[T1] V. TERRAFERMA VENETA.

Abbracciamo sotto questo nome i possedimenti della Repubblica Veneta nella penisola d'Italia, escludendone il Dogado che comprendeva le lagune del settentrione dell'Adriatico e i loro margini sul continente. Più esteso però era il nome d'ITALIA VENETA, in cui s'includeva anche la penisola d'Istria.

Le condizioni naturali e politiche di Venezia ne aveano fatto uno stato commerciale, e meglio necessitato a stendere le sue colonie marittime sull'Adriatico e sul Mediterraneo che non a dominare il continente italiano. Era bastevole una forza terrestre a proteggere i limiti dell'estuario dagli attacchi degli stati minori, i cui confini toccavano all'occidente quelli della Repubblica; e se Venezia fu grande e ricca a dismisura, allora soltanto lo fu quando i suoi possedimenti continentali si limitavano alle terre del Trevisano. La smania di dominare in Italia, pagata a troppo caro prezzo con guerre che per anni ed anni si rinnovarono a tutto svantaggio della potenza e del commercio de' Veneti, li mosse a dilatare i loro confini sino quasi alle porte di Milano, e ad occupare oltre Po varie castella delle marche ne' secoli XV e XVI. È d'altri libri ufficio, meglio che non del mio, il dimostrare come quella smania, fattasi ancora più ardente quando le scoperte de' Portoghesi e degli Spagnuoli sul cadere del quattrocento aprirono vie novelle a' commercii, e quando potenti nemici calati dalle Alpi e collegati ad altri stati italiani le contesero armata mano ogni palmo de' suoi territorii.

Come nelle province oltremarine, anche in quelle continentali inviava la Repubblica a reggerle patrizii investiti della carica di [I[podestà]I], e nelle città principali altri con titolo di [I[capitani]I] a cui s'annetteva la giurisdizione militare, questi e quelli mutati per solito ad anno. Ma conservava a' paesi, che le sue armi aveano occupati, i loro proprii statuti e ne temperava il rancore della perduta autonomia colla mitezza delle savie leggi, colla tenuità delle imposte, coll'iscriverne le più illustri famiglie nel patriziato dominante.

Allorché i Veneziani dilatarono le loro conquiste in Italia, sentirono la necessità di apportare tali modificazioni alla loro monetazione da renderla facile e gradita agli stati ove novellamente signoreggiavano. Quindi i marcelli e le lire mocenighe e gli scudi d'oro ebbero nel volger di pochi anni spaccio immenso nella Terraferma; ed è ben difficile che si scopra qualche tesoretto sepolto nella pianura padana i primi anni del secolo XVI ove non entrino in quantità considerevole i nummi nostri. Citerò fra gli altri un tesoretto scavato l'autunno 1849 ad Abbiategrasso, che pare aver formato il peculio di un milite di cui si rinvennero presso alle monete la spada ed un frontale di cavallo. Vi si contenevano uno scudo d'oro di Carlo VIII di Francia, varii [I[cavallotti]I] de' marchesi del Monferrato, di Saluzzo e di Lavagna, due pezzi d'argento di Solothurn e di Uri, molti pezzi minori di Francesco Sforza; e insieme ad essi 2 [I[marcelli]I] di Pietro ed 1 di Giovanni Mocenigo, altro di Andrea Vendramin, uno di Agostino Barbarigo ed uno di Leonardo Loredan, de' quali due ultimi dogi v'erano eziandio due [I[mocenighe]I]. È questa una prova di più al fatto già noto del favore che godeano in Italia le monete veneziane. Sennonché introducendosi, per le vie stesse ond'uscivano le nostre, le monete straniere negli stati della Repubblica, il C. X. bandiva il 23 marzo 1517 le monete di ogni specie di Saluzzo, del Monferrato, di Lucca, di Bologna e d'altri governi italiani, riputandole di pessima qualità. Pochi stati invero tennero più d'occhio i nummi usciti dalle zecche straniere di quello che fece la Repubblica Veneta gelosa del credito de' suoi proprii.

Ma non solamente i maggiori pezzi d'argento e quelli d'oro erano ricerchi nella Terraferma Veneziana, ma si faceva sentire il bisogno altresì de' piccoli spezzati, e fu più d'una volta conceduto alle singole città lo stampo di monete destinate al corso esclusivo in esse e ne' lor territorii, e queste sono le ultime di cui ho ad occuparmi nel presente lavoro.

Capitale della Marca Trivigiana sotto l'impero de' Franchi, Treviso ebbe ne' primi anni del secolo IX [I[corte]I] o palazzo imperiale, dove s'improntarono monete col nome e col monogramma di Carlomagno. Smembrata successivamente la Marca in piccoli territorii, altri signoreggiati da famiglie cospicue, altri reggentisi a repubblica, andarono restringendosi i confini del territorio rimasto soggetto alla città di Treviso, che di repubblica divenne feudo imperiale, e passò dagli Ezzelini ai Caminesi e quindi agli Scaligeri, che nel 1338 lo cedevano a Venezia in un trattato di pace. Oppressi poi i Veneziani dall'impeto de' Genovesi, rinunciavano nel 1381 Treviso a' duchi d'Austria che ristabilitavi l'abbandonata zecca vi batteano nuovamente monete. Ma occupata più tardi dai Carraresi, ricadeva nel 1389 ne' dominii della Repubblica.

La necessità in cui si trovò nel 1492 la città di minuti spezzati della moneta per sopperire a' bisogni della popolazione, la determinò a chiedere alla dominante la fabbrica di un bagattino pari a 1/12 di soldo, recante, oltre il simbolo del Vangelista, la imagine del patrono di quel comune, S. Liberale. E il Consiglio de' Dieci sanciva la seguente terminazione:

[I[ 1492. die 24 oct. in C. X. cum add.]I]

[I[Quod auctoritate hujus Consilii mandetur fieri in Cechanostra duc. centum bagatinorum ad sex pro marchetoad requisitionem fidelissimae civitatis nostrae Tarvisiide puro ramine ad illam stampam quam illa comunitasrequisivit. Videlicet ab uno latere cum impressione SanctiMarci in soldo et ab alio latere cum impressioneSancti Liberalis protectoris sui, cum ordine et mandatoquod de eis non possit expendi ultra valorem unius marchetipro vice; ut cum eis provideatur necessitati pauperumet expendantur in civitate et territorio Tarvisii.]I]

II bagattino coniato per Treviso nella veneta zecca è somigliantissimo a quelli che, intorno all'epoca stessa, si fecero per le città di Dalmazia, e con essi ha comune il metallo ch'è puro rame, o più frequentemente ottone. Il diametro n'è m. 0,017 e nel peso varia da k. 8 a k. 8. 2. Il diritto offre il patrono di Treviso in piedi, veduto di prospetto e che stringe nella destra una spada colla punta a terra e nella manca un'asta. All'ingiro è la epigrafe S. (ovvero SANCTVS in rari esemplari) LIBERALIS. TARVIXI, e a' suoi lati le sigle N e M, ad eccezione di pochi esemplari in cui non ricorrono. Il rovescio presenta il consueto S. Marco in soldo chiuso da una linea circolare ed attorniato dall'epigrafe +. S. MARCVS. VENETI.

Quanto al valore de' bagattini in discorso, sarebbe ozioso il ripetere ciò che ho già detto parlando di quelli cusi per le città dalmate, e a quella parte della mia operetta perciò rimando i lettori. Quanto poi alle sigle N e M, confesso che mi sono inesplicabili. Lo Zon, toccando di queste monete nel suo più volte citato trattato (p. 35), crederebbe spettassero a Nicolò Marcello che nel 1453 sedette podestà a Treviso, e il Gradenigo (Zanetti, vol. II p. 157 n. 6, 7, 8) è incerto se a lui veramente attribuirle o meglio a Nicolò Morosini che vi coprì quella carica nel 1417. Basta però confrontare queste monete colle altre che si hanno d'epoca certa di Traù e di Lesina, da me ricordate alle pagine 35 e 59, per convincersi della contemporaneità del loro stampo con quello del bagattino di Treviso. Arrogi che la terminazione 1492 or ora riportata non parla di nummi antecedentemente lavorati per quella città; arrogi il disegno e la forma delle lettere che accusa il declinare del secolo XV o il sorgere del successivo; e sarà necessario escludere dalle probabilità le ipotesi del Gradenigo e dello Zon. Reca però maraviglia che nel [I[Libro Reggimenti]I] non rinveniamo né fra i podestà né fra i capitani di Treviso, dal 1492 a tutto il secolo successivo ed anzi fino al 1684, alcun nome che concordi con quelle iniziali. Simili discrepanze fra le sigle impresse sulle monete e i nomi de' reggitori che pur doveano corrispondervi, ho rimarcato più addietro ne' bagattini di Spalato (p. 37). Né meglio saprei spiegare questo fatto che ritenendo qualche sbaglio o qualche ommissione ov'incorse il compilatore pazientissimo del [I[Libro Reggimenti]I].

Non è però questa la sola moneta che i nostri battessero per Treviso. Altra ve n'ebbe, quantunque non recante il nome né il patrono di quella città, in epoca più antica. Ad evitare pertanto inutili ripetizioni, ne diremo parlando delle monete di

Giovanni Brunacci, che nel 1744 pubblicava il suo erudito libretto [I[de re nummaria Patavinorum]I], precorrendo al maggior lavoro che il Verci inseriva sull'argomento medesimo nella grande collezione dello Zanetti, riporta documenti del secolo XI da' quali appare che in quell'epoca si conteggiava a Padova in moneta veneziana. Un istrumento fra gli altri del 1053 ivi eretto nomina i [I[solidos de Veneciarum moneta]I]. Anche ne' secoli successivi, quando la Repubblica Padovana, retta da' vicarii dell'impero, esercitava il diritto di zecca, la bontà de' nummi nostri li faceva ivi preferire a quelli d'ogni altro paese, non esclusi i patrii; ed è perciò che in un rotolo conservato nell'Archivio Comunale di Padova, recante la data 23 febbrajo 1287, un Palamede Scapultro confessa di aver ricevuto [I[solidos XLIII, et XVII denarios venetorum grossorum]I]. Ma nel secolo successivo, durante la signoria di que' da Carrara, spinta con alacrità singolare la operosità della zecca di Padova, vi cessò la voga delle monete venete, a cui sottentrarono le carraresi; le quali, perché mal rispondenti nel loro valore nominale all'intrinseco, bandivano i Veneziani da' loro stati, ove s'erano introdotte, colla terminazione seguente che trascrivo dal Capitolare delle [I[Broche]I], e che non è a mia cognizione sia stata ancor pubblicata.

[I[ 1378 (more Veneto cioè 1379) die 18 Januarii, in Rogatis.]I]

[I[ Cum in Padua fiat de novo quaedam moneta nova ad formam soldinorum nostrorum, quae moneta nova habet ab uno latere charium, et ab alia parte crucem, quae moneta nova est cum magna utilitate nostrorum inimicorum et damno terrae nostrae;]I]

[I[ Vadit pars, quod praedicta moneta nova in totum sit bannita de Venetiis, et de omnibus terris, locis, et civitatibus Communis Venetiarum, et insuper pro bono et commodo nostrorum civium et fidelium qui ad praesens reperirent apud se de dictis monetis, ut ex hoc non recipiant notabile damnum, ordinetur, quod assignetur eis terminus per totum mensem praesentem; videlicet cuilibet qui haberet de eis, quod possit dictas monetas usque ad dictum terminum portare ad officium monetae, ubi habebunt de qualibet marcha praedictarum solidos quatuordecim, existentibus ipsis monetis bonis de argento; et si essent de falsis, illas debeant incidere officiales nostri, et restituere illis quorum essent, sine aliqua poena. Elapso vero dicto termino, omnes quibus dictae monetae novae factae in Padua, vel carrarini novi vel veteres reperti fuerint, tam falsi quam boni, debeant perdere praedictas omnes, et tantundem pro poena: de qua poena non possit fieri gratia, donum, remissio, revocatio vel aliqua declaratio, aliquo modo vel ingenio, sub poena librarum mille pro quolibet ponente vel consentiente partem in contrarium. Et praedicta stridentur publice in locis solitis, et committantur omnibus officialibus nostris quibus commissa sunt negotia argenti et monetarum, habentibus ipsis officialibus partem suam solitam de poenis, ut habent de aliis sui officii.]I]

Allorché i nostri occuparono armata mano nel 1405 la città di Padova, le monete della dominante sottentrarono a quelle de' principi Carraresi. Nel 1443, ducante Francesco Foscari, il Senato decretava lo stampo di bagattini per Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza, di lega avente 1/2 marca di argento fino sopra 8 1/2 di rame, cioè a peggio 1088. A questa terminazione del 22 febbrajo, che recheremo più sotto, altra ne faceva succedere il 24 maggio dell'anno medesimo del tenore seguente:

+ [I[YHS. 1443. die 24 Magio, in Pregadi.]I]

[I[ Conziossiaché fosse prexo in questo Consejo che in la Cecha nostra sia fato di bagattini per Pergamo, Bressia, Verona, Vicenza, e niente sia expresso de Padoa, Trevixo et altre tere nostre;]I]

[I[ Vada parte che i masseri nostri de la moneda de l'arzento mandar debiano a Padoa, Trevixo e ale altre tere nostre da parte de tera et in la patria de Friul de bagatinj i qual vien spexi in li diti luogi, fati ala liga si chomo e prexo in questo Consejo.]I]

Bisogna quindi investigare quale fra le varie piccole monete che abbiamo del Foscari sia la contemplata dalla terminazione del Senato del 1443. Sappiamo che a quest'epoca una marca d'argento fino dava lire venete 31, e quindi la lira vi era rappresentata da un pezzetto d'argento del peso di grani 148. 2/3, il soldo da grani 7. 13/30 e il bagattino da 0,65 di grano. Siccome le monete ordinate da' suddetti decreti avevano per marca 1088 di peggio sopra 64 di fino, vi stava cioè il peso del rame a quello dell'argento come 17 a 1, così ogni singolo pezzo avente 0,65 di grano di argento dovea pesare nel suo complesso grani 11,05. E questo peso e questo titolo appariscono nelle monetine del Foscari che recano dall'un de' lati le iniziali F, F, D, V ([I[Franciscus Foscari Dux Venetiarum]I]) fra le braccia di una croce, e dall'altro il San Marco in gazzetta senza iscrizione.

Ma di un'altra moneta coniata per Padova trovo memorie ancor più precise sotto l'anno 1491 in una terminazione del C. X. che ne ordina lo stampo.

[I[ 1491. 31 Auosto, in C. X. cum Add.]I]

[I[ L'anderà parte che per autorità de questo Consejo sia preso et deliberà che in la Zecha nostra el sia chuniado per l'avegnir bagatini de la sorta e qualità mostrada adesso a questo Consejo, i quali vaiano 12 al soldo, i quali siano tuti de puro rame de eser spexi in Padoa e per lo Padoan destretto ala raxon predita de 12 al soldo, e siano fati con la imagine de Sam Marcho in forma de liom da uno lady e con una croxe dal altro, si come e sta conzeso a Veronesi. E chuniadi siano mandadiù ala camera nostra de Padoa ducati zento.]I]

La moneta di cui fa parola la presente terminazione, d'onde pare che siasi anche per lo innanzi battuta pe' Veronesi, è un pezzo di puro rame o di ottone, abbastanza facile a rinvenirsi, che reca il nome dell'allora regnante doge Agostino Barbarigo, o del costui successore Leonardo Loredan; moneta però che finora nessun numografo seppe spettare a Padova. Porta dall'un de' lati una croce ornata le uguali braccia di piccoli bisanti e contornata da un cerchio oltre il quale è la epigrafe AVG . BARBADICO . DVX, ovvero LEO . LAVREDAN . DVX . L'opposto lato presenta il sacro leone volto alla dritta del riguardante e che tiene colle zampe anteriori il vessillo. All'ingiro è la leggenda SANCTVS . MARCVS . VENETI . e fra le zampe del leone v'hanno varie sigle che qui riporto traendole da' varii esemplari ch'ebbi a vederne nella Raccolta Correr.

I pezzi di Agostino Barbarigo recano le iniziali A . F, Z . F . M,C. K, Z : R, M . B, M . L, e alcuni ne vanno senza. Di quelli delLoredan, altri portano . A . M ., altri mancano affatto di sigle.

Delle prime non sono agevoli ad interpretarsi che le due ultime, indicanti i nomi di Marco Bollani e di Leonardo Mocenigo, ambedue podestà a Padova, quegli nel 1498, questi nel 1500. Quelle su' pezzi del Loredan vanno spiegate col nome di Alvise Molin che fu rivestito di pari carica nel 1504. Le altre del Barbarigo non si accordano col nome d'alcun podestà di Padova né di Verona dal 1492 al 1501.

Che però in altri anni si desse mano allo stampo di queste monete da spendersi a Padova e nel suo territorio ce lo prova una terminazione del C. X. 19 dicembre 1498 che ordina una nuova fabbrica de' [I[soliti parvuli]I] per Padova che devon'essere quelli recanti le sigle M . B; come pure un'altra parte del consiglio stesso, 6 marzo 1503, decreta si stampino altri cento zecchini in [I[oboli ad solitam stampam]I] per quella città, che sono a mio credere i pezzi su cui leggiamo le iniziali di Alvise Molin.

II territorio vicentino è la seconda provincia che la Repubblica di Venezia acquistava in Terraferma. Fattisene padroni nel 1259 i Padovani, dopo la uccisione di Ezzelino da Romano, ne vennero spossessati il secolo successivo dagli Scaligeri che vi dominarono fino al 1387, in cui cadde in potere di Gian Galeazzo Visconti. Lo tennero i Visconti fino al 1403 in cui i Vicentini volontariamente si sottoposero a' nostri coll'assenso della duchessa vedova di Milano, la quale non potendo assicurarsi il possesso di quella provincia, invasa dai Carraresi signori di Padova e di Verona, volle piuttosto cederla a' Veneziani che a' suoi nemici.

Fino dal secolo XIII Vicenza ebbe diritto di zecca e v'improntò grossi col nome della città; grossi che recando l'aquila dell'impero germanico spettano certamente al governo de' vicarii imperiali. Ma i conquistatori che la occuparono poi le tolsero quel diritto, e la città ebbe a vicenda i nummi degli Scaligeri e dei Visconti, non senza che nel suo territorio abbondassero quelli de' Carraresi. Ma allorché i Veneziani se ne resero padroni, pensarono tosto ad introdurvi le loro monete, trovandosi nel Capitolare delle [I[Broche]I] la nota seguente sotto il 19 settembre 1404: [I[Quod pro moneta ordinata fieri pro Verona et Vicencia possit fieri expensa notata in cedula praesentibus introclusa]I]. Non siamo però in grado di determinare quale fosse questa prima moneta fatta battere per inviare alle due città subito dopo la loro occupazione operata da' nostri.

E nel 1405 una parte, presa in Collegio il 29 settembre, ricorda l'orafo Marco Sesto, a cui si aumenta il salario [I[pro intajando stampas monetarum Veronae et Vicenciae quae verberantur et cuniantur Veneciis]I].

Nel 1443 il 22 febbrajo un senatoconsulto, citato quando parlai delle monete di Padova, e che riporterò testualmente allorché ci occuperemo di quelle di Brescia, decretava lo stampo dei bagattini o piccoli a peggio 1088 anche per la città di Vicenza. Ho ivi pure determinato quale sia la moneta contemplata da quel decreto.

Nel 1498 il C. X. sanciva la seguente terminazione:

[I[ 1498. 30 Julii, in C. X.]I]

[I[ Fidelissima comunitas nostra Vicentiae supplicari fecit ut ei concedamus quod in Cecha nostra cudi faciamus denarios ad novem pro marcheto et ad tres pro marcheto, sortis et qualitatis quae videbitur Capitibus hujus Consilii. . . Captum sit quod cudantur in Cecha nostra ducati CCC bagattinorum pro hac civitate consuetae stampae, pro usu hujus civitatis.]I]

Giova ora osservare se a qualcuno dei piccoli spezzati di argento o di biglione del doge Agostino Barbarigo abbiano a riportarsi i pezzi battuti per Vicenza, da nove al marchetto e da tre al marchetto. E a ciò fare partiremo da un dato sicuro, dal prezzo cioè che aveva allora l'argento ragguardato nel maggior pezzo di quell'epoca, nella lira [I[moceniga]I], del valore di soldi 20 e del peso di k. 31. 2, a peggio 60 per marca. Ogni [I[moceniga]I] aveva perciò di fino grani 119. 251/288, e quindi il soldo vi era rappresentato da gr. 5. 19/20 di fino argento. È precisamente questo il peso dell'argento sceverato dalla sua lega ne' due piccoli marchetti che abbiamo di quel doge, l'uno col leone alato, l'altro col tipo della moceniga in tenuissime proporzioni. Quindi è che de' pezzi cusi per Vicenza il primo, ragguagliato ad 1/9 di soldo e perciò corrispondente a bagattini 1. 1/3, avrebbe a contenere di fino 0,66 di grano; il secondo, ragguagliato ad 1/3 del marchetto o a bagattini 4, avrebbe a contenere di fino gr. 1. 49/50.

Una terminazione del C. X. sancita pochi anni addietro reca qualche lume a tale intralciata questione:

[I[ 1489 (more veneto cioè 1490), 17 fevrer, in C. X. cum Add.]I]

[I[L'e deliberado per questo Consejo con la Zonta che ibagattini da 9 al soldo diebano tegnir charati 60 permarcha d'arzento fin; et de quatrini bianchi ala raxonde 3 al soldo deba tegnir d'arzento charati 180 per ogni. marcha.]I]

Rilevasi chiaramente da questa legge che ne' pezzi da 1/9 di soldo l'argento fino deve stare al peso totale come 60 a 1152, cioè come 5 a 96; in quelli da 1/3 di soldo come 180 a 1152, ovvero come 5 a 32. Dunque i primi che tengono di fino 0,66 di grano avrebbero a pesare gr. 12,67, e simile dovrebb'essere il peso de' secondi, ne' quali tuttavia l'argento sarebbe in tripla quantità, avrebbero cioè di fino gr. 1,98 e di peggio gr. 10,69. Devo però confessare che né l'una né l'altra di queste monete non vidi mai. Lo Zon, che tali spezzati toccava appena di volo (p. 47), crederebbe ravvisarle in que' pezzi del Barbarigo a cui più ragionevolmente ho applicato il nome di [I[tornesi]I]. V'hanno bensì de' tempi del Barbarigo due piccole monete, senza epigrafe alcuna, l'una delle quali di fino argento a peggio 60 circa recante da un lato il S. Marco in soldo, dall'altro la Vergine, piccolissima moneta e leggiadra, del peso di 3 soli grani, che quindi equivale al [I[bezzo]I] o al [I[mezzo soldo]I]; la seconda, recante da un lato lo stesso simbolo del Vangelista, e dall'altro una croce ornata di bisanti; del peso di grani 5 e di argento a circa peggio 300, in cui potrebbe ravvisarsi una varietà del [I[bezzo]I]. Ma le monete battute per Vicenza non saprei discernerle né in questo che tanto se ne scostano, né in altre dell'epoca del Barbarigo.

E inutile parimente è il cercarle fra' nummi improntati sotto la ducea del Loredan, durante la quale abbiamo memorie che pur si stampassero, perché la legge del C. X. 26 maggio 1503 decreta che si coniino altri 500 zecchini [I[bagattinorum ad 9 pro marcheto]I] da spedirsi a Vicenza.

Una delle più fervorose città italiane a stringere la lega lombarda, Verona si reggeva a comune quando venne segnata nel 1177 la pace di Venezia. Straziata prima dalle fazioni de' guelfi e de' ghibellini, più tardi tiranneggiata dal vicario imperiale Ezzelino da Romano, cadde in potere della famiglia Scaligera che per 127 anni la tenne, spogliatane poi da' Visconti di Milano che volontariamente offersero città e territorio alla Repubblica di Venezia, perché non avessero a cadere in mano di stranieri venuti di oltr'Alpe. Sennonché, prima che i Veneziani ne conseguissero il possesso, fu ricuperata dagli Scaligeri, e poco dopo occupata da' Carraresi di Padova, a' quali i Veneziani la tolsero per sempre nel 1405.

Il diritto di zecca che Verona esercitò sotto la dominazione de' Franchi, e poi durante il governo autonomo e quello degli Scaligeri e de' Visconti, le venne tolto da' Veneti, nella cui officina nummaria s'improntarono nel 1404 monete da spendere nel suo territorio combattuto allora, ma per diritto a Venezia spettante. Le due terminazioni 19 settembre 1404 e 29 settembre 1405, di cui ho riportato frammenti quando testé feci parola delle monete di Vicenza, ricordano pure le veronesi. Ma di quest'ultime ci offre nuove memorie il Capitolare delle [I[Broche]I] sotto il mese stesso di settembre 1404, col farci sapere che nella nostra zecca [I[la spexa dela moneda di Verona per una marcha]I] era di soldi 13; e che poscia venne cosi modificata che [I[i quatrini per Verona per una marcha non metando el chalo che xe m. 8. k. 4 per zentener de le marche]I], fosse di soldi 8 e denari 6, mentre [I[la spexa de' pizoli per Verona]I] non eccedesse i 7 soldi e 10 denari per marca. Ma queste monete che Verona ebbe comuni, almeno in una specie, con Vicenza, non abbiamo dati sicuri per distinguerle dalle monete ordinarie della dominante; e perciò riterrei aversi ad applicare il nome di [I[pizoli]I] al [I[denaro]I] cauceo del doge Steno, e al costui [I[tornese]I] quello di [I[quattrino]I].

Nel 1443 il senatoconsulto più volte citato dei 22 febbrajo decretava lo stampo di nuovi bagattini per la Terraferma Veneta, quindi eziandio per Verona. A quali nummi del Foscari abbia attribuirsi quel nome, ho già dimostrato parlando delle monete di Padova.

Nel 1493, ducante Agostino Barbarigo, domandavano i Veronesi alla Repubblica nuovo stampo di piccole monete per la loro città. Qui riporto la terminazione del C. X. che annuisce a quella ricerca:

[I[1493. 16 Martii; in C. X. cum Add.]I]

[I[ Concedendum est fidelissimae comunitati nostrae Veronae et universo territorio petentibus quod cudantur in Cecha nostra ducati CCCC quatrinorum ad tres pro marcheto et ducati CC obolorum ad novem pro marcheto sortis et charatatae alias concessa, propterea]I]

[I[ Vadit pars quod auctoritate hujus Consilii per Cecham nostram cudantur duc. CCCC quatrinorum et ducati CC obolorum.]I]

Ecco dunque ricorrere un'altra volta quelle introvabili monete da 3 e da 9 al soldo delle quali ci occupammo con qualche estensione allorché cadde non ha guari il discorso sopra simili pezzi che per Vicenza s'erano cusi. Non è però questa l'ultima memoria di monete qui battute per la città di Verona; rilevandosi dal tenore della terminazione 31 agosto 1491, riportata allorché si trattò delle monete di Padova, che bagattini simili a quelli che il C. X. decretava in quel giorno per Padova, s'erano già prima coniati per Verona, quantunque io abbia avvertito che le varie sigle ricorrenti su que' pezzi del doge Agostino Barbarigo non corrispondono alle iniziali de' podestà che rappresentarono la Repubblica gli ultimi anni del secolo decimoquinto a Verona. La qual città pochi anni dopo, assalita da prepotenti forze imperiali, veniva ceduta dal podestà veneziano Francesco Garzoni a' cittadini il 1.° giugno 1509, che aprivano le porte a Massimiliano che la resse fino al 1516 e v'improntò moneta col suo nome e co' suoi stemmi. Ma ritornata alla Repubblica, perdette la seconda volta il diritto di zecca.

Emancipata nel 936 dal grande Otone, entrò nella lega lombarda, e fu poi straziata da' partiti, tiranneggiata da' vicarii, e subì con pazienza impotente il giogo crudele di Enrico VII. Nel 1330 stanca delle lunghe oppressioni degli antichi signori, invocò la protezione di Giovanni re di Boemia e di Polonia, dal quale, per aver lui rotta la fede giurata, si emancipò di nuovo per darsi agli Scaligeri, donde passava con Bergamo pochi anni dopo a' Visconti. Governata sul cadere del secolo XIV da Pandolfo Malatesta e quindi un'altra volta da' signori di Milano, volle dedicarsi a Venezia; e il generale Francesco Carmagnola nel 1426 ne prese possesso in nome della Repubblica, che le mantenne i patrii statuti e fino al 1488 il [I[consiglio popolare]I].

Varii de' dominatori che successivamente ressero Brescia e il suo territorio vi esercitarono diritto di zecca, toltole poi dalla occupazione de' Veneti. Tuttavia nella zecca della metropoli s'improntarono monete per quella città prima del 1443 e dopo quell'anno, come appare dalla più volte citata terminazione del 22 febbrajo dell'anno medesimo, che qui riporto:

+ [I[YHS. 1442 (more veneto, o 1443) adi 22 Fevrer, in Pregadi.]I]

[I[ Cunziossiaché el faza per la Signoria nostra a questo tempo bexogno de factura de denari per ogni modo et via honesta; et in Cecha nostra del arzento altre volte se feva pizoli over bagatini per Bressia, Pergamo, Verona e Vicenza soto diverse stampe secondo el chorso di luogi; i qual bagatini tegniva marche 8 de rame e 1 de arzento; per che i diti bagatini son manchadi, al prexente alguna moneda del ducha di Millan chiamada sexini (i qual di sora sono bianchizadi e tuto el resto si e rame) a prexo corso per tuto el nostro teritorio dal Menzo in la; e sel fosse fato de i diti bagatini che tegnissino marche 8. 1/2 di rame e meza de arzento el nostro Chomun ne receverave grandissima utilitade e guadagno.]I]

[I[ L'anderà parte che i nostri masseri de la moneda del arzento debiano far far de i diti bagatini secondo le stampe uxade de Pergamo, Bressia, Verona, Vicenza e Veniexia, metando marcha meza de argento in marche 8. 1/2 di rame.]I]

Non è invero agevole il discernere fra le monete del Foscari, alle quali dee spettare il nome e il valore di bagattini, quelle coniate fra il 1423 e il 1443 per l'una o l'altra delle città ricordate da questa terminazione. Quanto poi alle cuse dopo quell'anno, credo aver provato nella parte del mio lavoro sacrata alle monete di Padova, aversi a riconoscere quei nuovi bagattini nelle monete che recano dall'un de' lati le iniziali del nome del Foscari fra le braccia di una croce, e dall'altro il S. Marco in soldo senza iscrizione.

La copia de' bagattini stampati in esecuzione del senatoconsulto 22 febbrajo 1443 è provata da un altro sancito il 23 novembre dell'anno stesso, che dice come s'era fatta nella zecca nostra [I[granda quantitade de pizoli per Bressia, Padova et altre tere]I]; e sembra anzi che le province di Terraferma ne fossero innondate se, nel 1451, il Senato ne sospendeva lo stampo:

[I[ 1451. adi 25 Settembre, in Pregadi.]I]

[I[ Chel sia comandado per autoritade de questoConsejo ai oficiali nostri dela Cecha che i nodebia piu far far pizoli di Bressia.]I]

Ma i bisogni della guerra, che rendono sempre necessaria la più operosa attività delle officine nummarie, indussero l'anno seguente il Senato ad abrogare questa terminazione coll'altra che qui riporto:

[I[ 1452. adi 29 Dezembrio, in Pregadi.]I]

[I[ Che la Cecha possa far stampir e chuniar pizoli dela stampa da Bressia, non ostante altri ordini over chomandamenti nostri ordenando in chontrario.]I]

Simili a quello cui ho attribuito il nome ed il valore di bagattino per la Terraferma, e più specialmente di [I[bagattino per Brescia]I], non ricorrono d'alcun doge dopo del Foscari. Abbiamo bensì memoria d'altre monete battute per quella città, conservataci dalla terminazione del C. X. 19 ottobre 1474 che bandisce i [I[quattrini duini da Bressa]I] e i[I[ pizolli uechi dal lion, le qual monede no se possino in alchuna parte del mondo spender]I]; e così pure di quattrini e sesini ivi spediti nel 1589 troveremo notizia nell'occuparci di quelle di Bergamo, comeché le monete bandite nel 1484 o le decretate nel 1589 non sappiamo discernere fra quelle destinate ad aver corso anche nella capitale della Repubblica.

Passata dal dominio de' re d'Italia a quello de' vescovi, Bergamo cominciò poi a reggersi sotto l'impero del terzo Otone con forma repubblicana. Costretta in seguito a ricevere vicarii imperiali, ed associatasi alle città conchiudenti la lega lombarda, si emancipava per oro nel 1286 da ogni supremazia dell'impero germanico e ritornava all'antica autonomia. Ma nel 1330 datasi a Giovanni di Lussemburgo re di Boemia e di Polonia, ebbe da lui leggi civili e criminali; ma poco dopo la occuparono a vicenda Visconti e Scaligeri. Venduta da una famiglia ottimate a Pandolfo Malatesta, fu a costui ripresa da' Milanesi; sennonché, ardendo la guerra fra il Visconte e Venezia, i Bergamaschi inviarono legati ad offerir la loro città alla Repubblica che nel 1428 ne prendeva possesso, contrastato in seguito dalle armi del duca Filippo Maria, ma inutilmente. Ne' torbidi anni in cui gli alleati di Cambray minacciavano la esistenza della Repubblica, Bergamo aprì le porte a' Francesi, per discacciarneli pochi anni dopo e far ritorno al mite governo de' Veneziani.

Nel secolo XIII, imperando Federico II, mentre la città era soggetta a' vicarii, s'improntavano a Bergamo monete col nome e colla imagine di quell'augusto e recanti le armi della città, un castello guernito di tre alte torri. Questi nummi argentei di Bergamo, che però stanno fuori del nostro campo perché battuti anzi la veneta dominazione, offrono un esempio di lega forse unico nella storia numismatica. Conciossiaché il fino argento in cui si vollero coniati si presenti in numerosi esemplari misto all'antimonio. Non si avendo però né della zecca di Bergamo, né d'altre zecche del mondo memoria alcuna che ricordi appositamente impiegato quel miscuglio stranissimo, crederei non ingannarmi nel ritenere che la difficoltà delle operazioni docimastiche, in un'epoca in cui poco si conosceva l'arte di appurare i metalli, lasciasse nella massa che si credeva di fino argento alcune porzioni di antimonio che nello stato naturale contenea l'argento medesimo.

La terminazione del Senato di Venezia 22 febbrajo 1443, riportata quando dissi delle monete di Brescia, ci prova che dal giorno della occupazione di Bergamo operata da' nostri fino a quello in cui fu sancita la detta legge s'erano già battute monete per quella città, le quali non è possibile discernere fra le altre improntate col nome del doge Foscari. Ma ravvisammo bensì fra queste, le comandate dal succitato senatoconsulto, allorché si toccò de' nummi cusi a Venezia per Brescia e per Padova.

Havvi però una moneta di rarità singolare, il cui solo esemplare a me noto si conserva nella Marciana, alla quale provenne dal Pasqualigo, espressamente battuta per Bergamo nel secolo XVI inoltrato, e recante il nome del doge Pasquale Cicogna. È un piccolo pezzo di biglione, del diametro di m. 0,0185 e del peso di k. 5 o poco meno; il cui diritto offre l'imagine stante di S. Marco che, volgendo il capo alla destra dell'osservatore, tiene con ambe le mani il Vangelo. Lo accerchia la epigrafe . S . M . V . PASC. CICON . DVX; e nell'esergo sotto la figura campeggia la cifra 4 fra due rose. Il rovescio presenta il Redentore veduto fino alle reni, di prospetto, e recante nella sinistra il globo e colla destra benedicente. Lo attornia questa leggenda VIA . VERITAS . ET . VITA; e nell'esergo il nome della città per cui fu cuso questo nummo, così abbreviato BERGO . e sott'esso una stellina.

È prezzo dell'opera soffermarci alcun poco a considerare la moneta presente, ch'è invero fra quelle stampate pei possedimenti veneti una delle più singolari. Quanto alla età, la determina chiaramente il nome del doge Cicogna che governò la Repubblica dal 18 agosto 1585 al 2 aprile 1595. Non ugualmente agevole è il verificare la occasione che ne dié motivo allo stampo, e così pure il nome, il titolo, il valore. Ciò nullameno le osservazioni che verrò esponendo gitteranno alcuna luce su questo punto tuttora incerto della patria numismatica.

Il coscienzioso Zon così ne scriveva a pag. 57 del suo trattato: [I[Nel 1589 vi ha un ordine per istampo di sesini o quattrini per Bergamo a peggio 550, siccome le gazzette, che sono forse quelli di grani 20 per ciascuno fatti sotto il doge Cicogna, col Salvatore e col motto: VIA VERITAS ET VITA, e BERGO, scritto nell'esergo]I]. Conoscitore della lealtà del mio illustre amico, e ammiratore della rara diligenza ch'egli poneva ne' suoi diletti studii numografici, non potei non andar molto maravigliato nel trovar le notizie date nel passo surriferito non conformi al vero; né saprei indovinare come lo Zon siasi questa volta lasciato trar in errore, forse dall'altrui autorità. Svolsi infatti ed esaminai accuratamente le terminazioni del Senato, a cui allora era affidata la direzione della zecca, non solo dell'anno 1589 ma di tutto il tempo in cui ducò il Cicogna, e non mi fu dato rinvenire quell'imaginario senatoconsulto. Vi rincontrai bensì diversi decreti de' Pregadi riguardanti le ingenti spese sostenute quell'anno e nel precedente per proseguire le fortificazioni di Bergamo e di Brescia, e l'unico ove m'imbattei in memorie di [I[quattrini]I] (non già di [I[sesini]I]) è quello di cui qui trascrivo la porzione che più interessa le nostre ricerche:

[I[ 1589. 25 Novembre. In Pregadi.]I]

[I[ . . . Quanto poi alla moneta minuta, et particolarmente dei quattrini, volemo che quei che si stamperanno in questa città siano spesi a 6 alla gazetta. Et acciocché questo ordine nostro habbia la sua debita et presta essecutione, siano da i Proueditori nostri in Cecca mandati in più volte a i Rettori nostri di Brescia de i danari ultimamente applicati alle fortezze per la fabrica di quel castello duc. tremille de quattrini, ed altrettanti a quei di Bergamo per pagar la maistranza alla fabrica di quella fortezza et altre persone che farà bisogno.]I]

Dal tenore di questo decreto chiaramente appare che si mandarono a Brescia ed a Bergamo somme considerevoli in piccoli pezzi da 6 alla gazzetta, cioè del valore di 4 bagattini ciascuno per gli stipendii degli operai impiegati nell'erezione di quelle fortezze. Perché dunque non potrebbesi ammettere che in tal circostanza una qualità particolare di quattrini, destinati ad inviarsi a Bergamo, s'improntasse col nome di quella città? Vi corrisponde l'epoca, semplicemente espressa col nome del doge allora regnante, vi corrisponde la cifra 4 indicante il valore del [I[quattrino]I], o 4 piccoli, pari ad un 1/6 di gazzetta, come vuole il decreto.

A determinare pertanto il titolo del metallo in cui la moneta di Bergamo si volle coniata, mi varrò di un computo da me altre volte adottato per precisare la quantità di fino che dev'esistere in un dato pezzo. E nel caso presente, prenderò a punto di partenza il notissimo [I[ducatone]I], detto oggi altramente [I[Giustina minore]I], il quale all'epoca del Cicogna si mantenne al prezzo di lire 6 e soldi 4, o soldi 124, cifra che reca nell'esergo del suo rovescio. Questo pezzo del peso di k. 134. 1/2 a peggio 60 conteneva perciò d'argento fino k. 127. 95/192; e v'era quindi il soldo rappresentato approssimativamente da un pezzetto d'argento del peso di k. 1. 1/35, e perciò il quattrino, pari ad 1/3 di soldo, dovea tenere di fino gr. 1. 12/35, o press'a poco gr. 1. 1/3. Sicché pesando il quattrino di Bergamo grani 20, avrebbe a contenere circa gr. 18. 2/3 di lega, andrebbe cioè al peggio approssimativo di k. 1075. Qual differenza fra questa cifra e quella di k. 550 che avea data lo Zon!

Dall'anno 1390, allorché Ravenna era sotto il dominio di que' da Polenta, fino al 1440 fu sede di un Veneto podestà, le cui attribuzioni non erano peraltro maggiori di quelle di un semplice console, comeché il nome della carica suonasse una più lata giurisdizione. Quando nel 1440 la vecchia capitale dell'Esarcato si dedicò alla Repubblica, mandovvi questa un patrizio rivestito di ben più ampii poteri, insignito del doppio titolo di [I[podestà e capitano]I], mutantesi d'uno in altro anno. Circa settant'anni ne rimasero padroni i nostri, fino a che cioè, dopo un inutile assedio messole dalle truppe papali che fu valorosamente respinto da' difensori, ricadde nelle mani del Pontefice per trattato, dopo la rotta dell'Alviano a Ghiaradadda.

Due anni dopo la veneta occupazione, nel 1442, tolto a Ravenna il privilegio di zecca, che da dieci secoli esercitava, il Senato venne alla terminazione che qui trascrivo, per sopperire a' bisogni del minuto commercio di quella città:

+[I[ YHS. 1442, adj XVIII Luio. In Pregadi.]I]

[I[ Conziossiaché el sia prexo in questo Consejo ch'el sia fato dj bagatinj ala liga nuoua per letere nostre, e bona chossa sia etiamdio proueder ch'el sia fato dj quatrinj e mezj quatrini per Rauena ala liga e segondo la mostra dj dictj quatrinj fata per i masserj nostri dela moneda del arzento e mandada al proveditor nostro da Ravena, el qual l'alda che el sia facto dj dictj quatrini perché i piaxeno molto a i citadinj di Ravena;]I]

[I[ Vada parte che i masserj nostrj de la moneda del arzento debiano far far di quatrini e mezi quatrinj predicti ala liga e segondo la mostra per i predicti masseri facta.]I]

Avvegnaché la presente terminazione ricordi due diverse monete battute per Ravenna, cioè il [I[quattrino]I] o terza parte del soldo, e il [I[mezzo quattrino]I] o il sesto di soldo, una sola ne incontriamo nelle nostre raccolte, il cui peso e il cui titolo ci consigliano a tenerla il [I[quattrino]I]. Parlando sotto l'anno 1443 delle monete cuse per Padova, feci vedere come il soldo a quell'epoca fosse rappresentato da un pezzetto d'argento fino del peso approssimativo di grani 7. 1/2. Ora, risultando dall'assaggio la lega del nummolo ravennate al titolo 0,333, ed essendone il peso di grani 7. 1/2, esso equivale veramente ad 1/3 del soldo, cioè al quattrino.

Offre la rarissima moneta di cui ci occupiamo, da un lato il patrono di Ravenna, mezza figura, con insegne di vescovo e benedicente, veduto di prospetto, e intorno ad esso la epigrafe S . APOLI . RAVEN . Dall'altro il S. Marco in soldo chiuso da un cerchietto, oltre cui gira la leggenda + S . MARCVS . VENETI . N'è corretto il disegno, e il diametro è di m. 0,012.

Nel 1451 trovo nuovamente memoria de' quattrini per la Romagna, ne' quali non altra moneta saprei ravvisare che la or ora descritta:

[I[ 1451. adi ultimo Dezembrio. In Pregadi.]I]

[I[ I oficiali nostri dela moneda del arzento sia tegnudj e debiano far far da mo fin per tuto el mexe d'aprile prossimo de tempo in tempo, si chome al Colegio aparerà, ducati mille dj quatrini, qual se spenda in Romagna, ancora arquanto miorando ala stampa.]I]

Gli è fuor di dubbio che, se questo senatoconsulto ebbe esecuzione, si avrebbe dovuto trovare due varietà de' quattrini ravennati; ma finora me lo vietò la molta rarità di questi piccoli nummi, che mancano alla Raccolta Correr; e l'esemplare che ne vidi alla Marciana e qualche altro che trovasi in collezioni private, non mi esibirono che un solo tipo.

Tolta da' Veneziani nel 1404 ad Alberto d'Este marchese di Ferrara alleato de' Carraresi, Rovigo fu restituita da' nostri nel 1438 a Nicolò d'Este, per interposizione di papa Eugenio IV. Ma nelle guerre combattute da' Veneti contro il duca Ercole, fu da loro ripresa, e lor ne venne confermato il possesso nella pace del 1484. Dopo il 1509, fervendo la lotta contro gli alleati di Cambray, mutò spesso padrone, fino a che nel 1514 restò in perpetuo dominio della Repubblica.

La moneta che sola si conosce di Rovigo è di tipo simile alla precedente, benché migliorata nelle imagini ed accusante epoca più moderna. Il titolo n'è alcun poco inferiore, il peso è di k. 2. 1, per cui non temerei asserirla un [I[quattrino]I] di valore simile al ravennate. La leggenda del diritto, invece del nome di S. Apollinare, ha quello di S. Bellino patrono de' Rodigini, S . BELLI . RODIG .

L.I. Grotto dell'Ero nelle [I[Ricerche ed osservazioni]I] che stese intorno a questo santo [I[vescovo di Padova e protettore del Polesine]I] (Padova, 1843) sembra che ricordasse la moneta presente allorché scrisse: [I[Gli statuti di Rovigo (lib. III pag. 244) contengono una ducale di Agostino Barbarigo riportata anche dall'Orologio, del 1487, diretta ad ampliare ed ornare la chiesa depositaria delle terrene spoglie del martire, in onore del quale Rovigo nella sua dedizione alla Veneta Signoria del 1484 coniò una medaglia, ove leggeasi nella parte anteriore: S . BELL . RODIG . e nella posteriore: S . MARCVS . VENETI ]I].

Non mi fu dato rinvenire la legge che di questa moneta decreta lo stampo; ma il tipo si mostra degli ultimi anni del secolo XV, e prova che fu battuta durante la seconda occupazione di quella città, cioè dopo il 1484.

Vince questo nummo in rarità il ravennate. Il p. Basilio Terzi, goffo geologo e più goffo erudito, in una sua [I[Dissertazione sopra alcune monete inedite d'Italia]I], Padova, 1808 in 4.°, fu il primo a pubblicarlo, mentre il ravennate s'era già illustrato nella grande raccolta dell'Argelati (vol. III, pag. 123). Dice il Terzi che a' suoi giorni di questo di Rovigo si conoscevano tre esemplari. Ma non ebbi occasione di vederne io a' miei che un solo, quello conservato nel Museo Correr.

La illustrazione del nummo rodigino chiude in un tempo e la parte consacrata alle monete della Veneta Terraferma e l'intera operetta che offersi a quelli de' miei concittadini e de' forastieri che intendono con amore coscienzioso allo studio delle antichità veneziane. Il mio cammino è dunque fornito, e mi resta la dolce lusinga di averlo dischiuso e percorso recandovi quella luce di critica che bastasse a diradare molte dubbiezze che finora lo resero intralciato e posero agli eruditi, che pur si accingevano a batterlo, ostacoli insuperabili. Ma so bensì che le mie accurate indagini, i pazienti miei studii su' documenti e su' monumenti, non valsero a fugare tutte le ombre dell'incertezza. V'hanno de' punti infatti ove l'insorgere di qualche difficoltà, a distruggere la quale non bastarono le forze mie, mi costrinse ad indietreggiare per non gittarmi nel campo d'ipotesi soverchiamente avventate. E solo l'ipotesi che si presentava avvalorata da saldi puntelli fui talora obbligato ad accogliere, pronto a nuovamente piegare i miei raziocinii a fatti la cui esistenza, provata nell'avvenire, giovasse ad abbatterli.

Il seguente prospetto presenta nel metodo tabellare i risultati numerici delle mie ricerche, già esposte in più particolareggiata maniera in questo libretto. L'ordine progressivo delle monete che vi si trovano elencate è quello stesso che tenni nel tesserne la illustrazione. Ad ogni pezzo apposi l'epoca del suo stampo per servire agli studii dell'economista, rintracciante il vario valore de' metalli chiamati a fungere l'ufficio di simboli della ricchezza, nelle varie età. I pesi conservai in carati e grani della marca nostra, che avvertii simile alla marca di Colonia. Mi valsi, ad indicare i titoli dell'argento, della cifra esprimente i carati di lega ch'entravano in ciascuna marca di mistura da monetare; sicché il fino risulta ben facilmente detraendo da' 1152 carati componenti la marca la cifra notata nella tabella. Il valore è in lire venete, soldi e denari, a cui si ragguaglia ogni moneta considerata nell'epoca nella quale fu primamente improntata.

In sei differenti gradi ho stimato valutare la varia rarità delle monete registrale nel prospetto. Espressi con una C le più [I[comuni]I] a trovarsi, quelle di cui nessuna raccolta suol difettare. La lettera Q dinota le [I[quasi comuni]I], quelle cioè che s'incontrano con minor frequenza delle precedenti, non tale però da meritare d'esser classificate fra le [I[rare]I]. A queste ultime apposi il segno R; come indicai [I[doppiamente rare]I], R2, le mancanti d'ordinario alle collezioni, non già a quelle colossali che abbiamo a Venezia. Il grado di [I[somma rarità]I] è espresso dal segno R3, e in questa categoria entrano pur le monete di cui sono a mia notizia almeno due esemplari. I nummi invece di cui un solo esemplare è a me noto, o quelli la cui esistenza, quantunque da me non vedute, è constatata, assumono il segno R4. Se tuttavia io dovetti rimanermi incerto sulla esistenza effettiva di un pezzo, vi apposi il segno del [I[dubbio]I] (?).

[T5] Tavola sinottica delle monete de' Possedimenti Veneziani descritte ed illustrate in quest'opera.

Colonne 1 Nome della moneta 2 Epoca 3 Peso in k. 4 Peso in gr. 5 Titolo in peggio p. marca k. 6 Valore in lire ven. 7 Valore in soldi 8 Valore in denari 9 Grado di rarità

1 2 3 4 5 6 7 8 9 [Bo[I. DALMAZIA ED ALBANIA]Bo]. 1. Tornese di Dalmazia 1410 3 2 912 - - 4 R4 2. Liretta 1664 13 3. 1/2 350 1 - - Q 3. Da otto 1664 5 2. 1/5 350 - 8 - Q 4. Da quattro 1664 2 3. 1/10 350 - 4 - R 5. Gazzetta 1690 38 - rame - 2 - C 6. Gazzetta 1706 33 3. 9/17 rame - 2 - C 7. Gazzetta 1730 29 2. 2/13 rame - 2 - C 8. Soldo 1690 19 - rame - 1 - C 9. Soldo 1706 16 3. 13/17 rame - 1 - C 10. Soldo 1730 14 3. 1/13 rame - 1 - C 11. Leone Mocenigo di A. Mocenigo II. 1706 56 - 450 4 - - Q 12. Mezzo detto 1706 28 - 450 2 - - Q 13. Quarto detto 1706 14 - 450 1 - - Q 14. Ottavo detto 1706 7 - 450 - 10 - Q 15. Sedicesimo detto 1706 3 2 450 - 5 - ? 16. Galeazza di Alvise Pisani 1736 92 2. 2/3 144 7 6 8 Q 17. Mezza detta 1736 46 1. 1/3 144 3 13 4 Q 18. Quarto detta 1736 23 2/3 144 1 16 8 Q 19. Bagattino di Sebenico 1485 9 - rame o ottone - - 1 C 20. detto di Zara 1491 8 3 rame o ottone - - 1 R 21. detto di Traù 1492 9 2 rame o ottone - - 1 R2 22. detto di Spalato 1491 7 3 rame o ottone - - 1 Q 23. detto di Lesina 1493 7 2 rame o ottone - - 1 R3 24. Grossetto di Cattaro 1423 5 - 60 - 2 8 R3 25. detto 1627 ? - 238 - 2 8 R4 26. Mezzo Grossetto di Cattaro col S. Marco 1548 2 2 120 ? - 1 4 R2 27. detto col leone 1567 2 2 120 ? - 1 4 R3 28. detto collo stemma 1597 ? - ? - 1 4 R4 29. d. scemato nel titolo 1627 ? - 443 - 1 4 R4 30. Quattrino (?) di Cattaro senza lo stemma 1451 5 a 6 - 1092 ? - - 2 R2 31. detto collo stemma 1488 7 2 1092 ? - - 2 Q 32. Moneta colle iniziali Z e M 1638 8 3 1098 ? - 1 2 Q 33. Follare di Cattaro di peso eccedente 1485 20 3 rame - - 2/3 R4 34. Follare comune di Cattaro 1569 6 - rame - - 2/3 R 35. Grossetto di Scutari 1423 ? 5 - 60 - 2 8 R2 36. Bagattino di Antivari 1490 ? 6 3 rame - - 1 R [Bo[II. LEVANTE VENETO]Bo]. 37. Tornese di Andrea Dandolo 1350 ? 3 - 912 - - 4 R4 38. Tornese di Giovanni Gradenigo 1355 3 - 912 - - 4 R3 39. Tornese di Giovanni Dolfin 1356 3 - 912 - - 4 R4 40. Tornese di Lorenzo Celsi 1361 3 - 912 - - 4 R2 41. Tornese di Marco Corner 1365 3 - 912 - - 4 R 42. Tornese di Andrea Contarini 1368 3 - 912 - - 4 C 43. Tornese di Michele Morosini 1382 3 - 912 - - 4 R3 44. Tornese di Antonio Venier 1382 3 - 912 - - 4 C 45. Tornese di Michele Steno 1400 3 - 912 - - 4 R 46. Tornese di Tommaso Mocenigo 1414 3 - 912 - - 4 R3 47. Tornese di Francesco Foscari 1424 3 - 912 - - 4 R3 48. Tornese di Agostino Barbarigo 1487 2 2 912 - - 4 R 49. Tornese di Leonardo Loredan 1505 2 2 912 - - 4 R 50. Grossetto per navigare 1498 6 3.51/55 60 - 4 - R 51. Da 30 tornesi di Antonio Priuli 1618 18 3 1050 ? - 2 - R 52. Simile colla iscrizione greca 1618 17 3 1050 ? - 2 - Q 53. Simile di Giovanni Corner I 1625 16 - 1050 ? - 2 - Q 54. Da 32 tornesi di Antonio Priuli 1618 18 3 1050 ? - 2 1.3/5 R 55. Da 4 soldi dello stesso doge 1618 23 3 1050 ? - 4 - R4 56. Da 60 tornesi di Giovanni Corner I 1625 32 - 1050 ? - 4 - C 57. Da 15 tornesi dello stesso doge 1625 8 - 1050 ? - 1 - Q 58. Piastra di Francesco Contarini 1623 130 - 60 7 - - R4 59. Reale dello stesso doge 1623 130 - 60 7 - - R4 60. Reale di Francesco Erizzo 1645 ? - ? ? - - R4 61. Leone di Francesco Morosini 1688 131 - 300 6 16 - R2 62. Leone di Silvestro Valier 1694 131 - 300 6 16 - R 63. Leone di Giovanni Corner II 1709 131 - 300 6 16 - R2 64. Mezzo leone di Francesco Morosini 1688 65 2 300 3 8 - R4 65. Simile di Silvestro Valier 1694 65 2 300 3 8 - R2 66. Simile di Giovanni Corner II 1709 65 2 300 3 8 - R4 67. Quarto di leone di Francesco Morosini 1688 32 3 300 1 14 - R4 68. Quarto di leone di Silvestro Valier 1694 32 3 300 1 14 - R2 69. Quarto di leone di Giovanni Corner II 1709 32 3 300 1 14 - R4 70. Ottavo di leone di Francesco Morosini 1688 16 1.1/8 300 - 17 - R3 71. Gazzetta per le Isole e per l'Armata 1688 38 - rame - 2 - Q 72. Soldo simile 1688 19 - rame - 1 - Q 73. Gazzetta per l'Armata e la Morea 1688 38 - rame - 2 - Q 74. Soldo simile 1688 19 - rame - 1 - Q 75. Gazzetta per Corfù, Cefalonia e Zante 1730 29 2. 1/13 rame - 2 - Q 76. Soldo simile 1730 14 3. 1/13 rame - 1 - Q 77. Tallero di Francesco Loredan 1755 138 - 190 11 - - R 78. Mezzo tallero dello stesso doge 1755 69 - 190 5 10 - R2 79. Tallero di Marco Foscarini 1762 138 - 190 11 - - R2 80. Mezzo tallero dello stesso doge 1762 69 - 190 5 10 - R2 81. Tallero vecchio di Alvise Mocenigo IV. 1766 138 - 190 11 - - R2 82. Mezzo detto 1764 69 - 190 5 10 - R2 83. Quarto detto 1765 34 2 190 2 15 - R4 84. Tallero nuovo dello stesso doge 1768 138 - 190 10 - - Q 85. Simile di Paolo Renier 1779 138 - 190 11 - - C 86. Mezzo detto di Paolo Renier 1780 69 - 190 5 10 - C 87. Quarto detto 1780 34 2 190 2 15 - C 88. Ottavo detto 1780 17 1 190 1 7 6 C 89. Tallero nuovo di Lodovico Manin 1789 138 - 190 11 - - C 90. Mezzo detto 1789 69 - 190 5 10 - C 91. Quarto detto 1790 34 2 190 2 15 - C 92. Ottavo detto 1790 17 1 190 1 7 6 C [Bo[III. CANDIA]Bo]. 93. Soldini 2. 1/2 1632 25 - rame - - 8 C 94. Soldino 1632 10 - rame - - 3.1/5 C 95. Gazzetta doppia di Fr. Erizzo 1645 20? - 1098 - 4 - R4 96. Simile di Fr. Molin 1647 28 3 1098 - 4 - R3 97. Gazzetta dello stesso doge 1647 19 2.25/59 1098 - 2 - R2 98. Soldo dello stesso 1647 9 3.12/59 1098 - 1 - R2 99. Moneta Grimani 1648 25 - rame 1 - - R 100. Ossidionale da lire 10 1650 arb. - rame 10 - - R3 101. detta da lire 5 1650 arb. - rame 5 - - R2 102. Gazzetta 1658 34 - rame - 2 - C 103. Soldo 1658 17 - rame - 1 - C [Bo[IV. CIPRO]Bo]. 104. Carzia di Francesco Venier 1554 2 2 1060 - - 2 R3 105. Simile di Girolamo Priuli 1559 2 2 1060 - - 2 R3 106. Bisante ossidionale 1570 arb. - rame - ? ? C 107. Da X … [I[Aes argenti]I] 1571 14 - ? - ? ? R4 [Bo[V. TERRAFERMA VENETA]Bo]. 108. Bagattino di Treviso 1492 8 2 rame - - 1 R 109. detto di Padova ecc. 1443 2 3,05 1088 - - 1 Q 110. detto di Padova e Verona 1491 8 - rame - - 1 Q 111. Quattrino per Vicenza e Verona 1498 3 0,67 972 - - 4 R4 112. Obolo per Vicenza e Verona 1498 3 0,67 1092 - - 1.1/3 R4 113. Quattrino di Bergamo 1589 5 - 1075 - - 4 R4 114. detto di Ravenna 1442 1 3.1/2 768 - - 4 R2 115. detto di Rovigo 1442 2 1 768 - - 4 R3

Siccome nel corso della presente operetta ho riportato per esteso o in frammenti parecchi decreti che riguardano le monete di cui ho fatto cenno; e di que' decreti alcuni furono sanciti dal Maggior Consiglio, altri dalla Quarantia Civile, altri dal Senato, altri finalmente dal Consiglio de' Dieci, così reputo non ozioso l'accennare brevemente a quale delle varie magistrature della Repubblica spettasse nell'epoche diverse la direzione della zecca e il dovere d'invigilare la monetazione.

La zecca fu primamente affidata al Maggior Consiglio, il quale ne delegava sul declinare del secolo XIV (intorno al 1390) varie mansioni alla Quarantia Civile ed altre al Senato, a cui tutte poi si devolveano nel 1416. Nel 1468 sottentrava a' Pregadi il Consiglio de' Dieci, e a questo di bel nuovo nel 1582 il Senato. I decreti riguardanti la monetazione veneziana emanarono perciò dalle seguenti autorità:

Fino al 1390 —- M. C.

1390 a 1416 —- M. C., XL.ª, Pregadi.

1416 a 1468 —- Pregadi.

1468 a 1582 —- C. X.

1582 a 1797 —- Pregadi.

pag. 15. l. 2. invece di 360 [I[per marca]I], leggi 350 [I[per marca]I].

p. 26. l. 9. [I[L'Europa non ebbe altr'oro coniato da quello in fuori de' paesi occupati dagli Arabi]I]. S'aggiunga [I[e dell'impero greco]I]. Potrebbe oppormi taluno la esistenza del [I[soldo aureo]I] di Carlomagno, e più probabilmente di Carlo il Calvo, posseduto dall'illustre sig. F. De Saulcy a Metz, e trovato da pochi anni a Vesoul, il quale reca da un lato il monogramma di KAROLUS e dall'altro in due linee il nome della città di Usez, UCECIA. Non è però ignoto agli amatori e a' cultori della numismatica come la genuinità di quel singolarissimo nummo non sia ancora luminosamente provata. È vero che Gioacchino Lelewel che primo lo diede inciso, il De Saulcy e molti altri eruditi reputatissimi se ne fecero apologisti; ma anzi che si voglia con un fatto solo atterrare una catena di fatti è d'uopo lo si assoggetti alla critica più severa; e ciò è appunto ch'io credo non siasi ancora operato per diradare le dubbiezze che avvolgono l'unico pezzo d'oro de' Carolingi. Stimo inutile il ricordare come il raro medaglioncino parimente [I[aureo]I] che offre da un lato la imagine e il nome di Lodovico Pio e dall'altro la croce fra una corona, accerchiata dall'epigrafe MVNVS DIVINVM, sia per sentenza di tutt'i numografi escluso dalla serie delle monete e collocato in quelle delle medaglie.

p. 33. l. 4. invece di 1470 leggi 1490. ib. l. 24. invece di k. 8. 32 leggi k. 8. 3.

p. 53. l. 3. Alla serie de' rettori di Cattaro che improntarono quattrini del 2.° tipo si aggiungano i due seguenti:

P. V. Paolo Vallaresso, 1508 a 1510.

P. Z. Pietro Zen, 15l4 a 1516.

p. 74. l. 13. [I[È notabile come se ne scostasse il tipo dai precedenti]I]. Giova tuttavia avvertire che una monetina affatto simile a quella del Barbarigo alla quale ho applicato il nome di [I[tornese]I] esiste anche del Loredan, e non ne varia nel peso, né nel titolo. L'unica diversità consiste necessariamente nel nome del doge LEO . LAVREDAN . DVX . È quindi più probabile sia questo, e non l'altro pezzo, il ricercato tornese di questo doge.

p. 123. l. 8. [I[Vorrebbe il Pasqualigo che di questa donna ecc]I]. Le monete de' Lusignani, da noi rarissime ma delle quali ha una stupenda serie il R. Gabinetto di Torino, cominciano da Ugo II (III?) e seguono non interrottamente fino a Jacopo II marito della Corner, della quale non se n'ha alcuna. Il loro tipo, avvicinandosi alle monete di Francia, si discosta d'assai dalle bisantine.

Lo stesso R. Gabinetto di Torino possede un piccolo nummo di basso biglione al cui disegno si fa luogo nell'ultima delle tavole corredanti quest'opera. Offre dal diritto il leone rampante de' Lusignani attorniato dalle iniziali I, P, L, N; dal rovescio le lettere V E sopra una S nel mezzo del campo. Non ispettando esso a' Lusignani da' cui tipi molto si allontana, è probabilissimo siasi battuto da' Veneziani dopo la conquista dell'isola. Il suo peso ed il titolo ben si avvicinano alla [I[carzia]I], e le iniziali del diritto potrebbero indicare il nome e la carica di Girolamo Pesaro che sedette luogotenente in quel reame dai 1491 al 1493. [I[Jeronimus Pisauro Locumtenens Nicosiae]I], e le sigle del rovescio essere semplice abbreviatura di VENETVS. Devo la comunicazione di un calco di questo non conosciuto e curioso cimelio della zecca di Cipro al dotto cavaliere de Mas Latrie illustratore della storia de' re Lusignani.

p. 124. l. 26. [I[Offre il rovescio il leone di S. Marco in gazzetta]I]. Più attenta osservazione delle carzie di Cipro de' dogi Venier e Priuli mi conduce a verificare non essere effigiato sovr'esse il leone di S. Marco, sì bene un leone rampante verso sinistra, che sporge la lingua e la cui coda nell'incurvarsi s'ingrossa; sprovvisto oltrecciò delle ale, del sacro nimbo e del libro del Vangelo, e in quella vece similissimo al leone ricorrente nelle monete che abbiamo degli ultimi re Lusignani da Ugo IV sino a Jacopo II. La presenza del leone di Cipro su questo nummolo del Priuli fu già avvertita dal conservatore del R. Gabinetto di Torino ov'esso si custodisce, siccome moneta battuta per Cipro da' Veneziani, in un bell'esemplare sovra un cui calco, comunicatomi dal Mas Latrie, fu condotto l'esattissimo disegno che ne offro nelle tavole.

p. 132. l. ult., invece di TREVIXI leggi TARVIXI.

p. 140. l. quartultima, invece di [I[1/4 del marchetto]I] leggi [I[1/3 del marchetto]I].

p. 143. l. 21, invece di [I[potentibus]I] leggi [I[petentibus]I].

Allorché dissi de' tornesi che s'hanno di quasi tutti i dogi da Andrea Dandolo a Tommaso Mocenigo dopo il fortuito ritrovamento del 1849, non esposi le varie loro leggende. Supplisco all'involontaria mancanza, riportandole in questa nota quali mi vennero communicate dal dott. Costantino Cumano avventurosamente possessore di quella serie ricchissima:

+ IO . DELPhYNO . DVX

+ MIChL' MAVROC' DVX

. + . MIChAEL . STEN' . DVX

La iscrizione nel rovescio varia alcun poco nella ortografia ne' primi e negli ultimi tornesi; in quelli da Andrea Dandolo fino a Marco Corner leggendosi costantemente + VEXILIFER VENECIAR; negli altri da Andrea Contarini a Tommaso Mocenigo + VEXILIFER VENETIAR. È poi singolare la varietà ortografica di un tornese del Contarini nel cui diritto si legge + ANDR . 9T . A . R . D . V . X, e nel rovescio + VEXILIER VENETA ([I[sic]I]).


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