«Rinnegati!—urlò il frate battendo insieme le palme:—Che mi dice mai rinnegati? O le mie prediche? Ne parlerò domenica dando la benedizione papale.
«Eh! il rinnegato non ha visto nè lei nè la chiesa! Altro che prediche…! Adesso vado a C…. mi presento al generale Alemanno, gli dico le cose; e quel Giuliano laggiù, cui non fanno paura nè Dio nè Santi, quel Giuliano laggiù che vuol fare scuola di religione e di morale a me…, lo colgo e l'aggiusto io! Placidia, dite a Mattia che ponga la bardella sulla giumenta…»
Parlando alla sorella, si rammentò della lettera che essa gli aveva data; e mentre il Minore Osservante rispondeva alla sfuriata di lui, con un'altra sfuriata, come dicessero i salmi un verso per ciascuno; egli alzò il suggello, aperse il foglio, vi piantò gli occhi sopra, e lesse colla mente:
«Molto reverendissimo signor pievano. Vengo con questo piccolo foglio a farle sapere, che questa volta i regicidi, scomunicati, scellerati Francesi, hanno il diavolo dalla loro; perchè i nostri vengono perdendo, dalla marina verso in qua ogni giorno. Sui monti di Nizza, fu ieri grosso parapiglia, e per quel che so se il Dio di Sabaot non ci aiuta, finirà male. Le dico che non dormo nè dì nè notte, e se mai avessi a fuggire, faccio conto di venire da lei, per scampare da quei briganti, e con questo mi sottoscrivo.
«Sì sì! sottoscrivi e vieni!—sclamò don Apollinare diventato tutt'altr'uomo nella voce, nel gesto, nel viso;—vieni e mi troverai qui colle braccia aperte!….
«Che è? che è?—dissero ad un tempo il frate e donna Placidia, mossi dal turbamento di lui, che aveva parlato ansando come chi patisse d'asma.
«C'è che i Francesi ci coglieranno colle calze bracaloni! Legga padre, legga quel che scrive il Rettore di Montefreddo!»
Il frate prese la lettera e lesse ad alta voce; donna Placidia si cacciò la mano nella saccoccia del grembiale, si recò tra le dita i pippori del suo rosario, e per poco non recitò la preghiera che soleva allo scoppiare dei temporali: «Santa Barbara, San Simone, liberatemi dal lampo e dal tuono.» Il pievano poi, mentre l'altro leggeva, cercato un suo vecchio cannocchiale, pose la mira sulle gole dei monti verso la marina, là dove sapeva di scoprire Montefreddo; terricciuola sulle creste dell'Appennino dalla quale la lettera veniva. Non durò fatica a vederne il campanile biancheggiante nel verde degli abeti, come vela solitaria in golfo lontano; e solo si tolse dall'occhio quell'arnese, quando il frate, letta la lettera una e due volte, gli disse:
«Signor pievano, mi pare che sarebbe da uomo prudente aver pazienza, circa a quel giovinotto di cui parlavamo or ora…
«Ben detto! sclamò il pievano—non è tempo da cercarsi nemici. Ma! Eravamo così tranquilli! Si faceva il dover nostro e stavamo come il pesce in mare! Bisognava che i Francesi diventassero pazzi, per darci queste noie…!»
Qui entrarono in ragionamenti che a noi non fanno gioco, e finirono mettendo in disparte ogni pensiero di conciar Giuliano alla loro maniera. L'indomani poi quando lo seppero partito, l'uno e l'altro rallegrandosi assai di quella partenza, la chiamarono fuga, e se ne lodarono molto.
In questa guisa Giuliano potè andarsene libero, ma la signora Maddalena e Marta, ignorando le intenzioni avute dal pievano, rimasero con una sorta di rimorso pei giudizi temerari fatti sopra di lui.
Vada Giuliano in buona ventura senza che mi pigli vaghezza di cavalcargli in groppa. Allora non mi potrei tenere dal descrivere i monti e le valli per cui aveva a passare, e sarebbe troppa tela. Dirò soltanto come quel giorno a notte chiusa, Rocco rivenisse menando a mano la giumenta del giovane, e smontasse alla porta della signora; la quale volle dargli cena con sè, e gli fece raccontare dell'andata, e dei discorsi, che, egli disse, erano stati corti e mesti. Tra via non avevano avuto altra molestia che di sentirsi, ad ogni tratto, chiedere novelle dei Francesi; e il colono s'era scompagnato dal padrone in sul mezzodì, lasciandolo in Alba all'osteria chiamata un tempo dello Scudo di Francia; donde faceva conto di riporsi in via l'indimani al proprio destino.
Così i nuvoloni addensatisi sul tetto della signora Maddalena, erano dissipati dal vento che soffiava dall'Apennino, portando innanzi al suo furore, altri nuvoloni gravidi di maggior tempesta. E già si sentiva quanto sarebbe stata furiosa nello scoppiare; soltanto a vedere come a C…. corressero giorni di gran travaglio, per la soldatesca, che vi aveva le stanze da parecchi mesi. Il generale Alemanno pareva sulle brage, attendendo di Lombardia aiuti che non capitavano mai; ed in cambio gli giungevano ogni tantino cavalieri in gran diligenza, i quali venivano dalle montagne verso la marina, per quello che si poteva argomentare, portatori di novelle non liete. A poco a poco, il popolo indovinava le verità tenute nascoste; e già si sapeva che i Francesi, in sul cominciar dell'aprile, ripigliate le offese, si ricattavano assai bene dei danni patiti l'anno innanzi, per forza dei Piemontesi, i quali gli avevano fugati a Raus, e afflitti di molte morti. Adesso tornavano grossi e minacciosi, e sebbene per quell'anno non fossero ancora venuti a battaglia di campo, tuttavia l'aspetto delle cose era da far presagire che sarebbero usciti vincitori.
In casa al signor Fedele, qualcuno aveva aperto il cuore alle voci di prossimi eventi, e Bianca sentiva una dolce promessa, da quell'aria procellosa che ho detto. Dopo che s'era confidata colla zia dell'amor suo per Giuliano, dicendo che tra l'Alemanno e la morte avrebbe scelta quest'ultima; la povera cieca, consigliatasi con Don Marco, la confortava a persistere nel rifiuto, ma con dolcezza. Il buon prete, ogni volta che lo poteva, dava ad esse novelle di quelle parti, donde rivenivano soldati piemontesi o alemanni feriti, narrando cose dell'altro mondo; e sgomentando i compagni che vi s'avviavano melanconici, come persone che sapessero d'andare a certa morte. Egli e le donne, ne provavano pietà; ma facevano voti per i loro nemici; il prete sperando da questi miglior vita pel popolo; esse pensando che a vincere il signor Fedele, nulla avrebbe giovato se non la calata di quei Francesi, i quali per quanto male si udisse di loro, alla fine delle fini dovevano essere uomini anch'essi. Era vero che si potevano credere cose terribili, a vedere le centinaia di famiglie liguri, che capitavano ogni giorno, coi loro preti, in lunghissime processioni: gli uomini carichi di masserizie; le donne coi bambini in sulle spalle; i vecchi menati dai nipoti, scalzi, piangolosi, affamati; ma che valeva? Interrogati come avessero abbandonati i loro villaggi, non sapevano che si dire; e coll'aspetto di chi va, nè sa perchè mova, nè dove riesca, narravano di danni patiti di casi atroci avvenuti nei borghi vicini. A conti fatti venivano cacciati a quel modo dalla paura. Maria poneva mente a una cosa, ed era che non s'udiva raccontare da quella gente, che i Francesi avessero fatto onta alle donne. E da questo traeva conforto a sperare, che il diavolo fosse men brutto di quello si credeva; perchè se i Francesi rispettavano le donne, di certo erano in tutto migliori degli Alemanni; questi avendo dato a parlare di violenze fatte qua e là a donne del contado, che per quello se ne diceva non erano state poche. E non si tenevano dal menarne vanto i loro uffiziali, chè anzi vi facevano sopra le grosse risate; e la cieca che sapeva queste cose da don Marco, pensava come la pensarono indi a poco i popoli delle Langhe, i quali lasciarono per ricordo un proverbio che diceva di quei Francesi d'allora «meglio essi nemici, che gli Alemanni amici.»
Ma sino a quel punto, i più non vedevano altro Dio che costoro; e come dèi gli adorava Marocco, vecchio volpone, che conduceva in C…. un caffeuccio, proprio in sulla piazzetta del borgo. Egli se gli era tenuti sempre bene edificati, e si dava attorno a servirli colla moglie che aveva bella: nè faceva segno di recarsene, dove questa sorridesse ad alcuno di essi, o rispondesse piacevolmente ai loro motti arditi. Pur di brancicar monete, sarebbe stato ad occhi chiusi tutta la vita; e già dacchè gli Alemanni erano nel borgo, aveva messo in serbo di belle doppie. La sua era una botteguccia a modo, e antica al mestiere che ei vi faceva dentro; come si vedeva all'insegna sopra la porta, dalla quale si sarebbe potuto cavare la più bella vignetta, che abbia mai ornato frontispizio di poema eroicomico. Era una tavola, dipinta di molte figure, che volevano essere la meglio parte soldati, assorti in enormi stivaloni, e stranamente ingoffitti da immani cappellacci. Effigiati com'erano a sedere, guai se quei soldati si fossero levati in piedi; e peggio se in atto di scaraventare i bicchieri e le bottiglie che avevano innanzi; i cocci ne sarebbero andati sin chi sa dove, tanto erano tremendi in vista, pei mostacchi non più veduti, e per occhi che mostravano il bianco, come di cani ringhiosi. A ciascuna di quelle figuracce, Marocco sapeva dare un nome; e a udirlo, erano ritratti d'antichi Uffiziali del Re di Sardegna, stati a presidio nel borgo, per far la guardia alla repubblica di Genova, che non entrasse in corpo al loro Sovrano. Questo era un gran giocator di pallone; quest'altro amoreggiava la madre d'una signora del borgo, che viveva ancora; quello faceva tremar la gente solo che s'affacciasse alla finestra… Marocco conosceva di tutti vita e miracoli, sapeva dov'erano nati, dove morti, e fino dove sepolti. «La mia bottega, diceva egli mescendo agli Alemanni, fu sempre il convegno dei valorosi! Il conte tale, il cavalier tale, tutti nobiloni dei primi casati del regno, venivano qui, ed erano soldati allegri e spenditori; ma come loro signori, in coscienza non ve n'ho avuti mai!» E pigliava un gusto matto, a farsene far fede dai signorelli del borgo, i quali venivano a giuocare un tantino in sul desinare; cari una volta ora gabbati da Marocco, che si faceva udire a chiamargli scaldapanche. Buscava da essi qualche scapellotto, ma pur di far ridere i suoi signori Alemanni, non vi badava.
Un giorno, (che non monta sapere qual fosse, o decimo o ventesimo dalla partenza di Giuliano da D….); nella bottega di Marocco, si faceva un gran dire della guerra ricominciata. Era voce che il generale Alemanno avesse ricevuto ordine di recarsi con tutta l'oste verso Nizza; perchè i Francesi venivano, cacciando di là i Piemontesi, vinti a Dolceaqua, al colle delle Forche, a Raus, e si parlava della rocca di Saorgio investita. I discorsi s'incrociavano come spade, e tutti parevano là dentro sulle brage, pel gran desiderio di menar le mani. Un solo non si mescolava in quei fervori; ed era quell'uffiziale, che si sentiva morire di Bianca, e non vedeva l'ora di poterla sposare. Stava raccolto in un angolo, gomitoni su d'un deschetto, che sebbene fosse sodo, pareva lì per isfasciarsi sotto quel peso. Di tanto in tanto beveva un sorso d'acquavite ad un grosso bicchiere che aveva innanzi; e chi avesse potuto vedere i sussulti del suo cuore, di certo diceva che bevesse per darsi coraggio, a udire i compagni parlare in quei modi di guerra e di morte. E sì che egli era prode e cimentoso; nè si conosceva chi fosse più esperto di lui, a condurre partite notturne, a farla da scorgitore, a caricare il nemico menandogli addosso una ruina di cavalli: ma tant'è non poteva farsi vivo, e stava mesto in quella guisa; quando capitò alla bottega un giovano trombetto, il quale, data un'occhiata intorno, gli fu dinanzi, e fatto quella sorta di scambietto, che gli ussari costumano nel salutare, recossi la mano alla visiera e gli disse: «signor uffiziale, il generale la vuole.»
L'uffiziale accennò d'aver capito, il trombetto ripartì ed egli gli tenne dietro, lontano pochi passi.
Il generale era un vecchio prode della guerra dei sette anni, ed abitava di faccia alla chiesa, una delle migliori case del borgo. I signori che l'albergavano, s'erano ridotti stretti da averne disagio; ma pur di piacere a quell'uomo rigido e sornione, pur d'averne un sorriso benevolo, si sarebbero acconciati a star sui solai: e nelle molte stanze occupate da lui, avevano accozzati quanti arredi e quadri tenevano in casa, che pareva una dogana. Le volte che egli gli degnava, si sbracciavano a mostrarsi più alemanni di lui: e rammentavano d'aver visti i proprii padri e tutto il borgo, piangere nell'anno 1737, ch'essi chiamavano sottovoce funesto, perchè le novanta terre delle Langhe erano state cedute in quello, dall'Imperatore al Re di Sardegna. Narravano, con sazievole loquacità, a tutta la canatteria di soldati scribi, ond'era ingombro il quartiere, come avessero avuto uno zio, morto a Belgrado, capitano ai servigi dell'Impero; e ne ponevano in mostra il ritratto, meravigliando che quei soldati non s'inginocchiassero a salutarlo.
Quel giorno, in quella casa, tutti s'erano accorti del tempo ch'era cattivo: e quando videro l'uffiziale entrar dal generale, lo salutarono, gli fecero dietro gli occhi grossi; e osarono compiangerlo, perchè certo andava a farsi scaricare addosso qualche sfuriata.
Com'egli fu dentro; e vide il generale imbroncito, fece come quei soldati, che, dovendo starsi colle armi al piede, bersaglio d'un nemico cui non possono assalire, chinano il capo rassegnati a qual sorta di grandine stia per cadere. Recò la destra alla visiera, e rimase poco oltre la soglia, stecchito, gli occhi negli occhi del generale: il petto sporto, e l'altra mano giù dall'anca, che pareva di legno posticcia.
«Cinque passi in qua!—disse asciutto asciutto il generale.., e l'altro avendo fatti i cinque passi contati, senza scomporsi:—Signor uffiziale—continuò—ho qui per lei un plico, che mi si raccomanda molto da Vienna; vi deve essere dentro la licenza datale, di sposare una zitella di questa bicocca, e su questo non ho a ridire. Ma ella mi ha taciuta la dimanda fatta di qua a sua Maestà; (qui salutò come se l'Imperatore fosse stato là a udire) ella non s'è governata da quel soldato che crede d'essere ed è. Sia grata, non a me, ma al rispetto che ho per la sua promessa sposa, a me ignota, se mi accontento di consigliarla a non dimenticare fra le gioie del matrimonio, che noi siamo qui per menar colpi di spada in servizio dell'imperatore.»
E salutando una seconda volta il nome dell'Imperatore, porse la carta all'uffiziale, che togliendola colla sinistra, e udendosi dire: «vada», fece il suo scambietto, quasi barcollando, poi diè di volta sui tacchi tutto d'un pezzo, lasciandone il segno profondo e polveroso sull'ammattonato.
Sebbene le parole del generale, gli fossero parute troppo acerbe, egli discese le scale speditamente, come uomo lieto; corse difilato al suo quartiere, e dalla voglia spasimata di leggere quelle carte, ogni passo gli si faceva un miglio. Appena potè alzare i sigilli e aprire i fogli, brillò tutto nel volto e nella persona. Era proprio la licenza, che i suoi, gente d'alto stato, gli avevano ottenuta dall'Imperatore. Essi n'erano in collera; ma come lo sapevano uomo di forti propositi, s'erano acconciati a quel fatto maldicendo la maliarda italiana, e pregando per lettera il generale a vedere almeno che la sposa fosse zitella dabbene.
Come ebbe letto, l'uffiziale si fregò le mani, si rassettò addosso i panni, diè una scossa del capo; e via di buona gamba a casa il signor Fedele.
Costui pareva fosse all'uscio ad aspettarlo; perchè egli non aveva per anco stesa la mano al cordoncino del campanello, e già l'imposta s'apriva, lasciando vedere la persona dell'arzillo leguleio; il quale presolo per mano, lo trasse dentro con paterna dimestichezza.
Messisi a sedere, là proprio dove, giorni innanzi, la signora Maddalena e il signor Fedele avevano avuto il colloquio che noi sappiamo; l'uffiziale fu primo a parlare della faccenda, e dopo lungo discorso, porse le carte allo suocero, che gli pareva un Dio…. Questi presele come roba che aveva in pratica, si pose a guardarle ammirando l'aquile, le corone, i suggelli; tutte cose significanti la razza gentilesca e il gran luogo ove il barone era nato. Non vi lesse dentro, perchè non ci si sarebbe raccappezzato; ma assicurando l'uffiziale che non era mestieri di tanto, ripose i fogli, gli strinse le mani, vezzeggiandogliele e guardandolo in guisa, che il poveretto, a vederlo come si lasciava fare, aveva l'aspetto d'un leone in balia d'una volpe spelacchiata.
«Ed ora se le par tempo—disse alfine il barone dolcemente—vorrei vedere Bianca…»
Il signor Fedele balzò ritto, come per rispondere al desiderio più ratto del desiderio stesso; e corse per la fanciulla nell'altre stanze, lasciando lui colla mano sul cuore pieno di un senso, che gli rammentava gli strani ribollimenti di sangue provati sul cominciare delle battaglie. Il pover'uomo aveva più di trent'anni, e amava come un giovinotto di qua dai venti.
Il padre di Bianca aveva mandato innanzi il fatto sino a quel punto, che non bisognava altro che far gli sponsali e andare in chiesa a dir sì; nè aveva chiesto mai alla fanciulla di qual animo stesse verso l'Alemanno, e se fosse per acconciarsi a sposarlo. Perchè non ne dubitava nemmen per ombra, e per lui la potestà paterna non aveva confini o rispetti. La trovò soletta a cucire nella sua camera, dov'essa soleva stare raccolta, come le aveva consigliato don Marco.
«Animo! Bianca,—le disse—poni indosso il tuo più bell'abito, e vieni in sala a vedere lo sposo.
«Che sposo?—sclamò la fanciulla colta all'improvviso, alzando i dolci occhi nel padre.
«Eh via! non farmi la bambina! O che credevi che il barone venisse qua innamorato di me?
«Se avessi viva mia madre,—rispose Bianca mestamente—mi consiglierebbe e risponderebbe per me: ora, babbo, la prego di dire a quel gentiluomo ch'io lo ringrazio, e che se mi lascerà stare pregherò sempre per lui.
Come! come! come!—tempestò il signor Fedele, incrociando le braccia sul petto, e rimanendo a fissarla un tantino;—moviti e non farmi rage, che qui non è caso di ringraziamenti nè di preghiere! Ho fatto tutti i passi per amor tuo, e lo sposo è là che muore dalla voglia di parlarti.
«Ebbene, gli chiegga perdono in mio nome, ma io di là non vengo.»
A questa risposta calma e risoluta, il Signor Fedele dirugginì i denti, come un beccaio arrota i suoi coltellacci, ma si rattenne. E posta la mano sul capo della fanciulla, che s'era di nuovo curvata al lavoro, diceva colla voce più dolce che gli riuscisse fare:
«Tu…. tu…. vorresti negare a tuo padre la gioia di vederti ricca; ossequiata da tutti questi gentiluomini; invidiata da tutte le signore del borgo; sposa d'un uomo, il quale, nonchè barone, deve essere un principe? Tu vuoi vederci morire lui e me?
«Fosse il figlio del Re, piuttosto che sposarlo, morirei anch'io!»
Non aveva finito di dire, che il Signor Fedele era lì per darle le mani nel viso: ma pensando a quel che ne poteva seguire, si trasse indietro un passo, e guardandola con occhio, che se fosse stato al buio, avrebbe mandato lampi, tese la mano verso di lei, quella mano che le aveva posta sul capo amorevole; e uscì di quella stanza. Fuori, stette un istante a ricomporre il volto, poi, colla maggior calma che potè, cominciò a parlare come interrogasse e rispondesse a qualcuno. «Torneranno? Stassera? Oh la testa vuota! Vecchi vecchi…!» E rivenuto dov'era il barone:
«Vecchi! Vecchi!—continuava—badi, badi a non invecchiare, perchè si perde il meglio, la testa e la memoria…. Vede che mi accade? Stamane ho mandato le mie figliuole a ricrearsi un tantino alla nostra villa vicina a quel convento, là, che si vede stando sul ponte…., ebbene, vegga memoria! Andava a cercar di Bianca par la casa. Rida, rida, ma perdoni; trovo qualcuno, e mando a dire che tornino subito…»
Così dicendo faceva segno di voler andare; ma il barone rattenendolo:
«No no… per quanto mi spiaccia non poterla vedere, non voglio torre alle sue figliuole un'ora di spasso…. A domani, a domani….»
Il loro colloquio durò un'altra mezz'ora; durante la quale, il signor Fedele, pur avendo il capo ai rifiuti di Bianca, seppe così bene non farsi scorgere, che parve tutto occupato del suo interlocutore. Questi poi, prese commiato; rimanendo tra loro che l'indomani si sarebbero riveduti per condurre a termine ogni cosa; ed essendo già l'ora dell'abbassare del giorno, se n'andò tutto solo a passeggiare sotto gli olmi, e a guardare la via, se vedesse Bianca tornare.
Aveva bell'aspettare; e in verità, sarebbe stato meglio per la fanciulla essere su quella via, perchè in casa aveva a passare un triste momento. Suo padre, vistosi solo, fece come colui che giunge a strapparsi il bavaglio che l'affogava. Uscì in un largo respiro, e a passi lenti, accigliato, con una mano tormentandosi la coda tirata sul petto, coll'altra agitando la catenella d'uno dei due orologi che aveva nelle saccoccie della sottoveste, fu dinanzi a Bianca; la quale non era più sola, la zia e Margherita essendole venute in camera poco prima. Le fu dinanzi:
«E se—disse, quasi continuando il discorso—se voi non lo sposerete, neanche se fosse il figlio del Re; in coscienza il barone sposerà voi, dovessi strapparvi la lingua, per farvi dir sì!»—E volto alle due con grand'ira: «E voi che fate? Levatevi di tra piedi!
«O babbo, o cognato!—sclamarono la cieca e Margherita: e questa gli abbracciava le ginocchia, quella tendeva le mani come per cercare le sue. Ma egli respingendole e gridando che non aveva nè cognata nè figlie, le mise fuori della camera, chiuse le finestre, andando e tornando come forsennato; e fu di nuovo sopra Bianca, pallida, silenziosa, seduta, colle mani abbandonate sulle ginocchia, come un'antica vergine cristiana, che ne' sotteranei del circo stesse aspettando d'essere data alle fiere.
«Orsù—ripigliò—a qual giuoco si fa tra noi? Parliamoci corto: lo sposerete?»
E Bianca umile e mansueta: «non posso.
«Non posso!—urlò il padre—non voglio, dovete dire! Ed è una trista parola, per risponderla ad un padre della mia sorta! Chi mi vi ha fuorviata a questo modo? Ho inteso dire che le fanciulle osano talvolta innamorarsi!… impallidite? Ditemi la parola, che vi veggo lì sulle labbra; ditela che me la possa appiccicare bene qui, all'orecchio…! Dunque voi volete bene a qualcuno? Forse io so a chi…., ma non voglio saperne il nome da voi…., no…., sarei viso da farlo ammazzare…!»
Bianca diede un grido, il padre incalzava ghignando.
«Se domani, udiste dire da qualche feminetta di quelle che passano per la via: «hanno ammazzato il tale…. Oh! no no…, non temete, per ora non lo farei….; ho bisogno di tranquillità…. E la troveremo la tranquillità; stassera partiremo…., andiamo alla villa; voi non ve ne accorgete, ma siete ammalata….; se foste sana dovreste domani essere qui a parlare col barone, e sareste tale da guastarmi ogni cosa….; alcuni giorni di malattia, e do' sesto al vostro cervello, e all'altre faccende; e fra tre o quattro settimane si faranno le nozze. Vedete? il sole va sotto…., fra un'ora s'andrà….»
Spinse l'uscio, e vedendo damigella Maria e Margherita, che non s'erano potuto staccare di là dalla tema che egli percotesse Bianca; «anche voi,—proseguì—anche voi cognata, e tu pure pupattola mia, tutti alla villa, a godersi la primavera! Oh le buone donne, che io ho in casa…! Vedete, Bianca? Pregano Dio che vi tocchi il cuore, e vi renda il senno. Pregate, preghiamo….» E se n'andò.
La cieca e Margherita, tremavano strette l'una all'altra come due pellegrine, colte tra via da temporale furioso; nè osarono dirgli, parola. Ma come furono sole con Bianca, la abbracciarono ambedue con gran passione; poi Maria con voce tremebonda come chiedesse la carità le disse: «ed ora, che faremo?
«Anderemo alla villa» rispose Bianca.
«Ma tu…. tu…. come ti salverai? come faremo noi ad aiutarti? oh colui, quell'Alemanno chi l'ha mandato per nostra sciagura?
«Oh!—sclamò la fanciulla, con volto impresso di mestizia e di fede:—la Provvidenza—ha salvato fanciulle smarrite in mezzo alle selve, e in mano ai masnadieri, e abbandonerebbe me….?»
In pochi momenti, il dolore le aveva fatto pigliare tanto vantaggio sugli animi di quelle due dolci creature, che nel dire parve ad esse una santa. E l'ora passò sì presto, che non avevano raccolto il po' di fardello che loro sarebbe bisognato in villa, e il signor Fedele venne a pigliarle. Chiuse per bene le porte di casa, uscirono fuori del borgo, per quel vicolo dov'era passata la signora Maddalena, nel suo ritorno doloroso. Coperte di lunghe guarnacche nere, le due fanciulle reggevano il passo della zia, tenendosi strette a lei, come usavano menandola a messa; e il padre dietro, per un sentiero fuori mano, le fece scendere nel greto del torrente. La povera cieca, inciampava ne' ciottoli o si pungeva tra le spine, ma non fiatava; dolendosi solo di non aver potuto parlare a don Marco prima di partire, chè di certo da lui avrebbe avuto qualche sano consiglio. A un certo segno, il sentiero entrava sott'uno degli archi del ponte, che rimaneva a secco per la povertà del torrente; e mentre esse passavano i pipistrelli spiccandosi dalla volta, venivano spauriti a sbattere l'ala nelle loro persone; di che tremavano poverette, quanto il signor Fedele d'incontrarsi coll'Alemanno, o in chi potesse dar voce nel borgo di quell'andata notturna e misteriosa. E però s'era messo per quel passo mal destro, come avesse gente insieme che andasse a mal fare.
Ebbero a tribolare oltre il ponte anche un poco, poi risalendo a mancina su per la ripa erbosa, furono sulla via, grande, ma scura scura per i pioppi fitti che non vi lasciavano raggiare la luna, levatasi pur allora. Di là per campi e per vigneti, giunsero alla villa, dove la famiglia del colono era già a riposo. Solo vegliava il capo di essa, uomo di buona età e vigoroso, il quale sedeva sulla soglia della casa, e faceva guardia alla roba, per tema dei soldati Alemanni, che uscendo la notte dai loro campi, andavano rubando, e ogni mattina s'udiva a parlare di pollai vuotati, e sin di vitelli rapiti.
«Chi va di notte!—chiese costui levandosi ritto, con un grosso bastone fra le mani, e venendo oltre al rumore delle pedate.
«Siam noi, Lorenzo,—rispose il signor Fedele.
«Come? il padrone a quest'ora? che fatto è? perdoni, chiamo i figliuoli….
«No no…, sta cheto, vogliamo far domani un po' d'allegria, e veniamo sin d'ora…; non abbiamo mestieri di nulla, salvo d'un po' di lume, che tu m'aiuterai ad accendere, e poi tornerai alla tua guardia…. Avanti figliuolo, che la guazza fa male…»
Entrati nella palazzina, e acceso il lume, il colono se ne tornò a' fatti suoi, un po' maravigliato dell'aspetto delle signore che parevano venute a un mortorio: e il signor Fedele senza far ad esse parola, le mandò a dormire, Poi s'appartò taciturno, s'allungò in sul letto, s'affagottò tra le lenzuola; e là si mise a pensare come avrebbe trovato modo di indur Bianca alle buone, a quel matrimonio. Interrogava per sè, e rispondeva per lei, da principio esortando, poi minacciando. Essa sempre ferma; egli allora a fingersi ammalato dal dolore. Invano. Bisognava rivolgersi ai castighi, e si pose a cercarne: e fu buona cosa che presto s'addormentasse, perchè pensando, chi sa che inferno avrebbe immaginato ai danni di quella infelice.
Non andò guari, che mentre egli giaceva russando forte, e le tre donne vegliavano parlando basso tra loro; un suono mestissimo di campana, venne per la solitudine dell'aria, come voce che dicesse al cielo, o ai morti, o a non so che altro misterioso che esiste: «qualcuno veglia a quest'ora sopra la terra!»
Era la campana del convento dei Minori di San Francesco, che sorgeva poco discosto. A quei tocchi Bianca alzò il capo, e porse ascolto con tanto desiderio, che più non avrebbe fatto, se fossero state voci della madre sua, morta. E poi volgendosi alla zia, nel buio della stanza: «Oh!—disse—e noi non ci avevamo pensato! Zia, se mi facessi monaca?
«Preghiamo—rispose la cieca—i frati s'alzano a quest'ora per discendere in chiesa a pregare….»
Margherita piangeva. Tacquero, rimasero deste un altro momento; poi come l'ora e la stanchezza poterono più del travaglio del cuore, s'addormentarono; e Bianca sognò tutta notte, monache, chiese e canti devoti.
L'indomani il signor Fedele, s'alzò prima dell'alba, e fattosi sulla soglia della loro camera, gettò dentro queste parole: «nessuna di voi vada fuori, sino a che non sia tornato». E disceso alla casa colonica, che era muro a muro colla palazzina, comandò al cascinaio ed alla moglie di lui, che non parlassero ad anima viva nè della sua venuta in villa, nè dell'ora, nè d'altro; e badassero bene a non farsi vedere con damigella Maria e con Margherita, per non dar ombra a Bianca: alla quale, gli fossero segreti, pareva stesse per dar volta il cervello, dalla gran paura dei Francesi; e in tutto e tutti vedeva nemici e spie.
«Povera signorina!—sclamava la cascinaia impietosita e sciugandosi gli occhi col grembiale, stette a udire gli ordini che le dava il padrone, per la colazione delle signore; uova, cacio, latte. Poi fece vedere una focaccia cavata allora di sotto la cenere, avvolta in un mantile bianco come la neve, e cotta proprio per esse; che venendo alla villa solevano chiederle sempre di quella sorta di pane. Il signor Fedele contento della donnicciuola partì.
La curiosità è femmina e sirocchia della ignoranza; onde non è a dire come pungesse l'animo della cascinaia. Costei non attese d'essere chiamata, ma tolta quella roba che le aveva detto il padrone, se la recò in un cesto, entrò nella palazzina, salì le scale; e facendo a fidanza colla bontà delle signore, disse fra sè: «se mi colgono dirò che veniva con questa grazia di Dio; se no voglio un po' vedere che cosa è questo mistero….» Cattellon catelloni, s'appressò all'uscio della camera ove esse erano, le vide attraverso la toppa; e si mise a origliare.
Altro che parere in punto d'andarsi in volta col cervello! Bianca parlava di suo padre, che voleva sacrificarla, calma, affettuosa, e diceva di volersi far monaca per togliersi da questo mondo, che non le era parso mai bello. Le altre due le rispondevano, ingegnandosi di consolarla; ma il discorso era così avanti, che la contadina non ci si poteva raccapezzare. Quanto avrebbe dato, pur di sapere tutto quello che avevano detto! Ad un tratto le parve che Margherita volesse muoversi; ed essa togliendosi di là come un folletto, e chiamate di sulla scala le signore, fece le viste d'essere venuta allora allora, portando la colazione.
Intanto il signor Fedele era in via alla volta di C…., e vi giungeva che il sole non era peranche levato. Molto stupì vedendo gli Alemanni sotto i filari d'olmi, e la squadra di cavalli schierati e pronti; non come gli altri giorni per andare agli esercizi, ma con quell'aspetto diverso, affaccendato, quasi zingaresco, che hanno le milizie in punto di levare il campo. I signorelli del borgo si tenevano in mezzo gli ufficiali, dando e pigliando fede d'amicizia, con grandi strette di mano, con quella ciera tra sciocca e sbigottita dell'uomo che, rimanendo a casa, conforta a starsi di buona voglia chi va agli sbaragli della guerra. I preti v'erano tutti, salvo don Marco; ed avevano i volti compunti, e parlavano del Dio di Sabaot, che guardava dal cielo le invitte spade dei loro amici. Gli uffiziali ridevano e s'accarezzavano i mustacchi.
Come il signor Fedele fu in parte da essere veduto, il barone che non aveva perso d'occhio un istante quella via per cui veniva, gli corse incontro, chiedendo che fosse stato di lui e della famiglia.
«Nulla!—rispondeva quegli—non fu nulla; ma qui che è questo che veggo?
«Mi dica di Bianca, Bianca….?
«Eh non mi faccia piangere! Ieri sera venne il colono a dirmi che le aveva preso male, e ho dovuto andare alla villa….
«Malata!—proruppe l'Alemanno—ed ora….?
«Ora s'è messa al meglio, e all'alba l'ho lasciata che dormiva chetamente. Ma qui, ripeto, che c'è di nuovo?
«Andiamo alla volta d'Oneglia—rispose l'Alemanno mestamente.
«Maledetti i Francesi!—sclamò il signor Fedele; ma l'altro interrompendolo:
«No…. maledetti, no….: il generale ricevette l'ordine d'andar là, stanotte….; torneremo…. ma…., Bianca…. se mai, le dica che io parto, lasciandomi il cuore addietro, ma che appena potrò…. Chi sa….? su quei monti….» E si volse a guardare dalla banda della marina.
Il sole illuminava le vette di San Giacomo e del Settepani, i quali giganteggiavano lasciando che per l'aria limpida del mattino, l'occhio penetrasse nelle loro selve, e scoprisse le vie alpestri, che gli Alemanni avevano a salire.
Le parole del barone erano state dette con tanta mestizia che facevano contrasto meraviglioso colla sicurtà dell'ardire che gli si vedeva in tutta la persona. Ma il signor Fedele volle confortarlo, e chi sa che sciocchezze stesse per dirgli; quando s'udì venire una cavalleria, e le trombe suonarono, e gli uffiziali corsero ciascuno alla sua schiera: sicchè il barone affrettatosi a dare l'ultima stretta di mano al suocero futuro; fu al suo cavallo, raccolse le briglie, e montò in sella leggiadro in vista, ma col lutto nel cuore.
Alla voci dei capitani, rispose un moto e un rumore d'armi, poscia silenzio. Il generale veniva in mezzo a parecchi cavalieri, e il popolo faceva largo dinanzi a lui. Fu cosa di pochi momenti; un andare, un tornare, un parlarsi sommesso da questi a quello, un gridar alto alla moltitudine d'armati; tutto con quell'aria di mistero che usano le gerarchie sacerdotali e militari, quando parate fanno mostra di sè. Indi a poco a poco si spiccò la squadra d'ulani condotta dal barone, e presero la via verso mezzogiorno a mò di scorgitori; e dietro i fanti, e dopo questi le artiglierie, portate a dorso di muli; da ultimo salmerie, monelli e cani, tutti misurando l'andatura al suono guerriero di pifferi e di tamburi.
Di là a qualche ora tutto nel borgo era quiete; e la sera s'incominciò in chiesa un triduo, per invocare la vittoria dell'armi alemanne. Si pregava di cuore, ma gli animi aspettavano paurosi le novelle del campo. Marocco era stato colto da uno struggimento ch'egli solo sapeva quanto fosse grande, vedendosi ridotto a quella compagnia d'avventori paesani, che l'avrebbero tenuto sobrio. Il signor Fedele si fregava le mani, parendogli che la partenza dell'alemanno, gli fosse tant'oro, avendo mestieri di tempo per adoperare con Bianca il braccio della ragione. Tuttavia pensava che il barone avrebbe potuto morire; e allora si grattava la nuca plebeamente, stiracchiandosi la coda e meditando chi sa…..; cosa che io non sono vago di cercare in quel suo cervellaccio.
Tornato alla villa, il signor Fedele cominciò dall'assalire Bianca coi ragionamenti, e trovandola sempre uguale, la condannò a starsi tutto il giorno in una stanza appartata. Guai alla zia e alla sorella, se avessero tentato parlarle. Per maggior umiliazione la faceva venire a mensa all'ora dei pasti; ma la poneva a sedere in un angolo del desco senza tovaglia, e le stoviglie in cui le dava a mangiare, non erano quelle lucenti di stagno che usava per sè e per la famiglia, bensì certo piatto di terra scura, da mangiarvi dentro l'elemosina, tolto a prestito dalla cascinaia. E anche in quel tempo le avea vietato di aprir bocca. Sui volti delle altre due, si fecero in breve profondi i segni dell'animo afflitto; ma temendo di procacciare a Bianca maggiori mali, tacevano; ed essa per certo raggio degli occhi nuovo e soave, mostrava di crescere in forza a sopportare quei trattamenti, e si consolava pensando che per amor di Giuliano avrebbe patito anche più, se più fosse bisognato.
Così entrava il maggio, senza che la festevolezza della stagione, valesse a ricondurre in quella casa la pace e la gioia. Damigella Maria e Margherita, libere di starsi o di uscire a diporto, non movevano guari, per non godere quel che a Bianca era vietato; avrebbero volentieri mutata sorte colle donne più tapine che fossero nella valle: e udendo i campagnuoli cantare strambotti pei colli, in quelle notti piene di misteriose melodie; i loro pensieri s'incontravano mestamente con quelli dell'infelice.
«Oh!—diceva la cieca—han bello dire, ma le contadine sono più felici di noi! Vengono su pascendo le pecore e sarchiando il campo, durano stenti grandi, è vero; ma almeno quel po' di pane che Dio manda lo mangiano in pace, senza tante ambizioni….! Noi…. noi…. invece….»
Margherita assorta nei canti che s'udivano lontani, chiedeva che volessero significare a quell'ore insolite, e pareva passionarsene: la zia sospirando rispondeva: «cantano la primavera tornata; la tua bella età, che Dio protegga, sicchè tu sia più fortunata di tua sorella!
«E Bianca?—ripigliava la giovinetta—che farà di là? le piaceranno questi canti, a lei così afflitta?»
Non era da dubitarne. Bianca porgeva orecchio dalla sua finestra, e pensava ai mài, che i contadini piantavano cantando dinanzi le porte delle foresi cui volevano bene. E anch'essa cadeva in quell'idea, che nata villanella, sarebbe stata più lieta; e che pur di potersi sposare all'uomo amato, la sferza del sole non la si doveva sentire, e lavorare sul solco da un'avemaria all'altra, doveva parere un trastullo. Ma per sè non poteva sperare che lo sterile rifugio d'un monastero; e in quei giorni di silenzio e di solitudine, ne parlava seco stessa, menzionando la pace, il sepolcro, mille malinconie; in guisa che se la zia l'avesse intesa, si sarebbe alfine levata contro il cognato; e delle due l'una, o egli smetteva dal tormentare Bianca, o essa se ne sarebbe andata a vivere da sè.
«Ma!—diceva la povera giovane, in certe ore che l'aspetto della vita le si faceva più lugubre:—quando sarò nel monastero, e mi avranno tagliati i capegli, e la mia faccia si sarà fatta smorta; se egli venisse a vedermi una volta, e mi ravvisasse, e mi dicesse: «tale divenisti per amor mio!» oh! come sarei lieta di morire in quel momento! Ho udito dire che le monache pregano nelle loro chiese dietro le grate, non viste…. E se egli venisse in chiesa per vedermi…., se cantasse per farsi conoscere da me…! Già, non intesi mai la sua voce, non ci siamo mai parlati….! Eppure quanti discorsi abbiam fatti, egli dal terrazzino di don Marco, io dalla nostra altana! Mai una parola…. mai un cenno….; ma fa bisogno di dirsele certe cose? Chi sa dove sarà? A D…? Chi sa se mi incontrerà mai più….? Oh! viva o morta lo sentirò venire e tremerò tutta!»
Di questo andare, s'era accostumata a considerarsi già fatta monaca; e mai che le fosse venuto in pensiero di ribellarsi del tutto, fuggire, e andar in cerca di Giuliano, o di fargli sapere di sè per qualcuno di mezzo. Scrivergli non avrebbe osato; solo il filo di speranza che attraversava le sue miserie, faceva capo a don Marco; e qualche momento osava sperare ch'egli avrebbe rimediato a ogni cosa; ma quel pensiero di lui su' Francesi che sarebbero venuti a liberarla, cominciava a parerle una promessa mancata. Non venivano mai quei Francesi!
Non venivano? Avesse potuto leggere nell'animo del proprio padre, l'avesse udito maledire tra sè i repubblicani e la Francia; e avrebbe capito come i Francesi erano vicini! Egli non andava neanche più al borgo, per non udirne parlare; perchè là si dicevano cose da farlo basire. Oggi la rotta dei Piemontesi e degli Alemanni al ponte di Nava; domani la presa d'Ormea, di Garessio, di Bagnasco, tutti luoghi che egli sapeva alla grossa come fossero poco discosti; un'altra settimana, due forse, e la guerra alpina sarebbe stata perduta pei regi e per gli imperiali; e i repubblicani, eccoteli padroni di scendere a lor agio a divorarsi le Langhe.
S'aggiungeva a queste cose, che sua Maestà Vittorio Amedeo, aveva di quei giorni mandato ai magistrati, e ai parrochi di tutti i villaggi e borghi e città un bando, col quale comandava a tutti d'ogni grado e stato, purchè atti alla guerra, si provvedessero d'armi e di munizioni, quante bastassero per giorni quattro, e si tenessero pronti a movere contro i Francesi al primo cenno. Il Re parlava di premi e di pene; e il signor Fedele per parer di quelli non atti alla guerra, oltre a non recarsi più al borgo, quasi non usciva più dalla palazzina.
«O Madonna!—gli era venuto di sclamare una sera spogliandosi per andare a letto—se voi terrete i Francesi lontani dalle mie campagne; se mi renderete sano e salvo il barone e mi aiuterete a condur Bianca sulla buona via; vi edificherò una cappella proprio nel mezzo dei miei vigneti, e vi farò celebrare ogni domenica una messa da questi frati, santi servi vostri e del serafico San Francesco!»
Nei fondacci della sua coscienza, non credeva nè alla Madonna nè a San Francesco, nè agli altri Santi del Calendario: ma allevato a parlar ad essi colle mani giunte da bambino; a metterli in disparte da giovinetto; e da uomo maturo, ad averli sempre in bocca, e a giovarsene come di zucche legate ai fianchi per tenersi a galla sul pelago della bassa gente, che in essi avea fede e in Dio: adesso, di faccia al pericolo, si rivolgeva alla Madonna colla dimestichezza d'una femminetta, avvezza a parlarle a tu per tu, tutta la vita.
Quella notte s'addormentò con addosso l'indigestione delle brutte nuove avute dal cascinaio; il quale le aveva raccolte un po' dai frati, un po' dai campagnuoli; e qualche ora prima che fosse l'alba, si svegliò come persona cui venga fatta forza, molle di sudore e tutto scompannato il letto, pel grande agitarsi fatto nel sonno. Aveva sognato d'essere soldato del re, caduto in mano ai Francesi con grossa compagnia. I barbari, trucidato e sparato il più grasso tra i prigionieri, se lo mangiavano, e ne davano a mangiare anche a lui, che provandosi con ogni sua forza a schermirsi, si trovava agguantato nella coda e nel mento, e costretto a spalancare le fauci; mentre uno di quei ribaldi lo imboccava di quelle carni spietatamente, spingendogliene in gola con una baionetta lunga lunga, che ad ogni tratto si mutava in un serpente.
«Ahimè!—sclamò tastando il letto, e guardando nel buio cogli occhi pieni di quelle immagini, e colla gola arsa d'amarezza disgustosa:—ahimè! che spavento, Gesù Maria! Se durava un altro poco io moriva!»
E diè volta sull'altro fianco, studiandosi di non più addormentarsi, pauroso che il brutto sogno ricominciasse. Stette così un tantino rannicchiato, poi riprese a parlare.
«O che è questo picchio nell'orecchio? Che sia effetto del sangue?»
In quel dire alzava la testa dal guanciale. Il picchio non pareva più un picchio, ma sì un martellare di campane; al quale s'aggiunse un altro suono, noto, terribile, quello del corno, sorta di nicchio marino onde di quei tempi, coma usa in Corsica, andava ne' monti liguri provveduto ogni casale; sicchè di ladri, d'incendi, di lupi calati l'inverno, si mandava di valle in valle, rapida e lontana la voce.
«Ohe!—gridò allora sorgendo a mezzo,—la campana di C…. stormeggia, e questo è il corno! Signore aiutatemi!»
E balzando dal letto, senza stare a cercar co' piedi le pianelle, corse a spalancar la finestra; ma di subito preso da più stretta paura, riaccostò le imposte e le tenne socchiuse, quanto potesse guardar fuori con un solo occhio. In quella il cascinaio, i figli, chi dalla porta, chi dai finestrelli, porgendo il capo, si mostravano anch'essi.
«Dunque che cosa accade?—chiese ansando il signor Fedele—ne sapete qualcosa voi?»
Per tutta risposta, uno di quei villani, che s'era insino allora rattenuto per non destare il padrone, e scoppiava dalla voglia, precipitò sull'aja si recò alla bocca il corno, e ne trasse un muggito così pieno ed acuto, che al signor Fedele parve sentirsi passato fuor fuori da una cannonata.
«Ti pigliasse il canchero, te e il tuo toro! birbante! Tu mi vuoi far morire le donne? Butta al diavolo codesto tuo arnese d'inferno!»
A queste parole il giovanotto stette come allibito. Non aveva mai inteso il padrone porsi in bocca quelle parolacce. Gettare all'inferno quell'arnese, che s'adoperava a chiamare in chiesa i fedeli, gli ultimi giorni della settimana Santa, quando le campane sono legate, e le tabelle suonano le ore! Non osò soffiarvi dentro una seconda volta, ma l'avesse anche spezzato veniva a dir nulla, perchè per tutta la valle qua e colà fu un muggire d'altri nicchi, un apparire di lumi sulle coste, un chiamarsi da luogo a luogo, un interrogarsi, un rispondere di guerra, di Francesi, di finimondo, tutto nel buio. La campana del convento vicino, cominciò anch'essa a suonare a stormo; e quella d'un villaggio sulla montagna, che chiudeva la vallicella, rispondeva a questa, o forse ad altre della vallata sinistra della Bormida, mentre l'alba spuntava e pareva quella delDies irae.
Damigella Maria e Margherita, non è mestieri dirlo, s'erano levate sin dai primi rumori, e Bianca dimenticato il divieto di venir fuori della sua stanza, correva ad esse spaventata. Tutte e tre si facevano intorno al signor Fedele che s'era messo in gamba le brache e in dosso un giubbarello; e appena mezze vestite, scarmigliate, piangenti, lo supplicavano, lo rattenevano che non uscisse di casa. Egli, standosi fra Bianca che colle mani giunte sulle spalle a lui, si abbandonava in atto di grande dolore, e Margherita che l'abbracciava alle ginocchia; non avendo forse avuto neanco in mente d'uscire, sclamava:
«Come? La terra del mio re, sarà coperta di nemici, e si potrà dire che io non sono corso a far testa? Via da me che non voglio perdere la grazia di Sua Maestà, per le vostre lagrimette! Via da me, voi, ingrata figlia! che importa di me a voi, se in dieci giorni mi avete fatto invecchiare di dieci anni?
«Pietà, pietà, babbo,—dicevano le fanciulle—non vada, non vada o ci conduca….
«Voi…. io…. pietà….—rispondeva il signor Fedele dibattendosi fra le donne:—ne avete voi per me, quante siete? Pietà di me l'avranno i Francesi che toglieranno dal mondo il più infelice dei padri…!»
Dicea così sperando di dar a Bianca un gran colpo; ma vedendola niente disposta a dirgli, «padre farò quel che vorrà…!» diede un squasso sì forte, che mandò questa a cadere, e togliendosi Margherita di tra piedi, stette un momento che aveva l'aspetto d'un vecchio re, forse di Priamo che si sgombra il passo tra le sue donne, per andarsi a gettare coll'imbelle dardo, in mezzo ai nemici a morire.
Discese sull'aia, al colono che gridava «i Francesi! i Francesi!» diè sulla bocca una gran palmata, sclamando «bugiardo! Te n'andrai dal mio servizio!» Poi si rifece sopra sè stesso, e crescendogli il cuore sino alla gola; comandò ad uno dei figli del contadino, si mettesse la via tra piedi e corresse a C…., a vedervi un poco a qual segno fossero le cose.
Ma non fu mestiere che questi partisse, perchè essendosi messo un po' d'albore, si vide da ogni parte gente discendere dai monti, gente uscir dai seni della vallata; drappelli di qua, drappelli di là, venivano a farsi grossi sulla via maestra, traendo verso il convento dei Minori Osservanti. L'affrettarsi, il tumulto, l'aspetto terribile di quelle turbe, armate di roncole, di bidenti, di falci, e financo di vecchi schioppi colti nelle guerre spagnuole di mezzo secolo prima; si accordavano in guisa tempestosa alla furia di parecchie donne che aizzavano gli uomini; e agli atti dei frati usciti dalle loro celle, agitando in aria i crocifissi, gridando guerra e morte, da parer forsennati.
Man mano che la gente arrivava, faceva sosta attorno ad uno rialto; e chi mandava baci alla campana del convento, che dindonava rabbiosa anch'essa; chi spiegava al vicino la faccenda com'era, chi più voglioso di andare cominciava a spazientarsi; quando venne oltre sul rialto il guardiano, uomo venerabile per lunga barba, e per la bella salute, che ad onta dei molti anni vissuti gli splendeva sulle guance.
Egli fece far silenzio alla moltitudine, la quale fu così pronta a star zitta, che si sarebbe inteso una mosca a volare. Allora trasse dalla manica un foglio, e vi lesse ad alta voce come predicando. Era il bando del Re, quel bando che ho menzionato più su, e che comandava ai sudditi di tenersi pronti al primo squillo di campana.
«Lo squillo di campana è dato,—sclamò il guardiano quand'ebbe letto—è dato qui, a C…., a D…., per tutto in questa valle e nell'altre! Armiamoci e andate, o popoli, che Dio v'accompagni a sterminare quei giacobini maledetti, i quali vogliono discendere fra voi, a vuotarsi i granai, a contaminarvi le donne, a porre le mani nel sangue dei vostri sacerdoti! Volgetevi da quella banda: (tutti si volsero a guardare i monti di San Giacomo e del Settapani, che si vedevano assai bene, ammantati dal verde primaverile) vedete lassù? Ciò che ora è verde diverrà rosso come sangue; e dove oggi nascono i fiori passeranno i demoni, e ne verrà un odore d'inferno da rimanerne affogati….! popoli all'armi….! ecco lassù il Signore che ci fa segno d'essere con noi!»
I poveracci non videro il Signore, ma credettero nel frate che l'aveva visto per essi. E «andiamo, andiamo!—cominciarono a urlare—Dio è con noi! Viva Dio! Morte ai Francesi! Viva noi! Viva il Re! Il primo giacobino che mi dà tra' piedi lo strozzo, fosse mio fratello! Lo mangio, fosse mio padre! Morte ai giacobini!….»
Fra questo tempestare di viva e di morte, si fece udire una voce su tutte gridar chiaramente. «E chi ci condurrà alla battaglia?»
E un'altra voce rispose: «i nobili, i signori! Passeremo per C…. v'è il signor Francesco, il signor Crispino il conte, don Luca, verranno con noi, anzi li troveremo belli e pronti….
«E chi ricusa, a morte!»
In quella il signor Fedele, voglioso di sapere e fidandosi troppo, giungeva ad una svolta della via, vicino di là a un trar di pietra. Udire quelle grida, ed arrestarsi come avesse dato del petto in una rupe, fu tutt'una cosa: porse orecchio un tantino, e: «come?—disse tra sè—i signori v'hanno a condurre alla battaglia? Acchiappami se puoi, chè io vengo.» E pensando di non essere stato veduto, diè di volta correndo verso la palazzina; badando a dar nei fossati, curvo e spedito a menar le gambe che meglio non avrebbe potuto fare uno scolaretto, colto a scioperarsi dal pedagogo. E si teneva certo del fatto suo; ma il guaio fu che qualcheduno, o donna, o uomo, l'aveva scoperto, e s'era messo a gridare:
«Si! sì! i signori, eccone laggiù uno dei signori….
«Il signor Fedele, l'avvocato! e' fugge…. dàgli dàgli… lo vogliamo con noi!
«È vecchio!—diceva un frate.
«Ed io son giovane?—rimbeccava un contadino.
«Ed io son più vecchio di lui!—gridava un altro di quei furibondi—ho moglie e figli, e terre al sole per me il Signore non ce n'ha messe….»
In mezzo a questo vociare, una dozzina di villici, accesi in viso come al tempo delle svinature; si lanciarono alla volta della palazzina, agitando le falci, i forcoli, il diavolo che brandivano, e chiamando a nome il signor Fedele.
Questi toccata la soglia, s'era volto addietro alle grida; e al luccicare di quelle armi, credette di sentirsele cascare sul capo, entrare nelle reni fredde diaccie, si vide fatto in pezzi a dirittura, e peggio che nel sogno della notte innanzi.
«Son morto!» sclamò, e chiuso l'uscio a due mandate, tirò il catorcio, mise la stanga, non istette a rispondere alle figlie, venute a lui piene di terrore: ma per un andito scuro si cacciò in cantina, si buttò carponi; e squarciandosi i vestiti, e insozzandosi le mani e il viso, spingi, ponza, e rispingi, potè rannicchiarsi sotto un tino, donde mandò fuori rangoloso queste parole, alle figlie:
«Se non mi volete morto, andate via di qua…! Via…!»
Subito un gran rumore di colpi, menati contro la porta, fece ammutolire le poverette che lo pregavano a uscir di là sotto, e più terribili dei colpi s'udirono queste grida furiose:
«Fuori il signor Fedele! Aprite! Vogliamo lui! Siamo della valle! Veniamo a pigliarlo per capitano! Vogliamo che ci meni ad ammazzar tutti i Francesi! daremo loro come ai cani arrabbiati…. al lupo…. al diavolo in carne!»
Le voci diverse suonavano d'ogni parte intorno alla palazzina, nè valeva il cascinaio a far che quei bifolchi smettessero dal gridare selvaggio. Chè anzi alle due fanciulle da dentro, pareva girassero cercando modo di salire sulle finestre, E stavano strette l'una all'altra, aspettandosi ad ogni istante di vederli irrompere; quando cessò il vociare, e porgendo orecchio udirono la parola soave della zia Maria, che si volgeva alla fiera brigata da una finestra del primo piano. Costoro vedendo quel viso di donna cieca, dipinto di sicurtà, d'innocenza e quasi di fanciullezza; stavano a bocca aperta ascoltando: tornati in quel rispetto che avevano sempre avuto per la famiglia del signor Fedele, e già vergognavano d'aver osato tanto. E la cieca diceva:
«Buona gente, abbiate compassione delle mie nipoti e di me; già mi pare alle voci di conoscervi tutti. State quieti, voi cercate di mio cognato, ed egli non è qui…
«Come? Non l'abbiamo visto coi nostri occhi?—diceva uno della brigata, quasi consigliandosi coi compagni. E un altro:
«Ehm! pareva anche a me che avessimo preso abbaglio…. Il signorFedele sarà a C…. nevvero signora damigella Maria?
«Sicuro è a C….—usciva a dire un terzo, togliendo alla cieca il pericolo di dire una bugia:—passeremo là e lo cercheremo…. lei capisce signora, che se alla fine delle fini non siamo guidati, noi ignoranti siamo buoni a nulla….!
«A rivederla, signora Maria, stia di buona voglia, che i Francesi sin qua non verranno; e se qualcuno volesse farle male, ci faccia chiamare anche a mezzanotte, che siamo cose sue….»
Così diceva un quarto, e con questa e con altre scuse e profferte, si allontanarono sberettandosi, come se la cieca avesse potuto vedere quei loro atti rispettosi. E con essi volle partire il cascinaio, conducendo seco il maggiore dei suoi figli, tra le strida della moglie e delle figliuole, che fecero intorno alla casa un piagnisteo da non potersi dire.
Tornati quei furiosi al convento, la compagnia potè mettersi in cammino. Con alcuni dei frati in capo, presero la via di C…. cantando a squarciagola, e levando un polverio che pareva mosso da vento di tempesta. Di tanto in tanto qualcuno dava nel corno e a quel suono rispondevano altri corni da altre vie, dove si vedevano altre brigate, volte del paro verso C…. Questo era luogo di gran convegno, perchè il parroco vi aveva dignità di vicario foraneo; vi sedeva il magistrato del Re per la giustizia; il borgo era come la capitale delle Langhe, e giaceva in sito da potervisi raccogliere gli stormi di tutta la vallata, per quindi moversi alla grande ventura.
Tra questi stormi, uno ne veniva numeroso per la via maestra, lungh'esso l'opposta riva della Bormida; e se non fossero state le armi, che si vedevano luciccare, pareva una di quelle processioni, le quali si solevano fare appunto in quella stagione, per implorare dal cielo i buoni ricolti. Cantavano litanie e salmi a verso a verso, e ogni poco prorompevano in urli feroci, come a tener deste le ire; e innanzi a tutti cavalcava un prete.
«Quelli là hanno a essere quei di D….; li conosco, conosco la giumenta del pievano….»—dissero a un tempo due o tre della brigata venuta dal convento:—se da tutte le pievi ne vengono tanti, ci troveremo a C… parecchie migliaia. Viva il pievano di D…!
«Viva San Francesco!» risposero quelli che erano proprio di D…., e il pievano levò in alto il cappello, a salutare tre volte, con atto d'un generale.
Don Apollinare in quel momento eroico della sua vita, si rifaceva gongolando delle cose patite nell'ultime settimane. Le sue pene erano state tante, che dal giorno in cui gli era capitata la lettera del rettore di Montefreddo, aveva perduta del tutto la bella pace goduta tanti anni; e quando il padre Anacleto, dopo la domenica in Albis, l'ebbe abbandonato per tornarsene al suo convento, si sentì cadere le braccia. Il suo pasto si venne assottigliando; le notti si svegliava scosso da visioni che avrebbero fatto incanutire un leone; il presbiterio gli pareva un eculeo; Placidia, la mite Placidia, un ingombro fastidioso tra piedi; la calata dei Francesi un'uggiosa minaccia che gli faceva sclamare: «o dentro o fuori una buona volta!» Pur di finirla in qualche modo, accadesse quel che doveva accadere, ma alla lesta: e stava pronto, la giumenta colla bardella addosso, e la briglia lì appiccata al chiodo; sicchè il bando reale lo trovò, sto per dire, coi lembi cinti e col bastone in mano. Lo lesse una, due, tre volte sospirando; ma fattosi animo, si picchiò sul petto una palmata e proruppe:
«Oh! alla fin fine anche questo è un rimedio! Avvenga che può; meglio morire d'una cannonata che a furia di punture di spillo!»
Venuto l'ordine di far la mossa, messosi d'accordo coi seniori del borgo, i quali pur non volendo, mostravano i segni della mala voglia; mandò gente per la pieve a dare la posta per l'indomani sul sagrato, che tutti gli uomini atti alla guerra vi venissero con armi e munizioni. Il tramestio fu grande, e la notte egli potè vedere dall'alto del castello, correre i lumi in ogni parte della campagna. Gli parve d'avere sulle braccia un mondo, e fatto venire a sè il sagrestano gli disse:
«Mattia, domattina si va…. Un'ora prima dell'alba darete dentro a suonar a stormo…. O perchè ciondolate….? che avete paura?
«Paura io, che ho fatto tremare mezze le Langhe?…» rispose Mattia trascinando le parole.
«Dunque siete briaco?
«Oh, signor pievano—rimbeccò Mattia mostrandosi quasi offeso: e spingendo innanzi un piede, si provò a reggersi ritto sull'altro; ma vacillò, vacillò sicchè per poco non andò a cascargli addosso.
«Schifoso!—urlò il pievano levandosi in piedi;—briaco la vigilia d'un giorno in cui potremmo morire! Levatevi di qui…, e se domani non sarete a segno, mal per voi!»
Mattia partì; e camminando tastoni per l'andito, passò dinanzi all'uscio della cucina. Placidia che stava là dentro, sospirando l'ora di poter andare a letto, e dicendo il rosario colla coroncina tra le mani sotto il grembiale; indovinò che Mattia era in disgrazia, e gli disse dolcemente: «Tiratevi dietro la porta.» Egli obbedì, e tirata l'imposta dell'uscio da via, misurò contro quella i pugni chiusi, esclamando: «Non dà un Cristo a baciare in tutto l'anno; e se si beve, pare che si beva del suo! Sta pure, che se andiamo alla guerra ti farò vedere il diavolo nell'ampolla!»
Entrato nella sua catapecchia destò la moglie, e le comandò (comandava anch'egli a qualcuno), tenesse l'orecchio all'ore, e un tratto prima dell'alba lo destasse. Poi si coricò vestito sul giaciglio, e colle tempia martellate dal vino, cominciò a russare.
Don Apollinare messosi a giacere per riposare quelle poche ore, le passò fantasticando; e stava per addormentarsi, quando squillarono i tocchi della campana martellata, a stormo da Mattia, il quale colla spranghetta al capo, aguzzava dal campanile gli occhi nel crepuscolo mattutino. Tutta la campagna era un moto di villici; là come nella valletta dove giaceva la villa del signor Fedele, come sarà stato in tutte le pievi; era un accorrere, un gridare, un chiamarsi, un suon di corni che non finiva. Il pievano balzò dal letto, e si diede attorno a vestirsi, stupito di sè stesso, perchè gli pareva sentirsi dentro un cuore di guerriero, nascosto, sino a quel giorno, a sua insaputa, sotto la zimarra del prete. Placidia venutagli in camera a vedere se gli bisognasse nulla, maravigliava anch'essa dell'aspetto sgherro di lui; ma come egli badava a vestirsi, si ritrasse vergognosa in cucina ad ammanirgli il caffè, che poteva essere l'ultimo.
«Placidia, io parto—le diceva egli venendo sin sulla soglia della cucina e abbotonandosi la sottoveste:—l'avvenire è nelle mani di Dio; voi rimarrete qui, rispettata da tutti…; e ad ogni evento, nel mio inginocchiatoio, troverete di che vivere…: ah! son pur venuti i giorni amari!»
La povera donna imbambolò, più pel suono della voce insolito ed amorevole, che per le parole; e intanto la campana continuava a suonare, e il sagrato a popolarsi, e il giorno a farsi chiaro, e l'ora della partenza vicina. Allora il pievano mandò un ragazzo a prendere il posto di Mattia sul campanile, e fece dire a costui che scendesse ad arnesargli la giumenta, e al popolo che aspettando cantasse ilVexilla.
Un urlo che parve di selvaggi tuonò sul piazzale, destando un'eco solenne dalla chiesa; poi s'intese l'inno cantato da voci gravi, diverse; e ad ogni tratto nuova gente, signori e villani alla rinfusa, si mettevano in coro. In mezzo alla folla si vedeva Mattia, che teneva a mano la cavalcatura del padrone, tastando cinghie, rivedendo ordiglioni, parlando sommesso alla bestia, quasi per darle ad intendere dove l'avrebbe portato.
Alfine, avendo bevuto il caffè, ed essendo l'ora di porsi in cammino, il pievano apparve sulla soglia del presbiterio. Aveva indosso una giubba smessa, in gamba certe brache vellose e rattoppate; e in un fagottino recava la talare, che poteva accadere d'averne mestieri. Appena fu visto, scoppiò un gran battimani; ed egli ringraziata co' cenni la folla, aiutato alla meglio montò a cavallo. Poi data un'occhiata a Placidia, rimasta alla finestra, piangente e sbalordita; tese la mano e sclamò: «Dio è con noi! Ci siamo tutti? Andiamo!»
Discesero di castello, e trovarono al piano altra gente, con armi, e forcoli e falci, cento maniere d'arnesi atti a far sangue. Le donne benedicevano dalle finestre e dalle porte; i fanciulli si mettevano in brigata, le madri li tiravano fuori sculacciandoli; e la signora Maddalena, guardando dal suo piazzale quel moto confuso, ringraziava il cielo, che Giuliano fosse lungi da casa. Vedeva quella turba irta d'armi, e quegli stendali delle confraternite drappellati come dalle braccia di pazzi, e raccapricciava: Marta, standole vicina, si doleva di non essere un uomo, per poter andare contro i Francesi; e la signora non fu quieta che quando lo stormo le uscì di vista, e la campana cessò dal suonare.
Avesse suonato a lutto tutto quel giorno, e sarebbe stata giustizia. Perchè la gente di D…, nel passare per la terricciola di R…, fu come la maledizione di Dio. E sì che il villaggio si poteva dire tutt'una cosa col loro borgo, tanto erano vicini; ma da rozzi si fa presto a diventar malvagi; e trovate le case non difese, per avere gli uomini di R…. fatta anch'essi la leva in massa verso C…; cominciarono a pigliarsi brutti spassi, spaurire le donne, mandare a male il vino nelle cantine, guastare alberi ed orti; e se don Apollinare non si fosse adoperato a rabbonirli, certo sarebbe rimasto poco da fare a quei Francesi, dei quali s'andava ad impedire la calata e se ne dicevano tante ribalderie.
Come piacque al diavolo, ripresero la via verso C…, dove arrivarono, come abbiamo veduto, che il sole era già alto. Il borgo pareva un formicaio. Vi si lavorava a più non posso a far cartocci, ad affilare vecchie armi d'ogni generazione. Di qua gli uni si facevano scrivere; di là gli altri davano carta o la pigliavano, di loro negozi, dinanzi ai notai, stando per andare tra la vita e la morte; sotto i filari d'olmi si davano le cariche ai maggiorenti, che pigliavano diletto ad essere elevati su su, grado grado, ai più alti onori della milizia, generali, colonnelli, capitani; guai al popolo se avesse dovuto provvederli tutti. Tuttavia le cose correvano onestamente; ma fra la moltitudine s'aggiravano certi ceffi, furfanti da bosco e da riviera, segnati nei libri della giustizia, e vissuti da anni mogi mogi; che adesso ripigliavano ardimento e parevano i più valorosi. Alcuni ribaldi affollavano la porta chiusa del caffè di Marocco. La moglie di costui tribolava in mezzo ad essi lagrimosa, supplicando pel marito, che poveretto stava morendo, e aveva in camera il prete che gli raccomandava l'anima. Povero Marocco! Due giorni innanzi gli avevano dato schioppo e cartocci, che stesse pronto a partire. Ma il meschino a vedere quell'arme, s'era sentito giù per la schiena come un secchio d'acqua diaccia; e fattala portar di sopra, stette un poco rannicchiato vicino al fuoco; poi levatosi in piedi pallido come un morto di tre giorni, prese la moglie in disparte, e le disse: «Tasta che cuore! Sono un uomo morto!» Postosi a letto, chiamato il cerusico, nè questi seppe trovargli il male, nè egli volle dirne la cagione; non tolse più gli occhi da quello schioppo, la baionetta del quale scintillava in un angolo della camera e gli pareva l'occhio d'un assassino. Chi l'avrebbe mai detto! Un uomo par suo, che aveva sempre avuti in casa soldati, s'era messo in capo che quello schioppo l'avrebbe ucciso; e poveraccio moriva proprio in quel punto, che un suon di tamburi, di corni, di trombe, un vociare di signori ornati di grandi pennacchi, annunziava che lo stormo dei guerrieri della religione e del trono, movevano a farla finita coi Francesi.
Movevano, ma fu gran fatica pei condottieri, montati sull'asine e sulle giumente tutte nappe e sonagliere, meglio che nella festa di Sant'Antonio. La moltitudine strepitava camminando come gualdana infernale; miscuglio di entusiasmo, di vero valore, e di grosse millanterie. Qua cantavano salmi o canzoni popolari: là procedeano silenziosi ascoltando qualche vecchio novellatore; alcuni recitavano il rosario tenendo in mano certe corone dai pippori così grossi, da poterne all'occorrenza far palle da schioppo: e su tutte quelle teste si vedevano l'armi appuntate al cielo. Erano più di due migliaia, e avevano un'aria terribile e selvaggia.
Su su a quel modo per val di Bormida, si misero nelle strette, dove il torrente rovina con voci strane, fra massi ispidi, smisurati, precipitati dall'alto a frenare la collera dell'onda, che in tempo di piena non dirompa le ripe.
Il sole andava sotto, quando i più volonterosi toccarono le vette del monte di San Giacomo, sopra il Finale. Sul mare che si scopriva innanzi, biancheggiavano vele verso Provenza, vele verso Portofino, vele per tutto il golfo; mirabile alla vista pei mutamenti dei colori onde s'andava tingendo. Quelle erano vele inglesi, napoletane e francesi, che si davano la caccia in alto; mentre molti legni sottili di genovesi avidi ed audaci, navigando marina marina, recavano provvigioni verso la Francia affamata.
Lassù i nostri battaglioni, fecero la loro fermata in sul tramonto; quasi stupiti che il sole osasse discendere come tutti gli altri giorni. Dalla vetta del San Giacomo a quella del Settepani, non si vedeva che gente, stendardi e croci; non s'udivano che grida; pareva la tregenda. Don Apollinare seppe del rettore di Montefreddo, e d'altri preti, suoi amici, venuti lassù coi popoli delle due vallate della Bormida, e ne provò consolazione. Ma quel che più gli piacque fu la notizia che i francesi non erano molto vicini, e prima d'arrivare sino a lui avrebbero avuto a sbrigarsela colle soldatesche piemontesi e alemanne. Gli parve di potersi riposare tranquillo a piè d'una rupe trovatagli da Mattia. Tuttavia l'ora della sera gli volgeva il desio; e la mente gli fuggiva al suo presbiterio, al desco, a Placidia; persino a Placidia, per la quale sentiva in quel punto un affetto mai più provato.
Mattia, intanto, sbocconcellava un po' di focaccia, e aveva intorno un capannello di compaesani, che si facevano narrare da lui le prodezze della sua vita; perchè egli era stato da giovane bravazzo ai servigi dell'ultimo signorotto d'una terra vicina a D…, e in opera di trovar costure aveva avuto gran nome. Dicevasi di lui che la mira dell'archibugio l'avesse posta bene più d'una volta; ma le erano memorie lontane più di quarant'anni; e di quelle sue ribalderie, egli ne dava carico a personaggi di fantasia, o al suo padrone. Adesso raccontava di costui la mala morte; e diceva ai villici, tutti orecchi ad ascoltarlo:
«Era un vecchio, ponete come sono io, ma robusto e prepotente. Un giorno certo giovinotto tornava da chiesa, dove s'era sposato alla più bella ragazza della terra. Il marchese si fece sulla via incontro agli sposi e alla comitiva, chiedendo i suoi diritti, i suoi diritti… «Che diritti? gridò il giovane stizzito; quelli forse d'andarti all'inferno?» E lanciandosi contro il marchese coi pugni stretti, gli diede un punzone così forte nel petto, che il povero diavolo andò ruzzoloni e precipitò in un borro, tutto rovi e sassi, sfracellato morto, che non ebbe il tempo a direamen! Beh! mi par di vederlo!»
Qui Mattia faceva colle labbra un versaccio, come avesse posti i denti in un frutto lazzo ed amaro.
«E voi?—gli chiedevano gli uditori.
«Io? Io m'affacciai al precipizio, guardai, inchinai gli sposi: poi feci nell'aria un gran crocione, e addio vicini, mi tramutai. E venni nel vostro paese, dove mi acconciai col pievano defunto, e vi ho seppelliti mezzi, e ho fatto gran bene all'anima mia. Nevvero, signor pievano?
«Sta bene, sì, sì…»—disse don Apollinare vergognoso di vedersi usare dal sagrestano tanta dimestichezza. Ma avendo mestieri di tenerselo amico, trangugiò quel boccone.
A un tratto un gran parapiglia, un vociare rabbioso, un suono di colpi menati, in luogo più basso furiosamente, fece sorgere lui, e Mattia, e tutta quella gente che avevano intorno; ma egli con diverso animo, perchè corso alla giumenta fece atto di voler montare in sella, gridando: «I Francesi!»
«Stia, stia,—gli gridò il sagrestano—sono quei di A… che si picchiano fra loro!
«Allora datemi l'orcio dell'acquasanta, vado a chetarli!
«Che!—rispose Mattia—vorrebbe scendere laggiù a buscarne? Faccia da qui che l'acqua santa va da sè: Vede come si fa?»
E preso in mano l'aspersorio, che per volere del pievano aveva recato dietro coll'orciolino e con altre carabattole; lo agitò in aria due o tre volte, poi lo diede a lui che benedicesse quei furibondi. I quali volendo accendere i fuochi, pel freddo che faceva su quelle alture, avevano cominciato a contendere nel far legna e da ultimo a menar le mani, a strapparsi code, a scaraventare cappellacci, sino a che la pace potè tornare, che fu briga assai lunga.
Don Apollinare credette d'aver fatto col suo aspersorio assai; e venuta la notte, s'avvolse per bene nel ferraiuolo, non senza aver molto raccomandato a Mattia di vegliare. Questi gli si sdraiò vicino, facendo conto di dormire con un occhio, e di contare le stelle coll'altro: e noi lasciandogli a serenare, tirati dalla carità ci rifaremo in fretta dal signor Fedele; che non avesse ad affogare sotto quel tino, dovo l'abbiamo visto cacciarsi.