ATTO QUINTO.

[350]su le[351]Obbedienza[352]ei fia[353]Obbedisco[354]guata[355]guati[356]Egli[357]fra[358]su lo[359]un’orma[360]intendi

[350]su le

[350]su le

[351]Obbedienza

[351]Obbedienza

[352]ei fia

[352]ei fia

[353]Obbedisco

[353]Obbedisco

[354]guata

[354]guata

[355]guati

[355]guati

[356]Egli

[356]Egli

[357]fra

[357]fra

[358]su lo

[358]su lo

[359]un’orma

[359]un’orma

[360]intendi

[360]intendi

GUNTIGI.Fedeltà?[361]—Che il tristo amicoDi caduto signor, quei che, ostinatoNella speranza, o irresoluto, stetteCon lui fino all’estremo, e con lui cadde,Fedeltà! fedeltà! gridi, e con essaSi consoli, sta ben. Ciò che consola,Creder si vuol senza esitar.—Ma quandoTutto perder si puote, e tutto ancoraSi può salvar; quando il felice, il sirePer cui Dio si dichiara, il consacratoCarlo un messo m’invia, mi vuole amico,M’invita a non perir, vuol dalla causaDella sventura separar la mia...A che, sempre respinta[362], ad assalirmiQuesta parola fedeltà ritorna,Simile all’importuno? e sempre in mezzoDe’[363]miei pensier si getta, e la consultaNe turba?—Fedeltà! Bello è con essaOgni destin, bello il morir.—Chi ’l dice?Quello per cui si muor.—Ma l’universoSeco il ripete ad una voce, e gridaChe, anco mendico e derelitto, il fidoDegno è d’onor, più che il fellon tra gli agiE gli amici.—Davver? Ma, s’egli è degno,Perchè è mendico e derelitto? E voiChe l’ammirate, chi vi tien che in follaNon accorriate a consolarlo, a fargliOnor, l’ingiurie della sorte iniquaA ristorar? Levatevi dal fiancoDi que’[364]felici che spregiate, e doveSta questo onor fate vedervi: alloraVi crederò. Certo, se a voi consiglioChieder dovessi, dir m’udrei: rigettaL’offerte[365]indegne; de’ tuoi re dividi,Qual ch’ella sia, la sorte.—E perchè tantoA cor questo vi sta? Perchè, s’io cado[366],Io vi farò pietà; ma se, tra[367]mezzoAlle rovine altrui, ritto io rimango,Se cavalcar voi mi vedrete al fiancoDel vincitor che mi sorrida, alloraForse invidia farovvi; e più v’aggradaSentir pietà che invidia. Ah! non è puroQuesto vostro consiglio.—Oh! Carlo anch’egliIn cor ti spregerà.—Chi ve l’ha detto?Spregia egli Svarto, un uom di guerra oscuro,Che ai primi gradi alzò? Quando sul voltoQuel potente m’onori, il core a voiChi ’l rivela? E che importa? Ah! voi voleteSparger di fiele il nappo a cui non puoteGiungere il vostro labbro. A voi dilettaVeder grandi cadute, ombre d’estintaFortuna, e favellarne, e nella vostraOscurità racconsolarvi: è questoDi vostre mire il segno: un più ridenteSplende alla mia; nè di toccarlo il vostroVano clamor mi riterrà. Se bastaI vostri plausi ad ottener, lo starsiFermo alle prese col periglio, ebbene,Un tremendo io ne affronto; e un dì sapreteChe a questo posto più mestier coraggioMi fu, che un giorno di battaglia in campo.Perchè, se il rege, come suol talvolta,Visitando le mura, or or qui mecoSvarto trovasse a parlamento, Svarto,Un di color, ch’ei traditori, e CarloNoma Fedeli.... oh! di guardarsi indietroNon è più tempo: egli è destin, che peraUn di noi due; far deggio in modo, o Veglio,[368]Ch’io quel non sia.

GUNTIGI.Fedeltà?[361]—Che il tristo amicoDi caduto signor, quei che, ostinatoNella speranza, o irresoluto, stetteCon lui fino all’estremo, e con lui cadde,Fedeltà! fedeltà! gridi, e con essaSi consoli, sta ben. Ciò che consola,Creder si vuol senza esitar.—Ma quandoTutto perder si puote, e tutto ancoraSi può salvar; quando il felice, il sirePer cui Dio si dichiara, il consacratoCarlo un messo m’invia, mi vuole amico,M’invita a non perir, vuol dalla causaDella sventura separar la mia...A che, sempre respinta[362], ad assalirmiQuesta parola fedeltà ritorna,Simile all’importuno? e sempre in mezzoDe’[363]miei pensier si getta, e la consultaNe turba?—Fedeltà! Bello è con essaOgni destin, bello il morir.—Chi ’l dice?Quello per cui si muor.—Ma l’universoSeco il ripete ad una voce, e gridaChe, anco mendico e derelitto, il fidoDegno è d’onor, più che il fellon tra gli agiE gli amici.—Davver? Ma, s’egli è degno,Perchè è mendico e derelitto? E voiChe l’ammirate, chi vi tien che in follaNon accorriate a consolarlo, a fargliOnor, l’ingiurie della sorte iniquaA ristorar? Levatevi dal fiancoDi que’[364]felici che spregiate, e doveSta questo onor fate vedervi: alloraVi crederò. Certo, se a voi consiglioChieder dovessi, dir m’udrei: rigettaL’offerte[365]indegne; de’ tuoi re dividi,Qual ch’ella sia, la sorte.—E perchè tantoA cor questo vi sta? Perchè, s’io cado[366],Io vi farò pietà; ma se, tra[367]mezzoAlle rovine altrui, ritto io rimango,Se cavalcar voi mi vedrete al fiancoDel vincitor che mi sorrida, alloraForse invidia farovvi; e più v’aggradaSentir pietà che invidia. Ah! non è puroQuesto vostro consiglio.—Oh! Carlo anch’egliIn cor ti spregerà.—Chi ve l’ha detto?Spregia egli Svarto, un uom di guerra oscuro,Che ai primi gradi alzò? Quando sul voltoQuel potente m’onori, il core a voiChi ’l rivela? E che importa? Ah! voi voleteSparger di fiele il nappo a cui non puoteGiungere il vostro labbro. A voi dilettaVeder grandi cadute, ombre d’estintaFortuna, e favellarne, e nella vostraOscurità racconsolarvi: è questoDi vostre mire il segno: un più ridenteSplende alla mia; nè di toccarlo il vostroVano clamor mi riterrà. Se bastaI vostri plausi ad ottener, lo starsiFermo alle prese col periglio, ebbene,Un tremendo io ne affronto; e un dì sapreteChe a questo posto più mestier coraggioMi fu, che un giorno di battaglia in campo.Perchè, se il rege, come suol talvolta,Visitando le mura, or or qui mecoSvarto trovasse a parlamento, Svarto,Un di color, ch’ei traditori, e CarloNoma Fedeli.... oh! di guardarsi indietroNon è più tempo: egli è destin, che peraUn di noi due; far deggio in modo, o Veglio,[368]Ch’io quel non sia.

GUNTIGI.

Fedeltà?[361]—Che il tristo amico

Di caduto signor, quei che, ostinato

Nella speranza, o irresoluto, stette

Con lui fino all’estremo, e con lui cadde,

Fedeltà! fedeltà! gridi, e con essa

Si consoli, sta ben. Ciò che consola,

Creder si vuol senza esitar.—Ma quando

Tutto perder si puote, e tutto ancora

Si può salvar; quando il felice, il sire

Per cui Dio si dichiara, il consacrato

Carlo un messo m’invia, mi vuole amico,

M’invita a non perir, vuol dalla causa

Della sventura separar la mia...

A che, sempre respinta[362], ad assalirmi

Questa parola fedeltà ritorna,

Simile all’importuno? e sempre in mezzo

De’[363]miei pensier si getta, e la consulta

Ne turba?—Fedeltà! Bello è con essa

Ogni destin, bello il morir.—Chi ’l dice?

Quello per cui si muor.—Ma l’universo

Seco il ripete ad una voce, e grida

Che, anco mendico e derelitto, il fido

Degno è d’onor, più che il fellon tra gli agi

E gli amici.—Davver? Ma, s’egli è degno,

Perchè è mendico e derelitto? E voi

Che l’ammirate, chi vi tien che in folla

Non accorriate a consolarlo, a fargli

Onor, l’ingiurie della sorte iniqua

A ristorar? Levatevi dal fianco

Di que’[364]felici che spregiate, e dove

Sta questo onor fate vedervi: allora

Vi crederò. Certo, se a voi consiglio

Chieder dovessi, dir m’udrei: rigetta

L’offerte[365]indegne; de’ tuoi re dividi,

Qual ch’ella sia, la sorte.—E perchè tanto

A cor questo vi sta? Perchè, s’io cado[366],

Io vi farò pietà; ma se, tra[367]mezzo

Alle rovine altrui, ritto io rimango,

Se cavalcar voi mi vedrete al fianco

Del vincitor che mi sorrida, allora

Forse invidia farovvi; e più v’aggrada

Sentir pietà che invidia. Ah! non è puro

Questo vostro consiglio.—Oh! Carlo anch’egli

In cor ti spregerà.—Chi ve l’ha detto?

Spregia egli Svarto, un uom di guerra oscuro,

Che ai primi gradi alzò? Quando sul volto

Quel potente m’onori, il core a voi

Chi ’l rivela? E che importa? Ah! voi volete

Sparger di fiele il nappo a cui non puote

Giungere il vostro labbro. A voi diletta

Veder grandi cadute, ombre d’estinta

Fortuna, e favellarne, e nella vostra

Oscurità racconsolarvi: è questo

Di vostre mire il segno: un più ridente

Splende alla mia; nè di toccarlo il vostro

Vano clamor mi riterrà. Se basta

I vostri plausi ad ottener, lo starsi

Fermo alle prese col periglio, ebbene,

Un tremendo io ne affronto; e un dì saprete

Che a questo posto più mestier coraggio

Mi fu, che un giorno di battaglia in campo.

Perchè, se il rege, come suol talvolta,

Visitando le mura, or or qui meco

Svarto trovasse a parlamento, Svarto,

Un di color, ch’ei traditori, e Carlo

Noma Fedeli.... oh! di guardarsi indietro

Non è più tempo: egli è destin, che pera

Un di noi due; far deggio in modo, o Veglio,[368]

Ch’io quel non sia.

[361]Fedeltà![362]rispinta[363]Ai[364]quei[365]Le offerte[366]caggio[367]fra[368]veglio

[361]Fedeltà!

[361]Fedeltà!

[362]rispinta

[362]rispinta

[363]Ai

[363]Ai

[364]quei

[364]quei

[365]Le offerte

[365]Le offerte

[366]caggio

[366]caggio

[367]fra

[367]fra

[368]veglio

[368]veglio

GUNTIGI, SVARTO,[369]AMRI.

SVARTO.Guntigi!GUNTIGI.Svarto!(adAMRI)AlcunoNon incontrasti?AMRI.Alcun.GUNTIGI.Qui intorno veglia.(AMRIparte).

SVARTO.Guntigi!GUNTIGI.Svarto!(adAMRI)AlcunoNon incontrasti?AMRI.Alcun.GUNTIGI.Qui intorno veglia.(AMRIparte).

SVARTO.

Guntigi!

GUNTIGI.

Svarto!

(adAMRI)

Alcuno

Non incontrasti?

AMRI.

Alcun.

GUNTIGI.

Qui intorno veglia.

(AMRIparte).

[369]condotto da

[369]condotto da

[369]condotto da

GUNTIGI, SVARTO.

SVARTO.Guntigi, io vengo, e il capo mio commettoAlla tua fede.GUNTIGI.E tu n’hai pegno; entrambiUn periglio corriamo.SVARTO.E un premio immensoTrarne, sta in te. Vuoi tu fermar la sorteD’un popolo e la tua?GUNTIGI.Quando quel FrancoPrigion condotto entro Pavia, mi chieseDi segreto parlar, messo di CarloMi si scoverse, e in nome suo mi disseChe l’ira di nemico a volger prontoIn real grazia egli era, e in me speranzaMolta ponea; che ogni[370]mio danno avriaRiparato da re; che tu verrestiA trattar meco; io condiscesi: un pegnoChiese da me[371]; tosto de’ Franchi al campoNascosamente il mio figliuol mandaiMesso insieme ed ostaggio: e certo ancoraDel mio voler non sei? Fermo è del pariCarlo nel suo?SVARTO.Dubbiar ne puoi?GUNTIGI.Ch’io sappiaCiò ch’ei desìa, ciò ch’ei promette. Ei preseLa mia cittade, e ne fe’ dono altrui;Nè resta a me che un titol vano.SVARTO.E giovaChe dispogliato altri ti creda, e quindiImplacabile a Carlo. Or sappi; il gradoChe già tenesti, tu non l’hai lasciatoChe per salir. Carlo a’ tuoi pari donaE non promette: Ivrea perdesti; il Conte,Prendi, sei di Pavia.(gli porge un diploma).GUNTIGI.Da questo istanteIo l’ufizio[372]ne assumo; e fiane accortoDall’opre il signor mio. Gli ordini suoiNunziami, o Svarto.SVARTO.Ei vuol Pavia; captivoVuole in sua mano il re: l’impresa alloraPrecipita al suo fin. Verona a stentoChiusa ancor tiensi: tranne pochi, ognunoBrama d’uscirne, e dirsi vinto: AdelchiSol li ritien; ma quando Carlo arrivi,Vincitor di Pavia, di resistenzaChi parlerà? L’altre città che sparseTengonsi, e speran nell’indugio ancora,Cadon[373]tutte in un dì, membra disciolteD’avulso capo: i re caduti, è toltoOgni pretesto di vergogna: al duroOstinato ubbidir[374]manca il comando:Ei regna, e guerra più non v’è.GUNTIGI.Sì, certo:Pavia gli è d’uopo; ed ei l’avrà: domani,Non più tardi l’avrà. Verso la portaOccidental con qualche schiera ei venga:Finga quivi un assalto; io questa oppostaTerrò sguernita, e vi porrò sol pochiMiei fidi: accesa ivi la mischia, a questaEi corra; aperta gli sarà.—Ch’io, presoIl re consegni al suo nemico, questoCarlo da me non chieda[375]; io fui vassalloDi Desiderio, in dì felici; e il mioNome d’inutil macchia io coprirei.Cinto di qua, di là, lo sventuratoSfuggir non può.SVARTO.Felice me, che a CarloTal nunzio apporterò! Te più felice,Che puoi tanto per lui!—Ma dimmi ancora:Che si pensa in Pavia? Quei che il crollanteSoglio reggere han fermo, o insiem seco[376]Precipitar, son molti ancora? o all’astroTrionfator di Carlo i guardi alfineVolgonsi e i voti? e agevol fia, siccomeL’altra già fu, questa vittoria estrema?GUNTIGI.Stanchi e sfidati i più, sotto il vessilloStanno sol per costume: a lor consigliaOgni pensier di abbandonar cui DioGià da gran tempo abbandonò; ma in capoD’ogni pensier s’affaccia una parolaChe gli spaventa: tradimento. Un’altraPiù saggia a questi udir farò: salvezzaDel regno; e nostri diverran: già il sono.Altri, inconcussi in loro amor, da CarloOrmai nulla sperando....SVARTO.Ebben, prometti;Tutti guadagna.GUNTIGI.Inutil rischio ei fia.Lascia perir chi vuol perir: senz’essiTutto compir si può.SVARTO.Guntigi, ascolta.Fedel del Re de’ Franchi io qui favelloA un suo Fedel; ma Longobardo pureA un Longobardo. I patti suoi, lo credo,Carlo terrà; ma non è forse il meglioEsser cinti d’amici? in una follaDi salvati da noi?GUNTIGI.Fiducia, o Svarto,Per fiducia ti rendo. Il dì che CarloSenza sospetto regnerà, che un brandoNon resterà che non gli sia devoto....Guardiamci da quel dì! Ma se gli sfuggeUn nemico, e respira, e questo novoRegno minaccia, non temer che siaPosto in non cal chi glielo diede in mano.SVARTO.Saggio tu parli e schietto.—Odi: per noiSola via di salute era pur quellaSu cui corriamo; ma d’inciampi è sparsaE d’insidie: il vedrai. Tristo a chi soloFarla vorrà.—Poi che la sorte in questaOra solenne qui ci unì, ci elesseAll’opera compagni ed al periglioDi questa notte, che obbliata maiDa noi non fia, stringiamo un patto, ad amboPatto di vita. Sulla[377]tua fortunaIo di vegliar prometto; i tuoi nemiciSaranno i miei.GUNTIGI.La tua parola, o Svarto,Prendo, e la mia ti fermo.SVARTO.In vita e in morteGUNTIGI.Pegno la destra.(gli porge la destra:SVARTOla stringe).Al re de’ Franchi, amico,Reca l’omaggio mio.SVARTO.Doman!GUNTIGI.Domani.Amri!(entraAMRI)È sgombro lo spalto?AMRIÈ sgombro; e tuttoTace d’intorno.GUNTIGI.(adAMRI, accennandoSVARTO)Il riconduci.SVARTO.Addio.

SVARTO.Guntigi, io vengo, e il capo mio commettoAlla tua fede.GUNTIGI.E tu n’hai pegno; entrambiUn periglio corriamo.SVARTO.E un premio immensoTrarne, sta in te. Vuoi tu fermar la sorteD’un popolo e la tua?GUNTIGI.Quando quel FrancoPrigion condotto entro Pavia, mi chieseDi segreto parlar, messo di CarloMi si scoverse, e in nome suo mi disseChe l’ira di nemico a volger prontoIn real grazia egli era, e in me speranzaMolta ponea; che ogni[370]mio danno avriaRiparato da re; che tu verrestiA trattar meco; io condiscesi: un pegnoChiese da me[371]; tosto de’ Franchi al campoNascosamente il mio figliuol mandaiMesso insieme ed ostaggio: e certo ancoraDel mio voler non sei? Fermo è del pariCarlo nel suo?SVARTO.Dubbiar ne puoi?GUNTIGI.Ch’io sappiaCiò ch’ei desìa, ciò ch’ei promette. Ei preseLa mia cittade, e ne fe’ dono altrui;Nè resta a me che un titol vano.SVARTO.E giovaChe dispogliato altri ti creda, e quindiImplacabile a Carlo. Or sappi; il gradoChe già tenesti, tu non l’hai lasciatoChe per salir. Carlo a’ tuoi pari donaE non promette: Ivrea perdesti; il Conte,Prendi, sei di Pavia.(gli porge un diploma).GUNTIGI.Da questo istanteIo l’ufizio[372]ne assumo; e fiane accortoDall’opre il signor mio. Gli ordini suoiNunziami, o Svarto.SVARTO.Ei vuol Pavia; captivoVuole in sua mano il re: l’impresa alloraPrecipita al suo fin. Verona a stentoChiusa ancor tiensi: tranne pochi, ognunoBrama d’uscirne, e dirsi vinto: AdelchiSol li ritien; ma quando Carlo arrivi,Vincitor di Pavia, di resistenzaChi parlerà? L’altre città che sparseTengonsi, e speran nell’indugio ancora,Cadon[373]tutte in un dì, membra disciolteD’avulso capo: i re caduti, è toltoOgni pretesto di vergogna: al duroOstinato ubbidir[374]manca il comando:Ei regna, e guerra più non v’è.GUNTIGI.Sì, certo:Pavia gli è d’uopo; ed ei l’avrà: domani,Non più tardi l’avrà. Verso la portaOccidental con qualche schiera ei venga:Finga quivi un assalto; io questa oppostaTerrò sguernita, e vi porrò sol pochiMiei fidi: accesa ivi la mischia, a questaEi corra; aperta gli sarà.—Ch’io, presoIl re consegni al suo nemico, questoCarlo da me non chieda[375]; io fui vassalloDi Desiderio, in dì felici; e il mioNome d’inutil macchia io coprirei.Cinto di qua, di là, lo sventuratoSfuggir non può.SVARTO.Felice me, che a CarloTal nunzio apporterò! Te più felice,Che puoi tanto per lui!—Ma dimmi ancora:Che si pensa in Pavia? Quei che il crollanteSoglio reggere han fermo, o insiem seco[376]Precipitar, son molti ancora? o all’astroTrionfator di Carlo i guardi alfineVolgonsi e i voti? e agevol fia, siccomeL’altra già fu, questa vittoria estrema?GUNTIGI.Stanchi e sfidati i più, sotto il vessilloStanno sol per costume: a lor consigliaOgni pensier di abbandonar cui DioGià da gran tempo abbandonò; ma in capoD’ogni pensier s’affaccia una parolaChe gli spaventa: tradimento. Un’altraPiù saggia a questi udir farò: salvezzaDel regno; e nostri diverran: già il sono.Altri, inconcussi in loro amor, da CarloOrmai nulla sperando....SVARTO.Ebben, prometti;Tutti guadagna.GUNTIGI.Inutil rischio ei fia.Lascia perir chi vuol perir: senz’essiTutto compir si può.SVARTO.Guntigi, ascolta.Fedel del Re de’ Franchi io qui favelloA un suo Fedel; ma Longobardo pureA un Longobardo. I patti suoi, lo credo,Carlo terrà; ma non è forse il meglioEsser cinti d’amici? in una follaDi salvati da noi?GUNTIGI.Fiducia, o Svarto,Per fiducia ti rendo. Il dì che CarloSenza sospetto regnerà, che un brandoNon resterà che non gli sia devoto....Guardiamci da quel dì! Ma se gli sfuggeUn nemico, e respira, e questo novoRegno minaccia, non temer che siaPosto in non cal chi glielo diede in mano.SVARTO.Saggio tu parli e schietto.—Odi: per noiSola via di salute era pur quellaSu cui corriamo; ma d’inciampi è sparsaE d’insidie: il vedrai. Tristo a chi soloFarla vorrà.—Poi che la sorte in questaOra solenne qui ci unì, ci elesseAll’opera compagni ed al periglioDi questa notte, che obbliata maiDa noi non fia, stringiamo un patto, ad amboPatto di vita. Sulla[377]tua fortunaIo di vegliar prometto; i tuoi nemiciSaranno i miei.GUNTIGI.La tua parola, o Svarto,Prendo, e la mia ti fermo.SVARTO.In vita e in morteGUNTIGI.Pegno la destra.(gli porge la destra:SVARTOla stringe).Al re de’ Franchi, amico,Reca l’omaggio mio.SVARTO.Doman!GUNTIGI.Domani.Amri!(entraAMRI)È sgombro lo spalto?AMRIÈ sgombro; e tuttoTace d’intorno.GUNTIGI.(adAMRI, accennandoSVARTO)Il riconduci.SVARTO.Addio.

SVARTO.

Guntigi, io vengo, e il capo mio commetto

Alla tua fede.

GUNTIGI.

E tu n’hai pegno; entrambi

Un periglio corriamo.

SVARTO.

E un premio immenso

Trarne, sta in te. Vuoi tu fermar la sorte

D’un popolo e la tua?

GUNTIGI.

Quando quel Franco

Prigion condotto entro Pavia, mi chiese

Di segreto parlar, messo di Carlo

Mi si scoverse, e in nome suo mi disse

Che l’ira di nemico a volger pronto

In real grazia egli era, e in me speranza

Molta ponea; che ogni[370]mio danno avria

Riparato da re; che tu verresti

A trattar meco; io condiscesi: un pegno

Chiese da me[371]; tosto de’ Franchi al campo

Nascosamente il mio figliuol mandai

Messo insieme ed ostaggio: e certo ancora

Del mio voler non sei? Fermo è del pari

Carlo nel suo?

SVARTO.

Dubbiar ne puoi?

GUNTIGI.

Ch’io sappia

Ciò ch’ei desìa, ciò ch’ei promette. Ei prese

La mia cittade, e ne fe’ dono altrui;

Nè resta a me che un titol vano.

SVARTO.

E giova

Che dispogliato altri ti creda, e quindi

Implacabile a Carlo. Or sappi; il grado

Che già tenesti, tu non l’hai lasciato

Che per salir. Carlo a’ tuoi pari dona

E non promette: Ivrea perdesti; il Conte,

Prendi, sei di Pavia.

(gli porge un diploma).

GUNTIGI.

Da questo istante

Io l’ufizio[372]ne assumo; e fiane accorto

Dall’opre il signor mio. Gli ordini suoi

Nunziami, o Svarto.

SVARTO.

Ei vuol Pavia; captivo

Vuole in sua mano il re: l’impresa allora

Precipita al suo fin. Verona a stento

Chiusa ancor tiensi: tranne pochi, ognuno

Brama d’uscirne, e dirsi vinto: Adelchi

Sol li ritien; ma quando Carlo arrivi,

Vincitor di Pavia, di resistenza

Chi parlerà? L’altre città che sparse

Tengonsi, e speran nell’indugio ancora,

Cadon[373]tutte in un dì, membra disciolte

D’avulso capo: i re caduti, è tolto

Ogni pretesto di vergogna: al duro

Ostinato ubbidir[374]manca il comando:

Ei regna, e guerra più non v’è.

GUNTIGI.

Sì, certo:

Pavia gli è d’uopo; ed ei l’avrà: domani,

Non più tardi l’avrà. Verso la porta

Occidental con qualche schiera ei venga:

Finga quivi un assalto; io questa opposta

Terrò sguernita, e vi porrò sol pochi

Miei fidi: accesa ivi la mischia, a questa

Ei corra; aperta gli sarà.—Ch’io, preso

Il re consegni al suo nemico, questo

Carlo da me non chieda[375]; io fui vassallo

Di Desiderio, in dì felici; e il mio

Nome d’inutil macchia io coprirei.

Cinto di qua, di là, lo sventurato

Sfuggir non può.

SVARTO.

Felice me, che a Carlo

Tal nunzio apporterò! Te più felice,

Che puoi tanto per lui!—Ma dimmi ancora:

Che si pensa in Pavia? Quei che il crollante

Soglio reggere han fermo, o insiem seco[376]

Precipitar, son molti ancora? o all’astro

Trionfator di Carlo i guardi alfine

Volgonsi e i voti? e agevol fia, siccome

L’altra già fu, questa vittoria estrema?

GUNTIGI.

Stanchi e sfidati i più, sotto il vessillo

Stanno sol per costume: a lor consiglia

Ogni pensier di abbandonar cui Dio

Già da gran tempo abbandonò; ma in capo

D’ogni pensier s’affaccia una parola

Che gli spaventa: tradimento. Un’altra

Più saggia a questi udir farò: salvezza

Del regno; e nostri diverran: già il sono.

Altri, inconcussi in loro amor, da Carlo

Ormai nulla sperando....

SVARTO.

Ebben, prometti;

Tutti guadagna.

GUNTIGI.

Inutil rischio ei fia.

Lascia perir chi vuol perir: senz’essi

Tutto compir si può.

SVARTO.

Guntigi, ascolta.

Fedel del Re de’ Franchi io qui favello

A un suo Fedel; ma Longobardo pure

A un Longobardo. I patti suoi, lo credo,

Carlo terrà; ma non è forse il meglio

Esser cinti d’amici? in una folla

Di salvati da noi?

GUNTIGI.

Fiducia, o Svarto,

Per fiducia ti rendo. Il dì che Carlo

Senza sospetto regnerà, che un brando

Non resterà che non gli sia devoto....

Guardiamci da quel dì! Ma se gli sfugge

Un nemico, e respira, e questo novo

Regno minaccia, non temer che sia

Posto in non cal chi glielo diede in mano.

SVARTO.

Saggio tu parli e schietto.—Odi: per noi

Sola via di salute era pur quella

Su cui corriamo; ma d’inciampi è sparsa

E d’insidie: il vedrai. Tristo a chi solo

Farla vorrà.—Poi che la sorte in questa

Ora solenne qui ci unì, ci elesse

All’opera compagni ed al periglio

Di questa notte, che obbliata mai

Da noi non fia, stringiamo un patto, ad ambo

Patto di vita. Sulla[377]tua fortuna

Io di vegliar prometto; i tuoi nemici

Saranno i miei.

GUNTIGI.

La tua parola, o Svarto,

Prendo, e la mia ti fermo.

SVARTO.

In vita e in morte

GUNTIGI.

Pegno la destra.

(gli porge la destra:SVARTOla stringe).

Al re de’ Franchi, amico,

Reca l’omaggio mio.

SVARTO.

Doman!

GUNTIGI.

Domani.

Amri!

(entraAMRI)

È sgombro lo spalto?

AMRI

È sgombro; e tutto

Tace d’intorno.

GUNTIGI.

(adAMRI, accennandoSVARTO)

Il riconduci.

SVARTO.

Addio.

Fine dell’atto quarto.

[370]ch’ogni[371]Ei domandò[372]ufficio[373]Caggion[374]obbedir[375]chiegga[376]Vecchio poter salvare han fermo, o seco[377]Su la

[370]ch’ogni

[370]ch’ogni

[371]Ei domandò

[371]Ei domandò

[372]ufficio

[372]ufficio

[373]Caggion

[373]Caggion

[374]obbedir

[374]obbedir

[375]chiegga

[375]chiegga

[376]Vecchio poter salvare han fermo, o seco

[376]Vecchio poter salvare han fermo, o seco

[377]Su la

[377]Su la

Palazzo Reale in Verona.

ADELCHI, GISELBERTODUCA DI VERONA.

GISELBERTO.Costretto, o re, dell’oste intera io vengoA nunziarti il voler: duchi e soldatiChiedon le resa. A tutti è noto, e indarnoCelar si volle, che Pavia le porteAl Franco aprì; che il vincitor s’affrettaSopra Verona; e che pur troppo ei traggeCaptivo il re. Co’ figli suoi GerbergaGià incontro a Carlo uscì, dell’aspro sirePiù ancor fidando nel perdon, che in unaImpotente amistà. Verona attritaDal lungo assedio, di guerrier, di scorteScema, non forte assai contra il nemicoChe già la stringe, non potrà la fogaDei sorvegnenti sostener; nè quelliChe l’han difesa fino[378]ad or, se pochiNe traggi, o re, vogliono al rischio starsiDi pugna impari, e di spietato assalto.Fin che del fare e del soffrir concessoEra un frutto sperar, fenno e soffriro:Quanto il dover, quanto l’onor chiedea,Il diero: ai mali che non han più scopoChiedono[379]il fine.ADELCHI.Esci: la mia rispostaTra[380]poco avrai.(GISELBERTOparte).

GISELBERTO.Costretto, o re, dell’oste intera io vengoA nunziarti il voler: duchi e soldatiChiedon le resa. A tutti è noto, e indarnoCelar si volle, che Pavia le porteAl Franco aprì; che il vincitor s’affrettaSopra Verona; e che pur troppo ei traggeCaptivo il re. Co’ figli suoi GerbergaGià incontro a Carlo uscì, dell’aspro sirePiù ancor fidando nel perdon, che in unaImpotente amistà. Verona attritaDal lungo assedio, di guerrier, di scorteScema, non forte assai contra il nemicoChe già la stringe, non potrà la fogaDei sorvegnenti sostener; nè quelliChe l’han difesa fino[378]ad or, se pochiNe traggi, o re, vogliono al rischio starsiDi pugna impari, e di spietato assalto.Fin che del fare e del soffrir concessoEra un frutto sperar, fenno e soffriro:Quanto il dover, quanto l’onor chiedea,Il diero: ai mali che non han più scopoChiedono[379]il fine.ADELCHI.Esci: la mia rispostaTra[380]poco avrai.(GISELBERTOparte).

GISELBERTO.

Costretto, o re, dell’oste intera io vengo

A nunziarti il voler: duchi e soldati

Chiedon le resa. A tutti è noto, e indarno

Celar si volle, che Pavia le porte

Al Franco aprì; che il vincitor s’affretta

Sopra Verona; e che pur troppo ei tragge

Captivo il re. Co’ figli suoi Gerberga

Già incontro a Carlo uscì, dell’aspro sire

Più ancor fidando nel perdon, che in una

Impotente amistà. Verona attrita

Dal lungo assedio, di guerrier, di scorte

Scema, non forte assai contra il nemico

Che già la stringe, non potrà la foga

Dei sorvegnenti sostener; nè quelli

Che l’han difesa fino[378]ad or, se pochi

Ne traggi, o re, vogliono al rischio starsi

Di pugna impari, e di spietato assalto.

Fin che del fare e del soffrir concesso

Era un frutto sperar, fenno e soffriro:

Quanto il dover, quanto l’onor chiedea,

Il diero: ai mali che non han più scopo

Chiedono[379]il fine.

ADELCHI.

Esci: la mia risposta

Tra[380]poco avrai.

(GISELBERTOparte).

[378]in fino[379]Chieggono[380]Fra

[378]in fino

[378]in fino

[379]Chieggono

[379]Chieggono

[380]Fra

[380]Fra

ADELCHI.Va, vivi, invecchia in pace;Resta un de’ primi di tua gente: il merti;Va, non temer; sarai vassallo: il tempoÈ pe’[381]tuoi pari.—Anche il comando udirsiIntimar de’[382]codardi, e di chi tremaPrender la legge! è troppo. Han risoluto!Voglion, perchè son vili! e minacciosiLi fa il terror; nè soffriran che a questoFuror di codardia s’opponga alcuno,[383]Che resti un uom tra[384]loro!—Oh cielo! Il padreNegli artigli di Carlo! I giorni estremiUomo d’altrui vivrà, soggetto al cennoDi quella man, che non avria volutoCome amico serrar; mangiando il paneDi chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nullaVia di cavarlo dalla fossa, ov’egliRugge tradito e solo, e chiama indarnoChi salvarlo non può! nulla!—CadutaBrescia, e il mio Baudo, il generoso, astrettoAnch’ei le porte a spalancar da quelliChe non voglion morire. Oh più di tuttiFortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casaDi Desiderio, ove d’invidia è degnoChi d’affanno morì!—Di fuor costui,Che arrogante s’avanza, e or or verrammiAd intimar che il suo trionfo io compia;Qui la viltà che gli risponde, ed osaPressarmi;—è troppo in una volta! AlmenoFinor, perduta anche[385]la speme, il locoV’era all’opra; ogni giorno il suo domani,Ed ogni stretta il suo partito avea.Ed ora.... ed or, se in sen de’[386]vili un coreIo piantar non potei, potranno i viliTogliere al forte, che da forte ei pera?Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;Più d’un compagno troverò, s’io grido:Usciam costoro ad incontrar; mostriamoChe non è ver che a tutto i LongobardiAntepongon la vita; e... se non altro,Morrem.—Che pensi? Nella tua rovina[387]Perchè quei prodi strascinar? Se nullaTi resta a far quaggiù,[388]non puoi tu soloMorir? Nol puoi? Sento che l’alma in questoPensier riposa alfine: ei mi sorride,Come l’amico che sul volto recaUna lieta novella. Uscir di questaIgnobil calca che mi preme; il risoNon veder del nemico; e questo pesoD’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!...Tu, brando mio, che del destino altruiTante volte hai deciso, e tu, securaMano avvezza a trattarlo.... e in un momentoTutto è finito.—Tutto? Ah sciagurato!Perchè menti a te stesso? Il mormorioDi questi vermi ti stordisce; il soloPensier di starti a un vincitor dinanziVince ogni tua virtù; l’ansia di questaOra t’affrange, e fa gridarti: è troppo!E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengoSenza aspettar che tu mi chiami; il postoChe m’assegnasti, era difficil troppo;E l’ho deserto!—Empio! fuggire? e intanto,Per compagnia fino alla tomba, al padreLasciar questa memoria; il tuo supremoDisperato sospir legargli! Al vento,Empio pensier.—L’animo tuo ripiglia,Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istanteD’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,Che in tuo poter non è?—T’offre un asiloIl greco imperador. Sì; per sua boccaTe l’offre Iddio: grato l’accetta: il soloSaggio partito, il solo degno è questo.Conserva al padre la sua speme: ei possaReduce almeno e vincitor sognarti,Infrangitor de’ ceppi suoi, non tintoDel sangue sparso disperando.—E sognoForse non fia: da più profondo abissoAltri già sorse: non fa patti eterniCon alcun la fortuna: il tempo toglieE dà: gli amici, il successor li crea.[389]—Teudi!

ADELCHI.Va, vivi, invecchia in pace;Resta un de’ primi di tua gente: il merti;Va, non temer; sarai vassallo: il tempoÈ pe’[381]tuoi pari.—Anche il comando udirsiIntimar de’[382]codardi, e di chi tremaPrender la legge! è troppo. Han risoluto!Voglion, perchè son vili! e minacciosiLi fa il terror; nè soffriran che a questoFuror di codardia s’opponga alcuno,[383]Che resti un uom tra[384]loro!—Oh cielo! Il padreNegli artigli di Carlo! I giorni estremiUomo d’altrui vivrà, soggetto al cennoDi quella man, che non avria volutoCome amico serrar; mangiando il paneDi chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nullaVia di cavarlo dalla fossa, ov’egliRugge tradito e solo, e chiama indarnoChi salvarlo non può! nulla!—CadutaBrescia, e il mio Baudo, il generoso, astrettoAnch’ei le porte a spalancar da quelliChe non voglion morire. Oh più di tuttiFortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casaDi Desiderio, ove d’invidia è degnoChi d’affanno morì!—Di fuor costui,Che arrogante s’avanza, e or or verrammiAd intimar che il suo trionfo io compia;Qui la viltà che gli risponde, ed osaPressarmi;—è troppo in una volta! AlmenoFinor, perduta anche[385]la speme, il locoV’era all’opra; ogni giorno il suo domani,Ed ogni stretta il suo partito avea.Ed ora.... ed or, se in sen de’[386]vili un coreIo piantar non potei, potranno i viliTogliere al forte, che da forte ei pera?Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;Più d’un compagno troverò, s’io grido:Usciam costoro ad incontrar; mostriamoChe non è ver che a tutto i LongobardiAntepongon la vita; e... se non altro,Morrem.—Che pensi? Nella tua rovina[387]Perchè quei prodi strascinar? Se nullaTi resta a far quaggiù,[388]non puoi tu soloMorir? Nol puoi? Sento che l’alma in questoPensier riposa alfine: ei mi sorride,Come l’amico che sul volto recaUna lieta novella. Uscir di questaIgnobil calca che mi preme; il risoNon veder del nemico; e questo pesoD’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!...Tu, brando mio, che del destino altruiTante volte hai deciso, e tu, securaMano avvezza a trattarlo.... e in un momentoTutto è finito.—Tutto? Ah sciagurato!Perchè menti a te stesso? Il mormorioDi questi vermi ti stordisce; il soloPensier di starti a un vincitor dinanziVince ogni tua virtù; l’ansia di questaOra t’affrange, e fa gridarti: è troppo!E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengoSenza aspettar che tu mi chiami; il postoChe m’assegnasti, era difficil troppo;E l’ho deserto!—Empio! fuggire? e intanto,Per compagnia fino alla tomba, al padreLasciar questa memoria; il tuo supremoDisperato sospir legargli! Al vento,Empio pensier.—L’animo tuo ripiglia,Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istanteD’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,Che in tuo poter non è?—T’offre un asiloIl greco imperador. Sì; per sua boccaTe l’offre Iddio: grato l’accetta: il soloSaggio partito, il solo degno è questo.Conserva al padre la sua speme: ei possaReduce almeno e vincitor sognarti,Infrangitor de’ ceppi suoi, non tintoDel sangue sparso disperando.—E sognoForse non fia: da più profondo abissoAltri già sorse: non fa patti eterniCon alcun la fortuna: il tempo toglieE dà: gli amici, il successor li crea.[389]—Teudi!

ADELCHI.

Va, vivi, invecchia in pace;

Resta un de’ primi di tua gente: il merti;

Va, non temer; sarai vassallo: il tempo

È pe’[381]tuoi pari.—Anche il comando udirsi

Intimar de’[382]codardi, e di chi trema

Prender la legge! è troppo. Han risoluto!

Voglion, perchè son vili! e minacciosi

Li fa il terror; nè soffriran che a questo

Furor di codardia s’opponga alcuno,[383]

Che resti un uom tra[384]loro!—Oh cielo! Il padre

Negli artigli di Carlo! I giorni estremi

Uomo d’altrui vivrà, soggetto al cenno

Di quella man, che non avria voluto

Come amico serrar; mangiando il pane

Di chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nulla

Via di cavarlo dalla fossa, ov’egli

Rugge tradito e solo, e chiama indarno

Chi salvarlo non può! nulla!—Caduta

Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto

Anch’ei le porte a spalancar da quelli

Che non voglion morire. Oh più di tutti

Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa

Di Desiderio, ove d’invidia è degno

Chi d’affanno morì!—Di fuor costui,

Che arrogante s’avanza, e or or verrammi

Ad intimar che il suo trionfo io compia;

Qui la viltà che gli risponde, ed osa

Pressarmi;—è troppo in una volta! Almeno

Finor, perduta anche[385]la speme, il loco

V’era all’opra; ogni giorno il suo domani,

Ed ogni stretta il suo partito avea.

Ed ora.... ed or, se in sen de’[386]vili un core

Io piantar non potei, potranno i vili

Togliere al forte, che da forte ei pera?

Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;

Più d’un compagno troverò, s’io grido:

Usciam costoro ad incontrar; mostriamo

Che non è ver che a tutto i Longobardi

Antepongon la vita; e... se non altro,

Morrem.—Che pensi? Nella tua rovina[387]

Perchè quei prodi strascinar? Se nulla

Ti resta a far quaggiù,[388]non puoi tu solo

Morir? Nol puoi? Sento che l’alma in questo

Pensier riposa alfine: ei mi sorride,

Come l’amico che sul volto reca

Una lieta novella. Uscir di questa

Ignobil calca che mi preme; il riso

Non veder del nemico; e questo peso

D’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!...

Tu, brando mio, che del destino altrui

Tante volte hai deciso, e tu, secura

Mano avvezza a trattarlo.... e in un momento

Tutto è finito.—Tutto? Ah sciagurato!

Perchè menti a te stesso? Il mormorio

Di questi vermi ti stordisce; il solo

Pensier di starti a un vincitor dinanzi

Vince ogni tua virtù; l’ansia di questa

Ora t’affrange, e fa gridarti: è troppo!

E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo

Senza aspettar che tu mi chiami; il posto

Che m’assegnasti, era difficil troppo;

E l’ho deserto!—Empio! fuggire? e intanto,

Per compagnia fino alla tomba, al padre

Lasciar questa memoria; il tuo supremo

Disperato sospir legargli! Al vento,

Empio pensier.—L’animo tuo ripiglia,

Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istante

D’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,

Che in tuo poter non è?—T’offre un asilo

Il greco imperador. Sì; per sua bocca

Te l’offre Iddio: grato l’accetta: il solo

Saggio partito, il solo degno è questo.

Conserva al padre la sua speme: ei possa

Reduce almeno e vincitor sognarti,

Infrangitor de’ ceppi suoi, non tinto

Del sangue sparso disperando.—E sogno

Forse non fia: da più profondo abisso

Altri già sorse: non fa patti eterni

Con alcun la fortuna: il tempo toglie

E dà: gli amici, il successor li crea.[389]

—Teudi!

[381]pei[382]dei[383]un solo[384]fra[385]anco[386]dei[387]ruina[388]qua giù[389]Altri già sorse: tutto cangia: eterniPatti non stringe con alcun fortuna.

[381]pei

[381]pei

[382]dei

[382]dei

[383]un solo

[383]un solo

[384]fra

[384]fra

[385]anco

[385]anco

[386]dei

[386]dei

[387]ruina

[387]ruina

[388]qua giù

[388]qua giù

[389]Altri già sorse: tutto cangia: eterniPatti non stringe con alcun fortuna.

[389]

Altri già sorse: tutto cangia: eterniPatti non stringe con alcun fortuna.

Altri già sorse: tutto cangia: eterniPatti non stringe con alcun fortuna.

Altri già sorse: tutto cangia: eterni

Patti non stringe con alcun fortuna.

ADELCHI, TEUDI.

TEUDI.Mio re.ADELCHI.Restano amici ancoraAl re che cade?TEUDI.Sì: color che amiciEran d’Adelchi.ADELCHIE che partito han preso?TEUDI.L’aspettano da te.ADELCHI.Dove son essi?TEUDI.Qui nel palazzo tuo, lungi[390]dai tristiA cui sol tarda d’esser vinti appieno.ADELCHI.Tristo, o Teudi, il valor disseminatoTra[391]la viltà!—Compagni alla mia fugaIo questi prodi prenderò: null’altroFar ne poss’io; nulla ei per me far ponno,Che seguirmi a Bisanzio. Ah! se avvi alcunoCui venga in mente[392]un più gentil consiglio,Per pietà, me lo dia.—Da te, mio Teudi,Un più coral servigio, un più fidatoAttendo ancor: resta per ora; al padreFa che di me questa novella arrivi:Ch’io son fuggito, ma per lui; ch’io vivo,Per liberarlo un dì; che non disperi.Vieni, e m’abbraccia: a dì più lieti.—Al ducaDi Verona dirai che non attendaOrdini più da me.—Sulla[393]tua fedeRiposo, o Teudi.TEUDI.Oh! la secondi il cielo.(escono dalle parti opposte[394]).

TEUDI.Mio re.ADELCHI.Restano amici ancoraAl re che cade?TEUDI.Sì: color che amiciEran d’Adelchi.ADELCHIE che partito han preso?TEUDI.L’aspettano da te.ADELCHI.Dove son essi?TEUDI.Qui nel palazzo tuo, lungi[390]dai tristiA cui sol tarda d’esser vinti appieno.ADELCHI.Tristo, o Teudi, il valor disseminatoTra[391]la viltà!—Compagni alla mia fugaIo questi prodi prenderò: null’altroFar ne poss’io; nulla ei per me far ponno,Che seguirmi a Bisanzio. Ah! se avvi alcunoCui venga in mente[392]un più gentil consiglio,Per pietà, me lo dia.—Da te, mio Teudi,Un più coral servigio, un più fidatoAttendo ancor: resta per ora; al padreFa che di me questa novella arrivi:Ch’io son fuggito, ma per lui; ch’io vivo,Per liberarlo un dì; che non disperi.Vieni, e m’abbraccia: a dì più lieti.—Al ducaDi Verona dirai che non attendaOrdini più da me.—Sulla[393]tua fedeRiposo, o Teudi.TEUDI.Oh! la secondi il cielo.(escono dalle parti opposte[394]).

TEUDI.

Mio re.

ADELCHI.

Restano amici ancora

Al re che cade?

TEUDI.

Sì: color che amici

Eran d’Adelchi.

ADELCHI

E che partito han preso?

TEUDI.

L’aspettano da te.

ADELCHI.

Dove son essi?

TEUDI.

Qui nel palazzo tuo, lungi[390]dai tristi

A cui sol tarda d’esser vinti appieno.

ADELCHI.

Tristo, o Teudi, il valor disseminato

Tra[391]la viltà!—Compagni alla mia fuga

Io questi prodi prenderò: null’altro

Far ne poss’io; nulla ei per me far ponno,

Che seguirmi a Bisanzio. Ah! se avvi alcuno

Cui venga in mente[392]un più gentil consiglio,

Per pietà, me lo dia.—Da te, mio Teudi,

Un più coral servigio, un più fidato

Attendo ancor: resta per ora; al padre

Fa che di me questa novella arrivi:

Ch’io son fuggito, ma per lui; ch’io vivo,

Per liberarlo un dì; che non disperi.

Vieni, e m’abbraccia: a dì più lieti.—Al duca

Di Verona dirai che non attenda

Ordini più da me.—Sulla[393]tua fede

Riposo, o Teudi.

TEUDI.

Oh! la secondi il cielo.

(escono dalle parti opposte[394]).

[390]scevri[391]Fra[392]A cui soccorra[393]Su la[394]dai lati opposti

[390]scevri

[390]scevri

[391]Fra

[391]Fra

[392]A cui soccorra

[392]A cui soccorra

[393]Su la

[393]Su la

[394]dai lati opposti

[394]dai lati opposti

Tenda nel campo diCarlosotto Verona.

CARLO, unARALDO, ARVINO, CONTI.

CARLO.Vanne, araldo, in Verona; e al duca, a tuttiI suoi guerrier questa parola esponi:Re Carlo è qui: le porte aprite; egli entraGrazioso signor; se no, più tardaL’entrata fia, ma non men certa; e i pattiQuali un solo li detta, e inacerbito.(l’Araldo parte).ARVINO.Il vinto re chiede parlarti, o sire.CARLO.Che vuol?ARVINO.Nol disse; ma pietosa istanzaEgli ne fea.CARLO.Venga.(ARVINOparte)Vediam colui,Che destinata a un’altra fronte aveaLa corona di Carlo.(ai Conti)Ite: alle muraLa custodia addoppiate; ad ogni sboccoSi vegli in arme: e che nessun mi sfugga.

CARLO.Vanne, araldo, in Verona; e al duca, a tuttiI suoi guerrier questa parola esponi:Re Carlo è qui: le porte aprite; egli entraGrazioso signor; se no, più tardaL’entrata fia, ma non men certa; e i pattiQuali un solo li detta, e inacerbito.(l’Araldo parte).ARVINO.Il vinto re chiede parlarti, o sire.CARLO.Che vuol?ARVINO.Nol disse; ma pietosa istanzaEgli ne fea.CARLO.Venga.(ARVINOparte)Vediam colui,Che destinata a un’altra fronte aveaLa corona di Carlo.(ai Conti)Ite: alle muraLa custodia addoppiate; ad ogni sboccoSi vegli in arme: e che nessun mi sfugga.

CARLO.

Vanne, araldo, in Verona; e al duca, a tutti

I suoi guerrier questa parola esponi:

Re Carlo è qui: le porte aprite; egli entra

Grazioso signor; se no, più tarda

L’entrata fia, ma non men certa; e i patti

Quali un solo li detta, e inacerbito.

(l’Araldo parte).

ARVINO.

Il vinto re chiede parlarti, o sire.

CARLO.

Che vuol?

ARVINO.

Nol disse; ma pietosa istanza

Egli ne fea.

CARLO.

Venga.

(ARVINOparte)

Vediam colui,

Che destinata a un’altra fronte avea

La corona di Carlo.

(ai Conti)

Ite: alle mura

La custodia addoppiate; ad ogni sbocco

Si vegli in arme: e che nessun mi sfugga.

CARLO, DESIDERIO.

CARLO.A che vieni, infelice? E che parolaCorrer puote tra[395]noi? Decisa il cieloHa la nostra contesa; e più non restaDi che garrir. Tristi querele e piantoSparger dinanzi al vincitor, disdiceA chi fu re; nè a me con detti acerbiL’odio antico appagar lice, nè questoGaudio superbo che in mio cor s’eleva,Ostentarti sul volto; onde sdegnatoDio non si penta, e alla vittoria in mezzoNon m’abbandoni ancor. Né, certo, un vanoDa me conforto di parole attendi.Che ti direi? ciò che t’accora, è gioia[396]Per me; nè lamentar posso un destino,Ch’io non voglio mutar. Tal del mortaleÈ la sorte quaggiù[397]: quando alle preseSon due di lor, forza è che l’un piangendoEsca del campo. Tu vivrai; null’altroDono ha Carlo per te.DESIDERIO.Re del mio regno,Persecutor del sangue mio, qual donoAi re caduti sia la vita, il sai?E pensi tu, ch’io vinto, io nella polve,Di gioia[398]anco una volta inebbriarmi[399]Non potrei? del velen che il cor m’affoga,Il tuo trionfo amareggiar? paroleDirti di cui ti sovverresti, e in parteVendicato morir? Ma in te del cieloIo la vendetta adoro, e innanzi a cuiDio m’inchinò, m’inchino: a supplicartiVengo; e m’udrai; chè degli afflitti il pregoÈ giudizio di sangue a chi lo sdegna.CARLO.Parla.DESIDERIO.In difesa d’Adrian, tu il brandoContro di me traesti?CARLO.A che domandi[400]Quello che sai?DESIDERIO.Sappi tu ancor che soloIo nemico gli fui, che Adelchi—e m’odeQuel Dio che è presso ai travagliati—AdelchiAl mio furor preghi, consigli, ed anche,[401]Quanto è concesso a pio figliuol, rampogneMai sempre oppose: indarno!CARLO.Ebben?DESIDERIO.CompiutaÈ la tua impresa: non ha più nemiciIl tuo Romano: intera, e tal che bastiAl cor più fiacco ed iracondo, ei godeLa sicurezza e la vendetta. A questoTu scendevi, e l’hai detto: allor tu stessoSegnasti il termin dell’offesa. Ell’eraCausa di Dio, dicevi. È vinta; e nullaPiù ti domanda Iddio.CARLO.Tu legge imponiAl vincitor?DESIDERIO.Legge? Oh! ne’ detti mieiNon ti fingere orgoglio, onde sdegnarli.O Carlo, il ciel molto ti diè: ti vediIl nemico ai ginocchi, e dal suo labbroOdi il prego sommesso e la lusinga;Nel suolo ov’ei ti combattea, tu regni.Ah! non voler di più: pensa che abborreGli smisurati desidèri[402]il cielo.CARLO.Cessa.DESIDERIO.Ah! m’ascolta: un dì tu ancor potrestiAssaggiar la sventura, e d’un amicoPensier che ti conforti, aver bisogno:E allor gioconda ti verrebbe in menteDi questo giorno la pietà. RammentaChe innanzi al trono dell’Eterno un giornoAspetterai tremando una risposta,O di mercede o di rigor, com’ioDal tuo labbro or l’aspetto. Ahi! già vendutoIl mio figlio t’è forse! Oh! se quell’altoSpirto indomito, ardente, consumarsiDeve[403]in catene!... Ah no! pensa che reoDi nulla egli è; difese il padre: or questoGli è tolto ancor. Che puoi temer? Per noiNon c’è[404]brando che fera: a te vassalliSon quei che il furo a noi: da lor traditoTu non sarai: tutto è leale al forte.Italia è tua; reggila in pace: un regePrigion ti basti; a stranio suol consentiChe il figliuol mio...CARLO.Non più: cosa mi chiediTu! che da me non otterria Bertrada.DESIDERIO.—Io ti pregava! io, che per certo a provaConoscerti dovea! Nega; sul tuoCapo il tesor della vendetta addensa.Ti fe’ l’inganno vincitor; superboLa vittoria ti faccia e dispietato.Calca i prostrati, e sali; a Dio rincresci....CARLO.Taci, tu che sei vinto. E che? pur ieri[405]La mia morte sognavi, e grazie or chiedi,Qual converria, se, nella facil ora[406]Di colloquio ospital, lieto io sorgessiDalla tua mensa! E perchè amica e pariNon sonò la risposta al tuo desìo,Anco mi vieni a imperversar d’intorno,Come il mendico che un rifiuto ascolta!Ma quel che a me tu preparavi—AdelchiEra allor teco—non ne parli: or ioNe parlerò. Da me fuggìa Gerberga,Da me cognato, e seco i figli, i figliDel mio fratel traea, di strida empiendoIl suo passaggio, come augel che i natiTrafuga all’ugna di sparvier. MentitoEra il terror: vero soltanto il cruccioDi non regnar; ma obbrobriosa intantoMe una fama pingea quasi un immaneVorator di fanciulli, un parricida.Io soffriva, e tacea. Voi premurosiLa sconsigliata raccettaste, ed ecoFeste a quel suo garrito. Ospiti voiDe’[407]nipoti di Carlo! DifensoriVoi del mio sangue, contro[408]me! TornataOr finalmente è, se nol sai, GerbergaA cui fuggir mai non doveva; a questoTutor tremendo i figli adduce, e fidaLe care vite a questa man. Ma voi,Altro che vita, un più superbo donoDestinavate a’ miei nipoti. Al santoPastor chiedeste, e non fu inerme il prego,Che sulle[409]chiome de’[410]fanciulli, al pesoNon pur dell’elmo avvezze, ei, da spergiuro,L’olio versasse del Signor. ScegliesteUn pugnal, l’affilaste, e al più dilettoAmico mio por lo voleste in pugno,Perch’egli in cor me lo piantasse. E quandoIo, tra ’l Vésero infido e la selvaggiaElba, i nemici a debellar del cieloMi sarei travagliato, in Francia voiCorrere, insegna contro[6] insegna, e crismaContro[411]crisma levar, perfidi! e pormiIn un letto di spine,[412]il più giocondoDe’ vostri sogni era codesto. Al cieloParve altrimenti. Voi tempraste al mioLabbro un calice amaro; ei v’è rimasto:Votatelo.[413]Di Dio tu mi favelli;S’io nol temessi, il rio che tanto ardìaPensi che in Francia il condurrei captivo?Cogli ora il fior che hai coltivato, e taci.Inesausta di ciance è la sventura;Ma del par sofferente e infaticatoNon è d’offeso vincitor l’orecchio.

CARLO.A che vieni, infelice? E che parolaCorrer puote tra[395]noi? Decisa il cieloHa la nostra contesa; e più non restaDi che garrir. Tristi querele e piantoSparger dinanzi al vincitor, disdiceA chi fu re; nè a me con detti acerbiL’odio antico appagar lice, nè questoGaudio superbo che in mio cor s’eleva,Ostentarti sul volto; onde sdegnatoDio non si penta, e alla vittoria in mezzoNon m’abbandoni ancor. Né, certo, un vanoDa me conforto di parole attendi.Che ti direi? ciò che t’accora, è gioia[396]Per me; nè lamentar posso un destino,Ch’io non voglio mutar. Tal del mortaleÈ la sorte quaggiù[397]: quando alle preseSon due di lor, forza è che l’un piangendoEsca del campo. Tu vivrai; null’altroDono ha Carlo per te.DESIDERIO.Re del mio regno,Persecutor del sangue mio, qual donoAi re caduti sia la vita, il sai?E pensi tu, ch’io vinto, io nella polve,Di gioia[398]anco una volta inebbriarmi[399]Non potrei? del velen che il cor m’affoga,Il tuo trionfo amareggiar? paroleDirti di cui ti sovverresti, e in parteVendicato morir? Ma in te del cieloIo la vendetta adoro, e innanzi a cuiDio m’inchinò, m’inchino: a supplicartiVengo; e m’udrai; chè degli afflitti il pregoÈ giudizio di sangue a chi lo sdegna.CARLO.Parla.DESIDERIO.In difesa d’Adrian, tu il brandoContro di me traesti?CARLO.A che domandi[400]Quello che sai?DESIDERIO.Sappi tu ancor che soloIo nemico gli fui, che Adelchi—e m’odeQuel Dio che è presso ai travagliati—AdelchiAl mio furor preghi, consigli, ed anche,[401]Quanto è concesso a pio figliuol, rampogneMai sempre oppose: indarno!CARLO.Ebben?DESIDERIO.CompiutaÈ la tua impresa: non ha più nemiciIl tuo Romano: intera, e tal che bastiAl cor più fiacco ed iracondo, ei godeLa sicurezza e la vendetta. A questoTu scendevi, e l’hai detto: allor tu stessoSegnasti il termin dell’offesa. Ell’eraCausa di Dio, dicevi. È vinta; e nullaPiù ti domanda Iddio.CARLO.Tu legge imponiAl vincitor?DESIDERIO.Legge? Oh! ne’ detti mieiNon ti fingere orgoglio, onde sdegnarli.O Carlo, il ciel molto ti diè: ti vediIl nemico ai ginocchi, e dal suo labbroOdi il prego sommesso e la lusinga;Nel suolo ov’ei ti combattea, tu regni.Ah! non voler di più: pensa che abborreGli smisurati desidèri[402]il cielo.CARLO.Cessa.DESIDERIO.Ah! m’ascolta: un dì tu ancor potrestiAssaggiar la sventura, e d’un amicoPensier che ti conforti, aver bisogno:E allor gioconda ti verrebbe in menteDi questo giorno la pietà. RammentaChe innanzi al trono dell’Eterno un giornoAspetterai tremando una risposta,O di mercede o di rigor, com’ioDal tuo labbro or l’aspetto. Ahi! già vendutoIl mio figlio t’è forse! Oh! se quell’altoSpirto indomito, ardente, consumarsiDeve[403]in catene!... Ah no! pensa che reoDi nulla egli è; difese il padre: or questoGli è tolto ancor. Che puoi temer? Per noiNon c’è[404]brando che fera: a te vassalliSon quei che il furo a noi: da lor traditoTu non sarai: tutto è leale al forte.Italia è tua; reggila in pace: un regePrigion ti basti; a stranio suol consentiChe il figliuol mio...CARLO.Non più: cosa mi chiediTu! che da me non otterria Bertrada.DESIDERIO.—Io ti pregava! io, che per certo a provaConoscerti dovea! Nega; sul tuoCapo il tesor della vendetta addensa.Ti fe’ l’inganno vincitor; superboLa vittoria ti faccia e dispietato.Calca i prostrati, e sali; a Dio rincresci....CARLO.Taci, tu che sei vinto. E che? pur ieri[405]La mia morte sognavi, e grazie or chiedi,Qual converria, se, nella facil ora[406]Di colloquio ospital, lieto io sorgessiDalla tua mensa! E perchè amica e pariNon sonò la risposta al tuo desìo,Anco mi vieni a imperversar d’intorno,Come il mendico che un rifiuto ascolta!Ma quel che a me tu preparavi—AdelchiEra allor teco—non ne parli: or ioNe parlerò. Da me fuggìa Gerberga,Da me cognato, e seco i figli, i figliDel mio fratel traea, di strida empiendoIl suo passaggio, come augel che i natiTrafuga all’ugna di sparvier. MentitoEra il terror: vero soltanto il cruccioDi non regnar; ma obbrobriosa intantoMe una fama pingea quasi un immaneVorator di fanciulli, un parricida.Io soffriva, e tacea. Voi premurosiLa sconsigliata raccettaste, ed ecoFeste a quel suo garrito. Ospiti voiDe’[407]nipoti di Carlo! DifensoriVoi del mio sangue, contro[408]me! TornataOr finalmente è, se nol sai, GerbergaA cui fuggir mai non doveva; a questoTutor tremendo i figli adduce, e fidaLe care vite a questa man. Ma voi,Altro che vita, un più superbo donoDestinavate a’ miei nipoti. Al santoPastor chiedeste, e non fu inerme il prego,Che sulle[409]chiome de’[410]fanciulli, al pesoNon pur dell’elmo avvezze, ei, da spergiuro,L’olio versasse del Signor. ScegliesteUn pugnal, l’affilaste, e al più dilettoAmico mio por lo voleste in pugno,Perch’egli in cor me lo piantasse. E quandoIo, tra ’l Vésero infido e la selvaggiaElba, i nemici a debellar del cieloMi sarei travagliato, in Francia voiCorrere, insegna contro[6] insegna, e crismaContro[411]crisma levar, perfidi! e pormiIn un letto di spine,[412]il più giocondoDe’ vostri sogni era codesto. Al cieloParve altrimenti. Voi tempraste al mioLabbro un calice amaro; ei v’è rimasto:Votatelo.[413]Di Dio tu mi favelli;S’io nol temessi, il rio che tanto ardìaPensi che in Francia il condurrei captivo?Cogli ora il fior che hai coltivato, e taci.Inesausta di ciance è la sventura;Ma del par sofferente e infaticatoNon è d’offeso vincitor l’orecchio.

CARLO.

A che vieni, infelice? E che parola

Correr puote tra[395]noi? Decisa il cielo

Ha la nostra contesa; e più non resta

Di che garrir. Tristi querele e pianto

Sparger dinanzi al vincitor, disdice

A chi fu re; nè a me con detti acerbi

L’odio antico appagar lice, nè questo

Gaudio superbo che in mio cor s’eleva,

Ostentarti sul volto; onde sdegnato

Dio non si penta, e alla vittoria in mezzo

Non m’abbandoni ancor. Né, certo, un vano

Da me conforto di parole attendi.

Che ti direi? ciò che t’accora, è gioia[396]

Per me; nè lamentar posso un destino,

Ch’io non voglio mutar. Tal del mortale

È la sorte quaggiù[397]: quando alle prese

Son due di lor, forza è che l’un piangendo

Esca del campo. Tu vivrai; null’altro

Dono ha Carlo per te.

DESIDERIO.

Re del mio regno,

Persecutor del sangue mio, qual dono

Ai re caduti sia la vita, il sai?

E pensi tu, ch’io vinto, io nella polve,

Di gioia[398]anco una volta inebbriarmi[399]

Non potrei? del velen che il cor m’affoga,

Il tuo trionfo amareggiar? parole

Dirti di cui ti sovverresti, e in parte

Vendicato morir? Ma in te del cielo

Io la vendetta adoro, e innanzi a cui

Dio m’inchinò, m’inchino: a supplicarti

Vengo; e m’udrai; chè degli afflitti il prego

È giudizio di sangue a chi lo sdegna.

CARLO.

Parla.

DESIDERIO.

In difesa d’Adrian, tu il brando

Contro di me traesti?

CARLO.

A che domandi[400]

Quello che sai?

DESIDERIO.

Sappi tu ancor che solo

Io nemico gli fui, che Adelchi—e m’ode

Quel Dio che è presso ai travagliati—Adelchi

Al mio furor preghi, consigli, ed anche,[401]

Quanto è concesso a pio figliuol, rampogne

Mai sempre oppose: indarno!

CARLO.

Ebben?

DESIDERIO.

Compiuta

È la tua impresa: non ha più nemici

Il tuo Romano: intera, e tal che basti

Al cor più fiacco ed iracondo, ei gode

La sicurezza e la vendetta. A questo

Tu scendevi, e l’hai detto: allor tu stesso

Segnasti il termin dell’offesa. Ell’era

Causa di Dio, dicevi. È vinta; e nulla

Più ti domanda Iddio.

CARLO.

Tu legge imponi

Al vincitor?

DESIDERIO.

Legge? Oh! ne’ detti miei

Non ti fingere orgoglio, onde sdegnarli.

O Carlo, il ciel molto ti diè: ti vedi

Il nemico ai ginocchi, e dal suo labbro

Odi il prego sommesso e la lusinga;

Nel suolo ov’ei ti combattea, tu regni.

Ah! non voler di più: pensa che abborre

Gli smisurati desidèri[402]il cielo.

CARLO.

Cessa.

DESIDERIO.

Ah! m’ascolta: un dì tu ancor potresti

Assaggiar la sventura, e d’un amico

Pensier che ti conforti, aver bisogno:

E allor gioconda ti verrebbe in mente

Di questo giorno la pietà. Rammenta

Che innanzi al trono dell’Eterno un giorno

Aspetterai tremando una risposta,

O di mercede o di rigor, com’io

Dal tuo labbro or l’aspetto. Ahi! già venduto

Il mio figlio t’è forse! Oh! se quell’alto

Spirto indomito, ardente, consumarsi

Deve[403]in catene!... Ah no! pensa che reo

Di nulla egli è; difese il padre: or questo

Gli è tolto ancor. Che puoi temer? Per noi

Non c’è[404]brando che fera: a te vassalli

Son quei che il furo a noi: da lor tradito

Tu non sarai: tutto è leale al forte.

Italia è tua; reggila in pace: un rege

Prigion ti basti; a stranio suol consenti

Che il figliuol mio...

CARLO.

Non più: cosa mi chiedi

Tu! che da me non otterria Bertrada.

DESIDERIO.

—Io ti pregava! io, che per certo a prova

Conoscerti dovea! Nega; sul tuo

Capo il tesor della vendetta addensa.

Ti fe’ l’inganno vincitor; superbo

La vittoria ti faccia e dispietato.

Calca i prostrati, e sali; a Dio rincresci....

CARLO.

Taci, tu che sei vinto. E che? pur ieri[405]

La mia morte sognavi, e grazie or chiedi,

Qual converria, se, nella facil ora[406]

Di colloquio ospital, lieto io sorgessi

Dalla tua mensa! E perchè amica e pari

Non sonò la risposta al tuo desìo,

Anco mi vieni a imperversar d’intorno,

Come il mendico che un rifiuto ascolta!

Ma quel che a me tu preparavi—Adelchi

Era allor teco—non ne parli: or io

Ne parlerò. Da me fuggìa Gerberga,

Da me cognato, e seco i figli, i figli

Del mio fratel traea, di strida empiendo

Il suo passaggio, come augel che i nati

Trafuga all’ugna di sparvier. Mentito

Era il terror: vero soltanto il cruccio

Di non regnar; ma obbrobriosa intanto

Me una fama pingea quasi un immane

Vorator di fanciulli, un parricida.

Io soffriva, e tacea. Voi premurosi

La sconsigliata raccettaste, ed eco

Feste a quel suo garrito. Ospiti voi

De’[407]nipoti di Carlo! Difensori

Voi del mio sangue, contro[408]me! Tornata

Or finalmente è, se nol sai, Gerberga

A cui fuggir mai non doveva; a questo

Tutor tremendo i figli adduce, e fida

Le care vite a questa man. Ma voi,

Altro che vita, un più superbo dono

Destinavate a’ miei nipoti. Al santo

Pastor chiedeste, e non fu inerme il prego,

Che sulle[409]chiome de’[410]fanciulli, al peso

Non pur dell’elmo avvezze, ei, da spergiuro,

L’olio versasse del Signor. Sceglieste

Un pugnal, l’affilaste, e al più diletto

Amico mio por lo voleste in pugno,

Perch’egli in cor me lo piantasse. E quando

Io, tra ’l Vésero infido e la selvaggia

Elba, i nemici a debellar del cielo

Mi sarei travagliato, in Francia voi

Correre, insegna contro[6] insegna, e crisma

Contro[411]crisma levar, perfidi! e pormi

In un letto di spine,[412]il più giocondo

De’ vostri sogni era codesto. Al cielo

Parve altrimenti. Voi tempraste al mio

Labbro un calice amaro; ei v’è rimasto:

Votatelo.[413]Di Dio tu mi favelli;

S’io nol temessi, il rio che tanto ardìa

Pensi che in Francia il condurrei captivo?

Cogli ora il fior che hai coltivato, e taci.

Inesausta di ciance è la sventura;

Ma del par sofferente e infaticato

Non è d’offeso vincitor l’orecchio.


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