guardare le finestre delle camere di papà e della zia Emma; sono chiuse; tutti dormono tranne il nonno che sarà già uscito a cavallo. Il suo campo di azione non gli è contrastato, e tutta la gioia della provvisoria signoria si esplica in una serie ininterrotta di salti e di grida.

Il giardino vastissimo è tutto lucente; ogni cespuglio, ogni foglia, ogni stelo ha le sue gemme; forse nella notte è piovuto perchè l’aria è fresca e i profumi sono più vivi.

Toti s’interna sotto il pergolato dei glicini in fiore, andrà a salutare Gaetanino, ilponeyche il babbo gli regalò per il suo compleanno. A quell’ora Tommaso è uscito e le scuderie sono deserte; nessuno potrà vietargli l’ingresso con la scusa che Mimma, la cavalla learda, è una bestia pericolosa.

Perchè pericolosa? Toti l’ha veduta sempre intenta a dirompere la biada o a scegliersi il fieno dalla mangiatoia; l’ha veduta sempre seria e tranquilla come miss Edith, anzi gli pare che le due creature si somiglino, solamente Mimma ha una grande superiorità su miss Edith: non parla la lingua inglese.

Le scuderie sorgono dall’altro lato del giardino, passato il ponticello sul lago, fra un gruppo di salici e di pioppi.

Toti si sofferma a guardare l’acqua chiara nella quale guizzano centinaia di pesci rossi, bianchi e neri. Ecco un altro divieto! Gli piacerebbe tanto pescare, ma papà non vuole. Un giorno Toti gli oppose che Muci, il gatto soriano della zia Emma, non rispettava il divieto e per ore ed ore, chino su l’acqua, aspettava pazientemente la preda, e papà disse:

— Muci non ha intelligenza.

— Ma io pure non ho intelligenza, papà. Lasciami pescare! —

Non ci fu verso; Toti doveva essere un bambino ragionevole; come se Muci non ragionasse! Che differenza c’era fra lui e il gatto?Una sola: il gatto non era figlio di papà e non l’aveva portato la cicogna; poteva fare quindi ciò che più gli piaceva, senza che nessuno gli dicesse:

— Muci, voi non siete una creatura ragionevole; voi non seguìte gli ammonimenti di miss Edith e della zia Emma e di vostro padre; un giorno o l’altro vi puniremo, Muci! Starete senza frutta e vi toglieremo i balocchi e, nelle ore di ricreazione, vi manderemo da Suor Lucia! —

Ah quella Suor Lucia che gli appariva come una minaccia! Gli sarebbe piaciuto vederla, almeno da lontano, per farsene un’idea. Se l’immaginava grande grande, nera nera, con gli occhi rossi come quelli di una locomotiva, con la voce cupa come quella del tuono e con le mani lunghe ed ossute, che facevano male anche quando sfioravano.

Toti sa che da Suor Lucia si raccolgono tutti coloro che non sono ragionevoli; tutti coloro che dimenticano gli ammonimenti, che mangiano le frutta di nascosto, che fanno i versacci alle loro istitutrici.... Quanto dev’essere cattiva la suora del buon Dio!

L’acqua ha un fremito, si apre in tanti cerchiolini, in tante anella che si allargano si allargano e corron via senza rumore verso le sponde dove pascolano le anatre; è apparso il muso nero di un luccio e boccheggia,quasi voglia far udire una parola che non dice mai. Una libellula azzurra gli vola intorno sfiorando l’acqua.

Toti sorride.

— Buon giorno, signor pesce! —

Il luccio si avvicina ancor più; ha la bocca nera, pare un calamaio. Toti ne considera l’ampiezza, poi sospira e si allontana per non essere vinto dalla tentazione di imitare Muci.

Al termine del ponticello le oche selvatiche lo salutano schiamazzando; allungano il collo e allargano quel loro beccaccio giallo che somiglia tanto alle pantofole di bulgaro del nonno. Toti disdegna le oche e passa dignitosamente senza rivolgersi, senza por mente al loro diguazzare. Un giorno volle accarezzarle ed esse l’inseguirono fieramente per tutto il giardino, lasciandogli un ricordo poco gradito del loro carattere irascibile; ora nutre un desiderio vivissimo di ripagarle di quello scherzo di cattivo genere.

Per somma prudenza, giunto alle scuderie, chiama tre volte ad alta voce:

— Tommaso, Tommaso, Tommaso!

Nessuno risponde; Tommaso è al mercato a quell’ora; Toti avanza correndo.

Non appena entrato, Gaetanino annitrisce dalla soglia solitaria; Toti non va direttamente a lui, si sofferma vicino al davanzaledi una grande finestra; ha scorto alcunitanglefootoarruffa-zampe.

Sono i panioni tesi alle mosche.

La caccia procede a perfezione. Le bestiuole attirate dal miele che riluce al sole e odora, giungono a sciami, si gettano sul pasto insidioso e rimangono talmente impaniate che, dopo inutili tentativi di liberazione, vibrano le ali, allungano la tromba nera, e si innalzano un poco per ricadere da un lato vinte per sempre.

Di dove verranno tante mosche? Almeno fossero quelle di Milano delle quali la zia Emma parla con tanto terrore! Il castigo sarebbe meritato. Gaetanino nitrisce dalla sua soglia e sogguarda con le orecchie diritte e annusa e fiuta. Se itanglefootpiacessero anche a Gaetanino? Perchè no? Il miele è un cibo goloso.

Toglie prudentemente dal davanzale della finestra untanglefoote si accosta alla soglia delponeyil quale guarda con occhi sempre più intenti ed ha un fremito di gioia e allunga il muso.

Mimma alza le froge sopra i cancelli del serraglio; pare che voglia la sua parte.

— Aspetta, Mimma, — le dice Toti — aspetta, ce n’è anche per te. —

E, vinto da questo pensiero di giusta ripartizione, abbandona nella mangiatoia diGaetanino iltanglefootche gli ha destinato, corre al davanzale, ne prende un secondo e si dirige al serraglio.

Mimma lo attende sempre; ma è tanto grande quella bestiaccia! Come giungere a quel muso che pare posato sulla cima di un campanile? Ecco, trova una sedia, l’accosta prudentemente e vi sale. La cosa è fatta, e Toti se ne compiace; ma ad un tratto un diavolìo infernale lo impaura.

Gaetanino s’inalbera nella soglia, Mimma sferra terribili calci ai cancelli del serraglio e corre, si affanna, si aggira soffiando ed annitrendo quasi fosse impazzita. Che cosa avviene? Toti ha una grande volontà di piangere.

Si dirige all’uscita, ma ecco la porta si apre con violenza, e Tommaso si precipita gridando:

— Che cos’ha fatto, signorino, che cos’ha fatto alle bestie? —

Il monello non risponde; si volge, rassicurato dalla presenza di Tommaso, guarda ed è preso da un irrefrenabile impeto di risa.

Gaetanino, ritto nella mangiatoia, scuote il muso alla disperata senza poter liberarsi daltanglefootche gli si è appiccicato alle froge; Mimma ballonzola freneticamente con la carta che le penzola dalle mascelle; pare abbia una barba bionda!

E mentre Toti fugge, ode le grida di Tommaso:

— Ah, lo dirò alla contessa Emma! Scappi, scappi pure, ma questa non glie la perdono! —

Ecco che cosa si guadagna ad esser buoni e giusti con le creature del buon Dio!

— Dorme la zia?

— Mi ha chiamato poco fa, — risponde Giannina, la cameriera. — Forse vorrà levarsi.

— E papà?

— Dorme. Ma come mai si è alzato così di buon’ora, signorino? Ha riposato male?

— Sì, ho riposato male, — risponde Toti rammentando le parole della signora Penelope, una vecchia amica del nonno. — La mia sciatica non mi ha fatto chiuder occhio.

— Ma che dice? —

Toti alza la testa, e squadra dal capo alle piante la cameriera che non vuole andarsene, mentre egli ha assoluto bisogno di rimaner solo.

— Mi pare che la zia abbia suonato un’altra volta, — riprende facendo lo gnorri — guarda di non la fare inquietare.

— Vado subito.

— Brava, vai subito e chiudi la porta perchè i riscontri mi fanno male. —

Il campanello elettrico tintinna per la seconda volta e Giannina scompare.

Toti, rientrando dal giardino, è passato dalla cucina che ha trovato deserta sicchè ha potuto, in tutta pace, riempirsi le tasche di piselli. Non è che i piccoli legumi gli piacciano, li ha presi perchè erano abbandonati alla loro ventura e perchè il cuoco, quando può, gli fa sempre qualche dispetto. Poi i piselli, per la loro forma sferica, sui pavimenti di legno scivolan via che paiono vivi.

Ora guarda se tutte le porte della stanza sono chiuse. Sì; nessuno potrà vederlo nè disturbarlo. S’inginocchia e si vuota le tasche. Eh, che furia! Pare una scorribanda! La verde cascatella si riversa sul lucido pavimento e si urta, corre, ruzzola, s’insegue fino agli angoli più remoti. In un attimo il verde esercito vegetale, uscito dalle profonde tasche di Toti, si è sparso per tutta la camera, ha invaso lo spazio disponibile, saltellando e rimbalzando in preda a una vera frenesia.

— Poveri piselli! — pensa Toti. — Almeno si divertiranno, e Giovanni non potrà rinchiuderli nelle sue casseruole. —

Il nuovo pensiero gli fa sentire un gratoprofumo al quale non aveva posto mente; un profumo che giunge da vicino e proviene chi sa da quale dolce cosa.

Leva gli occhi alla tavola e si alza con la bocca socchiusa dallo stupore. Sopra una tovaglia bianchissima è posata una grande torta tutta dorata, tutta bionda; pare un sole di pasta frolla.

A chi sarà destinata? Si avvicina e comincia a osservarla da tutti i lati. La tentazione è terribile. Getta un’occhiata furtiva alle porte, sta in orecchio; nessuno si avvicina; è solo, perfettamente solo.... Ah no! C’è il buon Dio che lo vede e lo sente; però, s’Egli non vuole, gli parlerà per la voce della coscienza.

E Toti ascolta la voce della coscienza che gli dice: Fa’ presto. Non perder tempo!

Allora si rivolge al cielo ed esclama:

— Mio bel Signore tu mi vedi e so che sei contento. Grazie. —

Allunga una mano, afferra un angolo della tovaglia, tira a sè la torta e, chino su la bella preda, la morde con assennata simmetria in vari punti.

È un nuovo ricamo e Toti sorride compiacendosi dell’opera sua, allorchè una porta si apre di scatto e la zia Emma comparisce nel vano.

— Toti!

— Buon giorno, zia Emma; hai riposato bene?

— Che cosa facevi?

— Guardavo questa bella torta.

— La guardavi solamente?

— Credo di sì.

— Comecredi? Non ne sei sicuro dunque!

— Papà dice che non si può mai essere sicuri di niente al mondo.

— Non pensare a papà, ora, e rispondimi a tono: Hai commesso un peccato di gola?

— No, zia Emma: la torta l’ho baciata solamente e il Signore mi ha veduto! —

La zia Emma vorrebbe sorridere ma tien fissi gli occhi in volto a Toti che non sa più quale atteggiamento assumere.

— E questi piselli che cosa fanno qui?

— Si divertono.

— Toti, voi volete ch’io vi punisca severamente!

— No, io non lo voglio, zia Emma, sei tu che lo vuoi!

— Ora li raccoglierete a uno a uno! —

Toti sorride tutto contento, tanto la pena gli par leggiera, anzi in un impeto di generosità, si avvicina alla zia e, assumendo un’aria ingenua, le dice:

— Senti zia, se sei proprio inquieta puoi lasciarmi senza frutta; io non voglio che tu soffra! —

— Buon giorno, zia Emma hai riposato bene? — (pag. 16.)

— Buon giorno, zia Emma hai riposato bene? — (pag. 16.)

La giovane signora non risponde. Toti s’inginocchia sul pavimento, comincia lentamente l’opera, e canta:

Pisa piselloL’amore è così bello,La scala e lo scaloneLa penna del pavone....

Pisa piselloL’amore è così bello,La scala e lo scaloneLa penna del pavone....

Pisa pisello

L’amore è così bello,

La scala e lo scalone

La penna del pavone....

— Toti, non gridare che svegli papà. — In tono sommesso riprende:

Passan tre fantiCon tre cavalli bianchiBianca la sella....

Passan tre fantiCon tre cavalli bianchiBianca la sella....

Passan tre fanti

Con tre cavalli bianchi

Bianca la sella....

Si sofferma. Che Tommaso abbia parlato? Volge gli occhi, la zia è immobile su la soglia e non fiata: per ora è salvo, può continuare:

Bianca la sella,Bianca la donzella,Bianco il parasoleChe Gesù ci mandi tanto sole!

Bianca la sella,Bianca la donzella,Bianco il parasoleChe Gesù ci mandi tanto sole!

Bianca la sella,

Bianca la donzella,

Bianco il parasole

Che Gesù ci mandi tanto sole!

Nel cielo passano tre piccole candide nubi, tre navicelle d’argento nell’immensa serenità.

A quando a quando dall’attiguo salottino della zia Emma gli giunge la voce stridula e sgradevole della signora Penelope, la vecchia amica del nonno. Toti giuoca in silenzio perchè non lo sentano e non lo chiamino.

La signora Penelope dice sempre le stesse cose:

— Oh che bel bambino! Come sei cresciuto! Dammi un bacio, Totarello caro, gioia mia! —

E quando lo bacia gli rimangono su le guance tanti cerchiolini lucenti, che non gli piacciono affatto.

Un giorno la signora Penelope non voleva lasciarlo in pace e se lo palleggiava come se fosse un biscotto; Toti era già annoiato di quella soverchia tenerezza, e se ne stava col broncio, allorquando, còlto da una subita idea vendicatrice, guardò fissamente la querula signora e le disse:

— Senti, Pepè, quando io sarò grande e tu sarai piccola, ti porterò sempre tanti dolci; ma tanti tanti e tanti! —

Glie lo disse, perchè la vecchia amica del nonno era avarissima e non gli aveva regalato mai neppure l’ombra di un cioccolatino.

Se lo lasciassero tranquillo, ora! Deve insegnare l’alfabeto all’elefante il quale è un po’ tardivo; deve impartire le nozioni del galateo a Beretta e Pierello, i due fantocci meccanici che non vogliono dormire nello stesso letto ed hanno imparato da papà a discutere sempre di politica, la qual cosa, come dice la zia Emma, è terribilmente noiosa; deve pensare al porcellino che vorrà uscire dalla scatola gialla....

Miss Edith, seduta alla scrivania, il naso incollato su la carta, non fa che scrivere da circa un’ora.

Quando scrive, Miss Edith somiglia Beretta allorchè, caricato, muove il capo da destra a sinistra e mette in moto il macinino da caffè. Che cosa buffa! Le persone grandi sono come i fantocci, i quali, quando cominciano a fare una cosa, continuano a farla finchè la molla non si scarica.

Il gaio pensiero gli desta una subita ilarità che si manifesta in una squillante fuga di trilli.

Miss Edith alza il capo e Toti, sollecito, rivolto a Beretta grida:

— Se ridi ancora di Miss Edith, ti suono cinque grandi schiaffi!... —

Ristà stupito ed alza gli occhi arrossendo perchè ha detto senza dubbio una cosa enorme;Miss Edith non ha inteso, meno male. Riprende tranquillamente il giuoco.

Ad un tratto una voce giunge dal salottino della zia Emma:

— Toti?

— Dunque, caro elefante, — continua il monello — dicevamo che l’o è una palla con la coda; l’i è un bastone; l’u sono due bastoni che si tengono per mano....

— Toti, non rispondi?

— Mio Dio, ma non vuoi proprio capire: l’acon l’ufannoauf!

La zia Emma è comparsa, e l’edificante lezione resta interrotta.

Nel salottino sono raccolte le tre sorelle Pierini: Marta, Maria e Maddalena, brutte e stecchite come le camice insaldate del babbo. Vicino a loro troneggia la signora Pepè, gialla e tonda come una melarancia.

Lo fanno sedere sopra una grande seggiola di fronte alle sorelle Pierini; un’occhiata severa della zia lo avverte che non deve muoversi e non deve fiatare.

Il supplizio incomincia. Toti assume l’aria stanca di una persona malaticcia.

Le signore parlano di matrimoni e Toti ascolta, guardandosi le scarpe.

— Che cos’hai, Toti? — gli chiede la zia Emma.

— Niente.

— Com’è bellino! — esclamano le sorelle Pierini — e deve essere tanto buono!

— Sì, io sono buono, — risponde Toti — ma qui mi annoio! —

La zia Emma freme, e le tre sorelle esclamano ridendo:

— Caro, caro, caro! —

Toti le guarda; quanto sono brutte! Ad un tratto chiede loro:

— Chi è vostro marito? —

Sente i grandi occhi della zia Emma che lo scrutano fissamente:

— Toti, tu sai benissimo che le signorine non hanno marito.

— Scusa, zia, ma è impossibile: se sono in tre, almeno un marito ci dev’essere! —

Questa volta è la signora Penelope che ride e lo chiama a sè:

— Vieni qui, Totarello, gioia mia! —

Scende lentamente dalla seggiola e si accosta alla signora che lo aspetta in piedi, vicino al divano. Ricorda allora, per una considerazione improvvisa, l’avvertimento che la zia Emma gli ha impartito tante volte per correggerlo da un brutto difetto: come mai se la signora Penelope è tanto vecchia non se ne è corretta ancora? Vuol sincerarsi del dubbio che gli è nato e chiede ingenuamente guardando negli occhi la vecchia signora:

— Perchè porti tanto avanti quella pancia se la zia Emma dice sempre che non sta bene?

— Infatti — si affretta a soggiungere la zia continuando un discorso interrotto — i signori Erbieri hanno deciso di passare l’estate alla loro villa sul lago di Como. È un luogo incantevole.... —

Toti sente che la burrasca si avvicina; ormai è rassegnato alla immancabile punizione.

Siede sul divano vicino alla signora Penelope che non si stanca di accarezzarlo. La vecchia signora ha le mani umidiccie, sembrano spugne.

Toti ha preso il suo partito, continua a tener gli occhi bassi e di tanto in tanto trae un gran sospiro di sconforto. È possibile che tutta quella gente non si accorga che Toti non si sente bene?

Vista inutile ogni prova, compie un atto eroico e abbandona il capo sul grembo della signora Penelope. Silenzio improvviso.

— Toti? —

Il monello non risponde.

— Toti, Toti che cos’hai? —

Alza languidamente gli occhi e risponde con un fil di voce, appoggiandosi una mano su lo stomaco.

— Sento male qui; mi torna il vomito! —

La zia lo fa alzare, lo prende per mano e lo conduce all’aperto: non appena sonolontani, al sole, sotto ai cieli sereni, il monello esclama sorridendo:

— Ora mi sento meglio, molto meglio.

— Ma che hai avuto?

— Niente, niente zia... —

Poi non regge più, abbraccia le ginocchia della sua cara seconda mamma, e le grida:

— Perdonami, perdonami, zia Emma, starò nel cantone, andrò da Suor Lucia, farò tutto ciò che vorrai.

— Per domani preparatevi; — risponde la zia — le ore di ricreazione non le passerete più in casa. —

Toti non replica, volge gli occhi intorno e vede in un angolo Beretta che lo guarda ridendo; si avvicina, lo solleva e gli grida:

— Domani starai sotto il letto, hai capito? E se ridi ancora, ti condurrò con me da Suor Lucia! —

Beretta scuote il capo metodicamente, come miss Edith che scrive ancora.

— Buona notte, signorina.

—Good night, dear.(Buona notte, caro). —

La signorina si ritira nella stanza attigua; fra poco la zia Emma verrà a salutarlo e a fargli fare l’esame di coscienza.

Disteso sul bianco lettuccio, il capo abbandonato su le mani incrociate, aspetta pazientemente.

La lampada elettrica, nascosta in un fiore di seta, dirada appena l’oscurità; nella grande stanza è una serena pace di sonno; dall’esterno non giunge alcun rumore, si ode solo, a quando a quando, il canto di un assiòlo; giunge dal giardino. Toti pensa ad un grande orologio dal quale l’uccello notturno esca a gridar le ore alle stelle che si nascondono fra gli alberi. Anche gli alberi riposano a quell’ora; ogni foglia si abbassa, si china un poco per dormire.

Da un vecchio cassettone che si perde nella penombra si leva uno scricchiolìo ora forte, ora appena percettibile; gli hanno detto che le tarme, rodendo il legno, producono quel suono, ma Toti non ci crede: il cassettone se l’intende col letto di miss Edith, a quell’ora. Quando suppongono che tutti dormano, i due mobili si comunicano i loro pensieri, parlano dei loro affari. Che cosa si diranno mai?

E ascolta e fantastica, ma con sempre maggiore incertezza, perchè le palpebre scendono su gli occhi e la luce della lampada si fa più tenue, si allontana sempre più, si disperde come un piccolo sole morente in una pianura senza alberi, senza limiti, infinita.

I suoi riccioli biondi riposano; parte gli scendono su la fronte, parte ricadono sul guanciale candidissimo; le sue gote si tingono di vermiglio e la bocca si dischiude quasi ad attendere il dolce bacio del sogno. Toti si incammina per le bianche vie sterminate su le quali si passa in un rapido volo verso gli incantevoli giardini che la notte dischiude alle anime erranti dei bimbi.

Ma una voce lo riscuote all’improvviso; apre gli occhi e si leva su le coltri. La zia Emma gli sta vicino, ha ancora il viso severo; perchè mai sarà tanto inquieta?

— Hai detto le orazioni?

— Sì, zia.

— Hai pregato per la mamma?

— Sì, ho detto al buon Dio che le dia sempre tutti i fiori che le piacevano e che non la faccia pianger mai! —

La zia Emma si attarda un poco prima di riprendere le interrogazioni, finge di riassettare le coltri, ma invero vuol ricomporsi per non lasciarsi vincere dalla grazia di quel monello e dargliele tutte vinte.

— E ora fa’ il tuo esame di coscienza. In quanti peccati sei caduto, oggi? —

Toti si concentra e comincia in tono sommesso, dolcemente:

— Hofattouna falsità!

— Hai dimenticato l’italiano, Toti?

— No, zia, volevo dire: ho detto una bugia.

— Va bene. E poi?

— E poi... e poi, ho commesso un peccato di gola.

— Benissimo, e poi?

— Perchè dicibenissimo, zia? Allora non è male!

— Toti, non ti distrarre, continua il tuo esame.

— E poi... non so come si chiami.

— Che cosa?

— Che peccato è quello di spargere i piselli in sala da pranzo?

— È una disubbidienza.

— Va bene, allora ho commesso una disubbidienza e ho rotto una bottiglia.

— Nient’altro?

— Mi pare di no.

— Pensaci bene, Toti.

— Ci penso.

— Ebbene? —

Breve pausa dopo la quale riprende sorridendo:

— Ho proprio finito, sai? Non ho nessun altro peccato sulla coscienza.

— Sta bene; allora chi ha spaventato i cavalli? Chi ha risposto male alla Signorina? Chi ha detto delle brutte parole?

— Io.

— E perchè non lo dicevi?

— Perchè credevo tu non sapessi niente!

— Ah! è questo l’esame di coscienza che fai? Iddio che ti legge nell’anima potrebbe punirtene perchè la cosa è molto grave. Ora inginocchiati e domanda umilmente perdono a Dio del sotterfugio che volevi fargli. —

Tutto umiliato e compunto Toti s’inginocchia, congiunge le mani, e in tono di sincerità commovente esclama:

— Mio bel Signore, perdonatemi voi perchè sono un infame! —

La zia Emma sorride.

— Non sei più inquieta, è vero?

— Mi promettete di essere buono?

— Sì, zia; te lo prometto. Sarò tanto buono che sembrerò uno stupido!

— Ma Toti!

— Lo dici sempre tu: è tanto buono che sembra uno stupido! È un peccato anche questo?

— No. Sta’ quieto e pensa a dormire. —

Toti eseguisce. Quando è sotto le coltri, colto da un pensiero solleva il capo e riprende:

— Zia, mi dài il mio elefante?

— Per tenerlo nel letto?

— Sì. È un poco malato; oggi perdeva il sangue dal naso. Poi ho sognato cheuna donna bianca, sotto un olmo lontano, ci aspetta.

La lampada elettrica si è spenta, la zia Emma è già su la soglia e sta per chiudere la porta; un’ultima domanda:

— Zia, zia!

— Che vuoi?

— Hai pensato a Suor Lucia?

— Domani la conoscerai perchè una punizione la meriti.

— Oh!

La porta si chiude; il buio è perfetto. Toti abbandona la testolina sui guanciali e trae un lungo sospiro; ma la donna bianca che veglia sotto l’olmo remoto viene a prenderlo per mano, ed egli la segue nei magici paesi del sogno.

Nel giardino, l’assiolo conta le stelle che appaiono e scompaiono fra le foglie dei grandi alberi neri.


Back to IndexNext