A dispetto di tutti gli sforzi contrarî, i candidati socialisti vinsero. L’esercito stesso votò pegli insorti di giugno contro il suo proprio ministro della guerra, Lahitte. Il partito dell’ordine fu come colpito dalla folgore. Le elezioni dipartimentali non riescirono a confortarlo; esse diedero una maggioranza di montagnardi.
L’elezione del 10 marzo 1850! Fu il rinnegamento del giugno 1848: massacratori e deportatori degli insorti di giugno rientravano nell’Assemblea nazionale, ma umiliati, alla coda dei deportati, e coi loro principî a fior di labbro. Fu la ritrattazione del 13 giugno 1849: la Montagna proscritta dall’Assemblea nazionale rientrava nell’Assemblea nazionale, ma come un trombettiere mandato innanzi dalla rivoluzione, non più come condottiera di questa. Fu il rinnegamento del 10 dicembre: Napoleone era stato battuto nel suo ministro Lahitte. Un solo caso analogo è conosciuto dalla storia parlamentare di Francia: la batosta di d’Haussy, ministro di Carlo X, nel 1830. L’elezione del 10 marzo 1850 era finalmente la cassazione del 13 maggio, che al partito dell’ordine aveva dato la maggioranza. L’elezione del 10 marzo protestò contro la maggioranza del 13 maggio. Il 10 marzo era una rivoluzione. Dietro alle schede elettorali stavano i sassi del selciato.
«Il voto del 10 marzo è la guerra!», sclamò Ségur d’Aguesseau, uno dei membri più avanzati del partito dell’ordine.
Col 10 marzo 1850 la repubblica costituzionale entrò in una nuova fase, nella fase della sua dissoluzione. Le differenti frazioni della maggioranza sono nuovamente riunite tra loro e con Bonaparte; sono nuovamente esse le salvatrici dell’ordine, egli nuovamente il loro «uomo neutrale». Se esse continuano a rammentarsi d’esser realiste, ciò avviene ancora solo perchè disperano della possibilità della repubblica borghese; se egli continua a rammentarsi d’esser presidente, ciò avviene ancora solo perchè dispera di rimaner presidente.
All’elezione dell’insorto di giugno Deflotte, Bonaparte risponde, su comando del partito dell’ordine, colle nomina di Baroche a ministro dell’interno, di Baroche accusatore di Blanqui e Barrès, di Ledru-Rollin e Guinard. All’elezione di Carnot risponde la Legislativa, accogliendo la legge sull’istruzione, all’elezione di Vidal sopprimendo la stampa socialista. Facendo squillare le trombette della propria stampa, il partito dell’ordine cerca di sgominare la propria paura. «La spada è sacra», grida uno dei suoi organi; «i difensori dell’ordine devono assumere l’offensiva contro il partito rosso», un altro; «fra il socialismo e la società v’ha un duello a morte, una guerra senza tregua nè pietà; in questo duello della disperazione, conviene che o l’uno o l’altra soccomba; se la società non annienta il socialismo, è il socialismo che annienterà la società», canta un terzo gallo dell’ordine. Su, colle barricate dell’ordine, colle barricate della religione, colle barricate della famiglia! È ora di farla finita coi 127.000 elettori di Parigi! Notte di san Bartolomeo dei socialisti! Ed il partito dell’ordine crede per un istante alla certezza della sua propria vittoria.
Il contegno più fanatico è adottato dai suoi organi contro i «bottegai di Parigi». L’insorto di giugno di Parigi eletto rappresentante dai bottegai di Parigi! ch’è quanto dire essere impossibile un secondo giugno 1848, ch’è quanto dire essere impossibile un secondo 13 giugno 1849, ch’è quanto dire essere infranta l’influenza morale del capitale, ch’è quanto dire che l’Assemblea borghese non rappresenta ormai se nonla borghesia, e che la grande proprietà è perduta, dacchè la sua vassalla, la piccola proprietà, cerca la propria salvezza nel campo dei senza proprietà.
Il partito dell’ordine ripiglia naturalmente i suoi inevitabili luoghi comuni. «Maggior repressione!» esclama esso, «repressione decuplicata!»; ma la sua forza di repressione è dieci volte scemata, mentre la resistenza s’è centuplicata. Lo stromento essenziale di repressione, l’esercito, non deve forse venir represso esso medesimo? Ed il partito dell’ordine dice la sua ultima parola: «conviene spezzare l’anello di ferro d’una legalità soffocante. La repubblica costituzionale è impossibile. È colle nostre vere armi che noi dobbiamo pugnare, noi che dal febbraio 1848 combattemmo la rivoluzione colle armi di questa e sul suo terreno, noi che ne abbiamo accettato le istituzioni; la Costituzione è una fortezza, che protegge solamente gli assedianti, non gli assediati! Mentre noi, nel ventre del cavallo di Troia, c’introducevamo di contrabbando nella sacra Ilio, finimmo, a differenza dei nostri predecessori, i Greci[4], non già a conquistare la città nemica, ma ad essere prigionieri noi stessi.»
Ma la base della Costituzione è il suffragio universale. La soppressione del suffragio universale, ecco l’ultima parola del partito dell’ordine, della dittatura borghese.
Il suffragio universale aveva loro dato ragione il 24 maggio 1848, il 20 dicembre 1848, il 13 maggio 1849, l’8 luglio 1849. Il suffragio universale diede torto a sè stesso il 10 marzo 1850. Il dominio borghese, emanazione e risultato del suffragio universale, verdetto della volontà popolare sovrana: ecco il significato della Costituzione borghese. Ma dal momento in cui il contenuto di questo diritto di voto, di questo volere sovrano, non è più il dominio borghese, ha la Costituzione ancora un significato? Non è dovere della borghesia di regolare il diritto di voto in modo che esso abbia a volere ciò ch’è ragionevole, ossia il dominio di essa? Il suffragio universale, col tenere di nuovo sospesa permanentemente la potenza attuale dello Stato, facendone una propria creazione diretta, nonviene esso a sospendere ogni stabilità, a porre ad ogni istante in questione tutti i poteri vigenti, ad annullare l’autorità, a minacciare che la stessa anarchia assurga ad autorità? Dopo il 10 marzo 1850 era forse ancor lecito il dubbio?
La borghesia, mentre rinnega il suffragio universale, del quale erasi fino allora drappeggiata, dal quale traeva alimento per la propria onnipotenza, confessa apertamente: «La nostra dittatura è fino ad oggi sussistita in forza della volontà popolare; oggi si deve consolidarla contro la volontà popolare.» E, con logica conseguenza, va cercando i propri sostegni non più in Francia, ma fuori, all’estero, nell’invasione.
Coll’invasione, essa, novella Coblenza insediata nella stessa Francia, fa ridestare contro di sè tutte le passioni nazionali. Coll’attacco al suffragio universale, essa dà alla nuova rivoluzione un pretesto generale, e di tali appigli ha bisogno appunto la rivoluzione. Ogni appiglio particolare separerebbe le frazioni della lega rivoluzionaria e lascerebbe emergere le loro differenze. L’appiglio generale, invece, stordisce le classi semirivoluzionarie, permette loro d’illudere sè medesime circa il carattere determinato dell’imminente rivoluzione e le conseguenze dell’azione loro propria. Ogni rivoluzione ha bisogno d’una «questione dei banchetti». Il suffragio universale è la «questione dei banchetti» della nuova rivoluzione.
Le frazioni borghesi coalizzate sono però già condannate, quando dalla sola forma possibile della loro potenza riunita, dalla forma più solida e più completa del loro dominio di classe, dalla repubblica costituzionale, vanno a rifugiarsi nella forma subordinata, incompleta, più debole, della monarchia. Assomigliano a quel vecchio, che, per riacquistare la forza giovanile, si fe’ portare i suoi vestiti da fanciullo, cercando di costringervi dentro le sue membra floscie. La loro repubblica ebbe un solo merito, d’essere la serra calda della rivoluzione.
Il 10 marzo 1850 porta l’iscrizione:Après moi le déluge; dopo me il diluvio!