Gli statuti di Cattaro scritti in quel secolo, e posteriormente mantenuti in vigore da' Veneziani, de' quali non ho potuto vedere la rara edizione del 1616 ma sì un codice antico nella Marciana (Cl. V. n. 32), toccano della zecca di quella città, leggendovisi il seguente capitolo:
[I[ Item elligantur per sex menses duo legales et expertiCecheri supra monetam civitatis faciendam, et habeatipsorum quilibet pro salario yperperos decem, et quicumquein hoc offitio esse noluerit solvat de poenayperperos vigintiquinque.]I]
Anche nel breve intervallo che corse fra la emancipazione di Cattaro dal reame ungherese e la sua dedizione alla Repubblica Veneta, esercitò essa questo sovrano diritto battendo monete autonome, portanti dall'un de' lati la imagine e il nome di S. Trifone, dall'altro un castello con all'ingiro la epigrafe CIVITAS CATARI.
Sennonché, a differenza d'altre comunità le quali, incorporate negli stati della Repubblica, aveano perduto questo loro antico diritto, Cattaro volle conservarlo, e veramente per secoli lo conservò. Un privilegio veneziano del 1423 concede espressamente [I[quod in Catharo cudatur moneta juxta suas consuetudines]I]. Né può cader dubbio che que' cittadini non esercitassero questo diritto che i Veneziani mediante un trattato loro aveano accordato. Se anche non avessimo le prove che Cattaro veneta mantenne per oltre dugent'anni la sua zecca, il tipo delle monete che indi uscirono le prova indubbiamente non veneziane. Mentre i nummi veneti de' secoli XV e XVI si mostrano prodotto di un'arte adulta e nelle figure maestrevolmente incise e ne' pezzi regolarmente arrotondati e presentanti le superficie uniformi, quelli cusi a Cattaro annunciano un'arte tuttora bambina nelle rozze figure, ne' caratteri tendenti al gotico anche su' pezzi battuti nel secolo XVI quando la zecca nostra delle lettere gotiche avea sbandito ogni avanzo, nella forma de' pezzi mal rispondente al conio su cui doveano improntarsi e nella varia grossezza delle diverse parti d'uno e medesimo pezzo. Che se tanta sbadataggine si pose ivi ne' tipi, è facile imaginare a quali disordini facessero luogo a loro insaputa que' mal pratici monetarii. E vaglia il vero, l'alterazione del titolo primitivo nei nummi di Cattaro determinò il governo veneto l'anno 1627 a decretare che delle paste da monetarsi in quella città si facesse preventivamente l'assaggio nella zecca veneta. Ma tornò inutile anche questa misura, perché la inesperienza degli zecchieri albanesi continuava a battere leghe diverse dai campioni offerti all'assaggio; talché quella legge, impossibile ad essere eseguita, perdé l'anno seguente ogni vigore, e il danno che da queste continue ed involontarie alterazioni de' nummi sofferiva il commercio, consigliò i negozianti a rivolgersi alla zecca nostra per far monetare le loro verghe. Onde nacque che la officina di Cattaro andò di mano in mano scemando di lavoro e finì verso la metà del secento col chiudersi affatto: non così però che quegli abitanti rinunciassero al loro antico diritto, che gelosamente si riserbarono. Quindi nel 1787 l'autore dell'opera insigne [I[Descrizione dello Stato Veneto]I], Vincenzo Formaleoni, che tanto si giovò degli studii del naturalista Fortis, scriveva: [I[Ne' tempi che i Cattarini vissero sotto la protezione de' re di Rascia ebbero il diritto di battere monete, siccome lo hanno anche presentemente confermato loro dalla Repubblica, e potrebbero farne uso qualora volessero]I] (T. III pag. 5).
Quanto a' nomi ed alla qualità delle monete che correvano a Cattaro dopo la occupazione veneziana e v'ebbero corso fino a che a poco a poco sottentrò a quelle la monetazione della metropoli, tre diverse ne trovo ricordate dagli autori e dai documenti, gl'[I[iperperi]I], i [I[grossi]I], i [I[follari]I].
[T5] Iperpero.
L'iperpero, che vediamo frequenti volte citato negli [I[Statuti]I], e il cui nome ricorre anche in quel breve capitolo che ne abbiamo allegato, era una moneta ideale, il cui valore corrispondeva a 7 grossi veneziani. Non saprei invero decidere se quell'aureo nummo di Urosio Milutino che primo riporta nelle sue tavole il Nani abbia a ritenersi un iperpero o un doppio iperpero, non indicandosi dall'autore quale ne fosse il peso. Se in alcuno de' musei nostri avessi trovato esistere questo rarissimo pezzo, sarebbe stato agevole lo sciogliere l'intricata questione.
[T5] Grossetto.
Esiste bensì a Venezia, nel Museo Correr, un unico esemplare del [I[grosso]I], altramente chiamato nei documenti [I[grossetto]I]. Questo bel pezzo, di rarità esimia, è d'argento fino e del peso di circa k. 5. Tanta n'è la somiglianza colle monete battute da' Cattarini sudditi a' re di Rascia che lo si scambierebbe con esse se non ne fosse diversa la leggenda del rovescio. Al Nani ed al Corner pare sfuggisse questa singolare moneta, se non le diedero luogo nelle loro tavole, né la ricordarono illustrando altri nummi di Cattaro.
Il diritto è il medesimo che appare sui grossi di Stefano Dusciano e d'Urosio suo figlio; offre cioè il santo patrono della comunità, cinto il capo di nimbo, coperto di lunga vesta, veduto di prospetto e tenente nella destra la palma del martirio; lo chiudono due archi di cerchio formati di perline, simili a quell'ellisse che avvolge la figura del Redentore ne' nostri zecchini. All'ingiro è la epigrafe . S. TRIFON. CATARES ([I[Catharensis]I]). Nel rovescio è l'imagine di S. Marco molto somigliante all'ultima rappresentazione che de' re di Rascia ci danno le monete di Cattaro. Siede il santo evangelista di fronte, coperto il capo di corona reale sopra la quale gira però il nimbo di perle; nella destra sembra tenere uno stilo od un calamo, il libro de' Vangeli nella sinistra; in quella vece gl'[I[imperatori]I] Stefano ed Urosio tenevano una croce nella destra, e nella manca un globo pur sormontato da croce. D'intorno al S. Marco gira la consueta leggenda S. MARCVS. VENETVS. Messe a calcolo le circostanze di peso, di titolo, di tipo, riterrei questa moneta la prima battuta da' Cattarini dopo la loro sommessione a Venezia, né crederei prender abbaglio nell'attribuire a quest'epoca stessa, nel 1423 o poco dopo, il men raro grossetto di Scutari, del quale ci occuperemo in appresso.
Parlando tuttavolta de' grossetti di Cattaro, e toccando necessariamente di quelli battuti col nome e colla imagine dei re di Rascia, troppo credo interessare la veneta numismatica il far un cenno, sia pur di volo, de' più antichi grossi coniati da que' re a somiglianza de' veneziani.
È noto come il primo [I[grosso veneziano]I], a cui dassi comunemente il nome di [I[matapane]I] (nome ch'io vorrei escluso da ogni libro di numismatica perché adottato soltanto in epoca tardissima dai numografi ma non ricorrente mai né in documenti sincroni né in memorie di zecca) fosse coniato sotto la ducea di Enrico Dandolo nel 1202, e si chiamasse allora [I[ducato]I], nome che poi passò alla prima moneta d'oro battuta nel 1283 sotto Giovanni Dandolo, e si ragguagliasse a denari piccoli 26, o secondo il Carli a soli 24, o a 2 soldi. Maestro Martino da Canale, storico veneziano del secolo XII, la cui [I[Chronique des Veniciens]I] redatta in antico francese si pubblicò nel vol. VIII dell'Archivio Storico Italiano, è il primo autore che ricordi la origine di questa bella moneta. [I[Messire Henric Dandle, li noble Dus de Venise, mande venir li charpentiers, et fist erraument (1202) apariller et faire chalandres et nes et galies a plante; et fist erraument faire mehailles d'argent por donner as maistres la sodee]I] (soldo, salario) [I[et ce que il deservoient, que les petites que il avoient]I] (intendi i denari o piccoli) [I[ne lor venoient enci à eise. Et dou tens de monseignor Henric Dandle en sa fu comencie en Venise a faire les nobles mehailles d'argent que l'en apelle ducat, qui cort parmi le monde por sa bonte]I] (p. 320).
L'immenso spaccio ch'ebbe nel volger di pochi anni questa nuova moneta mosse i re di Rascia ad imitarne il tipo; ond'ebbero origine i grossi, simili a' nostri, di Stefano e del primo Urosio. Di quest'ultimo i primi serbavano il peso e il titolo de' veneziani, quelli coniati più tardi ne serbavano il peso ma n'era molto scemato il titolo. Questa adulterazione, fatta con tanta malafede da quel re di cui disse Dante
[I[Che male aggiustò il conio di Vinegia]I] (Par. XIX, 441)
determinò la Repubblica a riguardare come falsi i grossi rasciani, ed a decretarne formalmente il bando colla seguente terminazione del 1282:
[I[ MCCLXXXII. III Martii in Majori Consilio.]I]
[I[ Capta fuit pars quod addatur in Capitulari Camerariorum Communis et aliorum offitialium qui recipiunt pecuniam pro Communi, quod teneantur diligenter inquirere denarios Regis Raxiae contrafactos nostris venetis Grossis, si ad eorum manus pervenerint, et si pervenerint teneantur eos incidere et ponantur omnes campsores et omnes illi qui tenent stationem in Rivoalto et eorum pueri a XII annis supra ad Sacramentum, quod inquirant diligenter bona fide praedictos denarios, et si pervenerint ad eorum manus teneantur eos incidere. Et si alicui personae inventi fuerint de praedictis denariis a XII supra, quod illa persona cui inventi fuerint perdat decem pro centenario de omnibus, quod eis inventi fuerint illi denarii, et debeant incidi. Et hoc stridetur publice illa die, vel altera, qua captum fuerit in M. C. quod a XV diebus in antea quilibet cui inventi fuerint, incurrat poenam praedictam, et medietas poenae sit invenientis et medietas Communis, et deveniat in Cameram Communis. Et mittantur litterae de praecepto per Sacramentum omnibus Rectoribus praeter Comitem Ragugii, et addatur in commissionibus illorum Rectorum, qui de caetero ibunt propter Dominium, praeter dictum Comitem Ragugii, quod omnes denarios praedictos qui ad eorum manus pervenerint vel eorum offitialium teneantur incidere vel incidi facere, et quod ipsi constringant gentem suam per illos modos quibus eis melius videbitur quod praedicti denarii non currant per suos districtus, et incidantur si invenientur.]I]
Fallita a re Urosio la turpe impresa e scoperta da' Veneziani la frode, i re di Rascia mutarono il tipo de' grossi loro, staccandolo da quello de' veneziani.
Fatta questa breve digressione che si lega intimamente colla numismatica albanese, e che illustra un passo di Dante con una terminazione del Maggior Consiglio di Venezia, riconduciamoci a parlare de' grossetti di Cattaro. Dopo il pezzo che ho più sopra descritto e che dal tipo e dalla forma de' caratteri, non men che dalla bontà dell'argento, tenni battuto ne' primi anni della veneta dominazione in quella città, volsero due secoli prima che un nuovo grossetto ivi s'improntasse; o almeno non so che alcuno ve n'abbia anteriore a quello che riportò il Nani alla tav. I n. XVII, e sul disegno del Nani diede ricopiato il Corner. Questo pezzo, comeché moderno, coniato cioè fra il 1624 e il 1627 dev'esser di gran rarità se manca a tutte le ricche collezioni ch'ebbi agio di esaminare, talché mi fu tolto l'averlo sott'occhi e formarne oggetto d'indagini più minuziose. L'esemplare che vediamo inciso nell'operetta del Nani era conservato nel museo dello stesso autore.
Offre da un lato questa moneta argentea, avente un diametro di m. 0,017, la imagine stante di S. Trifone coronato di nimbo il capo e tenente nella dritta la palma del martirio, nella sinistra un castello turrito e merlato; sporge questa figura nella sua parte inferiore e nella superiore fuori d'un cerchio di perline oltre cui la leggenda . COMTAS = CATARI. Il rovescio presenta S. Marco seduto, rivolto alcun poco alla destra del riguardante ed in atto di scrivere il suo Vangelo. Oltre il cerchio di perline che attornia la figura gira la epigrafe . S . MARCVS . VENETUS. Nell'esergo ha uno scudo gentilizio fra due iniziali . P e M . che indicano il nome di Pietro Morosini rettore e provveditore di Cattaro dal 1624 al 1627. Le armi sono quelle della famiglia Morosini. Se il disegno di questa moneta che ci dà il Nani è fedele, come dobbiamo ritenere dal confronto di altri tipi offertici nelle sue tavole colle monete effettivamente esistenti ne' nostri musei, dobbiamo confessare che fra tutt'i nummi di Cattaro questo è senza dubbio singolarmente bello. La figura dell'evangelista è segnata con pochi tocchi maestri; dignitosa l'aria del volto in dimensioni sì tenui, corrette le pieghe dell'ampio manto che lo avvolge; è in una parola tal disegno che lo si potrebbe tenere inciso a Venezia, se troppo forti ragioni non mi consigliassero a restituirlo alla zecca di Cattaro.
Sappiamo infatti da scrittori e da documenti contemporanei che nel 1627, sotto la reggenza del medesimo Pietro Morosini, furono de' grossetti ivi allora battuti recati alla zecca nostra. Chi venne incaricato dell'assaggio di queste monete le riscontrò a peggio 238 per marca, ad un titolo cioè di molto inferiore al legale. Quale però si fosse questo titolo legale a cui doveano attenersi gli zecchieri albanesi, non si può agevolmente conoscere. La rarità singolare del più antico grossetto toglie che s'istituiscano sovr'esso esami d'assaggio, né d'una moneta di cui si reputa esistere un solo esemplare dee il numografo valersi, quand'anche fosse sua, per distruggerla o spezzarla. Tutti sanno quanto dubbioso sia l'assaggio per semplice tocco, quantunque non alteri sensibilmente la moneta esaminata; dal tocco la mi parrebbe questa in discorso, d'argento peggio k. 50 all'incirca, di un titolo cioè che s'accosterebbe a quello de' grossi veneziani, valutato dal co. Mulazzani a Milano a 0,952. Né mi fu pure possibile procurarmi alcuno de' mezzi grossetti, che però occorrono più frequenti ne' pubblici e privati medaglieri, comeché il semplice tocco accusi la bontà di questo spezzato, simile a quella del suo intero. Vedemmo più sopra come la Signoria di Venezia, verificata nel 1627 l'alterazione del titolo de' grossetti di Cattaro, li richiamasse inutilmente all'assaggio alla zecca nostra, e come poi andassero del tutto in disuso.
In che rapporto stava però il grossetto all'iperpero? Nel 1420, quando i Veneziani occuparono il territorio di Cattaro, ducando Tommaso Mocenigo, il grosso veneto era disceso dal peso originario di k. 11 a quello di k. 7. 3 71/295; e il suo valore era montato da piccoli 24 ovvero 26 a soldi 4, facendosi all'epoca stessa il soldo di k. 1. 3 239/295. Il grosso di Cattaro invece, che dal minor suo peso in confronto del veneziano si disse [I[grossetto]I], corrispondeva a due terzi di quello, valeva cioè ridotto in moneta veneziana denari o piccoli 32. Ragguagliato invece all'iperpero che vedemmo valutato grossi veneziani 7, un iperpero valeva grossetti di Cattaro 10 1/2.
[T5] Mezzi Grossetti.
I ragguagli stessi che demmo del grossetto raffrontato al grosso veneziano e all'iperpero valgono per la sua metà. La moneta dunque, della quale andremo ora ad occuparci, corrispondeva a 2/6 del grosso veneziano, cioè ridotta in moneta nostra valeva piccoli 16; e quando l'iperpero si valutava 7 grossi veneziani ci volevano necessariamente 21 mezzi grossetti a formare un iperpero. Troviamo talvolta indicato nelle memorie di zecca questo spezzato del grossetto col nome di [I[gazzetta]I], nome che suonò costantemente pezzo [I[da soldi due]I]. Bisogna quindi ammettere che anche i Cattarini spartissero il loro grossetto in quattro soldi minori, equivalenti ciascuno a 2/3 del soldo veneziano; o che l'abitudine de' nostri di chiamar gazzetta la metà del loro grosso, facesse applicare quel nome alla metà del grossetto albanese. Io terrei per la prima supposizione.
Tre varietà di tipi, molto fra loro distinti, si conoscono di questa piccola moneta d'argento, i cui esemplari mi offersero quasi costantemente un peso di k. 2. 2, benché il loro grado di conservazione lasci supporre che quella cifra in origine dovess'essere alcun poco più alta.
[I[Primo tipo = Mezzo grossetto col S. Marco]I]. Il diritto presenta l'imagine di questo Evangelista, seduto di fronte, cinto il capo di corona reale e attorniato di nimbo, tenente nella d. lo stile, nella s. il Vangelo; dinanzi alle sue ginocchia sorge uno scudo portante le armi gentilizie del rettore di Cattaro; all'ingiro è la epigrafe . S . MARCVS VENETVS. (o VENETI.). Il rovescio offre il patrono di Cattaro in piedi, veduto di prospetto e recante nella destra la palma del martirio, nella manca una croce; lo circonda la consueta leggenda . S . TRIFON. = .CATARI. A' suoi fianchi si scorgono tre varietà di sigle ne' diversi esemplari: hanno alcuni F e P, altri ZF e C, altri finalmente P e D. Spettano le prime a Francesco Pisani rettore e provveditore di Cattaro nel 1548, le seconde a Zuan Francesco Canal che vi sedette nel 1551, le terze a Paolo Donà che vi coprì quella carica nel 1552; gli stemmi sono su ciascun pezzo corrispondenti a quelli delle famiglie dei diversi rappresentanti.
[I[Secondo tipo = Mezzo grossetto col leone]I]. Offre nel suo diritto il leone di S. Marco in soldo chiuso da cerchio di perline, e sott'esso nell'esergo uno scudo gentilizio; gli corre intorno, fuori del cerchio, la scritta +. S. MARCVS. VENETVS. Il rovescio è simile a quello del tipo precedente, ma è variato nelle sigle che fiancheggiano il santo martire, recando altri esemplari A e M, altri Z e L. Le iniziali e lo stemma de' primi appartengono ad Alvise Minotto che sedette rettore e provveditore di Cattaro nel 1567; non così sono agevoli a determinarsi quelle dei secondi, perché non potei vederne che il disegno esibitoci dal Nani (tav. I n. XV) tratto da un esemplare la cui mediocre conservazione non lasciava discernere bene lo scudo; spettano però fuor di dubbio o a Zuanne Loredan che vi sedette nel 1590, o al suo successore nel 1592 Zuanne Lippomano. Questo tipo ricorre nelle raccolte più raro del precedente, e manca anzi affatto al Museo Correr.
[I[Terzo tipo = Mezzo grossetto collo stemma]I]. Registro questa moneta, ch'io mai non vidi, sull'autorità del diligentissimo Nani il quale la diede nella sua tavola I al numero XVI, traendola dall'esemplare posseduto a' suoi giorni (1752) nel museo del patrizio Marcantonio Savorgnan. Il diritto presenta uno scudo bipartito da una banda trasversale nel cui mezzo è il leone di S. Marco in gazzetta; all'ingiro dello scudo corre la leggenda +. S. MARCVS. VENETVS. Il rovescio è simile a quello de' due tipi precedenti, sennonché il santo patrono di Cattaro è fiancheggiato dalle iniziali Z e M. Le armi figurate nel diritto spettano alla famiglia Magno, un individuo della quale, Zuanne, era rettore e provveditore a Cattaro nel 1597.
Dalle memorie di zecca sembra che nel 1627 siansi battute gazzette (che vedemmo equivalere a' mezzi grossetti) in quella città, le quali si trovarono da' monetarii della metropoli a peggio 443 per marca. Ma di questi pezzi non n'esiste alcuno nelle nostre raccolte, che avrebbe dovuto recare, come il già riportato grossetto, le iniziali di Pietro Morosini e gli stemmi della costui famiglia.
[T5] Quattrini?
La singolare scarsezza in cui ci troviamo di memorie della officina nummaria di Cattaro non mi permette chiamare col vero suo nome la moneta erosa alla quale, per analogia colle contemporanee della metropoli e dell'Italia Veneta, dò il nome di [I[quattrino]I], rispondente alla terza parte del soldo, o a quattro piccoli; non però del soldo veneziano, ma di un minor soldo che avrebbe dovuto ragguagliarsi alla quarta parte del grossetto albanese. La bassissima lega che si riscontra ne' pochi esemplari che potei esaminarne, de' quali uno solo monta al peso di k. 6. 3, laddove gli altri variano da k. 5 a 6, il sapersi che solamente di rame fu battuto il minimo spezzato della moneta di Cattaro, il [I[follare]I], l'uso de' quattrini reso generale a Venezia e ne' suoi possedimenti nel secolo XV, sono tutte ragioni per cui ho creduto di applicarvi, non senza titubanza, quel nome. Della quale moneta di lega assai vile, due tipi diversi, ciascuno con molte varietà m'offerì la doviziosa raccolta Correr.
[I[Primo tipo = Senza lo stemma]I]. Al diritto l'imagine stante di S. Trifone che stringe nella destra la palma, e a' cui lati s'osservano tre varietà d'iniziali, ad eccezione di un esemplare che non ha sigle di sorta; gira all'intorno la epigrafe SANTVS. TRIFON. Al rovescio il consueto simbolo di S. Marco, il leone in gazzetta, cinto da un cerchio di perline oltre cui la leggenda +. S. MARCVS. VENETVS. Questi pezzi sono di una rozzezza singolare ragguardati dal lato dell'arte, e importanti dal lato storico siccome gli unici coniati sotto il governo de' [I[conti]I] di Cattaro, che durò dal 1420 al 1480, in cui il rappresentante della Repubblica assunse la dignità di [I[rettore e proveditore]I]. Le sigle che vi si riscontrano sono le seguenti:
A. B. Antonio Boccole, primo conte, dal 1420 al 1422; o piuttosto Alvise Bon, dal 1464 al 1466.
L. B. Lodovico Baffo, 1451 a 1453.
F. L. Francesco Lippomano, 1477. Di costui dice il Corner nel più sopra citato libretto [I[Catharus]I] etc. p. 91: [I[Hic omnium postremus civitatem Catharensem comitis titulo administravit, publico enim decreto statutum fuit, anno 1480, ut Praesides Cathari deinceps Rectoris et Provisoris titulo insignirentur]I].
[I[Secondo tipo = Collo stemma]I]. Il tipo presente è quasi simile al primo, ma il santo martire, oltre la palma che stringe colla destra, tiene nella sinistra un castello, simbolo della città; qui pure v'hanno, come di consueto, sigle a' suoi fianchi. Nel rovescio ha uno stemma sotto il leone. Questo pezzo è fra quelli di Cattaro il più facile a trovarsi; barbaramente inciso e peggio stampato. Il peso ne varia straordinariamente, senz'ordine alcuno, talché due esemplari battuti a tre anni d'intervallo offrono la singolare differenza da k. 3 a k. 7. 2; differenza che non si saprebbe altramente spiegare se non facendo riflesso alla imperizia de' monetarii della zecca che mise fuori questi nummi bruttissimi. Ecco pertanto nel loro ordine di cronologia i rettori e proveditori di Cattaro, sotto i quali si coniarono queste monete. Le iniziali rispondono esattamente a' loro nomi, come del pari rispondono esattamente gli stemmi che vi scorgiamo delineati, con quelli della famiglia di ciascuno di loro.
P. T. Priamo Tron, 1488 a 1489.
IE. O. Girolamo Orio, 1492 a 1494.
S. C. Sebastiano Contarini, 1501 a 1503.
P. V. Paolo Vallaresso, 1508 a 1510.
P. Z. Pietro Zen, 1514 a 1516.
D. G. Domenico Gritti, 1526 a 1527.
M. B. Marco Barbo, 1527 a 1528.
B. V. Benedetto Valier, 1530 a 1532.
F. S. Francesco Sanudo, 1533 a 1534.
M. B. Matteo Bembo, 1538 a 1540.
B. B. Battista Barbaro, 1546 a 1548.
F. P. Francesco Priuli, 1562 a 1563.
Un'altra moneta della zecca di Cattaro, anzi la più bella o, per meglio dire, la meno brutta che vi si battesse, fra quelle da me effettivamente vedute, credo opportuno collocarla, in via d'appendice, nella categoria de' quattrini, non potendo essa entrare per lo scarso suo intrinseco in quella de' mezzi grossetti, né per il peso eccedente e per esser di lega in quella de' follari di rame. Presenta dall'uno de' lati il martire S. Trifone, di prospetto, in lunga vesta di diacono, recante nella destra la palma, un castello od una chiesa nella sinistra; a' suoi lati le iniziali S e T, ed oltre il cerchio di perline ond' è avvolta questa figura la leggenda . COMTAS. = .CATARI. L'altro lato offre, pur di prospetto ed in piedi, S. Marco che nella manca tiene il Vangelo, e colla dritta benedice; il consueto cerchio gira intorno alla imagine ed oltr'esso è la epigrafe . S. MARCVS. = . VENETVS. Le S tanto dell'una quanto dell'altra faccia della moneta sono tutte a rovescio; nell'esergo a' piedi del S. Marco è uno scudo bipartito da una fascia orizzontale e fiancheggiato dalle sigle Z e M. Il diametro del pezzo è m. 0,0205, il peso varia ne' diversi esemplari da k. 8 a k. 8. 3. È non difficile a rinvenirsi nelle pubbliche e private raccolte; le sigle del diritto sono agevoli ad interpretare [I[Sanctus Tryphon]I], quelle del rovescio sono le iniziali del nome di Zorzi Morosini rettore e provveditore di Cattaro nel 1638, come pure a questo magistrato spetta lo scudo gentilizio a' cui lati si mostrano quelle sigle. È dunque la moneta presente l'ultima coniata in quella zecca.
[T5] Obolo o Follare.
Gli abitanti di Cattaro che serbarono nella loro monetazione il nome dell'iperpero bisantino, serbarono altresì quello di [I[follare]I], corruzione del [Gr[fóllera]Gr], [I[follis aereus]I], detto altramente dagli scrittori greci de' bassi tempi [Gr[fóla]Gr], [Gr[fólla]Gr], [Gr[fóles]Gr], e da ultimo [Gr[fóllis]Gr] onde il [I[follis]I] latino, e più tardi il [I[follaz]I] degli Spagnuoli. Queste monete che rispondevano al quarto dell'[I[asse]I] romano, vuolsi traessero il nome [Gr[apò tou fólleos]Gr], dal sacchetto di cuojo in cui le si riponeva, in quella guisa che gli orientali trafficanti cogl'italiani computavano a [I[borse]I]. Il più vecchio autore latino in cui occorra questo vocabolo è Lampridio nella vita di Elagabalo, che al cap. 22 ricorda gli [I[aurei]I], gli [I[argentei]I] ed i [I[folles aeris]I], del vario valore de' quali ultimi può consultarsi il Gronovio, [I[de pecunia veterum]I] l. 4. cap. 13 e 16.
Nel privilegio che accorda a' Cattarini di continuare a valersi della loro antica officina nummaria, datato 1423, si stabilisce che i due zecchieri, a' quali lo statuto patrio dava in mano l'amministrazione di quello stabilimento, v'invigilassero la fabbrica de' [I[follari]I] di rame. Parlando superiormente di quelle monete a cui diedi, non senza grave titubanza, il nome di [I[quattrini]I], ammisi la esistenza di un soldo albanese inferiore al veneziano del quale avrebbe costituito due terzi. Starebbe nelle medesime proporzioni il [I[follare]I] in rispondenza al bagattino veneto come 2 a 3. Quanto al peso, sappiamo che la zecca di Cattaro non si tenne soverchiamente esatta nel taglio de' pezzi da monetare; così può spiegarsi la varietà d'esso ne' diversi pezzi di rame che andrò enumerando, a' quali soli può spettare quel nome o l'altro d'[I[oboli]I], pur impiegato da' Greci ad indicare il minimo spezzato della moneta, quantunque nel medio evo la voce [I[obolo]I] fosse usata in Francia a rappresentare anche una moneta d'oro, onde venne il nome [I[obolus aureus]I].
Ma che avrò io a dire di quella piccola ma grossissima moneta di rame uscita nel declinare del secolo XV dalla zecca cattarina, di cui un solo esemplare è a mia notizia, conservato nel Museo Correr? Questa moneta, avente il tenue diametro di m. 0,018 e l'ingente peso di k. 20. 3, avrassi a riguardare un semplice follare, o un follare doppio, o fors'anche un mezzo grossetto in rame? Fino a che non si metta in miglior luce la storia di quella zecca, i cui documenti mancano quasi affatto agli archivii veneti, siami lecito avvisare in questo curioso pezzo un capriccio di zecca, uno di que' capricci de' quali ci porge tanti esempii la zecca nostra; voglio dire un semplice follare battuto s'un pezzo di rame di peso eccedente. Eccone pertanto la descrizione.
Nel diritto è la consueta rappresentazione del santo patrono di Cattaro, intorno a cui gira la leggenda SANTVS TRIFON, e a' cui lati le sigle F e L. Nel rovescio intorno al leone di S. Marco in gazzetta è la epigrafe S. MARCVS VENETI. I caratteri sono gotici. Le sigle F e L, non accompagnate da scudo gentilizio rendono incerto se questo pezzo spetti a quel Francesco Lippomano che fu l'ultimo governatore di Cattaro insignito del titolo di [I[conte]I] e che vi sedette dal 1477 al 1480, del quale ho più sopra riportato il quattrino, o meglio a Francesco Lion che vi fu rettore e provveditore dal 1485 al 1486.
Appartengono peraltro fuor d'ogni dubbio alla classe dei follari di rame quelle piccole monete aventi un diametro medio di m. 0,015 che recano dall'un de' lati il solito tipo di S. Trifone colla leggenda all'ingiro S. TRIFO (o TRIFON) CATARI e a' fianchi del Santo varie iniziali de' rettori; dall'altro il S. Marco in soldo rinserrato da un contorno quadrangolare con quattro stelline agli angoli, e negl'interstizii fra il quadrato stesso e il contorno della moneta le sigle S, M, V ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]) e in quello inferiore uno scudo gentilizio. Vario è il peso degli esemplari, cioè da k. 2. 3 a k. 6. Riporto in ordine cronologico i rappresentanti della Repubblica a Cattaro sotto il cui reggimento si coniarono successivamente i [I[follari]I], esistenti quasi tutti nel Museo Correr, avvertendo che gli stemmi corrispondono appieno con quelli dei loro casati.
* sopra Z (ovvero Z), e S = Zaccaria Salamon, 1569 a 1570. Costui sostenne eroicamente la piazza contro il corsaro Barbarossa che ne avea intimata la resa, e la conservò incolume a Venezia.
* sopra V, e C = Vincenzo Canal, 1581 a 1583.
* sopra A, e G = Andrea (secondo il Corner, Antonio secondo il [I[Libro Reggimenti]I]) Gabriel, 1586 a 1588.
Z sopra F, e B = Zuan Francesco Bragadin, 1604 a 1606.
T e C = Tommaso Contarini, 1606 a 1608.
. . . . . . = Girolamo Molin, 1634 a 1636 secondo il Corner, ovvero Antonio Molin, 1637, secondo il [I[Libro Reggimenti]I]. Ne' quattro esemplari che di quest'ultimo tipo possede il Museo Correr è impossibile riconoscere le sigle del diritto, laddove è evidentissimo lo stemma dei Molin. Anzi qui giova aggiungere che tutti e quattro gli esemplari sono recusi su que' piccoli pezzi di rame che si battevano a Venezia ne' primi anni del secolo XVII e che portavano dall'un de' lati il busto della Vergine attorniato dalle iniziali * R * C * L * A * ([I[Regina Coeli Laetare Alleluja]I]), e che furono fabbricati in gran quantità dalla zecca nostra specialmente negli anni 1626 e 1632.
Riassumendo pertanto, prima di dipartirci delle monete di Cattaro, la enumerazione de' singoli conti e rettori che vi improntarono il loro nome o i loro stemmi, li registriamo nell'ordine cronologico, apponendo a ciascuno il numero che occupa nella serie, quale ce la lasciò Flaminio Corner, l'anno della elezione, e la qualità della moneta.
1. Antonio Boccole, 1420. [I[Grossetto senza sigle]I]. (?)
16. Lodovico Baffo, 1454. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].
21. Alvise Bon, 1464. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].
26. Francesco Lippomano, 1477. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].
29. Francesco Lion, 1485. [I[Follare di peso eccedente]I]. (?)
31. Priamo Tron, 1488. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
34. Girolamo Orio, 1492. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
44. Sebastiano Contarini, 1501. [I[Quattrino, 2°. tipo]I].
58. Domenico Gritti, 1526. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
89. Marco Barbo, 1527. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
64. Benedetto Valier, 1530. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
63. Francesco Sanudo, 1533. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
67. Matteo Bembo, 1538. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
72. Battista Barbaro, 1546. [I[Quattrino, 2°. tipo]I].
73. Francesco Pisani, 1548. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].
75. Zuan Francesco Canal, 1551. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].
76. Paolo Donà, 1552. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].
82. Francesco Priuli, 1562. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].
85. Alvise Minotto, 1567. [I[Mezzo grossetto, 2.° tipo]I].
86. Zaccaria Salamon, 1569. [I[Follare]I].
93. Vincenzo Canai, 1584. [I[Follare]I].
95. Andrea Gabriel, 1586. [I[Follare]I].
97. Zuanne Loredan, 1590, ovvero
98. Zuanne Lippomano, 1592. [I[Messo grossetto, 2.° tipo]I].
101. Zuanne Magno, 1598. [I[Mezzo grossetto, 3.° tipo]I].
104. Zuan Francesco Bragadin, 1604. [I[Follare]I].
105. Tommaso Contarini, 1606. [I[Follare]I].
114. Pietro Morosini, 1624. [I[Grossetto citato dal Nani]I].
119. Girolamo Molin, 1634. [I[Follare]I].
124. Zorzi Morosini, 1638. [I[Quattrino colla imagine di S. Marco]I].
Ceduta nel 1404 dal suo signore Giorgio Balischio alla Repubblica Veneta, questa vi tenne un [I[conte e capitano]I], a cui più tardi si aggiunse il titolo di [I[provveditore in Albania]I]. Stretta da formidabile assedio dagli Ottomani nel 1474, mentre Antonio Loredan in nome di Venezia la reggeva, Scutari fu difesa con eroico coraggio da' nostri; sappiamo infatti del Loredan che alla popolazione, per manca vettovaglia affamata, offeriva a cibo le proprie carni purché all'impeto degli infedeli non si cedesse. E infatti brevi dì erano da quest'atto generoso trascorsi, quando Pietro Mocenigo sbloccava la minacciata città. Non è di questi cenni il parlare di quella memoranda difesa, né come il Governo Veneziano rimeritasse il capitano che l'avea sostenuta. In que' preziosi [I[Annali Veneti]I] dal 1457 al 1500, scritti da Domenico Malipiero e compendiati da Francesco Longo, che il conte Agostino Sagredo donava all'Italia nel 1843 inserendoli nell'[I[Archivio Storico Italiano]I] che il Vieusseux dirige e pubblica a Firenze, sono a vedersi le lettere colle quali la Repubblica ringraziava il Loredan del suo generoso operare, lettere che non saprei se più onorano quell'eroe o la Repubblica che sì degnamente ricompensava le magnanime azioni de' suoi prodi figliuoli. Ma pur troppo! il sangue versato a Scutari nella sua difesa poco le valse, perché nel 1477 i nostri furono da invincibili circostanze costretti a cedere ai Turchi quella piazza, molti de' cui abitanti cercarono asilo nella dominante.
Che Scutari nel sec. XIV, anziché passasse dal governo de' re di Rascia a quello del Balischio, avesse propria zecca, non oserei asserire. È bensì vero che abbiamo grossi del re Costantino recanti da un lato la imagine di questo monarca, dall'altro quella di S. Stefano patrono di essa città; de' quali grossi uno fu pubblicato dal Nani nella più volta citata operetta, alla tav. I n. II. Che più tardi vi si battesse moneta, quando cioè cadde in potere de' Veneziani, si hanno fondamenti abbastanza validi per negarlo. Nessun cronista ricorda che zecca vi esistesse nel secolo XV, non ne parlano documenti di sorte; e le monete stesse improntate col nome di quel comune si mostrano ne' loro tipi barbarici fattura della officina monetaria di Cattaro. Basta confrontare un grossetto di Cattaro, come sarebbe quello rarissimo del Museo Correr che ho descritto, con altro grossetto di Scutari per convincersi dell'identità della fabbrica di quelle due monete che pajono uscite dalla stessa mano. Quanto poi al loro peso ed al titolo, sono perfettamente uniformi. Talché io credo poter francamente asserire che Scutari per la propria monetazione si valesse sempre della zecca di Cattaro; e che in ambedue queste piazze corresse l'uguale moneta, o il grossetto ragguagliato a 2/3 del grosso veneziano.
È quel grossetto l'unica moneta scutarina ch'io sappia battuta sotto il dominio de' nostri. Il diametro n'è di m. 0,020. Offre da un lato il patrono della città, in piedi e veduto di prospetto, nimbato e coperto di lunga vesta da diacono, recante nella destra l'incensiere, un libro nella sinistra; lo attornia la epigrafe S. STEFANVS : SCVTARENSI (ovvero SCVTARENSIS). La iscrizione esce da un cerchio di perline che gira intorno alla figura del santo, la quale in qualche più raro esemplare è pur serrata da due archetti di cerchio, come il Redentore ne' nostri zecchini. A' lati del Santo v'hanno alcune iniziali che spiegheremo frappoco. Questa rappresentazione del protettore di Scutari è quella medesima che ci offrono le monete di questa città coniate sotto il governo de' re di Rascia, e la somiglianza de' due tipi ci muove a ritenere che anche i più antichi nummi scutarini siansi battuti nella zecca di Cattaro. Il rovescio reca il leone in gazzetta rinserrato da un cerchio di perline, oltre il quale è la leggenda . S . MARCVS : VENETIARUM : [Gr[G]Gr] C : (ovvero 7 C :). Le sigle del diritto, delle quali conosco tre varietà, che incontrai ne' quattro esemplari che di questo raro grossetto serba il Museo Correr, ci danno il nome de' conti e capitani durante il cui reggimento furono improntati i varii pezzi. Eccone la spiegazione:
B e C = Bertucci Civran, 1436.
P e M = Paolo Morosini, 1438.
F e Q = Francesco Querini, 1442.
Ma fuor di dubbio fu battuto a Venezia il bagattino di puro rame o d'ottone di Antivari. Questa bella città d'Albania tennero i Veneziani, che vi mandarono a reggerla un podestà a biennio, dal 1405 sino al 1571, nel qual anno Alessandro Donà la cedeva mediante capitolazione a' Turchi, e reduce in patria veniva, come perpetratore d'atto codardo, punito. Ma la pace conchiusa fra la Repubblica e la Porta nel 1573, fissò per sempre le sorti di Antivari, incorporata d'allora ne' possedimenti dell'impero ottomano.
Non mi venne fatto, per diligente pazienza che usassi, di rinvenire la terminazione colla quale fu decretato lo stampo dell'unica moneta che abbiamo d'Antivari suddita a' Veneziani. Ma non è a dubitare, dalla semplice ispezione del suo tipo, che siasi essa pure battuta nell'epoca medesima in cui lo furono la maggior parte de' bagattini delle singole città dalmate, cioè gli ultimi anni del secolo XV o i primi del successivo.
Questa moneta, non facile a trovarsi benché il Museo Correr ne posseda tre esemplari, mi si offrì di due soli tipi, fra loro distinti da lievi differenze. Il peso ne varia da k. 8 a k. 6. 3, e il diametro n'è costante di m. 0,017. Presenta da un lato S. Giorgio armato a cavallo incedente verso la sinistra del riguardante, e sotto a' suoi piedi atterrato il dragone; all'ingiro la epigrafe . S . GEORG . ANTIVARI. Il rovescio ha, come i bagattini dalmati, il S. Marco in soldo stretto da un cerchio di perline, oltre il quale è la leggenda + . S. MARCVS . VENETI. La varietà che si rimarca in alcuni esemplari è la mancanza di questo cerchio che avvolge il leone.
Le osservazioni fatte sui bagattini, allorché dissi di quelli coniati per le città della Dalmazia, possono riferirsi anche a questo che ha comune con essi l'epoca, il peso, la fabbrica; sicché ritengo inutile il soffermarmi davvantaggio a parlarne.
Occupata da' Veneti nel 1405 che la tennero fino al 1412, e più tardi dal 1425 fino al 1471 in cui cadde in poter de' Turchi per subire due anni dopo le sorti di Antivari, Dulcigno non avrebbe trovato posto in quest'operetta se non mi obbligasse a toccarne un cenno che lo Zon fece di monete battute per questa città da' nostri. Ed infatti nella sua dissertazione sulla Zecca Veneta nell'opera [I[Venezia e le sue lagune]I] (T. I. p. II. pag. 69), ricordando le monete coniate per le singole comunità dalmate ed albanesi, cita fra le altre quelle di [I[Dulcigno]I] offerenti la imagine della [I[Vergine]I]. Devo però confessare ch'io non conosco punto la esistenza di questa moneta, che non vidi in alcuna raccolta, né trovai in alcun libro citata. Fino a tanto quindi che s'abbiano dati più certi per ritenere la esistenza di questo pezzo, siami lecito il dubitarne.
Venuta per dedizione spontanea in potere de' nostri nel 1403, fu retta da un [I[provveditore]I] che la governava in nome della Repubblica fino al 1477 in cui per cessione la occuparono i Turchi. Ripresa nel 1503, ricadde in loro mano nel 1506. Lo Zon citò parimente, in un colle monete di Dulcigno, quelle di Alessio. L'esemplare sulla cui autorità credette appoggiarsi per far luogo alla menzione di questo pezzo fra gli altri dalmati ed albanesi, è quel bagattino di Lesina che si custodisce nella Marciana; il cui non felice stato di conservazione gli fece scambiare la giusta lezione LESINENSIS col nome della città d'Alessio. Se, rettificando l'abbaglio ov'incorse il mio illustre amico, devo togliere alla serie de' nummi albanesi questa imaginaria moneta, ho peraltro il contento di averne aggiunto una di sconosciuta finora alla serie de' nummi dalmati.
E qui si chiude la prima delle classi in cui ho spartito la numismatica de' possedimenti de' Veneziani, rivolgendo ora le mie indagini alle monete da loro battute per le province che costituivano il Levante Veneto.
Il nome generico di [I[Levante]I] abbracciava nel medio evo tutti que' territorii che, situati all'oriente dell'Adriatico, formarono parte dell'impero greco dopo il trattato conchiuso fra Niceforo e Carlomagno. Ma i Veneziani, fattisi per armi, per comprite o per dedizioni spontanee, padroni della maggiore e più bella parie delle coste marittime di quelle terre nel continente europeo, e di molte isole dell'Arcipelago, e dilatate le loro conquiste nel secolo XII fino nella Siria, restrinsero il significato di quel nome, coll'eccepirne le spiagge dalmate ed albanesi. Per poco che si conosca la storia nostra, si comprenderà di leggeri come il nome di [I[Levante Veneto]I] avesse nelle varie età più o men ampio senso. Allorché Enrico Dandolo, successore a dogi insigniti delle dignità d'[I[ipati]I], di [I[protosebasti]I] e di [I[protospatarii]I], emancipava la patria da ogni vincolo di sommessione all'impero d'oriente, e s'intitolava signore di un quarto e mezzo dell'impero di Romania ([I[dominus quartae partis et dimidii Imperii Romaniae]I]), la Repubblica non possedeva ancora le sette isole del mar Jonio che aggiungeva in sul cadere del XIV secolo (1386) a' proprii stati. Alla metà di quel secolo vi aggiungeva l'Acaja, e più tardi varii porti della Morea, che toltile poscia da' Turchi le riconquistava sul declinare del secento il Morosini, che dalle vittorie riportate nella penisola di Pelope ebbe il soprannome gloriosissimo di Peloponnesiaco. Ma dopo la pace funesta di Passarovitz, perdute le belle conquiste del Morosini e rimasta Venezia senz'altri possedimenti nell'Arcipelago, il nome di Levante Veneto comprendeva le otto province o [I[reggimenti]I] di Corfù, Zante, Cefalonia, Asso, S. Maura, Cerigo, Prevesa e Vonizza, subordinati ad un patrizio eletto dal Senato fra gl'individui del suo corpo, e portante il titolo di [I[Provveditor General da Mar]I]. Questi presiedeva al governo supremo di tutto il Levante, e da lui dipendevano gli altri patrizii che sosteneano le cariche militari marittime della flotta sottile e grossa, ed era giudice in appellazione dalle sentenze de' rappresentanti degli otto reggimenti, il numero de' cui abitanti, quasi tutti greci di rito e di favella, sommava a 150,000.
Venendo ora a dire delle monete che i Veneziani coniarono nelle varie epoche perché avessero corso nel loro Levante, questa seconda categoria avrebbe ad abbracciare quelle che si destinarono ad aver corso in tutt'i possedimenti, ad esclusione della Dalmazia e della Terraferma d'Italia. Ma ho creduto separarne le battute per Candia e per Cipro, per la ragione espressa nel principio di quest'operetta che, limitandosi queste due serie quasi puramente a monete ossidionali, mi parvero meritare due classi a sé. I nummi de' quali ci occuperemo in questa seconda parte furono invece cusi, niuno eccettuato, nella metropoli.
[T5] Tornese.
Un fortuito ritrovamento di monete veneziane fatto nel 1849 in Morea, le quali tutte passarono in proprietà del dott. Costantino Cumano di Trieste, porse occasione a questo valente archeologo di spargere molta luce su quella moneta che sì frequenti volte s'incontra ne' documenti nostri e nelle memorie della zecca veneta; ma la cui rarità, anteriormente a quello scavo, lasciava troppo libero campo a mille supposizioni che oggi spero cedano il seggio usurpato alla verità. Nello stendere questo brano del mio lavoro, io non potrei non attenermi alle savie opinioni espresse dal Cumano in una sua lettera inserita nel giornale [I[L'Istria]I], Anno V, n. 11, scritta d'Atene nel marzo 1850. Anzi ad avvalorare le opinioni del Cumano aggiungerò copia di notizie estratte da documenti autentici sulla fabbrica de' tornesi e sull'epoca della loro durata.
Io so bensì che il chiaro senso della terminazione del Maggior Consiglio 31 marzo 1394, ricordando le varie specie di monete argentee che si battevano allora nella zecca nostra, [I[grossi]I], [I[soldini]I], [I[parvuli]I] e [I[tornesi]I], avrebbe facilmente condotto a riconoscere, nei pezzi che frappoco esamineremo, il tornese, stante la necessaria esclusione da quella nomenclatura degli altri nummi che appartengono alle tre prime classi e che troppo son conosciuti. Ma nullameno è officio di coscienzioso scrittore l'attribuire la priorità d'una scoperta in qualsivoglia ramo del sapere a cui veramente essa spetta, ed io devo riconoscere ne' dotti studii del Cumano la prima determinazione della per lo avanti incerta moneta.
Il ritrovamento, di cui toccai più sopra, fu di una massa considerevole di que' piccoli nummi recanti intorno al simbolo di S. Marco la leggenda [I[Vexillifer Venetiarum]I], frammisti a tornesi di Francia e ad altri de' principi d'Acaja e dei duchi di Atene, somigliantissimi nel tipo ai nostri e alla loro volta imitati da' francesi, de' quali ultimi tutt'i rinvenuti nello scavo spettano, a quanto pare, a Lodovico IX il santo, che regnò dal 1226 fino al 1270. Alla qual'epoca appartengono i tornesi, che vi si trovarono frammisti, di Guglielmo II de Villehardouin duca d'Acaja e di Guido de la Roche duca d'Atene, che co' nomi de' loro successori si continuarono a stampare in Atene fino a verso il 1310, ed in Acaja (Chiarenza) fino a verso il 1346 in cui il principe Roberto fu assunto alla dignità d'Imperatore.
"Ed appunto verso quest'epoca, dice il Cumano, i commercii di Chiarenza, città capitale del principato d'Acaja, fiorivano per modo che le monete che vi si battevano non soltanto godevano universale favore, ma erano adottate e riconosciute pei traffici col Levante da tutte le città mercantili e dalla Repubblica di Venezia. Cessato avendo verso il 1350 la zecca di Chiarenza, è verosimile che i Veneziani, visto il favore che vi godevano i tornesi, abbiano dato fuori pel Levante e principalmente per la Morea monetine di disegno analogo e di valore eguale all'antico, conservando loro lo stesso nome di [I[tornesi]I] o [I[torneselli]I]."
A determinare pertanto il valore di questa moneta ne' secoli di cui ci occupiamo, molto opportunamente soccorre un passo di Francesco Balducci Pegolotti, scrittore toscano che fiorì intorno al 1335, la cui [I[Pratica della mercatura]I], opera stupenda per la storia dell'economia nel medio evo, forma il terzo volume della raccolta di Gianfrancesco Pagnini [I[Della Decima e delle altre gravezze del comune di Firenze]I], Lisbona (Firenze) e Lucca, 1776. Ecco il passo del Pegolotti:
[I[ In Chiarenza (]I]Acaja[I[) e per tutta la Morea vanno a perpero (]I]iperpero[I[) sterlini 20. E gli sterlini non vi si vendono né vi si veggiono (]I]cioè sono moneta meramente ideale[I[), ma spendonvisi torneselli piccioli che sono di liga d'once 2 e 1/2 di argento fino per libbra ed entrano per libbra soldi 33, denari 4 a conto. E ogni denari 4 de' detti tornesi piccioli si contano per uno sterlino; e gli tre sterlini un grosso veneziano di zecca di Vinegia, e gli 7 grossi un pipero (]I]iperpero[I[). La moneta di Chiarenza chiamasi tornisella picciola.]I]
Da questo importantissimo passo del Pegolotti rileviamo agevolmente il titolo e il valore de' tornesi. Quanto al primo, avendovi in una libbra d'argento once 2 e 1/2 di fino cioè k. 360, avremo in una marca di fino k. 240 e di peggio k. 912. Quanto al valore, è non meno agevole determinarlo. Se l'iperpero equivale a 20 sterlini, e lo sterlino a 4 tornesi, 80 tornesi formeranno l'iperpero. Lo sterlino corrisponde altresì ad un terzo del grosso veneziano, dunque il tornese si raggualierà ad 1/12 del detto grosso. Sappiamo che dalla metà del secolo XIV in poi il grosso si valutò 4 soldi di nostra moneta, cioè 48 bagattini; perciò lo sterlino uguagliava 16 bagattini, e 4 bagattini il tornese. A questo titolo ed a questo valore corrispondono infatti i nummi di cui ci occupiamo.
Quando ne impresero i Veneziani lo stampo? Vedemmo come il Cumano saviamente opini che incominciassero al cessare la zecca di Chiarenza. Gli è vero però che in più antiche memorie ne troviamo menzione. Si cita infatti la terminazione del 1287 contenente provvedimenti qui fatti e discipline pe' cambiatori di tornesi; si cita il viaggio di Marco Polo, scritto da Rusticiano da Pisa nel 1298, al capitolo XV della Parte II (p. 90-91 della mia edizione), dove parlandosi della banca fondata da Cubilai Caan a Cambaluc (Pechino) vi si nominano gli assegnati del valore di [I[mezzo tornesello]I], di un [I[tornesello]I] ecc. Io però credo non per altro citarvisi questa moneta se non per la voga grandissima ch'ebbe in Oriente nel secolo XIII messavi in corso da' Francesi per le loro colonie. Ma il primo tornese veneziano effettivamente esistente è quello di Andrea Dandolo. Passiamo senz'altro alla descrizione di queste monete.
Sono piccoli nummi di lega al titolo suindicato, varianti nel peso da k. 2. 3 a k. 3. 2, del diametro di circa m. 0,015. Nel campo del diritto offrono una piccola croce chiusa da un cerchietto oltre cui sta il nome del doge. Nel rovescio il leone alato accosciato sulle zampe posteriori, e più tardi il S. Marco in soldo parimente chiuso da un cerchietto, ed oltr'esso la leggenda + VEXILIFER VENETIAR. Vedremo tuttavolta questo tipo variare nel secolo XV dopo la ducea di Tommaso Mocenigo. Seguiamo ora la serie cronologica de' dogi de' quali si conoscono i tornesi, o de' quali si hanno fondamenti per sospettarne la esistenza.
[I[Andrea Dandolo]I]. Un solo esemplare del tornesello di questo doge rinvenne il Culmino fra' trovati in Morea. Non posso peraltro accordami con quest'erudito nell'assegnare ch'ei fa ad epoca più antica il tornese che ha dalle due parti ripetuto il rovescio, nella qual moneta non saprei ravvisare che un inconcludente capriccio dello zecchiere.
[I[Marino Falier]I]. Del Falier non si conosce il tornese, né abbiamo alcuna memoria di zecca per crederlo veramente coniato.
[I[Giovanni Gradenigo]I]. Due tornesi ne trovò il Cumano; come di
[I[Giovanni Dolfin]I], uno solo.
[I[Lorenzo Celsi]I], gliene offrì 6 esemplari.
[I[Marco Corner]I]. Prima dello scavo 1849, che diede 10 tornesi di questo doge, si credeva egli il primo che avesse battuto questa moneta, e ciò sulla fede del Carli (vol. I p. 414) che la descrisse com'esistente a' suoi giorni presso Gaspare Negri vescovo di Parenzo. Lo Zon riportandola, sull'autorità stessa (p. 34), osserva a tutta ragione questo fatto, che il tipo de' tornesi anticipò la riforma della rappresentazione del S. Marco eseguita poi nel soldo o marchetto di Andrea Contarini, quando si tralasciò il disegno, introdotto trentasei anni innanzi, del leone in piedi, senz'ali, col nimbo intorno al capo e collo stendardo, per sostituirvi quello che portò il nome di [I[S. Marco in soldo]I], dalla prima moneta [I[della metropoli]I] su cui fu improntato.
[I[Andrea Contarini]I]. Sotto il costui ducato trovo nel Capitolare delle [I[Broche]I] le più antiche prove che i tornesi si battevano nella zecca veneta. Una terminazione del M. C. concede il 24 agosto 1376 il permesso di recarsi ad Alessandria ad un Filippo Bon [I[scriba ad tornesellos]I]. Il 23 maggio 1377 si accresce il salario agli [I[ourerij dei torneselli]I]; il 27 agosto successivo si permette d'assentarsi ad un Dionisio Maser [I[scriuan ai torneselli]I], e il 16 settembre 1381 si diminuisce lo stipendio del pesatore [I[ad tornesellos]I]. Men rara delle precedenti è questa moneta del Contarini, ch'esisteva già nelle collezioni Gradenigo, Correr ed alla Marciana, e di cui il Cumano rinvenne circa 100 esemplari con qualche varietà.
[I[Michele Morosini]I]. Se ne trovarono nello scavo 1849 due esemplari.
[I[Antonio Venier]I]. Il tornesello di questo doge era anche per lo passato non difficile a rinvenirsi. Due esemplari n'erano nella raccolta Gradenigo, altro ne citava il Carli (vol. I p. 415) dandone il disegno nella Tav. IX n. 8, due ne ha la Marciana, 4 il Museo Correr. Il Cumano ne trovò intorno a quattro centinaja. Il Capitolare delle [I[Broche]I] riporta una terminazione presa il 13 gennajo 1384 ([I[more veneto]I], cioè 1385) in Pregadi che decreta [I[emi argentum et rame et alia necessaria, et fieri torneselos. Factis quoque et habitis per provisores dictis torneselis, debeant subito, sicut habebunt ipsos, ordinate dare et consignare dictos torneselos camerariis nostri comunis, qui camerarii teneantur et debeant recipere et conservare dictos torneselos ac scribere per ordinem et distincte receptionem ipsorum sicut faciunt alios introitus nostri comunis, de quibus quidem tornesellis dominium nostrum disponere debeat prout pro nostro comuni melius et utilius apparebit]I].
Un'altra terminazione, pure del Senato, sancita il 25 del mese stesso così stabilisce: [I[Quod in Cecha nostra cuduntur Marchae XII. milia tornesellorum annuatim pro quibus comune nostrum recipit de utililate ad summam IIII.m. Vadit pars pro comodo et bono agendorum nostrorum quod istae marchae XII.m., sicut cudentur de tempore, ponantur apud provisores nostri Comunis. Quae marchae XII.m. ascendunt ad summam ducatorurn XIIII.m]I]. Dalle quali parole rileviamo qual ingente massa di torneselli si monetasse sotto il doge Venier. E finalmente nel 1394 leggiamo in una parte del M. C. il nome de' coniatori di queste e delle altre monete d'argento della Repubblica… [I[Laurentio et Marcho fratribus Bernardi Sexto intajatoribus feramentorum monetae qui operantur pro faciendis grossis, soldinis, parvulis et tornesis]I].
[I[Michele Steno]I]. L'unico esemplare da me veduto di questo tornesello è quello conservato nella Raccolta Correr. Altro ne troviamo citato com'esistente nella collezione Gradenigo (Zanetti II, 176 n. 76). Il Cumano ne trovò 8 altri. Non mancano sotto questo doge memorie della loro fabbrica nella zecca nostra. Infatti occorre in una terminazione del Senato 25 settembre 1404 il [I[massarius tornesiorum]I], e in altra del M. C. 18 marzo 1410 si ricorda [I[Jacobellus Nigro scriba ad officium monetae tornesellorum]I].
[I[Tommaso Mocenigo]I]. La massa di queste monete che venne in proprietà del Cumano non aveva che due esemplari col nome di lui. Certo è tuttavia che sotto la sua ducea non fu la nostra zecca nel loro stampo meno operosa di quello che lo sia stata sotto il Venier, perché dal Capitolare delle [I[Broche]I] sappiamo che, già soppresso nel 1404 il massaro ai torneselli, fu nuovamente restituita quella carica il 30 aprile 1416, non però coll'antico nome, ma aggiungendo un terzo massaro ai due dell'argento. Forse il tesoretto scoperto nel 1849 in Morea fu occultato sotterra negli anni in cui visse questo doge, perché non vi si rinvennero monete d'epoca a lui posteriore.
[I[Francesco Foscari]I]. La esistenza del tornese di questo doge, quantunque finora sconosciuta a' numismatici come pure di quello di alcuni de' suoi successori, è provata da documenti e perfino da' pezzi stessi che si trovano, comeché assai rari, nelle nostre raccolte. Nel più volte citato Capitolare delle [I[Broche]I] si ordina il 20 decembre 1424 la provvista di [I[rame per far tornesi e pizoli da Venesia]I]. E che siansi effettivamente eseguiti lo prova quel nummolo di biglione mal conservato che dalla collezione Pasqualigo passò alla Marciana, del peso di k. 2 poco meno, atteso il suo cattivo stato, che reca il tipo de' precedenti, mutato però nella leggenda che in luogo d'essere la ordinaria VEXILIFER VENETIAR. è questa + S . MARCVS . VENETI. Lo Zon l'aveva erroneamente preso per un [I[mezzo soldo]I].
[I[Pasquale Malipiero, Cristoforo Moro, Nicolò Tron, Nicolò Marcello, Pietro Mocenigo, Andrea Vendramin]I]. Sotto questi dogi non trovo menzione alcuna de' tornesi, né conosco alcuna loro moneta alla quale si possa applicare quel nome. Forse ai bisogni de' sudditi veneti nel Levante era sufficiente la enorme massa coniatane dai loro predecessori. Certo è che nel 1476 abbondavano ancora in quelle colonie, se alcuni speculatori genovesi aveano formato il progetto di ritirarne una somma di diecimila da Candia per indi estrarne l'argento; il che venuto a cognizione della Signoria di Venezia, fu spedito ordine dal Consiglio de' Dieci al residente di Candia, il 29 maggio dell'anno stesso, che impedisse si esportassero da quell'isola [I[turnesios Levantis]I].
[I[Giovanni Mocenigo, Marco Barbarigo]I]. Nemmeno sotto il governo di questi due dogi hassi memoria che si coniassero tornesi.
[I[Agostino Barbarigo]I]. Il 28 agosto 1487 il C. X. stanziava la legge seguente: [I[Che j ourieri de qua in auanti abino marchetti quatro per marcha de tornexi si come j aueano da prima]I]. Ecco dunque ripreso in quell'anno lo stampo dell'abbandonata moneta. E quattr'anni dopo andava a parte la terminazione seguente:
[I[ 1491, 13 lujo, in C. X. cum Add.]I]
[I[ . . . E simelmente sia fato di tornexi ala suma e valor de ducati zentozinquanta per la cità de Modon, de quali el populo e i zitadiny patiscono massima nesessita, e le monede nesessarie per i aiti tornexi da esser fati siano tegnude per la zita de Modon.]I]
Il nome di tornesi deve spettare a quelle monetine d'Agostino Barbarigo, del peso di k. 2. 2 o poco meno, del diametro di m. 0,011, battute in biglione, che recano dall'un de' lati il nome del doge che gira intorno ad una croce, qualche volta chiusa da cerchietto, e al rovescio offrono il consueto S. Marco in gazzetta pur chiuso da cerchio oltre cui la leggenda + S . MARCVS . VENETI. Degli esemplari che ne ho veduti, quasi tutti della più bella conservazione, uno esiste nella Marciane, 3 nella Raccolta Correr, 1 nell'I. R. Gabinetto Numismatico di Milano, ed un altro finalmente nel medagliere dell'Ambrosiana colla epigrafe del rovescio variata così + SANCTVS. MARCVS. V.
[I[Leonardo Loredan]I]. L'ultima notizia che ho trovato di questa piccola moneta nelle memorie di zecca è la terminazione che segue:
[I[ 1505. 31 Mai, in C. X. cum Add.]I]
[I[ Quod auctoritate hujus Consilii captum et deliberatimi sit quod cudi debeant in Cecha nostra ad praesentem usque ad summam ducatorum mille tornesiorum, necessariorum pro fabricis locorum nostrorum partium Orientis, et quod dentur extra, sicut deliberabitur per Dominium nostrum cum Collegio, juxta opportunitatem locorum praedictorum.]I]
Se il tornese del Loredan è veramente la moneta di questo doge alla quale ho applicalo quel nome, siccome l'unica che mi parve corrispondervi pel suo titolo e pel suo peso, è notabile come se ne scostasse il tipo dai precedenti. Il peso degli esemplari che ne esaminai varia da k. 2 a k. 2. 2, il diametro è di m. 0,015. Offre nel campo del diritto la figura stante del doge che tiene il vessillo, e intorno a cui è la scritta . LEONAR . LAVREDAN .; il titolo DVX è in caratteri verticalmente disposti lungo l'asta; dietro al doge le sigle BM in alcuni esemplari, ed in altri AB. Nel rovescio il San Marco in soldo attorniato dalla consueta leggenda + . S . MARCVS . VENETI . è chiuso in un ornamento di perline quadrilobato. Due esemplari di questo nummo erano presso il Gradenigo (Zanetti vol. II, p. 184, n. 134 e 135), altro è nella Marciana proveniente dal Pasqualigo, due altri n'esistono nella Raccolta Correr.
[T5] Grossetto per navigare.
Governante ancora la Repubblica Agostino Barbarigo, un'altra moneta divideva co' tornesi il molto favore che da due secoli e mezzo aveano questi ultimi acquistato ne' Veneti possedimenti; vo' dire il [I[grossetto per navegar]I]. Il decreto che ne ordina lo stampo, essendo esso pure inedito, e fissando l'epoca di questo pezzo, che lo Zon attribuiva erroneamente al 1489 circa (p. 40), tengo non inutile il riportarlo;
[I[ 1498, die XVI, martii C. X. cum Add.]I]
[I[ Quod auctoritate hujus Consilii captum sit et ita concedatur licentia, civibus et mercatoribus nostris tantum, possendi ponere in Cecha nostra argenta ad summam in totum marcharum sex mille cuneandarum in grossetis ad rationem librarum XXXIII pro qualibet marcha, quae capiat numerum centum sexaginta quinque grossetorum, quae omnis pecunia sit pro navigando tantum. Stampa vero ipsorum grossetorum ex omnibus illis, quae per Capita ordinabuntur magistris stamparum habeant elligi et fieri sicut videbitur et ordinabitur per Serenissimum Principem Dominum nostrum et Capita hujus Consilij.]I]
Da questa terminazione del C. X. raccogliamo il valore ed il peso della moneta in discorso. Se infatti si voleva che ogni marca desse 33 lire, cioè 165 grossetti, ne segue che il valore d'ogni grossetto doveva esattamente rispondere a soldi quattro. E quanto al peso d'ogni pezzo, aveva ad equivalere necessariamente a k. 6. 3. 51/55. Ma la eccedente sproporzione del grossetto in confronto alla lira [I[moceniga]I], il cui peso si era stabilito nel 1484 di k. 32, lo fece ben presto salire al prezzo di soldi 5, o [I[mezzo marcello]I].
Il grassetto per navigare ha un diametro di m. 0,020 ed è affatto simile nel tipo del diritto alla lira moceniga, ma in proporzioni minori; offre cioè alla sinistra del riguardante la figura di S. Marco in piedi che porge al doge che gli sta dinanzi genuflesso il vessillo, lungo la cui asta è in lettere verticali scritto DVX; gira intorno alle due figure la leggenda S. M. VENETI = AVG. BARBADICO. Il rovescio invece è il medesimo del [I[marcello]I] di Pietro Mocenigo, in proporzioni parimente minori; reca cioè la imagine del Redentore con aureola alla greca e seduto in ricco trono, di prospetto, tenendo nella manca il Vangelo e benedicendo colla diritta. A' suoi lati le sigle IC e XC, e all'intorno la epigrafe GLORIA . TIBI . SOLI; nell'esergo le iniziali . I . P . di sconosciuto massaro.
Mal s'appose il Gradenigo nell'attribuire a questa non ovvia moneta il nome di mezzo matapane (Zanetti, vol. II, p. 181, n. 120). Ciò non dee farci meraviglia, perché il Gradenigo battezzò [I[matapani]I] tutt'i [I[marcelli]I]. Lo Zon lo chiamò del suo vero nome (p. 40), ma s'ingannò nel credere che andassero i grossetti a 34 lire per marca, invece di 33, e nel fissarne il peso in grani 27. 9/85.
Non però i soli tornesi ed i grossetti avevano buono spaccio in Levante, ma ed i soldini o marchetti, comunissima moneta battuta per aver corso nella dominante, moneta così generalmente nota che tengo ozioso il descriverla. E solo a provarne il corso, resosi in sul cadere del secolo XV universale in que' possedimenti oltremarini, riporterò la seguente terminazione:
[I[1493. 30 Aprilis, in C. X. cum Add.]I]
[I[ Quod satisfiat petitioni illustrissimi Domini Ducis Saxoniae ut in Cecha nostra ad nomen suum cudi possint marchæ C. argenti in marchetis nostris consuetae stampae pro expendendum ad minutum pro ista profectione sua et suorum ad Sanctum Sepulcrum, qui dentur Excellentiæ suæ.]I]
Tanta dunque era la voga delle monete veneziane in Oriente, che il duca di Sassonia le preferiva a tutte le altre nel muovere al viaggio di Terrasanta!
[T5] Ducato delle Galee.
Trovo nelle vecchie memorie di zecca menzione di un [I[ducato delle galee]I] da venete lire 6. 4, stampato in argento nel 1570. A quest'epoca non s'incontra veramente moneta alcuna di quel valore, ad eccezione del conosciutissimo [I[ducato d'argento]I] il cui stampo si decretò il 7 gennajo 1561 dal doge Girolamo Priuli. Ma in questo caso, perché dargli il titolo di [I[ducato delle galee]I], se lo sappiamo, dal tenore di quel decreto, espressamente battuto per i bisogni del commercio della metropoli?
Nemmeno può applicarsi quel nome alle [I[Giustine]I] che soglionsi chiamare [I[maggiori]I]. Il loro valore è chiaramente espresso nell'esergo del rovescio di tali pezzi in soldi 160, o lire 8, e non si concilia quindi col valore del [I[ducato delle galee]I].
In mezzo a tanta incertezza, sarei inclinato a ritenere in quelle memorie di zecca un abbaglio non difficile a ravvisare. Credo che non d'altra moneta vi si parli se non della [I[Giustina minore]I], propriamente detta [I[ducatone]I], recante nell'esergo del rovescio la cifra 124, che appunto corrisponde alle lire 6. 4. Quanto all'anno nel quale s'imprese a batterla, poté un malaccorto annotatore de' libri di zecca confonderne la origine con quella de' pezzi di lire 2, o soldi 40, improntati la prima volta nel 1571 dopo la battaglia delle Curzolari e recanti similmente la imagine di S. Giustina. Perché poi lo si chiamasse [I[delle galee]I], anche ciò è agevole a spiegarsi; non perché destinato a correre ne' possedimenti d'oltremare, o a stipendiare gli equipaggi della flotta, ma perché nel campo su cui spicca la figura di quella martire si volle effigiare il mare agitato e due [I[galee]I] che lo navigano, a ricordanza della grande vittoria navale a cui deve l'origine quel tipo nummario.
Dalle quali osservazioni mi giova conchiudere, non aversi da me trattato de' [I[ducati delle galee]I] fra le monete del Levante, sennonché per escluderli da questa serie a cui non devono appartenere.
[T5] Da 30 tornesi.
Dopo il tornesello di Leonardo Loredan, decretato colla terminazione del 1505 che ho riportala, troviamo bensì nelle memorie di zecca menzione di tornesi qui coniati per il Levante, per la flotta, per Candia, negli anni 1545 e 1548, nonché di bagattini per Corfù nel 1549; ma non saprei veramente a quali monete del doge Francesco Donà, che governò in quell'epoca, attribuire i nomi di [I[tornese]I] e di [I[bagattino per Corfù]I]. Forse quest'ultimo altro non era che il consueto bagattino per Venezia recante da un lato la croce, dall'altro il busto di S. Marco di prospetto; ma non oserei con pari asseveranza chiamar tornese il [I[sesino]I] che non equivaleva se non a mezzo dell'antico tornese, o a due bagattini, cioè [I[un sesto]I] di soldo onde trasse il nome.
Qui sorge però una domanda alla quale si potrebbe rispondere senza gittarsi nel vasto campo delle conghietture: - I tornesi conservarono sempre il primitivo valore di 4 bagattini? - I pezzi del secolo XVII che portano improntato quel nome mi obbligano a rispondere negativamente a questa domanda.
La mistura metallica che servì allo stampo di tali monete, coniate sotto il doge Antonio Priuli, che regnò dal 1618 al 1623, è di poco superiore nel fino a quella che il doge medesimo impiegò nella fabbrica de' soldoni, valutata a k. 54 fino per marca, o a peggio 1098. Avuto riguardo alla lieve eccedenza del titolo di pochi carati per marca, al peso de' nummi che verrò descrivendo, raffrontandolo con quello del soldone ch'era di k. 9. 4/5, e massime alle sigle I e IIII ricorrenti ne' pezzi da 15 e 60 tornesi, si riconosce facilmente che quelle sigle indicano i soldi veneziani a cui si ragguagliavano i pezzi stessi, di modo che un soldo equivalesse a 15 tornesi, essendo quindi il tornese dal primitivo valore di 4 bagattini calato a quello di 4/5 di un bagattino.
Nell'esporre pertanto a' lettori la serie de' pezzi multipli di questo minor tornese coniati dal Priuli, darò primamente luogo a quello da tornesi 30, perché ne esiste qualche raro esemplare colla iscrizione latina (che poi da lui e da uno de' suoi successori fu mutata in greca, forse per compiacere a' popoli fra cui si destinavano ad aver corso queste monete), eccedente il peso ordinario del pezzo.
[I[Primo tipo = Epigrafe latina]I]. I due esemplari che ne osservai nel Museo Correr, ottimamente conservati, hanno un diametro di m. 0,024 ed un peso di k. 18. 3. Il diritto porta all'ingiro la epigrafe * ANTONIVS. PRIOLVS. DVX. VENE. e nel mezzo fra un cerchio è l'altra TORNESI = TRENTA in due linee, sovra e sotto la quale campeggia una rosa fra due stelline. Il rovescio offre il leone di S. Marco, gradiente verso la sinistra dell'osservatore e ad esso di fronte un castello; nell'esergo ha parimente una rosa fra due stelline. La leggenda che gli gira all'intorno è SANCTVS. MARCVS.
[I[Secondo tipo = Epigrafe greca]I]. Ha comune col precedente il diametro, ma il peso n'è di un carato minore ne' migliori esemplari. Nel diritto la epigrafe del contorno è * [Gr[ANTONIOS O PRIOLOS DOUX]Gr] e quella del centro [Gr[TORNESIA TRIANTA]Gr], sopra cui tre stelline, e sotto una rosa fra due stelline. L'altro offre la rappresentazione del tipo precedente, e la epigrafe * [Gr[O AGIOS MARKOS]Gr], e nell'esergo due [Gr[L]Gr] intrecciate, l'una capovolta all'altra, fra due stelline. Anche sotto il doge Giovanni Corner I°. (1625 a 1629) si replicò lo stampo di questo pezzo che non è diverso da quello del Priuli se non per la epigrafe del diritto così necessariamente mutata [Gr[IOAN: KORNELIOS O DOUX]Gr], e per altre inconcludenti varietà nell'esergo del rovescio. Ma in peso questi nummi del Corner sono inferiori a quelli del Priuli, non avendoli io trovati, ne' meglio conservati esemplari, eccedere i k. 16. Questo secondo tipo occorre nelle raccolte assai più frequente del primo.
Ragguagliato il tornese a 4/5 del bagattino, il pezzo da 30 tornesi equivale ad una gazzetta.
[T5] Da 32 tornesi.
Non so che altri dogi, fuorché Antonio Priuli, abbiano coniata questa moneta, non ovvia a trovarsi. Il suo peso, in due begli esemplari che n'esaminai, uno alla Marciana e l'altro al Museo Correr, mi risultò di k. 18. 3. cioè pari al pezzo da 30 tornesi del primo tipo. Ma donde sorse mai così strano caso, che due monete di peso e titolo identici e d'epoca uguale, variino nel valore? Potrebb'egli ritenersi forse che la eccedenza nel pondo della moneta da 30 tornesi coll'iscrizione latina, avesse consigliato a sminuirla e a stampare i pezzi già preparati col valore di 32? Non oso decidere la intricata questione.
Il pezzo in discorso è simile a quello da 30 tornesi, secondo tipo, di Antonio Priuli, mutata semplicemente la iscrizione nel centro del diritto in *** = [Gr[TORNESIA]Gr] = [Gr[TRIANTA]Gr] = [Gr[DUO]Gr] = *.
[T5] Da 60 tornesi.
La somiglianza di tipo fra i nummi di cui ci occupiamo ed uno, stupendamente raro e, per quanto io mi sappia, sconosciuto a' numografi, ch'esiste nel Museo Correr, mi consiglia a dargli luogo nella serie presente. La lega è pari a quella de' precedenti pezzi, il diametro di m. 0,028, e il peso di k. 23. 3 che nel nummo appena coniato doveva essere ben maggiore. Il diritto offre verso il contorno la epigrafe * ANTONIVS . PRIOL . DEI . GRA . D, e nel mezzo fra un ornamento leggiadremente arabescato e diviso dalla leggenda del contorno mediante un cerchio di perline * = * VE * = NET . = sotto cui una linea formante l'esergo, nel campo del quale è la cifra . 4 . che indica i soldi corrispondenti a 60 tornesi. Similmente chiuso da cerchio di perline e da pari arabesco è il S. Marco in gazzetta del rovescio, verso il cui contorno gira la epigrafe * SANCTVS. MARCVS. VENET.
Molto è diverso il pezzo di pari valore del doge Giovanni Corner I.° Simile al suddescritto nel diametro, ha ne' suoi migliori esemplari il giusto peso di k. 32. Il diritto offre nei centro, sotto una rosa fra due stelline, la epigrafe [Gr[TORNES]Gr] . (ovvero [Gr[TORNESIA]Gr]) = [Gr[EXENTA]Gr], e sott'essa altra rosa; e all'ingiro oltre un cerchio di perline * [Gr[IOAN]Gr] (o IOAN) [Gr[KORNELIOS O DOUX]Gr]. Il rovescio è in proporzioni maggiori simile al pezzo da 30 tornesi, ma nell'esergo porta la cifra * IIII * esprimente la somma de' soldi veneziani che formano 60 tornesi. È pezzo di nessuna rarità.