CAPO II.LE STREGHE.
Le femmine sono destinate a dividere i beni e i mali concessi agli uomini, quindi anche ad esse fu largheggiato il tesoro delle scienze occulte, furono o streghe, o fate, o indovine, e ammaliatrici sempre. In diverso modoesse venivano iniziate in quest'arte o per allettamento de' genj malefici, o per affetto diviso coi maghi: nè son frottole: svolgiamo la storia, e che storia! è tutta scritta ne' libri.
Le donne non furono per lo passato troppo sollecite per gli studj: esse non si curavano molto di libri e di lettura: è il nostro secolo che le vuole sapienti; esse agognano all'usbergo di Minerva, forse perchè gli uomini ghermirono talora il cinto di Venere. Perciò non capitavano fra le mani alle donne de' tempi andati libri magici ove apprendere ad evocare gli esseri malefici, a stringere con loro alleanza. Però non isfuggirono la seduzione; esse hanno un'altra allettativa per gli uomini e fino pel diavolo, quella della bellezza: questa strinse spesso gli spiriti d'averno a inchinarsi al loro piede e legarle: umana natura femminile! fucreata per essere sedotta o dai serpi o dai demoni, più spesso dagli uomini.
Lo spirito Cerbero in persona fece strega Maria Martin, la condusse al Sabbath, al quale volle per galanteria presiedere egli stesso; le era prodigo di doni, ed andava a lei ogni volta che col digiuno lo evocava: la slealtà di un fattucchiero che era a parte de' segreti di lei, la scoprì, e presa dal tribunale di Mondidier, ella confessò queste galanterie, poiché se le trovarono sul corpo segni di tatuamento. Però quel crudele di Cerbero non le fu un amante fedele come Romeo, e non andò a soccorrerla, quando ai 25 giugno 1586 venne impiccata: s'accontentò di ghermirne lo spirito.
Vi ebbero altri folletti, parimenti cortesi damerini; uno tutto garbato accompagnava sempre Maria Naguille al Sabbath presso un bosco a Pagole: quando era l'ora di rendersi alla festa, ei si avvicinava alla finestra della camera di lei, la apriva per avvertirla, e poiché Maria s'era unta colla propria madre, ilgalante se le pigliava sotto braccio, e viaggiavano bellamente per l'aria; finito il congresso le restituiva alla propria stanza. La giovanotta aveva sedici anni, e imprudente, fra i pizzichi della tortura, palesò questi suoi segreti.
Nè questi amanti erano avari colle streghe; davano loro dei buoni denari, come usò uno con Giovanetta Grazianne, che sedusse apparendole innanzi vago per sei belle corna in testa, e un bel pugno d'oro; sulle prime la schifiltosa non si arrese, sicché il tristanzuolo, che a forza tentò condurla al Sabbath, fu costretto lasciarla alla porta della stanza a Sibour; ma infine sì la persuase, che fece intera professione di magìa, e fu fra quelle giovinette a sedici anni, che sul principio del secolo XVII perirono arse come fiori sopra cocente arena.
Però anche le streghe facevano ogni lor potere per apparire avvenenti al demone: Giovanetta Viscard era zoppa, e quando si appresentava a lui, perchè non vedesse il suoclaudicare, faceva salti e capitomboli, e l'altro credulo come sono tutti gli innamorati, la teneva lunga tutta ad un modo, si tramutava in montone, sorte degli amanti, e se la portava al Sabbath sulla propria groppa.
In questo congresso poi quello che presiedeva era più cortese colle streghe che coi maghi, e s'intende colle streghe giovani; lo confessò Giovanna Horpilopis, che di 14 anni presa in prigione nel 1603 rivelò i misteri di queste galanterie.
Però lo spirito più galante di tutti era quello che corteggiava Giovanna Harvilliers, la quale condotta dalla madre al Sabbath di dieci anni, fu arsa a Compiegne nel primo aprile 1578, dopo che per cinquant'anni, quando il desiderava, aveva la compagnia del suo fedele: esso poi andava a lei tutto elegante, a cavallo, con stivali, speroni e spada al fianco. Eppure non la soccorse quando fu condotta al fuoco: forse quei cinquant'anni di servitù gli parvero bastante testimonianza d'amore per non cercare di aumentarli, e chi saquanti all'udire questa storia invidiano il servente della povera Harvilliers.
Dove sono amori e galanterie, vi sono le piccole burrasche, ed è naturale che anche fra le streghe e i diavoli si scambiassero, come fra Laura e Petrarca, dolci ire, dolci sdegni e dolci paci.
Lo spirito della fattucchiera Lescoriere prese gelosìa perchè una volta essa mancò al Sabbath: si tramutò in gatto, le salì sul letto, e tanto le diede peso sul petto che quasi la soffocò. Un'altra volta la mise a colpi di pietra.
Maria Gastagnalde invece meritò molte busse dal suo genio perchè aveva rivelati alcuni segreti del Sabbath, e sì la ruppe nella persona, che i segni delle percosse valsero a testimonianza perchè fosse condannata nell'anno 1608.
A rossore degli amanti colle corna e senza, conviene narrare la viltà del folletto Lizabet colla strega Antide Collas. La poveraccia fu presa nel 1599, e siccome il processo andava alla peggio, essa chiamò in soccorso il suo alleato: questi andò a visitarla, e la consigliò o a gittarsi dalla finestra o ad impiccarsi; tenero amante! nè volendo acconsentire le diede molte busse: e la sgraziata morì al fuoco, e non fu l'ultima abbandonata nella sventura.
Però, storico veritiero, e per non avere qualche sfida da creature prepotenti, convien dire cho questo abbandono non era per durezza o per viltà; ma perchè stava fra i riti della scienza occulta, che lo spirito potesse andare a consolare in qualunque modo una strega o un mago, quando era in potere della giustizia, ma nè liberarla, nè soccorrerla nel processo. Vedete che astuto canone! pare proprio trovato per non vedere la contraddizione fra la potenza attribuita ai maghi e i loro patimenti.
Tutte le associazioni del mondo da quella de' sacerdoti egiziani, fino a quelle delle streghe, hanno forme di ricevimenti, iniziatura, perchè gli uomini non sanno fare nulla senza cerimonie; gridano alla libertà, e s'avvolgono continuamente di ceppi.
I maghi solitamente, umana fralezza! s'innamoravano, e come è solito degli amanti che dividono colle belle i beni e i mali della vita, insegnavano loro la stregoneria: avevano con esse comuni i servigi degli spiriti, e più di sicuro la prigione e il rogo.
Tanto avvenne a quella Madalena Mendoze che Goffredi amoreggiò, fece strega e condusse al Sabbath. Anche Giovanna Belloc confessò che un fattucchiero la menò al congresso nel 1609, e fu presente a un ballo in maschera.
Più sovente erano donne che iniziavano le altre in questi misteri: esse conducevano al Sabbath le amiche e le figlie. Dojartzbal, giovanestrega di quindici anni, che per suo meglio si convertì e fuggì la mala ventura, confessò d'essere stata presentata al Sabbath da una strega che era in prigione: essa l'andava a pigliare al letto ove dormiva presso sua madre, e poneva intanto in sua vece un fantoccio che parlava.
Altre ho già ricordate, ma la più operosa nel procacciare adepte alla magia fu Bensozia; costei radunava in una società le dame, ed ivi le metteva in amicizia cogli spiriti, facevano congreghe e viaggi per l'aria sopra bestie alate. Fu tanto universale questa opinione nelle Gallie, che si credeva che tutte le donne fossero della compagnia de' viaggi aerei. Bensozia pare un'antica fata, ma in tempi più recenti era considerata come un nome di associazione di streghe.
Però quando una femmina era condotta al Sabbath, non diveniva subito strega senz'altra cerimonia; conveniva fare il ricevimento: era una delle varie scene di quella festa strepitosa.
Si radunavano in un lato del campo delcongresso le streghe e i maghi che doveano prendere parte alla cerimonia, si faceva un cerchio, e in mezzo si collocava assisa la nuova adepta, presso il tripode ove stava il demone tramutato in caprone. Il mago o la strega che aveva condotta la novizza, le dava alcuni precetti di magìa, le ricordava le obbligazioni che assumeva, la faceva abbjurare alle antiche credenze: ella aderiva con tremendi scongiuri, si alzava un grido d'applauso, il presidente la dichiarava laureata in istregoneria, e la nuova alunna festante volava fra folletti, rospi e fattucchieri a prendere parte a tutti i tripudj della congrega.
Non mancarono alla compagnia gli iniziati: ogni strega prometteva talvolta al Sabbath di offrire qualche fanciullo all'ara di maestro Leonardo, o se non riesciva a rubare un ragazzo altrui, doveva presentarne uno proprio.Si offriva in solenne congresso al maestro, ed egli o il suo luogotenente Giovanni Mullin assegnava al fanciullo due santoli, i quali traevano innanzi, e sul gran libro nero rinunciavano in nome del figliuoletto alle antiche credenze. Dopo Leonardo lo segnava col proprio corno nell'occhio sinistro, segno che lo indicava ammesso all'iniziatura, e che teneva finchè non era compiuta.
Questa era posta nell'avere cura dei rospi che erano i cavalieri delle streghe al Sabbath; l'iniziato doveva in alcuni giorni stabiliti, vegliargli sulla riva di un lago con una bacchetta bianca. Spacciatasi con diligenza di questa faccenda, e resane ragione in adunanza a maestro Leonardo, esso conferisce loro il desiderato grado, col corno gli fa un altro segno sulla schiena, gli imprime o una lepre o la zampa di un rospo o di un gatto nero, ed è proclamato stregone, ed ammesso a tutti i misteri della scienza occulta. Se invece quei marmotti si mostrano in quella bisogna inabili al grande magistero della magìa, sonomessi a fette, e molte volte cotti e imbanditi al banchetto delle streghe.
Le streghe erano da meno de' maghi nella potenza e nella scienza delle cose occulte, perciò anche i sussidj che avevano non erano nè onnipossenti, nè eletti come quelli de' primi: esse erano prive della bacchetta e del libro, e quindi per operare la propria arte cogli altri, usavano mezzi più faticosi. Avevano però alcuni strumenti e ajuti che valevano specialmente pei proprj servigj, invece degli spiriti che i maghi potevano chiamare ad ogni loro talento: vedremo questi poi; ora i soccorsi delle streghe.
Non vi ha donna senza profumi odorosi, non vi era strega senza unguenti. Tutte avevanoil loro vaso d'unguento che componevano in alcuni Sabbath, mescolando in una grande caldaja l'adipe dei fanciulli, erbe malefiche, mandragora, pietra neufite, e tutto bollivano a un fuoco suscitato dall'averno.
Con questo unguento la strega si unge, e pronunciando parole a lei sol note si tramuta nell'animale che più le aggrada; quindi esce di casa prendendo la via delle finestre, spesso quella del fumo pel cammino, corre i boschi, le città, va alle congreghe, a molestare mezzo mondo. Per isciogliere la forza dell'unguento e ritornare alla prima forma, abbisognavano alcune parole od altri unguenti che dovevano usarsi da mani soccorritrici e dalle streghe stesse.
La forza di questi unti misteriosi non valeva solo per le streghe, ma anche per qualunque cosa o persona che li toccassero: una scopa intrisa nell'unguento di una strega prendeva il volo; un uomo che lo adoperasse, mutava forme, e veniva a parte ai privilegj della magìa.
Giraud racconta che ad un uomo cadde sospettosua moglie fosse una strega: la tenne d'occhio, e la vide ungersi, trasformarsi in un uccello e partirne a volo, nè ritornare che alla mattina. Resa alle prime sue forme, il mariuolo volle che la moglie gli rivelasse il suo segreto, e perchè la cattivella vi si accomodava di mal animo, la costrinse con un bastone a manifestargli ogni cosa. Allora desiderò egli pure di vedere il Sabbath, si unse e vi fu; ma poste le mense, siccome non gli erano imbandite che vivande insipide, dimandò del sale, ed essendogliene dopo gran tempo portato, l'inesperto ed imprudente disse: — Sia ringraziato Iddio. — Allora udì un grande strepito, disparve il congresso, e il tapinello si trovò solo in mezzo a una montagna più di trenta leghe lungi dal suo paese; se non che per poca prudenza di lui, saputo l'occorso dall'inquisizione, il fece prendere e il mandò lungamente pentito della propria curiosità.
Più dura fu la penitenza che toccò a quel curioso di cui narra Apulejo: alloggiava in Bologna in casa una strega; gli punse vogliadi prendere parte a' segreti di lei, e sedotta la conscia fantesca, è ammesso nella stanza degli unguenti: se ne spalma la persona, ma invece di prendere quello che lo mutava in un uccello grazioso, capita nel vaso che il converte in un asino: lo sgraziato s'accorge del suo danno, vuole domandare ajuto, ma la parola se gli converte nella strozza in un bel raglio. Giunge la fantesca; per ridurlo alle prime forme, si volevano delle fresche rose, ma intanto che correva per esse nacque un tal trambusto, un venire di ladri, uno accorrere di genti, che il nuovo asino fu condotto altrove.
Ora pensi chi ha cuore qual fosse la passione di un uomo convertito in asino, e che sapeva di esserlo; caso forse unico. Errò a lungo nelle mani de' ladri, di mugnaj, di contadini, fu posto ad ogni corruccio; cercò per molti anni di correre alle rose quando le vide ne' giardini, sulle siepi, innanzi alle immagini e fino sul petto delle belle, e acquistò sciagure e busse non poche, finchè non giunse a porre la bocca al pasto desiderato. Questa disgrazia fece forsemolti canti; pare che anche le rose abbiano perduta la loro virtù.
Misera condizione del sesso debole! Sempre disparità di privilegi coll'uomo fino nella magìa: invece della bacchetta, alle streghe era concesso il manico della scopa. Questo vile arnese di casa, questo scettro delle fantesche era l'amico dello streghe. Esse potevano ad ogni loro piacere convertirlo in un serpe volante, in un quadrupede, in un uccello; vi si ponevano a cavallo e le trasportava lesto per l'aria ove desideravano; con questo viaggiavano specialmente al Sabbath.
Alcune streghe usavano del manico della scopa come di una bacchetta magica, e Cardano dice avere veduta una che uccise un figlio toccandolo solo al dorso col manico della scopa. È facile comprendere che questo fatto può esser vero, e se di quel manico ne fossetoccato per avventura sul dorso anche al credulo filosofo, avrebbe sentito di qual peso era la magìa della strega.
Però anche i maghi talvolta non isdegnavano scendere a questo vile arnese. Guglielmo Edeline confessò di essersi reso al Sabbath a cavallo di una scopa: erano come i nostri cavallerizzi, che nella campagna non isdegnano mutare il somarello col cavallo arabo.
Da quanto fu riferito è agevole comprendere, che poi non era una gran faccenda il diventare strega; poco meno che diventare dottore. Di fatti crescevano in ogni nazione come la gramigna: in Italia tutte le città numeravano le proprie streghe; solo a Parigi al tempo di Carlo IX ve ne ebbero trentamila, e regnando Enrico III si computava ve ne fossero solo in Francia centomila. Si accusavano, si dava loro la tortura e crude pene, ea frotte si mandavano sui roghi; anche la piazza de' tribunali a Milano risplendè sovente di questa fiamma; e quelle streghe che avean tanto potere da sconvolgere il mondo, sopportavano tutti que' tormenti, nè valevano a liberarsi, nè a prendere vendetta.... Eppure l'eloquenza di questi fatti non giunse a persuadere gli uomini che le erano tutte follìe! argomentate da un solo esempio l'utile della diffusione dei lumi.