Chapter 14

(Dietro sotto l'indirizzo è parimente di mano di Michelangelo.)tre iuli ài a dare pel porto al procaccio.

(Dietro sotto l'indirizzo è parimente di mano di Michelangelo.)

tre iuli ài a dare pel porto al procaccio.

Museo Britannico.Di Roma, 5 d'agosto 1553.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ebbi le camice, cioè otto camice: sono una cosa bella e massimo la tela: l'ò care assai. Ma pure ò per male che le togliate a voi, perchè a me non manca. Ringrazia la Cassandra da mia parte e fagli oferte di ciò che io posso qua, delle cose di Roma o d'altro, che io non sono per mancarli. Ò avuta la ricievuta de' dua anelli e quello che sono stati stimati: l'ò caro, perchè son certo non essere stato ingannato: e benchè io abbi mandato picola cosa, un'altra volta superiréno in qualche altra cosa che e' l'abbi fantasia, secondo che tu m'aviserai. Altro non m'acade circa questo. Fa' di vivere e sta' in pace.

A dì 5 d'agosto 1553.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 24 di ottobre 1553.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ò per la tua, come la Cassandra è gravida; del che n'ò piacer grandissimo, perchè spero pur che di noi resti qualche reda o femina o mastio che si sia; e di tutto s'à a ringraziare Idio. A questi dì è tornato di costà il Cepperello e à ditto a Urbino che mi voleva parlare; penso che sia per conto del suo podere che confina co' nostri. Avisami se n'à parlato costà niente con esso voi, perchè quando si potessi avere, sarebbe molto a proposito.

Altro non mi acade. Saluta messer Giovan Francesco da mia parte, e avisami come (la fa).

A 24 d'ottobre 1553.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Museo Britannico.Di Roma, (del marzo 1554).

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ebbi una tua della settimana passata, dove mi scrivi la contentezza che tu ài continuamente della Cassandra: di che ne abbiamo a ringraziare (Idio), e tanto più quanto è cosa più rara. Ringràziala e racomandami a lei; a quando delle cose di qua gli piacessi niente, dàmene avviso. Circa al por nome a' figluoli che tu aspetti, a me parrebbe che tu rifacessi tuo padre, e se è femina, nostra madre, ciò è Buonarroto e Francesca. Non di manco io la rimetto in te. Altro non m'acade. Riguàrdati e fa' di vivere.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Museo Britannico.Di Roma, (dell'aprile 1554).

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ò per la tua come la Cassandra è presso al parto e come vorresti intendere il parer mio del nome de' putti: della femina, se sia così, tu mi scrivi esser risoluto, per e' sua buon portamenti; del mastio, quando sia, io non so che mi ti dire. Àrei ben caro che questo nome Buonarroto non mancasse in casa, sendoci durato già trecento anni in casa. Altro non ò che dire, e lo scrivere m'è noia assai. Attendi a vivere.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 21 d'aprile 1554.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Intendo per la tua come la Cassandra à partorito un bel figluolo e come la sta bene, e che gli porrete nome Buonarroto. Di tutto n'ò avuto grandissima allegrezza. Idio ne sia ringraziato; e lo facci buono, acciò ci facci onore e mantenga la casa. Ringrazia la Cassandra da mia parte e racomandami a lei. Altro non m'acade. Son breve allo scrivere, perchè non ò tempo. A dì ventuno d'aprile 1554.

Michelagnioloin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (8 di dicembre 1554).

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ho ricevuto i caci che m'ài mandati, cioè dodici marzolini; son molto begli e buoni: n'ò fatto parte agli amici, e 'l resto per in casa. Altro non m'acade circa a questo. Del mio essere, secondo l'età, non mi pare di stare peggio che gli altri della medesima età; e di voi tutti stimo bene e così della Cassandra. Racomandami a lei, e digli ch'i' prego Iddio che la facci un altro bel figluolo mastio. Altro non m'acade.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

(Di mano di Lionardo.)Di Roma, 1554, addì 14 di dicembre: de' dì 8 detto.

(Di mano di Lionardo.)

Di Roma, 1554, addì 14 di dicembre: de' dì 8 detto.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 26 di gennaio 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ho mandati costà cento scudi d'oro in oro e' quali ò pagati qua, overo mandati per Urbino che sta meco a messer Bartolomeo Bussotti in Roma, che ti sieno pagati costà a tuo piacere. Però anderai a trovare messere Simone Rinuccini con la poliza che sarà in questa, e lui te gli pagerà; e di detti danari vorrei ne comperassi diciannove palmi di rascia pagonazza scura, la più bella che truovi, per fare una vesta a la moglie d'Urbino; del resto, vorrei che ne facessi limosine, ove ti pare che ne sia più bisognio, e massimo per fanciulle.

Io ti scrissi della ricievuta de' marzolini. Altro non m'acade: àvisami del seguito di detti scudi, e manda la detta rascia più presto che puoi. A dì 26 di gennaio 1555.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 9 di febbraio 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Intendo per la tua come ài ricevuti i cento scudi che io ti ò mandati, e come ài inteso per la mia quello che tu n'ài a fare, cioè a mandarmi dicianove palmi di rascia pagonazza scura, e del resto farne limosine dove e come pare a te, e darmene aviso.

Circa al bambino che tu aspetti, tu mi scrivi che ti parrebbe porgli nome Michelagniolo. Io dico che se così piace a voi, piace anche a me; ma se sarà femina, non so che mi dire. Contentavi[228]voi, e massimo la Cassandra, alla quale mi racomanderai. Altro non m'acade. Circa le limosine di che ti scrivo, fanne poco romore. A dì 9 di febraio 1555.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

(Di mano di Lionardo.)1554, addì 16 di febraio: de' dì 9 detto.

(Di mano di Lionardo.)

1554, addì 16 di febraio: de' dì 9 detto.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 2 di marzo 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ebbi la rascia: è molto bella, e a torla qua sarebbe costa molto più e non sare' stata sì bella: del che Urbino te ne ringrazia quanto sa e può.

Circa a quel de' Bardi, mi piace quel che ài fatto e così séguita del resto senza romore. Qua si dice che costà è gran carestia e miseria; però è tempo, il più che l'uomo può, di guadagniare qual cosa per l'anima. Altro non m'acade. Séguita e àvisami. Altro non m'acade.[229]A dì 2 di marzo 1555.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, (del marzo 1555).

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — I' ò per l'ultima tua la morte di Michelagniolo, e tanto quanto n'ebbi allegrezza, n'ò passione; anzi molto più. Bisognia aver pazienza e stimar che sia stato meglio che se fussi morto in vechiezza. Ingegniati di viver tu, perchè sarebbe con tanta fatica la roba senza uomini.

Il Cepperello à ditto a Urbino che vien costà, e che la donna che avea a vita il podere, di che già si parlò, è morta; credo sarà con esso teco. Se lo vuol dare pel gusto prezzo con buona sicurtà, piglialo e avisami, e io ti manderò i danari.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 30 di marzo 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Messer Francesco Bandini m'à domandato s'io voglio vendere le terre ch'io ò da Santa Caterina, che à uno suo amico che le comperrebbe volentieri. Io gli ò ditto che ogni cosa mia costà è vostra, e che voi ne farete, sarà ben fatto: e così vi rafermo. Però siate insieme tu e Gismondo e vedete che vi torna meglio, o danari o tenere le terre; e rispondi resoluto, acciò possa rispondere a detto messer Francesco. Altro non m'acade circa questo.

Un manovale della Fabrica qua di Santo Pietro m'à dato qua due scudi d'oro, che io gli mandi alla madre; però leggierai la poliza che sarà in questa, e dara'gli a chi la dice, perchè non ò da mandargli altrimenti.

A dì 30 di marzo 1555.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 10 di maggio 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ti scrissi circa un mese fa che tu déssi dua scudi d'oro alla madre di Masino da Macìa che sta qua per manovale, che tanti n'avea qua dati a me, che io gniene mandassi. Non ò mai avuto risposta. Àrei caro m'avisassi se avesti la lettera e se gli à' dati o sì o no. Altro per questa non m'acade.

In questa sarà una di messer Giorgio pittore. Àrei caro che la déssi in sua propia mano, perchè è cosa che m'importa assai. A dì dieci di maggio 1555.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 25 di maggio 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Circa le terre di Santa Caterina, io ti scrissi che tu fussi con Gismondo, e che voi ne pigliassi quel partito che fussi più utile per voi. Ora mi scrivi che a voi par da venderle e a me non potrebbe più piacere; sichè vendete e non aspettate altro, e de' danari acordavene[230]insieme. Ài dati i danari alla madre di Masino? Altro non ò che dire: riguàrdati: e Dio ci aiuti. Adì 25, 1555 di maggio.[231]

Michelagnioloin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 22 di giugno 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ti mando in questa una lettera che tu la dia a messer Giorgio Vasari e racomandami a lui.

Delle terre di Santa Caterina io ti scrissi, che a me piacea assai che voi le vendessi, e che vendendole, i danari ne facciate quello che vi pare, come di cosa vostra: però quando siate d'acordo con chi le vuole, datemene aviso, acciò che io vi mandi la procura. Altro non m'acade. Attendi a star sano e vivere. A dì 22 di gugnio 1555.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

(Di mano di Lionardo.)Di Roma, addì 26 di giugno: de' dì 22 detto, 1555.

(Di mano di Lionardo.)

Di Roma, addì 26 di giugno: de' dì 22 detto, 1555.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 5 di luglio 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Tu mi scrivi per l'ultima tua esser d'accordo con lo Spedalingo di Bonifazio delle terre mia da Santa Caterina, cioè di dargniene per trecento venti scudi, e che io ti mandi la procura. Io te la manderò di questa settimana che viene a ogni modo. Non ò potuto prima per ragione di crudelissimo male che io ò avuto in un piede, che non m'à lasciato uscir fuora e àmi dato noia a più cose: dicono ch'è spezie di gotte: non mi manca altro in mia vechiezza! pure ora ne sto assai bene: e come ho detto, di questa settimana che viene, te la manderò a ogni modo. Tien fermo l'acordo, perchè mi piace assai. Altro non m'acade. A dì cinque di luglio 1555.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

(Di mano di Lionardo.)Di Roma, 1555, addì 11 di luglio: de' dì 5 detto.

(Di mano di Lionardo.)

Di Roma, 1555, addì 11 di luglio: de' dì 5 detto.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 13 di luglio 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ti mando la procura che tu possi dare le terre dette da Santa Caterina allo Spedalingo, e a chi altri ti pare; e de' danari, che tu e Gismondo ne facciate quello che vi pare il meglio. Delle terre che furno di Niccolò della Buca, a me piacerebbe come mi scrivi, quando vi fussi buon sodo.

In questa sarà una a Gismondo: confòrtalo da mia parte a pazienza, e digli che degli affanni i' n'ò anch'io la parte mia: e non gli mancar di niente. A dì 13 di luglio 1555.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Raccolta già Bustelli.Di Roma, 28 di settembre 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.[232]

Lionardo. — Io ho inteso per l'ultima tua come il Duca[233]è stato a vedere i dua modegli della facciata di San Lorenzo[234]e come Sua Signoria gli à domandati. Io ti dico che avevi súbito a mandargli, dove Sua Signoria gli voleva, senza scrivermene altrimenti: e così àresti a far d'ogni altra cosa nostra, quando avessimo cosa che gli piacessi.

Con questa sarà la risposta di quella di messer Giorgio, e circa la scala della Libreria[235]io gnene do notizia, come per un sogno di quel poco ch'i' mi posso ricordare: e màndoti la lettera sua aperta, acciò che tu la legga e così aperta gniene dia.

Mi piace che stiate bene tu e la Cassandra e 'l putto, ma di Gismondo n'ho gran passione e duolmi assai; ma non sono anch'io senza difetti e con molte brighe e noie, e di più ch'io ho già tenuto Urbino tre mesi nel letto malato e èvvi ancora; che m'è stato d'un gran fastidio e noia: ringraziare Dio d'ogni cosa. Confortalo da mia parte e aiutalo quanto tu puoi. A dì 28 di settembre 1555.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 30 di novembre 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ò per la tua la morte di Gismondo mio fratello[236]e non senza grandissimo dolore. Bisognia aver pazienza: e poi ch'è morto con buon conoscimento e con tutti e' sacramenti che ordina la Chiesa, è da ringraziarne Idio.

Io son qua in molti affanni, e ancora ò Urbino nel letto molto mal condotto; non so che se ne seguirà: io n'ò quel dispiacere che se fussi mio figluolo, perchè è stato meco venticinque anni molto fedelmente; e perchè son vechio, non ò più tempo a fare un altro a mio proposito: però mi duol molto: però se ài costà nessuna persona divota, ti prego facci pregare Idio per la sua sanità.

A dì trenta di novembre 1555.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

(Di mano di Lionardo.)Di Roma, 1555, addì 7 di dicembre: de' dì 30 passato.

(Di mano di Lionardo.)

Di Roma, 1555, addì 7 di dicembre: de' dì 30 passato.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 4 di dicembre 1555.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Circa alle sustanze che à lasciate Gismondo, di che mi scrivi, io dico che ogni cosa à restare a te. Fa' d'osservare il suo testamento e di fare orazion per l'anima sua, che altro non si gli può fare.

Àvisoti come iersera, a dì tre di dicembre a ore 4 passò di questa vita Francesco detto Urbino,[237]con grandissimo mio affanno; e àmmi lasciato molto aflitto e tribolato, tanto che mi sare' stato più dolce il morir con esso seco, per l'amore che io gli portavo: e non ne meritava manco; perchè s'era fatto un valente uomo, pieno di fede e lealtà; onde a me pare essere ora restato per lamorte sua senza vita: e non mi posso dar pace. Però àrei caro di vederti: ma non so come tu ti possa partire di costà per amor della donna. Àvisami se infra un mese o un mese e mezo tu potessi venire insino qua, intendendo sempre con licenzia del Duca. I' ò ditto che 'l tuo venire sie con licenzia del Duca, per bene: ma non credo che bisogni: gòvernala come ti pare, e rispondi. Scrivi se tu puoi venire, e io ti scriverrò quande tu t'àrai a partire, perchè io voglio che prima sia partita di casa la moglie d'Urbino.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 11 di gennaio 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ti scrissi della settimana passata la morte d'Urbino[238]e com'io ero restato in gran disordine e molto malcontento, e come àrei caro che tu venissi insino qua. E così ti scrivo di nuovo, che quando tu possa acomodar le cose tua costà senza pericolo o danno per un mese, che tu ti metta a ordine per venire. Quando non ti tornassi bene, o che fussi per seguirne danno o per sospetto di strade o per altro, indugia tanto che ti paia tempo da venire; e quando ti par tempo, vieni, perchè i' son vechio e ò caro parlarti inanzi ch'i' muoia. Altro non m'acade. Se altro ti fussi scritto, no' prestar fede se non alle mie lettere. A dì undi(ci) di gennaio 1556.[239]

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 7 di marzo 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — I' ò per la tua come siate gunti a salvamento, di che n'ò piacere grandissimo, e più stando bene la Cassandra e gli altri. Io qua mi sto nel medesimo termine che mi lasciasti, e del riavere le cose mia ancora non è seguito altro che parole. Starò a veder quello che segue quante potrò.

Dello spender costà dumila scudi, come ti dissi qua, o in casa o in possessione, io son del medesimo parere; però quando trovassi cosa al proposito, dànne aviso.

La moglie d'Urbino mi manda a chiedere sette braccia di panno nero che sia bello e leggieri, e che súbito mi manderà e' danari del costo: però io àrei caro che tu me lo mandassi; e pàgalo: e quel manco che costerà, darai come restàmo: e come acade che io t'abbi a mandar danari, te gli rimetterò nella somma de' cento. Altro non m'acade. Ringrazia la Cassandra e racomandami a lei.

Adì 7 di marzo 1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

(Di mano di Lionardo.)Addì 14 di marzo: de' dì 7 detto; di Roma, 1555.

(Di mano di Lionardo.)

Addì 14 di marzo: de' dì 7 detto; di Roma, 1555.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 11 d'aprile 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Tu t'abbattesti bene a dare a un gran tristo quel panno; io l'ò aspettato qua un mese e fattolo aspettare a altri, con grandissimo dispiacere. Io ti priego, che intenda quel che questo tristo mulattiere n'à fato: e se si ritruova, màndalo più presto che tu puoi; se non si ritruova, se si tiene ragione, fa gastigare cotesto tristo e fàgniene pagare e màndamene altre sette braccia. E' non mi mancava afanni! io n'ò avuto e ò tanta noia e dispiacere, che non si potrebbe dire.

A la Francesca io risponderò a la sua un'altra volta, perchè adesso non mi sento da scrivere. Racomandami a lei e a Michele e a tutti gli altri. A dì undici d'aprile 1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 25 d'aprile 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — I' ò avuto il panno, grazia di Dio, e come truovo un mulattier fidato lo manderò alla Cornelia.[240]

Io non t'ò mai risposto della casa che mi scrivesti per compera, perchè ò avuto da pensare a altro. Ora ti dico, che in quello luogo la non mi piace, perchè mi par troppo streto e maninconico: la vorrei in luogo più arioso e aperto: e non guardare in ispesa: e se non casa, possessione: perchè mi vorrei alleggerire qua quant'io posso di quel poco del capita(le) che io ci ò, perchè son molto diminuito, poi che morì Urbino, e ogni ora potrebbe esser la mia, e Dio sa come andassino poi le cose mia: però pensa a quello che io ti scrivo, perchè t'importa asai.

Vorrei e àrei caro mi déssi un poco d'aviso come ài governata la cosa delle limosine e come vi sarebbe ancor da farne, chi potessi. Altro non m'acade. Racomandami a la Cassandra e cerca di vivere el più che puoi, che la roba non resti senza le persone. Adì 25 d'aprile 1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 8 di maggio 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — I' ò con la tua di molte ricevute; io no l'ò volute vedere e òllo avute[241]molto per male, perchè e' par che tu creda che io non mi fidi di te. Io avevo caro sapere in che modo l'avevi distribuite e dove, per sapere in che persone è la povertà, e bastava darmene un po' d'aviso per la lettera.

Tu mi scrivi che la Cassandra non si sente bene; n'ò passione e duolmi assai: però non mancar di cosa nessuna, e se posso far niente, àvisami, e racomandami a lei.

Della casa di che mi scrivi, non mi piace il luogo; meglio è star così, che non se ne contentare. Io ti scrissi che àrei voluto dar luogo a un poco di capital ch'io ò, pe' casi che possono venire, send'io vechio e mal condizionato: io non ò poi voluto tôr porzione per più rispetti che non acade dire.

A dì 8 di maggio 1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 31 di maggio 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io non risposi a l'altra tua, perchè non potetti. Ora ti dico circa il podere del Cepperello che quando s'acosti a prezzo ragionevole, che tu lo togga a ogni modo; e ancora dico, che oltre al podere del Cepperello, che tu spenda dumila scudi in quello che pare a te, perchè della casa, se io non truovo cosa al proposito, cioè in luogo aperto e spazioso, io voglio più presto che tu toga una possessione.

Ò avuto una lettera dalla Francesca, per la quale mi prega ch'i' facci una limosina di dieci scudi a un suo confessore per una povera fanciulla che mette nel munistero di Santa Lucia. Io la voglio fare per amor della Francesca; perchè so che se non fussi buona limosina, che non me ne richiederebbe; ma non so come me gli far pagar costà: però vorre' ch'el detto confessore, se avessi qua un amico di chi si potessi fidare, che io gniene darei, quando me ne désse aviso.

Che la Cassandra stia bene, come mi scrivi, n'ò grandissimo piacere. Racomandami a lei, e ingegniatevi di vivere.

Adì ultimo di maggio 1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Museo Britannico.Di Roma, (del giugno 1556).

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ebbi il caratello de' ceci bianchi e rossi e de' pisegli e delle mele. Se non te l'ò scritto prima, non m'è paruto cosa che importi, e perchè lo scrivere m'è di gran noia e fastidio. Altro non mi acade. Attendi a vivere. Io son vechio e malsano: e quando m'acaderà niente di pericolo, te lo farò intendere, se àrò tempo. Se trovassi messer Giorgio[242]digli, che della cosa sua io non lo posso aiutare; che lo farei volentieri, e che io n'ho parlato con messer Salustio,[243]e che m'à risposto averci durato fatica e che non ci vede ordine. Mi pare a me che bisogni farsi a messer Piergiovanni.[244]

Michelangniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 27 di giugno 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ti mando[245]d'oro in oro che tanti n'ò dati qua a messer Francesco Bandini che te gli[246]pagar costà, e la poliza sarà in questa. Pòrtagli a la Francesca che gli dia per quella fanciulla, di che m'à scritto.

Del Cepperello tu ài a pensare, ch'egli è certo che tu desideri di comperare quel podere, e ingegnierassi di farti fare di cento scudi almeno: sì che fa' il me' che tu puoi. Di quello che tu potevi spendere in quel che a te pareva, io te lo scrissi per l'altra. Non acade, non acade[247]altro.

Adì venti 7 di gugno 1556.

Michelangnioloin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 4 di luglio 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io non ti scrissi del trebbiano per la fretta. Io l'ebbi, cioè trentasei fiasci. È il migliore che tu ci abbi mai mandato: io te ne ringrazio, ma duolmi che tu sia entrato in questa spesa e massimamente, perchè, mancati tutti gli amici, e' non ò più a chi ne dare.

Del podere del Cepperello tu à' mostro d'avere troppa voglia; tutto il contraro di quello che io ti dissi qua: basta che la vedova di mala vita ne vuol dare un tesoro: astuzie goffe da farmi correre: pure sia come si vuole: fa' il meglio che tu puoi e to'lo, e avisami come e dove io t'ò a far pagare i denari, co' manco romore che si può. Altro non m'acade. Mi piace che tutti stiate bene: ringraziato sie Dio.

Adì 4 di luglio 1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 25 di luglio 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io intesi per l'ultima tua come eri d'acordo col Cepperello e del prezzo. Ora io ti dico che benchè sia caro cento scudi, che tu ài fatto bene: ma vorrei inanzi che io facessi pagare costà i danari, che tu t'assicurassi del sodo con diligenzia, e che tu non corressi a furia come à' fatto in sino a ora, e che tu m'avisassi dell'appunto de' danari che io t'ò a far pagare costà, cioè di quanti scudi io t'ò a far pagare costà o d'oro o di moneta. Lo scudo d'oro qua sono undici iuli, e di moneta, dieci. E se io indugiassi qualche dì a farti pagare i danari, non posso fare altro; perchè c'è da pensare a altro più che tu non credi, e non ò chi mi serva di simil cose. Bastiano[248]è forte ammalato, e dubito non si muoia. Tien fermo il mercato con Cepperello. Altro non m'acade. Credo stiate tutti bene e similmente la Cassandra. Racomandami a lei e pregàmo Iddio che ci aiuti, che ce n'è di bisognio.

Adì venticinque di luglio 1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 1 d'agosto 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — La tuo' furia mi pèggiora almeno cinquanta scudi d'oro: ma più mi duole che ài fatto più stima d'un pezzo di terra, che delle mie parole. Tu sai quel che io ti dissi; che tu mostrassi che io non lo volevo, e che noi ci facessimo pregar di comperarlo: e tu súbito che fusti costà vi mettesti su i sensali con gran sollecitudine. Ora poi ch'è fatto, fa' di vivere e goderlo.

Ieri ebi una tua, venuta molto in fretta, dove mi scrivi che se' per fare il contratto, e che 'l tutto monta secento cinquanta scudi d'oro in oro,[249]e che io dia detti scudi a messer Francesco Bandini che te li farà pagar costà da' Capponi; e così farò: ma non posso prima che quest'altra settimana, che Bastiano, sendo megliorato, comincierà a uscir fuora e verrà al banco a contargli, perchè non ò altri che mi serva. Altro non m'acade.

Adì primo d'agosto 1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 8 d'agosto 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Bastiano à cominciato a uscir fuora, e lunedì o martedì verrà a' Bandini a contare i danari, e così ti saranno pagati costà nel modo che tu m'ài scritto. Circa la compera, tu l'ài governata a tuo modo e non a mio; à'mi peggiorato almeno cinquanta scudi. Egli è ben vero che l'amor propio inganna tutti gli omini. Ricòrdati di tuo padre e della morte che fece,[250]e io, Dio grazia, sono ancor vivo. Altro non m'acade.

Adì 8 d'agosto 1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 15 d'agosto 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io portai iermatina al banco de' Bandini scudi secento cinquanta d'oro in oro, e in questa sarà la lettera: va' e pàgagli, come se' d'accordo. Tu mi scrivi de' danari ch'i' ti scrissi che tu spendessi a tuo modo: tu sai bene che non si intendeva nel podere del Cepperello, che è cosa vechia, praticata già più di venti anni e già col pensiero era comperato: ma tu l'ài voluta intendere e governare secondo l'appetito tuo. La cosa è fatta. Attendi a vivere e fa' poco romore, e massimo a Settigniano: che non ci manca altro che essere in voce di Settignianesi tu e la donna tua qua e costà. Io non ti scrivo a caso, perchè tu ài un cervello molto contrario al mio. Altro non m'accade. Adì 15 d'agosto 1556.

La lettera di detti scudi sarà[251]sarà in questa.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma,    di settembre 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Circa il soddisfare il boto di che mi scrivi, io ti dico che a me non par tempo d'andare attorno: e parmi per ora. Del pore nome Michelagniolo a la creatura che tu aspetti, a me piace, o altro nome, purchè sia di casa: e Giovansimone ancora starebbe bene. Fa' come a te pare, che io ne son contento. Altro non m'acade.

Adì.... di settembre 1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Museo Britannico.Di Roma, 31 d'ottobre 1556.

A Lionardo Buonarrotti Simoni, nipote carissimo. In Firenze. Raccomandasi alli Cortesi che la diano súbito. In Firenze.

Lionardo nipote carissimo. — Più giorni sono ricevei una tua, alla quale prima non ho fatto risposta, per non aver auto comodità: et ora sopperirò al tutto, acciò non ti maravigli, et perchè intendi. Trovandomi più d'un mese fa che la fabrica di San Pietro s'era allentata del lavorare, mi disposi andare fino a Loreto per alcuna mia divozione: così trovandomi in Spoleti un poco stracco, mi fermai alquanto per mio riposo: cosicchè quivi non possetti conseguire l'intenzion mia; chè mi fu mandato un homo a posta che io mi dovessi ritornare in Roma. Il che, per non disubbidire, mi mossi e ritornai in Roma: dove io, grazia del Signore, mi trovo, et qui si sta come a Dio piace, rispetto ai frangenti che ci sono:[252]sì che io non mi stenderò in altro, se non che qui ci sono buone speranze della pace: che a Dio piaccia sia. Attendi a star sano, pregando Dio ci aiuti. Di Roma, addì ultimo d'ottobre 1556.

Tuo come padre,

(Sottoscritto)Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 19 di dicembre 1556.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ti scrissi della mia ritornata a Roma. Dipoi ebbi una tua, dove intesi come la Cassandra aveva partorita una bambina e che in pochi dì la s'era morta; di che n'ò avuto dispiacere assai: ma non me ne maraviglio, perchè noi abiàn questa sorte di non avere a multiplicare in famiglia a Firenze. Però prega Idio che e' viva quello che tu ài, e fa' di vivere anche tu, acciò che ogni cosa non abi a rimanere allo Spedale. Altro non m'acade. Racomandami a la Cassandra e a Dio, ch'i' n'ò bisognio.

In questa sarà una di messer Giorgio pittore: dàlla più presto che puoi.

Adì 19 di dicembre[253]1556.

Michelagniolo Buonarrotiin Roma.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 6 di febbraio 1557.

Al suo carissimo Lionardo Buonarroti nipote carissimo in Firenze.

Lionardo carissimo. — Ho riceuto la vostra lettera et visto quanto mi scrivi circa sua Eccellenzia, imperò darai la inclusa a messer Lionardo[254]et scusami; che io non sono per mancare a sua Eccellenzia della promessa, et come vedrò il tempo, non mancherò; ma non posso così súbito, perchè bisogna dar ordine alle cose mie di qua: sì che io non ti dirò altro per adesso, per avere auto le lettere in sulle 24 ore di sabato. Così atendi a star sano et Dio ti guardi.

Di Roma, il dì 6 di febraro 1557.

(Sottoscritto)Michelagniolo.

Archivio Buonarroti.Di Roma, 13 di febbraio 1557.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Venendomi a trovar qua in Roma circa du' anni sono messer Lionardo,[255]uomo del duca di Firenze, mi disse che sua Signoria àrebbe avuto grandissimo piacere ch'i' fussi ritornato in Firenze, e fecemi molte oferte da sua parte. Io gli risposi, che pregavo suo Signoria che mi concedessi tanto tempo che io potessi lasciare la fabrica di Santo Pietro in tal termine, che la non potessi esser mutata con altro disegnio fuori dell'ordine mio. Ò poi seguitato, non avendo inteso altro, in detta Fabrica, e ancora non è a detto termine; e di più m'è agunto che m'è forza fare un modello grande di legniame con la cupola e la lanterna,[256]per lasciarla terminata come à a essere finita del tutto; e di questo son pregato da tutta Roma, massimamente dal Reverendissimo Cardinale di Carpi: in modo che io credo che a far questo mi bisogni star qua non manco d'un anno; e questo tempo prego il Duca che per l'amor di Cristo e di Santo Pietro me lo conceda, acciò ch'io possa tornare a Firenze senza questo stimolo, con animo di non aver a tornar più a Roma. Circa l'esser serrata la Fabrica, questo non è vero, perchè, come si vede, ci lavora pure ancora sessanta uomini fra scarpellini, muratori e manovali, e con speranza di seguitare.

Questa lettera io vorrei che tu la leggiessi al Duca, e pregassi suo Signoria da mia parte, che mi facessi grazia del tempo sopra detto, ch'i' ò di bisognio inanzi ch'i' possa tornare a Firenze; perchè se mi fussi mutato la composizione di detta Fabrica, come l'invidia cerca di fare, sare' come non aver fatto niente insino a ora.[257]


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