III.La selva dei Gioghi.
Col capo all’aria e gli occhi intenti alle finestre di un secondo piano, Toti e Orsetto gridano a tutta voce:
— Marinella, vieni? —
Un visetto vermiglio appare fra due imposte socchiuse:
— Aspettatemi, vengo subito.
— Fa’ presto, la strada è lunga!
— È pronta la giardiniera?
— Ci aspetta da un’ora, spicciati.
— Vengo, vengo! —
Il visetto scompare, giungono dall’alto le grida festose della monella; Toti e Orsetto si volgono verso l’estremità della strada dove Suor Lucia, circondata dalla sua coorte, li attende.
Rando annusa con accigliata serietà un gran fiore di girasole, e Celestina tende ilnasetto a virgola per gustare l’ipotetico profumo della girandola floreale.
— Come è bello! — esclama Celestina — Dove l’hai preso?
— Me l’ha dato Ciuffolo — risponde Rando senza levar gli occhi.
— E tu che cosa gli hai dato?
— Io gli ho dato due nòccioli di pesca e un bottone.
— Dio! — esclama Celestina giungendo le mani per significare tutta la sua ammirazione per l’abile mercato. — Hai fatto un buon baratto! —
Rando non risponde. Ciuffolo, riparato dietro le sottane di Suor Lucia, si nasconde in bocca i due nòccioli di pesca e il bottone per non cedere alle insidie di Cola che gli gira attorno e lo guarda con occhi sparvieri; le guance di Ciuffolo si gonfiano sempre più, sembrano due piccoli otri, due calotte sferiche applicate ad arte sul viso del pacifico marmocchio.
Marinella giunge di gran corsa.
La pamela, assicurata con un elastico sotto il mento, le è caduta su le spalle e le forma un’aureola intorno al capo adorno da una selva di capelli nerissimi e ricciuti.
Uno schioccare di frusta avverte i monelli che la giardiniera è pronta all’angolo della via, e che si attendono i ritardatari.
— Presto presto! — gridano coloro che sono già saliti nell’ampio calesse. In un volo tutta la nidiata si affolla e si sospinge intorno al predellino. Comincia la lotta per occupare i posti migliori. Le esortazioni di Suor Lucia, la quale non perde mai la sua celeste serenità, non ottengono nessun risultato. Adalgisa vuol salire a cassetta e si arrampica su per le ruote con grande sconcio della sua vesticciuola bianca, campione di candore se non di eleganza. Toti, Marinella e Orsetto vorrebbero salire sul tetto della vettura, dove si allineano ordinariamente i bauli, ma Suor Lucia non consente; Rando e Celestina hanno occupato un angolo e se ne stanno tranquilli, annusando il loro girasole. Alla fine tutti prendon posto nicchiando, perchè nessuno ha ottenuto ciò che desiderava ad eccezione di Adalgisa, la quale troneggia a cassetta, al fianco del vetturino. Ella si volge a guardare coloro che stanno nell’interno e allargando la bocca e travolgendo gli occhi si abbandona ad una squisita serie di versacci schernevoli; ma ad un tratto interrompe la pantomima e scoppia in pianto dirotto perchè Toti, allungato furtivamente un braccio, le ha dato un solenne pizzicotto nella parte ch’ella espone con maggiore evidenza al pubblico sottostante.
Un nuovo schioccare di frusta, un bubbolìorapido di sonagliere, il sobbalzare della giardiniera sui ciottoli, interrompe il pianto, di Adalgisa che si asciuga gli occhi su le maniche della veste bianca. Il sole nuovo scivola lungo le vie della città. Qualche passante si sofferma ad osservare. Suor Lucia sorveglia senza cipiglio e senza sorriso; il volto di lei, pallido e grave, non ha mutevolezze.
Mentre la giardiniera corre verso i colli azzurreggianti.... (pag. 56).
Mentre la giardiniera corre verso i colli azzurreggianti.... (pag. 56).
Per ingannare il tempo, mentre la giardiniera corre verso i colli azzurreggianti al limite del piano, comincia lo scambio di oggetti svariatissimi e s’iniziano ardenti discussioni su la valutazione dei medesimi. In ciò porta una nota tutta personale Anselmuccio, un monello su gli undici anni, dai capelli rossi e gli occhi obliqui. Egli ha il genio del commercio, è nato commerciante e, per questo istinto di natura, svaligia alla lettera la casa paterna. Le sue tasche sono sempre rigurgitanti e contengono oggetti di indole disparata: francobolli, pipe, vecchie casse da orologio, astucci da gioielli, bottoni, piccoli coperchi, pentolini, fibbie da scarpe, turaccioli e mille altre cose simili. Tali quisquilie acquistano, in mano ad Anselmuccio, un valore straordinario; un turacciolo, ricoperto da un poco di stagnola dorata, è un rarissimo cimelio e non è ceduto se l’oggetto offerto in cambio non ha qualità assolutamente superiori; potrà scambiarsi, peresempio, con un francobollo del Guatemala o con una nappina da chepì, ma non mai coi volgarissimi bottoni i quali rappresentano, nel commercio infantile, l’ultimo grado del valore. Anselmuccio sdegna e si rifiuta di trattare coi piccini, i quali non hanno a loro disposizione se non qualche bottone rapito furtivamente al patrimonio materno. Una volta Cola, dalle gambe arcuate, per ottenere da Anselmuccio un vecchio lunarietto si staccò tutti i bottoni che aveva addosso e rimase con le brachine penzoloni; ma anche questo supremo sacrificio, questa violazione della privata decenza, non ottenne risultato e Suor Lucia ne pagò le spese in tanto filo per rimetter le cose a posto.
Anselmuccio ordinariamente non parla, osserva i compagni, spia l’occasione propizia; nulla gli sfugge; è onniveggente. Ogniqualvolta scorga una cosa che gli sembri utile e commerciabile è pronto ad intervenire e ad offrire. Quasi sempre gli affari gli riescono bene; ha un’abilità tutta sua, che i compagni gli riconoscono.
All’infuori di ciò, nulla lo seduce; rimane indifferente ai giuochi ed agli scherzi, vive a sè calcolando e premeditando.
Marinella lo chiama l’astuto citrullo, e Anselmuccio ne ride, pago di soddisfare la sua vivissima bramosia dello scambio.
Il sole si avviva e le allodole navigano per l’aria azzurra; si odono i loro trilli, le loro cadenze sperdute; scendono, si inabissano nel dolce cielo d’aprile; e dagli olmi le verlette e dalle macchie gli usignoli rispondono alle sorelle del sole. Fa fresco e l’aria reca dolcissimi aromi dai frutteti e dagli orti in fiore.
Celestina si sporge a guardare la strada; ad un tratto si volge a Rando, e gli chiede con aria trasognata:
— Perchè girano le ruote? —
Rando guarda a sua volta, sta assorto qualche secondo, e risponde:
— Perchè gli alberi corrono e la strada scappa. —
Celestina ride stringendosi nelle spalle; ma ride convinta dalla spiegazione che le ha data Rando; è un attimo di perfetta fusione dell’anima sua bambina con l’anima di tutte le cose che la rende gaia. È pur buffo che gli alberi corrano per far piacere al suo compagno e a lei, e che la strada fugga per farli giungere più presto sui monti celesti, dove sorride la neve e dove si mangiano le castagne!
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— Quando torneremo noi alla selva di Lucchetto? — chiede Toti a Marinella.
— Chi sa? — risponde la monella alzando gli occhi e le ciglia in atto di vaga incertezza. — Chi sa?
— Una volta Suor Lucia ci conduceva tutte le domeniche alla selva e ai prati di Villanova — dice Orsetto — ora ci andiamo molto di rado e io non so perchè!
— Vi trovavate con Bocca-di-fiore?
— Sì; sempre.
— E con Allodola?
— No, Allodola l’ho veduta due volte sole. La cercavamo sempre perchè canta bene, ma Suor Lucia ci diceva che era malata.
— Infatti, anche domenica scorsa era molto pallida! — esclama Marinella.
— E di chi è figlia? — domanda Toti.
— Non lo so, — risponde Orsetto.
— Con chi vive?
— Vive nei prati ed ha un gregge di pecore bianche. Tutti le vogliono bene.
— Che bel nome ha!
— Bellissimo! — esclama Marinella — Ha anche gli occhi belli. Non deve essere figlia di contadini.
— Io ho sentito una storia di principi, — soggiunge Orsetto — una storia confusa della quale non ricordo nulla. La raccontò un piccolo pastore.
— Non ricordi il nome?
— No; era un amico di Zulù.
— E credi che Zulù ne sappia qualcosa?
— Credo di sì, perchè Allodola è la sola creatura alla quale il piccolo lupo voglia bene.
— Allora dirò a Zulù di raccontarmi la storia di Allodola — soggiunge Toti.
— È inutile, non ti risponderà e lo faresti inquietare.
— Chi sa?! — riprende Toti in tono leggermente ironico. — Potrebbe darsi ch’io riuscissi!
— Sei stata mai alla capanna di Bonaventura? — chiede poi a Marinella come per sviare il discorso.
— Ci sono stata quand’ero piccina.
— E che c’è di bello?
— Allora c’era la mia balia e c’era un maiale addomesticato che ci seguiva sempre come un cane e mangiava a tavola con noi.
— E adesso ci sarà più? — chiede vivamente Orsetto.
— Chi lo sa? Allora era già vecchio e sono passati tanti anni!
— Quanti?
— Oh, per lo meno cinque. —
Trascorre una pausa poi Toti sussurra:
— Sapete chi troveremo lassù?
— Chi?
— Indovinate.
— Non saprei, — risponde Marinella.
— Non saprei, — soggiunge Orsetto.
— Troveremo Zulù.
— Zulù? E quando l’hai veduto? — domanda Marinella oscurandosi.
— Questo è affar mio, — risponde Toti.
— Gli hai parlato?
— Sì.
— È venuto a trovarti?
— No; sono andato a trovarlo io.
— Solo?
— Solo.
— E non hai avuto paura?
— Zulù è buono, e non fa male a nessuno.
— Ma allora perchè vogliono portarlo in prigione?
— Io non lo so, — risponde Toti. — Noi torneremo verso sera; poco prima del tramonto Zulù sarà alla Selva dei Gioghi che è poco distante dalla capanna di Bonaventura, e ha detto di trovarci là. Verrete?
— Io verrò, — risponde Marinella.
— Anch’io, — soggiunge Orsetto.
— Non ne parliamo ora, perchè gli altri se ne potrebbero accorgere, e vogliamo esser soli.
— Sì, soli soli.
— Poi, se fossimo in molti, Zulù non verrebbe; lo ha detto.
— Io però ho un poco di paura, — soggiunge Marinella ridendo.
— Anch’io, — replica Orsetto.
Toti è lusingato dal timore dei compagni; ciò accresce a mille doppi il suo coraggio.
— Verrete con me; — risponde — io conosco Zulù, siamo buoni amici. —
Marinella ha un lampo ne’ suoi grand’occhi neri.
— Gli chiederemo se è giunto mai alla casa dell’Orco.
— E se ha veduto i nani dei boschi, — sussurra Orsetto.
— Zulù deve saper tutto, deve aver veduto tutto, — replica Marinella. — Oh io gli darò due bacioni sugli occhi!
— Non hai più paura? — le chiede Toti.
— Ora mi pare di no; ma può darsi che a vederlo la paura ritorni. È tanto brutto! —
L’alto vocìo dei compagni interrompe il loro dialogo. Giacomino, l’astuto monello tirato a pulimento come il fodero di una sciabola, propone una serie d’indovinelli aicompagni che non ne capiscono niente e appunto per questo ridono e si divertono un mondo.
— Indovinate questo che è bello, — grida Giacomino — e lo sanno anche i boccali di Montelupo:
In cima a una finestracciaCi sta una vecchiacciaE quando tentenna un denteChiama tutta la gente:Alalè alalèIndovina quel che gli è. —
In cima a una finestracciaCi sta una vecchiacciaE quando tentenna un denteChiama tutta la gente:Alalè alalèIndovina quel che gli è. —
In cima a una finestraccia
Ci sta una vecchiaccia
E quando tentenna un dente
Chiama tutta la gente:
Alalè alalè
Indovina quel che gli è. —
Segue un attimo di silenzio.
— Nessuno lo spiega? — chiede Giacomino rivolgendosi ai più piccini.
Ciuffolo guarda il cielo e ripete beandosi:
— Alalè, alalè, alalè! —
Adalgisa guarda dall’alto e sorride malignamente.
— Brava, spiegalo tu! — le grida Toti che si è accorto dell’aria canzonatoria assunta dall’istrice domestico.
— Ci vuol poco, — risponde Adalgisa sdegnosa.
— Avanti dunque, che cos’è? — ripete Giacomino.
— Domandalo a Toti, — ribatte la monella arruffata.
— No, no; sta a te che fai la brava!
— Sì, a te, a te! — urla il coro.
Adalgisa tace un attimo, e poi con voce stridula grida:
— Ma chi non lo sa? È la chiesa! —
Segue un diavolìo; tutti i monelli si levano in piedi per gridare e punire così la presunzione dell’istrice domestico.
Sopraffatta dall’impeto impreveduto Adalgisa si volge e scrolla le spalle per assumere un atteggiamento; ma le lacrime le scendono copiose su le guance e si perdono agli angoli della bocca contratta.
Gli unici che non partecipano al gaio tumulto sono Rando e Celestina. Come se nulla accadesse intorno a loro, stanno muti e inciprigniti perchè non sono riusciti ad acchiappare un moscon d’oro... che si era posato sul girasole. Suor Lucia che fino allora aveva taciuto, tutta curva sui grani del rosario che fa passare interminabilmente fra le scarne dita, è costretta ad intervenire perchè le cose hanno preso una piega differente.
L’orgasmo ha alzato di vari toni l’allegria dei fanciulli. Ora Giacomino ed Anselmuccio si trovano di fronte in aria minacciosa; Anselmuccio, contrariamente ad ogni sua abitudine, ha assunto la difesa di Adalgisa, e da ciò un rapido diverbio che pare voglia condurre a vie di fatto. I due fanciulli si squadrano con occhi torvi.
— Se ti dò un pugno, — grida Anselmuccio — ti getto giù dalla giardiniera! —
E l’altro, avvicinandosi ancor più con aria provocante:
— Pròvati!
— Oh! ci vorrà molto!
— Pròvati, dunque! —
Pausa.
— Moccione!
— Imbecille!
— Lo dici a me?
— Sì, a te!
— Ripetilo, se hai core!
— Imbecille!
— Bada! Non hai provato ancora le mie mani!
— Credi di farmi paura?
— Ma neanche tu me ne fai! —
Altra pausa, ed altro scandaglio come sopra.
— Se fai un altro passo, ti picchio!
— Ecco! — E il passo è fatto. I combattenti si trovano a viso a viso, il momento pare decisivo, i cuori palpitano.
— Anche se sei più grande di me, io ti compro e ti rivendo! — grida Giacomino. — Scostati!
— No!
— Scostati!
— No! —
La prima spinta è data, Giacomino ha attaccato il nemico che attacca a sua volta; in un attimo i due monelli si acciuffano e cadono in grembo a Suor Lucia, la quale, non avendo ottenuto alcun risultato positivo con le esortazioni amorevoli, è intervenuta di persona.
Toti, Orsetto e Marinella prestano man forte a Suor Lucia; i contendenti sono divisi e riprendono i loro posti; fra poco anche il broncio che serbano scomparirà, e la pace sarà ristabilita compiutamente.
— Mio Dio, — esclama Miranda, un battuffoletto di quattro anni che ha atteggiamenti di donna matura — questi uomini come sono gelosi! —
Ad un attimo di stupore segue una franca risata.
Miranda arrossisce e china gli occhi.
— Che hai voluto dire? — le chiede Marinella.
La piccola tace.
— Ma che c’entra la gelosia? —
Miranda leva una mano ed indica Adalgisa, causa prima del breve pugilato.
— Miranda, voi non capite niente! — esclama Suor Lucia — E dovete tacere sempre; e dovete occuparvi solo dei fatti vostri! —
Si odono già, dalle prime selve di roveri, i canti delle calandre. La pianura pare un immenso mare azzurro, costellato di piccole gemme bianche.
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Il momento si avvicina, e i tre piccoli cuori palpitano di ansia e di timore: hanno saputo che la Selva dei Gioghi, luogo fissato da Zulù per l’appuntamento, è piuttosto lontana. Bonaventura glie l’ha indicata: per giungervi conviene attraversare una piccola valle e risalire il versante opposto del monte; a mezza costa, dove sorge una piccola casa, comincia la selva. Hanno a loro disposizione poche ore perchè il sole comincia a declinare, conviene dunque affrettarsi per giungere alla mèta all’ora fissata.
Toti, Marinella e Orsetto si sono dati convegno dietro ai pagliai per sfuggire agli sguardi del prossimo importuno.
— Vogliamo partire? — chiede Orsetto.
— Sei ben sicuro che nessuno ci abbia veduto?
— Sicurissimo.
— E se Suor Lucia ci cerca?
— Chiamerà e le risponderemo; non andiamo mica in capo al mondo!
— Sai la strada?
— Sì. —
Saltano un rivoletto, vanno curvi dietro una siepe e, giunti ad una viottola, scendono a valle.
Il sole declina; le ombre azzurreggiano sempre più, si allungano; in fondo alla valle si fanno più dense. Passano nell’aria le grida dei compagni, giungono dall’alto, dall’aia di Bonaventura perduta nella gaiezza solare a sommo del verde colle.
— Suor Lucia ci chiama! — esclama Toti sostando. È stato un inganno; non si ode che un frastuono indeterminato simile al gridìo dei passeri che si adunano all’albergo quando il cielo si imporpora e dolcemente riluce. Suor Lucia farà passare fra le scarne dita i grani del rosario, come sempre, e sorveglierà i più piccini perchè non abbiano a disperdersi. Possono proseguire tranquilli.
— Toti, sei ben certo che Zulù ci aspetti? — chiede Marinella.
— Ne sono certissimo.
— Quanti anni ha, Zulù?
— Ha dodici anni.
— E dove è nato?
— Non si sa. Glie l’ho chiesto, e mi ha risposto che nessuno glie lo ha detto mai.
— Allora non conosce sua madre?
— Sua madre è stata uccisa dai cacciatori.
— Dai cacciatori!
— Sì, era una lupa! — risponde Toti con tutta semplicità. Orsetto sente il suo cuore battere sempre più rapidamente; ma di che cosa si tratta dunque? Zulù è un ragazzo o una bestia? Marinella si accorge della paura del compagno, e per incorarlo gli si accosta, lo abbraccia e gli mormora con voce materna:
— Non aver paura. Non ti ricordi? Anche Romolo e Remo erano figli di una lupa ed hanno fondato Roma! —
Pare che l’originale trovata abbia efficacia anche sul timido cuore di Orsetto.
— Corriamo? — propone Toti.
— Sì, corriamo. —
La strada è facile, il pendìo dolce. Traversano rabbrividendo una macchia che si schiude al loro passaggio, e si trovano in un’aia; proseguono in mezzo ai prati, poi fra le vigne, di sentiero in sentiero, senza voltarsi mai, senza pensare alla strada percorsa; i loro occhi son fissi lassù, dove cominciano le roveri della selva, dove l’anima loro è giunta già ad esplorare.
— Quanto è lunga la strada! — mormora Marinella ad un tratto.
— E si fa buio! — aggiunge Orsetto.
Sono giunti in fondo alla valle, corsa da un torrentello quasi asciutto. Toti si lancia per primo fra i grandi ciottoli che coprono il letto del torrente, e raggiunge la riva opposta; i compagni lo seguono. Ora conviene attraversare una fitta macchia di rovi per risalire la costa.
— Non c’è il sentiero — osserva Orsetto.
— Per di qua, per di qua! — grida Toti che ha superato il punto più difficile, aggrappandosi agli sterpi. Marinella gli tende le mani.
— Aiutami dunque! Da sola non posso. —
Toti ritorna su’ suoi passi, si sporge, punta i piedi... ecco, il passo difficile è vinto, ma i rovi han voluto la loro preda: la veste di Marinella cade in brandelli.
Ciò preoccupa un poco lo spirito ordinato di Orsetto, ma non commuove Marinella la quale, scrollando le spalle, riprende la via.
Qualche goccia di sangue imperla la sommità delle dita di Toti.
— Ti sei fatto male? — gli chiede Marinella.
— No.
— Fa’ vedere. —
Toti porge la mano che la bimba prende fra le sue.
— Ti brucia?
— No.
— E se gli spini erano avvelenati? Non ridere — soggiunge — ci sono anche le spine di San Giorgio, e quelle uccisero il dragone! —
Marinella accosta le labbra alle piccole ferite e sugge il sangue che spiccia lentamente.
Quando risolleva il capo, i due monelli si guardano e arrossiscono senza sapere il preciso perchè. I colli opposti rilucono nella moribonda gloria solare.
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— Chi sono? — sussurra Orsetto.
Toti e Marinella non rispondono, ascoltano sostando ai limiti del prato sul quale la selva si muore. Molti fanciulli, allacciati per mano, girano in tondo e cantano a coro; cantano bene; sembrano allodole e calandre. Sono scalzi, hanno i capelli disciolti.
— C’è anche Zulù? — chiede Orsetto.
— No, — risponde Toti.
— Dove lo troveremo allora?
— Bisogna chiedere a qualcuno se è questa la Selva dei Gioghi.
— E a chi si può domandare?
— Quando quei signori avranno finito, ci accosteremo. —
Tacciono, raccolti dietro una macchia di quercioli; dall’alto del monte scendono le ultime strie d’oro del sole, si perdono fra le rame, ricompaiono su l’erba, nelle radure. Il canto dei fanciulli sale verso le altitudini e lassù, nel sereno, si unisce agli squilli di campane remote e si disperde.
Ohè! ohè! ohè! ohè!La più gaia venga a me.Getti via la lendinella,La faremo tutta bellaChè nel bosco aspetta il Re!
Ohè! ohè! ohè! ohè!La più gaia venga a me.Getti via la lendinella,La faremo tutta bellaChè nel bosco aspetta il Re!
Ohè! ohè! ohè! ohè!
La più gaia venga a me.
Getti via la lendinella,
La faremo tutta bella
Chè nel bosco aspetta il Re!
I fanciulli si perdono sotto il muto incantesimo della selva. Le ultime roveri hanno tuttavia alla sommità una corona d’oro. La cantilena ha qualcosa di pauroso, Toti, Marinella e Orsetto l’ascoltano con un tremito nel cuore quasi fossero per assistere ad un subito prodigio:
Marulèi ha fatto il paneNella casa delle tane,E ti aspetta, Martinella.Tu sei bella, tu sei bella!Una veste ed una torta,Marulèi sta su la porta;Una veste ed una rama,Marulèi guarda e ti chiama.Gira, gira,Gira, gira,Passa il vento che sospiraE la notte è scura scura,Ed il bosco fa paura.Ecco sbucan gli occhi rossiDalla selva di Mamù...Uuuuuuh!
Marulèi ha fatto il paneNella casa delle tane,E ti aspetta, Martinella.Tu sei bella, tu sei bella!Una veste ed una torta,Marulèi sta su la porta;Una veste ed una rama,Marulèi guarda e ti chiama.Gira, gira,Gira, gira,Passa il vento che sospiraE la notte è scura scura,Ed il bosco fa paura.Ecco sbucan gli occhi rossiDalla selva di Mamù...Uuuuuuh!
Marulèi ha fatto il pane
Nella casa delle tane,
E ti aspetta, Martinella.
Tu sei bella, tu sei bella!
Una veste ed una torta,
Marulèi sta su la porta;
Una veste ed una rama,
Marulèi guarda e ti chiama.
Gira, gira,
Gira, gira,
Passa il vento che sospira
E la notte è scura scura,
Ed il bosco fa paura.
Ecco sbucan gli occhi rossi
Dalla selva di Mamù...
Uuuuuuh!
— Andiamo via, — mormora Marinella. — Questa gente mi fa paura. —
Toti ed Orsetto fanno per voltarsi, ma ad un tratto si acquattano; hanno avvertito un fruscìo alle loro spalle; inoltre i piccoli pastori, dopo aver finita la cantilena, come è consuetudine del loro giuoco, fra strane grida si sono dati ad una fuga precipitosa, e in breve sono scomparsi, dirupando. Le ultime voci salgono dalla valle; sono già lontane, e i tre esploratori hanno la perfetta coscienza della loro solitudine nella terra ignota. E se Mamù, l’orco, sbucasse per davvero dalla spessa selva?
— È una sciocchezza! — grida Toti per farsi coraggio; sta per rivolgersi, ma avverte un fruscìo più vicino, un lieve rumore di passi; il brivido della paura lo riprende e non ha più forza di pronunciare una parola.
Orsetto e Marinella si sono raccolti nell’ombra più fitta, e guardano attorno con occhi da spiritati.
— Toti? —
Nessuno risponde; i fanciulli si sono immedesimati col cespuglio che li accoglie.
— Toti, ti ho portato il riccio.
Ah! è Zulù, il benvenuto, il salvatore!
I tre volti si rasserenano, pare che il sole rinasca. Zulù è sporco, ha i panni a brandelli, il viso nero, i capelli scarmigliati e Marinella vorrebbe abbracciarlo ugualmente; la trattiene solo la bestiaccia ch’egli reca fra le mani senza paura di pungersi.
— È molto tempo che mi aspettavi? — chiede Toti a Zulù.
— No, sono arrivato or ora. E tu, che cosa facevi in quella macchia?
— Niente. Guardavo per terra.
— Hai perduto qualcosa?
— No. —
Trascorre una pausa. Zulù non si avvicina perchè si vergogna, Marinella e Orsetto gli destano soggezione; ha le ciglia aggrottate e gli occhi bassi; pare seriamente contrariato. Toti nota subito il malessere di Zulù, e cerca di porvi riparo con una specie di presentazione:
— Non sono venuto solo perchè la strada era lunga e Suor Lucia non mi avrebbe permesso ch’io me ne andassi. Questa è Marinella e ti vuol bene perchè sei figlio di una lupa e vivi nei boschi, e questo è il bambino del generale: si chiama Orsetto e non fa male a nessuno. —
Zulù, per tutta risposta, allunga una mano senza alzar gli occhi e dice:
— Vuoi il porcospino? — Sì, dammelo; dove l’hai trovato? (pag. 79).
— Vuoi il porcospino? — Sì, dammelo; dove l’hai trovato? (pag. 79).
— Vuoi il porcospino?
— Sì, dammelo; dove l’hai trovato?
— Nel bosco.
— È nel bosco la tua casa? — gli chiede Marinella avvicinandosi.
— Io non ho casa.
— E dove dormi?
— Su gli alberi, sotto le siepi, nei campi di lupinelle, secondo; dormo sempre dove mi trovo.
— E l’inverno?
— L’inverno dormo nei buchi delle fornaci; ci fa caldo e siamo in molti là dentro.
— Ma non hai paura? Sei sempre solo?
— Non ho paura.
— Hai veduto mai Mamù, l’orco?
— Non l’ho veduto mai, l’ho sentito. —
I tre monelli si guardano; i loro occhi si aprono smisuratamente.
— Dove l’hai sentito? — chiede Toti.
— Una notte, nella selva di Ladino. Ero salito sopra una rovere, non si vedeva una stella; tutto era buio. Mi ero seduto su tre rami incrociati e stavo per addormentarmi allorchè sento gli alberi sibilare come se si fosse levato un gran vento; ma il vento non tirava; allora mi alzo e sto in orecchio. Che cosa sarà? sarà il tasso? no, perchè non può fare tanto rumore; sarà il lupo? nemmeno. Io conosco bene il lupo; mi è passato vicino anchedi notte; il lupo si avverte appena, cammina fiutando, e quando sente qualcuno va a passi radi. E il fracasso si avvicinava proprio come fa la grandine di estate. Allora pensai che la vecchia della valle, nonna Simona, mi aveva detto che Mamù era come la tempesta, quando gira per il mondo, e non ebbi più dubbio.
— Ti vide?
— Io non lo so, perchè quando sentii crescere il rumore chiusi gli occhi e mi rimpiattai fra i rami come uno scoiattolo. Appena riaprii gli occhi, tutto era finito. Fu come un baleno.
— E dopo, non l’hai incontrato più?
— Dopo ho preso le mie precauzioni. Sono tornato da nonna Simona, ed ho avuto da lei il rimedio per non essere veduto mai più dall’orco.
— Qual è questo rimedio? — chiedono ad una voce Orsetto e Marinella. Zulù si stringe nelle spalle e fa segno di non poter rispondere. Toti sorride con aria di incredulità, si sente superiore ai compagni. Egli sa che sono tutte fole inutili e dannose quelle degli orchi e delle streghe; Miss Edith e la zia Emma glie lo hanno ripetuto tante volte che ormai, su questo punto di fede, ha la coscienza sicura e tranquilla. Non bisogna allettare la mente dei fanciulli coninutili fantasie, con creazioni mostruose e inverosimili, conviene raccontare unicamente la verità, la verità pura e semplice.
Il ragionamento che Toti viene facendo in silenzio fa sì ch’egli continui a sorridere anche quando i compagni gli levano gli occhi in volto:
— Perchè ridi? — gli chiede Marinella.
Toti inarca le ciglia, assume un tono indifferente, alza un poco una spalla e risponde:
— Ma che vuoi?! Mi stupisce vedere come tu creda a ciò che racconta Zulù.
— E perchè ti stupisce?
— Perchè l’orco è una sciocchezza! —
Tutti tacciono. Toti si pente del suo ardimento perchè il sole si è nascosto e le ombre discendono con rapidità; egli non crede all’orco, ma il buio è un cattivo consigliere. Inoltre la strada che debbono percorrere è lunga ed è attraversata da un torrentello e da una spessa macchia, punti solitari e abbandonati dove, non si sa mai, si potrebbe incontrare anche il lupo mannaro e quello non è ben sicuro che non esista.
— Dunque — riprende Zulù a voce bassa — tu non credi neppure alla Casa Lucente?
— Non so che cosa sia — risponde Toti.
— La Casa Lucente sorge su la più alta cima di un monte lontano lontano, ed è sempre circondata da nubi d’argento. Ha i culmini d’oro, i muri ricoperti di pietre preziose. Le si apre dinanzi un grande portico di adamante e le sorgono ai lati due torri di rubini e di smeraldi che rilucono per tutto il mondo. Nessuno conosce la strada che vi conduce. Chi si è provato a raggiunger la cima del monte altissimo non è tornato più. Solo la Vecchia della valle sa il segreto che può condurre alla vetta del monte; ma fino ad ora non l’ha confidato nemmeno all’aria.
— Nemmeno a te? — gli domanda Marinella.
— Un giorno nonna Simona mi disse: «Voglio fare la tua fortuna;» e incominciò a insegnarmi il modo di raggiungere la Casa Lucente, ma poi si pentì sul più bello e non volle più proseguire.
— Che peccato! — esclama Marinella.
— Ma allora tu sai di dove si parte? — domanda Toti che ha dimenticato gli ammonimenti di Miss Edith e della zia Emma, e si lascia trasportare dalla fantasia, dal desiderio delle cose vaghe e indefinite che sono tanto più belle.
— Lo so, — risponde Zulù.
— E dove abita nonna Simona?
— A Ladino, in una casa sotto la selva.
— E potremmo andare a trovarla?
— Sì, ma bisogna farle un regalo.
— Glie ne faremo mille! Ci accompagnerai tu?
— Vi accompagnerò.
— Benissimo! — grida Marinella. — Andremo alla Casa Lucente! Io mi riempirò il grembiale di brillanti, e tu? — chiede rivolgendosi ad Orsetto.
— Io prenderò la mazza del comando.
— Per farti imperatore! — riprende Marinella ridendo. — Ed io farò la regina, la bella regina tutta vestita di seta, e porterò i brillanti sui capelli e avrò duemila servitori, cento dame di palazzo, diecimila cavalli, cinquanta berline e una reggia d’oro e una bambola di cioccolata e tutti i dolci che sono sulla terra! Dio, come sarò contenta!
L’animazione delle tre anime bambine cresce a dismisura; esse vedono già, gustano il tesoro straordinario; quella loro fantasia le fa gioire più del possesso reale; se tanto avessero realmente, forse cercherebbero il poco quale sorgente inaudita di gioia. Zulù tace. Il suo viso oscuro pare sofferente, gli occhi neri e lucentissimi e grandi, come due strane gemme, guardano lontano alle sommità più ardite e si animano di guizzi violenti.L’anima dardeggia da quegli occhi aperti nei cieli altissimi, raggiunge, supera il volo delle aquile, si lancia fremente, cupa ed insaziata alla sua conquista.
La sera discende.
— Allora — riprende Toti — ci troveremo in casa di Carciofo, come l’ultima volta. —
Zulù assente.
— E ora dove andrai?
— Nella selva — risponde Zulù che fa per avviarsi.
— Dammi prima il porcospino. Aspetta, lo metteremo nel fazzoletto.
L’operazione è compita con ogni cautela; i capi sono legati a doppio nodo e stretti quanto più si può, perchè la piccola bestia non debba fuggire. Frattanto Zulù salta un cespuglio e si allontana leggermente, sollevando appena un fruscìo.
— Scusa, che cosa mangia il porcospino? — grida ancora Toti.
— Le vipere, — risponde Zulù senza rivolgersi. È scomparso dietro una grande rovere, ricompare più lontano fra l’ombra più spessa, procede a balzi, i fanciulli lo guardano meravigliati ed hanno una grande voglia di richiamarlo, perchè sentono che qualcosa che dava loro molto coraggio si allontana con lui. Rieccolo più in alto, è comeun fantasma, si scorge appena; si inerpica leggero, il lupo non ha maggiore agilità. Ecco l’ultimo guizzo, si ode un lieve scricchiolìo di rami infranti, e non si vede più. Si è internato nel folto come le volpi, come gli scoiattoli rossigni.
— Le vipere? — riprende Toti, che ritorna col pensiero al suo riccio. Vorrebbe richiamare Zulù, ma ormai è inutile; poi nello stesso tempo una voce acuta e prolungata giunge dall’altra costa del monte.
— Andiamo, andiamo, ci chiamano! — sussurra Orsetto.
Toti si avvia di corsa, e i compagni gli tengon dietro. Il sentiero si perde nel buio della valle.
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— Per di qua! — grida Orsetto.
— No, per di qua! — riprende Toti.
— Ma insomma qual’è la strada buona? — domanda Marinella che si è fatta scura in viso. — Qual’è, me lo sapete dire? — riprende con voce nella quale è già qualche sentore di pianto. — Finiremo per smarrirci in questa foresta — è appena una macchia, ma la fantasia della fanciulla ama il colore — e ci troveranno i briganti!
— Ma i briganti li sogni tu! — rispondeToti indispettito, perchè l’insistenza di Marinella comincia a mettergli paura.
— Ed io ti dico che ci sono! — replica la fanciulla. — Lo lessi anche ieri nel giornale di papà. Hanno rubato dieci bambine e non se ne è saputo più nulla.
— Ma dove?
— In Sardegna.
— Allora sono lontani.
— Sì! Impiegheranno molto tempo a giungere qui!
— Ma debbono traversare il mare!
— E non hanno le barche? Poi i briganti sono dappertutto, ed io ho paura. Tu vuoi fare il coraggioso, ma io ho letto la storia di un bambino divorato da un lupo e qui i lupi sono numerosi come le lucciole. Poi non hai sentito che cosa ha detto Zulù? Siamo in un paese abbandonato, se si perde la strada facciamo la fine dei tre bimbi che San Nicola fece risuscitare e San Nicola non c’è più. Mio papà l’ha veduto a Bari; ora non si muove da quella città lontana e noi siamo perduti!
— Marinella, finiscila!
— Sì, finiscila! Non vuoi ascoltare la verità! Perchè ci hai condotto in questo paese pericoloso?
— Ma siamo a tre passi da casa!
— Lo dici per farci coraggio, chi sa quandoarriveremo e chi sa se potremo arrivare! Abbiamo smarrito la via, siamo in mezzo a una foresta e la notte è tanto buia, che non si vede dove si mettono i piedi!
La voce muore in un lieve singhiozzo; Toti avanza senza por mente ai terrori della compagna; ha già troppo da combattere il suo timore per guidar sè stesso attraverso alla macchia; Orsetto è vinto dallo smarrimento, e segue gli amici senza fiatare.
Le voci di chiamata che avevano udito dapprima ora non si sentono più.
Solo due piccoli lumi animano ancora la speranza ed il coraggio di Toti; si vedono su la costa del monte opposto, la notte li fa più lontani, ma splendono tuttavia come due fari benefici. Poter giungere fin lassù di un balzo! Avere un gran paio d’ali e volare come si vola nei sogni! Ma la strada è lunga ed aspra, bisogna scendere verso l’estrema oscurità del torrente. Ogni qualvolta si spinga un po’ innanzi, ode la voce impaurita dei compagni:
— Toti, Toti!... dove sei? —
E ciò basta per accrescere a mille doppi il suo turbamento; è come se una corrente elettrica lo percorresse dal capo ai piedi d’improvviso, non sa più orientarsi, sente mozzarglisi il respiro, chiude violentemente gli occhi; gli pare che una granmano si sia protesa dalle tenebre a ricercarlo. Se i compagni non l’aiutano, la lena verrà a mancargli; si sente piccino piccino sotto la notte paurosa.
— Stiamo uniti, camminate vicino a me; arriveremo a casa presto.
— Suor Lucia è già partita, — mormora Marinella singhiozzando — andrà a casa a dire che ci ha perduti, e domani ci crederanno morti! —
Orsetto tace; ha preso per mano Marinella e si lascia trascinare come un automa.
Discendono, sono a due passi dal torrente; Toti procura di procedere facendo quanto più fracasso può, perchè ad ogni sosta avverte certi fruscii, certi fremiti che lo fanno sudare freddo. Gli torna nella memoria la cantilena dei piccoli pastori, pensa alla loro corsa improvvisa giù per la costa del monte... ma Zulù non è forse solo nella selva, appollaiato fra i rami di qualche albero grande?
Fa per volgersi, e, ad un tratto, uno strido acutissimo di Marinella lo irrigidisce, gli toglie ogni forza ed ogni volontà.
Nel silenzio che segue egli ode distintamente un lontano rumore di passi e intravede una luce livida ed ampia che scivola fra i rami e ingigantisce e scompare. Raggiunge di un balzo i compagni e si stringea loro. Senza un grido, allibiti dallo spavento, cadono avvinti fra le frasche.
La luce cresce, il trepestìo si avvicina; si ode un grido prolungato: è il grido di Mamù, dello spaventoso gigante. Curvano il capo, si raccolgono nel buio tremando dal freddo.
Ecco l’ombra, l’ombra grande quanto l’universo! Supera i pioppi, supera le querce, si lancia sola ed immensa sotto le stelle. Potranno sfuggirle? No, li ha veduti, li ha riconosciuti, li chiama:
— Toti? Marinella? Orsetto? —
Si stringono sempre più, moriranno insieme come tre piccole more nella bocca vorace, come tre verlette di nido; non c’è scampo, respirano a pena, hanno gli occhi violentemente serrati.
La voce di Orsetto mormora a stento:
— Addio, mamma! —
Più debolmente, quasi a trattenere un singhiozzo che vuol traboccare, Marinella e Toti sussurrano:
— Addio!
— Il Signore ci accolga....
— ... ci accolga!
— Nella sua gloria....
— Nella sua gloria!
— Per sempre!...
— Per sempre!...
Ah! non possono più pregare, perchè il respiro si fa troppo rapido, perchè hanno troppo troppo freddo!
Il grido si ripete più vicino, vicinissimo:
— Toti? Marinella? Orsetto? —
Ma chi chiama adunque? Sorvola una pausa dubbiosa, un nuovo brivido li scuote, ogni senso si riaccende più vivo, levano il capo, aprono gli occhi... ah quanta luce, quanta luce! Ecco Suor Lucia e Bonaventura e Giacomino e Anselmuccio!
— Sono qua! Sono qua!... — grida Bonaventura che regge due fiaccole con le braccia levate.
Scattano in piedi, non possono rispondere, non possono dir parola; sorridono, ridono a grandi sussulti; il loro volto si illumina e si oscura; poi a un tratto contemporaneamente scoppiano in pianto dirotto.
Sono salvi.