Cʼera unʼaltra ragione. Il nipote del principe, che comandava il suo battaglione di volontarii, era stato ucciso. Gli ufficiali avevano domandato al principe di scegliere un nuovo capo per condurli.—Io stessa, gridò Amelia.—Sotto ai miei ordini, rispose il principe.E prese il comando.Li ritrovai a Temesvar, ove arrivai con Bem il 9 agosto.Ove arrivava Bem, arrivava la pugna. Egli prese immediatamente dalle mani del suo compatriotta Dembinski il comando in capo come generalissimo, schierò i battaglioni magiari, mise lʼartiglieria in posizione, ed aprì il fuoco contro il nemico. Haynaurotto, sconvolto, fece avanzare la riserva russa. Di un tratto, il fuoco ungherese si estingue. Mancano le munizioni. Bem ordina la ritirata. Scende la notte.Ci eravamo impegnati in una stretta nel mezzo dʼun bosco, ove i nostri distaccamenti si confondevano gli uni cogli altri, sfiniti, affamati, non avendo mangiato fino dal giorno innanzi. Dei nugoli di Cosacchi ci seguivano come corvi, raccogliendo tutti quelli che restavano indietro, ritardando la nostra marcia, obbligandoci ad ogni istante di far fronte per respingerli. Bem, con un pugno di ussari che io comandava, e col battaglione del principe Nyraczi, copriva la ritirata. In un istante, lʼavanguardia, sbucando da una stretta fra due avvallamenti di colline, si trovò di faccia allʼinimico,—il corpo di Lichtenstein, che Bem aveva voluto evitare, cessando la lotta. Un fremito straordinario côlse il nostro esercito. Bem si slanciò in avanti per prendere la testa dellʼavanguardia, ma per un indietreggiare delle file anteriori, il suo cavallo sʼimpennò, e cavallo e cavaliere caddero rovesciati. Mi precipitavo in suo soccorso, quando un lungo grido dietro di noi mi annunziò un altro pericolo. Guardai: il battaglione del principe Nyraczi era intieramente ravvolto in un turbine di Cosacchi, come un giallo dʼuovo nella sua albumina. In mezzo ai volontarii, o piuttosto alla loro testa, si trovava Amelia.La scôrsi da lontano, al crepuscolo della notte che sorgeva dal piano, vestita da amazzone, fieramente rizzata sugli arcioni, sciabolare i Russi. Ella aveva perduto il suo kalpak di velluto celeste guarnito di cigno, col pennacchietto di perle, ed il suo dolmanvioletto agramentato dʼoro ed argento. Le treccie disciolte dei capelli ondeggiavano sulle sue spalle. La sua sciabola brillava dʼun corruscamento fosco e rossastro, sotto i colpi che dava o parava. La si sarebbe detta lʼangelo scaduto dellʼUngheria che lanciava i suoi ultimi raggi avanti di eclissarsi. Non una parola le usciva di bocca. Il lavoro terribile che compieva, lʼassorbiva. Ma i Cosacchi, alle prese con una giovine donna, bella di una bellezza più splendida di tutte le loro madonne bizantine, gettavano degli urli grotteschi, feroci, lascivi, pieni di desiderii, di paura e di ammirazione nellʼistesso tempo. I volontarii ungheresi ruggivano alla loro volta, scagliandosi sui Cosacchi per respingerli, o cadendo sotto i ferri dei loro cavalli. Io mi spinsi avanti colla paura della disperazione, calpestando sotto i piedi amici e nemici onde arrivare sino a lei. La siepe si faceva più fitta. Cadaveri e viventi ostruivano lo stretto passaggio, che io aveva a varcare.Il principe Nyraczi fu più fortunato di me. Io lo credetti almeno per un istante, vedendolo accorrere dallʼaltra estremità della gola, quasi al galoppo, abbattendo come spighe, sotto la sua vecchia sciabola, tutti quelli che incontrava.Egli non aveva più ottantʼanni. Il pericolo cui correva la vita e soprattutto lʼonore di sua figlia gli dava una nuova giovinezza. Giunse alfine. Giunse nel momento in cui il cavallo dʼAmelia cedeva sotto di lei, ed i Cosacchi piombavano sulla loro preda, come un branco di pesci-cani sopra una persona caduta in mare. Il principe la vide sparire e parve disperato, poichè tirò una pistola dai suoi arcioni.Tuttavolta, per un istante, la mischia si calmò. Egli la vide, e la vidi io pure, quasi nuda ormai sotto quelle mani immonde. Il principe non ebbe che un secondo di quella vista orrenda, che a me parve unʼeternità. Ciò bastò. Armò, puntò la sua pistola, mirò, tirò un colpo, e sua figlia cadde allʼindietro colla testa franta da una palla. I Cosacchi, non sapendo dʼonde venisse quel colpo, si rialzarono. Il principe Nyraczi sembrava un gigante ritto sulle staffe, la mano ancora tesa, lo sguardo profondo, fisso, perduto, spaventevole. Egli faceva paura.—Sono con voi, sono con voi, gli gridai da lontano. Tenete fermo ancora un minuto.La mia voce lo fece trasalire. Levò lo sguardo dal cadavere e mi scôrse. Mi riconobbe.—No! urlò egli; non voglio lʼaiuto dʼun servo che ho fatto frustare come un ladro.E, dicendo queste insensate parole, continuava il molinello colla sua sciabola, e mieteva i Cosacchi. Mi fermai. Ebbi torto. Avrei potuto forse salvarlo suo malgrado. Lo vidi cadere un istante dopo sotto i kandjari dei Russi, e coprire col suo corpo il cadavere di sua figlia. Non distinsi più nulla. Non so come e da chi fui trasportato a Lugos. Credo di essere svenuto.X.Il resto non mʼimportava più. LʼUngheria aveva soccombuto. Io voleva morire. Ma avrei voluto vedere, prima, la punizione di Görgey.Görgey trattava già coi Russi.Egli propose di offrire la corona di Ungheria al principe di Leuchtemberg. Il Governo approvò questa idea. Kossuth non vi si oppose. La nazione, che ritta dietro lui, lʼaveva sostenuto per due anni, era atterrita sotto il peso di 350,000 soldati austro-russi[1]e sotto lʼinfluenza del suo proprio esercito abbattuto. Lʼ11 agosto, Kossuth diede la sua dimissione, e decretò la dittatura a Görgey. «Ami egli il suo paese, disse Kossuth alla nazione nel suo proclama, col disinteresse che lʼho amato io stesso, e più fortunato di me pervenga ad assicurare la felicità della patria. Così il Dio di giustizia e di misericordia sia con essa».Paskewich rispose: «Lʼunico scopo dellʼesercito russo è di combattere. Se Görgey vuol fare la sua sommissione al suo sovrano legittimo, si rivolga al comandante in capo dellʼesercito austriaco».—Morremo tutti combattendo, allora, replicò Görgey.Egli aveva aperto le trattative per rendersi ai Russi colla clausola espressa «di non deporre le armi senza condizioni dinanzi gli Austriaci».Görgey non tanto detestava lʼAustria, quanto era geloso di Kossuth. Ma egli sapeva cosa sarebbe avvenuto dopo una reddizione agli Austriaci. Di già Haynau aveva fatto appiccare Guber e Mednyanszky, ufficiali ungheresi. La proposizione di Görgey fu alfine accettata da Paskewich, e subita da Haynau. Görgey lasciò allora Arad, e si mise in marcia per Vilagos. Pochi ufficiali soltanto sapevano che lʼesercitoungherese si avvicinava ai Russi per metter giù le armi. Lʼesercito credeva di andare a battersi ancora, e non domandava che la battaglia, quantunque ormai certo della sua disfatta finale.Bem mʼinviò a portare i suoi ordini a Görgey, nella sua qualità di generalissimo, poichè egli considerava come incostituzionale la trasmissione di poteri fatta da Kossuth a Görgey, senza la sanzione della Dieta. Arrivai a Vilagos il 12 agosto, alla sera, ma non potei penetrare nel castello di Bohus, ove risiedeva Görgey, e non insistetti. Circolai un poʼ nelle file dellʼesercito.Gli ufficiali erano tristi, i soldati in collera. Tutti gli aspetti che la disgrazia, lo scoraggiamento, la malinconia, la rabbia e lʼabbattimento possono prendere, si dipingevano sulle fisonomie di quegli uomini. Tutte le impronte strazianti, che il dolore e la disperazione possono scolpire sopra una faccia virile e vivente, i tratti di quei soldati le portavano. La notizia della reddizione era ormai conosciuta. Non cʼera più subordinazione. I bivacchi della notte furono tregende. Qui gridavano, bestemmiavano, maledicevano, od insultavano gli ufficiali meno afflitti; là si rompevano le armi, si ammazzavano i cavalli, si suicidavano. Il dolore ebbe voci diverse, ma immense e spaventevoli. Nessuno mangiò. Nessuno dormì. I cavalli stessi parevano penetrati da un sentimento di pesante tristezza. Si facevano dei progetti assurdi. Si concepivano speranze insensate. Tutti erano accusati, e nessuno si scusava. Si ricordavano i giorni gloriosi della vittoria, della gioia, lʼentrata trionfale nelle città, il perdono generoso accordato al nemico dopo di averlo vinto, i colpi fortunati, le orride seratedel bivacco dʼinverno, coricati sulla neve, senza fuoco, senza mantello, senza cena, e pure felici. Si gittava al vento un ritornello patriottico di Petőfi, ormai senza eco: un flebile ritornello delle arie della pianura, che provocava una esplosione di lagrime, che ricordava il villaggio, le serate dʼestate sotto lʼeffluvio delle stelle, le serate dʼinverno allʼangolo dellʼamato focolare, la madre, la sorella, la fidanzata, la sposa lasciate per la patria, i fanciulli benedetti partendo, che giocavano colle sciabole. I buffi dʼindignazione e di annientamento si alternavano e si succedevano. Cʼerano là 30,000 uomini, che domandavano di battersi ancora. Si desiderava la battaglia del destino—la disperazione contro la potenza.Una notte serena, irradiata da uno spolverio di stelle, filtrata da un vapore bianco e leggero, avviluppava di ombre tutto il paesaggio. Le finestre del castello di Bohus risplendevano. Là si macchinava il disonore, e si vegliava. Là stavano forse lʼinsonnia ed il rimorso degli uni, il dubbio e lʼesitazione degli altri, la volontà calcolata del capo. Poi, quando lʼalba principiò a imbiancare il cielo, quando arrivò lʼora dellʼesecuzione, eʼ fu come un accesso di delirio. Ad un punto, centinaia e migliaia dʼuomini presero la fuga, e si nascosero nei boschi: 7,000 uomini sparvero dalle file in pochi quarti dʼora.Il sole si alzò.La resa doveva aver luogo a mezzogiorno, nella pianura di Szőllős. Lʼagitazione della notte cessò. Un silenzio sinistro seguì, interrotto soltanto da qualche singhiozzo soffocato, da qualche singulto indomabile. Quelli che restavano sembravano rassegnati. Si compiacevano a credere in qualche cosa dʼignotoal quale ognuno dava la forma che più gli sorrideva. Un mistero dominava su questʼopera di tenebre. Non si voleva ancora vedere in Görgey un semplice traditore. Gli si attribuivano vendette diaboliche nascoste, colpi orrendi premeditati, accordi presi coi Russi contro gli Austriaci, articoli secreti nella convenzione, intelligenze collo Czar di Pietroburgo contro il Cesare di Vienna, degli abissi profondi, degli agguati spaventevoli. Il tradimento pare inverisimile, mostruoso, al soldato, malgrado le smentite della storia. Vada pel diplomatico, per lʼuomo politico, per il civile. Il tradimento si addice a costoro, è il loro mestiere giuocare dʼastuzia: sono volpi. Ma lʼuomo di spada! il leone, franco, aperto, brutale, sovente generoso perchè forte..., egli tessere delle ombre! egli, delle menzogne, delle infamie, delle nefandità? egli ordire degli agguati! impossibile!Le trombe ed i tamburi risuonarono. I soldati si posero sotto le armi, in fila. Poi, in marcia. E si arrivò al piano di Szőllős. Sotto una tenda, dei generali e degli ufficiali russi attendevano già. Non una divisa austriaca. Qualche migliaio di soldati russi formavano un piccolo accampamento; essi pure sotto le armi, in linea, la loro bandiera ondeggiante al vento. I 23,000 uomini, residuo dellʼesercito ungherese, si arrestarono. Posero in fascio le loro armi e le poche loro bandiere, riuniti in massa, come per fare un riposo. Poi rientrarono nelle file. Gli ufficiali conservavano le spade. Le trombe suonarono di nuovo. I cavalieri misero piede a terra. Essi ed i soldati di linea sfilarono davanti al piccolo gruppo di Russi, che presentava le armi. Più lungi, le file si rompevano. I soldati e bassi ufficiali, che non avevano servito primadel 1848, raggiunsero provvisoriamente le loro case. Gli altri ufficiali passavano dietro le file dei Russi, e si costituivano prigionieri. Il general Rüdiger, che presiedette alla sommissione, li diresse a Sarkad; una settimana dopo, Paskewich li consegnò a Haynau per ordine dello czar.Avevano confidato nella grandezza dʼanimo di Niccolò! Essi dimenticavano la Polonia!Görgey fu condotto al quartier generale russo, a Nagy-Varad. Il granduca Costantino ottenne il suo perdono. LʼAustria lo internò a Klagenfurt.Il dramma era finito.Io raggiunsi Bem. La mia vita era unʼagonia insopportabile. Incontrai Bem a Lugos. Kossuth aveva preso, fino dalla vigilia, la via dellʼesilio, dirigendosi verso la Turchia. Bem tentò di riaccendere il fuoco, e Kmety si battè ancora una volta, il 15 agosto, vicino a Lugos; ma la disperazione aveva accasciati tutti gli animi. Vecsey diede lʼesempio della dissoluzione del piccolo esercito di Bem, sottomettendosi ai Russi, il 16 agosto.Vecsey fu il primo a salire sul patibolo di Haynau!Noi penetrammo in Transilvania. Quel pugno dʼuomini, che ci restava ancora, sembrava disposto a lasciarsi uccidere, piuttosto che battersi. Perchè aggiungere nuove vittime allʼecatombe già finita? Cʼimpegnammo nelle montagne, e, per sentieri quasi inaccessibili, raggiungemmo il territorio turco, avendo lʼultima gioia, non lungi di Mehadia, di accoppare gli Austriaci che guardavano il confine per arrestare i fuggitivi.Klapka tirò da Comorn lʼultimo colpo di cannone contro il vessillo giallo-nero. Poi capitolò anchʼegli.E lʼopera del carnefice incominciò.Luigi Batthyany, primo ministro ungherese, fu trascinato dinanzi un Consiglio di guerra austriaco.—Io sono Ungherese, e non posso essere giudicato che da Ungheresi, sclamò egli.Fu condannato a morire di corda,pei suoi atti politici. Tentò di suicidarsi, e vi riescì per metà. Lo fucilarono per finirlo.Ciò accadeva a Pesth.Ad Arad, i generali Ernesto Kiss, Schweidel, Dessewffy e Lazar vennero pure fucilati, pergraziaparticolare di Haynau. I generali Török, Lahner, Knezich, Pöltenberg, il conte Vecsey, il conte Leiningen, il colonnello Lazar furono impiccati.—Hodie mihi, cras tibi!sclamò il formidabile Nagy-Sandor, al momento in cui il carnefice gli passava la corda al collo.E fu impiccato.—Io aveva, per ordine del re, giurato fedeltà alla Costituzione, e dovetti restar fedele al mio giuramento, disse Aulich, rivolgendosi al pubblico, come sʼera vôlto ai giudici, nel momento che il carnefice gli aggiustava al collo il nodo fatale.E fu appiccato.Damjanich, che aveva rotta una gamba, condotto ultimo, sopra un carro, al luogo del supplizio, gridò con inesprimibile dolore:—Io che era sempre il primo dinanzi lʼinimico, arrivo qui dopo tutti gli altri!E fu appiccato.Era il tredicesimo. Di già Windischgraetz aveva fatto appiccare il comandante dei cacciatori tirolesi, il capo della legione tedesca, Szöll, il generale Lazar, il colonnello Nadosy.Il barone Sigismondo Pérényi era un uomo avanzato in età. Era stato presidente della Camera dei magnati e della Corte suprema di giustizia. Fu impiccato. Ladislao Csany era stato ministro. Fu impiccato. Emerico Szasvay, segretario della Camera dei rappresentanti; Czernus, consigliere al ministero delle finanze; il barone Giovanni Jeszenak furono impiccati. Il colonnello principe Woroniecki, gli ufficiali Giron e Abancourt furono impiccati. Il colonnello Kasinczy fu fucilato in Arad.Lascio i più oscuri, ma non meno degni. Il pudore mi proibisce di nominare le dame e le donne flagellate. Madamigella Esther Lazar, che seguì lo stato-maggiore di Bem, vestita dʼamazzone, Bianca Teleki, Clara Lövey furono poste in prigione.LʼAustria tirò una linea nera sullʼUngheria, sulle sue istituzioni, sulla sua lingua, sulla sua storia, e credette di averne fatto una provincia austriaca.Bem morì di febbre in Aleppo, ove il Sultano ci aveva internati dietro la domanda dellʼAustria e della Russia. Quando gli si propose dʼabiurare il cristianesimo, in vista dʼuna possibile guerra della Turchia contro la Russia, Bem sclamò:—Non ho nulla da abiurare. Io non sono cristiano. Non ho che a scambiare lʼincomodo costume dellʼOccidente contro quello più ampio degli Orientali.Kossuth fu internato a Kutahia.Più tardi potemmo tutti ritornare in Europa, o imbarcarci per lʼAmerica[2].XI(ed ultimo)Ed ora una parola di conclusione a questa storia.LʼUngheria si è riconciliata collʼAustria.Il colonnello conte Maurizio Zapolyi è restato in esilio come Kossuth. Questi aveva detto nel suo gran discorso, ove proponeva la decadenza degli Absburgo:«Dio può disporre di me in questa vita come gli piacerà. Può colmarmi di sofferenze fisiche, può condurmi al patibolo, può condannarmi alla cicuta, od allʼesilio. Ma una cosa nella quale egli non potrà manifestarmi la sua onnipotenza è, che mi faccia ridivenire suddito della Casa dʼAustria».Egli ha tenuto la sua parola.Deak, un gran cittadino, ha sostenuto nella seconda fase della storia dellʼUngheria quella grande parte che Kossuth ebbe nella prima. Egli è arrivato ad un risultato: la riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria. Ma questa riconciliazione è dessa sincera? Lo crediamo. È dessa possibile? Lo desideriamo. È dessa duratura? Ne dubitiamo.Ne dubitiamo, perchè ci sembra che lʼAustria non è ancora abbastanza matura, abbastanza sbattuta dai disastri; chʼella non è ancora abbastanza convinta della necessità di formarsi in un insieme omogeneo,e disfarsi di tutte le parti angolose, vulnerabili, disaggregate del suo territorio. Occorre unʼaltra Sadowa per posare lʼAustria sulla sua vera base definitiva e costituirla nella sua grandezza utile e naturale. Se la sua alleanza col Governo imperiale francese—io non dico con la Francia—fosse sincero, questo ultimo colpo del destino coverebbe nellʼombra; e alla divisa del passato,Felix Austria nube, sarebbe mestieri sostituire la strana e provvidenziale dellʼavvenire:Felix Austria succumbe!LʼAustria non ha più posto nellʼOccidente. Ecco il punto di partenza di quellʼavvenire, che è stato inaugurato dalla riconciliazione collʼUngheria. Essa ha cessato di essere apostolica, come ha cessato dʼesser tedesca, come ha cessato dʼessere il perno delle alleanze continentali contro la Francia. Un nuovo mondo è nato a Solferino ed è stato battezzato a Sadowa. LʼAustria è di questo nuovo mondo, ma con una missione differente e sotto una forma differente da quella gotica dellʼImpero. Questa forma fu lʼacarusche lʼimperatore Napoleone le inserì sotto la pelle col trattato di Presburgo, quando, ad unʼaltrʼepoca di rigenerazione per il disastro, lʼAustria ebbe la sorte di liberarsi dal peso del mantello imperiale dʼAllemagna. Le sceniche assise di Carlo Magno non fanno proʼ ai giorni nostri. LʼacarusdellʼImpero ha divorato lʼAustria. Il signor di Bismarck ha estratto,ferro et igne, il germe della dissoluzione, che il terribile Côrso aveva infuso nel vecchio sangue di Absburgo. LʼImpero di Austria non esiste più che come un titolo. Francesco Giuseppe non ha altra corona reale e potente che quella di S. Stefano. Il Tirolo èun imbarazzo, la Boemia una minaccia, lʼarciducato dʼAustria un pericolo.Sʼha a conchiudere da tutto ciò che lʼAustria dovrebbe abbandonare in balía della corrente queste parti del suo dominio? Certo che no.Noi crediamo che lʼintegrità dellʼAustria, con qualche utile rettificazione delle sue frontiere, sia una salvaguardia della pace europea. Soltanto essa deve modificare la costituzione di queste parti dellʼImpero e cangiare la loro natura di provincia in quella di Stato. Forse, in questa trasformazione, lʼautorità centrale perderà la metà della sua energia, ma essa acquisterà per certo la totalità del suo rispetto, la sicurezza di durare e continuare, la sua base di azione, la potenza del suo effetto ed un elemento di similitudine. Il Tirolo e lʼarciducato non sono finalmente che unʼappendice, la Gallizia un deposito. La casa dʼAusburgo deve essere preparata a perderli, in un dato giorno, ma con un compenso—il giuoco della casa di Savoia.La base della nuova Austria è lʼUngheria. LʼUngheria sviluppata nei suoi confini naturali, vale a dire dal Pruth e dai Balkani allʼAdriatico, da Presburgo al Mar Nero, determina la nuova missione dellʼAustria e la sua feconda grandezza. Se lʼArciducato, il Tirolo, la Boemia, la Gallizia nella loro integrità le restano, e possono restarle, questi Stati non devono avere col centro del regno che dei legami accessorii, in modo che si possa tagliare il cordone ombelicale senza pericolo per la vita e per lo sviluppo dellʼinsieme, quando lanecessitàlo imporrà, come fece lʼInghilterra delle isole Ionie. Codesta necessità si addimanda attrazione delle razze, sicurezzadelle frontiere. Si persiste ancora, sʼinsorge ancora contro le esigenze di questo decreto di salute dei popoli e delle nazioni. Non importa. LʼInghilterra ha dato lʼesempio. La resistenza è già minore oggidì che nol fosse nel 1815. E se la giustizia, la verità, il diritto incontrano sul loro cammino più ostacoli che non ne incontri il male sotto i varii suoi nomi, ciò vuol dire che sono ancora le dinastie che pesano sulla politica, e non i popoli che la ispirano direttamente.Gli Stati di origine diplomatica, scaturiti dalle guerre o da altre enormità politiche, non hanno più ragione di essere. Il bisogno del nostro tempo è di semplificare per economizzare lʼuso costoso dellʼautorità, a quella guisa che noi economizziamo li tempo, lo spazio, le forze improduttive. Si comprende unʼItalia. Si comprende una Germania. Si comprende una Francia. Si comprende unʼInghilterra, una Russia, unʼAmerica, unʼUngheria, che racchiuda tutti i popoli del bacino del Danubio, una Polonia. Ma qualʼè la missione civilizzatrice, lʼutilità umana dellʼImpero dʼAustria, composto di pezzi mal uniti e tenuti insieme da una cerchia di baionette?... Per fortuna, questo amalgama infecondo si decompone sotto lʼazione della stessa forza che lʼavea formato: il cannone.Se la decomposizione non fosse stata normale, lʼEuropa non avrebbe permesso che si compisse. Lascerebbe essa, infatti, compiere la rottura dellʼItalia o dellʼAllemagna per le mani della Francia? La riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria è nata da questa evoluzione: la rottura del violento connubio degli Stati; la formazione delle prospere unioni omogenee. La scissura si è operata a colpi di folgore; il ravvicinamentosotto lʼimpulso dellʼinevitabile. Si vorrà rassegnarsi giammai a questi decreti della necessità?... Tutto consiste in ciò. Lʼavvenire della dinastia dʼAbsburgo sta nellʼabdicazione deʼ suoi vecchi propositi a favore della sua nuova missione. Il suo perno è lʼUngheria. Il Re dʼUngheria è alla testa della politica della nuova Europa: lʼEuropa chʼè uscita dalla ruina dellʼedifizio infelice, di cui il Congresso di Münster aveva gittato le prime basi, ed il trattato di Utrecht levò le pareti, lasciando al Congresso di Vienna la trista bisogna di completare il mostro.Che cosa è dunque il Re dʼUngheria?...In una parola, è il contrappeso dello Czar di Moscovia.Il Re dʼUngheria non deve ambire di essere altro. Questa sua missione è già vasta abbastanza, egli deve volger le spalle allʼEuropa. Se il suo sosio, lʼArciduca dʼAustria, ha ancora delle inquietudini che lʼattirano verso la Germania, delle vertigini che lo riconducono verso lʼItalia, egli deve bandirlo come il genio del male. Lo sguardo del Re dʼUngheria si spinge in avanti, là dove sorge il sole. La sua corsa è parallela a quella dello Czar di Moscovia: egli mira alla stessa meta; la sua attività aspira ai medesimi resultati. Essi devono aiutarsi a vicenda, se è possibile, ma non intraprender nulla lʼuno contro lʼaltro. Nondimeno, il pericolo dellʼEuropa sarebbe nellʼaccordo di questo Czar e di questo Re. Ma ecco appunto perchè è necessario di lasciare che la Germania si costituisca senza crearle ostacoli, di aiutare la Polonia ad interporsi fra questi tre, e di consolidare lʼalleanza della Francia collʼItalia sul cadavere del papato temporale, o di compiere la loro rottura,mediante lʼalleanza sana, definitiva, politica, dellʼAlemagna protestante e dellʼItalia scettica. Ciò è ancora nel potere dellʼimperatore Napoleone, se si decide ad escire risolutamente una volta dalla tutela dellʼinfausta sua consorte ultramontana e dallʼinfluenza del gineceo cattolico. La sua attitudine indeterminata attuale lo rimpicciolisce: essa getta lʼItalia nelle braccia della Prussia, la Prussia nelle braccia della Russia, e compromette la vita nuova dellʼItalia.Circoscrivere il mostruoso ingrandimento della Russia, ecco il compito dellʼUngheria nel mondo moderno, come nei secoli passati essa pose un argine allʼinvasione della Turchia nellʼOccidente. Ma si deve altresì fissare, senza gelosia, senza grettezze, senza puerili timori, dove questo ingrandimento cessa di essere naturale e necessario, dove comincia ad essere mostruoso.Pretendere che una nazione così omogenea, come la Russia, sia una nazione mediterranea, senza uno sbocco sul mare eterno, chiusa al nord per otto mesi dellʼanno dal ghiaccio, strangolata al Bosforo sotto la sorveglianza dellʼEuropa gelosa e paurosa, sarebbe un pretendere lʼimpossibile; vale a dire che non vi sia sviluppo là dove cʼè vita, gioventù e salute. Nessuna nazione moderna può vivere senza lʼOceano. La Russia ha il suo punto di gravitazione inevitabile verso Costantinopoli; le è necessario, e lʼavrà, presto o tardi, dalla ragione, dallʼastuzia, dai trattati, o dalla violenza, facendo nascere o profittando delle complicazioni dellʼEuropa occidentale. Costantinopoli le farà lasciar Pietroburgo, la quarta capitale della sua quarta evoluzione; ed allora essacesserà di pesare sullʼEuropa per sorvegliar lʼAsia ed aiutare il sultano nella sua azione, nella sua missione: nellʼopera sua sulla razza siamica. La Turchia è per lʼAsia occidentale ciò che è lʼUngheria per i residui delle razze consanguinee slave. A questo prezzo la Russia abbandonerà la Polonia.LʼUngheria e la Polonia redente, la Germania costituita, lʼItalia consolidata e compiuta, lʼalleanza delle potenze del Mediterraneo assicurata, le flotte dellʼInghilterra, della Francia e dellʼItalia sempre allestite...... ove sarebbe allora il pericolo, il timore delcolosso moscovitaa Costantinopoli, che turba i sonni dei politici di corta lena?.... Bisogna finirla, insomma, con le anticaglie diplomatiche dellesupremaziedeilaghi, dellʼinfluenza, dellaprotezione, dellʼalta signoria(suzerainété), codesti bagattelli, codeste lanterne magiche, codesti semafori dei tempi passati. Largo alle ferrovie, al gas, alle macchine da filare, ai telegrafi elettrici della politica moderna.Noi non siamo ancora alla vigilia della guarigione logica ed etnologica delle deformità europee. Ma il metodo è trovato, grazie allʼimperatore Napoleone, a Cavour ed a Bismarck. Ecco perchè la riconciliazione dellʼAustria con lʼUngheria sarebbe un fatto da rallegrarsene, se non nasconde degli occulti intendimenti. Questi occulti intendimenti possono esistere ancora. Il ravvicinamento può ancora non essere sincero. Lo sarà per fermo il giorno in cui una novella battaglia perduta sbarazzerà la casa dʼAustria dallʼarciducato, che è tedesco, e deve far parte dellʼAlemagna; del Tirolo, che è italiano, e deve far parte dellʼItalia; della Galizia, che deve ritornare alla Polonia. Annettete presto allʼUngheriail paese che la Turchia possede, o di cui ha lʼalta signoriaal di qua del mar Nero—eccetto lʼEpiro e qualche cantone dellʼAlbania—, e la soluzione è prossima.LʼEuroparealetermina allʼOder. LʼEuropa al di là è piuttosto lʼOriente. LʼUngheria e la Polonia sono le primogenite di codesta Europa slava orientale, che è un pericolo, e che devʼessere una forza, e cui si tratta di costituire. LʼEuropa deve dunque incoraggiare la formazione dellʼUngheria quale deve essere, ed affrettare la decomposizione dellʼAustria quale essa è ancora, ma senza forzare con la guerra la mano al destino.IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZ
Cʼera unʼaltra ragione. Il nipote del principe, che comandava il suo battaglione di volontarii, era stato ucciso. Gli ufficiali avevano domandato al principe di scegliere un nuovo capo per condurli.—Io stessa, gridò Amelia.—Sotto ai miei ordini, rispose il principe.E prese il comando.Li ritrovai a Temesvar, ove arrivai con Bem il 9 agosto.Ove arrivava Bem, arrivava la pugna. Egli prese immediatamente dalle mani del suo compatriotta Dembinski il comando in capo come generalissimo, schierò i battaglioni magiari, mise lʼartiglieria in posizione, ed aprì il fuoco contro il nemico. Haynaurotto, sconvolto, fece avanzare la riserva russa. Di un tratto, il fuoco ungherese si estingue. Mancano le munizioni. Bem ordina la ritirata. Scende la notte.Ci eravamo impegnati in una stretta nel mezzo dʼun bosco, ove i nostri distaccamenti si confondevano gli uni cogli altri, sfiniti, affamati, non avendo mangiato fino dal giorno innanzi. Dei nugoli di Cosacchi ci seguivano come corvi, raccogliendo tutti quelli che restavano indietro, ritardando la nostra marcia, obbligandoci ad ogni istante di far fronte per respingerli. Bem, con un pugno di ussari che io comandava, e col battaglione del principe Nyraczi, copriva la ritirata. In un istante, lʼavanguardia, sbucando da una stretta fra due avvallamenti di colline, si trovò di faccia allʼinimico,—il corpo di Lichtenstein, che Bem aveva voluto evitare, cessando la lotta. Un fremito straordinario côlse il nostro esercito. Bem si slanciò in avanti per prendere la testa dellʼavanguardia, ma per un indietreggiare delle file anteriori, il suo cavallo sʼimpennò, e cavallo e cavaliere caddero rovesciati. Mi precipitavo in suo soccorso, quando un lungo grido dietro di noi mi annunziò un altro pericolo. Guardai: il battaglione del principe Nyraczi era intieramente ravvolto in un turbine di Cosacchi, come un giallo dʼuovo nella sua albumina. In mezzo ai volontarii, o piuttosto alla loro testa, si trovava Amelia.La scôrsi da lontano, al crepuscolo della notte che sorgeva dal piano, vestita da amazzone, fieramente rizzata sugli arcioni, sciabolare i Russi. Ella aveva perduto il suo kalpak di velluto celeste guarnito di cigno, col pennacchietto di perle, ed il suo dolmanvioletto agramentato dʼoro ed argento. Le treccie disciolte dei capelli ondeggiavano sulle sue spalle. La sua sciabola brillava dʼun corruscamento fosco e rossastro, sotto i colpi che dava o parava. La si sarebbe detta lʼangelo scaduto dellʼUngheria che lanciava i suoi ultimi raggi avanti di eclissarsi. Non una parola le usciva di bocca. Il lavoro terribile che compieva, lʼassorbiva. Ma i Cosacchi, alle prese con una giovine donna, bella di una bellezza più splendida di tutte le loro madonne bizantine, gettavano degli urli grotteschi, feroci, lascivi, pieni di desiderii, di paura e di ammirazione nellʼistesso tempo. I volontarii ungheresi ruggivano alla loro volta, scagliandosi sui Cosacchi per respingerli, o cadendo sotto i ferri dei loro cavalli. Io mi spinsi avanti colla paura della disperazione, calpestando sotto i piedi amici e nemici onde arrivare sino a lei. La siepe si faceva più fitta. Cadaveri e viventi ostruivano lo stretto passaggio, che io aveva a varcare.Il principe Nyraczi fu più fortunato di me. Io lo credetti almeno per un istante, vedendolo accorrere dallʼaltra estremità della gola, quasi al galoppo, abbattendo come spighe, sotto la sua vecchia sciabola, tutti quelli che incontrava.Egli non aveva più ottantʼanni. Il pericolo cui correva la vita e soprattutto lʼonore di sua figlia gli dava una nuova giovinezza. Giunse alfine. Giunse nel momento in cui il cavallo dʼAmelia cedeva sotto di lei, ed i Cosacchi piombavano sulla loro preda, come un branco di pesci-cani sopra una persona caduta in mare. Il principe la vide sparire e parve disperato, poichè tirò una pistola dai suoi arcioni.Tuttavolta, per un istante, la mischia si calmò. Egli la vide, e la vidi io pure, quasi nuda ormai sotto quelle mani immonde. Il principe non ebbe che un secondo di quella vista orrenda, che a me parve unʼeternità. Ciò bastò. Armò, puntò la sua pistola, mirò, tirò un colpo, e sua figlia cadde allʼindietro colla testa franta da una palla. I Cosacchi, non sapendo dʼonde venisse quel colpo, si rialzarono. Il principe Nyraczi sembrava un gigante ritto sulle staffe, la mano ancora tesa, lo sguardo profondo, fisso, perduto, spaventevole. Egli faceva paura.—Sono con voi, sono con voi, gli gridai da lontano. Tenete fermo ancora un minuto.La mia voce lo fece trasalire. Levò lo sguardo dal cadavere e mi scôrse. Mi riconobbe.—No! urlò egli; non voglio lʼaiuto dʼun servo che ho fatto frustare come un ladro.E, dicendo queste insensate parole, continuava il molinello colla sua sciabola, e mieteva i Cosacchi. Mi fermai. Ebbi torto. Avrei potuto forse salvarlo suo malgrado. Lo vidi cadere un istante dopo sotto i kandjari dei Russi, e coprire col suo corpo il cadavere di sua figlia. Non distinsi più nulla. Non so come e da chi fui trasportato a Lugos. Credo di essere svenuto.X.Il resto non mʼimportava più. LʼUngheria aveva soccombuto. Io voleva morire. Ma avrei voluto vedere, prima, la punizione di Görgey.Görgey trattava già coi Russi.Egli propose di offrire la corona di Ungheria al principe di Leuchtemberg. Il Governo approvò questa idea. Kossuth non vi si oppose. La nazione, che ritta dietro lui, lʼaveva sostenuto per due anni, era atterrita sotto il peso di 350,000 soldati austro-russi[1]e sotto lʼinfluenza del suo proprio esercito abbattuto. Lʼ11 agosto, Kossuth diede la sua dimissione, e decretò la dittatura a Görgey. «Ami egli il suo paese, disse Kossuth alla nazione nel suo proclama, col disinteresse che lʼho amato io stesso, e più fortunato di me pervenga ad assicurare la felicità della patria. Così il Dio di giustizia e di misericordia sia con essa».Paskewich rispose: «Lʼunico scopo dellʼesercito russo è di combattere. Se Görgey vuol fare la sua sommissione al suo sovrano legittimo, si rivolga al comandante in capo dellʼesercito austriaco».—Morremo tutti combattendo, allora, replicò Görgey.Egli aveva aperto le trattative per rendersi ai Russi colla clausola espressa «di non deporre le armi senza condizioni dinanzi gli Austriaci».Görgey non tanto detestava lʼAustria, quanto era geloso di Kossuth. Ma egli sapeva cosa sarebbe avvenuto dopo una reddizione agli Austriaci. Di già Haynau aveva fatto appiccare Guber e Mednyanszky, ufficiali ungheresi. La proposizione di Görgey fu alfine accettata da Paskewich, e subita da Haynau. Görgey lasciò allora Arad, e si mise in marcia per Vilagos. Pochi ufficiali soltanto sapevano che lʼesercitoungherese si avvicinava ai Russi per metter giù le armi. Lʼesercito credeva di andare a battersi ancora, e non domandava che la battaglia, quantunque ormai certo della sua disfatta finale.Bem mʼinviò a portare i suoi ordini a Görgey, nella sua qualità di generalissimo, poichè egli considerava come incostituzionale la trasmissione di poteri fatta da Kossuth a Görgey, senza la sanzione della Dieta. Arrivai a Vilagos il 12 agosto, alla sera, ma non potei penetrare nel castello di Bohus, ove risiedeva Görgey, e non insistetti. Circolai un poʼ nelle file dellʼesercito.Gli ufficiali erano tristi, i soldati in collera. Tutti gli aspetti che la disgrazia, lo scoraggiamento, la malinconia, la rabbia e lʼabbattimento possono prendere, si dipingevano sulle fisonomie di quegli uomini. Tutte le impronte strazianti, che il dolore e la disperazione possono scolpire sopra una faccia virile e vivente, i tratti di quei soldati le portavano. La notizia della reddizione era ormai conosciuta. Non cʼera più subordinazione. I bivacchi della notte furono tregende. Qui gridavano, bestemmiavano, maledicevano, od insultavano gli ufficiali meno afflitti; là si rompevano le armi, si ammazzavano i cavalli, si suicidavano. Il dolore ebbe voci diverse, ma immense e spaventevoli. Nessuno mangiò. Nessuno dormì. I cavalli stessi parevano penetrati da un sentimento di pesante tristezza. Si facevano dei progetti assurdi. Si concepivano speranze insensate. Tutti erano accusati, e nessuno si scusava. Si ricordavano i giorni gloriosi della vittoria, della gioia, lʼentrata trionfale nelle città, il perdono generoso accordato al nemico dopo di averlo vinto, i colpi fortunati, le orride seratedel bivacco dʼinverno, coricati sulla neve, senza fuoco, senza mantello, senza cena, e pure felici. Si gittava al vento un ritornello patriottico di Petőfi, ormai senza eco: un flebile ritornello delle arie della pianura, che provocava una esplosione di lagrime, che ricordava il villaggio, le serate dʼestate sotto lʼeffluvio delle stelle, le serate dʼinverno allʼangolo dellʼamato focolare, la madre, la sorella, la fidanzata, la sposa lasciate per la patria, i fanciulli benedetti partendo, che giocavano colle sciabole. I buffi dʼindignazione e di annientamento si alternavano e si succedevano. Cʼerano là 30,000 uomini, che domandavano di battersi ancora. Si desiderava la battaglia del destino—la disperazione contro la potenza.Una notte serena, irradiata da uno spolverio di stelle, filtrata da un vapore bianco e leggero, avviluppava di ombre tutto il paesaggio. Le finestre del castello di Bohus risplendevano. Là si macchinava il disonore, e si vegliava. Là stavano forse lʼinsonnia ed il rimorso degli uni, il dubbio e lʼesitazione degli altri, la volontà calcolata del capo. Poi, quando lʼalba principiò a imbiancare il cielo, quando arrivò lʼora dellʼesecuzione, eʼ fu come un accesso di delirio. Ad un punto, centinaia e migliaia dʼuomini presero la fuga, e si nascosero nei boschi: 7,000 uomini sparvero dalle file in pochi quarti dʼora.Il sole si alzò.La resa doveva aver luogo a mezzogiorno, nella pianura di Szőllős. Lʼagitazione della notte cessò. Un silenzio sinistro seguì, interrotto soltanto da qualche singhiozzo soffocato, da qualche singulto indomabile. Quelli che restavano sembravano rassegnati. Si compiacevano a credere in qualche cosa dʼignotoal quale ognuno dava la forma che più gli sorrideva. Un mistero dominava su questʼopera di tenebre. Non si voleva ancora vedere in Görgey un semplice traditore. Gli si attribuivano vendette diaboliche nascoste, colpi orrendi premeditati, accordi presi coi Russi contro gli Austriaci, articoli secreti nella convenzione, intelligenze collo Czar di Pietroburgo contro il Cesare di Vienna, degli abissi profondi, degli agguati spaventevoli. Il tradimento pare inverisimile, mostruoso, al soldato, malgrado le smentite della storia. Vada pel diplomatico, per lʼuomo politico, per il civile. Il tradimento si addice a costoro, è il loro mestiere giuocare dʼastuzia: sono volpi. Ma lʼuomo di spada! il leone, franco, aperto, brutale, sovente generoso perchè forte..., egli tessere delle ombre! egli, delle menzogne, delle infamie, delle nefandità? egli ordire degli agguati! impossibile!Le trombe ed i tamburi risuonarono. I soldati si posero sotto le armi, in fila. Poi, in marcia. E si arrivò al piano di Szőllős. Sotto una tenda, dei generali e degli ufficiali russi attendevano già. Non una divisa austriaca. Qualche migliaio di soldati russi formavano un piccolo accampamento; essi pure sotto le armi, in linea, la loro bandiera ondeggiante al vento. I 23,000 uomini, residuo dellʼesercito ungherese, si arrestarono. Posero in fascio le loro armi e le poche loro bandiere, riuniti in massa, come per fare un riposo. Poi rientrarono nelle file. Gli ufficiali conservavano le spade. Le trombe suonarono di nuovo. I cavalieri misero piede a terra. Essi ed i soldati di linea sfilarono davanti al piccolo gruppo di Russi, che presentava le armi. Più lungi, le file si rompevano. I soldati e bassi ufficiali, che non avevano servito primadel 1848, raggiunsero provvisoriamente le loro case. Gli altri ufficiali passavano dietro le file dei Russi, e si costituivano prigionieri. Il general Rüdiger, che presiedette alla sommissione, li diresse a Sarkad; una settimana dopo, Paskewich li consegnò a Haynau per ordine dello czar.Avevano confidato nella grandezza dʼanimo di Niccolò! Essi dimenticavano la Polonia!Görgey fu condotto al quartier generale russo, a Nagy-Varad. Il granduca Costantino ottenne il suo perdono. LʼAustria lo internò a Klagenfurt.Il dramma era finito.Io raggiunsi Bem. La mia vita era unʼagonia insopportabile. Incontrai Bem a Lugos. Kossuth aveva preso, fino dalla vigilia, la via dellʼesilio, dirigendosi verso la Turchia. Bem tentò di riaccendere il fuoco, e Kmety si battè ancora una volta, il 15 agosto, vicino a Lugos; ma la disperazione aveva accasciati tutti gli animi. Vecsey diede lʼesempio della dissoluzione del piccolo esercito di Bem, sottomettendosi ai Russi, il 16 agosto.Vecsey fu il primo a salire sul patibolo di Haynau!Noi penetrammo in Transilvania. Quel pugno dʼuomini, che ci restava ancora, sembrava disposto a lasciarsi uccidere, piuttosto che battersi. Perchè aggiungere nuove vittime allʼecatombe già finita? Cʼimpegnammo nelle montagne, e, per sentieri quasi inaccessibili, raggiungemmo il territorio turco, avendo lʼultima gioia, non lungi di Mehadia, di accoppare gli Austriaci che guardavano il confine per arrestare i fuggitivi.Klapka tirò da Comorn lʼultimo colpo di cannone contro il vessillo giallo-nero. Poi capitolò anchʼegli.E lʼopera del carnefice incominciò.Luigi Batthyany, primo ministro ungherese, fu trascinato dinanzi un Consiglio di guerra austriaco.—Io sono Ungherese, e non posso essere giudicato che da Ungheresi, sclamò egli.Fu condannato a morire di corda,pei suoi atti politici. Tentò di suicidarsi, e vi riescì per metà. Lo fucilarono per finirlo.Ciò accadeva a Pesth.Ad Arad, i generali Ernesto Kiss, Schweidel, Dessewffy e Lazar vennero pure fucilati, pergraziaparticolare di Haynau. I generali Török, Lahner, Knezich, Pöltenberg, il conte Vecsey, il conte Leiningen, il colonnello Lazar furono impiccati.—Hodie mihi, cras tibi!sclamò il formidabile Nagy-Sandor, al momento in cui il carnefice gli passava la corda al collo.E fu impiccato.—Io aveva, per ordine del re, giurato fedeltà alla Costituzione, e dovetti restar fedele al mio giuramento, disse Aulich, rivolgendosi al pubblico, come sʼera vôlto ai giudici, nel momento che il carnefice gli aggiustava al collo il nodo fatale.E fu appiccato.Damjanich, che aveva rotta una gamba, condotto ultimo, sopra un carro, al luogo del supplizio, gridò con inesprimibile dolore:—Io che era sempre il primo dinanzi lʼinimico, arrivo qui dopo tutti gli altri!E fu appiccato.Era il tredicesimo. Di già Windischgraetz aveva fatto appiccare il comandante dei cacciatori tirolesi, il capo della legione tedesca, Szöll, il generale Lazar, il colonnello Nadosy.Il barone Sigismondo Pérényi era un uomo avanzato in età. Era stato presidente della Camera dei magnati e della Corte suprema di giustizia. Fu impiccato. Ladislao Csany era stato ministro. Fu impiccato. Emerico Szasvay, segretario della Camera dei rappresentanti; Czernus, consigliere al ministero delle finanze; il barone Giovanni Jeszenak furono impiccati. Il colonnello principe Woroniecki, gli ufficiali Giron e Abancourt furono impiccati. Il colonnello Kasinczy fu fucilato in Arad.Lascio i più oscuri, ma non meno degni. Il pudore mi proibisce di nominare le dame e le donne flagellate. Madamigella Esther Lazar, che seguì lo stato-maggiore di Bem, vestita dʼamazzone, Bianca Teleki, Clara Lövey furono poste in prigione.LʼAustria tirò una linea nera sullʼUngheria, sulle sue istituzioni, sulla sua lingua, sulla sua storia, e credette di averne fatto una provincia austriaca.Bem morì di febbre in Aleppo, ove il Sultano ci aveva internati dietro la domanda dellʼAustria e della Russia. Quando gli si propose dʼabiurare il cristianesimo, in vista dʼuna possibile guerra della Turchia contro la Russia, Bem sclamò:—Non ho nulla da abiurare. Io non sono cristiano. Non ho che a scambiare lʼincomodo costume dellʼOccidente contro quello più ampio degli Orientali.Kossuth fu internato a Kutahia.Più tardi potemmo tutti ritornare in Europa, o imbarcarci per lʼAmerica[2].XI(ed ultimo)Ed ora una parola di conclusione a questa storia.LʼUngheria si è riconciliata collʼAustria.Il colonnello conte Maurizio Zapolyi è restato in esilio come Kossuth. Questi aveva detto nel suo gran discorso, ove proponeva la decadenza degli Absburgo:«Dio può disporre di me in questa vita come gli piacerà. Può colmarmi di sofferenze fisiche, può condurmi al patibolo, può condannarmi alla cicuta, od allʼesilio. Ma una cosa nella quale egli non potrà manifestarmi la sua onnipotenza è, che mi faccia ridivenire suddito della Casa dʼAustria».Egli ha tenuto la sua parola.Deak, un gran cittadino, ha sostenuto nella seconda fase della storia dellʼUngheria quella grande parte che Kossuth ebbe nella prima. Egli è arrivato ad un risultato: la riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria. Ma questa riconciliazione è dessa sincera? Lo crediamo. È dessa possibile? Lo desideriamo. È dessa duratura? Ne dubitiamo.Ne dubitiamo, perchè ci sembra che lʼAustria non è ancora abbastanza matura, abbastanza sbattuta dai disastri; chʼella non è ancora abbastanza convinta della necessità di formarsi in un insieme omogeneo,e disfarsi di tutte le parti angolose, vulnerabili, disaggregate del suo territorio. Occorre unʼaltra Sadowa per posare lʼAustria sulla sua vera base definitiva e costituirla nella sua grandezza utile e naturale. Se la sua alleanza col Governo imperiale francese—io non dico con la Francia—fosse sincero, questo ultimo colpo del destino coverebbe nellʼombra; e alla divisa del passato,Felix Austria nube, sarebbe mestieri sostituire la strana e provvidenziale dellʼavvenire:Felix Austria succumbe!LʼAustria non ha più posto nellʼOccidente. Ecco il punto di partenza di quellʼavvenire, che è stato inaugurato dalla riconciliazione collʼUngheria. Essa ha cessato di essere apostolica, come ha cessato dʼesser tedesca, come ha cessato dʼessere il perno delle alleanze continentali contro la Francia. Un nuovo mondo è nato a Solferino ed è stato battezzato a Sadowa. LʼAustria è di questo nuovo mondo, ma con una missione differente e sotto una forma differente da quella gotica dellʼImpero. Questa forma fu lʼacarusche lʼimperatore Napoleone le inserì sotto la pelle col trattato di Presburgo, quando, ad unʼaltrʼepoca di rigenerazione per il disastro, lʼAustria ebbe la sorte di liberarsi dal peso del mantello imperiale dʼAllemagna. Le sceniche assise di Carlo Magno non fanno proʼ ai giorni nostri. LʼacarusdellʼImpero ha divorato lʼAustria. Il signor di Bismarck ha estratto,ferro et igne, il germe della dissoluzione, che il terribile Côrso aveva infuso nel vecchio sangue di Absburgo. LʼImpero di Austria non esiste più che come un titolo. Francesco Giuseppe non ha altra corona reale e potente che quella di S. Stefano. Il Tirolo èun imbarazzo, la Boemia una minaccia, lʼarciducato dʼAustria un pericolo.Sʼha a conchiudere da tutto ciò che lʼAustria dovrebbe abbandonare in balía della corrente queste parti del suo dominio? Certo che no.Noi crediamo che lʼintegrità dellʼAustria, con qualche utile rettificazione delle sue frontiere, sia una salvaguardia della pace europea. Soltanto essa deve modificare la costituzione di queste parti dellʼImpero e cangiare la loro natura di provincia in quella di Stato. Forse, in questa trasformazione, lʼautorità centrale perderà la metà della sua energia, ma essa acquisterà per certo la totalità del suo rispetto, la sicurezza di durare e continuare, la sua base di azione, la potenza del suo effetto ed un elemento di similitudine. Il Tirolo e lʼarciducato non sono finalmente che unʼappendice, la Gallizia un deposito. La casa dʼAusburgo deve essere preparata a perderli, in un dato giorno, ma con un compenso—il giuoco della casa di Savoia.La base della nuova Austria è lʼUngheria. LʼUngheria sviluppata nei suoi confini naturali, vale a dire dal Pruth e dai Balkani allʼAdriatico, da Presburgo al Mar Nero, determina la nuova missione dellʼAustria e la sua feconda grandezza. Se lʼArciducato, il Tirolo, la Boemia, la Gallizia nella loro integrità le restano, e possono restarle, questi Stati non devono avere col centro del regno che dei legami accessorii, in modo che si possa tagliare il cordone ombelicale senza pericolo per la vita e per lo sviluppo dellʼinsieme, quando lanecessitàlo imporrà, come fece lʼInghilterra delle isole Ionie. Codesta necessità si addimanda attrazione delle razze, sicurezzadelle frontiere. Si persiste ancora, sʼinsorge ancora contro le esigenze di questo decreto di salute dei popoli e delle nazioni. Non importa. LʼInghilterra ha dato lʼesempio. La resistenza è già minore oggidì che nol fosse nel 1815. E se la giustizia, la verità, il diritto incontrano sul loro cammino più ostacoli che non ne incontri il male sotto i varii suoi nomi, ciò vuol dire che sono ancora le dinastie che pesano sulla politica, e non i popoli che la ispirano direttamente.Gli Stati di origine diplomatica, scaturiti dalle guerre o da altre enormità politiche, non hanno più ragione di essere. Il bisogno del nostro tempo è di semplificare per economizzare lʼuso costoso dellʼautorità, a quella guisa che noi economizziamo li tempo, lo spazio, le forze improduttive. Si comprende unʼItalia. Si comprende una Germania. Si comprende una Francia. Si comprende unʼInghilterra, una Russia, unʼAmerica, unʼUngheria, che racchiuda tutti i popoli del bacino del Danubio, una Polonia. Ma qualʼè la missione civilizzatrice, lʼutilità umana dellʼImpero dʼAustria, composto di pezzi mal uniti e tenuti insieme da una cerchia di baionette?... Per fortuna, questo amalgama infecondo si decompone sotto lʼazione della stessa forza che lʼavea formato: il cannone.Se la decomposizione non fosse stata normale, lʼEuropa non avrebbe permesso che si compisse. Lascerebbe essa, infatti, compiere la rottura dellʼItalia o dellʼAllemagna per le mani della Francia? La riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria è nata da questa evoluzione: la rottura del violento connubio degli Stati; la formazione delle prospere unioni omogenee. La scissura si è operata a colpi di folgore; il ravvicinamentosotto lʼimpulso dellʼinevitabile. Si vorrà rassegnarsi giammai a questi decreti della necessità?... Tutto consiste in ciò. Lʼavvenire della dinastia dʼAbsburgo sta nellʼabdicazione deʼ suoi vecchi propositi a favore della sua nuova missione. Il suo perno è lʼUngheria. Il Re dʼUngheria è alla testa della politica della nuova Europa: lʼEuropa chʼè uscita dalla ruina dellʼedifizio infelice, di cui il Congresso di Münster aveva gittato le prime basi, ed il trattato di Utrecht levò le pareti, lasciando al Congresso di Vienna la trista bisogna di completare il mostro.Che cosa è dunque il Re dʼUngheria?...In una parola, è il contrappeso dello Czar di Moscovia.Il Re dʼUngheria non deve ambire di essere altro. Questa sua missione è già vasta abbastanza, egli deve volger le spalle allʼEuropa. Se il suo sosio, lʼArciduca dʼAustria, ha ancora delle inquietudini che lʼattirano verso la Germania, delle vertigini che lo riconducono verso lʼItalia, egli deve bandirlo come il genio del male. Lo sguardo del Re dʼUngheria si spinge in avanti, là dove sorge il sole. La sua corsa è parallela a quella dello Czar di Moscovia: egli mira alla stessa meta; la sua attività aspira ai medesimi resultati. Essi devono aiutarsi a vicenda, se è possibile, ma non intraprender nulla lʼuno contro lʼaltro. Nondimeno, il pericolo dellʼEuropa sarebbe nellʼaccordo di questo Czar e di questo Re. Ma ecco appunto perchè è necessario di lasciare che la Germania si costituisca senza crearle ostacoli, di aiutare la Polonia ad interporsi fra questi tre, e di consolidare lʼalleanza della Francia collʼItalia sul cadavere del papato temporale, o di compiere la loro rottura,mediante lʼalleanza sana, definitiva, politica, dellʼAlemagna protestante e dellʼItalia scettica. Ciò è ancora nel potere dellʼimperatore Napoleone, se si decide ad escire risolutamente una volta dalla tutela dellʼinfausta sua consorte ultramontana e dallʼinfluenza del gineceo cattolico. La sua attitudine indeterminata attuale lo rimpicciolisce: essa getta lʼItalia nelle braccia della Prussia, la Prussia nelle braccia della Russia, e compromette la vita nuova dellʼItalia.Circoscrivere il mostruoso ingrandimento della Russia, ecco il compito dellʼUngheria nel mondo moderno, come nei secoli passati essa pose un argine allʼinvasione della Turchia nellʼOccidente. Ma si deve altresì fissare, senza gelosia, senza grettezze, senza puerili timori, dove questo ingrandimento cessa di essere naturale e necessario, dove comincia ad essere mostruoso.Pretendere che una nazione così omogenea, come la Russia, sia una nazione mediterranea, senza uno sbocco sul mare eterno, chiusa al nord per otto mesi dellʼanno dal ghiaccio, strangolata al Bosforo sotto la sorveglianza dellʼEuropa gelosa e paurosa, sarebbe un pretendere lʼimpossibile; vale a dire che non vi sia sviluppo là dove cʼè vita, gioventù e salute. Nessuna nazione moderna può vivere senza lʼOceano. La Russia ha il suo punto di gravitazione inevitabile verso Costantinopoli; le è necessario, e lʼavrà, presto o tardi, dalla ragione, dallʼastuzia, dai trattati, o dalla violenza, facendo nascere o profittando delle complicazioni dellʼEuropa occidentale. Costantinopoli le farà lasciar Pietroburgo, la quarta capitale della sua quarta evoluzione; ed allora essacesserà di pesare sullʼEuropa per sorvegliar lʼAsia ed aiutare il sultano nella sua azione, nella sua missione: nellʼopera sua sulla razza siamica. La Turchia è per lʼAsia occidentale ciò che è lʼUngheria per i residui delle razze consanguinee slave. A questo prezzo la Russia abbandonerà la Polonia.LʼUngheria e la Polonia redente, la Germania costituita, lʼItalia consolidata e compiuta, lʼalleanza delle potenze del Mediterraneo assicurata, le flotte dellʼInghilterra, della Francia e dellʼItalia sempre allestite...... ove sarebbe allora il pericolo, il timore delcolosso moscovitaa Costantinopoli, che turba i sonni dei politici di corta lena?.... Bisogna finirla, insomma, con le anticaglie diplomatiche dellesupremaziedeilaghi, dellʼinfluenza, dellaprotezione, dellʼalta signoria(suzerainété), codesti bagattelli, codeste lanterne magiche, codesti semafori dei tempi passati. Largo alle ferrovie, al gas, alle macchine da filare, ai telegrafi elettrici della politica moderna.Noi non siamo ancora alla vigilia della guarigione logica ed etnologica delle deformità europee. Ma il metodo è trovato, grazie allʼimperatore Napoleone, a Cavour ed a Bismarck. Ecco perchè la riconciliazione dellʼAustria con lʼUngheria sarebbe un fatto da rallegrarsene, se non nasconde degli occulti intendimenti. Questi occulti intendimenti possono esistere ancora. Il ravvicinamento può ancora non essere sincero. Lo sarà per fermo il giorno in cui una novella battaglia perduta sbarazzerà la casa dʼAustria dallʼarciducato, che è tedesco, e deve far parte dellʼAlemagna; del Tirolo, che è italiano, e deve far parte dellʼItalia; della Galizia, che deve ritornare alla Polonia. Annettete presto allʼUngheriail paese che la Turchia possede, o di cui ha lʼalta signoriaal di qua del mar Nero—eccetto lʼEpiro e qualche cantone dellʼAlbania—, e la soluzione è prossima.LʼEuroparealetermina allʼOder. LʼEuropa al di là è piuttosto lʼOriente. LʼUngheria e la Polonia sono le primogenite di codesta Europa slava orientale, che è un pericolo, e che devʼessere una forza, e cui si tratta di costituire. LʼEuropa deve dunque incoraggiare la formazione dellʼUngheria quale deve essere, ed affrettare la decomposizione dellʼAustria quale essa è ancora, ma senza forzare con la guerra la mano al destino.IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZ
Cʼera unʼaltra ragione. Il nipote del principe, che comandava il suo battaglione di volontarii, era stato ucciso. Gli ufficiali avevano domandato al principe di scegliere un nuovo capo per condurli.
—Io stessa, gridò Amelia.
—Sotto ai miei ordini, rispose il principe.
E prese il comando.
Li ritrovai a Temesvar, ove arrivai con Bem il 9 agosto.
Ove arrivava Bem, arrivava la pugna. Egli prese immediatamente dalle mani del suo compatriotta Dembinski il comando in capo come generalissimo, schierò i battaglioni magiari, mise lʼartiglieria in posizione, ed aprì il fuoco contro il nemico. Haynaurotto, sconvolto, fece avanzare la riserva russa. Di un tratto, il fuoco ungherese si estingue. Mancano le munizioni. Bem ordina la ritirata. Scende la notte.
Ci eravamo impegnati in una stretta nel mezzo dʼun bosco, ove i nostri distaccamenti si confondevano gli uni cogli altri, sfiniti, affamati, non avendo mangiato fino dal giorno innanzi. Dei nugoli di Cosacchi ci seguivano come corvi, raccogliendo tutti quelli che restavano indietro, ritardando la nostra marcia, obbligandoci ad ogni istante di far fronte per respingerli. Bem, con un pugno di ussari che io comandava, e col battaglione del principe Nyraczi, copriva la ritirata. In un istante, lʼavanguardia, sbucando da una stretta fra due avvallamenti di colline, si trovò di faccia allʼinimico,—il corpo di Lichtenstein, che Bem aveva voluto evitare, cessando la lotta. Un fremito straordinario côlse il nostro esercito. Bem si slanciò in avanti per prendere la testa dellʼavanguardia, ma per un indietreggiare delle file anteriori, il suo cavallo sʼimpennò, e cavallo e cavaliere caddero rovesciati. Mi precipitavo in suo soccorso, quando un lungo grido dietro di noi mi annunziò un altro pericolo. Guardai: il battaglione del principe Nyraczi era intieramente ravvolto in un turbine di Cosacchi, come un giallo dʼuovo nella sua albumina. In mezzo ai volontarii, o piuttosto alla loro testa, si trovava Amelia.
La scôrsi da lontano, al crepuscolo della notte che sorgeva dal piano, vestita da amazzone, fieramente rizzata sugli arcioni, sciabolare i Russi. Ella aveva perduto il suo kalpak di velluto celeste guarnito di cigno, col pennacchietto di perle, ed il suo dolmanvioletto agramentato dʼoro ed argento. Le treccie disciolte dei capelli ondeggiavano sulle sue spalle. La sua sciabola brillava dʼun corruscamento fosco e rossastro, sotto i colpi che dava o parava. La si sarebbe detta lʼangelo scaduto dellʼUngheria che lanciava i suoi ultimi raggi avanti di eclissarsi. Non una parola le usciva di bocca. Il lavoro terribile che compieva, lʼassorbiva. Ma i Cosacchi, alle prese con una giovine donna, bella di una bellezza più splendida di tutte le loro madonne bizantine, gettavano degli urli grotteschi, feroci, lascivi, pieni di desiderii, di paura e di ammirazione nellʼistesso tempo. I volontarii ungheresi ruggivano alla loro volta, scagliandosi sui Cosacchi per respingerli, o cadendo sotto i ferri dei loro cavalli. Io mi spinsi avanti colla paura della disperazione, calpestando sotto i piedi amici e nemici onde arrivare sino a lei. La siepe si faceva più fitta. Cadaveri e viventi ostruivano lo stretto passaggio, che io aveva a varcare.
Il principe Nyraczi fu più fortunato di me. Io lo credetti almeno per un istante, vedendolo accorrere dallʼaltra estremità della gola, quasi al galoppo, abbattendo come spighe, sotto la sua vecchia sciabola, tutti quelli che incontrava.
Egli non aveva più ottantʼanni. Il pericolo cui correva la vita e soprattutto lʼonore di sua figlia gli dava una nuova giovinezza. Giunse alfine. Giunse nel momento in cui il cavallo dʼAmelia cedeva sotto di lei, ed i Cosacchi piombavano sulla loro preda, come un branco di pesci-cani sopra una persona caduta in mare. Il principe la vide sparire e parve disperato, poichè tirò una pistola dai suoi arcioni.Tuttavolta, per un istante, la mischia si calmò. Egli la vide, e la vidi io pure, quasi nuda ormai sotto quelle mani immonde. Il principe non ebbe che un secondo di quella vista orrenda, che a me parve unʼeternità. Ciò bastò. Armò, puntò la sua pistola, mirò, tirò un colpo, e sua figlia cadde allʼindietro colla testa franta da una palla. I Cosacchi, non sapendo dʼonde venisse quel colpo, si rialzarono. Il principe Nyraczi sembrava un gigante ritto sulle staffe, la mano ancora tesa, lo sguardo profondo, fisso, perduto, spaventevole. Egli faceva paura.
—Sono con voi, sono con voi, gli gridai da lontano. Tenete fermo ancora un minuto.
La mia voce lo fece trasalire. Levò lo sguardo dal cadavere e mi scôrse. Mi riconobbe.
—No! urlò egli; non voglio lʼaiuto dʼun servo che ho fatto frustare come un ladro.
E, dicendo queste insensate parole, continuava il molinello colla sua sciabola, e mieteva i Cosacchi. Mi fermai. Ebbi torto. Avrei potuto forse salvarlo suo malgrado. Lo vidi cadere un istante dopo sotto i kandjari dei Russi, e coprire col suo corpo il cadavere di sua figlia. Non distinsi più nulla. Non so come e da chi fui trasportato a Lugos. Credo di essere svenuto.
Il resto non mʼimportava più. LʼUngheria aveva soccombuto. Io voleva morire. Ma avrei voluto vedere, prima, la punizione di Görgey.
Görgey trattava già coi Russi.
Egli propose di offrire la corona di Ungheria al principe di Leuchtemberg. Il Governo approvò questa idea. Kossuth non vi si oppose. La nazione, che ritta dietro lui, lʼaveva sostenuto per due anni, era atterrita sotto il peso di 350,000 soldati austro-russi[1]e sotto lʼinfluenza del suo proprio esercito abbattuto. Lʼ11 agosto, Kossuth diede la sua dimissione, e decretò la dittatura a Görgey. «Ami egli il suo paese, disse Kossuth alla nazione nel suo proclama, col disinteresse che lʼho amato io stesso, e più fortunato di me pervenga ad assicurare la felicità della patria. Così il Dio di giustizia e di misericordia sia con essa».
Paskewich rispose: «Lʼunico scopo dellʼesercito russo è di combattere. Se Görgey vuol fare la sua sommissione al suo sovrano legittimo, si rivolga al comandante in capo dellʼesercito austriaco».
—Morremo tutti combattendo, allora, replicò Görgey.
Egli aveva aperto le trattative per rendersi ai Russi colla clausola espressa «di non deporre le armi senza condizioni dinanzi gli Austriaci».
Görgey non tanto detestava lʼAustria, quanto era geloso di Kossuth. Ma egli sapeva cosa sarebbe avvenuto dopo una reddizione agli Austriaci. Di già Haynau aveva fatto appiccare Guber e Mednyanszky, ufficiali ungheresi. La proposizione di Görgey fu alfine accettata da Paskewich, e subita da Haynau. Görgey lasciò allora Arad, e si mise in marcia per Vilagos. Pochi ufficiali soltanto sapevano che lʼesercitoungherese si avvicinava ai Russi per metter giù le armi. Lʼesercito credeva di andare a battersi ancora, e non domandava che la battaglia, quantunque ormai certo della sua disfatta finale.
Bem mʼinviò a portare i suoi ordini a Görgey, nella sua qualità di generalissimo, poichè egli considerava come incostituzionale la trasmissione di poteri fatta da Kossuth a Görgey, senza la sanzione della Dieta. Arrivai a Vilagos il 12 agosto, alla sera, ma non potei penetrare nel castello di Bohus, ove risiedeva Görgey, e non insistetti. Circolai un poʼ nelle file dellʼesercito.
Gli ufficiali erano tristi, i soldati in collera. Tutti gli aspetti che la disgrazia, lo scoraggiamento, la malinconia, la rabbia e lʼabbattimento possono prendere, si dipingevano sulle fisonomie di quegli uomini. Tutte le impronte strazianti, che il dolore e la disperazione possono scolpire sopra una faccia virile e vivente, i tratti di quei soldati le portavano. La notizia della reddizione era ormai conosciuta. Non cʼera più subordinazione. I bivacchi della notte furono tregende. Qui gridavano, bestemmiavano, maledicevano, od insultavano gli ufficiali meno afflitti; là si rompevano le armi, si ammazzavano i cavalli, si suicidavano. Il dolore ebbe voci diverse, ma immense e spaventevoli. Nessuno mangiò. Nessuno dormì. I cavalli stessi parevano penetrati da un sentimento di pesante tristezza. Si facevano dei progetti assurdi. Si concepivano speranze insensate. Tutti erano accusati, e nessuno si scusava. Si ricordavano i giorni gloriosi della vittoria, della gioia, lʼentrata trionfale nelle città, il perdono generoso accordato al nemico dopo di averlo vinto, i colpi fortunati, le orride seratedel bivacco dʼinverno, coricati sulla neve, senza fuoco, senza mantello, senza cena, e pure felici. Si gittava al vento un ritornello patriottico di Petőfi, ormai senza eco: un flebile ritornello delle arie della pianura, che provocava una esplosione di lagrime, che ricordava il villaggio, le serate dʼestate sotto lʼeffluvio delle stelle, le serate dʼinverno allʼangolo dellʼamato focolare, la madre, la sorella, la fidanzata, la sposa lasciate per la patria, i fanciulli benedetti partendo, che giocavano colle sciabole. I buffi dʼindignazione e di annientamento si alternavano e si succedevano. Cʼerano là 30,000 uomini, che domandavano di battersi ancora. Si desiderava la battaglia del destino—la disperazione contro la potenza.
Una notte serena, irradiata da uno spolverio di stelle, filtrata da un vapore bianco e leggero, avviluppava di ombre tutto il paesaggio. Le finestre del castello di Bohus risplendevano. Là si macchinava il disonore, e si vegliava. Là stavano forse lʼinsonnia ed il rimorso degli uni, il dubbio e lʼesitazione degli altri, la volontà calcolata del capo. Poi, quando lʼalba principiò a imbiancare il cielo, quando arrivò lʼora dellʼesecuzione, eʼ fu come un accesso di delirio. Ad un punto, centinaia e migliaia dʼuomini presero la fuga, e si nascosero nei boschi: 7,000 uomini sparvero dalle file in pochi quarti dʼora.
Il sole si alzò.
La resa doveva aver luogo a mezzogiorno, nella pianura di Szőllős. Lʼagitazione della notte cessò. Un silenzio sinistro seguì, interrotto soltanto da qualche singhiozzo soffocato, da qualche singulto indomabile. Quelli che restavano sembravano rassegnati. Si compiacevano a credere in qualche cosa dʼignotoal quale ognuno dava la forma che più gli sorrideva. Un mistero dominava su questʼopera di tenebre. Non si voleva ancora vedere in Görgey un semplice traditore. Gli si attribuivano vendette diaboliche nascoste, colpi orrendi premeditati, accordi presi coi Russi contro gli Austriaci, articoli secreti nella convenzione, intelligenze collo Czar di Pietroburgo contro il Cesare di Vienna, degli abissi profondi, degli agguati spaventevoli. Il tradimento pare inverisimile, mostruoso, al soldato, malgrado le smentite della storia. Vada pel diplomatico, per lʼuomo politico, per il civile. Il tradimento si addice a costoro, è il loro mestiere giuocare dʼastuzia: sono volpi. Ma lʼuomo di spada! il leone, franco, aperto, brutale, sovente generoso perchè forte..., egli tessere delle ombre! egli, delle menzogne, delle infamie, delle nefandità? egli ordire degli agguati! impossibile!
Le trombe ed i tamburi risuonarono. I soldati si posero sotto le armi, in fila. Poi, in marcia. E si arrivò al piano di Szőllős. Sotto una tenda, dei generali e degli ufficiali russi attendevano già. Non una divisa austriaca. Qualche migliaio di soldati russi formavano un piccolo accampamento; essi pure sotto le armi, in linea, la loro bandiera ondeggiante al vento. I 23,000 uomini, residuo dellʼesercito ungherese, si arrestarono. Posero in fascio le loro armi e le poche loro bandiere, riuniti in massa, come per fare un riposo. Poi rientrarono nelle file. Gli ufficiali conservavano le spade. Le trombe suonarono di nuovo. I cavalieri misero piede a terra. Essi ed i soldati di linea sfilarono davanti al piccolo gruppo di Russi, che presentava le armi. Più lungi, le file si rompevano. I soldati e bassi ufficiali, che non avevano servito primadel 1848, raggiunsero provvisoriamente le loro case. Gli altri ufficiali passavano dietro le file dei Russi, e si costituivano prigionieri. Il general Rüdiger, che presiedette alla sommissione, li diresse a Sarkad; una settimana dopo, Paskewich li consegnò a Haynau per ordine dello czar.
Avevano confidato nella grandezza dʼanimo di Niccolò! Essi dimenticavano la Polonia!
Görgey fu condotto al quartier generale russo, a Nagy-Varad. Il granduca Costantino ottenne il suo perdono. LʼAustria lo internò a Klagenfurt.
Il dramma era finito.
Io raggiunsi Bem. La mia vita era unʼagonia insopportabile. Incontrai Bem a Lugos. Kossuth aveva preso, fino dalla vigilia, la via dellʼesilio, dirigendosi verso la Turchia. Bem tentò di riaccendere il fuoco, e Kmety si battè ancora una volta, il 15 agosto, vicino a Lugos; ma la disperazione aveva accasciati tutti gli animi. Vecsey diede lʼesempio della dissoluzione del piccolo esercito di Bem, sottomettendosi ai Russi, il 16 agosto.
Vecsey fu il primo a salire sul patibolo di Haynau!
Noi penetrammo in Transilvania. Quel pugno dʼuomini, che ci restava ancora, sembrava disposto a lasciarsi uccidere, piuttosto che battersi. Perchè aggiungere nuove vittime allʼecatombe già finita? Cʼimpegnammo nelle montagne, e, per sentieri quasi inaccessibili, raggiungemmo il territorio turco, avendo lʼultima gioia, non lungi di Mehadia, di accoppare gli Austriaci che guardavano il confine per arrestare i fuggitivi.
Klapka tirò da Comorn lʼultimo colpo di cannone contro il vessillo giallo-nero. Poi capitolò anchʼegli.
E lʼopera del carnefice incominciò.
Luigi Batthyany, primo ministro ungherese, fu trascinato dinanzi un Consiglio di guerra austriaco.
—Io sono Ungherese, e non posso essere giudicato che da Ungheresi, sclamò egli.
Fu condannato a morire di corda,pei suoi atti politici. Tentò di suicidarsi, e vi riescì per metà. Lo fucilarono per finirlo.
Ciò accadeva a Pesth.
Ad Arad, i generali Ernesto Kiss, Schweidel, Dessewffy e Lazar vennero pure fucilati, pergraziaparticolare di Haynau. I generali Török, Lahner, Knezich, Pöltenberg, il conte Vecsey, il conte Leiningen, il colonnello Lazar furono impiccati.
—Hodie mihi, cras tibi!sclamò il formidabile Nagy-Sandor, al momento in cui il carnefice gli passava la corda al collo.
E fu impiccato.
—Io aveva, per ordine del re, giurato fedeltà alla Costituzione, e dovetti restar fedele al mio giuramento, disse Aulich, rivolgendosi al pubblico, come sʼera vôlto ai giudici, nel momento che il carnefice gli aggiustava al collo il nodo fatale.
E fu appiccato.
Damjanich, che aveva rotta una gamba, condotto ultimo, sopra un carro, al luogo del supplizio, gridò con inesprimibile dolore:
—Io che era sempre il primo dinanzi lʼinimico, arrivo qui dopo tutti gli altri!
E fu appiccato.
Era il tredicesimo. Di già Windischgraetz aveva fatto appiccare il comandante dei cacciatori tirolesi, il capo della legione tedesca, Szöll, il generale Lazar, il colonnello Nadosy.
Il barone Sigismondo Pérényi era un uomo avanzato in età. Era stato presidente della Camera dei magnati e della Corte suprema di giustizia. Fu impiccato. Ladislao Csany era stato ministro. Fu impiccato. Emerico Szasvay, segretario della Camera dei rappresentanti; Czernus, consigliere al ministero delle finanze; il barone Giovanni Jeszenak furono impiccati. Il colonnello principe Woroniecki, gli ufficiali Giron e Abancourt furono impiccati. Il colonnello Kasinczy fu fucilato in Arad.
Lascio i più oscuri, ma non meno degni. Il pudore mi proibisce di nominare le dame e le donne flagellate. Madamigella Esther Lazar, che seguì lo stato-maggiore di Bem, vestita dʼamazzone, Bianca Teleki, Clara Lövey furono poste in prigione.
LʼAustria tirò una linea nera sullʼUngheria, sulle sue istituzioni, sulla sua lingua, sulla sua storia, e credette di averne fatto una provincia austriaca.
Bem morì di febbre in Aleppo, ove il Sultano ci aveva internati dietro la domanda dellʼAustria e della Russia. Quando gli si propose dʼabiurare il cristianesimo, in vista dʼuna possibile guerra della Turchia contro la Russia, Bem sclamò:
—Non ho nulla da abiurare. Io non sono cristiano. Non ho che a scambiare lʼincomodo costume dellʼOccidente contro quello più ampio degli Orientali.
Kossuth fu internato a Kutahia.
Più tardi potemmo tutti ritornare in Europa, o imbarcarci per lʼAmerica[2].
Ed ora una parola di conclusione a questa storia.
LʼUngheria si è riconciliata collʼAustria.
Il colonnello conte Maurizio Zapolyi è restato in esilio come Kossuth. Questi aveva detto nel suo gran discorso, ove proponeva la decadenza degli Absburgo:
«Dio può disporre di me in questa vita come gli piacerà. Può colmarmi di sofferenze fisiche, può condurmi al patibolo, può condannarmi alla cicuta, od allʼesilio. Ma una cosa nella quale egli non potrà manifestarmi la sua onnipotenza è, che mi faccia ridivenire suddito della Casa dʼAustria».
Egli ha tenuto la sua parola.
Deak, un gran cittadino, ha sostenuto nella seconda fase della storia dellʼUngheria quella grande parte che Kossuth ebbe nella prima. Egli è arrivato ad un risultato: la riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria. Ma questa riconciliazione è dessa sincera? Lo crediamo. È dessa possibile? Lo desideriamo. È dessa duratura? Ne dubitiamo.
Ne dubitiamo, perchè ci sembra che lʼAustria non è ancora abbastanza matura, abbastanza sbattuta dai disastri; chʼella non è ancora abbastanza convinta della necessità di formarsi in un insieme omogeneo,e disfarsi di tutte le parti angolose, vulnerabili, disaggregate del suo territorio. Occorre unʼaltra Sadowa per posare lʼAustria sulla sua vera base definitiva e costituirla nella sua grandezza utile e naturale. Se la sua alleanza col Governo imperiale francese—io non dico con la Francia—fosse sincero, questo ultimo colpo del destino coverebbe nellʼombra; e alla divisa del passato,Felix Austria nube, sarebbe mestieri sostituire la strana e provvidenziale dellʼavvenire:Felix Austria succumbe!
LʼAustria non ha più posto nellʼOccidente. Ecco il punto di partenza di quellʼavvenire, che è stato inaugurato dalla riconciliazione collʼUngheria. Essa ha cessato di essere apostolica, come ha cessato dʼesser tedesca, come ha cessato dʼessere il perno delle alleanze continentali contro la Francia. Un nuovo mondo è nato a Solferino ed è stato battezzato a Sadowa. LʼAustria è di questo nuovo mondo, ma con una missione differente e sotto una forma differente da quella gotica dellʼImpero. Questa forma fu lʼacarusche lʼimperatore Napoleone le inserì sotto la pelle col trattato di Presburgo, quando, ad unʼaltrʼepoca di rigenerazione per il disastro, lʼAustria ebbe la sorte di liberarsi dal peso del mantello imperiale dʼAllemagna. Le sceniche assise di Carlo Magno non fanno proʼ ai giorni nostri. LʼacarusdellʼImpero ha divorato lʼAustria. Il signor di Bismarck ha estratto,ferro et igne, il germe della dissoluzione, che il terribile Côrso aveva infuso nel vecchio sangue di Absburgo. LʼImpero di Austria non esiste più che come un titolo. Francesco Giuseppe non ha altra corona reale e potente che quella di S. Stefano. Il Tirolo èun imbarazzo, la Boemia una minaccia, lʼarciducato dʼAustria un pericolo.
Sʼha a conchiudere da tutto ciò che lʼAustria dovrebbe abbandonare in balía della corrente queste parti del suo dominio? Certo che no.
Noi crediamo che lʼintegrità dellʼAustria, con qualche utile rettificazione delle sue frontiere, sia una salvaguardia della pace europea. Soltanto essa deve modificare la costituzione di queste parti dellʼImpero e cangiare la loro natura di provincia in quella di Stato. Forse, in questa trasformazione, lʼautorità centrale perderà la metà della sua energia, ma essa acquisterà per certo la totalità del suo rispetto, la sicurezza di durare e continuare, la sua base di azione, la potenza del suo effetto ed un elemento di similitudine. Il Tirolo e lʼarciducato non sono finalmente che unʼappendice, la Gallizia un deposito. La casa dʼAusburgo deve essere preparata a perderli, in un dato giorno, ma con un compenso—il giuoco della casa di Savoia.
La base della nuova Austria è lʼUngheria. LʼUngheria sviluppata nei suoi confini naturali, vale a dire dal Pruth e dai Balkani allʼAdriatico, da Presburgo al Mar Nero, determina la nuova missione dellʼAustria e la sua feconda grandezza. Se lʼArciducato, il Tirolo, la Boemia, la Gallizia nella loro integrità le restano, e possono restarle, questi Stati non devono avere col centro del regno che dei legami accessorii, in modo che si possa tagliare il cordone ombelicale senza pericolo per la vita e per lo sviluppo dellʼinsieme, quando lanecessitàlo imporrà, come fece lʼInghilterra delle isole Ionie. Codesta necessità si addimanda attrazione delle razze, sicurezzadelle frontiere. Si persiste ancora, sʼinsorge ancora contro le esigenze di questo decreto di salute dei popoli e delle nazioni. Non importa. LʼInghilterra ha dato lʼesempio. La resistenza è già minore oggidì che nol fosse nel 1815. E se la giustizia, la verità, il diritto incontrano sul loro cammino più ostacoli che non ne incontri il male sotto i varii suoi nomi, ciò vuol dire che sono ancora le dinastie che pesano sulla politica, e non i popoli che la ispirano direttamente.
Gli Stati di origine diplomatica, scaturiti dalle guerre o da altre enormità politiche, non hanno più ragione di essere. Il bisogno del nostro tempo è di semplificare per economizzare lʼuso costoso dellʼautorità, a quella guisa che noi economizziamo li tempo, lo spazio, le forze improduttive. Si comprende unʼItalia. Si comprende una Germania. Si comprende una Francia. Si comprende unʼInghilterra, una Russia, unʼAmerica, unʼUngheria, che racchiuda tutti i popoli del bacino del Danubio, una Polonia. Ma qualʼè la missione civilizzatrice, lʼutilità umana dellʼImpero dʼAustria, composto di pezzi mal uniti e tenuti insieme da una cerchia di baionette?... Per fortuna, questo amalgama infecondo si decompone sotto lʼazione della stessa forza che lʼavea formato: il cannone.
Se la decomposizione non fosse stata normale, lʼEuropa non avrebbe permesso che si compisse. Lascerebbe essa, infatti, compiere la rottura dellʼItalia o dellʼAllemagna per le mani della Francia? La riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria è nata da questa evoluzione: la rottura del violento connubio degli Stati; la formazione delle prospere unioni omogenee. La scissura si è operata a colpi di folgore; il ravvicinamentosotto lʼimpulso dellʼinevitabile. Si vorrà rassegnarsi giammai a questi decreti della necessità?... Tutto consiste in ciò. Lʼavvenire della dinastia dʼAbsburgo sta nellʼabdicazione deʼ suoi vecchi propositi a favore della sua nuova missione. Il suo perno è lʼUngheria. Il Re dʼUngheria è alla testa della politica della nuova Europa: lʼEuropa chʼè uscita dalla ruina dellʼedifizio infelice, di cui il Congresso di Münster aveva gittato le prime basi, ed il trattato di Utrecht levò le pareti, lasciando al Congresso di Vienna la trista bisogna di completare il mostro.
Che cosa è dunque il Re dʼUngheria?...
In una parola, è il contrappeso dello Czar di Moscovia.
Il Re dʼUngheria non deve ambire di essere altro. Questa sua missione è già vasta abbastanza, egli deve volger le spalle allʼEuropa. Se il suo sosio, lʼArciduca dʼAustria, ha ancora delle inquietudini che lʼattirano verso la Germania, delle vertigini che lo riconducono verso lʼItalia, egli deve bandirlo come il genio del male. Lo sguardo del Re dʼUngheria si spinge in avanti, là dove sorge il sole. La sua corsa è parallela a quella dello Czar di Moscovia: egli mira alla stessa meta; la sua attività aspira ai medesimi resultati. Essi devono aiutarsi a vicenda, se è possibile, ma non intraprender nulla lʼuno contro lʼaltro. Nondimeno, il pericolo dellʼEuropa sarebbe nellʼaccordo di questo Czar e di questo Re. Ma ecco appunto perchè è necessario di lasciare che la Germania si costituisca senza crearle ostacoli, di aiutare la Polonia ad interporsi fra questi tre, e di consolidare lʼalleanza della Francia collʼItalia sul cadavere del papato temporale, o di compiere la loro rottura,mediante lʼalleanza sana, definitiva, politica, dellʼAlemagna protestante e dellʼItalia scettica. Ciò è ancora nel potere dellʼimperatore Napoleone, se si decide ad escire risolutamente una volta dalla tutela dellʼinfausta sua consorte ultramontana e dallʼinfluenza del gineceo cattolico. La sua attitudine indeterminata attuale lo rimpicciolisce: essa getta lʼItalia nelle braccia della Prussia, la Prussia nelle braccia della Russia, e compromette la vita nuova dellʼItalia.
Circoscrivere il mostruoso ingrandimento della Russia, ecco il compito dellʼUngheria nel mondo moderno, come nei secoli passati essa pose un argine allʼinvasione della Turchia nellʼOccidente. Ma si deve altresì fissare, senza gelosia, senza grettezze, senza puerili timori, dove questo ingrandimento cessa di essere naturale e necessario, dove comincia ad essere mostruoso.
Pretendere che una nazione così omogenea, come la Russia, sia una nazione mediterranea, senza uno sbocco sul mare eterno, chiusa al nord per otto mesi dellʼanno dal ghiaccio, strangolata al Bosforo sotto la sorveglianza dellʼEuropa gelosa e paurosa, sarebbe un pretendere lʼimpossibile; vale a dire che non vi sia sviluppo là dove cʼè vita, gioventù e salute. Nessuna nazione moderna può vivere senza lʼOceano. La Russia ha il suo punto di gravitazione inevitabile verso Costantinopoli; le è necessario, e lʼavrà, presto o tardi, dalla ragione, dallʼastuzia, dai trattati, o dalla violenza, facendo nascere o profittando delle complicazioni dellʼEuropa occidentale. Costantinopoli le farà lasciar Pietroburgo, la quarta capitale della sua quarta evoluzione; ed allora essacesserà di pesare sullʼEuropa per sorvegliar lʼAsia ed aiutare il sultano nella sua azione, nella sua missione: nellʼopera sua sulla razza siamica. La Turchia è per lʼAsia occidentale ciò che è lʼUngheria per i residui delle razze consanguinee slave. A questo prezzo la Russia abbandonerà la Polonia.
LʼUngheria e la Polonia redente, la Germania costituita, lʼItalia consolidata e compiuta, lʼalleanza delle potenze del Mediterraneo assicurata, le flotte dellʼInghilterra, della Francia e dellʼItalia sempre allestite...... ove sarebbe allora il pericolo, il timore delcolosso moscovitaa Costantinopoli, che turba i sonni dei politici di corta lena?.... Bisogna finirla, insomma, con le anticaglie diplomatiche dellesupremaziedeilaghi, dellʼinfluenza, dellaprotezione, dellʼalta signoria(suzerainété), codesti bagattelli, codeste lanterne magiche, codesti semafori dei tempi passati. Largo alle ferrovie, al gas, alle macchine da filare, ai telegrafi elettrici della politica moderna.
Noi non siamo ancora alla vigilia della guarigione logica ed etnologica delle deformità europee. Ma il metodo è trovato, grazie allʼimperatore Napoleone, a Cavour ed a Bismarck. Ecco perchè la riconciliazione dellʼAustria con lʼUngheria sarebbe un fatto da rallegrarsene, se non nasconde degli occulti intendimenti. Questi occulti intendimenti possono esistere ancora. Il ravvicinamento può ancora non essere sincero. Lo sarà per fermo il giorno in cui una novella battaglia perduta sbarazzerà la casa dʼAustria dallʼarciducato, che è tedesco, e deve far parte dellʼAlemagna; del Tirolo, che è italiano, e deve far parte dellʼItalia; della Galizia, che deve ritornare alla Polonia. Annettete presto allʼUngheriail paese che la Turchia possede, o di cui ha lʼalta signoriaal di qua del mar Nero—eccetto lʼEpiro e qualche cantone dellʼAlbania—, e la soluzione è prossima.
LʼEuroparealetermina allʼOder. LʼEuropa al di là è piuttosto lʼOriente. LʼUngheria e la Polonia sono le primogenite di codesta Europa slava orientale, che è un pericolo, e che devʼessere una forza, e cui si tratta di costituire. LʼEuropa deve dunque incoraggiare la formazione dellʼUngheria quale deve essere, ed affrettare la decomposizione dellʼAustria quale essa è ancora, ma senza forzare con la guerra la mano al destino.
IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZ