IX.Passeri in fuga.
Il pomeriggio estivo è caldissimo. Toti non andrà al consueto riposo perchè tutti sono in grandi faccende data la prossima partenza. Forse si ingannerà ma gli pare che la zia Emma, il papà, il nonno, il prozio abbiano negli occhi una gaiezza nuova: ridono più di frequente e non gli hanno fatto neppure una predica, cosa veramente insolita. È il mare che compie il miracolo; sono contenti perchè vanno ai bagni. E chi non dovrebbe commuoversi all’idea di andare a Riccione, in un delizioso villino fra gli alberi a pochi metri dal mare? Si potrà veder sempre l’immensa distesa delle acque e si mangerà sulla terrazza dalla quale si contano le vele lontane. Solo miss Edith non manifesta alcuna commozione;ma per Toti miss Edith non è una donna: è una grammatica inglese.
È la prima volta ch’egli va al mare con la signorina e mille curiosità lo pungono: prenderà il bagno? indosserà il costume?
Oh! miss Edith in costume da bagno deve essere graziosa, troppo graziosa! Ecco, egli non sa immaginarla come non saprebbe immaginare il papà vestito da antico romano o il nonno vestito da ballerina. Tutti dovranno fermarsi a guardarla perchè è tanto lunga, tanto magra, tutta piedi e naso.
In quel giorno, adunque, la zia Emma e la signorina non pensano a lui, egli è libero di andare dove gli piace. La cosa non lo solletica punto, e forse non se n’andrebbe se non avesse dato appuntamento ad Anatroccolo all’estrema Tule. Prende con sè un grande involto che ha preparato fino dalla mattina, e scende in giardino.
Il grido solivo delle cicale si distende ininterrotto. Alle frequenti ombre si odono ronzare numerosi insetti. Il caldo è grande, ma Toti non lo avverte.
Quando giunge al luogo fissato, vede Anatroccolo seduto all’ombra. Sonnecchia. Il berretto da soldato, ch’egli porta sempre con dignitosa compostezza, gli è disceso sopra un orecchio; l’arcaico giubbone si è aperto e lascia intravedere il petto nudo. Ha latesta piegata da un lato, le braccia abbandonate, e dorme tranquillo nonostante un importuno sciame di mosche che gli ronza d’intorno.
— Anatroccolo! —
Dischiude gli occhi, sogguarda e balza in piedi.
— Buon giorno, signor Toti.
— Mi aspetti da molto tempo?
— Non lo so.
— Non lo sai? E perchè?
— Perchè dormivo.
— Hai ragione. Io parto stasera....
— Buon divertimento, signor Toti.
— E tu partirai?
— Io? E dove volete che vada?
— In campagna. Non potresti andare in campagna con Zulù?
— E la zia Geltrude?
— Portala con te.
— Ah voi scherzate, signor Toti!
— Che male ci sarebbe? Ci sono tante case nella campagna! Vedi, se io potessi, vorrei mandarti nella nostra villa, tanto noi andiamo al mare! Ma il papà, il nonno e il prozio sono troppo serii; con loro non si può parlare di certe cose; a sentir loro, tutto è impossibile, e invece sarebbe tanto facile!
— Io vi ringrazio, però non potrei partire.
— Perchè?
— Perchè stasera dobbiamo trovarci con Carciofo. La vecchia della valle ci ha indicato un luogo dove potremo rinvenire il mantello di Leonbruno.
— Davvero?
— Ce lo disse ieri. Se la fortuna ci assiste saremo ricchi!
— Zulù verrà con voi?
— Zulù? E chi può sapere dove sia?
— È scomparso?
— Da quando Allodola se ne andò con la stella del pastore, non si è visto più. Nessuno sa che strada abbia preso, dove si sia rifugiato. Voi partiste quella sera, ma io rimasi là fino a notte inoltrata. Quando era già buio, tanto buio che non si vedevano se non le stelle, scòrsi un’ombra uscire dalla casa di Suor Lucia; mi passò tanto vicina che la riconobbi: era Zulù. Allora lo chiamai, ma non rispose; prese la corsa e si allontanò in un attimo. Da quella volta nessuno più l’ha veduto.
— Neppure la vecchia della valle?
— Nessuno, vi dico.
— Tornerà?
— Chi può saperlo? La stella del pastore ha il nido dietro le montagne della neve, sopra San Benedetto dall’Alpe; forseegli avrà preso quella via per giungere alla stella dove è volata Allodola.
— Quanto bene le voleva!
— Andavano sempre insieme, facevan pascolare le greggi. Per quattro anni hanno visto nascere e morire il sole.... sempre insieme. Erano come fratelli.
— E Zulù non ha potuto salvarla!
— Ci eravamo ingannati, signor Toti, e Zulù si era ingannato come noi. Arabella non era figlia di un re, non era una piccola principessa. Il segreto di Suor Lucia è ben diverso. Allodola era una poverella come me, come Carciofo, come Zulù!
— E da chi l’hai saputo?
— Lo seppi quella notte stessa da una donna che vegliava Suor Lucia. Arabella era nata a Milano da una figlia di Suor Lucia. Le morì la madre ch’ella era ancora in fasce, e poco dopo venne a mancarle anche il padre. Rimase sola nel suo nido. Allora Suor Lucia la prese con sè, e siccome era molto malata, la mandò in campagna perchè crescesse sana e robusta. La malìa se la prese e lo ha detto anche mamma Tuda, ma bisognava cercare altri mezzi per salvarla e Zulù non conosceva il segreto di Allodola sua. Ora hanno detto ch’ella è in un paese molto migliore del nostro; hanno dettoche lassù sta bene e non può mancarle nulla. Ora sarà diventata per davvero una reginetta, nella sua stella lucente, e Zulù, che sa molti misteri, potrà raggiungerla ma Suor Lucia no, e Suor Lucia non aveva al mondo che quella sua nipotina! Dal giorno in cui Allodola se n’è andata, la buona vecchia non è uscita più, forse nessuno potrà rivederla!
Toti non risponde perchè la commozione gli impedirebbe di pronunziar parola. Le lacrime gli solcano il viso; per un attimo egli ha coscienza dell’irrimediabile, e tale coscienza lo accora profondamente per tutto ciò che non potrà più ritornare; ma è un attimo; troppo lungo è il cammino, e troppo viva la gioia per l’anima di un bimbo, perchè la tristezza vi possa soggiornare.
Trascorso un breve silenzio, durante il quale i monelli sono stati di fronte ad occhi bassi, Toti si toglie di sotto il braccio l’involto che ha portato con sè, e l’offre ad Anatroccolo:
— Prendi, ti ho portato queste poche cose, potranno farti bene e te le regalo.
— Grazie, signor Toti.
— Non dirmisignor Totie dammi deltu, hai inteso?
— Ma voi siete un signore.
— Io sono un bambino come te.
— Se sapesse ch’io vi tratto confidenzialmente, la zia Geltrude mi bastonerebbe.
— Ma ti bastona sempre, quella vecchia strega?
— Sempre. L’altra notte, quando tornai a casa, mi aveva già preparato l’olio di ricino, e quella fu la mia cena. Ah se potessi trovare il mantello di Leonbruno!
— Lo troverai perchè il buon Dio ti aiuterà. Io parto, Anatroccolo, non mi dimenticare, e scrivimi. Addio.
— Addio. —
Dopo un affettuoso abbraccio, Toti è partito di corsa. Anatroccolo rimane solo. Raccoglie l’involto, si aggiusta sul capo il berretto da soldato e lo stira bene perchè non faccia una piega, si abbottona il giubbone che gli sorpassa le ginocchia e così, tutto in ordine, si avvia verso le scuderie per uscire.
È contento perchè, dato il regalo di Toti, almeno per quel giorno la zia Geltrude non lo picchierà.
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Toti è passato da Marinella e l’ha trovata intenta a racchiudere in una grande scatola tutte le sue bambole.
— Parti?
— Sì, vado a Cattolica.
— E quando parti?
— Questa sera. Fauvette e Dorry verranno con me.
— Allora ci vedremo alla stazione.
— Sì, alla stazione. Addio.
— Addio. —
Se partissero per la conquista dei cieli non sarebbero più felici. Tutte le luminosità del mare irradiano quelle anime bambine.
Toti riprende il suo viaggio in compagnia di Tommaso.
Anselmuccio, il negoziante della brigata, già dalla sera innanzi è in via per il lago di Como; Giacomino è in campagna da uno zio; Orsetto è andato a Roma; Adalgisa, è stata allogata in casa di certi coloni amici di suo padre; Nicoluccio, Cola, Doretta e Miranda, proprio quel giorno, sono da un vecchio prete che li ha invitati ad una sagra; solo Ciuffolo, Rando e Celestina restano e resteranno.
Ciò non li accora troppo. Per loro tanto vale un cortile quanto una distesa di campi; tanto vale una pozza quanto un mare. Non desiderano che di essere lasciati tranquilli, e di potere costruire in tutta pace le loro navi di carta che riempiranno di mosche, o di raccogliere dalla strada i fiori avvizziti, per formare il loro giardino. Ciuffoloè tanto occupato nel disporre un mucchietto di ciottoli l’uno dinnanzi all’altro (ciò gli dà l’illusione perfetta di padroneggiare una locomotiva in moto, seguìta da una fila interminata di vagoni) che si accorge appena del saluto rivoltogli da Toti nè si leverebbe se la sua sorella maggiore non gli gridasse:
— Ciuffolo, non vedi che il signore ti saluta? —
Comunque sia, la sua mente non abbandona l’arduo progetto di ferrovia che deve mettere in comunicazione due punti remoti del cortile, e saluta il compagno senza comprendere perchè vada a disturbarlo.
Al campo di Sant’Agostino Toti si sofferma ad osservare una scena ben più graziosa. Egli vede sulle prime, sotto il sole, Rando e Celestina, e non distingue bene che cosa facciano; ma poi, giunto a pochi passi dai due inseparabili, assiste alla loro rappresentazione estiva.
Rando si è coperto il gonnellino rosso di foglie di vite ed ha sul capo una stranissima corona di cicale vive, tenute insieme per mezzo di un fil di seta. Le povere bestie, come si sentono solleticare dai capelli sui quali sono costrette, friniscono alla disperata, e il marmocchio, che forse si penserà convertito in un grande albero, va orgoglioso diquell’orchestra ch’egli porta sul capo e se ne sta tutto rigido e tranquillo ad ascoltare, quasi compisse un solenne atto sacerdotale. Celestina, che è sempre il fedele specchio di Rando, non ha il viso atteggiato a minor serietà. Ella si è posta sul capo una vecchia tuba dalla quale esce, inusitata appendice, la sua trecciolina striminzita; si è fasciata il collo, nonostante il caldo, con un boa di penne, e si è cucita sulla vesticciuola una croce, una nappina da cheppì ed uno stemma.
Ridotta in tale arnese, ella gira compostamente intorno al compagno, agitando in aria, secondo il ritmo del suo cantare, un pennacchio rosso e canta:
Lo lo lo — quello ch’io dicoLo lo lo — coglie sol te....
Lo lo lo — quello ch’io dicoLo lo lo — coglie sol te....
Lo lo lo — quello ch’io dico
Lo lo lo — coglie sol te....
Toti guarda e ascolta per qualche istante, poi grida loro:
— Che cosa fate? —
Celestina si sofferma, Rando si volge ma senza fretta per timore che le sue cicale non debbano tacere, e guardano senza rispondere.
— Mi sapete dire che giuoco fate? — ripete Toti ridendo.
— Io faccio l’imperatore! — risponde Rando.
— Ed io mi sono vestita da regina! — soggiunge Celestina.
— Buon divertimento. Sono venuto a salutarvi: datemi un bacio. —
Rando si muove lentamente e Celestina lo segue. Il bacio è dato e Toti riparte.
Quando è per uscire dal campo di Sant’Agostino si rivolge. Sotto la grande canicola, i due marmocchi continuano soli il loro giuoco; non possono rifugiarsi all’ombra perchè le cicale non canterebbero più, e se quelle tacessero, tutto il fàscino dell’impero cadrebbe.
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— Miss Edith, hai preso con te il mio elefante?
—Yes.
— E il porcellino?
— Yes.
— E la pecora, i fantocci, il cavallo, il giuoco dell’oca, le tre palle, il tamburello, la tromba e la scatola gialla?
— Yes.
— Allora tutto è pronto; andiamo, andiamo, andiamo! —
Le vetture attendono alla porta. La zia Emma, il papà e il nonno scendono le scale, Toti li raggiunge.
— Presto, presto... che il treno parte!
— C’è ancora tempo. Toti, non correre! — gli grida la zia Emma.
L’avvertimento non vale. Egli ha sceso le scale in due salti e, raggiunto un calesse, vi ha preso posto.
Gli altri non si affrettano punto.
— Ma perderemo il treno! — grida loro.
Non si curano di rispondergli tanto sono affaccendati. Finalmente, come il buon Dio vuole, tutti sono a posto e si parte.
Il tragitto è breve, ma a Toti pare lunghissimo, interminabile.
Trovano la stazione rigurgitante di viaggiatori; un trambusto, un vocìo, una confusione enorme. Toti non si orizzonta più e vorrebbe uscire all’aperto, sotto la tettoia, ma non si può, perchè non hanno ancora i biglietti.
Oh! perderanno il treno senza dubbio. Il papà non potrà destreggiarsi fra tanta gente.
Poi anche quel secondo ostacolo è superato.
Eccolo sotto la tettoia. Marinella, Fauvette e Dorry lo vedono; lo salutano da lontano perchè il treno giunge. Si rivedranno al mare. Ninì passa trascinando Bebè, il suo fratello minore, e gli grida:
— Cammina dunque, porcellino! Ma cammina, Santa Vergine del rosario! —
Si perdono fra la folla. Tutti si affrettano, si assiepano, si stipano accalcandosi. Toti non ci vede più; il papà lo tiene per mano.
Il treno si ferma, un facchino apre loro la via, e trovano posto in un compartimento vuoto. Chiuso lo sportello, Toti si affaccia al finestrino. Ora è tranquillo, e può godersi la scena. Il sole muore, la luce è dolcissima.
In un vagone poco lontano, alla sua sinistra, hanno trovato posto Marinella, Dorry e Fauvette. Il treno parte, esse si sporgono a guardare. Laggiù in fondo alla stazione, è il viso pallido di un adolescente, Lionello, che saluta, e saluta quasichè tutta l’anima sua, tutta la sua vita partisse con quel treno festante. Dorry sorride, e poi, quando la stazione si oscura e nulla più vi si distingue, si volge a Marinella, l’abbraccia e le dice per due volte, e Toti crede ch’ella pianga:
— Voglimi bene, voglimi bene! —
Il treno comincia ad affrettare la corsa.
Ecco le case, i campanili della città, le vie in cui si cominciano ad accendere i primi fanali. Toti non si stacca dal finestrino, vuol vedere ancora. Ecco, ecco le betulle del giardino ignoto, gli orti, le piccole case di via del Paradiso.
Quella è la stanza di Suor Lucia. La finestra è aperta e Toti vede, vede distintamente un’ombra; non sbaglia: è lei, la sua buona vecchia. Si sporge, si toglie il berretto, lo agita e grida forte, quanto più forte può:
— Addio, addio, addio, addio!... —
Ma il treno si allontana rapidissimamente, e la casa e gli orti scompaiono.
Allora si ritira dal finestrino, siede in un angolo oscuro, china il mento al seno ed ha qualche lacrima silenziosa. Suor Lucia non guiderà più la brigata e le gaie farandole sono finite per sempre.
FINE.
INDICEI. Totipag. 1II. Suor Lucia31III. La selva dei Gioghi53IV. La casa lucente93V. La festa delle rose119VI. L’Allodola161VII. Il segreto di Suor Lucia191VIII. La stella del pastore209IX. Passeri in fuga231
NOTE:1.I colchici.
1.I colchici.
1.I colchici.
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.