Chapter 18

“Perciocchè tu non permetterai che il tuo Santo provi la corruzione della fossa.„SalmoXVI, vers. 10.

“Perciocchè tu non permetterai che il tuo Santo provi la corruzione della fossa.„SalmoXVI, vers. 10.

“Perciocchè tu non permetterai che il tuo Santo provi la corruzione della fossa.„

SalmoXVI, vers. 10.

La nave procedette a lumi spenti; senza forzare, tacendo il mare abbonacciato e oscuro come uno spazio fra gli astri e una solitudine immensurata.

Non s’udì che il palpitar sordo delle macchine, chiuse coi loro fuochi rossi nel cuor della nave, nel fondo cuore congegnato a forza.

Un uomo scivolò sul ponte; salì un sussurro come se una porta s’aprisse e si richiudesse su l’oscurità, e ancora fu il silenzio.

Il giovine, diritto su la plancia, aguzzò ogni sua forza di intesa e di attesa, scrutò la notte uguale nell’estrema figurazione possibile al senso e all’intelletto che procede di cerchio in cerchio per quanto salga e dilaghi.

Tanto era spessa l’ombra che il naviglio nemico poteva apparir di sorpresa e trascorrere non lungi, inavvertito. Epperò ad un minimo moto, a un guizzo quasi impercettibile, a unamisteriosa vibrazione dell’aria, gli uomini, muti alla loro guardia, trasalivano, protesa la faccia nel buio.

Ma la notte s’impietriva nel suo segno enigmatico e tutto era scomparso fra le stelle e il gorgo.

Da una cabina, nell’alto, si udiva un intermesso crepitìo, misurato a un ritmo preciso pel quale aveva ugual valore il suono e la paura. Era una misura del silenzio costretto a esprimere, fra la catena dei suoni, il pensiero degli uomini. Qualcuno comunicava di lassù con altre navi lontane, con le città del continente, per un sempre nuovo prodigio. Le voci degli uomini traversavano i cieli con l’impeto della folgore, chiuse nel mistero di un’onda come in una divina forma invisibile, prese nel seno della rapidità, guizzanti sotto gli astri fra l’ignoto e la volontà dell’uomo.

La nera nave, circondata tutto intorno da miglia e miglia di mare, divisa, dalle città delle turbe, da lunghe catene di monti e da foreste e da abissi, parlava con coloro che vegliavamo per lei e con lei; la sua voce giungeva ai grandi palazzi dagli attoniti occhi scialbi, aperti incontro alla notte e qualcuno, sotto una lampada elettrica, la fronte fra le palme, ascoltava.

Poi si udì il palpito delle macchine farsi più fioco, rallentare. Un bianco baleno rettilineo attraversò la tenebra, la divise e la squarciòfulmineamente, si appuntò ad un’ombra fuggente, l’avvolse tutta quanta nel suo cuore, la disvelò. La nave, colta nel campo del riflettore allentò la rotta, attese. Si udirono voci ingrandite dal megafono e la luce si spense, e ciascuno proseguì per la sua via.

Così trascorse la notte. Su l’alba apparve la lunga teoria dei trasporti. Il mare fu corso da un tumulto e il nome dell’Italia si levò per la prima volta a impero di contro a coloro che l’avevano umiliato e deriso e vituperato negli anni degli anni.

Il giovane aveva vegliato tutta quanta la notte quantunque fosse caduto il suo turno ed egli avesse potuto riposare.

Era giunta la volta attesa ed egli ne era ebbro come di un convegno passionatamente sperato negli anni e invocato con l’ardore e la candida fede dell’anima che s’apre al glorioso amore del mondo per gli occhi e la voce e il palpito di una creatura bella. Ne fremeva e ne avrebbe cantato perchè il suo cuore si chetasse e il suo sangue avesse un ritmo all’impeto fondo e l’anima una sua scia luminosa.

Tale era lo spirito dei marinari d’Italia in quell’alba di battaglia.

L’antichissima terra, insuperata nella gloria, nel dolore e nella tenacia di ferro, mandava il fior delle sue stirpi sul mare; tutti i suoi giovani figli più forti, consacrati al Dio della grandezza di lei, esuli ad una primavera sacra.

L’alba saliva da una violacea foschia addentata ai confini dell’oriente come da una cintura caduta dai fianchi della notte nella sua fuga e il cielo opalescente si volgeva alla grazia novella in un giovine incantamento d’amore.

Tutto era puro e forte come una risurrezione.

Ora più erano eterni gli istanti che separavano il giovine dall’azione, anzichè i lunghi anni della sua cieca attesa quando nulla gli appariva nel poi che non fosse sconforto.

Mutò qualche rara parola con un compagno; attese l’ordine perentorio al quale avrebbe ubbidito senza alcun moto interno che non fosse di assoluto acconsentimento, come ogni umana forza acconsentiva, in quell’alba, all’azione gioiosamente desiderata.

Era l’esuberanza latina, stanca della grigia vita senza bellezza, senza entusiasmo, senza Dio che si scagliava innanzi a rifarsi una strada e un destino, a cercare un ardore altissimo, una bellezza nuova per la necessità di non morire soffocata entro i confini di una miseriola arcigna e sospettosa; era una formidabile volontà di vita non sospettata dai retori, disconosciuta dai fiacchi, dagli scettici, dagli ironici e da tutto il mal seme degli uomini degeneri che si trascinano da giorno a giorno pigramente, in una sbadigliata monotonia di parole e di sorrisi.

E sul mare e nell’alba, il canto del montanaro del vecchio Piemonte e quello del pastore delle Madonnie, si levavano per lo stesso sentimentoverso l’ignota terra apparsa dal gorgo della notte col primo palpitar della luce fra cielo e mare.

L’uomo forte ed austero dell’Alpe e il fantasioso pastore dell’isola favoleggiata vibravan per lo stesso amore, ritti su la prora del nero naviglio, intenti all’apparire della fulva terra. E quale altro popolo scendeva cantando alla battaglia? Quale altra anima poteva essere tanto serena all’appressarsi di un dubbio destino? Dalle terre di Gallura alla marina di Metaponto, dai monti di Catanzaro alla pianura del Po e alle alte valli dell’Alpi era disceso il vario fiore della giovinezza italica a offrirsi e si era raccolto intorno alle stioccanti bandiere con a capo l’eromper degli inni che accendono il sangue. Dietro le poche migliaia era il numero enorme. Egli sentiva questo, nella trepida attesa, e la sua superba malinconia ne era irradiata dileguando ogni trascorsa amarezza. Non per altro aveva abbandonato, negli anni, i compagni ignari i quali si imbastardivano in bagordi di femine, paghi della loro scialba vita vanamente vissuta; e tutto aveva sacrificato alla sua virtù fattiva per la necessità di essere qualcuno.

Era nato di famiglia patrizia, solo erede di una fortuna considerevole, signore di ogni sua volontà e di ogni piacer suo. Tutto ch’egli avesse desiderato poteva: godere in libertà, perdersi fra gli ignavi, dimenticare il mondo e i suoi dolori: non essere. Tanti e tanti non erano, larvemeschine di genti degeneri che giustificavan l’odio del popolo; vanità pietose rannicchiate fra i ferrivecchi dell’araldica come in una fortezza sublime; pallidi fantasmi da fiaba e non più. Egli non aveva proceduto per la loro via, offeso da una altezzosità sgarbata e da una miseria morale troppo grandi; nè più gli era piaciuto il gesto di qualcuno che usciva ad uccellare con il volto coperto da una sua maschera giacobina; il suo gran cuore d’uomo era stato ferito dalla meschinità dei primi e dalla viltà dei secondi e si era chiuso nella malinconia di chi si sente esule fra i suoi e non vede strada che li avvicini nè ora che li tramuti nel mondo.

E aveva abbandonato tutto. Che ne avrebbe fatto altrimenti della sua passionata giovinezza?

Come vivere e come morire in una grigia uniformità di giorni deserti, pure ascoltando le voci innumerevoli della vita?

Or col crescere della luce, la lunga teoria dei trasporti si delineava più chiara contro il cielo purpureo. I navigli da guerra fiancheggiavano il corteo precedendolo e chiudendolo. Procedettero lentissimamente fin che non furono immobili. Allora il giovine severo si sentì chiamare.

*

Il bel cipresso fra gli uomini stava per incontrarsi col proprio destino. Si rivolse, salì una scaletta, si trovò di fronte al condottiero della nave. L’ascoltò rigidamente. E quando si volse a ritornare gli occhi suoi erano lucenti.

I compagni lo videro discendere nella lancia, raccogliere i suoi uomini, impartir ordini, disporre, agire con fredda e precisa rapidità. Una energia improvvisa nasceva in lui, una virtù di comando e d’azione non sospettata. Abilmente lo avevano prescelto e lo mandavano innanzi. Il suo viso si era trasfigurato. Su la consueta impassibilità severa passava un ardore novello. Le sue native virtù di dominio, trovando il giusto campo nel quale esplicarsi, si incuneavano ad un punto rinsaldando intorno a sè gli uomini come a farne una cosa sola e avveniva il prodigio di cento anime perdute in un’anima sola, di cento volontà riassunte spontaneamente ed entusiasticamente in una.

Gli umili navigatori, i bei marinari forti e taciturni l’avevan conosciuto d’istinto accettandolo a capo senza dubitanze. Anche se il grado non lo avesse loro imposto si sarebbero stretti intorno a lui per seguirlo, per essere dove egliera, per compiere il prodigio ch’egli avesse pensato e voluto. Tutto era possibile con uomini di tal fatta, nè v’era furia, nè numero, nè violenza che avesse potuto interporsi perchè la volontà e la fede e la convinzione di balzar oltre ogni opposta energia compie i miracoli che stupiscono. Essi invero avrebbero mosso lo stupore degli uomini lontani. Lo scarso manipolo valeva più di centomila, più che eserciti schierati.

Egli sentiva la sua giovinezza salire tant’oltre, vivere di tant’ala e di così grande ardore da invaderne il mattino e sentiva che il fascino del suo cuore era intorno a lui più che una parola detta, più che un comando od un gesto.

Certe virtù si sentono, non s’esplicano altrimenti, hanno un oscuro e magnifico potere emotivo, sono un brivido da cuore a cuore, un patto senza parole dinanzi alla morte.

Or ecco che la sua nobiltà si creava in lui, di lui ed egli era in realtà oltre le pallide larve del passato, il primo fra i suoi. E questo volevano gli umili, coloro che lo seguivano come un maggiore fratello al quale si affida tutto che di più grande si abbia: la vita. Questo volevano i fabbri dei cantieri, usi alle affocate fucine e ai mazzapicchi e alle ancudini squadrate e sonore come le anime loro; i mastri d’ascia, nocchieruti come i vecchi pini divelti a formar la chiglia delle navi; i calafati, i velai, i pescatori dal cuore di bronzo. Ed eran di Liguria e d’Oristano, di Versilia e dell’Abbruzzo; figliuoli dimaremma e di laguna, nati sul mare e per il mare come la procellaria.

Andaron sereni. Erano i primi che discendevano su la terra da conquistare al dominio dell’Italia, i primi che mutavano corso a un destino, che incominciavano un’ora storica.

Li guardò. I bei volti giovani gli sorrisero serenamente devoti. E la lancia si avvicinava alla spiaggia sempre deserta, in apparenza. Altre lancie venivano dopo trainando grandi zattere.

Giunsero. Egli discese primo, i compagni gli furono al fianco. Senza attendere il batter di un ciglio li ordinò e si spinse innanzi verso le dune. Nessun ostacolo si frappose. La distanza fu superata in breve. Ed egli sempre era primo, sempre il suo piede segnava l’orma sua innanzi alle altre. A lui doveva toccare il primo urto e la prima insidia come a quello che la fortuna aveva posto più in alto, come a colui che giustifica il suo grado con la forza dell’animo e l’energia conduttrice ed il saldo coraggio.

Dispose gli uomini suoi a difesa, distesi su le dune contro il punto da cui sarebbe giunto il nemico ed attese diritto, disdegnando ogni riparo, offrendosi alla morte con l’impassibile calma di chi ha vinto in sè le forze dell’istinto.

Le lance giungevano e ripartivano. Già si era messo mano ai pontili e la spiaggia era animata da un lavoro rapido e preciso. Altri reparti sbarcavan più lontani, si distendevano fra le dune, ma ancora la difesa sarebbe stata uno sforzotitanico di pochi se il nemico fosse apparso. E appena erano presso la spiaggia le zattere dense di armati che il giovine, diritto e solo su la duna più avanzata, come era diritto e solo il suo nome fra l’ignavia degli ottimati, vide e misurò il primo impeto.

Da un palmeto lontano, nel quale aveva già scorto un denso rimuoversi d’ombre, sbucavano i beduini e si lanciavano innanzi addensandosi come un nugolo. Il giovine si volse a guardare la spiaggia e le dune laterali. Erano pochi ancora e forse, agitandosi il mare sotto un vento repentino, i rinforzi non sarebbero giunti a tempo. Ma che importava? Bastava il manipolo esiguo a fronteggiare la rabida furia. Egli non si rimosse, non si inchinò. Pareva avesse superato cento volte simili ore di spasimo. Attese. Mormorò qualche parola agli uomini suoi. Li predispose all’ultima resistenza.

E d’un subito incominciò la battaglia.

Ora non ho palesato il nome di lui. Egli ne sarebbe impallidito come impallidisce ogni grandezza imprigionata nel fiacco cuore dei più. Sia come l’anima migliore fra la moltitudine, o rimanga nel regno de’ miei fantasmi. Io avrò dette vanità. Ma la sua memoria avrà il nome di una stirpe e di tutta una famiglia umana; ma la sua leggenda correrà il mare e i cantieri, narrata dai nipoti del suo manipolo; si rinnoverà come il vento, come la vela e il remo e come il cuore d’Italia.

Il tempo non fu più misurato se non sul procedere del barbaro nembo. Era una fiumana che avanzava contro una scarsa diga di uomini; ma ciascuno si era votato al Dio della morte ed era incrollabile.

L’impeto fallì; il numero si infranse; la sicurezza dei barbari vacillò. Non erano dunque i figli di ogni viltà coloro che eran discesi alla spiaggia?... I favoleggiati italiani, miserevole gramigna di campi riarsi?

E le bande dei bruti, lanciati alla preda, giungevano correndo, si scomponevano, si riformavano, incitandosi alla ferocia con lo strepito dell’urla.

Ma una corona di dune era insuperabile; ma dietro quella e su quella era la virtù garibaldina della gente del mare. E un uomo solo appariva ai sopraggiunti, oltre il ciglio di una duna, diritto; un uomo, il primo, l’invulnerabile.

Ognuno gli diresse il suo colpo, egli non crollò. Si aggirava sul fronte della sua difesa; pareva avesse l’inconsistenza di un’ombra. A quando a quando si soffermava a rivolger la faccia. E dietro di lui era una barriera di fuoco. Erano caduti a diecine su la barriera vietata da quel solo. E la sua fine era inevitabile s’egli si chiamava uomo, se era schiavo della rossa vita del sangue.

Ma il suo prodigio doveva valer la vittoria. Egli, di sè, aveva ingigantita la sua gente, egli si era moltiplicato in ciascuno, aveva tenuto sulsuo solo destino, per un attimo, l’enorme destino di tutto un popolo. Se ripiegava, innanzi che altri giungesse, era il disastro; se cedeva un palmo, se il suo coraggio l’abbandonava, tutto era perduto, per sempre. Doveva morire ma innanzi a tutti, solo e diritto su tutti gli altri, con nella fronte pallida, fra gli occhi fermi, la smisurata volontà di un popolo. E il còmpito titanico gli piacque, la sua superba malinconia ne fu profondamente irraggiata ed egli si sentì sacro nella sua morte che gli era bella come un altare.

Non si rivolse al passato, andò verso il suo certo termine come chi si è liberato da ogni legame umano e ha colto il supremo rapporto fra il suo essere transitorio e l’eterno: fu uno, compiutamente, dall’abisso dell’anima all’aspetto esteriore. E la sua gente l’idolatrò.

Poi quando sentì, alle spalle, l’italico grido dell’attacco e vide procedere in corsa le turbe discese dalle navi e si sentì soccorrere, non volle perdere il primato. Ebbe un grido ed i suoi pochi balzarono in piedi vicino a lui e corsero all’attacco. Ma in quel punto il giovine si inarcò, disciogliendosi il suo legame umano.

Cadde, volse la faccia contro l’Italia lontana e il bianco orrore lo tenne. Era giunto. Su la sua traccia trascorse l’impetuosa vittoria. Fu tutto.

La spoglia di lui ritornò sola ed esangue fra i tristi compagni. Ora, sarà giorno in cui riposerà fra suo padre e sua madre, nei mausolei fastosi,fra i roggi cipressi e riposerà come ogni uomo nei campi della moltitudine; ma l’anima sua sarà sempre divinamente levata innanzi al destino della Patria, come una volontà malinconicamente superba che prima si elesse la morte per la grandezza di una stirpe anzichè tralignare.


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