Difatti a D…, in casa alla signora Maddalena, la giornata era corsa mesta, come quello squillo di campana che la chiudeva; udito così da lungi.
Giuliano, avendo le membra tronche dal gran cavalcare, non s'era potuto togliere il sonno di dosso, sino a mezzodì; e poi destatosi, aveva covato il letto a guisa di persona che medita e si riposa. Fatti e rifatti i conti, aveva veduto più chiaramente i casi suoi, dolorosi per ogni verso. Oramai non vi cadeva più dubbio: la marchesa di G… l'aveva ingannato, pietosamente ingannato, ma per farlo fuggire da Torino. E forse a quell'ora, i suoi amici erano tutti in carcere, d'onde non sarebbero usciti che per essere appiccati alle forche; e chi sa? qualcuno morendo in quella guisa, avrebbe lanciato a lui lontano, l'accusa di codardo e di traditore. Che gli rimaneva a fare? Deluso dalla donna amata, non provò senso d'odio o desiderio di vendetta; ma una sete di sventure, una voluttà di patimenti grandi, lunghi, gli allagò il cuore; e colla fantasia vedendo sè stesso sui gradini del patibolo, gli parve d'intuonare un inno, un inno che avrebbe fatto piangere un mondo. Si levò col proposito di ripartire per Torino prima di notte; e impresso di calma severa nel viso, negli atti, in tutto il portamento, discese in sala.
Sua madre, vedendolo venire, s'affrettò a far viso allegro; e Marta uscita di cucina gli passò dinanzi colla tazza di latte, e colla focaccia, che odorava lungi a venti passi, cotta per lui.
«Sì—disse Giuliano—un sorso di latte, e il petto del montanaro è ristorato!»
E andatosi a sedere a mensa mangiò, quasi non si avvedendo di sua madre, la quale gli spezzava il pane, e gliene poneva nella tazza timidamente; paurosa di rompere quella quiete dell'animo, che gli vedeva nell'aspetto sereno.
Quand'ebbe finito egli si levò in piedi; e tesa la mano a lei rispettosa, le disse che andava a dar due passi pei campi.
«Ben pensato;—sclamò la signora, credendo che a un tratto egli si fosse messo il passato dietro le spalle, disposto a non più pensarvi:—mi vuoi? vengo anch'io…»
«Il caldo è troppo:—rispose Giuliano—ed io sento una smania di camminare, una smania di correre tutte le montagne che abbiamo intorno!»
Queste parole dette con accento diverso da quel di prima, fecero dar giù l'animo della signora; la quale quasi per iscoprir marina, soggiunse interrogando sommessamente:
«E intanto non potrei far trovare qualcuno, da ricondurre in Alba il cavallo che hai menato?
«Lo ricondurrò da me, perchè stasera sul fresco ripartirò per Torino.»
La signora chinò il capo un istante, e quando lo rialzò tendendo le braccia verso di lui, egli era già fuori. Ma essa non vedeva più lume, e:
«Tu non partirai!—proruppe—non partirai, o verrò anch'io a vedere qual misera fine tu vorrai fare! Che tu credi che io non abbia capito; e che per me non sia tutt'uno, mi scoppi il cuore in questa casa tua, o in mezzo alla via come una mendica?»
Così esclamando si metteva una mano sul cuore, e a sentirne lo scompiglio dei moti la ritraeva, recandosela alla fronte lavata di sudore. E allora Marta che dal dolore di veder la padrona in quello stato, si sentiva la lingua in fondo alla gola, le veniva accosto:
«E glielo chiegga una volta;—diceva—gli chiegga se vuole vederla morta; chè già da pasqua in qua, mi pare che non cerchi altro!
«Egli… egli vuol morire! vuol tornare a Torino; e di là, me lo dice il cuore, non uscirà più…!»
«Torino! Quanto a questo, noi faremo menare altrove il cavallo da nolo, e la giumenta di casa. Se sarà viso da pigliarsela a piedi da qui a là…, lo vedremo!»
E così com'era, colle maniche rimboccate, uscì, fu nella stalla, tolse a cavezza le due bestie; e spigliata come un palafreniere, le condusse a Rocco, tornato un'ora prima da Santa G…, comandandogli di menarle alla cascina dei padroni, la più discosta dal borgo, di segreto quanto potesse. Il colono obbedì, strologando su questi fatti alla sua maniera.
Marta, si rifece in casa a reggere l'animo della signora, la quale da quel partito della fantesca, pareva aver pigliato un poco di sicurtà. E quando Giuliano, dato un lunghissimo giro, tornò; la trovò quieta, intenta a mettere in tavola le tovaglie di bucato, il vasellame della festa, le boccie, che a vederle appannate al di fuori, si sentiva la freschezza dell'acqua cavata allora. Su per giù era l'ora del desinare.
«Qui non si fa che sedersi a mensa!» diss'egli, che, tornategli le forze, se non di voglia, si sentiva disposto a mangiare per bisogno. E parlando delle biche, dell'aia, e dell'uve che aveva viste copiosissime sui vigneti; faceva cuore a sua madre, che non si lasciasse cogliere dalla malinconia e mangiasse.
Ma a un certo segno, il suo viso parve rannuvolarsi. Appoggiato un gomito sulla mensa, e reggendosi colla mano la guancia, rimase fisso a guardare la tovaglia dinanzi a sè, e moveva le labbra come chi parla con qualche sua immaginazione. La povera madre non osava dirgli nulla; ma alfine, vedendo come quel pensare durasse di troppo; lo toccò lievemente nel braccio, chiamandolo a nome, come persona che volesse destare.
«Ah!—sclamò egli riscosso—perdoni, mamma; pensava che il mondo è tutto una commedia; e mi pareva d'essere a C…, ad una mensa lautissima, e che il mio bicchiere urtasse in quello d'un'altra persona.
«Ma falla finita con coteste tue fantasie! O che alla fine non v'hanno più fanciulle al mondo? Dà retta: pensava qualche cosa anch'io. Di là dai monti, nell'altra vallata, in M…, ci ho una figlioccia. Saranno dieci anni che non l'ho riveduta; ma a quel che era, di certo a quest'ora s'è fatta bella come un sole. Va a vederla…, odila… e se ti parrà…
«Ah! non parliamo di matrimonio, mamma,—rispose il giovane—io non mi sposerò mai!»
A queste parole la signora rimase muta. E intanto veniva Marta recando un cacio della parti di Santa G…, dove le greggie pascendo erbe odorose e timi alpestri, danno latte a dovizia e squisito. Mettendolo in tavola, coperto d'alcune foglie di viti, disse:
«Quei parenti di Rocco, hanno accolto Tecla assai bene, e mandano questo presente.
«Appunto,—uscì a dire Giuliano rischiarandosi un poco in viso—Tecla non l'ho ancora veduta: mamma, non mi scriveva che se l'aveva tirata in casa?»
Marta che era lì appena fuori della stanza, strizzò l'occhio nell'udirlo, e ricordando che la sua pensata di dar Tecla per isvago al signorino, aveva mosso a sdegno la padrona; si fece tutta orecchi per sentir questa, che pronta rispose:
«Non hai inteso? Tecla è a Santa G…, in casa ai parenti di sua madre…
«Già—disse Giuliano—ricchi o poveri son tutti compagni! Andate pure, o fanciulle fuori degli occhi delle vostre madri; l'innocenza è una cosa, che una volta uscita, può tornare a casa con voi sicura e sempre…!»
La signora Maddalena provò una stretta dolorosa al cuore, pensando che quelle parole toccavano in parte anche lei; e subito chiamò Marta. La quale umiliata dall'onesto dire del giovine, stava così ristretta in sè e confusa, che pareva frugasse chi sa in qual fondo della sua coscienza, e non vi trovasse tanta sicurtà da farsi avanti. Ma la signora la chiamò una seconda volta; e come allo scricchiolar della scranna parve alla vecchia che si movesse per venirla a cercare, presentandosi sulla soglia, balbettò; «comandi.»
«Dite a Rocco, che prima di sera torni a Santa G…, e rimeni qui la figliuola.»
Giuliano pensava intanto a quell'ultima volta che aveva vista la villanella sul prato a ricogliere la tela; e quel canto malinconico alla rondinella, gli tornava nell'orecchio e nell'anima, come uno dei più soavi ricordi della sua vita. Oh! quanto gli si erano mutati i casi da quella volta! E l'immagine di Tecla, mescolata alle sue rimembranze d'amore, gli riusciva cara, come a dire un fiore, un nonnulla avuto dalla donna amata; che lo si serba, lo si contempla, lo si porta sul cuore, e fin si pensa di farlo mettere nella bara, la quale nelle mestizie della giovinezza, torna così spesso e così desiderata alla mente. La signora Maddalena poi, pensava anch'essa a Tecla, vi pensava con un desio strano; e se egli fosse uscito a dirle: «madre, voglio sposare la figlia di Rocco» forse gli avrebbe risposto: «se ti pare, domani.»
Marta apparve di nuovo sulla soglia, ad annunciare rimescolata, che qualcuno voleva la padrona.
«Chi è?—sclamò questa levandosi sollecita e correndo in sala.»
La fantesca le additò in fondo; ed essa attraverso l'uscio socchiuso, vide nell'atrio donna Placidia, turata nella sua guarnacca, a guisa di persona che volesse andare sconosciuta.
«Oh…! ma venga, venga oltre…—disse alla sorella del pievano, affrettandosi verso di lei per tirarla dentro.
Ma donna Placidia non si sarebbe risicata per nulla al mondo, a porre il piede dove di certo avrebbe incontrato Giuliano. Chè anzi, se non fosse stata la tema di offendere la signora, l'avrebbe pregata di chiudere quell'uscio, da cui, le pareva venisse fuori un odore di zolfo. Tante ne aveva intese pur allora sul conto dello scuolaro, che essa, quasi non osava toccar le mani della signora. Ma vinta la riluttanza, la trasse verso il piazzale, e in fretta in fretta bisbigliò queste parole:
«Su nel presbiterio, ho lasciato il generale alemanno e il signor pievano che si consigliano. Gli ho uditi parlare di molti carceramenti, fatti non so se ieri o ieri l'altro a Torino; ho veduto per la toppa certi fogli, che il generale diceva di aver ricevuti caldi caldi di là. Oh! quel che devono aver fatto i giacobini! Delle chiese bisogna che ne abbiano incendiate, e dei preti ammazzati molti… Basta!… Il generale e il signor pievano parlavano di suo figlio, fuggito alla giustizia di laggiù…, e questa notte verranno… ad acchiapparlo. Io non so nulla, non dico nulla, lei è avvisata…»
E detto appena, come fossero state d'accordo, diedero di volta, donna Placidia per un verso a togliersi da quel luogo; la signora Maddalena a rientrare in casa, mezza fuori di sè. E se non fosse stata la tema di far parere il figliuol suo colpevole davvero, sarebbe corsa a gettarsi a' piedi del pievano e a chiedere pace, baciando la polvere dove egli metteva le piante. Ma da questo lato non v'era nulla a sperare; di che fattasi innanzi risoluta:
«Giuliano,—disse a lui, spaurito di vederla così mutata—sii sincero, che avete fatto a Torino, tu e i tuoi amici?
«Nulla!—rispose il giovane.
«Meglio! Ma se non vuoi vedermi morire prima che sia notte, parti… e non parlar più di Torino… Tu sai la via della montagna, a due ore di qui si varca il confine della repubblica di Genova…: là ti riposerai a tuo agio… Non dirmi di no, perchè sono tua madre, e te ne pentiresti tutta la vita… Rocco verrà con te, danari in casa ne abbiamo…; o Giuliano, quella bella riviera vicino a Savona…! Io vi passai con tuo padre una volta, e mi rimase negli occhi quel paradiso! Dammi la consolazione di vivere alcuni mesi teco, in una di quelle casette, sorridenti… affacciate tra quei cigli di rupi, tra gli aranci e gli olivi, col mare in vista e il cielo! Sì, sì, Giuliano, tu la cercherai una di quelle casette; non baderai a spese, e vedrai, come vi staremo bene…: accontenta tua madre, perchè da un giorno all'altro…, mi sento vicina a morire…!»
Non le sarebbe bisognato che quest'ultima parola, per avere da lui tutto quello che bramava. Al pensiero di doverla veder morire un qualche giorno; Giuliano si era sempre sentito come un navigante, che rotta la nave in mare per fortuna, fosse sbattuto dall'onde sovra uno scoglio; e là, solo, assiderato, di notte, sentisse una voce tuonar dall'abisso: «tu aspetti il sole, e il sole non spunterà mai più!» Questa immaginazione lo assaliva di quando in quando, e durava fatica a torsela dalla mente; sicchè molte volte ne aveva pianto. Adesso udire quelle parole dalle labbra di sua madre, e dire addio a Torino, ai compagni, ad ogni disegno fatto, fu un punto solo, e rispose:
«Partirò.
«E che il Signore ti benedica!—aggiunse essa, e strettosi al seno quel suo unico amore, lo baciò e ribaciò, come non aveva più fatto da quando era bambino. Poi salì con esso nella sua stanza, dove gli diede quant'oro aveva in serbo.
Marta, che s'era tenuta in disparte, e aveva inteso il discorso di donna Placidia, e quello della signora; aveva fatto presto a correre da Rocco, ma non per dirgli che andasse a Santa G…, a ripigliar Tecla; bensì che venisse per accompagnare il signorino sul Genovesato.
Il pover'uomo, tornato da menar i cavalli, credè questa volta d'esser pigliato di mira per canzonatura, e già perdeva la pazienza; senonchè l'aspetto di Marta lo accertò che si faceva sul serio. Pensando che s'usciva dal territorio, e che il domani era festa, salì di sopra, si mise indosso i migliori suoi panni e in capo una sorta di cappellaccio, che si poteva assomigliare a una filucca capovolta, e sarebbe tuttavia paragone gentile. Così conciato, prese congedo dalla moglie, e fu in casa alla padrona, dove sedette vicino all'uscio della sala; aspettando che essa e il signorino discendessero dalle stanze, dove Marta gli aveva seguiti.
«Oh la bella musica!—diceva egli tra sè—si direbbe che in questa casa non si può vivere colla pace di Dio! Proprio, chi ha pane, si cava da sè i denti per non mangiarlo…!»
E volgeva gli occhi in sù, come parlasse allo scarpiccìo che s'udiva nelle stanze sopra il suo capo.
Intanto Marta discese, ed egli, levandosi, le chiese se il signorino avesse roba a portare.
«Credo che no—rispose la vecchia—perchè portando roba si farebbe scorgere…»
Rocco arricciò il naso, quasi a una ventata di cattivo odore, ma non parlò; perchè giù delle scale venivano Giuliano e la signora, la quale proseguendo il discorso fatto di sopra, diceva:
«Dunque siamo d'accordo: la casetta sia pur modesta quanto vorrai, ma trovala in un bel sito; e la stanza dove mi metterai a dormire, guardi il mare. Spaccerai qualcuno a dirmi quando dovrò venire a raggiungerti…: ho proprio bisogno d'un'altr'aria… d'un altro cielo…!»
Rocco intenerito a quelle parole, andò fuori ad aspettare; e già, pensando alla casa della padrona disabitata, alle finestre, alla porta sempre chiusa, immaginava le meste risposte, che avrebbe dovuto dare a chi fosse per capitarvi.
Giuliano usciva colla madre e con Marta; e stringendo ad esse le mani, come a persone che di certo avrebbe rivedute di là a pochi giorni; lasciava che quella desse a Rocco gli ordini per quell'andata.
«Pigliate il sentiero lungo la gora—diceva essa—e fate come se accompagnaste mio figlio a dare un'occhiata ai poderi; quando vi sarete allontanati, trovate la via più corta, e state sempre con lui, finchè abbiate varcato il confine. Questo è un po' di danaro per voi se vi abbisognasse…
«Mio padre era contrabbandiere:—rispose Rocco, brancicando le monete che la signora gli porgeva;—e le vie dei monti le so meglio del lupo.»
Mentre la povera donna aggiungeva a queste, parecchie altre raccomandazioni; Giuliano stava aspettando sul balzo tagliato a filo sopra il torrente, in capo al piazzale. Faceva notte, e il rumore delle acque cadenti dalla pescaia del mulino, ridestavano in lui memorie lontane e soavi. Soleva da fanciullo addormentarsi a quel suono d'acque monotono e dolce, talvolta assomigliandolo al canto d'una processione udito da lungi; tal'altra al rumore del mare, di cui aveva inteso dire da suo padre, come fosse maraviglioso. Avrebbe voluto rimanere là a pensare; ma ecco Rocco a dirgli che bisognava porsi in cammino. In quelle corte notti d'estate, si torna a rivedere l'alba assai presto; e poteva incontrare di dover disviare chi sa quante volte, per non dare nelle guardie alemanne, che guardavano tutti i varchi. Di che giovava molto avere d'avanzo qualche ora di buio; e a dirla schietta, avendo saputo dalla padrona che il signorino sarebbe cercato dai birri, Rocco voleva fare ogni sua possa, per menarlo in salvo; ma intanto bramava di uscire dal territorio prima di giorno, per non essere visto a trafugarlo.
Mossero, e la notte era bella. Su pel cielo cominciava la pioggia di stelle cadenti, copiosa, che pareva vi fosse lassù qualche gran festa. I grilli trillavano nei prati, i rospi gracidavano; e nelle altissime regioni dell'aria, si udivano le strida degli ultimi rondoni tardi a migrare.
«Ode?—diceva Rocco a Giuliano,—i grilli cantano per farci maturare le uve; e lassù tutte quelle stelle si staccano dal cielo, per festeggiare la Madonna degli Angeli, che cade domani.»
Il giovane non volle togliere all'uomo semplice di cuore, quel tantino di poesia che gli raggiava nell'anima; perchè sarebbe stato come rubare ad un mendico il tozzo accattato per amor di Dio. Ma quell'udir menzionare la Madonna degli Angeli fu per lui un gran che; e rammentò come la prima volta ch'egli s'era aperto colla madre sull'amor suo, questa avea detto d'aver visto Bianca appunto a quella sagra. Subito l'immagine della fanciulla gli apparve bella e sdegnosa, a rimproverarlo di averla creduta infida, senza essersi curato di sincerarsi qual fosse più, o colpevole o sventurata.
«E tu,—gli diceva quell'immagine—tu te ne vai con codesto amaro nell'anima, spregiando o maledicendo la donna che amasti! Ma, chi ti disse che tu non faresti a tempo per avermi tua?»
Queste voci della fantasia, gli parvero dolci, come quelle d'un usignolo, il quale già dal principio del viaggio, accompagnava i due camminanti, avanzandoli di lunghi voli, e sempre fermandosi ad aspettarli e salutarli col suo canto. Allora si pentì d'aver perduto in casa quel giorno e la notte innanzi; sperò che Bianca non fosse ancora sposata; e quel pensiero venutogli tante volte a Torino, di correre a C… e sposa o rapita, portare, la fanciulla anco in capo al mondo; rinacque in lui così urgente, che tutto quel ch'era stato sino a quel punto, gli parve nulla.
Di questa guisa aveano varcato il torrente su d'una palancola, e sulla destra di questo s'erano innoltrati per la strada maestra, sin dove si spiccano da essa due sentieri; dei quali uno, piegando a mancina, verso le montagne a levante, era quello per cui dovevano porsi. Rocco passò innanzi al signorino, per andare primo, ora che la via diveniva disagevole; ma quegli volgendo a destra, si mise nel sentiero opposto, pel quale si scendeva di bel nuovo al torrente, o a dirla in una parola era lo scorciatoio per andare a C…
«Che fa?—chiese Rocco soffermandosi a guardare—cotesta non è la nostra via.
«Venite—rispose il giovane—venite dietro a me.»
Il colono capì all'accento che quello non era tempo da ridire al signorino una cosa; e taciturno gli tenne dietro immaginando che la signora Maddalena, gli avrebbe di certo seguiti col pensiero sull'altra via; e provava di ciò una sorta di rimorso, come a saperla a quell'ora, sola in una boscaglia.
«Eccoci al ponte di San Giovanni!—disse il giovane, arrivando sul ponte antichissimo, che è in un lato di quella campagna, dove nessuno dei vecchi o dei giovani ha mai capito a che vi fosse e per agio di chi. I suoi archi e le sue pigne, sono uguali a quelle di tutti i ponti, che per la vallata si specchiano nella Bormida; e pare sia stato messo là in serbo, a godersi l'ombra d'un pioppeto che lo nasconde, e a servire intanto alle foresi, che vi passano in autunno, colle ceste in capo, colme d'uve deliziose, maturate sui colli dell'altra riva. I quali subito s'innalzano, offrendo a chi vuol guadagnarne la cima, una salita tutta a petto; che a Rocco ed a Giuliano, sebbene gagliardi, diede quella notte tanto affanno, da costringerli a sostare in sulla vetta per ricogliere fiato.
Di lassù se fosse stato giorno, s'avrebbero vista dinanzi la pianura di C…. che fa di lontano un assai bello vedere; ma a quell'ora, nulla invitava a star là, più di quanto bisognasse a ripigliar lena. E i due ripresero la via, lungo una costiera, che ad un certo punto metteva ai lembi più alti della selva del convento di San Francesco, a quell'ameno sito, che noi sappiamo. Rasentando la selva, si trovarono, di là a mezz'ora, ad essere discesi dove incominciano i prati, a piè delle piaggie più basse. E l'edificio del convento biancheggiò, alla loro destra, informe nell'ombra, come una nebbia che si levasse da una fondura paurosa; e i pilastrini dei pergolati, somigliavano ad una processione di morti, che usciti di quella nebbia andassero in volta per penitenza.
Giuliano si fermò a guardare. E se in cambio di Rocco avesse avuto seco un uomo da poter discorrergli assieme; avrebbe parlato delle alte cose, che gli venivano in mente in quella quiete. Pensava con affetto, con doloroso affetto, a Francesco d'Assisi; il quale dalla sua Umbria, era venuto mendicando a trovare quel lembo di terra, a farvi sorgere quelle mura; coll'opera volonterosa degli oppressi, colla promessa del regno dei poveri e di Dio. Pensava a quella promessa mancata, ai secoli venuti dopo il Santo, ai frati vissuti in quel convento, che subito furono più amici dei castellani oppressori, che dei popoli languenti all'ombre di quei castelli; e vedeva l'immagine di Francesco andare afflitta, tra gli spiriti di coloro, che amarono gli uomini e furono grandemente delusi. Quell'edificio che aveva dinanzi, al cui nascimento avevano presieduto chi sa che alti pensieri; gli pareva d'età in età venuto basso, quasi tempio che si muti in ricovero di sfaccendati.
Rocco in piedi, dietro di lui, non osava disturbarlo, ma già gli pareva, che un tratto qua un tratto là, si sarebbero indugiati tanto da non poter passare, di notte, il confine: e cominciando a far segno di spazientarsi, stava per dire aperto di voler tirare innanzi. Senonchè s'udì rompere un gridìo confuso e discorde dal convento; e lumi apparirono alle finestre, e lumi negli orti; indi subito un rumore di pedate come di parecchie persone inseguite si fece sentire; e risa represse, e parole rotte, che venivano per un sentiero del bosco, appunto verso il signorino e lui.
«Chi va di notte?—gridò Rocco, piantandosi dinanzi a Giuliano, e levando in alto il bastone.
«Chetati, villano, o t'ha a coglier male!—-rispose una voce; e quattro giovani sbucarono dalla macchia, pronti per l'abbrivo che avevano, a buttar a terra Rocco, Giuliano ed anco un par d'altri, che gli avessero voluti fermare. Ma riconosciuti da quest'ultimo e chiamati a nome, gli si fecero attorno, molto stupiti di trovarlo a quell'ora in quel sito; e interrogando, e rispondendo, e sempre rompendo in risa che non volevano finire, stati un pezzo a vedere il seguito della loro avventura, si unirono a lui, per guadagnare la via di C….
Erano quattro suoi condiscepoli, dei bei tempi in cui era stato scuolare di don Marco; e già s'ha bell'e capito che uscivano dalla cella del padre Anacleto; nella quale gli avevamo lasciati a fare buon tempo. Il frate aveva mesciuto, e tornato a mescere dei suoi fiaschi, sino a che i loro umori s'erano scaldati; poi da smanioso giuocatore di tarocchi gli aveva costretti a giocar seco una partita. Ed essi dapprima di mala voglia, quindi con ardore, gioca e bevi, ribevi e gioca, erano andati innanzi parecchie ore; in capo alle quali il frate dormiva gomitoni sulla tavola, e due di loro non avevano più in tasca il becco d'un quattrino, ed era vicina la mezzanotte. Allora si ricordarono di C…. della sposa, e del ballo cui erano aspettati.
«Ah frate! Tu mi hai fatto perdere il ballo e i quattrini; stai pure che t'ha a costar cara….!—disse tra denti uno dei due perditori:—amici, spegniamo il lume, facciamo le viste di continuar la giocata, e vorremo ridere!»
Così dicendo, spense la candela, e rimasero come in gola a un lupo. E messisi a picchiare con garbo, a bisbigliare di semi e di figure, e delle mille scioccherie di cui si parla giocando, fecero che alfine il frate si riscosse. Alzò la testa…. udiva…., e non vedeva nessuno. Si fregò gli occhi col dorso della mano, ma venne a dir niente…: tornò a fregarseli…. buio. Sentì per la schiena un sudore ghiacciato; stette a bocca aperta un tratto, sperando che si fosse in sulla burla; poi colla voce e col cuore tremanti, osò dire:
«Figliuoli, accendete il lume.
«Abbia pazienza un tantino;—rispose uno dei quattro—si finisce la partita e si va via.
«Che tu accenda il lume!—gridò allora arrangolato il padre Anacleto; e colle sue agguantò tre o quattro mani sul tavolino, stringendole come fosse stato con una morsa.
«Gesù Maria!—sclamò quello dei quattro, che era l'autore della crudele pensata:—o vedete il padre!… che cosa ha padre, che i suoi occhi paiono di cristallo?
«Ah!—urlò il frate dandosi due gran palmate nella fronte:—oh! disgraziato a me! correte, chiamate il cerusico, il barbiere, venga padre Anselmo, a cavarmi sangue…., l'ho tutto nel capo, me lo sento come un'otre…. sono cieco!»
E rovesciando panca e scranne, e dalla rapina non accorgendosi dello sbellicarsi che i quattro facevano; si trascinò fino all'uscio, tempestando colpi colle mani e coi piedi, da parere un dannato.
Pei corritoi si sentirono i passi frettolosi dei padri che accorrevano; e un aprirsi di celle, e un interrogarsi da un capo all'altro che fosse; tutta la frateria fu in un baleno sossopra. Ai quattro giovani, cominciarono a tremare le gambe, per lo sbarraglio cui s'erano posti; ma fattisi animo, aprirono la finestra della cella, un dopo l'altro saltarono nell'orto, e all'ultimo mise l'ali un grido selvaggio, del padre Anacleto. Perchè un raggio di lume dal corritoio, si era posato per la toppa sul ventre del frate; il quale capita a un tratto la brutta canzonatura, si volse imbestialito per acciuffare il primo dei ribaldi che gli fosse caduto tra l'ugne. Ma i birboni non v'erano più…. Ahimè! E la frateria affollava l'uscio; la voce del guardiano, chiedeva al padre Anacleto che aprisse; i guatteri, il cellaio, i cuochi, andavano di su, di giù, bracaloni pel chiostro; e si fu appena a tempo di fermare il sagrestano che già entrava in chiesa, per dare nella campana gridando: ai ladri!
Intanto che il padre Anacleto, aperto l'uscio, s'ingegnava a dare ai frati chi sa qual ragione del caso suo; i quattro amici camminavano verso C…, narrandolo a Giuliano per filo e per segno. E Rocco ascoltando, annuvolava fieramente, e provava nelle braccia tale un prurito, che se non fosse stata la tema d'offendere il signorino, agguantati volta a volta due dei quattro nequitosi, gli avrebbe sbattuti l'uno contro l'altro, come ciabatte vecchie e polverose. Canzonare a quel modo un frate, gli pareva cosa da essere punita con un buon abisso spalancato improvviso sotto i piedi; e a tratti si turava le orecchie per non udire quel racconto. Nè di questo pigliava diletto Giuliano, troppo occupato dalle proprie cure; ma quando in riga di commiato alla narrazione, uno dei quattro parlò della festa nuziale, seguita quel giorno, e pel padre Anacleto finita con quella burletta; egli si sentì arricciare la vita. E udì da essi, che il frate aveva menato vanto d'essere stato lui a raddurre Bianca nell'obbedienza del padre; a farle preferire l'Alemanno a un tale che amava da morirne; e udendo, colla destra nello sparato della camicia s'abbrancava le carni per modo, che maggior dolore non gli avrebbe recato l'artiglio d'uno sparviero. Gli altri continuavano a dire della cerimonia, dello sposo e della sposa; parevano gli amici di Giobbe intenti a straziare l'amico; ed egli guardando in alto, quasi a chiedere consiglio a qualcuno di lassù: più degli astri che risplendevano silenziosi e tranquilli; più dell'inno che si levava dalla natura verso il regno dell'anime; più dell'amore com'egli l'aveva sempre inteso, gli parve bella la morte. Dunque, colui che gli aveva tolta la donna sua, non era quel soldato straniero, ma un uomo della sua terra, della sua lingua, un frate; quel frate che aveva predicato a D…. la quaresima, e che sua madre aveva tanto lodato? Oh! se non fosse stato il pensiero di lei cui aveva già dati troppi scontenti; se non fossero state quelle sue parole di morte, che solo a rammentarle gli toglievano ogni forza; che sì che sarebbe tornato al convento, e aspettato tanto che quel frate venisse fuori, gli avrebbe insegnato a leggere nel vangelo! Ma sua madre…., sua madre l'aveva nella fantasia, nell'atto in cui era rimasta sulla soglia di casa sua, ad accennargli colla mano di tirare innanzi; e ne udiva la voce gridare: «pace, pace, perdono; va alla tua ventura» e volle obbedire.
«Vieni tu con noi, a vedere il ballo?—disse finalmente uno degli amici a Giuliano, fermandosi a mezzo il borgo, in capo a un vicolo, dal quale s'udiva venire un suono di strumenti festoso.
«O perchè no?—sclamò egli provocato da quel suono come da un'ingiuriosa parola:—andiamo e vediamo la sposa!
«Signorino—disse Rocco, accostandosi a lui in guisa da non farsi udire dagli altri:—sua madre mi raccomandò di accompagnarlo oltre il confine, prima che sia giorno….
«Ho io ucciso qualcuno?—rispose il giovine—stai pure, mia madre a quest'ora è tranquilla.»
Fosse stata a vederla; povera signora Maddalena! Una mano di soldati Alemanni le mandavano in quell'ora la casa sossopra; chiedendole del figlio, come se loro avesse avvelenato l'acqua e l'aria, e rubato la corona al loro Imperatore. Ed essa, non badando allo strazio che le facevano d'ogni cosa; camminava col pensiero dietro a Giuliano, e lo stimava arrivato in terra della repubblica; e benediceva donna Placidia, venuta a farle la carità d'avvisarla.
Marta, non potendo altro, fece le corna agli Alemanni tutto il tempo che stettero a frugare; e per la prima volta trovò che Giuliano non aveva avuto torto a maledirli, quella tal sera della pasqua passata. E anche don Apollinare, le pareva scaduto di molto: ond'essa guardando a squarciasacco dalla banda del castello, pregava di tanto in tanto ch'ei fosse nei panni della signora, egli che sapeva dire dal pulpito al popolo della pieve tante parole di carità.
In quell'istessa ora, il pievano seduto sul suo seggiolone, con una gamba accavallata e dondollata sull'altra, se la faceva colla sorella, raccontandole come Sua Eccellenza il generale Alemanno, avesse saputo da Torino, che il figlio della signora Maddalena era fuggito alla giustizia, la quale lo cercava per congiurato ai danni del re e della religione; e che confidatosi a lui del carico datogli di farlo acchiappare se mai si fosse rifugiato a D…, egli l'aveva supplicato a far di notte, per minor vergogna, non del reo, ma di sua madre.
Queste cose, egli diceva a Donna Placidia; la quale ascoltando, un po' accennava col capo come a dire che sapeva; un po' niegava: come per dire: «Giuliano non l'acchiapperanno.»
Un tratto queste due parole le fuggirono dette a mezza voce, di tra le labbra.
«Oh come non l'acchiapperanno, gridò don Apollinare levandosi in piedi.
«Ma—rispose donna Placidia, vi fu chi ne fece avvisata la signoraMaddalena.
«E chi, se non voi, può avere ascoltato ciò che il generale non disse ad altri che a me?
«E voi non dite sovente dal pulpito, che bisogna fare il bene al prossimo? Ora la carità non si fa tutta di pane.»
Don Apollinare le diede un'occhiata bieca; e senza parlar oltre, tolto il suo lume da mano, s'andò a chiudere in camera, per non farsi trovare dal generale. Il quale rimasto a mani vuote, chi sa come sarebbe venuto a tempestare nel presbiterio bell'e a quell'ora.
«Tanto e tanto,—diceva spogliandosi in fretta—mi sapeva male che uno della mia pieve cascasse in mano a questi signori. Ma to! questa mia sorella come me l'ha appioppata! Bella coppia essa e don Marco! Proprio il dettato è giusto; «chi fa quel che noi preti si dice…, va in paradiso diritto, come colomba al nido, e come io in questo mio letto…»
Si coricò disteso; e contento come quella sera, non aveva più giaciuto da parecchio tempo.
Quello in cui a C… si ballava, era stato palazzo dei feudatari; e abitato ai dì nostri da una famiglia per bene, sorge a piè della roccia, dalla cui vetta il castello in rovina pare lo guardi imbroncito; quasi chiedendo se sia cosa giusta, ch'egli debba stare lassù a disfarsi alla pioggia e al gelo, mentre il palazzo sta ritto qual era nell'età fiera, in cui di ribalderie fatte dai loro padroni ne videro entrambi d'ogni colore. Sullo scorcio del secolo passato, vi alloggiavano le genti del Re di Sardegna, messe a guardia del confine tra il regno e la repubblica di Genova; e però il borgo fioriva pel molto spendere degli uffiziali di quelle milizie, dei quali alcuni lasciarono le ossa e il nome alle sepolture della chiesa parocchiale; altri le sembianze sull'insegna del caffè di Marocco, rimasta salda sugli arpioni molti anni dopo che il povero caffettiere era morto, ed ora buttata ai tarli in non so quale solaio.
Per accedere alle scale ampie ed agiate, che di certo furono fatte per non affannare il petto alle baronesse; bisognava attraversare una sorta d'atrio, che di costa aveva un cortile lungo quanta era la facciata dell'edifizio. Da quel cortile parecchie viti, accompagnate nei loro serpeggiamenti da mano amica, s'erano arrampicate così alte, che tra balcone e balcone, formando bellissimi tralciati, toccavano colle vette le gronde del palazzo, a recarvi chi sa se noia o diletto alle rondini, che vi appiccavano i nidi. Bell'e in mezzo al cortile v'era una cupoletta leggiadra, assiepata da gelsomini rigogliosi; ma i fiori d'alcune aiuole ben disposte qua e là negli angoli, perchè il sole vi poteva poco, erano pallidi come visi di monachelle, che se anco belline hanno sempre sulle guance i segni dell'aria morta del chiostro. Di là dall'atrio si pigliavano le scale, che mettevano ad un ampio ambulacro, e più oltre ad un uscio, i cui stipiti e l'architrave erano stati condotti con gran maestria in marmo persichino, cavato dalle montagne di quelle parti. E l'uscio poneva in una di quelle sale vaste, le quali, ad entrarvi da soli, danno un po' di sgomento; e l'uomo vi si trova piccino e così leggero di panni, che per istarvi bene avrebbe proprio mestieri d'essere vestito di ferro. L'altezza della volta era molta sfogata, e aveva nel mezzo uno stemma recante aquila bicipite, carro e cimiero, ad alto rilievo; e quando la sala era illuminata scarsamente, e il venticello delle finestre faceva ondeggiare le fiamme, alla luce ricevuta di sotto in su, quell'aquila dai rostri e dagli artigli dorati, pareva muoversi come cosa viva e pronta a spiccare il volo. Di là da questa v'erano due altre sale, ed oltre e sopra per lunghi giri, stanze e corridoi d'ogni conformità; di chè il volgo accostumato a vivere ammucchiato nelle sue catapecchie, aveva mille ubbìe su quell'edificio così vasto, e lo guardava quasi con paura. Le femminette compativano i poveri soldati, costretti ad abitare in quel luogo malurioso; e quando fu accesa la guerra in su quel di Nizza, e le milizie lo lasciarono vuoto; parve a quelle semplicione, che l'andare ai patimenti dei campi, e forse a morire per man dei Francesi feroci, fosse meno peggio dello stare là dentro, a farsi guardare nei sonni dagli occhi ardenti dei fantasmi, uscenti la notte dai trabocchetti.
Gli uffiziali Alemanni, volendo far onore alla sposa ed al loro compagno d'armi; avevano stimato che il palazzo fosse il luogo più acconcio ad una festa da ballo; perchè vi si poteva invitare quanta gente per bene viveva nel borgo e nei dintorni. E già alla una di notte ne erano piene le stanze. Chi giocava, chi conversava, chi si confortava ad una copiosa credenza: mentre nella sala grande si ballava così di voglia, che non pareva d'estate.
Le pareti di quella sala, quasi coverte di quadri antichissimi, rappresentanti caccie e tornei; erano a tratti adorne di specchi posati su certi arpioni, che reggevano doppieri formati di molte torce. E la luce riverberata dalle spere, si diffondeva in ogni lato sì vivida, che si sarebbe potuto raccattare di terra una spilla; e i cavalieri e le dame vedute e moltiplicate in quelle, parevano migliaia. Qual festa per gli spiriti folletti, abitatori di quel palazzo! Che sì, che quella notte delle burlette ne avranno fatte di belle, alle madri sedute a vedere le figlie ballare, o passeggiare di su di giù con quegli Alemanni, vestiti di magnifiche assise! Le donnicciole delle casette vicine, potevano quella notte dormire tra due guanciali se gli avessero avuti, chè nessuno di questi spiritelli si sarebbe tolto da tanta delizia d'acconciature, di gale, di code, per venirle a fastidire; nè i mulattieri discesi all'alba ad arnesare, avranno trovato i bardotti o le mule colle criniere intrecciate da doverne ammattire. O che avranno detto i ritratti dei due Monarchi Carlo VI d'Austria e Filippo V di Spagna, incorniciati sopra gli architravi di due usci, l'uno di faccia all'altro, e posti in modo che parevano sbirciare le donne e i cavalieri, quali fossero le più belle ed i più cortesi? Quei due ritratti erano fattura d'un pittore del borgo, che gli aveva dipinti dal vivo l'anno 1702; e si vedeva dalla scritta che i due sovrani avevano dormito dai Marchesi Scarampi proprio in quel palazzo. Un figlio del pittore, divenuto musico riputato molto, sedeva quella sera sul palco a dirigere i suonatori: e rammentando d'avere udito dal proprio padre le meraviglie dei due monarchi; guardava, suonando, i loro ritratti, come se aspettasse di vederli sorridere, cavar di sotto le corazze una pizzicata di monete d'oro, e chiedere a lui notizie del babbo che gli aveva dipinti, pover'uomo morto da lunga pezza.
Chi fosse stato a quella ed a qualunque festa da ballo di quei tempi; e volesse farne paragone con quelle dei nostri, direbbe che gli avi si accontentavano di cose, alle quali noi piglieremmo gusto, proprio come a dormire su d'un monte a bocca aperta quando tira vento. Eppure ballavano i nostri vecchi meglio di noi: ballavano gagliardamente, per mantenere agile la persona e l'animo lieto; e passi di terza e di sesta erano segni di buona gamba. Più era stimato chi sapeva meglio trinciar cavriolette, fare riprese, roteare a battuta: si ballassero monferrine, furlane, gagliarde o correnti, bisognava aver petto sano per non trafelare; e smettere prima dell'ultima nota dei suonatori, sarebbe stato farsi canzonare da donne e da fanciulle. Le quali a vederle reggersi colla punta delle dita un po' di gonna, tanto che i piedi ne uscissero scoperti fin sopra la noce; e col capo chino vezzosamente, strisciarne uno innanzi e l'altro volgere di lato, modeste, agili, rapidissime a fare da un lato all'altro le sale, dovevano essere un desìo; e quello era ballare davvero.
Di balli a C… dopo la venuta degli Alemanni, se ne erano visti molti; ma niuno si rammentava d'aver ballato con estro, come in quella sera. La mezzanotte era passata da un pezzo; e a quest'ora Giuliano e i quattro giovani, scampati all'ira del padre Anacleto, giunsero alla porta del palazzo, e si misero dentro.
Giuliano combattuto da desideri e da paura, si fermò peritoso nell'atrio; lasciando che i compagni salissero quelle scale, echeggianti di festoso bisbiglio. E forse pentito, avrebbe dato di volta, per ripigliare la via che aveva a fare; ma sul muricciolo del cortile stavano cavalcioni alcuni giovani popolani: i discorsi dei quali si mescolarono, come già tante altre cose strane, nei fatti suoi. Essi godevano accidiosi quel po' di festa che potevano vedere attraverso i balconi aperti; parevano anime del Limbo tormentate dalla vista d'un lembo di cielo; e alla luce che loro pioveva addosso, parlavano basso, quasi timorosi d'essere colti a godere di cosa non fatta per loro. Ed uno diceva:
«E vedi la sposa, la sposa! Ci ho badato, e dei balli non ne ha tralasciato neanco uno!
«Sfido io!—rispondeva un altro:—o che vuoi che si mostri di gamba malata?
«E chi s'era mai accorto,—entrava a dire un terzo—chi s'era mai accorto che fosse così bella! Quando noi si tornava da far legna, e la si incontrava con la sua zia, mi pareva un digiuno comandato.
«Hai a dire, che ne' suoi panni d'allora, pareva una santa che parlasse cogli occhi! Così rinfronzita somiglia una di quelle statue che portiamo in processione, tutte trine, nastri, oro e che non dicono nulla.»
A queste parole, dette da quel popolano, Giuliano si mosse e salì le scale con passo sicuro. Rocco che nulla si curava di quegli spettacoli, e forse voleva andare sconosciuto anche a C…; vedendo che il padrone saliva di sopra, si sdraiò nell'atrio e si appisolò un tantino.
«Dov'è questa sposa?—chiese Giuliano ai compagni, i quali s'erano fermati sull'uscio della sala, aspettando che fosse finita una gavotta gaia, spedita, vorticosa, che pareva un visibilio: e sfolgorante di bellezza, di sdegno, di dolore, guardò. I suoi occhi videro, il suo cuore provò uno squasso, e le mani gli si contrassero fieramente.
Vestita di raso candido, cangiante in un azzurro oltremarino leggerissimo, che le rialzava la carnagione; Bianca ballava in mezzo a quella folla d'ebbri felici, più ebbra di tutti. Una bustina color di rosa le stringeva la vita, e le reggeva il seno tumido, voluttuoso, appena coperto d'una modestina a trafori, che ne velava e non ne velava la sommità. Le braccia ignude fino più in su del gomito, agitavano le trine cadenti in moltissime pieghe dagli sgonfietti delle ascelle; e le smaniglie ai polsi, e il monile di gemme, mostravano come quella fanciulla sapesse d'essere bella, e quanto fosse venuta innanzi nella via delle vanità. I geni della innocente e timida adolescenza si erano tutti partiti da lei; e gli occhi e le labbra avevano già appreso l'arte dei sorrisi vezzosi. Che cosa erano quei capelli acconciati in falsi cirri, e impolverati come di donna invecchiata nei festini? E quel diadema scintillante in cima della fronte; e quella penna candida, che innestata alle trecce insieme al velo aereo diffuso sulle spalle, le ondeggiava superbamente sul capo? Colei dunque era Bianca?»
Giuliano arrossì; sentì dentro un rimescolamento, come se qualcosa vi si struggesse, qualcosa vi si ricomponesse; ma gli parve di aver più sciolto il respiro, e potè reggere a guardare quella donna a lungo.
Il signor Fedele, che aveva visto il giovane apparire sulla soglia improvviso, mentre che egli era lungi cent'anni dal pensarvi; tremò che fosse per accadere del torbido: e date di qua di là colla mente parecchie capate, cercava modo di parare qualche gran colpo. Non trovò nulla di meglio che avvicinarsi ai musici, e accennare che suonassero con quella già incominciata l'ultima danza. Lo sposo di Bianca, sebbene fosse coll'animo in luogo sì alto, da non poter badare a tutte le cose che avvenivano; tuttavia vide il turbamento del suocero, e fattoglisi vicino a chiedergli che avesse, potè indovinare che l'apparizione del giovane forastiero gli metteva addosso la smania. Le occhiate che colui dava alla sua sposa, gli fecero corrugare la fronte, e fu lì per andargli a domandare che cosa avesse a vedere in quella signora; ma appunto allora i musici mutarono la gavotta in una monferrina rapida e clamorosa, che doveva metter fine alla festa.
La monferrina era stimata per quei tempi una danza forastiera e di gala; ma qualunque si fosse all'ultima suonata, si soleva mutarla in una ridda, nella quale tutti venivano travolti come foglie in un vortice, anche coloro che stavano a vedere, giovani e vecchi. E quasi a mostrare che non si smetteva dalla stanchezza, ognuno badava a strepitare per sette; dond'avveniva uno scambiarsi di danzatori e di danzatrici, un passar come razzi da un capo all'altro, un turbine, un tramestio, da far tremare le volte, e da schiantar i pavimenti.
Giuliano non ebbe tempo d'accorgersi di quella bufera, che agguantato coi quattro amici, fu trascinato nel ballo, spinto, rapito da catena a catena; finchè, quasi lo si avesse voluto schernire, gli fu posta nella sua la mano di Bianca.
Era la prima volta che quelle due mani si toccavano ma ohimè! in qual guisa, e quanto diversa da quella vagheggiata dal giovane sventurato! E Bianca come fosse invasa dal genio d'una baccante, non si avvedeva di lui, se a sentirlo restio, non gli avesse dato uno sguardo. Parve alla bella donna, di sentirsi una fiamma accesa tra ciglio e ciglio; e un sorriso arido, amaro, spuntò sulle labra di Giuliano. Il quale non mosse piede; si tenne ritto e severo: e come l'ultime note dei clarini scompigliarono quella ridda finale; fuggì frettoloso, scese a precipizio le scale; e passando vicino a Rocco che subito levandosi gli tenne dietro, uscì in sul piazzale.
«Signorino—gli disse Rocco vedendolo uscir di là dentro come ne lo avessero scacciato—se le hanno fatto qualche torto, sono qua io…
«O Rocco!»—rispose Giuliano, stringendosi al collo del contadino; e forse avrebbe detto qualcosa, ma un bisbiglio, un rumore di passi veniva giù dalle scale del palazzo; tutta quella gente lieta del festino, a coppie, a brigate, si versava nel piazzale; e là auguri, e risa, e promesse; cortesie infinite che accompagnarono gli sposi sino alla casa del signor Fedele.
«Va—pensò il giovane guardando dietro al corteo:—va pure…, tu, le tue nozze, le tue gioie, tutte cose funebri da scolpirsi sopra i sepolcri bugiardi…! O madre, amor mio, tu hai detto il vero; questi sono luoghi da fuggirli per sempre!»
Così dicendo si mosse; e Rocco dietro di lui, andava non più come un servitore devoto, ma come uomo messo a guardia d'un infelice, cui stesse per dar volta il cervello. Credeva che il signorino si avviasse per uscire dal borgo, ma stupì vedendolo pigliare per un vicolo che menava proprio nel mezzo di questo. E tuttavia non osò dirgli che forse sbagliava la via. Giuliano non la sbagliava punto; ma camminava diritto per andare in casa a Don Marco, dirgli addio, forse parlargli di quel che aveva visto, e averne conforto di quelle parole di cui soltanto il buon prete conosceva il segreto. Giunto a quella porta, agguantò il martello e fu lì per battere; ma si sentì rimordere di venire a destare un vecchio a quell'ora, e non lo fece. Intanto gli fuggì un'occhiata in su alla casa del signor Fedele, ch'era di contro; e vide illuminarsi la finestra di Bianca, quella finestra ch'egli non aveva mai osato di varcare colla fantasia, dalla tema d'offendere la fanciulla che vi dormiva dentro. Ed ora…? Ebbe uno schianto di cuore non mai provato; mai neanche quando aveva inteso che Bianca s'era sposata: lasciò il martello, e senza dir nulla, ripigliò la via per allontanarsi. E a questa volta uscì davvero dal borgo, e sarebbe andato innanzi chi sa quanto muto; se Rocco mosso da grande curiosità, non gli fosse entrato della via che voleva tenere, e a poco a poco anche del padrone di quella casa, cui aveva voluto battere poco prima. A tutte le dimande del colono, Giuliano rispondeva breve come chi ha altro da pensare; ma a quest'ultima il suo cuore si aperse, e quasi provando un gran sollievo a pronunciare il nome di cui Rocco chiedeva, rispose:
«Oh… quella è la casa d'un giusto… è la casa di Don Marco…!
«Don Marco! Lo conosco, è un santo che ha fatto tanto bene alla miaTecla.
«A Tecla?—disse Giuliano mostrandosi ora voglioso di udire i discorsi di Rocco.
«Appunto,—rispose questi—una sera di questa state, quasi mi vergogno a dirlo, essa ci era sparita di casa…: uno spavento! si figuri…! e chi la voleva morta, chi rapita dagli Alemanni, chi annegata… ma coll'aiuto di Dio la trovammo laggiù al passo del guai, proprio a piè della croce, sa…?
«E dove voleva andare?
«Ma…! quel giorno il pievano era venuto a dire a sua mamma, che ella era stata messa in prigione a Torino.
«E Tecla che c'entrava…?
«Ma… voleva venire a Torino a liberare lei: teste piccine di donne…!
«Narratemi ogni cosa, Rocco;—disse Giuliano pigliando lena—perchè non mi avete mai detto questi fatti…?
«Ma…»—rispose Rocco; e cominciò la storia di quella notte, che se non era Don Marco poteva costare a Tecla assai più lacrime che essa non aveva versate. Giuliano ascoltava camminando a capo chino, ora tocco nel vivo del cuore dalla pietà; ora sdegnato, come quando udì che Don Apollinare voleva che Tecla fosse stregata. E così pei sentieri più foresti, un tratto in riva alla Bormida, un tratto in mezzo ai campi, cansando le pattuglie Alemanne; s'affrettarono verso il confine.
In un punto dove quattro mura mozze paiono ruine, e invece sono d'una cappella rimasta costrutta a mezzo, forse perchè fu chiarito che la Madonna, cui si voleva dedicare, e che si diceva comparsa in quel sito, non era stata che qualche villanella vestita da festa; il giovane si fermò, e voltosi a Rocco, parlò in guisa che a costui parve di non aver più a fare col padrone, ma con un figliuolo.
«Rocco, fa giorno e potete tornare. Dite a mia madre che io sono uscito dalla terra libero, tranquillo, e desideroso di trovar presto quella casetta, nella quale vivremo con essa tutta la vita. Direte a Marta che abbia cura di mia madre; e voi se mi volete bene, andate a Santa G…: riconducete subito la vostra Tecla a casa; meglio che sotto i vostri occhi, non istarà in niun luogo. Ve la raccomando… ma tanto…»
E data una stretta di mano e alcune monete al pover'uomo, lo piantò sulla via e tirò innanzi.
Rocco, strologando su quel pensiero che il signorino si pigliava di Tecla, stette a guardarlo sin che gli uscì di vista, poi tornò addietro. Di là ad un'ora ripassava per C…, dove la gente era già fuori per le vie, con quella gaiezza mattutina che i giorni di festa fa belli i villaggi. Le donne scopavano dinanzi alle case; gli uomini s'affacciavano allacciandosi al collo la camicia di bucato, e chiedendosi da finestra a finestra, a qual'ora fosse finito il ballo degli sposi; su certi balconi le madri pettinavano i bimbi per mandarli netti a messa; e su certi altri le fanciulle spiccavano garofani dal vaso, per farne un mazzolino al damo.
Il buon uomo vide queste cose, traversando il borgo, e di là dal ponte trovò che gli Alemanni in sull'armi, ascoltavano devotamente la messa; celebrata sopra un poggiolino in mezzo ad un prato. Egli avrebbe voluto fermarsi a sentirla; ma oltre che la era già innanzi di molto, detta così all'aperto gli parve cosa troppo da soldati; e tirò diritto col proposito di udirne una al Convento dei Minori Osservanti, dove per andare a Santa G…. a pigliar la figliuola, aveva a passare.
Colà era giorno di grandi preghiere e di grande solazzo, in onore della Madonna degli Angeli; e se dall'architrave della porta maggiore della chiesa, pendeva la tabella dell'indulgenza plenaria; nella selva e nei prati intorno v'erano ridotti e baracche da potervi mangiare, cioncare, fare alle pugna, dopo aver data una ripulita all'anima, con un po' di perdonanza e un po' d'elemosina fatta al convento.
La via che menava a quella volta, era tutta una processione; e più s'avvicinava più uno stupiva delle numerose brigate, che facevano pei campi e pei colli un pittoresco vedere. Rocco si lodò d'essere partito da casa vestito da festa; perchè quanti incontrava avevano indosso i meglio panni del loro vestiario. Le donne giovani o vecchie, se maritate portavano la veste di sposa; che allora, bell'usanza, serbavano per le festività di tutta la vita: le zitelle, quasi tutte, costumavano gonne d'indiana azzurra carica, che davano un po' più sotto della mezza gamba; e questa si vedeva chiusa in calzette grigie, o il piede calzato di scarponcini, cui niuno badava se fossero o no grossolani, perchè le fanciulle s'aveva a guardarle modestamente in viso. Un casacchino di tela casereccia stretto alla vita, ornato alle ascelle di crespe o sgonfietti; un fazzoletto in capo, rosso o giallo; un grembialetto anch'esso d'uno di questi colori; era tutto il loro vestire. Vezzi non usavano portarne, oltre un par di campanelline agli orecchi; contente delle perle che avevano in bocca, e delle sincere e copiose capigliature. Belle su tutte erano le boscaiuole della riva destra della Bormida, che si vedevano qua e là guadare il torrente ai varchi più agevoli, per andare alla sagra. Erano e sono tuttavia il miglior sangue di quei monti; bianche come latte, e ben colorite, spigliate di forme, e in tutto da non parere gente povera e mal pasciuta. Ma le sono mattiniere, e visitando le selve a palmo a palmo, e non per diletto; trovano forse il fiore misterioso di cui si tingono, come nessun pittore saprebbe fare alle donne delle città. Degli uomini poi, non accade dire quali fossero le fogge dei loro panni; ma si vuol lodare chi fu primo a smettere quei codini, quei giubboncelli, quelle brache corte: sebbene queste sarebbero da ritornarsi un tratto in onore, tanto che la gioventù badasse a crescere a modo e men molle, per non andare derisa di troppo povere polpe.
Tanta adunque era quel giorno la folla, che la sagra pareva un giubileo; e sott'essi i pergolati del convento, già sin dal mattino era una briga di mercanti d'ogni generazione, i quali si davano attorno a porre i loro banchi, bisticciandosi alla buona tra loro. Nel piazzale della chiesa, giocolieri, storiai, vinai, contendevano per un posticino; ed il cerretano che ogni anno soleva venirvi, già faceva gente strombazzando di su un tavolino, avuto a presto dal frate dentista del convento, il quale si mostrava pronto a fargli servizio per non parere invidioso. Più in là, dietro l'edificio, nel prato che sembrava fatto a posta, avevano formata una sorta di lizza, e ad un palo pendevano guanti e palle di cuoio di parecchie grandezze, segni di sfida tra i giuocatori dei contorni. Poco discosto, su d'un'impalcatura, all'ombra d'una quercia, i suonatori d'un ballo campestre cominciavano ad accordare gli strumenti. In fondo al prato poi sorgevano le baracche, formate di lenzuola e di frasche; e gli osti stavano a certi fornelletti cuocendo i polli, che le loro fantesche sbuzzavano, pelavano, abbrustiavano, frettolose e tuttavia bestemmiate per pigre. Fra tanta folla, che cresceva ognor più, i frati andavano colle labbra e colle tabacchiere aperte a dar pizzicate e sorrisi: per taluno avevano parolette d'invito a farsi vedere in cucina o in refettorio, e il fortunato era di certo un benefattore campagnuolo; o tale su cui la frateria, aveva messo gli occhi e le speranze.
Rocco fattosi via fino alla porta della chiesa potè entrare e udir la messa. E pagato così il suo debito al Signore, tornò fuori colle mani nelle saccoccie delle brache, tastando le monete avute da Giuliano. Accortosi d'aver fame, tirò il conto delle miglia che gli sarebbe bisognato fare per giungere a Santa G…. e non gli tornando bene al ventre nè alle gambe, s'avviò passo passo ad una baracca.
Ivi, si davano spasso bevendo e chiacchierando parecchi avventori; i quali dopo aver mangiato non facevano segno nè di voler pagare nè d'andarsene. L'oste non osava dir loro nulla, essendo essi miliziotti e soldati. I primi (armati di lunghi schioppi, che alle canne e ai fregi apparivano di fattura spagnuola, raccattati forse sui campi di battaglia di quelle parti, meglio che mezzo secolo prima); erano stati di quello stormo levatosi in armi il maggio di quell'anno. E avendo pigliato diletto di vivere randagi, si soffriva dal magistrato che andassero armati; perchè bisognando, facevano ufficio di guide agli Alemanni, e campavano di questa professione e di picciole rapine. I soldati poi erano gente dei vecchi reggimenti Sardi, pronti di maniere e soverchiatori, ma rispettabili par ferite delle quali portavano i segni ancor freschi, e stavano a guarirsi nel borgo. Essi avevano combattuto contro i Francesi più d'una volta, sull'Alpi marittime; adesso colle gomita sulla mensa bevevano alla salute dei vivi e alla memoria dei morti; giurando clamorosamente sugli scapolari che avevano di sotto i panni, molli di sudore e anneriti. E colle dita intrise di vino, descrivevano sulla tovaglia i campi e le ordinanze in cui avevano combattuto. A udirli, questo era il colle di Raus, quest'altro quello di Milleforche; qui il capitano Zin co' suoi cannoni, aveva mandati i sanculotti ruzzoloni giù pei dirupi come sacca di carbone; là era caduto il capitano Maulandi, venerato da quei valorosi che l'avevano veduto morire, e ne cantavano i versi scritti da lui sulle montagne ove cadde, poeta e soldato. S'accendevano in viso parlando di lui, come si sarà acceso il Botta scrivendone le lodi in una mesta pagina della sua storia: rammentavano le rive del Tanarello e della Saccarda, di Colle Ardente e di Saorgio, i vili e i traditori: e qui uno di que' soldati trovandosi ritto nella foga del dire, data una vigorosa palmata sulla mensa, e guardando a cera prepotente quanti erano nella baracca; giurava che il Re era tradito, e che se i Francesi trovavano la via men aspra dell'anno prima, sebbene le valli fossero zeppe d'Alemanni; accadeva perchè da Torino insino all'ultimo villaggio del regno, v'era in ogni casa un traditore.
«Lo giuro!—sclamava egli invelenito su quell'idea, e si rimboccava, dicendo, la manica fino all'ascella, scoprendo un viluppo di muscoli poderosi:—questo braccio fu ferito, ma è forte ancora, e se mi capitasse innanzi un Giacobino lo spaccerei con questo, fosse mio padre. Chi è quà dentro che non vuol gridare viva il Re?
«Evviva il Re!—urlarono quaranta o cinquanta gole mezzo ingozzate di lasagne: e all'urlo tenne dietro un rompere di tossi, di sternuti, di singhiozzi per contrazione; mentre il soldato sorridendo a tutti, chiamando tutti amici, andava attorno toccando col suo gli altrui boccali. Giunto a Rocco, che mangiava rincantucciato in fondo alla baracca, e si sentiva tremare il cuore; il soldato gli si piantò dinanzi: «E voi—gli disse—che fate costì solo, che mi parete un volpone sotto una cesta? venite qua in buona compagnia!»—E pigliato il piatto, i pani, il boccale del poveretto; lo tirò a quella mensa dov'egli e i suoi facevano quel tanto baccano. Là Rocco dovè rimettersi in loro; mangiò e bevve come essi vollero; chiese licenza d'andarsene parecchie volte, ma gli tocco fare più di mezzogiorno; ora in cui potè uscire libero, pagando lo scotto di quei soldati, e ancora gli parve una grazia.
Quando fu fuori di quel passo, trovò che la folla era divenuta così fitta, da non potersi muovere, uno che avesse fretta, a suo agio. Il ballo campestre ferveva sotto la sferza del sole, e le foresi danzando coi loro dami gighe e gavotte, si struggevano in sudore. Ma al caldo ci badavano punto. E bisognava vedere quei garzoni, come finita una danza, facevano a chi fosse più spedito a ripigliar il posto sullo spazzo, affollando il festaiuolo, empiendogli di spiccioli le mani. Ed egli pigliava e ringraziava per sè e pel convento, cui doveva pagare la decima; poi diceva ai musici che tornassero a suonare, e significava ammiccando che egli voleva suonate corte e frequenti.
La vista di quel ballo era la cosa più ghiotta della sagra, e i signori vi si disfacevano dalle risa. Essi vi adocchiavano le belle campagnuole, imparando a conoscere i loro amori. Onde accadeva sovente, che dopo quella e altre feste compagne, qualcuno di essi si mettesse di mezzo a far parentadi, tra giovani veduti appassionarsi in quegli strani convegni: e allora il più delle volte, virtù addio!
Mosso da curiosità, Rocco volle avvicinarsi a quello spettacolo; e a forza di gomiti fattosi un po' di passo, ecco a quale incontro inatteso egli riusciva.
Il zio di Tecla, che non era giunto a cavare a questa quattro parole, in ventiquatt'ore dacchè l'aveva in casa; messosi in testa di darle un po' di svago, s'era accompagnato con essa ad alcuni vicini, uomini e donne; capitando al convento, forse un po' prima, forse un po' dopo di Rocco. Fatte le divozioni e pigliati anch'essi i ristori, in una delle tante baracche; i montanini avevano finito per mescolarsi alla folla che faceva corona al ballo; e alcune giovinette della comitiva presero a danzare, mentre alcune altre, modeste e quasi mortificate, stavano a vedere; e tra queste Tecla.
Essa si teneva in mezzo alla calca, colle mani alla vita, una sull'altra, guardando co' suoi grandi occhi l'agitarsi delle danzatrici; e si sarebbe detto che ne provasse compassione. Ed era là forse da mezz'ora, stretta, pigiata; ma non si avvedeva di non aver più allato nè le compagne, nè il zio col quale era venuta in quel luogo. E neppure aveva badato al mutar di piedi che le era bisognato fare, spinta lentamente ora indietro, ora di lato; sicchè discostata a poco a poco anche dai danzatori, non ne scopriva più che le teste. Ma badavano bene ad essa due giovani signori del borgo di C…, i quali, avendole posti gli occhi addosso sin da principio, s'ingegnavano a quel modo, per trarla fuori della sua compagnia; di certo coi disegni che sanno fare i vili fortunati, che un tempo della loro vita spendono a svergognar donne; un altro tempo a rifare gli averi ponendo le mani nella roba altrui; e vecchi finiscono in chiesa a biascicare i salmi penitenziali. I due avevano la fanciulla in mezzo, e sebbene giovani, un pittore avrebbe potuto fare dei loro visi i due vecchioni cotticci di Susanna. Già si rallegravano colle occhiate del buon termine cui speravano condurre chi sa che ribalderia; quando s'udì un grido tra la folla, un grido come d'uomo che tastandosi sotto i panni si trovi rubato.
«Tecla! Tecla!—e un volgere di teste, un mareggiare della gente, un moto di braccia tenne dietro a quel grido; percossa dal quale, Tecla si riscosse, e vedendosi allato i due sconosciuti, pieni gli occhi di non sapeva qual fuoco, si sentì al viso le vampe, e potè appena rispondere; «Son qui!»
Colui che l'aveva chiamata era lo zio, accortosi improvvisamente di non averla più vicina; ma primo a romperle attorno la calca fu Rocco, il quale capitando appunto, aveva riconosciuta la voce del cognato e quella della figliuola.
«Largo! largo!—gridava egli lavorando di braccia;—cognato, Tecla son qua io!—E si mostrava di subito così indraghito che guai a chi si fosse avvisato di rattenerlo; guai a chi aveva fatto male alla fanciulla; guai a quei due, che non la stringevano più, ma che non si poterono cansare, quando egli per disopra le loro spalle potè porle la sua larga mano sul capo, gridando: «è mia!»
«O chi ve la vuol mangiare?—sclamò uno dei giovani dalle male voglie, vedendosi guardato da Rocco a squarciasacco.
«So dir che sì!—rispose Rocco, cui l'istinto paterno ammoniva del vero; ma ravvisando colui per uno dei quattro, che la notte innanzi, fuggendo dalla cella del padre Anacleto, s'erano imbattuti in lui e nel signorino: «lei,—soggiunse—lei, lo so che cosa è buona a fare… ma…!—e si morse la lingua, perchè il giovane era di casato da fargli sudar le tempia. Baciò come si suol dire il bastone; e gli parve un bel che, poter uscire di quel passo colla figliuola.
La tirava così per mano fuori della folla, pallida che metteva compassione; e il cognato veniva dietro trovando scuse, ed egli a rimproverarlo con aspre parole.
Bisticciandosi, andavano verso il convento; quando a stornarli nella loro lite, videro la gente sul piazzale della chiesa far largo, e udirono sussurrare; «gli sposi! gli sposi!» Era Bianca, era l'Alemanno, con parte dell'allegra accompagnatura del giorno innanzi; che avendo desinato nella palazzina del signor Fedele, venivano adesso strascicando in quel luogo, la festa nuziale.
Tecla vide, e intelletto d'amore le fece indovinare chi fosse quella donna felice. Osò guardarla in viso, e le parve bella, ma non più della bellezza di cui aveva inteso parlare, tra la signora Maddalena e don Marco. Ne gioiva la povera giovinetta, e in quella un frate fattosi dal portichetto del convento ad incontrare la comitiva, salutò la sposa con dimestichezza, e fu da tutti salutato reverentemente: «padre Anacleto!»
Padre Anacleto! Rocco si tastò se era vivo, vedendo gaio quel frate, udito a predicare in D…, e che di certo doveva essere l'istesso, di cui aveva inteso la storia dai quattro capi scarichi la notte innanzi… Ma più fu turbato quando vide sopraggiungere di quei quattro, i due che poco prima s'erano messi ai panni della sua figliuola; e tutti inchini e rispetti a quella dama, avere da essa e dal frate strette di mano e sorrisi; come gente dabbene. A quei portamenti non potendo più reggere fu a un pelo di correre dal padre Anacleto, gridando:
«Oh che razza di frate è ella mai, che tutti i cattivi cristiani che sono al mondo gli ha per amici?»
Senonchè in un uomo del popolo com'egli era, gli sdegni generosi nascevano sì, ma subito si rincacciavano in cuore; e Rocco rattenendosi anche questa volta, tirò via con Tecla, accommiatandosi dal cognato, dolente di vedersela tolta in quella dispettosa maniera.
La fanciulla camminava dietro del padre, paurosa d'essere ricondotta a casa, di spiacere alla signora Maddalena, e d'incontrarvi Giuliano; di cui non sapeva che era partito; e Rocco, pensando a quei giovani, alla propria collera della notte innanzi, al fatto del padre Anacleto; combatteva con un dubbio che sulla santità dei sacerdoti, gli voleva entrare nel cuore; nè per quanto fu lunga la via gli venne detta parola.
Così giunsero a D…, nell'ora in cui la signora Maddalena aveva costume di sedere in sala, al balcone che guardava dalla banda ond'essi arrivavano; perchè vi si godeva una bella vista, e il sole non vi poteva, e un venticello che pareva mosso dall'acqua del torrente, vi recava una deliziosa freschezza.
Essa stava là appunto, donde non si era mossa in tutto il giorno, piena ancora dello sgomento, cagionatole dagli Alemanni la notte innanzi. E vedendo i due apparire, si levò coll'anima tutta negli occhi.
«Ha passato il confine che appena era l'alba—disse Rocco arrivando sul piazzale.
«Iddio lodato!—sclamò la signora; e togliendosi dal balcone venne nell'atrio a incontrare il colono, che si fece passare la figliuola dinanzi.
«E per via non aveste incontri?—chiese essa, tirandosi Tecla in casa col padre.
Egli, avvicinando nella sua mente la fanciulla e Giuliano, per le raccomandazioni avute dal giovane, proseguiva: «Passò franco come una doppia di Spagna; e mi disse che fra pochi giorni avrà trovata la casetta: e prega lei di andarlo a raggiungere subito…..»
La signora ruppe la parola in bocca al pover'uomo con un sorriso; perchè a udir rammentato quel suo desiderio d'una casetta in riva al mare, fece come l'uccello che migra, se giunto a scoprire la terra del suo riposo, misuri le forze, e non le trovi da poterla arrivare. Ma non aggiunse parola a quel mesto sorriso, da mostrare la speranza così languita: bensì voltasi a Tecla:
«O Tecla,—diceva—dunque tu sei tornata…? Noi ripiglieremo le nostre usanze, le nostre letture, le nostre penne… nevvero? Perdonami sai, se t'ho fatta andare a Santa G…; hai fatto bene a tornare, Marta ci darà da cena, tu rimani qua…. Rocco, voi e vostra moglie verrete a mangiare con me un boccone, e mi racconterete tutto….»
Tecla sempre colla mano nelle mani di lei si sentiva tremare il cuore, e ringraziava il cielo che Giuliano non fosse a casa.