PREFAZIONE

PREFAZIONE

Il lavoro, che oggi viene nuovamente alla luce, è il primo tentativo fatto da Marx di spiegare, adoperando il suo metodo di concezione materialistico, un periodo storico colle condizioni economiche corrispondenti. Nel Manifesto comunista questa teoria è adattata, a grandi contorni, a tutta la storia più recente; negli articoli di Marx e miei, dellaNeue Rheinische Zeitung, essa era stata ripetutamente applicata all’interpretazione di avvenimenti politici contemporanei. Qui, all’incontro, si trattava di provare l’intimo nesso di causalità nel corso di una evoluzione durata più anni e che fu altrettanto critica quanto tipica per tutta l’Europa, e quindi, nel concetto dell’autore, di ricondurre gli eventi politici all’azione di cause che sono, in ultima analisi, economiche.

Tornerà sempre impossibile risalire fino alle ultime cause economiche quando si prendano a giudicare avvenimenti e serie d’avvenimenti contemporanei. Oggi ancora, mentre pubblicazioni speciali offrono un materiale così ricco, non sarebbe consentito, nemmanco in Inghilterra, di seguire giorno per giorno il cammino dell’industria e del commercio nel mercato mondiale ed i cangiamenti introdotti nei metodi di produzione, in guisa da poter tirare, per ogni momento determinato, la risultante definitiva di questi fattori multiformi, complessi, e in continua mutazione, dei quali poi, inoltre, i più importanti esercitano, generalmente durante lungo tempo, una azione latente, prima che all’improvvisoerompano alla superficie. La visione netta della storia economica di un dato periodo non è mai contemporanea; essa non può formarsi che successivamente, quando sia già radunato e studiato il materiale. La statistica è qui l’ausiliare necessario, ed essa non ci vien dietro che zoppicando. Per il periodo storico in corso sarà quindi, anche troppo spesso, inevitabile considerare cotesto fattore, sovra ogni altro decisivo, come costante, considerare cioè la situazione economica, trovata agli inizî d’un dato periodo, come fissa ed immutabile pel periodo intero, o tutt’al più fermarsi a quelle mutazioni di essa, le quali, emergendo dall’evidenza degli avvenimenti che vanno svolgendosi, si presentino alla lor volta evidenti. Il metodo materialistico, pertanto, dovrà troppo frequentemente limitarsi a ravvisare nei conflitti politici lotte di interessi delle classi sociali e delle frazioni di classi, la cui esistenza, dipendente dall’evoluzione economica, è di già constatata ed a considerare i singoli partiti politici come l’espressione politica, più o meno adeguata, delle medesime classi o frazioni di classi.

S’intende da sè che tale inevitabile trascuranza delle mutazioni contemporanee nella situazione economica, della vera base cioè di tutti gli avvenimenti presi ad esaminare, deve di necessità essere una fonte di errori. Ma questo vale per tutti gli elementi di una esposizione sintetica della storia contemporanea; il che non trattiene però alcuno dallo scriverla.

Allorchè Marx intraprese il presente lavoro, l’accennata fonte d’errori era ancora più inevitabile. Era semplicemente impossibile seguire, durante il tempo della rivoluzione dei 1848-49, le correnti economiche contemporanee od anche solo abbracciarle con uno sguardo generale. Lo stesso dicasi pei primi mesi del suo esilio a Londra, nell’autunno e nell’inverno del 1849-50. Ora questo fu appunto il tempo in cui Marx incominciò il lavoro. E, malgrado tali circostanze sfavorevoli, la precisa comprensione, che egli aveva, sia della situazione della Francia prima della rivoluzione di febbraio, sia della sua storia politica dopo quella rivoluzione, gli permise di dare un’esposizione degli avvenimenti, che rivela l’intima loro connessione in un modo anche dipoi non raggiunto e che ha luminosamente sopportata la duplice prova, a cui egli stesso più tardi la sottopose.

La prima prova è dovuta alla circostanza che, a partiredalla primavera del 1850, Marx ebbe agio di nuovamente attendere agli studi economici degli ultimi dieci anni. In tale occasione, i fatti stessi gli fornirono la completa dimostrazione di ciò ch’egli, sino allora, aveva ricavato per induzione quasi aprioristica da materiali imperfetti: che, cioè, la crisi del commercio mondiale nel 1847 era stata la vera madre delle rivoluzioni di febbraio e di marzo, e che la prosperità industriale, ricomparsa successivamente dopo la metà del 1848 e giunta al suo apogeo nel 1849 e 1850, era la forza vitale della reazione europea, nuovamente rinvigorita. Ciò era decisivo. Mentre infatti nei primi tre articoli (apparsi nei fascicoli di gennaio, febbraio e marzo dellaNeue Rheinische Zeitung, rivista politico-economica, Amburgo, 1850) traspare ancora l’attesa d’una prossima risurrezione d’energia rivoluzionaria, l’illusione è rotta una volta per sempre dalla rassegna storica, scritta da Marx e da me nell’ultimo fascicolo doppio (maggio-ottobre) pubblicato nell’autunno del 1850: «Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito ad una nuova crisi. Quella però è altrettanto certa quanto questa.» Ma questo era altresì l’unico mutamento sostanziale che si dovette introdurre. Quanto al significato attribuito agli avvenimenti nei capitoli anteriori e al loro nesso causale ivi posto in sodo, nulla era assolutamente da mutare, come è provato dalla continuazione del racconto dal 10 marzo all’autunno del 1850, pubblicata nella medesima rassegna e ch’io perciò inserii, come quarto articolo, nella presente ristampa.

La seconda prova fu ancor più decisiva. Tosto dopo il colpo di Stato di Luigi Napoleone del 2 dicembre 1851, Marx rifece la storia di Francia dal febbraio 1848 fino a quell’avvenimento, che provvisoriamente chiude il periodo rivoluzionario (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 3.ª edizione tedesca, Amburgo, Meissner, 1885). In quell’opuscolo è nuovamente trattato, sebbene più succintamente, il periodo svolto nel nostro scritto. Si confronti la seconda esposizione, scritta sotto la luce di quel fatto decisivo avvenuto un anno più tardi, colla presente e si troverà che l’autore aveva ben poco da cangiare.

Ciò che al nostro scritto dà un’importanza affatto speciale, è il trovarvisi per la prima volta enunciata la formula, in cui consentono i partiti operai di tutti i paesi del mondo per esprimere sinteticamente la nuova forma economica da essi reclamata: l’appropriazione dei mezzi diproduzione da parte della società. Nel secondo capitolo, a proposito dei «diritto al lavoro», che viene definito «la goffa formula, in cui primitivamente si concentrano i reclami rivoluzionari del proletariato», è detto: «ma dietro ai diritto al lavoro sta la presa di possesso del capitale; dietro alla presa di possesso del capitale,l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe lavoratrice associata, e conseguentemente la abolizione del lavoro salariato, come pure dei capitale e del loro rapporto di scambio.» Qui adunque — per la prima volta — si rinviene formulata la proposizione, che distingue nettamente il moderno socialismo operaio così da tutte le varie tinte del socialismo feudale, borghese, piccolo-borghese, ecc., come pure dalla confusa comunanza di beni del comunismo operaio utopistico e primitivo. Se più tardi Marx estese la formula all’appropriazione altresì dei mezzi di scambio, tale amplificazione, che d’altronde si imponeva da sè dopo il Manifesto comunista, non esprimeva che un corollario della proposizione principale. Recentemente, in Inghilterra, alcuni saggi uomini vi appiccicarono eziandio l’assegnazione alla società dei «mezzi di distribuzione». Sarebbe difficile per questi signori il dire quali siano siffatti mezzi di distribuzione economici, diversi dai mezzi di produzione e di scambio, quand’anche vogliano alludere ai mezzi politici di distribuzione, come imposte, assistenza dei poveri, e compresa la tenuta di Sachsenwald ed altre dotazioni. Ma, in primo luogo, questi sono già anche ora mezzi di distribuzione in possesso della collettività, dello Stato o del Comune; ed, in secondo luogo, noi vogliamo appunto la loro abolizione.

***

Allorchè scoppiò la rivoluzione di febbraio, tutti noi ci trovavamo, quanto ai nostri criterî sulle condizioni ed il corso dei moti rivoluzionari, sotto l’influenza dell’esperienza storica passata, ed in ispecialità di quella della Francia. Era quest’ultima appunto, che dal 1789 aveva dominato tutta la storia europea e da essa era nuovamente partito anche ora il segnale del rivolgimento generale. Cosicchè era naturale ed inevitabile che le nostre elucubrazionisulla natura e sul corso della rivoluzione «sociale», proclamata in Parigi nel febbraio del 1848, della rivoluzione cioè del proletariato, fossero sensibilmente colorite dalle rimembranze dei modelli del 1789-1830. Poi, allorchè l’eco della sollevazione di Parigi si ripercosse nelle rivolte vittoriose di Vienna, di Milano e di Berlino; allorchè tutta l’Europa, fino alla frontiera russa, fu travolta nel movimento; allorchè indi, nel giugno, s’ingaggiò a Parigi la prima grande battaglia pel potere tra proletariato e borghesia; allorchè persino la vittoria della propria classe scosse talmente la borghesia di tutti i paesi, da indurla a rifugiarsi di bel nuovo nelle braccia della reazione monarchico-feudale, pur appena abbattuta, non poteva sussistere per noi, date le condizioni d’allora, alcun dubbio che la gran lotta decisiva fosse scoppiata e dovesse venir combattuta in un unico, lungo e fortunoso periodo rivoluzionario, ma potesse chiudersi solamente colla definitiva vittoria del proletariato.

Dopo le sconfitte del 1849, noi non partecipavamo affatto alle illusioni della democrazia volgare, aggruppata intorno ai governi provvisoriin partibusdell’avvenire. Questa calcolava sovra un’immediata e decisiva vittoria del «popolo» sugli «oppressori»; noi sovra una lunga lotta, dopo eliminati gli «oppressori», fra gli elementi antagonistici, che si celavano appunto in questo «popolo». La democrazia volgare attendeva la novella esplosione dall’oggi al domani; noi dichiaravamo già nell’autunno del 1850 che almeno il primo atto del periodo rivoluzionario era chiuso e che nulla era da aspettare fino allo scoppio di una nuova crisi economica mondiale. Per la qual cosa noi fummo posti al bando come traditori della rivoluzione da quegli stessi, che più tardi, quasi senza eccezione, fecero la loro pace con Bismarck — in quanto Bismarck trovò che ne valesse la pena.

Anche a noi però la storia diede torto, svelandoci l’illusione dei nostri criteri d’allora. Andò anzi più in là; non solo demolì il nostro passato errore, ma sconvolse interamente anche le condizioni entro le quali il proletariato è chiamato a combattere. Il metodo di combattimento del 1848 è in oggi antiquato sotto tutti gli aspetti ed è questo un punto che merita di venire più davvicino esaminato, poichè se ne presenta l’occasione.

Tutte le passate rivoluzioni ebbero per effetto lo spodestamentod’una determinata dominazione di classe per mezzo d’un’altra; senonchè, sino ad oggi, tutte le classi dominanti non erano che piccole minoranze in relazione alla massa popolare dominata. Così, rovesciata una minoranza dominante, un’altra la sostituiva, impadronendosi del timone dello Stato e modellava le istituzioni di questo a seconda dei propri interessi. Era, costantemente, il gruppo della minoranza maturo al potere e chiamatovi dalle condizioni dell’evoluzione economica; ed appunto perciò, ed unicamente perciò, avveniva che la maggioranza sottomessa o parteggiasse nel rivolgimento a favore di quella, o per lo meno vi si acconciasse tranquillamente. Ma, ove si prescinda dal contenuto concreto di tutte codeste rivoluzioni prese singolarmente, la loro forma comune consisteva in ciò, che erano tutte rivoluzioni di minoranze. Anche allorquando la maggioranza vi prendeva parte, ciò accadeva — coscientemente o no — solamente a servigio d’una minoranza, la quale, approfittando di tal fatto, od anche approfittando dello stesso contegno passivo della maggioranza, riesciva a darsi l’aria di rappresentare tutto intero il popolo.

Dopo il primo grande successo, la minoranza vittoriosa di regola si scindeva; una metà si teneva soddisfatta dell’ottenuto, l’altra voleva andare ancor più innanzi ed elevava nuove pretese che erano, almeno in parte, anche nell’interesse reale od apparente della gran massa popolare. Codeste rivendicazioni più radicali ebbero anche, in taluni casi, effetto pratico, spesso però solo per il momento; chè il partito più moderato ripigliava il sopravvento e ciò ch’erasi appena guadagnato ritornava a perdersi od in tutto od in parte; i vinti gridavano allora al tradimento, od imputavano la sconfitta al caso. La realtà però consisteva per lo più in questo, che le conquiste della prima vittoria venivano assicurate solamente dalla seconda vittoria del partito più radicale; raggiunta la quale e soddisfatta con essa la necessità del momento, i radicali ed i loro successi si eclissavano di bel nuovo dalla scena.

Tutte le rivoluzioni dell’età moderna, a cominciare dalla grande rivoluzione inglese del secolo XVII, presentavano questi tratti, che sembravano inseparabili da ogni lotta rivoluzionaria. E sembravano altresì adattabili alle lotte del proletariato per la sua emancipazione; tanto più che precisamente nel 1848 ben pochi erano coloro che, almenoin certa misura, comprendessero qual era la direzione in cui questa emancipazione si potesse cercare. Persino le stesse masse proletarie della stessa Parigi, e anche dopo la vittoria, erano perfettamente all’oscuro circa la via da battere. Eppure quivi il movimento era istintivo, spontaneo, irresistibile. Non era appunto una situazione cotesta in cui una rivoluzione doveva riescire, condotta com’era bensì da una minoranza, ma, questa volta, non nell’interesse della minoranza, ma nel più genuino interesse della maggioranza? Se in tutti i periodi rivoluzionarî più lunghi, le grandi masse popolari si lasciavano con tanta facilità guadagnare semplicemente con speciosi miraggi dalle minoranze che le spingevano avanti, come spiegarsi ch’esse fossero meno accessibili ad idee, che non erano se non il preciso riflesso della loro situazione economica, se non la chiara, ragionata espressione dei loro bisogni, tuttora incompresi e solo vagamente da loro sentiti per la prima volta? In ogni modo cotesto spirito rivoluzionario delle masse aveva quasi sempre, e per lo più in brevissimo tempo, lasciato il posto allo spossamento e persino al rinculo nella via opposta, non appena, svanita l’illusione, era subentrato il disinganno. Ma qui non si trattava di miraggi, sibbene di soddisfazione degli interessi più speciali alla grande maggioranza; interessi dei quali certamente questa non aveva allora per nulla un criterio chiaro, ma che dovevano nettamente saltarle agli occhi nel corso dell’azione pratica. E se ora, com’è provato da Marx nel terzo articolo, nella primavera del 1850 lo sviluppo della repubblica borghese, sorta dalla rivoluzione «sociale» del 1848, concentrava il potere effettivo nelle mani della grande borghesia — d’opinioni per giunta monarchiche — e, viceversa, aveva raggruppato tutte le altre classi sociali, contadini come piccoli borghesi, intorno al proletariato, in guisa che durante e dopo la vittoria comune, non la grande borghesia, ma il proletariato, ammaestrato dall’esperienza, avrebbe dovuto divenire l’elemento decisivo — non si affacciava forse senz’altro la prospettiva che la rivoluzione della minoranza avesse a convertirsi in rivoluzione della maggioranza?

La storia diede torto a noi ed a tutti coloro che pensavano egualmente. Essa mostrò chiaramente che lo stato dell’evoluzione economica nel continente era tuttora troppo immaturo per la soppressione della produzione capitalistica;e lo provò colla rivoluzione economica, che nel 1848 avvolse tutto il continente e naturalizzò davvero, per la prima volta, la grande industria in Francia, Austria, Ungheria, Polonia e da ultimo in Russia, facendo della Germania un paese industriale di primo ordine — e tutto ciò su base capitalistica e capace quindi nell’anno 1848 di ben maggiore espansione. Fu però precisamente cotesta rivoluzione industriale, che cominciò a spargere ovunque la luce sui rapporti delle classi, che eliminò una moltitudine di esistenze intermedie, provenienti dal periodo della manifattura e nell’Europa orientale anche dalle corporazioni di mestiere, che creò una vera borghesia ed un vero proletariato della grande industria, sospingendoli alla testa dell’evoluzione sociale. Ciò fu però causa che la lotta di coteste due grandi classi, svoltasi nel 1848, fuori dell’Inghilterra, solamente a Parigi, tutt’al più in qualche grande centro industriale, si estendesse per la prima volta su tutta l’Europa, raggiungendo un’intensità, quale nel 1848 non poteva ancor concepirsi. Allora, i numerosi ed oscuri evangelii di setta colle loro panacee; oggi l’unica teoria universalmente riconosciuta, di chiarezza diafana, formulante con precisione gli ultimi fini della lotta, la teoria di Marx. Allora le masse a seconda dei luoghi e degli Stati, distinte e diverse, legate solo dal sentimento dei comuni dolori, mancanti affatto di sviluppo, sbalestrate qua e là in lor propria balìa, tra l’entusiasmo e la disperazione; oggi l’unico grande esercito internazionale di socialisti, che si avanza irresistibilmente, e cresce ogni giorno di numero, di organizzazione, di disciplina, di sagacia, di certezza della vittoria. Se adunque questo possente esercito del proletariato non ha tuttora raggiunta la mèta, se, ben lungi dall’ottenere la vittoria da una sola grande battaglia, deve in una lotta rude e tenace avanzarsi adagio di posizione in posizione, ciò dimostra, una volta per sempre, l’impossibilità nel 1848 di far dipendere la trasformazione sociale da un semplice colpo di sorpresa.

Una borghesia, divisa in due frazioni dinastico-monarchiche, la quale però reclamava, avanti ogni cosa, quiete e sicurezza pei suoi affari pecuniarî; e, di fronte ad essa, un proletariato vinto sì, ma pur sempre minaccioso, intorno a cui andavano ognor più aggruppandosi piccoli borghesi e contadini, — pericolo permanente d’uno scoppio violento, senza la prospettiva per di più di una soluzionedefinitiva — tale era la situazione quasi predisposta pel colpo di Stato del pretendente pseudo-democratico, del terzo Luigi Bonaparte. Coll’aiuto dell’esercito, costui pose fine, nel 2 dicembre 1851, a questa situazione così tesa, ed assicurò all’Europa la tranquillità interna, per beatificarla, in compenso, con una nuova èra di guerre. Il periodo delle rivoluzioni dal basso era provvisoriamente chiuso; seguì un periodo di rivoluzioni dall’alto.

Il colpo di reazione imperialista del 1851 fornì una novella prova dell’immaturità delle aspirazioni proletarie in quell’epoca. Ma da esso appunto stavano per sorgere le condizioni, che dovevano portar quelle a maturanza. La quiete interna assicurò un pieno sviluppo al nuovo slancio dell’industria; la necessità di dare occupazione all’esercito e di respingere le correnti rivoluzionarie dal di fuori diede vita alle guerre, colle quali Bonaparte, sotto il pretesto di far prevalere il «principio di nazionalità», arraffava annessioni per la Francia. Il suo imitatore, Bismarck, adottò egual politica per la Prussia, facendo il suo colpo di Stato, la sua rivoluzione dall’alto, nel 1866, contro la Confederazione germanica e l’Austria, non meno che contro la Camera prussiana, con cui trovavasi in conflitto. Ma l’Europa era troppo piccola per due Bonaparte e così volle l’ironia della storia che Bismarck abbattesse Bonaparte e che re Guglielmo di Prussia ristabilisse non solo l’impero piccolo-tedesco, ma anche la repubblica francese. Il risultato generale fu però che l’indipendenza e l’unità interna delle grandi nazioni in Europa, ad eccezione della Polonia, divennero un fatto. Certo entro limiti relativamente modesti, ma sempre, ad ogni modo, fino al punto di togliere ormai allo sviluppo della classe lavoratrice il principale imbarazzo: quello che veniva dalle complicazioni nazionali. I becchini della rivoluzione del 1848 erano divenuti i suoi esecutori testamentari. E accanto ad essi sorgeva digià minaccioso l’erede del 1848, il proletariato, nell’Internazionale.

Dopo la guerra del 1870-71, Bonaparte scompare dalla scena ed a Bismarck, compiuta la sua missione, non rimane che ritornarsene sempliceJunker. La chiusura del periodo, tuttavia, è rappresentata dalla Comune di Parigi. Un tentativo malevolo di Thiers di privare dei fucili la guardia nazionale di Parigi provocò una rivolta vittoriosa. Ancora una volta fu dimostrato che a Parigi non è più possibile rivoluzione, che non sia proletaria. Il potere caddein grembo alla classe operaia, dopo la vittoria, affatto spontaneamente, senza la menoma opposizione. E fu dimostrata di bel nuovo, vent’anni dopo l’epoca illustrata nel presente scritto, l’impossibilità, pur allora, del dominio della classe operaia. Da una parte la Francia lasciò Parigi nell’impiccio, stando a vederla sanguinare sotto le bombe di Mac-Mahon; dall’altra la Comune si consumò nella lotta infeconda dei due partiti che la scindevano, e cioè dei Blanquisti (maggioranza) e dei Proudhonisti (minoranza), ignari ambidue del da farsi. E, come nel 1848 il colpo di mano, così rimase infeconda nel 1871 la gratuita vittoria.

Colla Comune parigina si credeva definitivamente sepolto il proletariato combattente. Ma, tutt’all’opposto, è dalla Comune e dalla guerra franco-germanica che data il suo slancio più poderoso. La completa rivoluzione dell’arte guerresca, avvenuta coll’arruolamento di tutta la popolazione atta alle armi in eserciti, numerosi oramai di milioni d’uomini, e con le armi da fuoco, i proiettili e le materie esplosive di efficacia straordinaria, sollecitò in primo luogo la fine del periodo delle guerre bonapartiste, assicurando l’evoluzione pacifica dell’industria, mentre rende impossibile ogni altra guerra, che non sia una guerra mondiale d’inaudito orrore e di conseguenze assolutamente incalcolabili. In secondo luogo, grazie alle spese militari elevantisi in progressione geometrica, spinse le imposte ad un’altezza spaventosa e, come conseguenza, le classi popolari più povere nelle braccia del socialismo. L’annessione dell’Alsazia-Lorena, la più immediata causa della folle gara negli armamenti, poteva istigare sciovinisticamente la borghesia francese e la tedesca l’una contro l’altra; per gli operai dei due paesi essa divenne invece un nuovo legame della loro unione. E l’anniversario della Comune di Parigi fu il primo giorno di festa generale per tutto il proletariato.

La guerra del 1870-71 e la disfatta della Comune avevano, giusta la predizione di Marx, spostato, pel momento, il centro di gravità del movimento operaio europeo dalla Francia in Germania. Alla Francia occorrevano, come si comprende di leggieri, anni ed anni per rifarsi del salasso del maggio 1871. In Germania, all’incontro, dove l’industria, appunto allora sbocciata come in una serra calda sotto la benedizione dei miliardi francesi, si sviluppava sempre più intensivamente, la democrazia socialista crebbe con maggioreintensità e resistenza. Grazie all’intelligenza, con cui gli operai tedeschi seppero usare del suffragio universale introdotto nel 1866, si manifestò a tutto il mondo in cifre inoppugnabili il portentoso incremento del partito: 1871: 102.000, 1874: 352.000, 1877: 493 000 voti democratico-socialisti. Venne poscia la superiore sanzione di cotesti progressi, sotto forma della legge contro i socialisti; il partito fu momentaneamente disperso, il numero dei voti cadde nel 1881 a 312 000. Ma la decisa rivincita non tardò, ed ecco, sotto la pressione della legge eccezionale, senza stampa, senza organizzazione pubblica, senza diritto di associazione e di riunione, ecco incominciare davvero l’enorme scala ascendente: 1884: 550.000, 1887: 763.000, 1890: 1.427.000 voti. Allora il pugno del governo fu preso da paralisi. La legge contro i socialisti scomparve, il numero dei voti socialisti si elevò a 1.787.000, ad oltre un quarto, cioè, dei voti complessivi. Il governo e le classi dirigenti avevano esaurito tutti i loro mezzi, senza vantaggio, senza scopo, senza successo. Le prove palpabili della loro impotenza, che i funzionari, dal guardiano notturno al cancelliere dell’impero, avevano dovuto subirsi, e ciò da parte degli spregiati operai! — codeste prove si traducevano in cifre di milioni. Lo Stato si trovava alla fine della sua musica, gli operai appena alle prime battute della loro.

Ma, gli operai tedeschi avevano reso alla loro causa ancora un secondo gran servizio. Il primo l’avevano dato collo stesso fatto di esistere qual partito socialista, il più forte, il più disciplinato, il più rapido nell’espansione. Essi avevano poscia munito i compagni di ogni paese, d’una nuova arma, delle più affilate, indicando loro in qual modo si maneggia il suffragio universale.

Il suffragio universale esisteva in Francia già da lunga pezza, ma era caduto in discredito, per l’abuso che ne aveva fatto il regime bonapartista. Dopo la Comune non era apparso un partito operaio che se ne giovasse. In Ispagna il suffragio universale esisteva pure dal tempo della repubblica, ma l’astensione dal voto vi era stata sempre la regola di tutti i partiti serî di opposizione. Anche le esperienze del suffragio universale nella Svizzera erano tutto, fuorchè un incoraggiamento per un partito operaio. Gli operai rivoluzionarî dei paesi latini avevano preso l’abitudine di considerare il diritto di voto quale una mistificazione, una trappola del governo. In Germania fu tutt’altro.Già il Manifesto comunista aveva proclamato essere la conquista del suffragio universale, ossia della democrazia, uno dei primi e più importanti compiti del proletariato militante, e Lassalle aveva nuovamente raccolto codesta rivendicazione. Ora, vistosi Bismarck costretto ad introdurlo, perchè trovava in esso l’unico mezzo per interessare le masse popolari ai suoi disegni, i nostri operai lo presero tosto sul serio ed inviarono Augusto Bebel nel primoReichstagcostituente. E da quel giorno utilizzarono il diritto di voto in un modo, che tornò loro di straordinario profitto e che servì di esempio agli operai di tutti i paesi. Il diritto di voto venne da essi, giusta le parole del programma marxista francese,transformé, de moyen de duperie qu’il a été jusqu’ici, en instrument d’émancipation, — trasformato da istrumento d’inganno, qual era stato sin qui, in istrumento d’emancipazione. E quand’anche il suffragio universale non avesse presentato altro vantaggio che la possibilità di contarci ogni tre anni; che di essere divenuto il miglior nostro mezzo di propaganda (poichè all’inaspettato e rapido salire del numero dei voti, periodicamente constatato, corrisponde in pari misura l’aumentare della fede nella vittoria da parte degli operai e lo sgomento nei nemici); che di averci dato una precisa idea della nostra forza come di quella di tutti i partiti avversarî, munendoci così del miglior regolatore della nostra azione, in modo da preservarci sia da pusillanimità, sia da temerità intempestive, — sarebbe già un grande vantaggio. Ma esso fece assai di più. Nella propaganda elettorale ci fornì un mezzo, non secondo ad alcun altro, di venire a contatto colle masse là, ove esse si trovano ancor lunge da noi, di costringere tutti i partiti a difendere le loro opinioni e le loro azioni di fronte ai nostri attacchi, davanti a tutto il popolo; ed insieme aprì ai nostri rappresentanti nelReichstaguna tribuna, donde è loro concesso di parlare contro i loro avversarî del parlamento ed alle masse di fuori con ben altra autorità e libertà di quelle consentite alla stampa e nelle riunioni. Di qual aiuto fu mai al Governo ed alla borghesia la loro legge contro i socialisti, se l’agitazione elettorale ed i discorsi socialisti nelReichstagcontinuamente la battevano in breccia?

Ma i successi ottenuti dall’esercizio del suffragio universale dischiusero al proletariato un metodo affatto nuovo di lotta, che andò sviluppandosi sempre più rapidamente.Si trovò che le istituzioni dello Stato, nelle quali si organizza il dominio della borghesia, offrono altra presa ancora alla classe operaia per combattere le istituzioni stesse. Si partecipò alle elezioni di singoliLandtag, municipî, tribunali industriali; si contrastò alla borghesia ogni posto, alla cui conquista potesse concorrere sufficientemente numeroso il proletariato. E per tal modo avvenne che borghesia e governo giunsero a sgomentarsi assai più della azione legale che non dell’illegale del partito operaio, assai più dell’esito delle elezioni, che non di quello delle ribellioni.

Perocchè anche qui le condizioni della lotta avevano subito una sostanziale mutazione. La ribellione di vecchio stile, la battaglia delle barricate sulle strade, da cui, fino al 1848, dipendeva dappertutto la decisione definitiva della lotta, era singolarmente invecchiata.

Non facciamoci illusione: una vera vittoria dell’insurrezione sull’esercito nella battaglia delle strade, una vittoria come quella d’un esercito su un altro esercito, è uno dei casi meno frequenti. Gli insorti stessi del resto vi contarono sopra ben di rado. Per lo più essi miravano unicamente a paralizzare le truppe con influenze morali, con quelle influenze, cioè, che in un incontro di due eserciti belligeranti non entrano in gioco affatto, o in lievissima misura. Se la cosa riesce, le truppe rifiutano obbedienza, od i comandanti perdono la testa e l’insurrezione è vittoriosa. Se non riesce, la superiorità d’un armamento più perfetto, d’una migliore educazione militare, dell’impiego sistematico delle forze combattenti e della disciplina, tiene alta la prevalenza dell’esercito, anche se inferiore per numero. Il massimo successo, veramente tattico, a cui possa giungere un’insurrezione, sta nell’impianto e nella difesa razionali di ciascuna barricata. Verranno poi a mancare del tutto od in gran parte l’appoggio coordinato, la disposizione ed il movimento delle riserve, in breve la cooperazione e coesione di ogni singola parte, così indispensabili alla difesa, non pur d’un intera grande città, ma d’un semplice suo quartiere; per non parlar poi della concentrazione delle forze combattenti sovra un punto decisivo. In questo caso prepondera nel combattimento la forma della difesa passiva, riducendosi l’offensiva qua e là, e solamente in via d’eccezione, a qualche assalto d’avamposti od a qualche attacco di fianco, e limitandosi sempreunicamente all’occupazione di posizioni abbandonate dalle truppe nella loro ritirata. Si aggiunga che l’esercito ha a propria disposizione l’artiglieria e corpi di genio completamente equipaggiati ed esercitati; mezzi di guerra, di cui gli insorti, in quasi tutti i casi, difettano del tutto. Niuna meraviglia, perciò, se persino le lotte delle barricate, condotte col più grande eroismo — a Parigi nel giugno 1848, a Vienna nell’ottobre 1848, a Dresda nel maggio 1849 — si chiusero colla disfatta dell’insurrezione, quante volte i comandanti delle forze venute a combatterla si mantennero immuni da riguardi politici, agendo con criterî meramente militari e potendo contare sui loro soldati.

I numerosi successi degli insorti fino al 1848 sono dovuti a cause molto varie. Nel luglio 1830 e nel febbraio 1848 a Parigi, come pure nella maggior parte delle battaglie di strada spagnuole, tra gli insorti e l’esercito eravi una guardia civica, che o prendeva direttamente le parti dell’insurrezione, o col proprio contegno tiepido ed irresoluto comunicava pari indecisione anche alle truppe, fornendo, per di più, armi all’insurrezione. Là, ove codesta guardia civica si decideva senz’altro contro l’insurrezione, come a Parigi nel giugno 1848, la sconfitta di quest’ultima era certa. A Berlino nel 1848, la vittoria del popolo fu dovuta parte al ragguardevole aumento di nuove forze combattenti durante la notte ed il mattino del 19, parte all’esaurimento ed al cattivo vettovagliamento delle truppe, parte infine al rilassamento del comando. Ma in tutti i casi in cui si vinse fu perchè le truppe si rifiutarono di obbedire, o perchè entrò nei capi militari la indecisione, o perchè essi ebbero le mani legate.

Persino adunque nel periodo classico delle battaglie della strada, la barricata aveva un’azione assai più morale che altro. Era un mezzo per scuotere la resistenza dell’esercito e, quando si riesciva a tener duro fino a tal risultato, la vittoria non mancava; se no, era la sconfitta.

Le eventualità favorevoli si trovavano, del resto, già nel 1849, discretamente in ribasso. La borghesia si era gettata dappertutto dalla parte dei governi; erano la «coltura e la proprietà», che salutavano ed ospitavano l’esercito diretto contro le insurrezioni. La barricata aveva perduto il suo potere magico; il soldato non vedeva più dietro ad essa «il popolo», ma ribelli, mestatori, saccheggiatori, gente che voleva «spartire», la feccia della società; l’ufficialeaveva col tempo acquistato esperienza della tattica per le battaglie della strada, non marciava più spensierato ed alla scoperta contro l’improvvisata trincea, ma la girava attraversando giardini, cortili e case. E, con un po’ d’abilità, vi riesciva nove volte su dieci.

Ma da quel tempo ad oggi si verificarono moltissimi altri cangiamenti e tutti a vantaggio della milizia. Se le grandi città s’ampliarono notevolmente, questo avvenne in una maggior misura per gli eserciti. Non si sono quadruplicate dal 1848 ad oggi Parigi e Berlino, ma si sono più che quadruplicate le loro guarnigioni, le quali, per mezzo delle ferrovie, possono raddoppiarsi in meno di ventiquattr’ore, e in quarantott’ore possono diventare eserciti giganteschi. L’armamento di codesta enorme massa di soldati divenne senza confronto più micidiale. Nel 1848 il fucile non rigato, a percussione e caricato a bacchetta; oggi il fucile a retrocarica di piccolo calibro, che tira a distanza quadrupla, ed è dieci volte più preciso e dieci volte più rapido di quello. Allora le palle da cannone massiccie, ed i cartocci a mitraglia; oggi le granate a percussione, di cui una sola basterebbe a mandare in aria la miglior barricata. Allora l’ascia dei pionieri per abbattere i ripari; oggi la cartuccia di dinamite.

Dai lato degli insorti, al contrario, le condizioni divennero completamente peggiori. Una sollevazione, che attiri le simpatie di tutti gli strati della popolazione, è difficile che ritorni; nella lotta di classe non è probabile che tutti i ceti medî si raggruppino così esclusivamente intorno al proletariato da far quasi scomparire il partito reazionario schierato intorno alla borghesia. Il «popolo», conseguentemente, si mostrerà sempre diviso, e verrà quindi a mancare quella leva potente, che fu tanto efficace nel 1848. Si unissero pure ai rivoltosi dei soldati usciti di servizio, il loro armamento riesce cosa ancor più difficile. I fucili da caccia e di lusso degli armaiuoli — dato pure che la polizia non li abbia in precedenza resi inservibili coll’asportazione degli ordigni essenziali — non reggono assolutamente al confronto, anche nella lotta da vicino, coi fucili a retrocarica dell’esercito. Fino al 1848 con polvere e piombo ciascuno poteva procurarsi da sè la munizione necessaria; oggi la cartuccia d’ogni fucile è diversa ed ha dovunque sol questo di comune, che è un prodotto della grande industria e quindi impossibile ad improvvisarsi;onde i fucili divengono in grandissima parte inutili senza le munizioni loro specialmente adatte. Finalmente, i nuovi quartieri delle grandi città, costruiti dopo il 1848, che si stendono in vie lunghe, diritte e larghe, paion fatti apposta per dar agio di funzionare ai nuovi cannoni ed ai nuovi fucili. Folle il rivoluzionario che scegliesse di sua volontà, per una lotta di barricate, i nuovi quartieri operai al nord od all’est di Berlino!

Comprende ora il lettore per qual motivo le classi dominanti ci vogliono ad ogni costo trascinare colà, dove il fucile spara e fende la sciabola? E perchè ci si accusa oggi di vigliaccheria, quando non scendiamo senz’altro nelle strade, dove siamo in precedenza sicuri della sconfitta? E perchè con tanta insistenza si invoca da noi, che abbiamo una buona volta a prestarci a far la parte di carne da cannone?

Questi signori vanno sciupando i loro inviti e le loro provocazioni; no, non siamo così grulli. Potrebbero, con egual ragione, pretendere dal loro nemico nella prossima guerra, ch’ei si allinei secondo i precetti del vecchio Fritz, ovvero a colonne di intere divisioni ad uso Wagram e Waterloo, munito per di più di fucili a pietra. Se le condizioni si mutarono per le guerre popolari, non si mutarono meno per la lotta di classe. È passato il tempo dei colpi di mano, delle rivoluzioni condotte da piccole minoranze coscienti, alla testa di masse incoscienti. Dove si tratta della completa trasformazione dell’organismo sociale, è necessario avere con sè le masse, già conscie di che si tratti e del perchè del loro concorso. Questo è ciò che la storia degli ultimi cinquant’anni ha insegnato. Ma perchè le masse comprendano ciò che devono fare, è necessario un lungo ed assiduo lavoro, quel lavoro appunto che noi andiamo compiendo con un successo che spinge gli avversarî alla disperazione.

Anche nei paesi latini si incomincia sempre più a consentire che l’antica tattica ha d’uopo d’una revisione. Dappertutto si copia l’esempio tedesco dell’esercizio del voto, della conquista delle posizioni che sono alla nostra portata. In Francia, dove pure il terreno è tuttora, dopo oltre cento anni, minato da rivoluzioni sopra rivoluzioni, dove non havvi partito, che non sia rotto alle cospirazioni, alle sollevazioni, ad ogni altra sorta d’azioni rivoluzionarie; in Francia, dove perciò l’esercito del governo è tutt’altro chesicuro, e dove sopratutto le condizioni per le vie di fatto insurrezionali si presentano assai più propizie che in Germania, anche in Francia i socialisti si convincono sempre più che non è loro possibile alcuna vittoria durevole, insino a che non abbiano preventivamente guadagnata la gran massa del popolo, che ivi è costituita dai contadini. Anche in Francia si venne a riconoscere che l’immediato compito del partito è il lavoro lento della propaganda e l’azione parlamentare. Ed i successi non si fecero attendere. Non solamente venne occupata un’intera serie di municipî; ma nella Camera siedono cinquanta socialisti, dai quali furon già abbattuti tre ministeri ed un presidente della repubblica. Anche nel Belgio gli operai conquistarono l’anno scorso il diritto di voto e vinsero in un quarto dei collegi elettorali. In Isvizzera, Italia, Danimarca, persino in Bulgaria e Rumania, i socialisti hanno rappresentanti nei parlamenti. In Austria i partiti sono unanimi nel riconoscere che l’accesso alReichsrathnon può più a lungo esserci conteso. Che vi entreremo è certo; si discute ancora solamente da qual porta. E persino in Russia, allorquando si radunerà il famosoZemskij Sobor, l’assemblea nazionale, contro la quale il giovane Nicolò resiste così inutilmente, anche là possiamo contare con certezza che noi avremo la nostra rappresentanza.

S’intende da sè che i nostri compagni dell’estero non rinunciano al loro diritto alla rivoluzione. Il diritto alla rivoluzione è anzi, sovratutto, l’unico vero «diritto storico», l’unico, su cui riposano, senza eccezione, tutti gli Stati moderni, compreso il Meklemburgo, la cui rivoluzione aristocratica fu compiuta nel 1755 con quella «convenzione ereditaria», che ancor oggi costituisce la gloriosa carta del feudalismo. Il diritto alla rivoluzione è così inconcusso nella coscienza universale, che persino il generale von Boguslawski ritrae unicamente da codesto diritto del popolo il diritto al colpo di Stato, da lui rivendicato al suo sovrano.

Checchè però accada negli altri paesi, la democrazia socialista tedesca si trova in una situazione speciale ed ha conseguentemente, almeno per ora, un compito speciale. I due milioni d’elettori, ch’essa manda alle urne, col seguito dei non elettori, giovani e donne, formano la massa più numerosa e compatta, il nucleo più decisivo dell’esercito proletario internazionale. Questa massa fornisce già ora oltre un quarto dei voti; e, come è mostrato dalle singoleelezioni pelReichstag, peiLandtagdei varî Stati, pei Consigli comunali e pei tribunali industriali, è in continuo aumento. E questo processo si svolge in modo spontaneo, costante, irresistibile ed insieme tranquillo, come un processo naturale. Tutti gli attacchi del governo si palesarono impotenti contro di esso. Già oggi possiamo contare su due milioni e mezzo d’elettori. Avanzando di questo passo, per la fine del secolo avremo conquistato la maggioranza dei ceti sociali medî, dei piccoli borghesi ed altresì dei piccoli proprietarî delle campagne, raggiungendo nel paese il potere preponderante, di fronte al quale dovranno piegarsi, loro buono o malgrado, tutti gli altri poteri. Fare che codesto incremento cammini per la sua via senza interruzioni, insino a che per forza propria sopraffaccia il regime attuale, ecco il nostro compito precipuo. E v’ha un solo mezzo, con cui in Germania potrebbe momentaneamente arrestarsi e forse per alcun tempo sospingersi indietro questo continuo accrescimento delle forze militanti della democrazia socialista: un conflitto in grandi proporzioni coll’esercito, un salasso come quello di Parigi nel 1871. Quand’anche ciò avvenisse, noi riusciremmo, pur sempre, a lungo andare, i vincitori: poichè non basterebbero i fucili a retrocarica di tutta quanta l’Europa e dell’America presi insieme a spazzare dal mondo un partito, che si conta a milioni. Ma l’evoluzione normale sarebbe inceppata, il momento decisivo sarebbe ritardato e ci costerebbe più gravi sagrificî.

L’ironia della storia mondiale capovolge ogni cosa. Noi, i «rivoluzionarî», i «sovversivi», noi caviamo ben maggior profitto dai mezzi legali che dagli illegali e dalle vie di fatto. I partiti dell’ordine, com’essi si chiamano, trovano il loro abisso in quello stesso ordinamento legale, che si son dati. Ridotti alla disperazione, gridano con Odilon Barrot:la légalité nous tue, la legalità è la nostra morte; la legalità, che invece a noi tende i muscoli e ravviva il sangue, quasi promettitrice di vita eterna. E se noi non commetteremo l’insigne follía di lasciarci trascinare in una guerra nelle strade per dar loro piacere, non rimarrà ad essi da ultimo che spezzare colle proprie mani questa legalità loro così fatale.

Frattanto vanno facendo nuove leggi antisovversive. Di nuovo tutto è capovolto. Codesti odierni fanatici dell’antisovversione, non sono essi i sovvertitori di ieri? Fummoforse noi che evocammo la guerra civile nel 1860? Fummo noi a cacciare il re d’Annover, il principe d’Assia, il duca di Nassau dai loro aviti e legittimi dominî, annettendoceli? E codesti sovvertitori della Confederazione germanica e di tre corone per la grazia di Dio osano ora lagnarsi della sovversione?Quis tulerit Gracchos de seditione querentes?Chi può tollerare che gli adoratori di Bismarck scherniscano la sovversione?

Pongano in opera del resto, i loro progetti anti-sovversivi, li peggiorino anche, riducano di gomma elastica il Codice penale, e non otterranno che una prova di più della loro impotenza. Per mettere sul serio alle strette la democrazia socialista, dovranno rivolgersi a ben altri espedienti. Colla sovversione democratico-socialista, alla quale appunto oggi torna così bene di osservare le leggi, essi non possono misurarsi se non colla sovversione del partito dell’ordine, a cui la vita è resa impossibile s’ei non viola le leggi. Il sig. Rossler, il burocratico prussiano, ed il generale prussiano von Boguslawski indicarono loro l’unica via, su cui forse potranno ancora misurarsi cogli operai, che non si lasciano assolutamente adescare alla lotta di strada. Violazione della costituzione, dittatura, ritorno all’assolutismo,regis voluntas suprema lex! Coraggio, adunque, signori; non giovano le chiacchiere; qui bisogna far sul serio!

Ma non vogliate dimenticare che l’impero tedesco, come anche tutti i piccoli Stati ed in generale tutti gli Stati moderni, è un prodotto del contratto; del contratto in primo luogo dei principi tra loro, poi dei principi col popolo. Se una delle parti lo rompe, esso cade nella sua totalità e l’altro contraente non vi è più vincolato.

Sono oramai quasi 1600 anni, e l’impero romano aveva egualmente, ospite incomodo, un pericoloso partito sovversivo, il quale minava la religione e tutti i fondamenti dello Stato; negava per l’appunto che la volontà dell’imperatore fosse la suprema legge; era senza patria, internazionale; si diffondeva per tutte le provincie, dalla Gallia all’Asia, ed anche oltre le frontiere dell’impero. Aveva macchinato lungo tempo sotterra, in segreto, pur sentendosi da un pezzo abbastanza forte per affrontare la luce. Codesto partito sovversivo, noto col nome di cristiano, era altresì fortemente rappresentato nell’esercito; intere legioni erano cristiane. Allorchè erano comandati a far atto d’omaggioalle cerimonie religiose della Chiesa nazionale pagana, i soldati sovvertitori spingevano la temerità sino a piantare speciali distintivi di protesta, delle croci, sui loro elmi. Anche le usuali vessazioni di caserma da parte dei superiori rimanevano senza frutto. L’imperatore Diocleziano non potè più a lungo tollerare in pace che l’ordine, l’obbedienza e la disciplina venissero poste in non cale nel suo esercito. E fece un atto d’energia, poichè non era ancor troppo tardi. Emanò una legge contro i socialisti, intendevo dire contro i cristiani. Furono vietate le riunioni dei sovvertitori, i loro locali di adunanze chiusi od addirittura demoliti, i simboli cristiani, croci, ecc., proibiti, come in Sassonia i fazzoletti rossi. I cristiani vennero dichiarati incapaci a coprire impieghi dello Stato; non potevano nemmanco diventare vicecaporali. E siccome a quel tempo non si avevano a disposizione giudici così bene addomesticati alla «considerazione delle persone» come li presuppone il progetto anti-sovversivo del signor von Köller, si vietò senz’altro ai cristiani di andare ai tribunali a pretendere il loro diritto. Anche codesta legge eccezionale rimase senza effetto. I cristiani la strappavano dalle muraglie per ludibrio; essi anzi avrebbero, in Nicomedia, appiccato il fuoco al palazzo, ove se ne stava l’imperatore. Questi allora si vendicò colla grande persecuzione dei cristiani dell’anno 303 della nostra êra. La quale fu l’ultima di tal genere. Ma fu così efficace, che diciassette anni dipoi l’esercito era composto in gran maggioranza di cristiani ed il successivo autocrate dell’universo impero romano, Costantino, detto dai preti «il grande», proclamò il cristianesimo religione dello Stato.

Londra, 6 marzo 1895.

F. Engels.


Back to IndexNext