CAPITOLO XXI.

«Chi sa dirmi che cosa fosse venuto a far qui quel Mattia che fu fucilato?

«Era venuto per me…,—cominciò il signor Fedele.

«Anzi per me;—interruppe il padre Anacleto—mi portò una lettera…

«Una lettera che parlava di me—» protestò il signor Fedele, subito mordendosi la lingua per l'imprudenza che stava per commettere.

«E per avventura, disse nulla di mia madre…?—incalzò Giuliano, troncando quella brutta gara.

«Oh….. sua madre la vedemmo noi stamane, che veniva a fare una scarrozzata verso C…—rispose il frate facendo la voce rispettosa.

«Grazie!—disse Giuliano; e con quelle due consolazioni di sapere che sua madre stava bene, e che Mattia non era venuto a morire al convento mandato da lei; dava di volta per piantare quei due. Ma allora avvenne cosa che gli fece alzare gli orecchi subitamente.

I colpi di moschetto da cui erano stati uccisi Mattia e gli altri due miseri, avevano messo in sospetto una grossa avvisaglia d'Alemanni, che velettavano i monti di là del convento verso D…, ed erano corsi a quel tetro richiamo. Buon pei Francesi, che avevano posto assai innanzi le loro scolte, le quali diedero voce del nemico vicino: perchè appunto in quella che Giuliano era lì per allontanarsi dal frate e dal signor Fedele, che quasi gli erano cascati ai piedi dallo stupore; le schioppettate incominciarono, le fiamme si levarono alte sopra il convento cui i Francesi avevano appiccato il fuoco, e non si udirono più che grida d'Alemanni accorrenti, grida di Francesi che si ritiravano; voci di poveracci che si chiamavano tra loro fuggendo dal chiostro; e dai monti vicini, urli di villani, e persino qualche suono di nicchio marino, ma rado e restio. Parte degli Alemanni si arrestarono a spegnere l'incendio, parte inseguirono i Francesi, i quali facendo testa quando potevano, rispondevano di grandi schioppettate; e ai lampi di queste si capiva dov'erano gli uni e gli altri; e per l'aria scura solcata da tante palle era un sibilio, che pareva una zuffa di serpenti foiosi.

Giuliano non avendo più nulla a fare in quel tafferuglio, pigliò la via di C… Il signor Fedele e il padre Anacleto, sebbene non invitati, gli tenevano dietro come due bambini timorosi di essere abbandonati in un bosco; e per vigneti e per campi inciampando, ruzzolando, ma sempre alle sue calcagna, in capo a un'ora videro le porte del borgo.

Il grosso dell'esercito Francese vi era giunto sul far della sera, ed aveva posto il campo sul greto del torrente, sotto gli olmi intorno alle mura, come per stringere d'assedio la terra. E riposava sicuro, essendosi buon nerbo di cavalli spinto innanzi sulla via di D…, a fronteggiare gli Alemanni, se qualcosa avessero voluto tentare.

Per certi chiassi a lui noti, Giuliano mise nel borgo quei due paurosi; poi se ne scompagnò per cercare don Marco, col quale erano d'accordo di rivedersi la notte.

Essi non osarono ringraziarlo; ma muro muro il signor Fedele condusse il frate alla porta di casa sua. Salendo le scale, udirono damigella Maria, Margherita e don Marco che parlavano del cognato, del convento, dei Francesi che erano andati a farvi chi sa che tragedia. Esse parevano disperarsi; e il prete si studiava di confortarle, dicendo che anche Giuliano era andato laggiù, ma con animo generoso.

«Margherita, Maria, son qui! son qui!—entrò gridando il signor Fedele; e la fanciulla e la cieca si lanciarono verso di lui; e abbracciamenti e baci e lagrime mescolarono a parole d'affetto, mai più dette là dentro.

«E sono qui per lui!—proseguiva il signor Fedele:—son vivo per quel bravo giovane di D… che mi ha salvata la vita tre o quattro volte!…»

«Oh!… alla fine delle fini,—interruppe il padre Anacleto, stizzito da certe occhiate di trionfo dategli da don Marco:—lodare è bene, ma se non fosse stato colui, tanto ci salvavano gli Alemanni…

«Ingrato!—urlò il signor Fedele; e per la collera non potè manco accorgersi di don Marco, che se n'andava di quella casa, per non dire al frate le amare parole che meritava.—«Dio perdona tutti, ma agli ingrati no!»

E qui cominciò tra loro una contesa, in cui si dissero a vicende parole acerbe, risentite, ingiuriose; rifacendo la storia, dal rabbuffo toccato al frate quel mattino dallo sposo di Bianca, sino alle prime cure poste da lui, a stornar l'animo della fanciulla dall'amare Giuliano.

Intanto don Marco coll'anima piena di gioia per il bel fatto del suo scolaro; giungeva in piazza, dove alla luce di lanternoni e di schiappe di pino accese, vide alcuni cavalieri splendenti d'oro, semplici negli atti e fieri nei volti, i cui lineamenti risaltavano illuminati vivamente da quelle torce strane. Uno di essi discorreva imperioso con qualcuno, che doveva stargli dinanzi, ma che non si vedeva, per essere di certo a piedi e corto della persona.

«Voi non siete venuto ad incontrarci;—rimproverava il Francese, continuando un discorso cominciato prima che Giuliano arrivasse—voi vi ho dovuto scovare come un lupo; voi avete lasciato fuggire la gente dal borgo come se noi si venisse a divorarvi; e forse i paesani vostri che corrono la campagna, gli avete armati voi. Ma ho già fatti punire i frati del vostro convento di laggiù, che invece di Cristi maneggiano tromboni: e se ne ricordino bene, la repubblica Francese vuol bene a tutti, ma guai a chi le contrasta! Voi intanto sarete custodito, finchè mi abbiate fatto trovare cinquanta bovi, cento botti di vino, ventimila pani…

«E in grazia,—rispose ardito colui che non si poteva vedere, ma che don Marco riconobbe alla voce pel Sindaco; un omicciattolo che a pagarlo un quattrino, sarebbe parso buttar via la moneta;—in grazia, signor generale, tutta questa roba dove la piglio?

«Ingegnatevi!

«Ma il buono e il migliore, se l'han portato via gli Alemanni!

«Dovevate opporvi…

«Già… per farmi accoppare da loro, perchè tutt'una mi accopperete voi…!

«Arrestatelo! domani la roba, o faccio appiccar il fuoco al villaggio!

«Ed io vi porterò il tizzo![1]

[1] È storia.

«Bravo!—fu lì per esclamare don Marco, ammirando il Sindaco che se la sbrigava così da valent'uomo; ma buon per costui che Giuliano capitava a porsi di mezzo, che se no il Francese l'avrebbe conciato come si poteva immaginare alla rabbia, che gli sbuzzava dagli occhi. Il Sindaco e il Francese che si lasciò chetare da Giuliano, rimasero, che uno avrebbe dato, l'altro si sarebbe accontentato, di quel che si poteva trovare; e quando quella adunanza si sciolse, il giovane si sentì pigliare per la mano, e dire: «ora poi, mi pare che tu abbia fatto anche troppo. Andiamo a casa mia, che tu caschi della stanchezza.».

Chi gli parlava a quel modo era don Marco, che di maraviglia in maraviglia, cominciava a provare per lui un po' di venerazione…. E Giuliano si lasciava menare non badando dove; ma quando fu nel vicolo del prete, come fumea di bevande acri e stupefacenti, sentì levarsi le immagini delle cose vedute di fresco, mescolate alle memorie rinascenti alla vista di quella casa. Entrando da don Marco s'abbandonò spossato sul vecchio divano; e il prete si diede attorno per ammanirgli un po' di cena, con pane ed uva, che s'era procacciato a fatica. Ma quando ebbe apparecchiato e chiamò l'ospite, per offrirgli quella grazia di Dio, e farsi raccontar meglio le cose avvenute al convento; lo trovò addormentato di sonno così profondo, che manco una cannonata l'avrebbe svegliato. Egli allora s'ingegnò ad assettare i cuscini del divano, in guisa che non dormisse a disagio; poi fatto coll'indice un cenno, come per fare star zitto qualcuno, tolse di là il lume, e in punta di piedi andò a porsi nella stanza vicina. Ivi chiuse gli occhi anch'esso, e come li riaperse, credè di avere dormicchiato forse un'ora. Ma se gli fosse venuto in mente d'affacciarsi a guardare il tempo, avrebbe udito un rumore venir di lontano, somigliante a quello di mare che si franga tranquillo alla riva. Era l'esercito della repubblica, che ripigliate le armi, si riponeva in via alle sue grandi venture.

Al primo rompere dell'alba, Giuliano e don Marco, erano già sul ponte; non essendovi stato verso pel giovane, di persuadere il prete a rimanersi dal seguire lui e i Francesi.

Quello era il primo giorno d'autunno. Una nebbia densa occupava l'aria; e la Bormida faceva quei fumacchi, che quando io era fanciullo, mi parevano d'acque scaldate di sotto dal demonio. Pochi borghigiani usciti a pigliar lingua dei Francesi, andavano di su di giù; ma niuno osava allontanarsi dal borgo due tratti di pietra. Vedendo i due passar frettolosi, e don Marco ingegnarsi per istare a paro con Giuliano, diedero loro di matti; perchè a mettersi giù di quella via con quel po' di soldati innanzi, non vi si poteva rischiare se non chi cercasse pan migliore che di frumento. Ma don Marco non udì, nè Giuliano era il caso di badare a quei bisbigli, per la gran furia d'arrivare i Francesi. Dei quali discosti dal borgo un trar di schioppo, cominciarono a trovarne alcuni riversi nei fossati; o intenti a rialacciarsi le uose e le scarpe; o che pur reggendosi assai bene, facevano le viste d'essere spedati, e d'avere addosso qualche malanno. «Avanti cittadini—gridavano costoro, baldanzosi—diamo addosso al nemico, avanti animo!»—«Non dia retta, maestro:—diceva Giuliano a don Marco, che già era lì per rispondere a quei soldati:—costoro sono poltroni, primi sempre ad annunciare le sconfitte, ultimi a sapere le vittorie: non combattono mai, e frugano i morti.»

Don Marco non fiatò più; e così tirarono oltre silenziosi sino a quella cappelletta, dove il signor Fedele e il padre Anacleto, s'erano incontrati colla signora Maddalena il giorno innanzi; non sognando che l'indomani fosse per passarvi tanta briga d'armati. Là trovarono la gola, per cui varcava la via, assiepata di grossa compagnia di Francesi, i quali davano loro le spalle; e viste biancheggiar nella nebbia, le bandoliere delle daghe e delle patrone, che si incrociavano sulle loro schiene, ponevano in cuore un po' di sgomento. Don Marco e Giuliano si arrestarono a pochi passi da quella schiera, piantata là in silenzio solenne: e spinsero lo sguardo, se nulla si potesse scoprire più oltre. Ma la vista era impedita dalla nebbia che incominciava appena a risolversi; nè di lontano nè da vicino veniva nessun rumore, salvo che quello dei goccioloni di guazza, cadenti da foglia a foglia di sui castagni. Giuliano si sentì pungere dal gran desiderio di andare innanzi; ma non gli reggendo il cuore di tirar seco don Marco a chi sa quali sbarragli; voltosi a un tratto a lui, gli disse:

«Maestro, dia retta a me….»

«Io faccio tutto quel che ti pare.

«Si lasci accompagnare indietro.

«Ora poi mi offendi—disse dolcemente don Marco, ti ho detto sin da C….. l'animo mio; e se tu non puoi stare con me, mi raccomanderò a quest'uffiziale che ci viene incontro.

«Allora tiriamo innanzi.»

Con questo discorso s'avvicinarono ai Francesi, e tra le faccie di quei soldati volte di sopra le spalle a guardare chi venisse; il prete ne vide di così dolci, tranquille e giovanili, che gli parve d'essere in mezzo alla sua scolaresca. Altre erano fiere come di centauri; altre segnate di certi sberleffi, che egli non le poteva guardare senza stupore.

«Oh! ancora qui, voi signor chirurgo?—sclamava, con clamorosa piacevolezza, l'uffiziale visto da don Marco venire incontro a lui a al suo scolaro:—ieri sera mi coglieste a quel convento del diavolo, che non ho potuto bruciare del tutto; adesso mi trovate qui alla retroguardia: pazienza! Costì il vostro compagno, che all'abito mi pare un prete, m'insegna che gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi, anco in paradiso.

«E che novità abbiamo?—chiese Giuliano, per finirla colle freddure del Francese.

«Ve le saprò dire stassera, se avrò ballato di gamba sana. Oh! a proposito, noi dobbiamo essere poco discosti dal vostro paese?

«Men che tre miglia.

«Buona cosa a sapersi: stassera vi invito a cenare in casa vostra, che? i suonatori accordano i clarini……. signor chirurgo, buonaventura.»—E così dicendo il capitano tornò al suo posto.

Appunto alcune schiopettate, come d'una caccia mattutina, s'udirono in quell'istante, giù giù nella valle; e il sole levandosi, illuminava le vette dell'ampio semicerchio d'alture, che chiudono il pian di D… dalla parte di tramontana. Allora nei vigneti e nelle macchie, si vide uno scintillar d'armi; e basso nei prati e nei campi, diradata la nebbia, apparvero le colonne Francesi, intente ad attelarsi, nel silenzio altissimo che regnava sulla campagna. Quel silenzio pareva stupore degli uomini e della natura: e lo rompeva a tratti qualche squillo di tromba, come voce mandata da qualche genio guerriero a significare al più destro dei due capitani, quali fossero i luoghi più acconci all'offendere, alle difese, a guadagnar la giornata.

«Era imminente una battaglia, nella quale da una parte dovevano combattere un ardire inestimabile, e l'incentivo di vittorie fresche: dall'altra una grande costanza, una stabilità provata negli ordini, i luoghi forti ed affortificati, ed un'artiglieria elettissima.» E per poco, questa battaglia io non la ricopio di netto dalla storia del Botta; il quale ne parla come di cosa veduta, e il campo descrive a puntino, come fosse stato un podere suo. Chi legge è messo da lui così nella mischia, che gli pare d'assalire i colli, guadagnare le vette, correre tutto un giorno il piano da un capo all'altro; a portare gli ordini dei capitani, a raccogliere i feriti, a chiudere gli occhi ai morti; ognuno secondo la propria natura. E chi parteggia pei Francesi, vede con dolore la vittoria inclinare da principio sulle due ali, a favore degli imperiali; e il passo in cui consiste l'importanza del fatto, assaltato e difeso con ammirabile costanza. Torna umiliato colle fanterie, che non hanno potuto superare quel passo, munito di due cannoni, tra il fumo dei quali una grossa squadra d'ulani guata ghignando: ma finalmente gli si snoda il cuore, applaude alla cavalleria Francese che si fa avanti, s'accende, spera; e si lancia con essa, contro la cavalleria Alemanna, a investirla, a fugarla, a farla finita.

Fra i nostri personaggi, quella che meglio degli altri vide le cose descritte dal Botta, e il gran cozzo dei cavalieri, fu Bianca; la quale non aveva pensato a quella sorta di tornei, quando il padre Anacleto, dirizzandola al matrimonio, le empieva la mente di oblìo, di castelli e di fole. La povera donna, lasciata il giorno innanzi dal babbo e dallo sposo, nel modo che il lettore ricorda; era caduta in tale scoramento, che al vecchio servitore, e a donna Placidia corsa ad aiutarla, era parso di poter far Gesù con tre mani, essendo in capo a parecchie ore riusciti a tirarla un po' su, e a capacitarla, che colle querele non rimediava a nulla. Poi il pievano l'aveva servita, scrivendo al nome di lei, la lettera portata da Mattia al padre Anacleto; e siccome in quella essa aveva pregato il frate a far sì che il babbo, la zia, Margherita, si rifugiassero a D…, per campare dai giacobini; s'era rassegnata ad aspettare, e a dar retta alle consolazioni di donna Placidia. Ma passato il giorno, passata la notte, aspetta e sospira, Mattia non fu più visto tornare: spuntò il sole di quel mattino, e lo sposo anch'esso non si facendo rivedere; Bianca si lanciò al balcone come per buttarsi giù disperata; e vide i due eserciti occupar la campagna, ponendosi lenti di fronte. Capì…. accusò il padre, il frate, sè stessa tutti, salvo che l'Alemanno; e dal sentirsi sola, pigliò la forza di tenersi ritta, finchè la sua sciagura fosse compiuta. Rimasta a quel balcone, non tolse più l'occhio dalla cavalleria Alemanna, che tutto il giorno volteggiò di su di giù, di qua di là, per i campi; e verso sera la vide salire un dolce pendìo, e porsi sul lembo della pianura, che s'allargava dalla parte donde venivano i Francesi. Le migliaia d'uomini azzuffatti in ogni parte, erano nulla per lei: sapeva che il marito conduceva quella cavalleria, e non cercava che lui in mezzo a quel nugolo di cavalli, avvolti a tratti nel fumo della battaglia, che il vento soffiava loro addosso. I pennoncelli delle lance tremolavano come fossero drappellati a festa sul capo dei cavalieri, e parevano esprimere i moti dei loro cuori, spazientiti del troppo indugio a rompere nella mischia.

«Eccolo—pensava—egli è laggiù…. e si direbbe che non aspetti altro che il segno, per correre a farsi uccidere, come se io non fossi più viva…. Io…! ma che gli importa di me? Non m'ha più cercata da ieri…! La gloria…. la gloria egli vuole; e che io triboli pure!…. Ahimè!… padre Anacleto, dove m'ha condotta! E se quell'altro fosse davvero nel campo di là…? se s'incontrassero? Oh venisse notte; benedetto sole va sotto, va sotto…! ave Maria…!»

A un tratto, e mentre appunto cadeva il sole, essa vide partirsi di lontano, e come turbine venir cacciandosi innanzi la polvere, una squadra di cavalieri Francesi; e quelli condotti da suo marito, calar le lance, curvarsi sul collo ai cavalli, spiccarsi ad incontrarla; e urtarsi, confondersi, fare un viluppo, su cui si levò un polverìo denso e diffuso. Allora parve alla povera Bianca d'essere afferrata pei capelli, levata in alto, e precipitata di lassù; le mancò il cuore, diede un grido, cadde riversa sul pavimento; e forse colla fantasia delirante, continuò a vedere quello che avvenne nella zuffa tremenda.

Al primo urtarsi delle due cavallerie, era stato un tempestar di spade; un rombar di lance rotate in molinelli abbaglianti; un mescolarsi di valentuomini che mai il più fiero. E ognuno dei cavalieri faceva per sè molto bene la bisogna di menare e parare colpi terribili; ma tutti avevano visto alla sfuggita, i due comandanti azzuffarsi tra loro, calar fendenti non più veduti, dacchè le armadure della vecchia cavalleria erano state smesse; e vibrare di punta, proprio colla voluttà feroce, ognuno di sparar l'avversario, e passarlo fuor fuori, spingendogli fino all'elsa nel petto. I cavalli assentivano ai moti dei due capitani, come avessero intelletto d'odio quanto essi; e inveleniti lavoravano di morsi, e nitrivano selvaggiamente, quasi a spaurire i vicini che facessero largo ai due prodi. Già le lame intaccate avevano mandato schegge e faville; e molte lance spezzate cadevano di mano agli ulani; già tra le due parti si scambiavano parole ingiuriose di resa, e molti erano caduti. Ma se fosse bisognato una parola o una goccia di sangue dell'uno o dell'altro di quei due, a cessare la zuffa; pareva che avrebbero potuto sterminarsi a loro agio tutti, tanta era la loro maestria nel pararsi e lo sdegno del darsi vinti. Senonchè in quel volteggiare l'Alemanno si trovò un istante colla fronte volta al borgo, e un'occhiata al castello non potè non darla, forse a cercare se la sua sposa sventolasse di lassù qualche segno di saluto o di plauso. Fu come se egli avesse detto: «guai a me!» perchè appunto un fendente del Francese gli ruppe il berrettone, gli spaccò il cranio, gli empiè gli occhi di sangue. Egli aperse le braccia, diede del petto sul collo del cavallo, il quale alla corsa in cui ruppe, parve lo volesse portare in salvo; ma non ebbe fatti due lanci che il misero stramazzò di sella, piombando morto…. E gli passò sul petto la furia dei suoi, fuggenti ai ripari del borgo; e l'onda dei Francesi fatti sì arditi ad inseguirli, che la terra pareva già presa. Ma trentasei cannoni, cominciarono a trarre da quella contro di loro, e a farne tale strazio; che furono costretti a tirarsi in parte, dove quelle artiglierie non gli potessero arrivare.

In un momento fu notte, e nella terricciuola di R…. sott'essi i porticati, dove i coloni sogliono tenere i loro arnesi, nelle stalle, nella chiesa, per tutto: cessato il fragore della battaglia, i guai, il pianto, le voci dolorose dei feriti, volte nel delirio alle patrie, alle persone care e lontane; empievano a quell'ora l'aria di malinconia. Don Marco e Giuliano nell'adoperarsi intorno a quella miseria, s'erano scompagnati sin dal mattino: e verso la mezzanotte, insanguinato e stanco, Giuliano finiva di fasciare un ultimo ferito, proprio alle più avanzate guardie, là dove le due cavallerie s'erano azzuffate. Il suolo era ingombro di morti; e forse i suoi piedi calpestarono le zolle, che avevano bevuto il sangue dello sposo di Bianca; forse tra i cadaveri inciampò in quello ch'era stato il suo rivale felice. Ma egli non vi pose mente, perchè l'anima gli si era raccolta tutta negli occhi. Il borgo di D…. si vedeva lì rimpetto; veniva da quello un rumore sordo di carra; forse erano le artiglierie che facevano rimbombare gli archi del ponte, passandovi sopra; forse l'esercito Alemanno che si moveva. Le scolte francesi stavano tutte orecchi; un gruppo d'ufficiali avvolti nei mantelli e raccolti su d'un poggiuolo, parlavano basso tra loro; alcuni cavalieri andando e tornando cauti, e traditi soltanto da qualche nitrito, esploravano la campagna tra le scolte francesi e il borgo.

All'idea che in sull'alba sarebbe ricominciata la zuffa, Giuliano si sentì al cuore uno schianto. Si pose colla fantasia vicino a sua madre; e si vergognò d'aver tanto aspettato, che altri gli aprisse le porte di casa sua. Risoluto si mise in un ruscello coperto di grossi cespugli: camminò cauto in guisa, che potè cavarsi dalla corona di sentinelle francesi; e dopo molto stentare, giunse a guadagnar l'argine della gora, che sappiamo come lungh'esso il piè d'una roccia quasi tagliata a filo, corresse ad un molino, così poco discosto dal suo piazzale, che talora la spruzzaglia cacciata in aria dalle ruote andava a innaffiarlo. Là poteva essere per lui il malpasso, però che gli Alemanni gli stessero sopra poche braccia, sul ciglio di quella roccia; e ne udiva il gran darsi attorno, il bisbigliare concitato, e le parole imperiose. Ma la casa materna non era più che a quaranta passi, e nelle tenebre pareva pigliar forme vive e fargli cenni per incuorarlo. Tirò innanzi colla buona ventura quegli altri passi rischiosi; ma quando si sentì sotto i piedi il suolo del suo piazzale, e provò quel che forse prova un naufrago uscito nuotando alla riva; il cuore gli batteva sì forte; che gli bisognò fermarsi a ricogliere il fiato. E fu per lui gran ventura, perchè se tirava innanzi, s'andava a porre da sè in mano di quegli Alemanni, che un mese prima, l'avevano fatto cercare, come un malfattore. Due, quattro, dieci, ne vide una processione venir fuori dall'atrio, trascinando le sciabole; e a badare come camminavano, come parlavano concitati, di certo frullava loro in capo qualcosa di grosso. Al raggio di lume, che dalla porta della sala, li coglieva nelle schiene, man mano che scantonavano dall'atrio in sul piazzale, Giuliano li conobbe per uffiziali; e lesto si rannicchiò all'ombra del muricciuolo, dove stette finchè furono tutti passati. Udiva il martellamento del proprio cuore: udiva i discorsi concitati di quegli uffiziali; e da mano manca dove erano i suoi poderi, veniva un rumore cupo di calpestìo. Pensò che l'esercito Alemanno, si apparecchiasse ad un attacco notturno, ma di questo non si curò punto; e come potè farlo non visto, si lanciò nell'atrio, e di qui nella sala, illuminata da quante lucerne erano in casa. Sul tavolino, vide carta, penna e calamai alla rinfusa; capì che i generali Alemanni vi si erano raccolti a consiglio; e la gatta balzata là sopra pur allora, si stirava le membra, dimenando la coda e fiutando, come se gli uomini usciti poco prima, vi avessero lasciato odore di sangue. Il giovane stette ad ascoltare un istante: dalla cucina nulla, dalle altre stanze terrene nulla, silenzio per tutto. «Saranno di sopra» disse tra sè, e non badando manco a pigliarsi un lume, salì. Si fermò nel corridoio, dubbioso…. gli si affacciò l'orribile idea che sua madre e Marta fossero state uccise…. ma subito vide un barlume dall'uscio della camera materna, e udì la voce cara più d'ogni cosa al mondo. Ma ohimè! come fioca, come ridotta ad un filo!

«Dunque—diceva quella voce—Marta, il saio, il cordone, il crocefisso da pormi fra le mani, vi è tutto?

«Che è questo!—sclamò Giuliano, ad alta voce senza avvedersene; e l'affanno gli crebbe.

«Oh! non l'avete udito?—seguitò al suo grido la voce di dentro:—Dio della misericordia, egli viene il mio figlio, aprite; oh mio figlio!»

La signora Maddalena ebbe appena parlato, che Giuliano era già nella camera, ginocchioni a piè del letto: e tiratosi sul capo la mano di lei, la vi si teneva colla sua, come a non lasciarsi sfuggire quella benedizione. Marta stretta da Giuliano contro l'inginocchiatoio, stava là sbigottita; Tecla, all'apparire di lui fattasi come una morta di tre dì, s'era ritratta sino alla tenda dell'alcova, e mezza avvolta in quella, pareva una statua posta ivi per divozione.

Peritandosi a volgere la parola a Giuliano, quasi temesse di rompere una visione; la signora guardava Tecla e diceva:

«Proprio come te nevvero? Tu pure, oggi hai tenuto qui il tuo capo, sotto la mia mano…. qui…. ma questo… oh! questo è il suo! Giuliano, Giuliano, se tu stavi un'altr'ora, io non poteva più aspettarti!»

Il giovane le copriva di baci la mano; e al lume che di sull'inginocchiatoio le rischiarava di traverso la faccia, la fissò avidamente. Essa mezzo seduta ed appoggiata ad un mucchio di guanciali, gli sorrideva. Le guance smunte, le labbra aride, gli occhi scintillanti, il collo oramai ridotto da non parere più che un viluppo di nervi; non fecero sospettare a lui, quello che a segni men chiari avrebbe indovinato in ogni altra persona: e Marta e Tecla, che stavano lì come a un mortorio, gli parevano due disamorate che volessero fargli paura.

Certo la signora Maddalena si avvide del pensiero del figlio; perchè dolcemente gli disse:

«Me ne voleva andare davvero, sai. Tu sapessi che orribili cose abbiamo sentite oggi! I soldati vennero sin quassù…. Tu non v'eri…. ma ora, ora non voglio più morire. O Marta, datemi la mia veste…. voglio levarmi…. voglio partire…. Giuliano andiamo…. la casetta è quella laggiù? Come è bella! Che fai? E perchè non mi lasci andare?»

Vinta dall'affanno, la povera donna cadde col capo rovesciato sul guanciale, in atto di così stanco abbandono, che allora Giuliano capì a quale estremo si trovasse. Si chinò sopra di lei per dirle qualcosa; ma la parola gli si annodò nella strozza: alzò le mani come per chiedere aiuto a qualcuno di lassù; e toltosi dal letto andò di qua di là per la camera, coll'animo d'uomo offeso da' suoi simili, dalla natura, da Dio. Lo assalì, misero, la smania di rivolgersi contro sè stesso; e si rampognò di non essersi dato in mano agli Alemanni, un momento prima, che l'avrebbero fucilato sulla soglia di casa sua. Ma lo addolcì la vista di Tecla; la quale fattasi a reggere il capo della signora, gli parve una cosa celeste. Allora egli tornò al letto, e parendogli che sua madre, passato quello smarrimento, mormorasse qualche parola: «o madre—diceva—madre, mi guardi: e perchè non mi ha mandato a dire il suo stato? Che cosa dice, mamma; mi parli, mi dica.

«Vorrei—bisbigliò essa che appena potè udirsi—vorrei…. dormire un sonno…. dolce….; ma tu veglia, e se mai….

«Che cosa?—chiese egli con ansietà grande, vedendo che essa si peritava, a dire; ma non gli riuscì di raccogliere altra parola.

Allora Marta fattasi animo, gli si accostò, e asciugandosi gli occhi col dosso della mano, gli disse:

«Giuliano, essa vuol forse pensare alle cose della chiesa.»

Il giovane, scosso alle parole della vecchia, le sbarrò gli occhi in viso; ondeggiò un istante; poi si avvicinò all'orecchio della madre e sommessamente le disse: «mamma, mi dica, forse…. se fosse qui il signor pievano….»

Fu come se in quel punto la signora avesse visto il più bel sole del mondo, innondare la camera di luce. «E sì—disse, facendo segno di volersi rassettare sul guanciale:—il pievano, il viatico, il Signore che ti benedica!»

Giuliano, manco pensando che il pievano avrebbe ghignato, a vederlo capitare da lui; si mise giù pel buio della scala, e fu nell'atrio in un lampo. Là si abbattè in don Marco, il quale partitosi dalla terricciuola di R…. appena finita la battaglia; in quattr'ore di cammino, per largo giro di monti, era riuscito alle spalle degli Alemanni; e veniva a preparare il cuore della signora Maddalena, all'improvviso ritorno del suo figliuolo.

«Come tu qui?—diss'egli, fermando Giuliano—dunque tu sapevi che gliAlemanni se ne fuggono, e che la guerra è finita?

«O maestro, mia madre muore! vada… la assista…. io corro pel viatico….» E ripigliò la corsa.

«Don Apollinare, Dio t'empia il cuore d'umiltà!» sclamò don Marco, dando a queste parole l'espressione dolorosa dell'animo suo, colpito dalla triste nuova; ed entrando in quella casa del lutto, trovò Marta discesa a torre i candelieri di sul camino della sala, per portarli disopra e porvi i torcetti della Candelara.

La vecchia vedendo il prete, fu lì per salutare in lui il pievano; ma ravvisato don Marco, fece le maraviglie e il saluto, più cogli occhi che colle parole; e diè di volta coi candelieri in mano, per portare alla padrona la consolazione di quella notizia.

«Dunque sta proprio male?—chiedeva don Marco tenendole dietro.

«Oh!—rispondeva la vecchia—tanto male! Si fermi qui un momento….»

Essa entrò, e aveva appena detto alla signora il nome di lui, ch'egli s'accostò al letto, dolce come venisse recando novelle dal paradiso.

«Sono venuto a pregare con lei:—disse all'inferma, che gli parve qualcosa di santo, cui bisognasse rivolgersi per averne la benedizione.

«Oh, don Marco—sospirava la povera donna:—ella e mio figlio, in questa notte! Che due consolazioni mi manda Iddio! Si avvicini, mi senta, io voglio confessarmi a lei.

Don Marco sin dai primi tempi del suo sacerdozio aveva smesso di confessare; ma al letto dei moribondi, sapeva porgere ascolto ai racconti del peccatore che parte, coll'umiltà del peccatore che rimane: e trovava parole, che davano al morente la certezza dell'altra vita. Egli si inginocchiò, prese una mano della signora tra la sue, e appoggiandovi sopra la fronte, disse con dolcezza: «parliamo dell'infinita bontà di Dio!»

Tecla e Marta s'allontanarono, e l'inferma cominciò a parlare del suo passato.

Frattanto Giuliano, giungeva in castello. Aveva messo a salirvi assai più tempo che non bisognasse; essendo il ponte e la via ingombri dell'ultime schiere di Alemanni; i quali premendosi gli uni dopo gli altri, e volgendosi addietro come avessero i Francesi alle reni, si arrampicavano anch'essi su pel colle. A lui poco importava a quell'ora, l'aspetto confuso di quella moltitudine; e quando potè sboccare per un rotto del muricciuolo, sul sagrato della chiesa, gli parve d'aver toccato il cielo. Lassù era un formicare da non potersi descrivere. Gli Alemanni sfilavano, tenuti un po' in ordine dalle piattonate degli uffiziali; e le bestemmie dette tra i denti, rispondevano agli spintoni, che nelle strette si davano gli uni cogli altri. Una donna ritta, sola, colle braccia spenzolate, più lì per cadere di sfinimento che viva, stava a vedere quel passaggio. Giuliano nello scantonare verso il presbiterio, quasi la toccò, senza badarle; e fermandosi ansante in fondo alla scala di don Apollinare, gridò: «signor pievano!»

«Chi lo vuole?» rispose di dentro la voce dolce di donna Placidia.

«Mia madre! Lo mandi a casa mia, mia madre muore.

«Chi siete, che madre dite?

«La signora Maddalena…! Lo mandi col viatico…! C'è laggiù donMarco….

«Oh che caso, Maria Santissima, che caso!—esclamò donna Placidia; e si levò frettolosa dalla finestra, mentre Giuliano senza attendere risposta, diede di volta correndo, a rifare la sua via.

Di certo egli non intese un altissimo grido, che in quel momento mandò la donna, vista e non ravvisata da lui arrivando; perchè, anche occupato com'era di sua madre, per la pietà si sarebbe fermato a offrire aiuto. E allora avrebbe trovato Bianca, la povera Bianca, che finita la sfilata degli Alemanni, senza che suo marito comparisse; appunto mentre Giuliano aveva detto a donna Placidia che la signora Maddalena era morente; essa vedeva passare il cavallo del barone, menato a mano da uno degli ultimi ulani, che chiudevano quella fuga notturna. Indovinò da sè che l'Alemanno era morto; provò spavento di non sentirsi uccidere dal dolore; le rimorse di provare un senso, come di chi apre la braccia alla libertà; le parve di destarsi da un sogno, d'essere tornata la fanciulla di pochi mesi innanzi; ma la chiamata di Giuliano a donna Placidia, fu come un urto ricevuto nel petto, che la ricacciò nell'abisso, da cui le sembrava di uscire. Rifinita, strozzata dall'angoscia, sola, si trascinò sotto il portico della chiesa, e là cadde, gettando quel grido, da diacciare il sangue addosso a chi l'avesse udito.

Ma in castello non v'era più anima viva, salvo che, donna Placidia; la quale non potè udire quel grido, perchè alla chiamata di Giuliano, si era messa in volta pel presbiterio, come persona che non sa dove dar del capo. Si sarebbe detto che cercasse il pievano, ma non era vero; sapendo essa che dopo aver cantato tutto il giorno in coro ilTe Deumper le armi vincitrici; avuto sentore della ritirata degli Alemanni, egli era montato sulla giumenta, e senza dire a lei nè ai nè bai, aveva preso la via del Monferrato. Essa l'aveva visto andare, senza dolersi di essere piantata a quel modo: e forse mentre Giuliano la chiamava, si preparava pregando a ricevere la morte dai Francesi. Ma ora che sventura era la sua! La signora Maddalena aveva bisogno di suo fratello, ed egli non v'era! Stata così un tratto a pensare il da farsi, rammentò che il giovane le aveva detto, che a casa sua v'era già don Marco; le parve d'uscir d'imbarazzo, e preso un lume, discese in sagrestia. Là aperto un armadio, ne cavò il libro delle preghiere, una stola, un amitto; s'avvolse con questo la destra, corse all'altare, s'inginocchiò; e parlando proprio di sentimento al Cristo inalberato là sopra, gli disse: «lo faccio a fin di bene…. laggiù vi è don Marco, e la povera signora Maddalena vi aspetta.» Si segnò, aperse il ciborio, vi spinse la mano avvolta nel pannolino…. tastò…. non v'era più nulla. «Oh Dio!—esclamò essa—eppure soldati qui non ce ne sono venuti! Oh il Signore non vuole che io commetta sacrilegio?» Spalancò gli occhi, un sudore freddo le lavò la faccia, e avendo pronunziate ad alta voce le ultime parole, udì rispondere dalle volte della chiesa: «sacrilegio.» Allora la sua mente fu per ismarrirsi; non vide più che fuoco: il ciborio, l'altare, il Cristo, tutto fuoco, anche l'amitto da cui le parve di sentirsi scottare; lo gettò, guardandosi attorno; e via, colla stola e col libro delle preghiere, fuggì per la chiesa, paurosa del rimbombo che i suoi passi facevano sulle sepolture… Non le parendo vero di toccar viva la porta, agguantò la grossa chiave; il terrore le diede forza di girarla nella serratura, e aperto un battente, si lanciò fuori come un fantasma.

Bianca che era là sotto il portico, si levò ginocchioni a quella vista, e giungendo le mani: «o Madonna—disse—vi ho tanto pregata!»

«O signora Bianca!—gridò donna Placidia, riconoscendo la giovane alla voce;—taccia per carità, che io non sono la Madonna! Sono io, e ho già troppo peccato…. m'aspetti qui un tantino, vado dalla signora Maddalena.

«Lasci venire anche me…. che io possa morire sulla sua porta…!—pregò Bianca, tendendo le mani dietro a donna Placidia, passata oltre: e levatasi, la seguì come una pazzarella, giù per la stessa china fatta da Giuliano.

Pareva che le due donne s'affrettassero per raggiungere il giovane; ma egli rientrava in quel punto nella camera della morente.

«Giuliano,—diceva don Marco vedendolo tornare:—tua madre ha qualche cosa da dirti.

«Dica, dica, mamma!—esclamò Giuliano; e correndo vicino al guanciale, si chinò quasi a toccar colla sua, la testa della povera donna.

«Oh, figlio mio,—diceva essa stentando;—non lasciarmi morire, senza avermi detto che cosa sarà della povera Tecla. Tu glie lo darai un poderetto dei nostri? Tu ne piglierai cura come fosse tua sorella?

«Sorella, figlia, donna; Tecla sarà per me quello che lei, madre, vorrà!

«Donna….? Tu la piglieresti per donna? Oh! ne sentirei la gioia fin nel sepolcro!»

Giuliano corse all'uscio, chiamò Marta e Tecla, e tornò a inginocchiarsi al guanciale della madre. Le due donne, che stavano nella stanza là presso, vennero e s'inginocchiarono anch'esse a piè del letto. Tra la signora Maddalena e il suo figliuolo, correvano occhiate lunghe; e in quel silenzio pareva che la madre facesse ancora al figlio qualche secreta raccomandazione. Alfine essa accennando alla fanciulla d'avvicinarsi, dalla banda del letto di contro a Giuliano, pigliò la destra di lei e le disse:

«Tecla, se un giorno sposerai un uomo di cui tu sei degna, ricordati delle cose che io diceva…. e pensa che io sarò sempre con te…. sempre. Giuliano ti benedico…. Marta amate, servite questa fanciulla: noi due saremo le prime a rivederci in cielo. Ma e il pievano non viene?

«Si dia pace!—entrò a rispondere, umile e quasi vergognosa donna Placidia, che arrivata in quel punto, era venuta da sè nella camera, colla confidenza che usano i preti in casa ai moribondi.

«O donna Placidia…,—disse la morente—guardi mio figlio come si affligge…! Giuliano, non vedi i nostri amici che vengono a trovarci?… E a momenti, sarà qui anche il pievano, nevvero?

«Signora Maddalena,—disse don Marco, che in quel mezzo aveva saputo da donna Placidia la fuga del pievano:—pensi ai mille morti che giacciono per i campi in faccia a questa casa: nessun prete gli ha visti, eppure essi sono già tutti nel seno di Dio!

«Oh sì! sì! li veggo!—mormorò la signora, cui l'immagine di tanti morti fece uscire di conoscimento:—quante palme, quante corone! Li veggo salire, salire, fin sopra le stelle; o benedetti, attendetemi; siete morti per ricondurmi mio figlio! Tecla, Giuliano…. li seguo…. li seguo! Oh…! che dolce morire!»

Cessò la voce, sorrise, rimase cogli occhi fissi; e ai bagliori di essi, don Marco indovinava gli spazi infiniti, in cui si sprofondavano quegli ultimi sguardi.

Allora donna Placidia pose la stola sul petto della moribonda, e porse il libro delle preghiere a don Marco, il quale dolcemente le accennò di star zitta.

La signora era entrata nell'agonia. Essa che aveva pensato sempre, con mesta dolcezza, al giorno in cui, udendo i rintocchi della sua agonia, tutta la gente del borgo, si sarebbe inginocchiata a pregare per lei; e in quel pensiero aveva goduto di non avere mai fatto male a nessuno: essa doveva partirsi dal mondo, mentre il villaggio era deserto! Ebbe pochi istanti d'affanno, pochi sospiri: disse ancora alcune parole rotte; poi le sue mani s'allentarono del tutto; la sua persona fece un moto, come per adagiarsi meglio; e finì quasi addormentandosi in un sonno tranquillo.

Don Marco s'avvide pel primo che essa era morta. Allora andò alla finestra, la spalancò e guardando il cielo, che già faceva l'aurora, disse: «o Maddalena, te beata, che ora almeno tu sali!»

A quelle sue parole, venne su dal piazzale un singhiozzo. Egli si curvò per vedere che fosse, chiedendo: «chi piange costaggiù?»

«Dunque anch'essa è morta?» rispose Bianca venuta dietro donna Placidia, e rimasta a piè dei gradini dell'atrio, tremante come si sentisse rea di quella morte.

«Essa vive!—proruppe don Marco, non riconoscendo quella voce:—ecco la sua glorificazione! Udite?» Così dicendo, volse la faccia verso l'alcova, tenendo le braccia tese fuori della finestra, la testa alta, la persona ritta che pareva ringiovanito. Un suono di strumenti guerrieri, un concento di migliaia di voci che cantavano l'inno dei Marsigliesi, si levava in quel punto dai campi Francesi così alto, così di sentimento, che la valle n'era commossa, come da qualche cosa di sovrumano.

Giuliano, caduto in tale stupore che pareva coll'anima nell'eternità; udendo i canti e i suoni Francesi avvicinarsi a invadere il borgo; provò uno spasimo grande, si levò ritto, baciò in fronte la madre, e uscì di casa a furia. Marta, che appena spirata la signora, presa da chi sa quale pensiero, era corsa mezzo soffocata dai singhiozzi, a nascondere gli schioppi del giovane in cucina; incontrandolo nella sala terrena così stravolto, ebbe nel suo dolore tanta forza di lodarsi della sua pensata. E provandosi a rattenerlo, corse dietro lui sin nell'atrio; ma là si fermò, per un'altra scena dolorosa, in cui a prima giunta non capì nulla. Vide donna Placidia che s'affaticava a trascinar una giovane, lontano da quella casa: e la giovane si difendeva, pregando per carità di essere lasciata lì, che essa non faceva male a nessuno. Ma appena spuntò Giuliano dall'atrio, parve che a colei fossero stati troncati i nervi; e cadde, poveretta, di sfascio gridando:

«Giuliano, Giuliano, per la morte di vostra madre, non mi maledite!»

Egli stette un istante, come colto da vertigine; si cacciò le mani nei capelli; fu per prorompere in un fiero lamento; ma fattosi forza, quasi avesse a rompere una catena che gli si stringesse ai polsi, tirò diritto senza dire parola. Gli pareva d'aver uno alle spalle, che gli gridasse: «cammina, va, piglia la via dei monti—le selve, le solitudini, il cielo…. là troverai tua madre!» E così senza scegliere, tirando innanzi come uno che si rimetta in una guida che non può fallire; traversò il torrente, guadagnò una vetta dell'opposta sponda, poi un'altra ed un'altra; salì, salì non sentendo fatica, non affanno di petto; e giunse in cima al più erto dei gioghi di Montenotte. Oh se avesse potuto struggersi, dileguarsi, svanire come ombra, lassù! Vi regnava una pace! Il mare splendeva poco lontano, azzurro, liscio, solitario; e gli parve che nulla di più bello dell'esser sepolto nel silenzio eterno di quei fondi. Ma spuntava dall'orizzonte una vela bianca, sottile, che procedeva come cosa impavida; il mare era bello, ma quella era la vita! Le foreste lì sotto a lui stormivano incurvate dal vento, mandando suoni di voci misteriose. Quelle foreste verdeggiavano, prosperavano da secoli, godevano forse; ma che lutto se pei loro folti non si fossero intesi i colpi delle scuri, i canti dei boscaiuoli, i tintinaboli delle mandre alla pastura! Giuliano ascoltava, contemplava sentiva il pregio infinito del poter vivere per onorare in sè stesso la madre morta; e nel cuore gli veniva la calma che i dolori dello spirito danno al sapiente.

Marta, da noi lasciata sbalordita nell'atrio, non ebbe bisogno di farsi dire chi fosse la giovine donna, gittatasi ai piedi del signorino. Essa l'indovinò alle parole di lei, all'atto di Giuliano; e lanciatasi nel piazzale coi pugni stretti, le si sfogò contro con voglia crudele.

«Coraccio di tigre! E ancora osa di venire a piangere qui? Dio, Dio di misericordia, sviatemi la mente da queste tristizie; ma non so chi mi tenga ch'io non la sbrani! Vada, vada a piangere altrove, che qui per lei non v'è posto..! vada, che del male che ci ha fatto, le ne chiederà conto Dio al suo tribunale!»

E così dicendo, dava sdegnosa le spalle alla giovane e a donna Placidia, trasecolata a quello scoppio d'ira della fantesca. Bianca presa dall'affanno, teneva gli occhi nella vecchia, che volgendosi bieca a guardarla ancora, tornava in casa. L'infelice si pregava di potersi umiliare tanto, che il disprezzo di quella donnicciola, le cadesse sul capo come dall'altezza d'un trono. Ma in quella usciva dall'atrio don Marco, dicendo a Marta: «Non così.. Marta… un po' di carità… la signora Maddalena non avrebbe detto tante brutte parole!» Egli, dalla camera della morta, aveva inteso Marta sclamare a quel modo; aveva capito che le parole di lei non potevano esser volte che a Bianca; e indovinato alla grossa il fatto, veniva a mescolarsi a quest'altro dolore.

Lo vide appena, e Bianca si levò in piedi, come le fosse rinata la speranza: ma la prima parola del prete, le tornò a stringere il nodo che le faceva l'angoscia.

«Bianca… come?—diceva egli—e tuo marito?

«È morto—rispose per essa donna Placidia:—lo hanno ucciso iFrancesi.»

Don Marco giunse le mani: stette pensoso un istante, forse dubitando che tanti guai non fossero possibili così a un tempo; forse avvisando a quel che poteva fare per la sventurata: poi disse a donna Placidia: «allora l'accompagneremo a suo padre.»

«Ah no…! no!—esclamò Bianca; ma il prete interruppe:

«E vorresti rimanere qui, dove gli infelici sono già tanti?»

Bianca chinò gli occhi, assentendo coll'animo al volere di don Marco: il quale rientrò in casa, a dire a Marta e a Tecla che non si movessero, che avrebbe raccomandata la casa ai Francesi amici di Giuliano; che sarebbe presto tornato; poi rivenuto a Bianca, se la prese in mezzo con donna Placidia, e mossero verso il vicolo, che metteva al ponte.

Arrivavano in quella i Francesi, sempre con quei suoni e con quei canti, scoppiati nell'istante che la signora Maddalena era spirata. Un corteo di cavalieri, raccolti a piè del colle su cui sorge il castello, parevano star a vedere i soldati, che andando a porsi a campo oltre il borgo, passavano dinanzi a loro, col trionfo negli occhi. Ma in verità, da quel posto, miravano la campagna e i colli, su cui avevano combattuto il giorno prima; maravigliati del come gli Alemanni avessero abbandonate le inespugnabili strette del borgo, e facendo i conti al sangue, che sarebbero loro costate per conquistarle.

Don Marco si accostò senza tema a quei cavalieri; e da uno di essi si fece dire qual fosse il capo.

«Siete il curato di questo borgo?—chiese questi con brusca maniera, vedendosi il prete dinanzi colle due donne.

«Io no—rispose don Marco—sono un prete di C… e venni ieri con quel giovane medico che serve i vostri feriti.

«Oh! appunto… egli è di questo borgo,—soggiunse il generale fatto umanissimo:—e la sua casa qual'è?

«Quella là:—rispose don Marco additandola—ma la madre del povero giovane, è morta che sarà mezz'ora.

«Capitano,—disse il generale, volgendosi ad uno dei cavalieri, che aveva di dietro:—pigliate quella compagnia là che viene, e ponetela a far la guardia alla casa di quel valentuomo.» Il cavaliero si spiccò al galoppo, a eseguire l'ordine del generale, il quale non dando tempo a don Marco di ringraziare, proseguì: «signor curato, quella casa sarà sacra per noi: e codeste donne sono forse parenti del vostro amico?

«No—rispose don Marco—questa è la sposa d'un uffiziale di cavalleriaAlemanno, che deve essere morto ieri.»

I Francesi si scopersero tutti il capo, guardando or Bianca pietosamente; ora uno dei loro compagni, che a quella novità si fece mestissimo. Egli era quel desso che aveva ucciso il barone. Ma di questo non si avvide don Marco, il quale stava paragonando tra sè con altrettanta mestizia, quei segni di rispetto dei Francesi, con quelli usati a Bianca dai compagni di suo marito: nè se n'avvide donna Placidia, che si tastava se era viva, non parendole vero d'essere dinanzi a quei mangiatori di carne umana, che non la facevano neanche calpestare dai loro cavalli: Bianca poi non era più il caso di badare a nulla, nè a vita nè a morte.

Intanto il generale, lasciato ad un altro uffiziale che servisse il prete e le due donne, in quel che loro potesse bisognare; mosse con tutta la brigata e salì in castello. Allora don Marco disse al cavaliero che egli aveva da ricondurre la giovane donna a suo padre, in C…: e subito colui gli trovò un carro da bovi, di quelli tolti nei villaggi della vallata, per le bagaglie; ed egli stesso si offerse d'accompagnarlo, con altri due soldati a cavallo. Così montati su quel carro, Don Marco, donna Placidia e Bianca; si misero in via alla volta di C…. muti, pensosi, tanto diversi dal gaio aspetto dei tre Francesi, da parere persone condotte a prigionia.

Attraversarono le case dell'altro vico lentamente, per la gran briga di soldati, che ingombravano la via; e appena usciti da quelle, cominciarono a vedere i primi morti, bocconi, supini, atteggiati nella guisa in cui la morte gli aveva colti. Ve n'erano che parevano addormentati dalla stanchezza, vicino ad altri attrappiti, travolti nelle sembianze ancora impresse dell'ira, che gli aveva agitati nell'ultima loro corsa. Quelli erano quasi tutti Francesi, caduti sulle soglie del borgo, dove avevano osato inseguir gli Alemanni; ma quando il carro, tirando innanzi fu nel bel mezzo dei campi dov'era stato il forte della battaglia; i morti delle due nazioni, giacevano quasi in ugual numero confusi tra loro. A un tratto il Francese accennò a donna Placidia di coprire il viso di Bianca. La quale le si era abbandonata col capo in grembo, e a misura che si allontanava da quei luoghi, le pareva di rinascere al suo antico amore; di poter ancora sperare. La sorella del pievano, capì il desiderio dell'uffiziale; e con una sua pezzuola coperse la faccia di Bianca, accusando il sole, che spuntava in quel momento. Giungevano appunto allora nel sito dove s'erano azzuffati i cavalli Alemanni e i cavalli Francesi; e già i due soldati cominciavano a parlare del fatto; ma l'uffiziale li fece star zitti, dalla tema che la giovane donna, capisse i loro discorsi. Il carro passò discosto pochi passi dal cadavere del barone; il quale giaceva ancora dove era caduto. I suoi grandi occhi erano aperti, e parevano fissi in chi passava; ma con uno sguardo pieno di pace e di noncuranza.

Don Marco guardò quel morto, e sentì dentro tanta pietà; che se Giuliano gli fosse stato vicino, avrebbe pensato d'essere compianto da lui meno che il barone. Donna Placidia lo vide anch'essa, e diè un'occhiata a Bianca, pensando alla propria gran ventura di non aver mai avuto il capo all'amore; e tornò a guardare piena di stupore pel campo. Qua e là costretti dai soldati Francesi, gruppi di contadini lavoravano a scavar fosse o a seppellire i morti; facendo così alla stracca che, anco da lungi, si capiva di che animo obbedissero. Del rimanente non v'era più nulla sulla terra o nell'aria, che portasse traccia degli ardimenti, delle ostinatezze, dell'ire della battaglia; un silenzio lugubre regnava per tutto, turbato soltanto dallo schiamazzo, che veniva a ventate dal borgo di D…; dove i repubblicani cominciavano a darsi spasso, e a far le satolle di roba alemanna.

Verso le quindici ore d'Italia, il carro che portava Bianca, vedova ed umiliata, alla casa paterna, giungeva sul ponte di C..; e alla vista dei Francesi che l'accompagnavano, i tre o quattro borghigiani curiosi che andavano a zonzo, cercando le notizie, si allontanarono paurosi. Don Marco ne provò la contentezza, di cui poteva essere capace il suo cuore trambasciato; e quando fu alla porta del signor Fedele, gli parve di aver finito la via crucis. Fatta discendere Bianca, aiutato da donna Placidia, la menò su per quelle scale, che essa aveva discese, l'ultima volta, felice. Ora la povera donna si lasciava tirar su da quei due, che parevano più afflitti di lei; ma quando furono all'uscio, e il prete tirò il cordoncino del campanello, e s'udì di dentro un rumor di passi, e sulla soglia comparvero il signor Fedele, la cieca, Margherita e il frate Anacleto, che s'era piantato in quella casa come fosse sua; si gettò nelle braccia del padre, quasi egli già sapesse tutta la sventura in cui era caduta, per cagion sua, e avesse bisogno d'essere perdonato.

«Che è stato? ahimè! Bianca, don Marco, come torni così? tuo marito dov'è?»—tempestò il signor Fedele, ingegnandosi di sciogliersi da Bianca.

«Il barone è morto!» disse don Marco.

«Morto!» proruppe il signor Fedele, e stese le mani come per afferrare qualcosa; diede il capo addietro, cogli occhi socchiusi; tremò: poi senz'altro che con un ruggito, cadde nelle braccia del padre Anacleto.

Allora fu uno scompiglio compassionevole. Il frate e don Marco, aiutati da qualcuno del vicinato corso alle grida, portarono il signor Fedele nel proprio letto. La cieca, Margherita e donna Placidia, trascinarono Bianca, nella camera più appartata della casa. Credevano esse che il signor Fedele si fosse soltanto smarrito, per l'improvviso dolore di vedersi la figliuola tornata a casa, in quel modo pietoso: e s'affaccendavano intorno a questa che pareva instupidita. Ma egli giaceva sul suo letto, uscito del tutto di conoscimento; il suo volto si era fatto pavonazzo, i suoi occhi erano aperti, ma nuotavano nel buio; le sue mani si facevano diacce; e del rantolo durato alcuni istanti, non gli avanzava che un filo di fiato. Don Marco, e il padre Anacleto, stavano in capo a quel letto, uno per parte; e di tanto in tanto levando gli occhi dal signor Fedele si guardavano tra loro. Ma il primo a riabassarli era sempre il frate, nel quale cominciava a entrare una gran confusione. A un tratto don Marco non perchè avesse perso ogni speranza di vedere l'infermo riaversi; ma pensando a quello che l'aspettava a D…., accennato al frate di seguirlo, si trasse con esso in disparte, sulla soglia della camera. E «padre,—gli disse dolcemente;—io vengo da D…. dove ho due morti da seppellire, il barone e la madre di quel Giuliano che ella conobbe; e torno laggiù. Mi pare che questa storia di guai non sia per finire così presto…. e se mai, le raccomando questo nostro amico. Prenda cura di questa famiglia…. lei ed io siamo oggi al nostro posto. Badiamo a non stancarci….»

Il frate chinò il capo, promettendo coi cenni di non allontanarsi da quella casa; e don Marco passò nella stanza dove erano le donne, colla sorella del pievano di D…. fattasi domestica con loro, in quel momento d'afflizione, quanto non la sarebbe divenuta in un anno. S'ingegnava di confortarle con una meravigliosa trovata, che le pareva d'aver fatto; dicendo che forse il barone era in quell'ora coi suoi commilitoni sano e salvo, e soltanto addolorato d'aver la sposa addietro, in man dei Francesi.

«No…. no…. non c'inganniamo,—disse don Marco, entrando appunto mentre donna Placidia diceva queste cose;—non ci inganniamo col rifiutare i dolori…. essi vengono un dopo l'altro, e non dobbiamo essere crudeli a noi stessi, cercando di allontanare un calice, che bevuto a poco a poco sarà più amaro. Maria, Margherita, coraggio…, alzate i cuori…. Bianca, tu sei vedova da ieri, e forse fra qualche ora sarai orfana anche del padre….»

Un urlo come di naufraghi che si veggano le acque alla gola, e sentano sotto le piante mancar la barca che affonda; potrebbe somigliarsi a quello che alle parole del prete, si levò in quella stanza. Egli non tentò neppure una parola di conforto; donna Placidia si sentì rimordere di non più trovare neanch'essa qualcosa da dire: e poichè dall'altre stanze furono corsi alcuni dei pochi venuti al soccorso; i due abbandonarono senza commiati quella casa dolorosa, per andare a quell'altra, dove sapevano da quali afflitti erano attesi.

«Bisogna farsi animo,—diceva il prete a donna Placidia discendendo:—noi due dobbiamo fare il viso fiero ai dolori, come questi bravi soldati, che non si sono mossi di qui.»

A don Marco veniva giusto il paragone, perchè i tre Francesi erano ancora col carro a quella porta; e da gente accostumata per mestiere alla dura obbedienza; pur lamentando l'indugio e il doversi stare a udire il piagnisteo che empieva quella casa; non s'erano scostati un passo. Sulle loro faccie, impresse dei segni vigorosi, stampativi dalla vita travagliata dei campi, non si vedeva punto curiosità di sapere quel che fosse avvenuto: ma dopochè il prete e donna Placidia furono rimontati sul carro, partirono mostrandosi lieti d'essere tolti da quella noia.

Affrettando col desiderio, il passo lento e rassegnato dei bovi; la piccola brigata giungeva a rivedere D… avendo tra l'andare e tornare fatte le venti e un'ora. Pel campo non si vedeva più anima viva; l'opera del seppellire era compiuta; e il corpo del barone era nascosto sotto uno di quei cumuli indistinti di terra, che qua e là rendevano il suolo ineguale. Ma entrando nel borgo, pareva di capitare in un altro mondo. I Francesi avevano cavato dalle canove le grasce, le farine, i vini, tutto il ben di Dio lasciatovi dagli abbondanzieri Alemanni; e dopo aver diluviato tutto quel giorno, e fattesi ognuno le provviste per altri due o tre da venire; sperdevano la roba, che a vedere metteva raccapriccio. Torme di avvinazzati andavano ciondoloni per le vie cantando; in castello suonavano le musiche intorno all'albero della libertà, piantato dinanzi la chiesa: e i pochi abitanti, che per vecchiaia o per non aver fatto a tempo a fuggire, erano rimasti; se ne stavano turati in casa, col cuore tra due sassi.

Don Marco pensò arrivando, che le ore dovevano essere parse assai lunghe a Marta ed a Tecla; e disceso dal carro con donna Placidia, corse difilato alla casa di Giuliano, quasi senza ringraziare i Francesi della buona compagnia avuta. Appena fu sul piazzale diede un'occhiata all'atrio, e vide l'uffiziale messosi a guardia sulla cassapanca sin dal mattino, fermo a quel posto. Gli si allargò il cuore per la certezza, che niuno poteva aver turbato la pace religiosa, che si conveniva a quella casa; e diede una stretta di mano riconoscente al Francese, che entrò con lui e con donna Placidia, nella sala terrena. Là Marta, aiutata da parecchi altri uffiziali amici di Giuliano, finiva d'ornare la morta, già bella e vestita del saio, e adagiata dentro la bara. Tecla accompagnava collo sguardo l'opera della vecchia, come persona che non sa perchè sia lasciata al mondo. Don Marco stupì di vedere a quel segno la mesta bisogna; ed uno dei Francesi, che riconobbe appunto per quello da lui inteso il dì innanzi, con piacevolezza domestica parlar a Giuliano; gli si fece incontro e gli disse:

«Spero che l'amico nostro, mi scuserà d'aver fatto fare questa bara, da due dei miei soldati….

«Ma, e di Giuliano sa nulla?—-venne interrompendo Marta—Poveri noi, va a finire che da un'ora all'altra sentiamo che anch'egli è morto…!

«Oh! no…. Marta;—rispose don Marco—i forti addolorati cercano la solitudine….

«Come i leoni del deserto:—aggiunse il Francese. A cui don Marco:

«E il vostro Generale, ci concederà di fare i funerali?

«Anche a questo ho pensato:—rispose il Francese;—e il generale mi ha detto che farà onorare dall'esercito, la madre di quel valente giovane, che io gli presentai pel primo; e il trasporto sarà fatto da quattro soldati dei nostri.

«Che Dio lo benedica!—esclamò don Marco; e poi volgendosi a donna Placidia:—allora, troveremo qualcuno, che ci aiuti in chiesa a far quel poco che potremo.

«Oh! per codesto basto io:—rispose donna Placidia:—solo che mi si accompagni lassù, lasci fare a me.

«La accompagnerò io stesso;—disse il Francese: e rimasti d'accordo con don Marco, che il corteo funebre si sarebbe mosso di là a mezz'ora; si avviò al castello con donna Placidia, che andava innanzi confidente e sicura, come fosse stata con suo fratello. Giunta lassù, fece le meraviglie di vedere la chiesa non rubata, il presbiterio non saccheggiato. Non poteva capacitarsi, che quei soldati diavoli in carne, che pur avevano lanciato qualche motto a veder la sua gonna passare in mezzo a loro, fossero così rispettosi; e accomodandosi con alcuni di essi assai bene, mise a segno meglio che potè le cose del funerale; fece scoperchiare la tomba della famiglia di Giuliano; poi ne mandò due a dare nelle campane a morto.

Allora, giù nella casa di Giuliano, si fece folla di soldati, e di borghigiani, tornati alla notizia dolorosa, quasi fosse stata pegno di pace tra loro e i Francesi: e la bara partì, portata sulle spalle poderose di quattro soldati. Seguita da don Marco, da Marta, da Tecla, e da una processione che la più lunga non si era mai veduta; la morta, col capo scoperto su d'un guanciale, pareva salire al trionfo verso il castello. Al suo passaggio tacevano le clamorose brigate, si scoprivano, e si mettevano nel corteo: e intanto le campane, proseguivano a mandar lontani nei monti, i loro suoni lugubri, a turbare, a commovere, a mettere in pensieri i borghigiani fuggiti, che ignoravano per qual morto suonassero i funerali.

Ma non l'ignorava Giuliano, il quale andato errando di montagna in montagna, riveniva per selve e burroni al mesto richiamo; e dirigendosi a corsa verso la chiesa, giungeva che le benedizioni erano state fatte da don Marco, la bara già calata nel sepolcro, e udiva ancora la pietra di questo ricadere, sonando cupa, nella incastonatura.

«Per carità, un momento!» gridò egli, fendendo colle braccia la folla; ma arrivato a fatica dove don Marco, donna Placidia, Marta e Tecla, si erano inginocchiati a dire l'ultime preghiere; cadde vicino al prete, baciò la lapide e rimase con essi a pensare in silenzio.

Marta provò vedendolo un gran sollievo, il cuore di Tecla si turbò, e don Marco e donna Placidia scambiavano tra loro sguardi pietosi.

Intanto l'uffiziale Francese che si adoperava in quei fatti, come fosse uno della famiglia di Giuliano; faceva sgomberare la chiesa dal popolo e dai soldati, parendogli che il raccoglimento di quelle persone, fosse cosa da non essere vista da tanti. Indi venuto a lato del giovane, lo toccò leggermente nella spalla e gli disse: «ora vi prego di venir via; il vostro dolore sarà grande altrove quanto qui, e eterno; però non deve essere noto che a chi l'intende…

«Sì—rispose Giuliano—andiamo a nasconderlo altrove.»

E a braccietto dell'uffiziale, seguito da don Marco, che accompagnava Tecla e Marta, uscì di chiesa avviandosi giù dal colle. Donna Placidia, non volle più staccarsi da quel suo posto, dove le pareva che qualcuno, o lei o il pievano, avesse il dovere di stare; e li salutò, per tornare nel presbiterio, a farvi gli onori di casa ai Francesi, che già vi si erano posti a lor agio, senza la licenza di lei.

Come la comitiva fu al piano, ed ebbe passato il ponte, l'uffiziale fece segno di voler tirare innanzi verso la casa di Giuliano. Ma questi gli disse: «amico, ho pensato…. ho deciso: accompagnatemi ancora un tratto con queste donne, e lei don Marco, mi perdoni, ma ho bisogno di lei sin lassù, alla cappella di San Giovanni.

«Per me ti seguo sin dove ti pare:—rispose il prete, cui parve di indovinare il pensiero che il giovane volgeva in mente; e senz'altre parole, si misero per una viuzza, attraverso ai vigneti dei poggi, che sorgono baldanzosi a sinistra del borgo.

La cappelletta cui accennava Giuliano, si vede tuttavia su d'una vetta, ombrata ora da una quercia, che per farsi gigantesca com'è in suolo arido e magro, deve essersi nudrita dei molti Francesi e Alemanni, caduti là intorno, la vigilia di quel dì. Perchè sin là appunto si era stesa l'ala destra dell'esercito imperiale; là era stato uno dei più stretti gruppi della battaglia; ma a quell'ora anche là era scomparsa ogni traccia di lotta; e soltanto ne rimanevano i segni nella porta della chiesuola sfondata, e negli arredi sconvolti.

«Io vi ho fatto venir qui,—disse Giuliano al Francese, che a quelle parole parve riscotersi da un sogno, essendo venuto su pel colle, pensando alle cose del giorno innanzi:—io vi ho fatto venir qui, perchè mi siate testimonio, che io dinanzi a Dio e a questo mio maestro, offro la mia vita a questa fanciulla, se essa si contenta d'essere donna del figlio di quella santa, che l'ha tanto amata….

«Tecla, vuoi essere sposa di Giuliano?—chiese don Marco, brillando nelle pupille d'una gioia divina, alla giovinetta rimasta lì quasi trasfigurata. Essa chinò gli occhi e all'atto della persona e al rossore di cui si tinse, parve rispondere: «ecco, o Giuliano, la vostra ancella.»

Don Marco prese le mani dei due giovani, se le strinse al cuore e disse: «Figliuoli, Gesù è morto da diciotto secoli promettendo vicino il regno de' poveri. Se il regno de' poveri è cosa di questo mondo; tu, o Giuliano, che hai capita la parola di Gesù, e tu Tecla che hai visto adempiersi in te la sua promessa; ricordatevi che al mondo vi sono molti afflitti, che ne aspettano dai felici il compimento per tutti.

«Ed ora addio Tecla,—disse Giuliano stringendo tra le sue le mani della giovinetta:—tu starai nella casa di nostra madre, finchè io tornerò. Marta, voi servirete la mia sposa, come serviste mia madre: lei don Marco, se vuol farmi un gran bene, stia con queste due creature, finchè i tempi sieno più quieti.

«Ma e tu?—chiese don Marco con ansia.

«Io vado alla casetta, dove mia madre sperò di vivere con me qualche tempo. Tornerò di laggiù, quando lo spirito di lei mi consiglierà a farlo. No… no… maestro, Marta… nessuno mi contrasti con preghiere… io debbo andare. E voi—soggiunse volgendosi al Francese:—proteggete la mia casa, e pregate per me il generale a proteggere il mio povero borgo.»

L'ufficiale non potè rispondere se non con uno sforzo, per far il viso fiero; tanto per non mostrare la tenerezza, che si sentiva dentro a quello spettacolo.

Ancora pochi detti, poche raccomandazioni, pochi sguardi d'intelligenza tra quelle anime; poi don Marco si pigliò Tecla e Marta una per lato; il Francese gli tenne dietro e si misero a discendere il colle.

Giuliano li accompagnò collo sguardo giù per la china, fin che furono giunti nell'atrio della sua casa che si vedeva di lassù assai bene. Quando essi si volsero a cercare cogli occhi, s'egli fosse ancora sopra quella vetta, lo videro sparire scendendo dall'altra china. Il suo ultimo sguardo si era posato su due tetti di D…; quello di Tecla fatta sua, e quello della chiesa parocchiale, sotto le cui volte posava sua madre.


Back to IndexNext