«De tributo Cæsaris nemo cogitabatOmnes erant Cæsarea nemo censum dabat».
«De tributo Cæsaris nemo cogitabat
Omnes erant Cæsarea nemo censum dabat».
Se un'Arcadia «di bricconi e di ribelli», come pretendevano i realisti, la Carolina settentrionale era pure il paradiso dei quackeri, e ciò basta a chiarirci come un soffio d'umanità non cessasse d'alitare in questa società primitiva, la quale più che un'accozzaglia di delinquenti era una raccolta di uomini sciolti da ogni legame politico e religioso: alla rivoluzione essi non erano trascinati da vendetta o da odio, ma da geloso furore di quella libertà, che volevano intera, come senza garanzie così senza inquietitudini. Solo la schiavitù dei negri, che qui del resto non prendeva nei primi tempi molto sviluppo date le condizioni economiche del paese, faceva un doloroso contrasto con quella sconfinata libertà, di cui i coloni bianchi volevano fruire.
Nel 1729 anche l'ombra del governo deiproprietorssvaniva, ed il paese diventava una colonia della corona col nome di Carolina settentrionale, colonia che nel 1754 annoverava già un 90.000 abitanti, di cui un 20.000 schiavi negri, limitati di preferenza alle parti del paese più favorevoli alle colture tropicali.
Carolina Meridionale.— Diverso affatto sin dagli inizi fu invece lo svolgimento della parte meridionaledella Carolina, del paese di cui gli emigranti del capo Fear avevano iniziato la colonizzazione, qualche anno innanzi che questa fosse oggetto dei profondi studi del Locke. 1 primi coloni mandati daiproprietorsdella Carolina, quando le sorti dello stabilimento precedente volgevano già a rovina, vi arrivarono su tre bastimenti nel 1670 ed, esplorati i luoghi dove già gli Ugonotti un secolo prima avevano inciso i gigli di Francia, prendevano lor stanza presso il fiume Ashley in un punto che sembrava «favorevole alla coltivazione ed alla pastura», su una costa che le epidemie e le guerre di tribù contro tribù avevano pressochè spopolata di indigeni. Prima di congedarli pel nuovo mondo, i proprietari li avevano muniti d'una copia imperfetta delle costituzioni fondamentali, non ancora ultimate; ma fino dal primo sbarco riusciva evidente qui pure, come nella Carolina settentrionale, l'impossibilità di «dar esecuzione al grande modello». Si tenne dagli emigranti una convenzione parlamentare, e ne uscì un governo rappresentativo, di cui costituivano gli elementi semplicissimi un governatore, un Gran consiglio formato da cinque membri nominati daiproprietorsc da altri cinque eletti dai coloni ed avente diritto di veto sugli atti del potere esecutivo, una legislatura costituita dal governatore, dal consiglio e da venti delegati scelti dal popolo.
L'anno dopo veniva inviata nella colonia una copia completa delle costituzioni-modello, accompagnata da tutto un assortimento di regole e d'istruzioni; ma, se il consiglio aristocratico riconosceva la loro validità, i rappresentanti del popolo vi si opposero risolutamente.Così la nuova colonia racchiudeva già in sul nascere elementi di divisione politica: in essa si troveranno di fronte due partiti, quello del popolo e quello dei proprietari, lotta pro e contro la libertà cui i dissensi religiosi imprimevano maggior accanimento, schierandosi i partigiani della chiesa anglicana sempre in minoranza dal lato dei proprietari, facendo i dissidenti di tutte le categorie causa comune col partito popolare. La gran maggioranza degli abitanti intenderà di darsi le istituzioni, che ad essa più convengono; i lords proprietari, troppo deboli per affermare il loro potere, saranno abbastanza forti per intralciare ed ostacolare mediante il loro partito, costituente una vera oligarchia, ed i governatori da essi eletti ilselfgovernmentdei coloni; donde l'anarchia che di tratto in tratto funesta il paese.
È su questa trama, che si intesse infatti per un mezzo secolo l'agitata vita politica della Carolina meridionale, in cui le frequenti rivoluzioni contro i proprietari ed i loro rappresentanti, famosa quella del 1681 contro il Colleton, attestano il fervore d'indipendenza, il desiderio diselfgovernmentdegli abitanti. Ed intanto la colonia va rapidamente sviluppandosi, mentre la capitale Charleston estende larghe e regolari le sue strade, mentre nuovi elementi etnici vengono a fondersi nella sua popolazione: sono emigranti dei Nuovi Paesi Bassi, che sperano di far fortuna impiegando le loro braccia ed i loro capitali in terre di fertilità leggendaria; sono europei, che vengono a tentarvi le culture più ricche del Mediterraneo; sono sovratutto perseguitati per motivi di coscienza, che trovanoin essa un rifugio altrettanto sicuro ma molto più ridente e grato della Carolina settentrionale, dissidenti inglesi del Sommersetshire, cattolici irlandesi, presbiteriani scozzesi avanzi della cospirazione di Monmouth, ugonotti francesi infine sbattuti dalla raffica della reazione religiosa dopo la revoca dell'editto di Nantes, uomini onesti, laboriosi, intraprendenti che possedevano tutte le virtù dei puritani inglesi senza averne il fanatismo. La Carolina meridionale ci presenta così un aumento di popolazione ben più rapido della settentrionale: ne è causa fondamentale la ricchezza del suolo, il proficuo sfruttamento di esso col lavoro di schiavi negri.
Coeva delle prime piantagioni, giacchè gli emigranti delle Barbados avevano portato seco i loro schiavi, la schiavitù negra aveva trovato qui il terreno più adatto a svilupparsi. Nel Maryland e nella Virginia, favorevolissime pel loro clima al lavoratore bianco, prevalse a lungo la servitù dei bianchi, e la classe dei lavoratori bianchi non venne mai a sparire; nella Carolina settentrionale il suolo era troppo ingrato per imporre d'un colpo coi suoi prodotti il lavoro dei negri; della meridionale invece e clima e suolo fecero sin dall'origine uno stato piantatore sulla base della schiavitù. I coloni s'accorgevano subito che il clima non solo conveniva agli Africani assai meglio di quello delle colonie più settentrionali, ma era pei bianchi ingrato nei lavori faticosi dei campi. Nè basta. La fertilità del suolo, il caldo clima avevano fatto vedere nella Carolina meridionale il paese più adatto alle colture del mezzogiorno d'Europa; ed emigranti olandesi, e proprietari,e lo stesso Carlo II in un momento di tenerezza, si affannavano nei primi anni di essa ad introdurvi la coltura dell'olivo, della vite, degli agrumi, la coltivazione del gelso e l'allevamento del baco da seta. Altri prodotti più facili e più proficui, più adatti sopratutto a quel suolo avevano soffocato però quei tentativi e con la loro completa riuscita preparato un avvenire agricolo e sociale affatto diverso al paese, il cotone e più ancora il riso, considerato quest'ultimo il migliore del mondo e coltivato in così vasta scala, che già nel 1691 la legislatura metteva a premio la scoperta di nuovi processi per mondarlo.
La coltivazione di essi, possibile solo coi negri sotto quel clima così caldo, in quelle paludi così micidiali, dava alla schiavitù uno sviluppo quale non s'era veduto fino allora che nelle Indie occidentali: «acquistare schiavi negri, senza i quali un piantatore non può mai fare gran cosa» divenne da allora in poi la grande preoccupazione degli emigrati; e la tratta dei negri, esercitata in quel tempo sulla più vasta scala da mercanti europei ed americani, da commercianti olandesi di New York e da schiavisti puritani di Boston, ne fornì in tanta copia al paese che nel 1754 essi erano circa 40.000 di fronte ad altrettanti bianchi, proporzione la quale salirà in seguito a 22 schiavi contro 12 liberi, nonostante la distruzione dei negri operata dal clima e dal lavoro! E con tutto ciò il prodotto era pur sempre inferiore alla richiesta d'un mercato ogni giorno più vasto; cosicchè, non bastando i negri all'avidità dei coloni, che con febbre crescente allargavano le colture sul vergine suolo, anche gli indigeni,com'era avvenuto nei possessi spagnoli, furono sottoposti alla schiavitù.
Da ciò nuove ragioni di ostilità da parte degli Indiani spogliati del loro suolo e lotte fierissime tra bianchi e Pelli Rosse, i quali trovavano non di raro un ausiglio potente in quegli Spagnuoli, che pretendevano essi pure al possesso del paese. Malcontenti dello sviluppo della Carolina, adirati che in Charleston trovassero rifugio i pirati dei loro possessi, gli Spagnuoli già nel 1686 armavano da S. Agostino una spedizione che saccheggiava e distruggeva lo stabilimento scozzese di Edisto: nei primi anni del secolo seguente i Caroliniani prendevano la rivincita saccheggiando Sant'Agostino, donde più tardi un nuovo attacco spagnuolo contro la stessa Charleston, andato però a vuoto.
In queste lotte la Carolina doveva difendersi da sè, chè i «proprietors» non solo mancavano di forza sufficiente a salvaguardarla, ma bene spesso le impedivano per fini politici o personali di condurre con troppo vigore la lotta; donde il dilagare del malcontento nei coloni, insofferenti della supremazia ed irritati della politica finanziaria per loro gravosa di quei «proprietors», che «non davano alcun aiuto nel momento del bisogno e si ricordavano d'aver solo dei diritti, ma però nessun dovere», malcontento della colonia, cui faceva eco, spalleggiandola, il Parlamento inglese avido di estendere anche sopra di essa il suo dominio. Nel 1719 una generale per quanto pacifica insurrezione poneva fine al sistema dei proprietari, ed il governatore della Virginia prendeva le redini del governo in nome dellacorona inglese: dieci anni dopo i «proprietors» rinunciavano dietro compenso di 17.500 sterline ad ogni loro diritto. Il paese costituiva così una nuova colonia autonoma, col nome di Carolina del Sud, una colonia che meglio ancora della Virginia era destinata ad offrire il vero tipo d'una società a schiavi. Mentre infatti nella Virginia i piantatori sono costretti a far istruire i loro figli all'estero, in un ambiente cioè diverso e sotto l'impulso quindi di altre idee, quelli della Carolina trovano in Charleston, dove passano una parte dell'anno, la vera capitale del loro mondo ristretto, la città dove possono con tutta sicurezza educare alle idee schiaviste i propri figli. Nella Carolina meridionale si vedeva così la schiavitù divenire la pietra angolare del sistema sociale, il fattore capitale della sua storia.
§ 4.Georgia.— L'esperimento politico del Locke era svanito come bolla di sapone prima ancora d'esser iniziato, ma non per questo l'America cessava d'esser il campo di nuovi esperimenti sociali, destinati essi pure a naufragare contro gli scogli di quella realtà, che non si svolge sulla trama segnata dalla mente individuale ma su quella preparata dai precedenti storici e geografici.
Quando anche l'ultima ombra di dominio spariva pei proprietari della Carolina, già si pensava nell'Inghilterra di tentare nell'estrema zona meridionale di essa un «santo esperimento». Lo concepiva un ardito e tenace generale inglese, Giacomo Oglethorpe, nel quale il mestiere dell'armi non aveva soffocato i sensipiù generosi del cuore, l'amore sentito per l'umanità sofferente. La ferocia della legislazione dell'epoca, di quella in ispecie contro i debitori insolventi, di cui ben 4000 all'anno venivano condannati al lento martirio di crudo carcere, non pochi per non uscirne mai più, aveva richiamato l'attenzione del generoso filantropo, il quale cercando i rimedi di tanto male, ideava un salvataggio per questi infelici nella creazione d'una colonia, di cui facevasi apostolo caldissimo presso il parlamento, presso la corte, presso il pubblico. La sua propaganda aveva luogo in un'epoca in cui l'Inghilterra mirava ad estendere i suoi possessi, proprio negli anni che lo stabilimento di nuove piantagioni al sud della Carolina meridionale diventava oggetto di ripetuti progetti, cui solo il timore degli Spagnuoli pretendenti a quel paese impediva di dare pratica attuazione; cosicchè non riuscì difficile all'influente uomo politico di ottenere da Giorgio II nel 1732 una patente, che gli accordava per 21 anni il paese compreso tra i fiumi Savannah ed Alatamaha, fra l'Atlantico ed il Pacifico, per tentare il suo «santo esperimento» di colonizzazione in quel disputato territorio. La definizione di «deposito fiduciario pei poveri» ed il sigillo portante un gruppo di bachi da seta col motto «non sibi sed aliis» indicano che doveva essere materialmente e moralmente nell'animo del suo fondatore la futura colonia, la quale veniva aperta a tutti, anche agli ebrei, meno che ai papisti, col nome di Georgia Augusta in onore del re.
Salpato l'anno stesso con 120 emigranti alla volta d'America, l'Oglethorpe drizzava la sua tenda all'ombradi quattro pini sulla riva collinosa del fiume Savannah, là dove sorge la città omonima. La fama l'aveva preceduto in quelle solitudini ed al «bianco grande e buono» si presentava un capo indiano, offrendogli una pelle di bufalo, sul cui interno erano dipinte rozzamente la testa e le penne d'un'aquila: «le penne dell'aquila, diceva l'indiano, sono morbide e significano amore; la pelle del bufalo è calda ed è il simbolo della protezione. Quindi ama e proteggi le nostre famiglie». Ed il saggio accoglieva con amore quei poveri diseredati della natura, pagava loro il territorio da occupare e rimaneva tutta la vita l'amico fedele della razza conculcata; mentre gl'infelici ed i perseguitati della razza conculcatrice venivano essi pure a cercare un rifugio nella sua colonia. Erano sopratutto fratelli moravi, che perseguitati ferocemente nell'Austria fondavano nel 1734 in Ebenezer nella Georgia un florido stabilimento, dato alla frutticultura, alla produzione dell'indaco, e con successo ancor maggiore all'allevamento dei bachi da seta, che rimase fiorente in Georgia fino alla Rivoluzione. Nè meno prosperi furono gli stabilimenti fondati nel paese da Highlanders scozzesi e dati allo stesso genere di colture.
L'istruzione, trascurata o non voluta addirittura nelle altre colonie meridionali, era qui in pregio, cospirando con le intenzioni dell'Oglethorpe, colla coltura intensiva del suolo e coll'origine dei coloni alla riuscita del «santo esperimento». Minacciavano, è vero, di farlo abortire gli Spagnuoli della Florida, i quali durante la guerra anglo-ispana attaccavano la nascente colonia, ma senza alcun risultato; chè,se l'Oglethorpe doveva rinunciare nel 1740 al tentato assalto di S. Agostino, gli Spagnuoli invasori dovevano essi pure ritirarsi dopo avere impinguato di loro cadaveri le zolle della Georgia. Ben diverso era il nemico, che dovea qui pure annientare in brevi decenni l'opera dell'Oglethorpe, un nemico impersonale e perciò invincibile: nel 1736 alcuni cittadini di Savannah avevano fatto una petizione per l'introduzione di schiavi negri, ma la proposta aveva naufragato contro la tenacia dell'Oglethorpe, il quale, coerente ai principî della sua filantropia ignara di ogni distinzione di razza, dichiarava che «se gli schiavi vi fossero stati introdotti, egli non si sarebbe più occupato della colonia».
Partito però l'Oglethorpe nel 1743 alla volta dell'Europa per non ritornare mai più nella sua colonia, la schiavitù dei negri non tardava ad introdursi nella Georgia insieme coi figli dei piantatori della Carolina e della Virginia: latifondo e schiavitù soppiantavano in breve quella coltura intensiva, su cui riposava il trionfo della filantropia del fondatore, e coi prodotti della vicina Carolina s'iniziava anche nella Georgia un tipo di società da quella non dissimile, una società in cui sulla base infame della schiavitù aumentava rapidamente la popolazione e la ricchezza: da 3000 anime, chè tante ne contava al 1755, la Georgia salirà nel 1783 a ben 80.000! E come nella forma sociale così in quella politica la Georgia terminava coll'uguagliare la Carolina, chè i «fiduciari» investiti di essa insieme con l'Oglethorpe, divenuti impopolari per la loro legislazione vessatoria, terminavano col rinunciare allacarta; e la Georgia si trasformava così in colonia regia.
§ 5.La società meridionale: suoi elementi e sua coesione.— Dalle frontiere settentrionali del Maryland a quelle meridionali della Georgia noi vediamo dunque, nonostante la diversità d'origine, d'abitanti, di tradizioni, costituirsi sotto l'influsso degli stessi fattori economici una società, che offre tratti comuni, che presenta una grande conformità di vita, una perfetta omogeneità d'interessi e di tendenze. La schiavitù è il cemento che unifica socialmente queste colonie, lo stampo comune in cui si plasma la loro vita. Introdotta senza distinzione in tutte quante le colonie, nel settentrione e nel centro come nel mezzogiorno, qui sola essa trova quel complesso di condizioni, che ne fanno la forma di lavoro predominante dapprima, esclusiva in seguito, elaborando una società in cui i rapporti economici, politici, intellettuali e morali si fondano su di essa. Nelle altre parti del paese invece, per quanto largamente rappresentata, la schiavitù rimane sempre una forma di lavoro sussidiaria, tale cioè da non impedire lo sviluppo del lavoro libero con tutte le sue conseguenze economiche e sociali.
Laddove infatti nelle colonie settentrionali e centrali i prodotti più adatti al suolo ed al clima sono i cereali, nelle meridionali sono il tabacco, il riso, lo zucchero, il cotone, tutti prodotti cioè, la cui cultura a differenza dei primi richiede come condizione essenziale associazione ed organizzazione di lavoro su vasta scala, unitamente a concentrazione di lavoratori su un piccolospazio di terreno, ed è possibile solo dove abbonda un suolo fertile e nella pratica illimitato. Questo secondo requisito non mancava certo nel Sud: al primo, alla grande richiesta cioè di braccia, si cercava di soddisfare in sulle prime con la servitù dei bianchi. Malfattori, che commutavano la galera inglese col lavoro obbligatorio della piantagione americana, debitori insolventi, emigranti che doveano pagare col proprio lavoro le spese del viaggio, servi per contratto legale, prigionieri di guerra scozzesi ed irlandesi, avanzi della ribellione scozzese del 1666, della cospirazione di Monmouth del 1685, dell'insurrezione giacobina del 1715, malviventi reclutati nella madrepatria in una specie di razzie amministrative, costituivano l'elemento servile, a fornire il quale non pensava solamente il governo inglese ma era sorto un vero commercio regolare di carne umana, che, per quanto si macchiasse di furti di ragazzi rubati alle case, alle officine ed ai campi, procurava pur sempre buoni guadagni ai negozianti di Bristol. Questa stessa immigrazione servile non offriva però braccia sufficienti ai piantatori per allargare successivamente le culture in modo adeguato alla richiesta di prodotti ogni giorno maggiore. Al poco abbondante mercato bianco si sostituiva così quello negro: l'Africa era un serbatoio inesauribile di lavoratori, che avevano su quelli europei il vantaggio di poter essere tenuti a vita, di esser più adatti alle fatiche nelle calde pianure della Virginia e più ancora fra i miasmi delle paludi caroliniane coltivate a riso, di costare assai meno pel mantenimento, di riuscire infine un perfetto automa incapace di ribellione,uno strumento agricolo e nulla più. Esisteva, è vero, il danno economico d'un lavoro meno intelligente e meno produttivo per esser dato di mala voglia, ma la terra era così fertile e così vasta che il danno riusciva insensibile di fronte ai grandi vantaggi. Il vantaggio individuale dei coloni collima per di più con quello nazionale della madrepatria, che, ingaggiatasi nell'infame commercio dei negri sin dai tempi di Elisabetta, nei sec. 17º e 18º vi si slanciava a capofitto tanto da riportarne il primato su tutte le nazioni. Nel 1662 si fondava la «regia compagnia africana» alla cui testa stava il duca di York, ed in cui era impegnato lo stesso re; il libro degli statuti inglesi del 1695 dichiarava esser la tratta, secondo l'opinione del re e del Parlamento «altamente benefica e vantaggiosa al reame ed alle colonie»; nel 1698 e nel 1711 delle commissioni dei Comuni peroravano la libertà della tratta, dichiarando «doversi provvedere di negri le piantagioni ad un prezzo ragionevole»; la regina Anna raccomandava ai governatori americani «di prestar il debito incoraggiamento ai mercatanti di schiavi ed in particolare alla regia Compagnia Africana»; nel 1739, abolito ogni monopolio in tale ramo di commercio, la tratta si lasciava libera a tutti i sudditi inglesi e le colonie americane, inglesi e spagnole, venivano talmente inondate di schiavi che nel solo anno 1771 i cento e più negrieri della sola Liverpool scaricavano nel Nuovo Mondo ben 28.600 schiavi negri!! Mercanti di schiavi, armatori, capitani marittimi, marinai, agenti speciali sulle coste d'Africa e d'America, banchieri e così via, tutti trovavano lavoroe lucro in questo infame commercio, pel quale militavano sì potenti interessi, che non fa meraviglia se nel secolo 18º si osò affermare, e non una volta, nel parlamento inglese che la tratta era una faccenda decisamente «nazionale».
Vantaggio economico immediato da parte del piantatore, eccitamento da parte della madrepatria spiegano quindi come la schiavitù dovesse svilupparsi tanto rapidamente, da diventare in breve la forma di lavoro esclusiva dovunque le condizioni territoriali lo permettessero. Legata infatti alla madre terra non meno di quello che lo fosse il lavoro libero nel Nord, essa è propria della pianura costiera e dei terreni paludosi del Sud, andando le sue sorti di pari passo con quelle del tabacco, dello zucchero, del riso, del cotone; laddove essa s'arresta anche nel Sud davanti alle alture della Virginia, della Nuova Carolina, della stessa Sud Carolina e della Georgia, nelle quali può mantenersi nell'età coloniale come in seguito la piccola agricoltura esercitata esclusivamente o quasi da bianchi. È questa però l'eccezione, che non altera per nulla nelle linee generali la vita del paese, dove il latifondo coltivato a schiavi costituisce la pietra angolare di tutto il sistema sociale.
Alla base di questo sta la casta degradata ed oppressa degli schiavi, cui è patria d'origine l'Africa tenebrosa, dove vanno a comperarli lungo la costa per un raggio di circa 40 gradi, dal capo Bianco al capo Negro, nella Senegambia, Sierra Leone, Liberia, Alta e Bassa Guinea, gli infami mercanti di carne umana. Centinaia e centinaia di tribù, appartenenti nellagrande maggioranza al tipo negro, il meno sviluppato socialmente ed intellettualmente delle razze africane, ma diverse fra loro per lingua usi e costumi, costituivano la grande riserva della schiavitù coloniale: il loro stato sociale passava per tutte le più insensibili sfumature da una semibarbarie, ad una vita puramente vegetativa; l'assolutismo più feroce, il feticismo, i sacrifici umani, la poligamia, spesso il cannibalismo erano e sono tutt'oggi il retaggio di tali tribù, non uscite ancora per la massima parte da quella fase, che il Letourneau chiamerebbe della «morale bestiale».
Condotti al mare dopo una marcia spesso penosissima e di lunga durata, i poveri schiavi venivano stipati nella stiva d'un negriero ed ivi senz'aria, senza luce privi di cibo e d'acqua sufficiente, esposti ai tormenti ineffabili del tragitto transoceanico; al minimo cenno di ribellione si massacravano senza pietà, spesso in caso di burrasca si gettavano ai pescicani per alleggerire il vascello.
Per quanto aspra fosse la condizione dei negri durante la cattura ed il tragitto transoceanico, la sorte, che li attendeva nelle colonie meridionali, era forse peggiore. Quivi il negro diventava oggetto della legge, anzichè soggetto, cessava di esser persona e diventava cosa. Come cosa egli non poteva posseder nulla in proprio: il padrone poteva o no rispettare il peculio dello schiavo, il quale non riceveva alcuna sanzione nel giure coloniale, dove mancano quelle minute disposizioni sulpeculiumche si riscontrano invece nel giure romano; così lo schiavo non poteva impegnarsi per una somma, sia pure inferiore al suo peculio, senzail consenso del padrone, nè poteva col suo peculio emanciparsi. Gli oggetti, atti a facilitare la fuga o la ribellione degli schiavi, come cavalli, bestiame, barche, veicoli, armi etc., venivano rigorosamente esclusi per legge dal peculio, il quale consisteva d'ordinario nel piccolo pezzo di terra assegnato allo schiavo, perchè vi conducesse a proprio vantaggio la coltivazione che più gli piaceva. Ciò nelle piccole piantagioni costituiva un vantaggio pel padrone, giacchè lo schiavo ricavava talora dal suo peculio gran parte dei mezzi di sussistenza: dove invece i viveri erano a buon mercato o la piantagione ne provvedeva in abbondanza pel consumo di tutti gli schiavi, il padrone trovava più conveniente negare allo schiavo anche questo pezzo di terra, per sfruttare così a proprio vantaggio esclusivo tutta la sua forza di lavoro. Quanto al trattamento dello schiavo nelle piantagioni del Sud troviamo orrori e miserie senza nome: dall'alba al tramonto un lavoro faticoso, che dura le 16 e perfino le 18 ore, sotto la sferza del sole e lo scudiscio del sorvegliante, un alimento ed un vestito appena sufficienti alla vita, una lurida capanna di assi mal connesse fra loro, ecco in breve la vita fisica dello schiavo, vita però che non ha raggiunto ancora quelmaximumd'orrore, che raggiungerà coll'aprirsi dell'era cotonifera.
Nè migliore è la condizione morale dello schiavo: come cosa anzichè persona egli non ha alcun diritto riconosciuto dalla legge, neppure quello del matrimonio; i suoi rapporti famigliari sono ridotti ad una crudele ironia, la sua famiglia minacciata continuamente di separazione. Condannato dalla nascita all'ultimogrado dell'abbiezione sociale, il negro non può rialzarsi neppure in seguito al battesimo, giacchè su questo punto è avvenuto un tacito accordo fra proprietari e chiesa: molti padroni del resto sia per uno scrupolo di coscienza, sia pel timore che il cristianesimo diventi nella mente del negro avvilito un fomite di ribellione, vietano addirittura ai loro schiavi il battesimo. Lo stesso timore impedisce nella massima parte dei casi l'insegnamento religioso agli schiavi, come pure ogni forma d'istruzione, contro la quale non mancano delle leggi positive. Quando poi si concede l'insegnamento religioso, questo viene dato in una forma molto grossolana e diretto a rafforzare col suggello ecclesiastico la schiavitù più degradante per la natura umana: in una raccolta di prediche stampate nel 1749, per servire di modello a ministri della religione cristiana, è detto chiaramente che Dio ha fatto gli uomini alcuni per dominare, come i mercanti ed i piantatori, altri per lavorare e servire, e che nulla può mutarsi della volontà divina; che se i servi avessero obbedito ai padroni, avrebbero lavorato per la propria felicità in cielo, dove ognuno sarebbe diventato un libero ed agiato fannullone ed avrebbe trovato quelle ricchezze e quei piaceri, che aveva desiderato in vita; che il dovere infine degli schiavi era di lavorare durante la settimana, pregare la domenica, perchè solo a questo modo sarebbero giunti alla beatitudine[13].
Se questa turba senza nome di negri abbrutiti costituisce la base della piramide sociale, il vertice ne è dato dai proprietari di essa, dai latifondisti, i qualipossedendo le terre più fertili e l'unico capitale del paese, gli schiavi, formano l'aristocrazia, la classe dominante anche nel campo politico. Essa sola vive nell'agiatezza o nella ricchezza, essa sola ha modo di istruirsi. Esonerata dalla necessità di impiegare l'intelligenza e l'opera nell'impresa privata pel processo automatico di produzione proprio della schiavitù, la vita pubblica diventa il fine pressochè unico della sua attività; ed in essa porta tutti quegli istinti d'orgoglio, d'ambizione, d'arbitrio, di dispotismo, che va innestandole nell'animo fra le mura domestiche il potere assoluto sullo schiavo: «ogni proprietario di schiavi, diceva il Mason, è nato tiranno». Nè solo la direzione politica del paese, ma quella stessa spirituale è riservata a tale classe, giacchè il clero della chiesa dominante, la episcopale, si compone generalmente di piantatori. Non mossi per lo più che dal desiderio d'impinguare le loro rendite nell'assumere il sacro ufficio, questi ministri del culto penseranno bene spesso alla caccia, al giuoco ed alla bibita più che alla cura delle anime, mutando in tante occasioni d'orgia i matrimoni, i battesimi ed i funerali. Non mancherà fra essi chi al momento della comunione griderà al sacrestano «ohi Giorgio, questo pane non è buono nemmeno pei cani»; nè chi si batterà in duello nel cimitero attiguo alla chiesa; nè chi alla festa si farà portare a casa su un seggiolone, ubbriaco fradicio.
Fra l'incudine ed il martello, fra la classe degli schiavi negri e quella dei latifondisti, sta la classe dei bianchi senza possesso, dei futuri «mean whites», laquale per quanto vittima della schiavitù ha così poca coscienza di ciò da farsi la sostenitrice più zelante di essa. L'estensione illimitata della terra fertile e l'alto prezzo dei suoi prodotti, l'inesauribilità delle braccia schiave fanno dell'agricoltura l'impiego più proficuo e più facile del capitale, cosicchè questa per la legge psicologica del minimo sforzo bandisce dal mezzogiorno ogni forma d'attività economica, che non sia l'agricola. In esso quindi nessuna industria, nessuna manifattura: perfino gli oggetti di legno verranno importati dal di fuori. Anche il commercio d'esportazione ed importazione non sarà fatto per il vasto paese che da tre o quattro centri, da Baltimora per il Maryland e la Virginia, da Charleston per le Caroline, da Savannah per la Georgia.
L'unica industria del paese rimane dunque l'agricoltura, ma anche da questa è esclusa la popolazione bianca senza capitali, giacchè per una legge economica troppo nota il lavoro schiavo soppianta il libero, tanto più che il lavoro manuale, retaggio dello schiavo, sembra una vergogna agli occhi del bianco povero. Questi si mette quindi ai servigi del latifondista, come soprintendente, amministratore, maestro, cliente in una parola; e quando non trova come occuparsi si dà alla vita semiselvaggia, pago ai prodotti della caccia e della pesca. La schiavitù infatti, mentre condanna i bianchi poveri all'inazione, offre pur loro i mezzi di vivere senza lavorare. Il carattere capitale dell'agricoltura a schiavi è invero l'esaurimento rapidissimo della terra, dovuto all'impossibilità delle rotazioni agrarie con lavoratori così poco versatili qualigli schiavi negri. Col mancare della fertilità del terreno però il lavoro schiavo, dato l'enorme suo costo, diventa addirittura passivo, donde la necessità pel piantatore d'aver alla mano sempre nuove terre feconde da sostituire a quelle già sfruttate, donde insieme col latifondo la presenza di lande deserte, caratteristica delle stesse regioni popolate del Sud. Queste lande appunto divengono il rifugio dei bianchi poveri disoccupati, i quali possono condurvi la loro vita errabonda: ad essi i dominatori del paese possono ricorrere per salvare i loro possessi dalle scorrerie degli Indiani, per ispegnere il minimo tentativo d'insurrezione servile.
Da qualunque lato insomma si consideri, da quello economico come da quello politico, la piantagione si presenta come la cellula fondamentale di questa società composta di piantatori e di schiavi. Con la sua unica abitazione centrale, col suo sbocco sul fiume in riva a cui per lo più siede, col suo signore attorniato da schiavi e da clienti, la piantagione circondata bene spesso dal deserto è un mondo a sè e basta a sè stessa; le piantagioni vicine si aggruppano per gli interessi comuni nella contea, i cui affari vengono amministrati da pochi piantatori col titolo di «giudici di pace». La vita collettiva dei centri abitati, palestra di educazione politica, intellettuale e morale, è ignota può dirsi a questo paese, dove i piantatori vivono isolati gli uni dagli altri nei loro immensi dominî senz'altro commercio quotidiano che coi loro schiavi, dove mancano nonchè le città le abitazioni in vista ed a portata l'una dell'altra,dove la popolazione è tanto dispersa che vi sono parrocchiani distanti talora decine di miglia dalla loro chiesa!
L'ignoranza estrema del popolo sarebbe, insieme con l'assenza completa di ogni attività politica presso di esso, la conseguenza necessaria di tale stato di cose, quand'anche i latifondisti non fossero gelosi di ogni istruzione impartita alle masse. «Io ringrazio Dio, diceva nel 1671 il dispotico governatore virginiano William Berkeley, che non esista nella colonia nè stampa, nè scuole libere, e spero che non ne avremo da qui a cent'anni, perchè la scienza ha generato l'insubordinazione, l'eresia e le sette che desolano il mondo; la stampa le ha propagate; è essa che ha divulgato così i libelli contro il migliore dei governi. Che Dio ci preservi da tutte e due!». La stampa s'introdurrà più tardi, nonostante questo scongiuro, nella colonia; ma fino al 1776 la Virginia non avrà che una sola stamperia interamente sotto la mano del governatore. Lo stesso «Collegio di Guglielmo e Maria», una specie di università virginiana inaugurata nel 1700, non sembra che esercitasse troppa influenza intellettuale sulla colonia, a giudicare almeno da quanto scriveva uno studente nel 1730: «abbiamo qui un collegio senza oratorio e senza statuti, una biblioteca senza libri ed un preside senza autorità».
Gli stessi figli dei proprietari minori, che non potevano recarsi all'estero nè frequentare il mediocre istituto superiore della colonia, venivano educati da precettori presi bene spesso in mancanza di meglio fra gli ex-galeotti. Nel Maryland buona parte dellastessa classe dirigente era analfabeta! Le due Caroline prese insieme non avevano più di cinque scuole al cadere del periodo coloniale. In nessuna di queste colonie esisteva ancora al 1749 una bottega da libraio. Prese tutte insieme ed aggiuntavi la Georgia, avevano un numero di giornali pari a quello del solo Connecticut!
In questa specie di vuoto intellettuale, di deserto sociale gli uomini non intendevano e seguivano più che la voce dei loro istinti. L'isolamento, la mancanza di lumi, il potere arbitrario sugli schiavi, la lotta cogli Indiani alle frontiere, sviluppavano in essi una specie d'individualismo violento e feroce, che produceva come regola dei semibarbari, allo stato d'eccezione degli uomini superiori, nati per comandare, penetrati d'una specie di coscienza ingenita del loro diritto ad esser presi per capi: da questi usciranno e Washington e Jefferson e Monroe e Madison, tutti uomini che non dovranno la loro superiorità politica ai pochi o punto studi fatti, ma a quella fecondissima scuola dell'azione, in cui tutta quanta può dirsi si riduceva la società del loro paese. Senz'averne le attrattive cavalleresche, la società meridionale aveva così i tratti caratteristici di quella feudale del Medio evo: la servitù della gleba, la facile ospitalità, il lusso ostentato, le lunghe giornate d'ozio rotte sole da duelli, da risse brutali, da giuochi, da combattimenti di galli, da caccie alla selvaggina od agl'indiani, ricordavano i costumi dell'Europa feudale; mentre l'allegria sensuale, la franca mondanità, la nota satirica, la grazia signorile alternata con la ruvidezza scherzosa davano alla letteraturaspontanea del Maryland e della Virginia una lontana analogia con l'arte del menestrello non solo ma anche con quella più raffinata del trovatore occitanico.
Mentre così nella Nuova Inghilterra sulla base della piccola proprietà lavoratrice e deltownshipsi sviluppa una società eminentemente progressiva, attivamente politica, veracemente democratica ed egalitaria; nelle colonie meridionali sulla base del latifondo coltivato a schiavi negri si sviluppa una società stazionaria, in cui l'agricoltura soltanto viene esercitata, in cui le classi sociali terminano col ridursi in sostanza a due sole, padroni e schiavi, caste più che classi per l'abisso che le separa, in cui la dispersione degli abitanti impedisce ogni istruzione, ogni progresso del viver civile, in cui il carattere e l'ignoranza della classe lavoratrice impedisce ogni perfezionamento tecnico, in cui sopratutto l'originaria uguaglianza politica dei bianchi viene necessariamente distrutta dalla prevalenza economica, intellettuale, sociale in una parola del latifondista sui bianchi nullatenenti. Ecco perchè il principio democratico, comune agli inizii ad ambedue i paesi, intristisce e muore nel secondo cedendo il campo a quello aristocratico, che si svolge in una aristocrazia fondiaria.
In questa la forza politica, la grande coesione della società meridionale: l'organizzazione strettamente gerarchica è per essa quello che la disciplina ecclesiastica per la società della N. Inghilterra, la forza che, irregimentandoli, tiene avvinti insieme gli individui in un paese, dove tutto tenderebbe a dissociarli, l'unica forza centripeta, che si opponga vittoriosamentealle mille altre centrifughe di questa società. È questa coesione mirabile, che nella mancanza d'ogni altro ascendente intellettuale e morale farà pesar tanto nella bilancia politica della futura nazione l'aristocrazia fondiaria del Sud.
NOTE AL CAPITOLO TERZO.10.Fu molto questionato sulla data, che per due secoli e mezzo fu posta dagli storici della Virginia al 1620, data che appare pure in gran parte dei libri europei: la vera data è invece il 1619 (Cfr. Williams,History of the Negro Race in America from 1619 to 1880— New York, 1882).11.Metto il Maryland fra le colonie meridionali pel tipo sociale, ch'esso offre, benchè a rigore deva esser messo fra le centrali.12.Un acro equivale a 40 are (4⁄10di ettaro).13.Sulla schiavitù negra oltre alla storia generale della schiavitù dell'Ingram, vedi quella speciale delKapp(Geschichte der Sclaverei in den Vereinigten, Staaten Leipzig, 1856) e la monografia delGoodell(The American Slave code — New York, 1853.) — Sulla costituzione poi del lavoro nelle colonie meridionali vedi, oltre alla monografia generale delWaltershausen(Die Arbeits-Verfassung der Englischen Kolonien in Nordamerika — Strassburg, 1894), quella particolare delVon Halle(Baumwollproduktion und Pflanzungswisthschaft in der Nord-amerikanischen Südstaaten —Erster Teil, Die Sklavenzeit — Leipzig, 1897).
10.Fu molto questionato sulla data, che per due secoli e mezzo fu posta dagli storici della Virginia al 1620, data che appare pure in gran parte dei libri europei: la vera data è invece il 1619 (Cfr. Williams,History of the Negro Race in America from 1619 to 1880— New York, 1882).
10.Fu molto questionato sulla data, che per due secoli e mezzo fu posta dagli storici della Virginia al 1620, data che appare pure in gran parte dei libri europei: la vera data è invece il 1619 (Cfr. Williams,History of the Negro Race in America from 1619 to 1880— New York, 1882).
11.Metto il Maryland fra le colonie meridionali pel tipo sociale, ch'esso offre, benchè a rigore deva esser messo fra le centrali.
11.Metto il Maryland fra le colonie meridionali pel tipo sociale, ch'esso offre, benchè a rigore deva esser messo fra le centrali.
12.Un acro equivale a 40 are (4⁄10di ettaro).
12.Un acro equivale a 40 are (4⁄10di ettaro).
13.Sulla schiavitù negra oltre alla storia generale della schiavitù dell'Ingram, vedi quella speciale delKapp(Geschichte der Sclaverei in den Vereinigten, Staaten Leipzig, 1856) e la monografia delGoodell(The American Slave code — New York, 1853.) — Sulla costituzione poi del lavoro nelle colonie meridionali vedi, oltre alla monografia generale delWaltershausen(Die Arbeits-Verfassung der Englischen Kolonien in Nordamerika — Strassburg, 1894), quella particolare delVon Halle(Baumwollproduktion und Pflanzungswisthschaft in der Nord-amerikanischen Südstaaten —Erster Teil, Die Sklavenzeit — Leipzig, 1897).
13.Sulla schiavitù negra oltre alla storia generale della schiavitù dell'Ingram, vedi quella speciale delKapp(Geschichte der Sclaverei in den Vereinigten, Staaten Leipzig, 1856) e la monografia delGoodell(The American Slave code — New York, 1853.) — Sulla costituzione poi del lavoro nelle colonie meridionali vedi, oltre alla monografia generale delWaltershausen(Die Arbeits-Verfassung der Englischen Kolonien in Nordamerika — Strassburg, 1894), quella particolare delVon Halle(Baumwollproduktion und Pflanzungswisthschaft in der Nord-amerikanischen Südstaaten —Erster Teil, Die Sklavenzeit — Leipzig, 1897).