Levata la scure con ambe le mani s’inarcò a colpire più forte, giù per il solco tracciato, lo stipite della palma. Ebbe un gemito e un soffio; il torso si irrigidì ne’ suoi muscoli guizzanti, le braccia si tesero, le salde mani strinsero il manico della scure ancipite e il colpo piombò ben assestato.
Levata la scure con ambe le mani s’inarcò a colpire più forte, giù per il solco tracciato, lo stipite della palma. Ebbe un gemito e un soffio; il torso si irrigidì ne’ suoi muscoli guizzanti, le braccia si tesero, le salde mani strinsero il manico della scure ancipite e il colpo piombò ben assestato.
Volgeva la luce al suo finire. Nello spiazzo vuoto fra le case dirute e i giardini calpesti, Ninu Agghianu era solo. Si udivano da lungi le voci dei compagni alle trincee, e, a quando a quando, un colpo secco e un urlo e uno squillo di trombe.
In quel punto l’oasi era sinistramente cupa. La luce radente pareva chiudesse il varco ogni intorno con lo addensarsi delle ombre. I giardini più prossimi si fondevano in una muraglia di agguati, non appariva varco se non fra le braccia delle palme, fra i tronchi scapitozzati contro il cielo.
Tre case senza porta, con ampie brecce nei muri, mostravano i loropatiideserti e neipatiicumuli di rovine.
Un cane disperso ululò da un chiuso, remotamentee all’ululo del primo altri risposero di distanza in distanza: da tutte le orme della morte fra le palme e le norie.
Ninu Agghianu volse intorno la faccia aggrottata. Si udivano fruscii e squassi e colpi sordi all’intorno; si udiva come se qualcuno, andando, si intanasse e incespicasse incurvo fra le spine dei cacti e le radici degli ulivi. La faccia del nemico era oscura ed obliqua, dagli occhi incavernati sotto l’osso frontale.
Egli la vedeva come le altre volte, nel numero dei giorni suoi consacrati alla guerra. E vegliava ascoltando, fermo al suo còmpito, senza pensare nè alla morte nè alla salvezza, come colui che vuole, oltre ogni fine, adempiere il dovere destinato.
E potevano confondersi, sul morire del giorno, i fruscii dell’insidia con gli altri fruscii che scorrevano per la selva africana all’avvicinarsi dell’ombra periodicamente eterna. Gli innumerevoli voli, lo scivolare di un cane acquattato per la sua paura, un alito d’aria fra i palmizi, un subito cricchiare dalle case vuote traevano in inganno. Il volo di un’upupa, tanto vicina che più non lo è l’ombra al corpo, coglieva di sorpresa e di sobbalzo e per quanto il tonfo del cuore fosse misurato all’impero della fredda volontà, avveniva che a volte si turbasse d’improvviso, per il tempo di un brivido.
Comunque fosse, Ninu Agghianu non si affrettava; non misurava l’opera sua col sole menomante,per ritornarsene innanzi che le stelle avessero cinta la radura. Fra due corde tese sul terreno veniva accumulando i ciocchi e si udiva il tonfo reiterato della scure e il gemito della sua fatica.
Passò un piccolo soldato dal volto glabro, dalla giovine faccia adusta. Si soffermò per la viottola, una mano stretta alla bandoliera del fucile, guardò.
—A unni vai?— gli chiese Ninu Agghianu.
—’A vaju a viju chi dicino a Tripoli!
—S’av ’a risittari lu tempu, si voli Diu!
—Accussi spiramu!
Poi l’uno proseguì per la sua istrada e l’altro s’inarcò a scagliar la scure sul legno.
L’ombra restringeva il suo cerchio; la radura pareva farsi più angusta di minuto in minuto e il cielo soave era come la rama, che apre i suoi bocci all’alito della notte.
Si udì il rotolìo di un carro e un canto troncato dallo schianto improvviso di due colpi secchi. Ninu Agghianu si levò sul torso.
Passò un secondo. Altri due colpi e altri scoppiaron più vicini.
—Avi ’a chioviri!— mormorò. —Suli d’ottuviru nun fallisci!
Poi brandì il fucile e su quello si curvò rimpicciolendo come se tutta la sua vita si trasfondesse nell’arme protesa. Gli occhi suoi corsero intorno rapidi, si aguzzarono contro l’impenetrabilità delle masse vegetali, scrutarono ogni ombra,ebbero scintillii e bagliori. Rannicchiato dietro un tronco di palma girò torno torno quasi carponi e la faccia sua era impassibile, senza pallore, ferma e dura come sbalzata nel basalto.
Ma appena s’era incurvo che intravvide una piccola vampata violastra e udì un colpo sordo. Un sibilo traversò l’aria.
Ninu Agghianu non rispose; il pericolo lo faceva tranquillo. L’ombra ch’era sempre più scura e lo stipite della palma lo protessero ed egli s’era acquattato sì basso, vicino alle legna, da confondersi con la massa amorfa.
Gli stava di fronte l’impenetrabile. Per quanto gli occhi suoi cercassero e si ficcassero per entro ogni ombra, nulla distinguevano: nè una forma, nè un moto, nè un segno infallibile. E non voleva sprecare il colpo. Un colpo sbagliato gli era più acre di una ferita.
Gli Agghianu avevano saputo sempre dove colpire con la certezza della morte. Le loro armi non parlavano a vuoto, non eran come la bocca della femmina e del meschino.
Attendeva, immobile come il tronco dietro il quale si riparava. Eran nate due stelle, le prime sopra l’ultimo gorgo solare. Un cane scivolò dietro il muro della casa più prossima, si fermò un istante a fiutar l’aria, fuggì arroncigliato. Si udì il suo mugolìo più lungi, poi un silenzio improvviso, grande e tragico come la faccia della notte.
Il soldato non si fece illudere dalla sosta:conosceva le insidie, sapeva che fosse attendere per ore, lentissimamente eterne, un passo umano, una voce, il cigolìo di un carro. Un altro colpo scoppiò più vicino, poi qualche rama si mosse. Non era nè il vento nè un volo che avesse prodotto quel moto.
Come un brivido era corso per gli alti rami di una gaggia, sul limite di un giardino, verso la Dara.
Il segno era preso; la mira, se non precisa, aveva il punto su cui fissarsi. Ora fra il rifugio di Ninu Agghianu e la gaggia del giardino calpesto correva un tratto di terreno non del tutto libero. A sinistra era una casa sventrata con intorno cumuli di rottami e grandi arche nuziali aperte e capovolte; poco più innanzi un sentiero, poi una trincea abbandonata e il folto.
Sul principio del folto, presso un muricciuolo coronato da fichi d’india, era la gaggia dietro la quale l’invisibile nemico si era rimosso.
Ninu Agghianu non fiatò; la preda sarebbe venuta di per sè stessa ad offrirsi.
Un altro colpo schiantò il silenzio crepuscolare. La palla mugolò a due palmi dal capo dell’uomo ricurvo. Poteva darsi che l’arabo lo avesse scorto anche nel suo covo? A chi mirava? Era forse per accertarsi che nessuno più poteva rispondere?
Ma a tal punto si udì un fruscio di rami smossi, e prima ancora che Ninu Agghianu avessepuntata l’arme, un uomo saltò giù dal muricciuolo e scomparve nella trincea. Perduto! L’ira gli contorse la faccia.
Fu per lanciarsi all’inseguimento e già si era levato dal covo quando udì cantare. Udì cantare una nenia dolce del paese suo: la leggenda di Santo Stanislao. Era Santu che ritornava da Tripoli. Il cuore gli dette un gran tremo. Che sarebbe accaduto ora? Si udiva la voce chiara come l’acqua lustrale e fresca di passione giovanile. Pareva cantasse le strade dei paesi in quel di Girgenti e i cammini dei pecorai e il tocco dei campani e le squille delle pievi fra campi e rovine verso i monti e le valli, dalle frescure alle solfatare d’inferno.
Partiu lu Santu e a Tunisi arrivauE di Gesù la tonica pigghiau....
Partiu lu Santu e a Tunisi arrivauE di Gesù la tonica pigghiau....
Partiu lu Santu e a Tunisi arrivau
E di Gesù la tonica pigghiau....
Sempre più si avvicinava. Al volger della viottola, nella radura, mancavan pochi passi forse. Apparso l’uomo e troncata una vita, era cosa di un baleno, per il nemico. Ma ciò non doveva essere. La faccia del giovine si era indurita nel segno di una volontà grande e tragica. Conveniva giuocare d’astuzia e di coraggio. Tutto per tutto, vita per vita!
Continuava la voce malinconica:
E a Innaro malato si curcaue a Fivraru all’autra vita passau,E la littra a la matri arrivau,Allura dissi: “Mi’ figghiu muriu!„
E a Innaro malato si curcaue a Fivraru all’autra vita passau,E la littra a la matri arrivau,Allura dissi: “Mi’ figghiu muriu!„
E a Innaro malato si curcau
e a Fivraru all’autra vita passau,
E la littra a la matri arrivau,
Allura dissi: “Mi’ figghiu muriu!„
Si udì lo scatto di un caricatore; l’arabo si apprestava all’opera. Allora Agghianu balzò dal suo rifugio, si gettò a terra supino, si levò per ripiombare al suolo come se la morte lo cogliesse balenando, ad intervalli fulminei. L’ombra di un capo bendato apparve oltre il riparo, scrutò, riscomparve. Tutto ciò avveniva in una angosciosa rapidità. I veli del crepuscolo s’eran fatti sì tenui, sotto l’impero notturno, che più non erano se non un soffio luminoso, confinato nei lontanissimi cieli. Rise vespero d’oro su l’invisibile deserto, dietro Sidi Mesri. Apparve un primo incerto pallore di stelle. E si udiva il mare, il gran respiro senza tregua, dietro i cacti e le palme e le rovine fumanti. Fu una sosta. Santu non cantava più. Si era taciuto di repente come se la morte l’avesse colto alla gola o egli stesso si fosse proteso in ascolto. I tre uomini stavano senza fiato, raccolti ciascuno nell’ombra sua. Poi Ninu Agghianu volse gli occhi e vide il compagno avanzare in silenzio; l’intravvide nel raro lucore come un moto appena percettibile, come una forma indefinita. Tacea nel suo ricordo forse, immemore, nell’intimo tepore di un sogno; inerme, per l’abbandono di tutta l’anima sua a una deriva nostalgica verso l’isola di oltremare.
Con l’urlo di Ninu Agghianu partì un colpo dalla trincea.
—Scansati Santu!
E Santu ristette stordito, senza comprendere da dove fosse giunto il colpo, nè la ragione del grido.
Se il figlio dei deserti avesse avuto buona mira, Santu era perduto. Allora fu che Ninu Agghianu si levò dalla terra rossigna, percorse correndo il tratto che lo separava dalla trincea e, giuntovi, balzò nell’angusta fossa.
Si trovarono di fronte, chiusi nell’ambito breve e sul loro spirito turbinava la morte.
L’arabo era gigantesco, nocchieruto, bestialmente torvo.
Di fronte a quella mole, Ninu Agghianu pareva un fanciullo. Come l’uno saltò nella fossa, l’altro non fuggì ma si rivolse.
Dieci passi li separavano, lo spazio di un balzo e il figlio della solfatara s’inarcò a piombare sul colosso ma questi spianò lentamente il fucile, mirò alla distanza minima, fece esplodere l’arme.
Ninu Agghianu traballò, un’onda di sangue gli coperse la faccia, lo accecò, ma l’anima sua era in quel punto più grande della morte. Nè l’orrendo ceffo ebbe tempo a riprender la mira, appena aveva levato l’arme che sul suo capo turbinò una clava manovrata a ruina e il colpo gli piombò fra capo e collo violentissimo. Fu stordito. Il fucile di Agghianu si schiantò ma l’arabo era caduto di fianco, appoggiato alla parete franosa della fossa. Il giovine vide il sopravvento. Gettò l’arme monca, afferrò il fucile del nemico e cominciò allora la lotta titanica a viso a viso, a fiato a fiato, fra la morte e la morte, orrendamente. Tutto ciò avvenivanel tempo del baleno. La lotta fu breve. La forza contrastava alla forza, l’ansito all’ansito. Ora l’uno or l’altro cedeva un passo, non più; si guatavano arrossati dal loro sangue, ambedue: ebbri e folli della stessa furia, ambedue. L’uno più non aveva l’elmetto, l’altro aveva perduto lataghìae la sudicia benda. Nè il gigante si attendeva dal piccolo nemico la prodigiosa forza che gli contrastava la vittoria e più s’incaniva nell’impeto quanto più misurava quell’esigua persona di adolescente. Quale Dio era nella notte dietro l’infedele?... Ogni grido era spento. Nè l’uno nè l’altro aveva voce, stavano entrambi su l’orlo della loro fossa.
E anche l’arme del nero si stroncò: cricchiò, si contorse nella morsa umana. Furono di fronte per l’ultimo brivido: muti e spaventosi.
Le destre mani si riarmarono delle lame ancipiti, poi si curvaron d’istinto per colpire e non esser tocchi.
Due volte tentaron l’assalto estremo, poi Ninu Agghianu si sentì urtato sotto la spalla. Un furioso dolore lo tolse di senno. Traballò e il gigante gli era sopra, lo premeva ansimando, mugghiando.
Vide la sua fine: chiuse gli occhi, cedette a grado a grado, ma d’un subito l’anima sua si riaccese. Nel momento supremo quando già si sentiva finire, la faccia contro la tenebra e la volontà e la forza nemica sopra di lui come un peso intollerabile, quando si credevadannato contro la rossa terra, sopraffatto come l’agnella dal lupo, nel momento supremo s’addiede che le sue carni e l’ossa sua trattenevano nella ferita la lama del colosso e questi arrancava a strapparla dalla stretta orribile, inutilmente. Intuì allora ciò che poteva tuttavia e si affloscì, scivolò come se la morte l’avesse dispento, piombò disteso sul fondo. L’arabo gli si chinò sopra, lo tentò col piede, premette. Ninu Agghianu ebbe la forza di resistere. In quel punto si udì la voce di Santu e un’altra voce più lontana. Fu un guizzo per la tenebra. Interveniva un fato diverso. L’arabo balzò innanzi, si rivolse, si acquattò nella trincea, ascoltando. Si udì l’urlo angosciato:
— Ninu Agghianu?...CumpariAgghianu?
Ma ancor prima che alcuno sopravvenisse, ancor prima che la bestia nera si fosse levata a fuggire, il morituro si alzò prodigiosamente, raccolse l’estrema energia, fu sul nemico, lo cinse, lo strinse, l’avvinghiò, l’attorse, ed una e due e dieci volte con la furia e l’urlo roco di chi risorge, di chi sopraffà la morte nell’orrore della morte lo trafisse.
Il colosso ebbe un rantolo, stravolse gli occhi, si dibattè, strapiombò riverso.
E la chiamata ruppe ancora il silenzio della notte:
— Ninu Agghianu?...CumpariAgghianu?
Allora il giovine più non badò al suo dolor mortale e i sopraggiunti videro un capo sconvoltosorgere di repente dalla fossa arrossata ed udirono una voce cupa:
—Ccà sugnu!... Cc’è cosa?
Ma altro non videro e altro non udirono, chè il piccolo soldato grigio era ripiombato per sempre nella profonda trincea.