Chapter 9

Il quattrino a Ravenna e nelle Romagne valeva due denari piccioli della lira usata in quelle provincie come dimostra G. A. Zanetti, per cui il mezzo quattrino era uguale alla duecentoquarantesima parte della lira. Credo poterlo identificare in quella moneta esistente nel Museo di San Marco, che Lazari credette un tornese. Siccome più tardi si sono ritrovati degli esemplari del vero tornese di Francesco Foscari e di Cristoforo Moro, con la solita croce, non si può ammettere che la zecca abbia lasciato un tipo antico e popolare, come quello del tornese, per riprenderlo più tardi. Un esemplare meglio conservato, che da poco è stato acquistato dalla raccolta Bottacin, mi fa credere, tanto per l'aspetto quanto per il peso di circa 7 grani, ch'esso sia il mezzo quattrino desiderato.

Resta ancora da interpretare una singolare monetina assai comune, avente sul diritto una croce patente col nome del doge e sul rovescio un leoncino rampante e le sole lettere "S punto M". Essa è tanto tenue, tanto leggera, che riesce difficile a comprendersi come abbia potuto essere praticamente adoperata. Ne troviamo la spiegazione in un decreto dei Pregadi del 21 giugno 1446 (17), che abolisce l'antico modello deipiccolied ordina una nuova stampa, la cui scelta affida al Collegio, ma colla stessa lega e colla stessa bontà. Lo scopo di questo cambiamento era quello di liberarsi da molte falsificazioni che infestavano il paese, e, sebbene non sia espresso, è facile intendere che si tratta di quei piccoli scodellati, che si coniavano per Venezia e che avevano corso nel dogado e nei territori vicini di Padova e di Treviso. Infatti questi denaretti hanno lo stesso intrinseco e lo stesso peso dei precedenti denari scodellati, sebbene seguano la tendenza comune delle monete di quest'epoca, e cioè vadano insensibilmente scapitando nel peso, dacché si cercava di aumentare quant'era possibile il largo guadagno, che la fabbricazione recava al pubblico erario, essendo lo stato travagliato da bisogni sempre crescenti. Così finisce e scompare una delle più antiche monete veneziane, che era stata la prima base della nostra monetazione; ma il piccolo nummo chiamato a sostituirla era destinato a breve vita, perché la sua esiguità conduceva naturalmente ad adoprare il puro rame, come avvenne più tardi.

Nel 18 dicembre 1453 (18) il Senato ordina alla zecca di coniare colla massima sollecitudine, per la somma di 20.000 ducati,quattrinida 4 piccoli l'uno, i quali sieno spesi in tutto lo Stato, ad eccezione della città di Venezia, proibendo però di eccedere quella somma senza autorizzazione dello stesso Consiglio. Tali quattrini si trovano assai facilmente anche oggi, ed hanno sul diritto la croce col nome del doge e sul rovescio un leone rampante senza ali, che tiene nelle zampe anteriori la spada. Servivano utilmente per avere una comune moneta nei conteggi delle varie lire adoperate nella terra ferma veneziana, giacché a Padova ed a Treviso valevano quattro piccoli e con tre pezzi si aveva il soldo veneziano; a Verona ed a Vicenza il quattrino valeva tre denari di quella lira e quattro quattrini formavano un soldo veronese. La comodità di tali monete era tanto apprezzata che la Comunità di Verona nel 1493 (19), e quella di Vicenza nel 1498 (20) chiesero al Consiglio dei Dieci di far coniare in zecca quattrini da tre al marchetto ed oboli da nove al marchetto, per servire alle minute contrattazioni. A Brescia gli stessi quattrini avevano un valore doppio del bagattino o denaro locale, per cui si dicevanoquattrini-duini, nome che viene adoperato in un decreto del 29 agosto 1458, di cui parleremo più tardi, ed in un contratto conchiuso in Collegio (19 ottobre 1474) (21) per la vendita di monete fuori d'uso a certo Antonio Agostini, a cui restava vietato di spenderle, contratto ove sono specificati iquattrini duini da Brescia ed i pizzoli vecchi dal lion, le qual monede non se possino in alchuna parte del mondo spender.

Data così soddisfacente spiegazione di pressoché tutte le monete di bassa lega, che portano il nome di Francesco Foscari, una sola ci resta da chiarire, ed è quella lavorata accuratamente, che da un lato reca la testa del Santo Evangelista e dall'altro una croce accantonata da quattro punti triangolari, la quale esiste anche col nome di Tomaso Mocenigo, per cui ne ho già parlato nel capitolo che riguarda quel doge. Sia per l'epoca in cui fu introdotto questo tipo, sia per non poterlo ad altra regione attribuire, sospettai che questo denaro sia stato coniato per la provincia del Friuli, conquistata dai veneziani precisamente ai tempi di Tomaso Mocenigo. Il decreto 24 maggio 1442, riferito più sopra, ordina che iMasseri nostri della moneda de largento mandar debiano a padoa, trevixo e ale altre tere nostre da parte de tera et in la patria del friul di bagatini, i qual vien spesi in li diti luogi. Tale dizione sembra confermare che si coniassero anche pel Friuli bagattini di una stampa speciale, avendo quella provincia una monetazione differente da quella usata a Padova ed a Treviso: altrimenti il decreto avrebbe semplicemente ordinata la coniazione e la spedizione di un solo tipo di denari, sapendosi che la stessa lira era adoperata a Venezia, Padova e Treviso, e che alle monete speciali di Verona e Vicenza, di Brescia e Bergamo, erasi provveduto coll'altro decreto 22 febbraio 1441 (1442).

Così abbondanti e ripetute emissioni di monete scadenti, il cui pregio era di gran lunga inferiore al valore ed al ragguaglio colle principali d'oro e d'argento, recavano non pochi danni al commercio ed a tutti i cittadini, producendo, fra gli altri inconvenienti, anche quello di incoraggiare le imitazioni e le falsificazioni. In tale epoca ai volgari falsificatori, che sono e furono sempre, si aggiungevano alcuni principi e governi, i quali non avevano scrupolo di copiare i tipi più conosciuti e più pregiati e di riprodurli con lievi modificazioni in metallo scadente, ricavando non iscarso guadagno da tale disonesta operazione. Il ducato ed il grosso veneziano erano stati copiati in Italia ed in Levante, ma era ben più facile imitare piccole monetine di fabbricazione molto trascurata, approfittando della negligenza che si osserva nel pubblico di tutti i tempi, nelle cose di poco valore. Infatti il Senato si preoccupa dei piccoli falsi che infestano il paese, ordinando nel 7 maggio 1446 (22) a tutti i cittadini di presentarli alle autorità, per essere indennizzati del solo valore del rame, e chi avesse piccoli falsi e non li denunciasse deve perderli. Visto che gli altri rimedi non sono sufficienti ad estirpare il male, si decide di cambiare il tipo dei denari veneziani, come abbiamo raccontato più sopra, prescrivendo a tutti di portare agli ufficiali della zecca i piccoli della vecchia forma, per avere in cambio quelli nuovamente coniati (23). Pochi mesi dopo, 9 settembre 1446, si minacciano pene e multe a chi introduce monete false nello stato, con proibizione di far grazia, ed il decreto (24) parla principalmente di soldi e di piccoli. Finalmente nel 15 dicembre 1454 il Senato (25), trovando troppo miti e non adequate alla colpa le punizioni sino allora comminate, estende anche a quelli, che portano o fanno portare dall'estero monete false, le pene stabilite per i falsificatori, che non erano certamente leggere, giacché si trattava della perdita della mano destra e di tutti due gli occhi, oltre a multe gravissime, delle quali una parte era devoluta ai denunciatori.

Collo stesso scopo il Senato (28 agosto 1447) sancisce una legge (26) secondo la quale gli intagliatori della zecca devono essere cittadini originari di Venezia, per isfuggire il pericolo che i conî possano cadere nelle mani dei Signori forestieri, che imitano le monete veneziane, e poco tempo dopo (29 novembre 1447), essendo vacante il posto dell'intagliatore delle stampe delle monete d'argento, per la morte di Gerolamo Sesto, il Collegio prescrive (27) che la elezione debba farsi assieme dagli ufficiali della moneta dell'argento con quelli della moneta d'oro, tanto in questo caso, quanto in quello che mancasse il maestro delle stampe dell'oro.

Indipendentemente dalle falsificazioni, i danni causati da sì grande copia di moneta inferiore erano tanti e così manifesti, che il Senato più volte ne fu compreso e sospese la coniazione dell'uno o dell'altro genere di monetine, quando troppo si era abusato di questo ripiego finanziario. Ma si tornava a ricorrervi sotto la pressione delle necessità di una guerra lunga e dispendiosa, sostenuta da truppe di ventura, che smungeva le finanze dello Stato e le risorse del paese. Per esempio nel 23 novembre 1443, dopo segnata la pace, sperandosi tempi più tranquilli, si proibisce la coniazione di piccoli per Brescia, Padova ed altre terre (28) ma nel 13 marzo 1447, quando più urgente era il bisogno di denaro, si ordina ai massari dell'argento di fabbricare tremila marche di piccoli per Brescia, per ricavare 3500 ducati di utilità, che sono destinate agli armamenti (29). Nel 25 settembre 1451 si sospende nuovamente la fabbricazione di piccoli per Brescia (30), e nel 12 novembre successivo (31) si ordina alla zecca di far uscire in qualsiasi modo i piccoli di Brescia già pronti e che non si possono spedire costà per la proibizione fatta, consegnando il ricavato all'arsenale per provviste di guerra, ma nel 29 dicembre dello stesso anno si delibera la coniazione di 7000 ducati dipiccoli da Brescia, non ostante tutti gli ordini contrari (32). Nel 18 settembre 1453 il Senato proibisce agli ufficiali della zecca di coniarepiccoli da Venezia(33) sotto pena di 200 ducati di multa da infliggersi dagli Avogadori del Comune: tre giorni dopo, questo provvedimento viene sospeso per ordine della Signoria (34) finché sia completata la somma di 18,000 lire di tali denari decretata nel 22 agosto precedente (35), il cui ricavato doveva essere consegnato all'arsenale per l'armamento di cinquanta galere.

Giunte le cose a questo punto, vi si ingerisce il Maggior Consiglio, il quale in una legge del 16 marzo 1456 (36) osserva che nel tempo della guerra, e per le necessità delle terre e per le molte spese, furono ordinati e coniati nella zecca quattrini e piccoli di varia sorte, e si sono continuati a coniare anche dopo la pace, ed ora sono talmente moltiplicati che nella terraferma sembra che non vi sia altra moneta se non di rame, e comincia ad esserne infestata anche la città, ciò che è causa di questioni, di confusioni e di altri gravi inconvenienti. Per cui proibisce agli ufficiali della zecca di coniare quattrini o piccoli senza il permesso dello stesso Maggior Consiglio, minacciando la privazione dell'ufficio, pene pecuniarie e personali, agli ufficiali ed agli stampatori che contravvenissero a questi ordini.

Nel 20 febbraio successivo 1456 (1457) (37), essendovi circa 2500 marche di rame legato coll'argento giacente in zecca con danno del Comune, il Maggior Consiglio ordina di fabbricare quattrini con quella pasta e di adoperare in preparativi di guerra la utilità risultante, calcolata in 1500 ducati, e ciò solo per la materia esistente e non più, rimanendo ferme le disposizioni e le pene stabilite dal precedente decreto.

Con sifatti provvedimenti si chiude questo periodo importante della storia numismatica veneziana. Per lungo tempo non si coniarono più dalla nostra zecca monete di bassa lega, se non nella quantità strettamente necessaria ai bisogni.

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Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "F R A C punto F O S C A R I", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo punto T V spazio R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola XV, numero 1.

2. Varietà nel Dritto. "F R A C apostrofo punto F V S C A R I".

Grossone da 8 soldi. Argento, titolo 0,949 (peggio 60). Peso, grani veneti 59 e 45 centesimi (grammi 3,076).

3. Dritto. Il doge in piedi, volto a sinistra, tiene con ambe le mani l'asta di un'orifiamma ed è chiuso in un cerchio di perline, oltre il quale sporge la banderuola volta a destra "punto F R A N C I S C V S punto F O S C A R I spazio D V X".

Rovescio. San Marco di fronte, mezza figura, cinto il capo d'aureola, tiene il vangelo colla mano sinistra e colla destra benedice: un cerchio di perline divide dall'iscrizione "croce punto S A N C T V S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XV, numero 2.

4. Varietà. Dritto. Il doge in ginocchio, volto a sinistra, tiene con ambe le mani l'asta di un'orifiamma, la cui banderuola, volta a destra, divide l'iscrizione. Il diametro della moneta è minore e manca il cerchio di perline. "F R A N C I S C V S punto F O S C A R I punto punto punto V X punto".

Rovescio. San Marco di fronte, come sopra, manca il cerchio di perline.

Tavola XV, numero 3.

L'esemplare del Museo Correr, solo conosciuto, è bucato e consumato dall'uso, per cui non pesa che grani veneti 55 (grammi 2,846).

Grosso, o grossetto. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 30 e 92 centesimi (grammi 1,600), grani veneti 29 e 72 centesimi (grammi 1,538), legge 9 luglio 1429 e grani veneti 27 e 10 centesimi (grammi 1,402) legge 22 gennaio 1443-44.

5. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "F R A punto F O S C A R I", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I punto", nel campo, tra le figure e l'iscrizione, le iniziali del massaro.

Rovescio. Il Redentore in trono "croce T I B I spazio L A V S spazio 7 punto G L O R I A".

Tavola XV, numero 4.

Iniziali dei massari. "A P, B S, D I, D EZH CODA, F L, L G, L L, M corsivo B, OI L, M M, OI M, M P, N B, N C, N F, N f corsivo, P P, EZH capovolta B, EZH CODA EZH CODA".

6. Varietà nel Dritto. "F R A C punto F O S C A R I".

Mezzo Grosso (2 soldi). Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 14 e 86 centesimi (grammi 0,769).

7. Dritto. Il doge in piedi, volto a sinistra, tiene con ambe le mani un vessillo, la cui banderuola svolazza a destra "punto F R A punto F O S C spazio A R I punto D V X".

Rovescio. Marco di fronte, mezza figura con aureola, tiene il vangelo con la mano sinistra e colla destra benedice "punto S punto M A R C apostrofo spazio V E N E T I punto".

Tavola XV, numero 5.

Soldino. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 7 e 73 centesimi (grammi 0,400) e grani veneti 7 e 43 centesimi (grammi 0,384), legge 9 luglio 1429 e grani veneti 6 e 77 centesimi (grammi 0,350) legge 23 gennaio 1443-44.

8. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "F R A punto F O S C A spazio R I punto D V X punto", nel campo, dietro alla figura del doge, le iniziali del massaro una sopra l'altra.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, tiene colle anteriori il Vangelo: la iscrizione è qualche volta divisa da un leggero cerchietto, che manca completamente in altri esemplari "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XV, numero 6.

Iniziali dei massari. "B sopra S, D sopra I, E sopra P, F sopra L, F sopra OI, G sopra OI, K sopra Q, M sopra B, M corsivo sopra B, M cosrivo sopra B simmetrica, OI sopra L, M sopra M, M sopra P, OI sopra P, N sopra B, N corsivo sopra B, N sopra C, N sopra D, N sopra F, N corsivo sopra V, R sopra B, EZH capovolta sopra B, EZH capovolta sopra L, EZH CODA simmetrica sopra B, EZH CODA sopra EZH CODA".

Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,111 e 0,055 (peggio 1088). Peso, grani veneti 4 e 80 centesimi (grammi 0,248): scodellato.

9. Dritto. Croce in un cerchio "croce F R A C punto F O spazio D V X".

Rovescio. Croce in un cerchio "croce, S ruotata, spazio M A R C V, S ruotata".

Tavola XV, numero 7.

10. Varietà Dritto. "croce F R A punto F O punto D V X".

Rovescio. "croce punto, S ruotata, spazio M A R C V, S ruotata, punto".

Per la negligenza degli stampatori della zecca, ipiccolidi questo doge, come quelli di Michele Steno e Tomaso Mocenigo, sono talvolta incusi da un lato, tal altra mancano di ogni impressione sul rovescio.

Piccolo, o denaro, nuovo tipo. Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 4 e mezzo (grammi 0,232) circa.

11. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce punto F R A punto F O punto D V X punto".

Rovescio. Leone nimbato, senza ali, rampante a sinistra, nel campo "S punto spazio punto M".

Tavola XV, numero 8.

Quattrino per la terraferma (4 denari). Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 18 (grammi 0,931) circa.

12. Dritto. Croce patente, colle braccia divise longitudinalmente in tre comparti, quello di mezzo di perline, il tutto chiuso in un circolo, attorno "croce punto F R A punto F O S C A R I punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante, nimbato, senz'ali, che tiene la spada nella zampa destra anteriore, volgendosi a sinistra, chiuso in un circolo "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XV, numero 9.

13. Varietà nel Dritto. Croce colle estremità ornate di ricci, che somiglia a quella del numero 13.

Tavola XV, numero 10.

Quattrino per Ravenna (due piccioli). Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 12 (grammi 0,621).

14. Dritto. Croce colle estremità ornate di ricci, chiusa in un circolo "croce punto F R A punto F O S C A R I punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante, nimbato, senz'ali, volto a sinistra, che nelle zampe anteriori tiene un'orifiamma, la cui banderuola esce dal circolo che separa l'iscrizione "S punto M A R C V S punto V E N E T I".

Gabinetto di Sua Maestà. Torino.

Tavola XV. numero 11.

Regio Museo Britannico.

Conte Antonio de Lazzara. Padova.

I tre esemplari conosciuti sono consumati e quindi deficienti di peso.

Mezzo Quattrino per Ravenna (picciolo). Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 7 e mezzo (grammi 0,388).

15. Dritto. Croce colle estremità ornate di ricci, in un cerchio "croce punto F R A punto F O S C A R I punto D V X punto".

Rovescio. Leone accosciato, col vangelo tra le zampe anteriori, in un cerchio "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Regia Biblioteca e Museo di San Marco.

Tavola XV, numero 12.

Museo Bottacin.

Raccolta Papadopoli.

Piccolo, o Bagattino per Brescia. Mistura, titolo 0,111 e 0,055. Peso, grani veneti 9 (grammi 1,465) circa.

16. Dritto. Croce a braccia uguali, accantonata dalle quattro lettere "F F D V".

Rovescio. Leone accosciato, che tiene il vangelo tra le zampe anteriori, senza iscrizione.

Tavola XV, numero 13.

Piccolo, o Bagattino per Verona e Vicenza. Mistura, titolo 0,111 e 0,055. Peso, grani veneti 5 e 98 centesimi (grammi 0,309).

17. Dritto. Croce a braccia uguali, accantonata da quattro anellini "F R spazio A punto F spazio O punto D spazio V X".

Rovescio. Testa di San Marco in un cerchio "croce punto S punto M punto V E N E T I punto".

Tavola XV, numero 14.

18. Varietà nel Dritto. "F A spazio F O spazio S punto D spazio V X".

Piccolo, o Bagattino pel Friuli (?). Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 11 (grammi 0,569).

19. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari in forma di raggi, entro un cerchio, attorno "croce punto F R A C punto F O S punto D V X punto".

Rovescio. Busto di San Marco, con aureola di perline in un cerchio, attorno "croce punto S punto M A R C V S punto".

Museo Correr.

Tavola XV, numero 15.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111 e 0,055. Peso, grani veneti 14 (grammi 0,724).

20. Dritto. Croce patente "croce F R A, C SEGNO, spazio F O S C A R I, due punti in verticale, D V X".

Rovescio. Leone accosciato, col vangelo tra le zampe anteriori "croceV E X I L I F E R punto V E N E C I A, RUM TONDA".

Tavola XV, numero 16.

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MURATORI L. A. — Opera citata,DissertazioneXXVII, colonne 650-652, numero XVI; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48 e 49, tavola XXXVIII, numero XVI.

SCHIAVINI F. — Opera citata, in ARGELATI, Parte I, pagina 283 e 287, numero II.

CARLI RUBBI G. R. —Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagina 420, Tavola VI, numero VI e X.

BELLINI V. —Dell'antica lira ferrarese, etc. Opera citata, pagina 6, nota 1.

BELLINI V. —De monetis Italiæ etc. Opera citata,DissertazioneI,pagina 104, 105 e 109, numero XXVII, XXVIII, XXIX, XXX; ed inARGELATI, Parte V, pagina 30 t., 31 e 32 t., numero XXVII, XXVIII,XXIX e XXX. —DissertazioneII, pagina 133-135, numero IV, V e VI.

(DUVAL e FRÖLICH). —Monnoies en or, etc. Opera citata, pagina 276.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 176-178, numeri LXXXIII, LXXXIV, LXXXV, LXXXVI, LXXXVII, LXXXVIII, LXXXIX, XC, XCI, XCII, XCIII, XCIV, XCV, XCVI e XCVII.

TERZI B. — Opera citata, pagina 26-30, tavola II, numero 12.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1127-1128, numeri 3943, 3944, 3945, 3946, 3947 e 3948.

MANIN L. —Esame ragionato etc. Opera citata, pagina 180, numero 11 della tavola.

GEGERFELT (VON) H. G. — Opera citata, pagina 9.

ZON A. — Opera citata, pagina 25, 31, 34-36, tavola I, numero 14.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume II, pagina 29 e 30 (numeri 322 a 373) e tavola.

LAZARI V. — Opera citata, pagina 72, 136-137 e 144-147, tavola VI, numero 30 e tavola XIV, numero 70.

KUNZ C. — Catalogo citato, pagina 9 e 10.

ORLANDINI G. — Catalogo citato, pagina 7.

Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge LXV.

Numismatica Veneta. Opera citata, Doge LXV.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 20-21, 85 e 96.

WACHTER (VON) C. — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift, VolumeIII, 1871, pagina 228-233, 254-255. Volume V, 1873, pagina 207-210.Volume XI, 1879, pagina 130 e 158.

SCHLUMBERGER G. — Opera citata, pagina 474, tavola XVIII, numero 10.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 23-25, e 124. —Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 103-104, Tomo XIII, pagina 147, Tomo XXI, pagina 136 e Tomo XXII, pagina 292, — terza edizione, 1881, pagina 19-20, 89, 335 e 356.

Bolla in piombo di Francesco Foscari.

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(1) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro III, carte 79.

(2) Regio Archivio di Stato.Maggior Consiglio, registro Ursa, carte 191.

(3) Documento XXIII.

(4) Regio Archivio di Stato. Senato,Misti, registro LVII, carte 126 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 25. — Capitolare dei Massari all'argento, carte 65 tergo.

(5) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro I, carte 67 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 29 tergo.

(6) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro I, carte 113 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 29 tergo. — Capitolare dei Massari all'argento, carte 67.

(7) Documento XXIV.

(8) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro I, carte 115. — Capitolare delle Brocche, carte 30 tergo.

(9) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro I, carte 116 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 30 tergo.

(10) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro I, carte 134. — Capitolare delle Brocche, carte 30 tergo.

(11) Documento XXV.

(12) Documento XXVI.

(13) Documento XXVI.

(14) Verci G. B. —Delle monete di Padova, in Zanetti G. A.NuovaRaccolta etc. Tomo III, pagina 374. — Brunacci J.De renummaria Patavinorum. Opera citata, pagina 46.

(15) Azzoni Avogaro R.Delle monete di Trevigi. Opera citata in Zanetti G. A.Nuova Raccolta, etc. Tomo IV, pagina 181.

(16) Documento XXVII.

(17) Documento XXVIII.

(18) Documento XXIX.

(19) Regio Archivio di Stato. Consiglio dei Dieci,Misti, registro XXVI, carte 3.

(20) Regio Archivio di Stato. Consiglio dei Dieci,Misti, registro XXVII, carte 183 tergo.

(21) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 44.

(22) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro I, carte 190. — Capitolare delle Brocche, carte 30 tergo.

(23) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro I, carte 195. — Capitolare delle Brocche, carte 31 (21 giugno 1446).

(24) Archivio di Stato. Senato,Terra, registro II, carte 2. — Capitolare delle Brocche, carte 31 tergo.

(25) Regio Archivio di Stato. Avogaria dei Comune,Deliberazioni delMaggior Consiglio, registro C. 11, carte 61 tergo. — Capitolare dei Massari all'argento, carte 68.

(26) Documento XXX.

(27) Regio Archivio di Stato. Collegio,Notatorio, registro XVI, carte 66. — Capitolare delle Brocche, carte 31 tergo,

(28) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro I, carte 111 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 29 tergo

(29) Archivio di Stato. Senato,Terra, registro II, carte 24 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 31.

(30) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro III, carte 2. — Capitolare delle Brocche, carte 33.

(31) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 33.

(32) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro 111, carte 13. — Capitolare delle Brocche, carte 33 tergo.

(33) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro III, carte 79. — Capitolare delle Brocche, carte 33 tergo.

(34) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 34.

(35) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 33 tergo.

(36) Documento XXXI.

(37) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registroRegina, carte 10 tergo.

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1457-1462.

Il principato di Pasquale Malipiero fu un breve periodo di pace, e se in esso la storia non trova da registrare fatti d'armi, o conquiste gloriose, il paese potè riaversi dai danni patiti e migliorare le sue condizioni economiche. Si riordinarono alcune magistrature, si concluse un trattato commerciale vantaggioso col Soldano d'Egitto, prosperarono le industrie ed il commercio, cominciarono a fiorire gli studi e le arti.

Anche sotto il punto di vista numismatico abbiamo poche notizie e nessun fatto importante da registrare. La maggior parte dei provvedimenti adottati sono di semplice amministrazione, come quello che le utilità provenienti dall'esercizio della zecca debbano servire a pagare le ciurme delle galere sottili (1), altro per mettere ordine alle paghe degli impiegati e degli operaj, e per tutelare la esattezza degli assaggi fatti alle pezze di metallo che si portavano in zecca dai mercanti per la affinazione. È da notarsi la tendenza ad escludere i non veneziani dai lavori di zecca, prescrivendosi nel 10 marzo 1460 che anche i quattro fanti sieno veneziani,fioli de persone da ben(2) e che tutti gli uomini da prendersi nella zecca dell'oro, tanto quelli che battono la moneta, che gli altri, siano veneziani, salvo gli affinatori, che devono essere scelti dai massari assieme ai due pesatori riuniti in consiglio (3).

Si continuarono quindi a coniare zecchini, grossi e soldini coi tipi usati. Quanto alla moneta di bassa lega fu rispettato il decreto del Maggior Consiglio, che ne sospendeva la coniazione, anzi nel 29 luglio 1458 (4), troviamo una deliberazione del Senato, che, per provvedere agli inconvenienti occorsi a Brescia e nel territorio bresciano, proibisce i piccoli falsi e ne decreta la distruzione: ordina poi ai cittadini di portare alla Camera di Brescia tutti i piccoli buoni di nostro conio, dei quali si debba conservare un valore di quattromila ducati e gli altri sieno fusi e ridotti inquattrini sive duine. Prescrive poi che i piccoli conservati non possano essere ricevuti dalle Camere, ma debbano correre a Brescia e nel territorio bresciano, per comodità di tutti e specialmente dei poveri, senza però che alcuno sia obbligato a riceverne in pagamento per un valore maggiore di un soldo. Le Camere poi devono pagare e riscuotere in monete d'oro e d'argento ed in quattrini ossia duini, e cioè metà in oro ed argento e metà in duini, ma questi devono contarsi e non essere pagatiin scartocciis. Infatti esistono nelle raccolte delle monete veneziane i quattrini di Pasquale Malipiero col leone rampante che tiene fra le zampe anteriori la spada, uguali a quelli ordinati negli ultimi anni di Francesco Foscari. Questo provvedimento, che cambia la forma, ma non la quantità della moneta inferiore, destinata alle minute contrattazioni nel territorio bresciano, dimostra che non si voleva continuare in tempo di pace un sistema dannoso agli interessi dei cittadini, al quale si era ricorso solo in causa delle strettezze finanziarie cagionate dalle lunghe guerre. Difatti col nome di questo doge non si trovano nemmeno tornesi ed esistono due soli esemplari del bagattino colla testa di San Marco.

Erano ancora in circolazione nei territori veneti, eccettuata Venezia, i quattrini di bassa lega, emessi in quantità superiore ai bisogni nei tempi difficili di Francesco Foscari, ed aumentava il disordine l'invasione di monete estere e false della stessa apparenza, per cui movevano lamento i rettori di Verona, e la Comunità di Padova mandava oratori alla dominante, per chiedere provvedimenti. Su tale argomento due parti furono prese dal Senato; colla prima del 26 luglio 1459 (5) ordinava ai rettori delle città venete della parte di terra d'invitare tutti i cittadini a portare i quattrini innanzi ad un consesso di persone esperte e fidate, che dovevano scegliere i buoni dai falsi e forestieri, restituendo i primi ai proprietarî e tagliando gli altri per mezzo; ferme sempre le pene comminate a coloro che fabbricassero od introducessero nello stato moneta falsa o proibita. Col secondo decreto del 28 dello stesso mese (6) si delegano tre maestri di zecca, i quali debbano recarsi a spese dello stato nelle varie città per fare coscienziosamente la scelta, affinché nessuno possa addurre ignoranza a sua discolpa.

Del 13 marzo 1461 (7) troviamo un ordine della Signoria all'incisore Antonello di fare i conî pegliaspridella Tana. Nulla possiamo dire di queste monete, perché il decreto prescrive soltanto che si facciano secondo quanto riferirà ser Nicolò Contarini, che va Console alla Tana. Probabilmente non si trattava d'una moneta che avesse nomi ed emblemi veneziani, ma bensì di una imitazione degliaspri, che si usavano in quei lontani paesi, con cui Venezia aveva importanti traffici. Però manca ogni indizio, ogni traccia, per sapere se tale moneta sia stata effettivamente coniata, abbia avuto corso ed a quali segni possa essere riconosciuta.

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Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "P A punto M A R I P E T apostrofo", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa distelle, quattro a sinistra, cinque a destra "S I T punto T punto XP E punto D A T punto Q spazio T V punto spazio R E G I S spazio IS T E punto D V C A T".

Tavola XVI, numero 1.

Grosso, o grossetto. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 27 e dieci centesimi (grammi 1,402).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "P A punto M A R I P E T R O", lungo l'asta "D V X", a destra "S punto M punto V E N E T I", nel campo, tra le figure e l'iscrizione, le lettere iniziali del Massaro.

Rovescio. Il Redentore in trono "croce punto T I B I punto L A V S punto spazio E T punto G L O R I A punto".

Tavola XVI, numero 2.

Iniziali dei massari. "A T, D L, F M, P EZH CODA, S T, EZH CODA P".

Igrossidi questo principe sono quasi tutti stronzati, e quindi inferiori al peso legale.

Soldino. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 6 e 77 centesimi (grammi 0,350).

3. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "punto croce P A punto M A R I P E spazio T R O punto D V X", nel campo, dietro la figura del principe, le iniziali del massaro una sopra l'altra.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, che tiene il vangelo nelle anteriori: senza traccia di circolo attorno "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Museo Bottacin.

Tavola XVI, numero 3.

Iniziali del massaro. "d sopra d".

Quattrino, o Duino (4 denari di Venezia, 2 denari di Brescia).Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 18 (grammi 0,931) circa.

4. Dritto. Croce patente, colle braccia divise longitudinalmente in tre comparti, quello di mezzo perlato, attorno "croce punto P A punto M A R I P E T R O punto D V X punto".

Rovescio. Leone rampante, nimbato, senz'ali, colla spada nella zampa destra anteriore, volto a sinistra, attorno "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Tavola XVI, numero 4

Piccolo, o Bagattino per il Friuli (?). Mistura, titolo 0,055. Peso, grani 11 (grammi 0,569).

5. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari in forma di raggi entro un cerchio, attorno "croce punto P A punto M A R I P E T R O punto".

Rovescio. Il Busto di San Marco con aureola di perline in un cerchio, attorno "croce punto S spazio M A R C V S punto".

Tavola XVI, numero 5.

Museo Bottacin.

Regio Museo Britannico.

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BELLINI V. —De monetis Italiæ etc. Opera citata,DissertazioneII, pagina 134-135, numero VII.

(DUVAL e FRÖLICH). —Monnoies en or, etc. Opera citata,Supplément, 1769, pagina 79.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 178, numero XCVIII.

APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1128, numero 3949.

ZON A. — Opera citata, pagina 22, 23, 36 e 79.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume II, pagina 32 (274 a 381) e tavola.

Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge LXVI.

Numismatica Veneta. Opera citata, Doge LXVI.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 21.

KUNZ C. —Il Museo Bottacin etc. —Periodico di Numismatica eSfragistica etc., Firenze, 1868-1874, Volume II, pagina 76, tavolaIII, numero 6, — tiratura a parte, pagina 59.

WACHTER (VON) C. — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift, VolumeIII, 1871, pagina 228-232, Volume V, 1873, pagine 210-211.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagine 25-26, —Archivio Veneto, Tomo. XII, pagina 104-105, Tomo XXI, pagina 137, — terza edizione, 1881, pagina 20-21 e 335.

Impronta del sigillo di Pasquale Malipiero esistente nel MuseoCorrer.

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(1) Regio Archivio di Stato. Senato,Mare, registro VI, carte 44 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 34 tergo. (1 dicembre 1457).

(2) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 34 tergo.

(3) Biblioteca Papadopoli. Capitolare dei Massari all'oro, carte 45, rubrica 111.

(4) Documento XXXII.

(5) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro IV, carte 115.

(6) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro IV, carte 110.

(7) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 35.

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1462-1471.

Successe al Malipiero il doge Cristoforo Moro, che aveva già onorevolmente servito la patria in molti importanti uffici. Nei primi anni del suo principato per lievi cagioni scoppiò la guerra contro i Turchi, la cui forza d'espansione minacciava tutta l'Europa. Venezia per la sua naturale posizione geografica, per i suoi estesi possessi in Oriente, era la prima a sopportarne l'urto, e sebbene lungamente e valorosamente tenesse testa all'invasione musulmana, finì coll'esaurire il meglio delle sue forze in questa lotta secolare ed ineguale.

Bandita la crociata, Pio II era riuscito a concentrare in Ancona una flotta poderosa, nella quale altri principi cristiani avevano unito le loro galere a quelle della Chiesa e di Venezia, ma la morte improvvisa del Pontefice disperse quel grandioso apparato di guerra. I veneziani furono costretti a combattere da soli con varia fortuna, ma mentre si possono raccontare non pochi esempi gloriosi di energia e di valore, pur troppo si cominciano a vedere i primi sintomi di una decadenza, che non dipendeva solo dalle vicende e dai fatti esterni, ma aveva la sua causa nell'abbassamento del vigore e dello spirito di sacrificio, che era nel cuore degli antichi veneziani.

Questo primo periodo della lotta coi Turchi non ebbe fine se non dopo che Cristoforo Moro era già disceso nel sepolcro, ma durante il suo regno la Repubblica subì la perdita di Negroponte, dolorosissima anche per le circostanze tristissime che l'accompagnarono.

Tranne il ducato, che pur non è comune, le monete tutte di questo doge sono rare e pregiate, e facilmente s'indovina il perché; nei nove anni del suo regno si stava studiando e maturando quella riforma, che fu messa in atto subito dopo l'elezione di Nicolò Tron. Ad essere esatti convien dire che da molto tempo il governo era preoccupato dalle gravissime perturbazioni e dai danni che alla circolazione monetaria recavano le falsificazioni, sopra tutto delle monete di poco valore e il deterioramento delle monete di maggior pregio per la tosatura. I magistrati competenti studiavano i modi di combattere sì grave danno; gli ufficiali della zecca avevano fatto preparare delle prove di nuove monete e le avevano lasciate vedere ad alcuni nobili e cittadini. Tale novità non incontrava l'approvazione di molti, che desiderosi di conservare i vecchi costumi, non volevano alcun cambiamento, nemmeno nella moneta, per cui nel 18 giugno 1459 il Senato (1) adottava a grande maggioranza che non si facessero altre stampe per le monete, e che si distruggessero le nuove già preparate.

Coerentemente a tali idee, subito dopo l'elezione del doge Cristoforo Moro, e cioè il 14 maggio 1462, la Signoria (2) approva il conio del grosso,fato per man de Maistro Antonello, sì da la banda del Christo, chome da la banda de san Marcho e del doxe. . . purché el no ce entri più Arzento ne mancho del consueto, e prescrive che nel nome del principe si debbano mettere tante lettere, quante sono state deliberate per il ducato.

Per altro non erano abbandonati gli studî ed i progetti, cosicché nel Capitolare delle Brocche, sotto la data del 21 giugno 1462 (3) trovasi l'ordine ai massari di consegnare 12 fiaoni (4) a ser Piero Salomon, capo dei quaranta, il quale desiderava battere alcuni grossi colle nuove stampe, che egli aveva fatto incidere da Antonello. Nei mesi di giugno e luglio 1462, sono registrati altri ordini della Signoria di consegnare allo stesso incisore fiaoni da grossi e da grossoni per stampe nuove (5). Finalmente nello stesso prezioso libro, che raccoglie oltre ai decreti anche gli ordini, verbali e le annotazioni degli ufficiali di zecca, troviamo (6):

"Adj 7 lugio 1462. Noto io, Jachomo de Antonio d'Alvise, schrivan, chomo vene qui alla, zecha Miser Triadan Griti Savio grando, disse da parte de la Signoria se dovesse far far certipizoli grandi, per mostra, di rame puro, e chussì fo fato: e fato che i fono, fono dati al dito mis Triadan, i quali pizoli haveva da una banda la testa del dose, e da l'altra san Marcho".

Nonostante tutti questi studi e queste prove, che riguardavano tanto le monete d'argento che quelle di poco valore, si esitava a prendere un partito, ed il Maggior Consiglio, il 10 agosto 1463 (7), delegava i suoi poteri al Senato, incaricandolo di provvedere affinché cessassero le falsificazioni deipiccoli, che si moltiplicavano con grave danno dei sudditi. Il Senato se ne occupa subito e nel 14 agosto (8) prescrive che non si possano coi piccoli fare pagamenti, se non di cose minute, che i banchieri non possano tenerli al banco od altrove,in scarnutiis(9) od in altro modo, darli a prestito o farne mercato: i cittadini siano tenuti a portare tutti i piccoli nei luoghi che saranno indicati per ogni città, ove persone intelligenti sceglieranno quelli buoni, di conio veneziano, e faranno distruggere col fuoco i bagattini falsi, restituendo al proprietario il metallo fuso.

Il 26 dello stesso mese, respingono i Pregadi (10) il progetto di coniare monetine d'argento dadoetre per soldo, ossia da sei e quattro denari; e finalmente il 3 settembre (11) prendono una definitiva determinazione sull'argomento dei piccoli, ponendo ai voti due proposte, colla prima delle quali si ordina di fondere in tavole 3000 marchi di quattrini di conio veneziano, che esistono in zecca e che hanno la solita lega ai rame con poco argento, e da queste tavole farepizoli copoludii quali non devono essere spesi né cambiati con moneta fina, ma custoditi in una cassa forte per darli in luogo di piccoli buoni, che devono essere portati al cambio dai cittadini a Venezia, a Padova ed a Treviso, fino al 15 di questo mese, dopo il quale termine non possono spendersi se non piccoli copoludi. Si ripetono oltre a ciò le disposizioni del precedente decreto 14 agosto, che proibiscono di adoperare i piccoli se non al minuto e per un valore non maggiore di 5 soldi. Colla seconda parte messa ai voti contemporaneamente (12), si respinge la proposta di coniare una moneta di rame a forma di medaglia, secondo il progetto studiato ed ordinato, la quale sarà spesa a 12 per marchetto come i piccoli. Né l'una né l'altra di queste deliberazioni è riportata nel Capitolare delle Brocche, dove si legge soltanto l'ordine della Signoria di coniare i piccoli di lega colle seguenti parole:

"+ adi 6 settembre. Referì miser Piero Dandollo de miser Marco, e miser Bernardo Bondomier massari alla zecha chel cholegio li chomando i fesse far i pizolli chopoludi, zoe marche 3000 di quatrini consignadi per quelli da le Chamere dela liga che i se trova, la qual e K.ti 54 per marca. — 1463 die VI Septembris. — De commandamento de la Serenissima Signoria referì Jo Domenego Stella ducal secretario a questi Magnifici Signori de la zecha che i debiano supplir al bater dei bagatini fino a la summa de LX carati a zo tuti i pizoli se farà sia de LX carati per marcha" (13).

In tal modo sappiamo che l'intrinseco della lega dovea essere migliorato fino a 60 carati di fino per marca, ma la qualifica che ci resta da spiegare è quella deicopoludidata a tali bagattini, la quale indica evidentemente una caratteristica essenziale che li differenzia da quelli coniati precedentemente, esprimendo il decreto 3 settembre chiaramente che, passato il termine accordato al cambio delle antiche monete, non si possono spendere se non piccolicopoludi. Ora questa caratteristica, che distingue a colpo d'occhio i piccoli di Cristoforo Moro dai precedenti, senza pericolo di errare, è una sola, e cioè la forma leggermente scodellata che ricorda quella degli antichi denari d'argento. Infatti nei migliori dizionari italiani si trovacoppolutonel senso di alto, rotondo e fatto a forma di cupola; in molti paesi d'Italia ed anche nel nostro estuario si chiamacoppolaquella beretta sferica, che portano i pescatori; e finalmente il Pegolotti (14) l'adopera precisamente nel significato di moneta scodellata, quando annovera fra le monete d'oroi bixanti copoluti di Cipri.

Essendosi presentate al cambio più di 7000 marche di piccoli, il Senato ordina nel 2 dicembre 1463 (15) la coniazione di altre 3000 marche di bagattini del nuovo tipo, accordando a coloro che avessero piccoli falsi, il pagamento del solo valore del rame in ragione di otto soldi per marca.

Sembra però che tutti non fossero contenti delle decisioni prese, giacché nel 24 novembre 1464 (16) si propone nuovamente di ritirare i piccoli esistenti e di sostituirli con monete di puro rame del peso di 18 carati, le quali dovevano essere spese in ragione di 12 pezzi per marca. Anche questa volta il partito fu rigettato ed il Senato (17) incaricò il Collegio di ritirare dalle persone più bisognose i piccoli buoni al prezzo di 12 per soldo, assegnando a tale scopo prima 500 ducati, poi altri 500, ed autorizzando con altro decreto del 1 dicembre (18) dello stesso anno a coprire la deficienza cogli utili della zecca dell'oro e dell'argento.

Così fu respinta per la seconda volta la riforma che tendeva ad abolire la moneta di mistura, facile ad essere falsificata con metallo cattivo; ma resta il sospetto che la ragione della poca fortuna di un tale progetto fosse, più che altro, il ritratto del doge che vi era scolpito, il quale sembrava a molti una grave infrazione ai costumi dei padri ed ai tipi tradizionali delle monete veneziane.

Però nelle raccolte numismatiche si conservano piccoli di puro rame, colla testa del principe, che corrispondono esattamente ai campioni ordinati alla zecca da Triadan Gritti colla nota già citata, dove sono chiamati col nome espressivo diPiccoli grandi. Essi portano le traccie di essere stati in circolazione, e, sebbene sieno assai rari, se ne conoscono di due varietà affatto distinte, con differenze di conio, che autorizzano a supporre una emissione sufficientemente abbondante. Non potendosi credere che un'altra votazione abbia approvato quello che prima era stato ripetutamente rigettato, sarei disposto a ritenere che la prova delle monete di rame sia stata fatta in una misura più larga del consueto, e che, prima di domandare l'approvazione del Senato, il Collegio, da cui dipendeva direttamente la zecca, e che forse era convinto della opportunità della proposta, abbia messo in circolazione una certa quantità di piccoli colla testa del doge. Ne abbiamo un indizio nelle ripetute proibizioni di coniare bagattini senza il permesso del Senato, ovvero di eccedere la quantità fissata per legge, e nella intimazione conservata nel Capitolare delle Brocche (19) in data 5 ottobre 1464, colla quale la Signoria vieta ai massari di battere o far battere bagattini senza suo ordine.

Non ostante le votazioni contrarie del Senato, mi pare che non si possa negare ai reggitori della zecca di Venezia il vanto di una iniziativa, che fu poscia seguìta da tutta l'Europa. Questa priorità, che Fusco (20) aveva attribuita ai cavalli di Ferdinando di Aragona, coniati a Napoli nel 1472 per consiglio del duca d'Ascoli (21), fu rivendicata da Lazari a Venezia (22), dove fu pensata e posta in esecuzione dieci anni prima.

Per completare le notizie relative alle monete di poco valore, ricorderò che nel 17 maggio 1464 (23) il Senato ordinava la coniazione di tornesi per i bisogni della flotta e dei possessi del Levante, assegnando 300 ducati per comperare l'argento necessario per comporli.

Gli inconvenienti che avevano fatto pensare ad una riforma della moneta d'argento non erano cessati e se ne risentivano il commercio e la zecca, che vedeva diminuire i suoi lavori e quindi i suoi redditi. La questione fu portata in Senato il 27 settembre 1468 (24), ma la discussione riuscì tanto agitata ed i pareri così divisi, che non fu possibile prendere un partito, per cui il nobile consesso fu costretto a deliberare che per un anno non si parlasse di fare monete nuove né di abolire le vecchie, sotto pena di cento ducati. Intanto fu ordinato alla zecca di non coniare grossi, né grossoni, ma soltanto soldini, provvedimento che nel 21 ottobre 1468 (25) fu sospeso per quei mercanti che avevano già depositato l'argento in zecca.

Passato l'anno, non havvi memoria che la questione sia stata ripresa, solo nei manoscritti di V. Lazari trovo il seguente cenno:

"1471 22 marzo. C. X. Provision de monede, grossi, grossoni, borri",

tratto forse da qualche cronaca che non seppi rinvenire. In ogni caso fu una semplice discussione che non ebbe risultato, perché la riforma monetaria fu decretata nel 20 maggio 1472, quando Nicolò Tron si trovava già da sei mesi sul trono ducale.

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Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).

1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "C R I S T O F apostrofo punto M A V R O", lungo l'asta "D V X", dietro il santo "S punto M punto V E N E T I".

Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa distelle, quattro a sinistra, cinque a destra, "S I T punto T puntoX P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo punto T V spazio R E GI S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".

Tavola XVI, numero 6

Grosso, o grossetto. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 27 e 10 centesimi (grammi 1,402).

2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "C R I S T O F apostrofo M A V R O", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I", nel campo tra le figure e l'iscrizione le lettere iniziali del massaro.

Rovescio. Il Redentore in trono, "punto croce punto T I B I punto L AV S punto spazio E T punto G L O R I A punto".

Tavola XVI, numero 7.

Iniziali dei massari. "d B, d d, M tre punti, P D".

I grossi di questo tempo sono quasi tutti stronzati e deficienti di peso.

Soldino. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 6 e 77 cnetesimi (grammi 0,350).

3. Dritto. Il doge in piedi, tiene con ambe le mani il vessillo "C R I tre punti M A V spazio R O spazio D V X", nel campo dietro la figura del principe le iniziali del massaro una sopra l'altra.

Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori che tiene il vangelo nelle anteriori, attorno senza traccia di circolo "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".

Museo Correr, Legato Molin.

Tavola XVI, numero 8.

Iniziali dei massari. "C sopra 7".

Piccolo, o bagattino. Rame. Peso, grani veneti 35 (grammi 1,811).

4. Dritto. Busto del doge di profilo a sinistra, con manto e corno ducale; un circoletto, interrotto, dalla figura, separa l'iscrizione " C R I S T O F O R V S punto M A V R O punto D V X".

Rovescio. Leone accosciato nimbato col libro dei vangeli nelle zampe anteriori, in un circolo, attorno "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I, tre punti a destra".

Regia Biblioteca e Museo di San Marco.

Tavola XVI, numero 9.

5. Varietà nel Rovescio. "croce punto S punto M A R C V S spazio V E N E T I punto".

Regio Gabinetto numismatico di Sua Maestà. Torino (grani veneti 69 e mezzo).

I. R. Gabinetto Numismatico, Vienna (grani veneti 37).

Conti Morosini San Giovanni Laterano, Venezia (grani veneti 31).

6. Varietà Dritto. manca il circolo attorno la testa del doge "C R I S T O F O R V S punto M A V R O punto D V X".

Rovescio. Il leone prende tutto lo spazio e manca l'iscrizione.

Museo Correr (grani veneti 38).

Raccolta Papadopoli (grani veneti 39).

Tavola XVI, numero 10.

7. Varietà nel diametro che è di soli millimetri 13, mentre i numeri 4, 5 e 6 hanno oltre 15 millimetri di diametro.

Museo Correr, legato Molin (grani veneti 46).

Tavola XVI, numero 11.

Piccolo copoluto. Mistura, titolo 0,052 (peggio 1092). Peso, grani veneti 5 e mezzo (grammi 0,284) circa: scodellato.

8. Dritto. Croce patente, accantonata da quattro bisanti, alle estremità delle braccia altri quattro bisanti; le lettere "C M D V" fra le braccia della croce.

Rovescio. Leone accosciato nimbato, col vangelo fra le zampe anteriori entro un circoletto, attorno "croce punto S punto M punto V E N E T I punto".

Tavola XVI, numero 12.

Piccolo, o bagattino per il Friuli (?). Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 15 e mezzo (grammi 0,802).

9. Dritto. Croce accantonata da quattro bisanti, entro un cerchio di perline, attorno "croce punto C R I S T O F O R V S punto M A V R O punto".

Rovescio. Busto di San Marco con aureola in un cerchio di perline, attorno "croce punto S punto M A R C V S punto".

Museo Correr.

Tavola XVI, numero 13.

Tornesello. Mistura, titolo 0,111 e 0,055. Peso, grani veneti 12 (grammi 0,621) circa.

10. Dritto. Croce patente "croce C R I S T O F punto M A V R O punto D V X".

Rovescio. Leone accosciato col Vangelo fra le zampe anteriori "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I".

Raccolta Papadopoli.

Tavola XVI, numero 14.

Museo Bottacin.

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CARLI RUBBI G. R. —Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagina 420.

(DUVAL e FRÖLICH). —Monnoies en or, etc. Opera citata, pagina 276.

GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 178-179, numero IC.

ZON A. — Opera citata, pagina 22, 36 e 80, e tavola I, numero 16.

SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume II, pagina 34 (382 a 391) e tavola.

KUNZ C. — Catalogo citato, pagina 10, numero 1 della tavola.

ORLANDINI G. — Catalogo citato, pagina 8.

Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge LXVII.

Numismatica Veneta. Opera citata, Doge LXVII.

LAZARI V. —Notizia sulle medaglie e monete del doge Cristoforo Moro. — CICOGNA E. —Delle iscrizioni veneziane etc. Opera citata, Tomo IV, pagina 733-736.

PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 21-22 e 105.

WACHTER (VON) C. — Opera citata. —Numismatische Zeitschrift, VolumeIII, 1871, pagina 229-233 e 255 e Volume V, 1875, pagina 210-213.

PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 26-27, 110 e 124. —Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 105-106; Tomo XIII, pagina 137 e 147; Tomo XXI, pagina 137; e Tomo XXII, pagina 292; — terza edizione, 1881, pagina 21-22, 79, 89, 335 e 356.

Bolla in piombo di Cristoforo Moro conservata nel MuseoCorrer.

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(1) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro IV, carte 110.

(2) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 35.

(3) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 35 tergo.

(4)Fiaoni, ofiadoni(flaones) si dicevano quei dischi di metallo a cui, subìte già le operazioni dettezustar,pesaremendar(emendare, ossia correggere i difetti di forma e di peso), non mancava che l'impronta del conio per diventare monete.

(5) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 35 tergo. e 36.

(6) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 37 tergo.

(7) Regio Archivio di Stato. Maggior Consiglio, registroRegina, carte 45 tergo.

(8) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro V, carte 49 tergo.

(9) Nei tempi in cui il territorio veneto era invaso da una grande quantità di monete minute, erasi introdotta l'abitudine di chiuderle in borse, o cartocci per evitare l'incomodo di contarle. In seguito ad abusi, questo sistema fu proibito e la forma adoperata nel presente decreto che vieta tenere i piccoliin scarnutiis, mi sembra equivalente a quella che altra volta ordinava di contarli e non di darliin scartociis.

(10) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro V, carte 49.

(11) Documento XXXIII.

(12) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro V, carte 70 tergo.

(13) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 37 tergo.

(14) Pegolotti F. B. Opera citata, Capitolo X, pagina 291.

(15) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro V, carte 62.

(16) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro V, carte 100.

(17) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro V, carte 100 tergo.

(18) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro V, carte 103.

(19) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 38.

(20) Fusco G. V. —Sulla introduzione delle monete di rame nel Regnodi Napoli. — Memoria detta alla sezione di archeologia e geografia del VII Congresso degli scienziati.

(21) Sambon A. —I cavalli di Ferdinando I. d'Aragona re di Napoli. — Rivista italiana di Numismatica. Anno IV, 1891, pagina 326-327.

(22) Lazari V. —Zecche e monete degli Abruzzi nei bassi tempi. Venezia, 1858, pagina 14.

(23) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro V, carte 78 tergo e 79.

(24) Regio Archivio di Stato. Senato,Terra, registro VI, carte 36. — Capitolare delle Brocche, carte 40.

(25) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 40.

[Nuova pagina]

Questo capitolo è destinato a raccogliere le notizie intorno quelle monete che non portano scritto il nome del doge e che per ciò sono dette anonime. Nel primo periodo della zecca veneziana, di cui si occupa il presente volume e che si chiude col principato di Cristoforo Moro, s'incontra soltanto una moneta di questo genere, della quale si può determinare con tutta sicurezza l'epoca di emissione e che quindi potrebbe essere collocata con quelle coniate contemporaneamente. Ciò però non si può fare per altre monete anonime di epoca posteriore, le quali stanno meglio aggruppate fra loro che poste insieme con quelle che hanno il nome del doge. Allo scopo quindi di conservare una certa armonia fra le diverse parti del mio lavoro, ho pensato di cominciare la serie delle anonime colla moneta che porta, in caratteri semigotici, la iscrizione "M O N E T A spazio D A L M A T I E". Ignorata dai primi cultori della numismatica veneziana e accennata vagamente dallo Zon, fu per la prima volta illustrata da V. Lazari nella sua opera:Le monete dei possedimenti veneziani d'oltremare e di terraferma, che può servire di modello a tutte le pubblicazioni di questo genere. Sgraziatamente la fretta con cui fu scritto il libro, per circostanze indipendenti dalla volontà dell'autore, e la cattiva conservazione dell'esemplare della moneta esistente nel Museo di San Marco, che solo si conosceva allora, misero l'illustre scienziato sovra una cattiva strada, ed egli credette ravvisare in tale moneta untornese(1) battuto per quella provincia che aveva costato tanti sacrifici alla Repubblica. Lazari combatte argutamente la prima obbiezione che si poteva fare ad una simile denominazione, e cioè che non vi ha memoria di tornesi coniati per la Dalmazia, ma non riesce a persuadere; perché i crociati avevano reso popolare il tornese in Oriente, ove era diventato una moneta nazionale, ma di esso invece non si trova traccia in Dalmazia, né nei documenti contemporanei, né nelle monete che si conservano nelle raccolte. In epoche diverse fu ordinata alla zecca di Venezia la coniazione di tornesi, indicando quasi sempre le località dove dovevano essere spediti, e troviamo che erano destinati sempre ai possedimenti veneziani del Levante, ma non alle coste dell'Adriatico.

Più tardi altri esemplari di questo interessante nummolo furono rinvenuti presso i raccoglitori triestini e dalmati, e finalmente un tesoretto, abbandonato presso il Monte di Pietà di Treviso, mise alla luce quattro altri pezzi, tutti di migliore conservazione di quello esistente nella Raccolta Marciana. Ne parla Carlo Kunz nella sua "Miscellanea Numismatica" (2), dimostrando che l'argento in essi contenuto è di una lega più fina assai di quella dei tornesi e di poco inferiore a quella usata nei soldini, per cui lo ritiene un mezzanino di grosso del valore di due soldi veneziani. Pure esso non è né un tornese né un mezzanino, come risulta da una deliberazione del Senato in data 31 maggio 1410 (3), nella quale, lamentando, che nella città di Zara e nel suo territorio corrano monete forestiere, e cioè Grossi di Crevoja (4) ed altri di buon argento del valore di tre soldi e meno che si spendono per quattro, soldini ungheresi che non valgono se non otto denari e si spendono per un soldo, e frignacchi (5) che non tengono tre once d'argento per marca e si spendono pure per un soldo, allo scopo di impedire questo danno, delibera di coniare una moneta contenente tre once di argento per marca, che vada a 42 pezzi per oncia, avente da un lato l'immagine di San Marco e dall'altro uno scudo altoin quo sit nihil.

È curioso il modo con cui questo decreto esprime quel concetto, che oggi è quasi un assioma della pubblica economia, e cioè che la cattiva moneta caccia da un paese la buona, con queste pratiche parole:

"Et hoc modo moneta nostra, videlizet, grossi nostri, qui valent quatuor soldos, et soldus noster exeunt de bursis nostris et dantur venientibus Jadram et ad partes illas, qui ipsam monetam nostram imbursant et dimittunt monetas suas, quae sunt multo minoris valoris, cum tanto damno nostro".

Nel 27 aprile 1414 (6) un altro decreto del Senato fa conoscere che la esecuzione del precedente era stata sospesa, ed assunte informazioni da chi veniva da Zara, ordina nuovamente la coniazione della moneta per la Dalmazia col fino di tre once e un quarto per marca, tagliandone da ogni oncia 44 pezzi, descrivendola nello stesso modo, col San Marco da un lato e lo scudo vuoto dall'altro.

Il tenore di questi due documenti mostra esattamente il valore della moneta emessa per i bisogni della circolazione in Dalmazia, giacché, secondo il decreto 31 maggio 1410, essa avrebbe dovuto pesare grani veneti 13,714; secondo quello del 27 aprile 1414, avrebbe dovuto pesarne 13,09, ma siccome in quest'ultimo si migliorava la lega, poca ra la differenza dell'intrinseco, che sarebbe stato di grani veneti 5,142 nel primo caso, e grani veneti 5,317 nel secondo, per ogni pezzo, e quindi due terzi circa del fino contenuto nel soldo veneziano, che in quel tempo pesava grani veneti 8,47 e conteneva grani veneti 8,063 d'argento puro.

Da ciò si scorge il pensiero del Senato, che intendeva creare una moneta, la quale sostituisse i soldi ungheresi che valevano otto piccoli ed i denari frisacensi ossia di Aquileja che avevano molto favore in quei paesi e si spendevano per un uguale valore. A me sembra di riconoscere in questo pezzo il soldo di una lira speciale, probabilmente adoperata nel Regno di Servia e comune a tutti i vicini paesi slavi, la quale fu conservata dagli ungheresi e dai veneziani e restò per molto tempo ancora come lira di conto col nome dilira dalmata. Anche il Lazari parla di questa lira (7), che si usava anche nel secolo XVIII; a proposito delle monete di Cattaro (8) egli osserva che il grossetto di quella terra corrispondeva a due terzi del grosso veneziano, e da varie circostanze accessorie arriva alla supposizione, che questo grossetto si dividesse in quattro soldi minori, equivalenti a due terzi dei veneziani, che erano quindi soldi di una lira particolare a quei paesi ed inferiore di altrettanto alla lira veneziana.


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