ATTO QUINTO.

[899]via[900]fia[901]Ella[902]dinanzi a cui[903]domanda[904]vi[905]nuocere[906]ei voglia[907]ch’ei[908]nuovo[909]V’era[910]Ma se nemico È della patria; mi si provi, è il mio.—Del resto, tutto questo discorso di Marco riesce più cospicuamente punteggiato nella prima ediz.; dove è messa meglio in evidenza quella specie di dibattito tra le obiezioni presunte e le risposte che vi contrappone l’uomo onesto ed oculato.[911]Chi sa mai com’è sfuggita alla spietata persecuzione questaj![912]in[913]romor[914]incontra un nuovo[915]solo, Signor[916]Anche questofra noi(nell’«Adelchi», I, 4ª:fra di noi) è riuscito a sgattaiolare! Poco prima c’è stato un fra tante, come pur nell’«Adelchi», V, 8ª; ma colà sul contrabbando il Manzoni ha chiuso un occhio, per evitare la cacofonia. Vero è che altrove («Carmagnola», I, 4ª) non s’è fatto scrupolo di correggere:Non troverò tra tanti prenci![917]sieno[918]ufficio[919]io sentii[920]veggio[921]; che[922]Voi, che pensieri avete?[923]a vuoto[924]chieggio[925]questi[926]Musulman[927]ufficio[928]reca[929]Nella prima stampa anche qui era già:Ubbidirò,ubbidisca: cfr. dianzi pag. 227.[930]ei troverà,[931]s’egli indugia, o[932]serbatelo

[899]via

[899]via

[900]fia

[900]fia

[901]Ella

[901]Ella

[902]dinanzi a cui

[902]dinanzi a cui

[903]domanda

[903]domanda

[904]vi

[904]vi

[905]nuocere

[905]nuocere

[906]ei voglia

[906]ei voglia

[907]ch’ei

[907]ch’ei

[908]nuovo

[908]nuovo

[909]V’era

[909]V’era

[910]Ma se nemico È della patria; mi si provi, è il mio.—Del resto, tutto questo discorso di Marco riesce più cospicuamente punteggiato nella prima ediz.; dove è messa meglio in evidenza quella specie di dibattito tra le obiezioni presunte e le risposte che vi contrappone l’uomo onesto ed oculato.

[910]Ma se nemico È della patria; mi si provi, è il mio.—Del resto, tutto questo discorso di Marco riesce più cospicuamente punteggiato nella prima ediz.; dove è messa meglio in evidenza quella specie di dibattito tra le obiezioni presunte e le risposte che vi contrappone l’uomo onesto ed oculato.

[911]Chi sa mai com’è sfuggita alla spietata persecuzione questaj!

[911]Chi sa mai com’è sfuggita alla spietata persecuzione questaj!

[912]in

[912]in

[913]romor

[913]romor

[914]incontra un nuovo

[914]incontra un nuovo

[915]solo, Signor

[915]solo, Signor

[916]Anche questofra noi(nell’«Adelchi», I, 4ª:fra di noi) è riuscito a sgattaiolare! Poco prima c’è stato un fra tante, come pur nell’«Adelchi», V, 8ª; ma colà sul contrabbando il Manzoni ha chiuso un occhio, per evitare la cacofonia. Vero è che altrove («Carmagnola», I, 4ª) non s’è fatto scrupolo di correggere:Non troverò tra tanti prenci!

[916]Anche questofra noi(nell’«Adelchi», I, 4ª:fra di noi) è riuscito a sgattaiolare! Poco prima c’è stato un fra tante, come pur nell’«Adelchi», V, 8ª; ma colà sul contrabbando il Manzoni ha chiuso un occhio, per evitare la cacofonia. Vero è che altrove («Carmagnola», I, 4ª) non s’è fatto scrupolo di correggere:Non troverò tra tanti prenci!

[917]sieno

[917]sieno

[918]ufficio

[918]ufficio

[919]io sentii

[919]io sentii

[920]veggio

[920]veggio

[921]; che

[921]; che

[922]Voi, che pensieri avete?

[922]Voi, che pensieri avete?

[923]a vuoto

[923]a vuoto

[924]chieggio

[924]chieggio

[925]questi

[925]questi

[926]Musulman

[926]Musulman

[927]ufficio

[927]ufficio

[928]reca

[928]reca

[929]Nella prima stampa anche qui era già:Ubbidirò,ubbidisca: cfr. dianzi pag. 227.

[929]Nella prima stampa anche qui era già:Ubbidirò,ubbidisca: cfr. dianzi pag. 227.

[930]ei troverà,

[930]ei troverà,

[931]s’egli indugia, o

[931]s’egli indugia, o

[932]serbatelo

[932]serbatelo

MARCO.Dunque è deciso!.... un vil son io.... fui postoAl cimento; e che feci?.... Io prima d’oggiNon conoscea me stesso!.... Oh che segretoOggi ho scoperto! Abbandonar nel laccioUn amico io potea! Vedergli al tergoL’assassino venir, veder lo stile[933]Che su lui scende, e non gridar: ti guarda!Io lo potea; l’ho fatto.... io più nol devo[934]Salvar; chiamato in testimonio ho[935]il cieloD’un’infame viltà.... la sua sentenzaHo sottoscritta.... ho la mia parte anch’ioNel suo sangue! Oh che feci!... io mi lasciaiDunque atterrir?.... La vita?.... Ebben, talvoltaSenza delitto non si può serbarla:Nol sapeva io? Perchè promisi adunque?Per chi tremai? per me? per me? per questoDisonorato capo?.... o per l’amico?La mia ripulsa accelerava il colpo,Non lo stornava. O Dio, che tutto scerni,Rivelami il mio cor; ch’io veda[936]almenoIn quale abisso son[937]caduto, s’ioFui più stolto, o codardo, o sventurato.O Carmagnola, tu verrai!... sì certoEgli verrà.... se anche[938]di queste volpiStesse in sospetto, ei penserà che MarcoÈ senator, che anch’io l’invito; e lungeOgni dubbiezza scaccerà[939]; rimorsoAvrà d’averla accolta.... Io son che il perdo!Ma.... di clemenza non parlò quel vile?Sì, la clemenza che il potente accordaAll’uom che ha tratto nell’agguato[940], a quelloCh’egli medesmo accusa, e che gli preme[941]Di trovar reo. Clemenza all’innocente!Oh! il vil son io che gli credetti, o volliCredergli; ei la nomò perchè compreseChe bastante a corrompermi non eraIl rio timor che a goccia a goccia ei feaScender sull’alma mia: vide che d’uopoM’era un nobil pretesto; e me lo diede.Gli astuti! i traditor! Come le partiDistribuite hanno tra lor costoro!Uno il sorriso, uno il pugnal, quest’altroLe minacce.... e la mia?... voller che fosseDebolezza ed inganno... ed io l’ho presa!Io li[942]spregiava; e son da men di loro!Ei non gli sono amici!.... Io non dovevaEssergli amico: io lo cercai; fui presoDall’alta indole sua, dal suo gran nome.Perchè dapprima non pensai che incarcoÈ l’amistà d’un uom che agli altri è sopra?Perchè allor correr solo io nol lasciaiLa sua splendida via, s’io non poteaSeguire i passi suoi? La man gli stesi;Il cortese la strinse; ed or ch’ei dorme,E il nemico gli è sopra, io la ritiro:Ei si desta, e mi cerca: io son fuggito!Ei mi dispregia, e more[943]! Io non sostengoQuesto pensier.... Che feci!.... Ebben, che feci?Nulla finora: ho sottoscritto un foglio,E nulla più. Se fu delitto il giuro[944],Non fia virtù l’infrangerlo? Non sonoChe all’orlo ancor del precipizio; il vedo,[945]E ritrarmi poss’io.... Non posso un mezzoTrovar?.... Ma s’io l’uccido? Oh! forse il dissePer atterrirmi.... E se davvero il disse?Oh empi, in quale abbominevol reteStretto m’avete! Un nobile consiglioPer me non c’è[946]; qualunque io scelga, è colpa.Oh dubbio atroce!.... Io li ringrazio; ei m’hannoStatuito un destino, ei m’hanno spintoPer una via; vi corro: almen mi giovaCh’io non la scelsi: io nulla scelgo; e tuttoCh’io faccio è forza e volontà d’altrui.Terra ov’io nacqui, addio per sempre: io speroChe ti morrò lontano, e pria che nullaSappia di te: lo spero: in fra i perigli[947]Certo per sua pietade il ciel m’invia.Ma[948]non morrò per te. Che tu sii grandeE gloriosa, che m’importa? Anch’ioDue gran tesori avea, la mia virtude,Ed un amico; e tu m’hai tolto entrambi.(parte)

MARCO.Dunque è deciso!.... un vil son io.... fui postoAl cimento; e che feci?.... Io prima d’oggiNon conoscea me stesso!.... Oh che segretoOggi ho scoperto! Abbandonar nel laccioUn amico io potea! Vedergli al tergoL’assassino venir, veder lo stile[933]Che su lui scende, e non gridar: ti guarda!Io lo potea; l’ho fatto.... io più nol devo[934]Salvar; chiamato in testimonio ho[935]il cieloD’un’infame viltà.... la sua sentenzaHo sottoscritta.... ho la mia parte anch’ioNel suo sangue! Oh che feci!... io mi lasciaiDunque atterrir?.... La vita?.... Ebben, talvoltaSenza delitto non si può serbarla:Nol sapeva io? Perchè promisi adunque?Per chi tremai? per me? per me? per questoDisonorato capo?.... o per l’amico?La mia ripulsa accelerava il colpo,Non lo stornava. O Dio, che tutto scerni,Rivelami il mio cor; ch’io veda[936]almenoIn quale abisso son[937]caduto, s’ioFui più stolto, o codardo, o sventurato.O Carmagnola, tu verrai!... sì certoEgli verrà.... se anche[938]di queste volpiStesse in sospetto, ei penserà che MarcoÈ senator, che anch’io l’invito; e lungeOgni dubbiezza scaccerà[939]; rimorsoAvrà d’averla accolta.... Io son che il perdo!Ma.... di clemenza non parlò quel vile?Sì, la clemenza che il potente accordaAll’uom che ha tratto nell’agguato[940], a quelloCh’egli medesmo accusa, e che gli preme[941]Di trovar reo. Clemenza all’innocente!Oh! il vil son io che gli credetti, o volliCredergli; ei la nomò perchè compreseChe bastante a corrompermi non eraIl rio timor che a goccia a goccia ei feaScender sull’alma mia: vide che d’uopoM’era un nobil pretesto; e me lo diede.Gli astuti! i traditor! Come le partiDistribuite hanno tra lor costoro!Uno il sorriso, uno il pugnal, quest’altroLe minacce.... e la mia?... voller che fosseDebolezza ed inganno... ed io l’ho presa!Io li[942]spregiava; e son da men di loro!Ei non gli sono amici!.... Io non dovevaEssergli amico: io lo cercai; fui presoDall’alta indole sua, dal suo gran nome.Perchè dapprima non pensai che incarcoÈ l’amistà d’un uom che agli altri è sopra?Perchè allor correr solo io nol lasciaiLa sua splendida via, s’io non poteaSeguire i passi suoi? La man gli stesi;Il cortese la strinse; ed or ch’ei dorme,E il nemico gli è sopra, io la ritiro:Ei si desta, e mi cerca: io son fuggito!Ei mi dispregia, e more[943]! Io non sostengoQuesto pensier.... Che feci!.... Ebben, che feci?Nulla finora: ho sottoscritto un foglio,E nulla più. Se fu delitto il giuro[944],Non fia virtù l’infrangerlo? Non sonoChe all’orlo ancor del precipizio; il vedo,[945]E ritrarmi poss’io.... Non posso un mezzoTrovar?.... Ma s’io l’uccido? Oh! forse il dissePer atterrirmi.... E se davvero il disse?Oh empi, in quale abbominevol reteStretto m’avete! Un nobile consiglioPer me non c’è[946]; qualunque io scelga, è colpa.Oh dubbio atroce!.... Io li ringrazio; ei m’hannoStatuito un destino, ei m’hanno spintoPer una via; vi corro: almen mi giovaCh’io non la scelsi: io nulla scelgo; e tuttoCh’io faccio è forza e volontà d’altrui.Terra ov’io nacqui, addio per sempre: io speroChe ti morrò lontano, e pria che nullaSappia di te: lo spero: in fra i perigli[947]Certo per sua pietade il ciel m’invia.Ma[948]non morrò per te. Che tu sii grandeE gloriosa, che m’importa? Anch’ioDue gran tesori avea, la mia virtude,Ed un amico; e tu m’hai tolto entrambi.(parte)

MARCO.

Dunque è deciso!.... un vil son io.... fui posto

Al cimento; e che feci?.... Io prima d’oggi

Non conoscea me stesso!.... Oh che segreto

Oggi ho scoperto! Abbandonar nel laccio

Un amico io potea! Vedergli al tergo

L’assassino venir, veder lo stile[933]

Che su lui scende, e non gridar: ti guarda!

Io lo potea; l’ho fatto.... io più nol devo[934]

Salvar; chiamato in testimonio ho[935]il cielo

D’un’infame viltà.... la sua sentenza

Ho sottoscritta.... ho la mia parte anch’io

Nel suo sangue! Oh che feci!... io mi lasciai

Dunque atterrir?.... La vita?.... Ebben, talvolta

Senza delitto non si può serbarla:

Nol sapeva io? Perchè promisi adunque?

Per chi tremai? per me? per me? per questo

Disonorato capo?.... o per l’amico?

La mia ripulsa accelerava il colpo,

Non lo stornava. O Dio, che tutto scerni,

Rivelami il mio cor; ch’io veda[936]almeno

In quale abisso son[937]caduto, s’io

Fui più stolto, o codardo, o sventurato.

O Carmagnola, tu verrai!... sì certo

Egli verrà.... se anche[938]di queste volpi

Stesse in sospetto, ei penserà che Marco

È senator, che anch’io l’invito; e lunge

Ogni dubbiezza scaccerà[939]; rimorso

Avrà d’averla accolta.... Io son che il perdo!

Ma.... di clemenza non parlò quel vile?

Sì, la clemenza che il potente accorda

All’uom che ha tratto nell’agguato[940], a quello

Ch’egli medesmo accusa, e che gli preme[941]

Di trovar reo. Clemenza all’innocente!

Oh! il vil son io che gli credetti, o volli

Credergli; ei la nomò perchè comprese

Che bastante a corrompermi non era

Il rio timor che a goccia a goccia ei fea

Scender sull’alma mia: vide che d’uopo

M’era un nobil pretesto; e me lo diede.

Gli astuti! i traditor! Come le parti

Distribuite hanno tra lor costoro!

Uno il sorriso, uno il pugnal, quest’altro

Le minacce.... e la mia?... voller che fosse

Debolezza ed inganno... ed io l’ho presa!

Io li[942]spregiava; e son da men di loro!

Ei non gli sono amici!.... Io non doveva

Essergli amico: io lo cercai; fui preso

Dall’alta indole sua, dal suo gran nome.

Perchè dapprima non pensai che incarco

È l’amistà d’un uom che agli altri è sopra?

Perchè allor correr solo io nol lasciai

La sua splendida via, s’io non potea

Seguire i passi suoi? La man gli stesi;

Il cortese la strinse; ed or ch’ei dorme,

E il nemico gli è sopra, io la ritiro:

Ei si desta, e mi cerca: io son fuggito!

Ei mi dispregia, e more[943]! Io non sostengo

Questo pensier.... Che feci!.... Ebben, che feci?

Nulla finora: ho sottoscritto un foglio,

E nulla più. Se fu delitto il giuro[944],

Non fia virtù l’infrangerlo? Non sono

Che all’orlo ancor del precipizio; il vedo,[945]

E ritrarmi poss’io.... Non posso un mezzo

Trovar?.... Ma s’io l’uccido? Oh! forse il disse

Per atterrirmi.... E se davvero il disse?

Oh empi, in quale abbominevol rete

Stretto m’avete! Un nobile consiglio

Per me non c’è[946]; qualunque io scelga, è colpa.

Oh dubbio atroce!.... Io li ringrazio; ei m’hanno

Statuito un destino, ei m’hanno spinto

Per una via; vi corro: almen mi giova

Ch’io non la scelsi: io nulla scelgo; e tutto

Ch’io faccio è forza e volontà d’altrui.

Terra ov’io nacqui, addio per sempre: io spero

Che ti morrò lontano, e pria che nulla

Sappia di te: lo spero: in fra i perigli[947]

Certo per sua pietade il ciel m’invia.

Ma[948]non morrò per te. Che tu sii grande

E gloriosa, che m’importa? Anch’io

Due gran tesori avea, la mia virtude,

Ed un amico; e tu m’hai tolto entrambi.

(parte)

[933]stilo[934]deggio[935]ho in testimonio[936]veggia[937]io son[938]anco[939]ei caccerà[940]aguato[941]gl’importa[942]gli[943]muore![944]Giuro[945]veggio[946]v’ha[947]Sic![948]Io

[933]stilo

[933]stilo

[934]deggio

[934]deggio

[935]ho in testimonio

[935]ho in testimonio

[936]veggia

[936]veggia

[937]io son

[937]io son

[938]anco

[938]anco

[939]ei caccerà

[939]ei caccerà

[940]aguato

[940]aguato

[941]gl’importa

[941]gl’importa

[942]gli

[942]gli

[943]muore!

[943]muore!

[944]Giuro

[944]Giuro

[945]veggio

[945]veggio

[946]v’ha

[946]v’ha

[947]Sic!

[947]Sic!

[948]Io

[948]Io

Tenda del CONTE.

IL CONTE, e GONZAGA.

IL CONTE.Ebben, che raccogliesti?GONZAGA.Io favellai,Come imponesti[949], ai Commissari; e chiaroMostrai che tutta delle vinte naviRiman la colpa e la vergogna a luiChe non le seppe comandar; che infaustaLa giornata gli fu perchè la impreseSenza di te; che tu da lui chiamatoTardi in soccorso, romper non doveviI tuoi disegni per servir gli altrui;Che l’armi lor, tanto in tua man felici,Sempre il sarian[950], se questa guerra fosseCommessa al senno ed al voler d’un solo.IL CONTE.Che dicon essi?GONZAGA.Si mostrar convintiAi detti miei: dissero in pria, che nullaDissimular volean; che amaro al certoDe’ perduti navigli era il pensiero,E di Cremona la fallita impresa;Ma che son lieti di saper che il falloDi te non fu; che di chiunque ei sia,Da te l’ammenda aspettano.IL CONTE.Tu il vedi,O mio Gonzaga; se dài fede al volgo,Sommo riguardo, arte profonda è d’uopoCon questi uomin di Stato. Io fui con essiQuel ch’esser soglio; rigettai l’ingiustePretese lor, scender li feci alquantoDall’alto seggio ove si pon chi avvezzoNon è a vedersi altri che schiavi intorno;Io mostrai lor fino a che segno io voglioChe altri signor mi sia: d’allora in poiMai non l’hanno passato[951]; io li provaiSaggi sempre e cortesi.GONZAGA.E non pertantoDar consiglio ad alcuno io non vorreiDi tener questa via. Te da gran tempoLa gloria segue e la fortuna; ad essiUtil tu sei, tu necessario e caro,Terribil forse: e tu la prova hai vinta;Se pur può dirsi che sia vinta ancora.IL CONTE.Che dubbi hai tu?GONZAGA.Tu, che certezza? Io vedo[952]Dolci sembianti, e dolci detti ascolto:Segni d’amor; ma pur, l’odio che teme,Altri ne ha forse?IL CONTE.No: di questo io nullaSono in pensier. Troppo a regnar son usi;E san che all’uom da cui s’ottiene il moltoChieder non dessi improntamente il meno.E poi, mi credi, io li guardai dappresso:Questa cupa arte lor, questi intricatiAvvolgimenti di menzogna, questoFinger, tacere, antiveder, di cuiTanto li loda e li condanna il mondo,È meno assai di quel che al mondo appare.GONZAGA.Se pur non era di lor arte il colmoIl parer tali a te.IL CONTE.No: tu li vedi,Con l’occhio[953]altrui: quando col tuo li veda[954],Tu cangerai pensiero. Havvene[955]assaiDi schietti e buoni; havvene[955]tal che un’altaAnima chiude, a cui pensier non osaAvvicinarsi che gentil non sia:Anima dolce e disdegnosa, in cuiLegger non puoi, che tu non sia compresoD’amor, di riverenza, e di desioDi somigliarle. Non temer; non sonoDi me scontenti; e quando il fosser mai,Io lo saprei ben tosto.GONZAGA.Il Ciel non vogliaChe tu t’inganni.IL CONTE.Altro mi duol: son stancoDi questa guerra che condur non possoA modo mio. Quand’io non era ancoraPiù che un soldato di ventura, ascosoE perduto tra i mille, ed io sentiaChe al loco mio non m’avea posto il cielo,E dell’oscurità l’aria affannosaRespirava fremendo, ed il comandoSi bello mi parea.... chi m’avria dettoChe[956]l’otterrei, che a gloriosi duci,E a tanti e così prodi e così fidiSoldati io sarei capo; e che feliceIo non sarei perciò!....(entra un Soldato)Che rechi?SOLDATO.Un foglioDi Venezia.(gli porge il foglio, e parte)IL CONTE.Vediam.[957](legge)Non tel diss’io?Mai non gli ebbi più amici: a loro il DucaChiede la pace,[958]e conferir con mecoBraman di ciò. Vuoi tu seguirmi?GONZAGA.Io vengo.IL CONTE.Che dì tu di tal pace?GONZAGA.Ad un soldatoTu lo domandi?IL CONTE.È ver; ma questa è guerra?O mia consorte, o figlia mia, tra pocoIo rivedrovvi, abbraccerò gli amici:Questo è contento al certo. Eppur[959]del tuttoEsser lieto non so: chi potria dirmiSe un sì bel campo io rivedrò più mai?

IL CONTE.Ebben, che raccogliesti?GONZAGA.Io favellai,Come imponesti[949], ai Commissari; e chiaroMostrai che tutta delle vinte naviRiman la colpa e la vergogna a luiChe non le seppe comandar; che infaustaLa giornata gli fu perchè la impreseSenza di te; che tu da lui chiamatoTardi in soccorso, romper non doveviI tuoi disegni per servir gli altrui;Che l’armi lor, tanto in tua man felici,Sempre il sarian[950], se questa guerra fosseCommessa al senno ed al voler d’un solo.IL CONTE.Che dicon essi?GONZAGA.Si mostrar convintiAi detti miei: dissero in pria, che nullaDissimular volean; che amaro al certoDe’ perduti navigli era il pensiero,E di Cremona la fallita impresa;Ma che son lieti di saper che il falloDi te non fu; che di chiunque ei sia,Da te l’ammenda aspettano.IL CONTE.Tu il vedi,O mio Gonzaga; se dài fede al volgo,Sommo riguardo, arte profonda è d’uopoCon questi uomin di Stato. Io fui con essiQuel ch’esser soglio; rigettai l’ingiustePretese lor, scender li feci alquantoDall’alto seggio ove si pon chi avvezzoNon è a vedersi altri che schiavi intorno;Io mostrai lor fino a che segno io voglioChe altri signor mi sia: d’allora in poiMai non l’hanno passato[951]; io li provaiSaggi sempre e cortesi.GONZAGA.E non pertantoDar consiglio ad alcuno io non vorreiDi tener questa via. Te da gran tempoLa gloria segue e la fortuna; ad essiUtil tu sei, tu necessario e caro,Terribil forse: e tu la prova hai vinta;Se pur può dirsi che sia vinta ancora.IL CONTE.Che dubbi hai tu?GONZAGA.Tu, che certezza? Io vedo[952]Dolci sembianti, e dolci detti ascolto:Segni d’amor; ma pur, l’odio che teme,Altri ne ha forse?IL CONTE.No: di questo io nullaSono in pensier. Troppo a regnar son usi;E san che all’uom da cui s’ottiene il moltoChieder non dessi improntamente il meno.E poi, mi credi, io li guardai dappresso:Questa cupa arte lor, questi intricatiAvvolgimenti di menzogna, questoFinger, tacere, antiveder, di cuiTanto li loda e li condanna il mondo,È meno assai di quel che al mondo appare.GONZAGA.Se pur non era di lor arte il colmoIl parer tali a te.IL CONTE.No: tu li vedi,Con l’occhio[953]altrui: quando col tuo li veda[954],Tu cangerai pensiero. Havvene[955]assaiDi schietti e buoni; havvene[955]tal che un’altaAnima chiude, a cui pensier non osaAvvicinarsi che gentil non sia:Anima dolce e disdegnosa, in cuiLegger non puoi, che tu non sia compresoD’amor, di riverenza, e di desioDi somigliarle. Non temer; non sonoDi me scontenti; e quando il fosser mai,Io lo saprei ben tosto.GONZAGA.Il Ciel non vogliaChe tu t’inganni.IL CONTE.Altro mi duol: son stancoDi questa guerra che condur non possoA modo mio. Quand’io non era ancoraPiù che un soldato di ventura, ascosoE perduto tra i mille, ed io sentiaChe al loco mio non m’avea posto il cielo,E dell’oscurità l’aria affannosaRespirava fremendo, ed il comandoSi bello mi parea.... chi m’avria dettoChe[956]l’otterrei, che a gloriosi duci,E a tanti e così prodi e così fidiSoldati io sarei capo; e che feliceIo non sarei perciò!....(entra un Soldato)Che rechi?SOLDATO.Un foglioDi Venezia.(gli porge il foglio, e parte)IL CONTE.Vediam.[957](legge)Non tel diss’io?Mai non gli ebbi più amici: a loro il DucaChiede la pace,[958]e conferir con mecoBraman di ciò. Vuoi tu seguirmi?GONZAGA.Io vengo.IL CONTE.Che dì tu di tal pace?GONZAGA.Ad un soldatoTu lo domandi?IL CONTE.È ver; ma questa è guerra?O mia consorte, o figlia mia, tra pocoIo rivedrovvi, abbraccerò gli amici:Questo è contento al certo. Eppur[959]del tuttoEsser lieto non so: chi potria dirmiSe un sì bel campo io rivedrò più mai?

IL CONTE.

Ebben, che raccogliesti?

GONZAGA.

Io favellai,

Come imponesti[949], ai Commissari; e chiaro

Mostrai che tutta delle vinte navi

Riman la colpa e la vergogna a lui

Che non le seppe comandar; che infausta

La giornata gli fu perchè la imprese

Senza di te; che tu da lui chiamato

Tardi in soccorso, romper non dovevi

I tuoi disegni per servir gli altrui;

Che l’armi lor, tanto in tua man felici,

Sempre il sarian[950], se questa guerra fosse

Commessa al senno ed al voler d’un solo.

IL CONTE.

Che dicon essi?

GONZAGA.

Si mostrar convinti

Ai detti miei: dissero in pria, che nulla

Dissimular volean; che amaro al certo

De’ perduti navigli era il pensiero,

E di Cremona la fallita impresa;

Ma che son lieti di saper che il fallo

Di te non fu; che di chiunque ei sia,

Da te l’ammenda aspettano.

IL CONTE.

Tu il vedi,

O mio Gonzaga; se dài fede al volgo,

Sommo riguardo, arte profonda è d’uopo

Con questi uomin di Stato. Io fui con essi

Quel ch’esser soglio; rigettai l’ingiuste

Pretese lor, scender li feci alquanto

Dall’alto seggio ove si pon chi avvezzo

Non è a vedersi altri che schiavi intorno;

Io mostrai lor fino a che segno io voglio

Che altri signor mi sia: d’allora in poi

Mai non l’hanno passato[951]; io li provai

Saggi sempre e cortesi.

GONZAGA.

E non pertanto

Dar consiglio ad alcuno io non vorrei

Di tener questa via. Te da gran tempo

La gloria segue e la fortuna; ad essi

Util tu sei, tu necessario e caro,

Terribil forse: e tu la prova hai vinta;

Se pur può dirsi che sia vinta ancora.

IL CONTE.

Che dubbi hai tu?

GONZAGA.

Tu, che certezza? Io vedo[952]

Dolci sembianti, e dolci detti ascolto:

Segni d’amor; ma pur, l’odio che teme,

Altri ne ha forse?

IL CONTE.

No: di questo io nulla

Sono in pensier. Troppo a regnar son usi;

E san che all’uom da cui s’ottiene il molto

Chieder non dessi improntamente il meno.

E poi, mi credi, io li guardai dappresso:

Questa cupa arte lor, questi intricati

Avvolgimenti di menzogna, questo

Finger, tacere, antiveder, di cui

Tanto li loda e li condanna il mondo,

È meno assai di quel che al mondo appare.

GONZAGA.

Se pur non era di lor arte il colmo

Il parer tali a te.

IL CONTE.

No: tu li vedi,

Con l’occhio[953]altrui: quando col tuo li veda[954],

Tu cangerai pensiero. Havvene[955]assai

Di schietti e buoni; havvene[955]tal che un’alta

Anima chiude, a cui pensier non osa

Avvicinarsi che gentil non sia:

Anima dolce e disdegnosa, in cui

Legger non puoi, che tu non sia compreso

D’amor, di riverenza, e di desio

Di somigliarle. Non temer; non sono

Di me scontenti; e quando il fosser mai,

Io lo saprei ben tosto.

GONZAGA.

Il Ciel non voglia

Che tu t’inganni.

IL CONTE.

Altro mi duol: son stanco

Di questa guerra che condur non posso

A modo mio. Quand’io non era ancora

Più che un soldato di ventura, ascoso

E perduto tra i mille, ed io sentia

Che al loco mio non m’avea posto il cielo,

E dell’oscurità l’aria affannosa

Respirava fremendo, ed il comando

Si bello mi parea.... chi m’avria detto

Che[956]l’otterrei, che a gloriosi duci,

E a tanti e così prodi e così fidi

Soldati io sarei capo; e che felice

Io non sarei perciò!....

(entra un Soldato)

Che rechi?

SOLDATO.

Un foglio

Di Venezia.

(gli porge il foglio, e parte)

IL CONTE.

Vediam.[957]

(legge)

Non tel diss’io?

Mai non gli ebbi più amici: a loro il Duca

Chiede la pace,[958]e conferir con meco

Braman di ciò. Vuoi tu seguirmi?

GONZAGA.

Io vengo.

IL CONTE.

Che dì tu di tal pace?

GONZAGA.

Ad un soldato

Tu lo domandi?

IL CONTE.

È ver; ma questa è guerra?

O mia consorte, o figlia mia, tra poco

Io rivedrovvi, abbraccerò gli amici:

Questo è contento al certo. Eppur[959]del tutto

Esser lieto non so: chi potria dirmi

Se un sì bel campo io rivedrò più mai?

Fine dell’atto quarto.

[949]imponevi[950]sarien[951]varcato non l’hanno[952]veggio[953]Coll’occhio[954]veggia[955]Avvene.—Il Manzoni rimase oscillante, nelle tragedie, circa il modo di scrivere le voci composte di codesto verbo. In questa stessa tragedia, lasciò correre, p. es., unavvinella scena quinta dell’atto I (pag. 191).[956]Ch’io[957]Veggiam.[958]a lor la pace Domanda il Duca,[959]E pur

[949]imponevi

[949]imponevi

[950]sarien

[950]sarien

[951]varcato non l’hanno

[951]varcato non l’hanno

[952]veggio

[952]veggio

[953]Coll’occhio

[953]Coll’occhio

[954]veggia

[954]veggia

[955]Avvene.—Il Manzoni rimase oscillante, nelle tragedie, circa il modo di scrivere le voci composte di codesto verbo. In questa stessa tragedia, lasciò correre, p. es., unavvinella scena quinta dell’atto I (pag. 191).

[955]Avvene.—Il Manzoni rimase oscillante, nelle tragedie, circa il modo di scrivere le voci composte di codesto verbo. In questa stessa tragedia, lasciò correre, p. es., unavvinella scena quinta dell’atto I (pag. 191).

[956]Ch’io

[956]Ch’io

[957]Veggiam.

[957]Veggiam.

[958]a lor la pace Domanda il Duca,

[958]a lor la pace Domanda il Duca,

[959]E pur

[959]E pur

Notte.—Sala del Consiglio dei Dieci illuminata.

IL DOGE, i DIECI, e IL CONTE seduti.

IL DOGE.(alCONTE)A questi patti offre la pace il Duca:Su ciò chiede il Consiglio il parer vostro.IL CONTE.Signori, un altro io ve ne diedi; e moltoPromisi allor: vi piacque. Io attenni in parteQuel che promesso avea: ma lunge ancoraDalle parole è il fatto; ed or non voglioFarle obbliar però; sul labbro mioImprevidente militar baldanzaNon le mettea[960]. Di novo[961]avviso or chiesto,Altro non posso che ridirvi il primo.Se intera e calda e risoluta guerraFar disponete, ah! siete a tempo[962]: è questaLa miglior scelta ancora. Ei vi abbandonaBergamo e Broscia; e non son vostre? L’armiLe han fatte vostre: ei non può tanto offrirviQuanto sperar di torgli v’è concesso.Ma, da un guerrier che vi giurò sua fedeVoi non volete altro che il ver, se il modoMutar di questa guerra a voi non piace,Accettate gli accordi.IL DOGE.Il parlar vostroAccenna assai, ma poco spiega: un chiaroParer vi si domanda.IL CONTE.Uditel dunque.Scegliete un duce, e confidate in lui:Tutto ei possa tentar; nulla si tentiSenza di lui: largo poter gli date;Stretto conto ei ne renda. Io non vi chiedo[963]Ch’io sia l’eletto: dico[964]sol che moltoSperar non lice da chi tal non sia.MARINO.Non l’eravate voi quando i prigioniSciolti voleste, e il furo? Eppur la guerraPiù risoluta non si fea per questo,Nè certa più. Duce e signor nel campo,Forse concesso non l’avreste.IL CONTE.AvreiFatto di più: sotto alle mie bandiereVenian quei prodi; e di Filippo il soglioVoto[965]or sarebbe, o sederiavi un altro.IL DOGE.Vasti disegni avete.IL CONTE.E l’adempirliSta in voi: se ancor nol son, n’è cagion[966]solaChe la man che il dovea sciolta non era.MARINO.A noi si disse altra cagion: che il DucaVi commosse a pietà, che l’odio atroceChe già portaste al signor vostro antico,Sovra i presenti il rovesciaste intero.IL CONTE.Questo vi fu riferto? Ella è sventuraDi chi regge gli Stati udir con paceL’impudente menzogna, i turpi sogniD’un vil di cui non degneria privatoLe parole ascoltar.MARINO.Sventura è vostraChe a tal riferto il vostro oprar s’accordi,Che il rio linguaggio lo confermi, e il vinca.IL CONTE.Il vostro grado io riverisco in voi,E questi generosi in mezzo a cuiV’ha posto il caso: e mi conforta almenoChe il non mertato onor di che lor piacqueCingere il loro capitan, lo stessoUdirvi io qui, mostra ch’essi han di luiAltro pensiero.IL DOGE.Uno è il pensier di tutti.IL CONTEE qual?IL DOGE.L’udiste.IL CONTE.È del Consiglio il votoQuello che udii?IL DOGE.Si: il crederete al Doge.IL CONTE.Questo dubbio di me?....IL DOGE.Già da gran tempoNon è più dubbio.IL CONTE.E m’invitaste a questo?E taceste finor?IL DOGE.Sì, per punirviDel tradimento, e non vi dar pretestiPer consumarlo.IL CONTE.Io traditor! ComincioA comprendervi alfin: pur troppo altruiCreder non volli. Io traditor! Ma questoTitolo infame infino a me non giunge:Ei non è mio; chi l’ha mertato il tenga.Ditemi stolto: il soffrirò, chè il merto:Tale è il mio posto qui; ma con null’altroLo cambierei[967], ch’egli è il più degno ancora.Io guardo, io torno col pensier sul tempoChe fui[968]vostro soldato: ella è una viaSparsa di fior. Segnate il giorno in cuiVi parvi un traditor! Ditemi un giornoChe di grazie e di lodi e di promesseColmo non sia! Che più? Qui siedo; e quandoIo venni a questo che alto onor parea,Quando più forte nel mio cor parlavaFiducia, amor, riconoscenza, e zelo....Fiducia no: pensa a fidarsi forseQuei che invitato tra[969]gli amici arriva?Io veniva all’inganno! Ebben, ci caddi;Ella è così. Ma via; poichè gettatoÈ il finto volto del sorriso ormai,Sia lode al ciel; siamo in un campo almenoChe anch’io conosco. A voi parlare or tocca;E difendermi a me: dite, quai sonoI tradimenti miei?IL DOGE.Gli udrete or oraDal Collegio segreto.IL CONTE.Io lo ricuso.Ciò che[970]feci per voi, tutto lo feciAlla luce del sol; renderne contoTra insidiose tenebre non voglio.Giudice del guerrier, solo è il guerriero.Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglioChe il mondo ascolti le difese, e veda[971]....IL DOGE.Passato è il tempo di voler.IL CONTE.Qui dunqueMi si fa forza? Le mie guardie!(alzando la voce, si move per[972]uscire).IL DOGE.SonoLunge di qui. Soldati!(entrano genti armate)Eccovi ormaiLe vostre guardie.IL CONTE.Io[973]son tradito!IL DOGE.Un saggioPensier fu dunque il rimandarle: a tortoNon si pensò[974]che, in suo tramar sorpreso,Farsi ribelle un traditor potria.IL CONTE.Anche un ribelle, si: come v’aggradaOrmai[975]potete favellar.IL DOGE.Sia trattoAl Collegio[976]segreto.IL CONTE.Un breve istanteUdite in pria. Voi risolveste, il vedo[977],La morte mia; ma risolvete insiemeLa vostra infamia eterna. Oltre l’anticoConfin l’insegna del Leon si spiegaSu quelle torri, ove all’Europa è notoCh’io la piantai. Qui tacerassi, è vero;Ma intorno a voi, dove non giunge il mutoTerror del vostro impero, ivi librato,Ivi in note indelebili fia scrittoIl benefizio[978]e la mercè. PensateAi vostri annali, all’avvenir. Tra pocoIl dì verrà che d’un guerriero ancoraUopo vi sia: chi vorrà farsi il vostro?Voi provocate la milizia. Or sonoIn vostra forza, è ver; ma vi sovvengaCh’io non ci[979]nacqui, che tra gente io nacquiBelligera, concorde: usa gran tempoA guardar come sua questa qualunqueGloria d’un suo concittadin, non fiaChe straniera all’oltraggio ella si tenga.Qui c’è[980]un inganno: a ciò vi trasse un qualcheVostro nemico e mio: voi non credeteCh’io vi tradissi. È tempo ancora.IL DOGE.È tardi.Quando il delitto meditaste, e baldoAffrontavate chi dovea punirlo,Tempo era allor d’antiveggenza.IL CONTE.Indegno!Tu mi rendi a me stesso. Tu credestiCh’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi[981]:Tu forse osasti di pensar che un prodePe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedraiCome si mor[982]. Va: quando l’ultim’oraTi coglierà sul vil tuo letto, incontroNon le starai con quella fronte al certo,Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco.(parte ilCONTEtra i soldati[983]).

IL DOGE.(alCONTE)A questi patti offre la pace il Duca:Su ciò chiede il Consiglio il parer vostro.IL CONTE.Signori, un altro io ve ne diedi; e moltoPromisi allor: vi piacque. Io attenni in parteQuel che promesso avea: ma lunge ancoraDalle parole è il fatto; ed or non voglioFarle obbliar però; sul labbro mioImprevidente militar baldanzaNon le mettea[960]. Di novo[961]avviso or chiesto,Altro non posso che ridirvi il primo.Se intera e calda e risoluta guerraFar disponete, ah! siete a tempo[962]: è questaLa miglior scelta ancora. Ei vi abbandonaBergamo e Broscia; e non son vostre? L’armiLe han fatte vostre: ei non può tanto offrirviQuanto sperar di torgli v’è concesso.Ma, da un guerrier che vi giurò sua fedeVoi non volete altro che il ver, se il modoMutar di questa guerra a voi non piace,Accettate gli accordi.IL DOGE.Il parlar vostroAccenna assai, ma poco spiega: un chiaroParer vi si domanda.IL CONTE.Uditel dunque.Scegliete un duce, e confidate in lui:Tutto ei possa tentar; nulla si tentiSenza di lui: largo poter gli date;Stretto conto ei ne renda. Io non vi chiedo[963]Ch’io sia l’eletto: dico[964]sol che moltoSperar non lice da chi tal non sia.MARINO.Non l’eravate voi quando i prigioniSciolti voleste, e il furo? Eppur la guerraPiù risoluta non si fea per questo,Nè certa più. Duce e signor nel campo,Forse concesso non l’avreste.IL CONTE.AvreiFatto di più: sotto alle mie bandiereVenian quei prodi; e di Filippo il soglioVoto[965]or sarebbe, o sederiavi un altro.IL DOGE.Vasti disegni avete.IL CONTE.E l’adempirliSta in voi: se ancor nol son, n’è cagion[966]solaChe la man che il dovea sciolta non era.MARINO.A noi si disse altra cagion: che il DucaVi commosse a pietà, che l’odio atroceChe già portaste al signor vostro antico,Sovra i presenti il rovesciaste intero.IL CONTE.Questo vi fu riferto? Ella è sventuraDi chi regge gli Stati udir con paceL’impudente menzogna, i turpi sogniD’un vil di cui non degneria privatoLe parole ascoltar.MARINO.Sventura è vostraChe a tal riferto il vostro oprar s’accordi,Che il rio linguaggio lo confermi, e il vinca.IL CONTE.Il vostro grado io riverisco in voi,E questi generosi in mezzo a cuiV’ha posto il caso: e mi conforta almenoChe il non mertato onor di che lor piacqueCingere il loro capitan, lo stessoUdirvi io qui, mostra ch’essi han di luiAltro pensiero.IL DOGE.Uno è il pensier di tutti.IL CONTEE qual?IL DOGE.L’udiste.IL CONTE.È del Consiglio il votoQuello che udii?IL DOGE.Si: il crederete al Doge.IL CONTE.Questo dubbio di me?....IL DOGE.Già da gran tempoNon è più dubbio.IL CONTE.E m’invitaste a questo?E taceste finor?IL DOGE.Sì, per punirviDel tradimento, e non vi dar pretestiPer consumarlo.IL CONTE.Io traditor! ComincioA comprendervi alfin: pur troppo altruiCreder non volli. Io traditor! Ma questoTitolo infame infino a me non giunge:Ei non è mio; chi l’ha mertato il tenga.Ditemi stolto: il soffrirò, chè il merto:Tale è il mio posto qui; ma con null’altroLo cambierei[967], ch’egli è il più degno ancora.Io guardo, io torno col pensier sul tempoChe fui[968]vostro soldato: ella è una viaSparsa di fior. Segnate il giorno in cuiVi parvi un traditor! Ditemi un giornoChe di grazie e di lodi e di promesseColmo non sia! Che più? Qui siedo; e quandoIo venni a questo che alto onor parea,Quando più forte nel mio cor parlavaFiducia, amor, riconoscenza, e zelo....Fiducia no: pensa a fidarsi forseQuei che invitato tra[969]gli amici arriva?Io veniva all’inganno! Ebben, ci caddi;Ella è così. Ma via; poichè gettatoÈ il finto volto del sorriso ormai,Sia lode al ciel; siamo in un campo almenoChe anch’io conosco. A voi parlare or tocca;E difendermi a me: dite, quai sonoI tradimenti miei?IL DOGE.Gli udrete or oraDal Collegio segreto.IL CONTE.Io lo ricuso.Ciò che[970]feci per voi, tutto lo feciAlla luce del sol; renderne contoTra insidiose tenebre non voglio.Giudice del guerrier, solo è il guerriero.Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglioChe il mondo ascolti le difese, e veda[971]....IL DOGE.Passato è il tempo di voler.IL CONTE.Qui dunqueMi si fa forza? Le mie guardie!(alzando la voce, si move per[972]uscire).IL DOGE.SonoLunge di qui. Soldati!(entrano genti armate)Eccovi ormaiLe vostre guardie.IL CONTE.Io[973]son tradito!IL DOGE.Un saggioPensier fu dunque il rimandarle: a tortoNon si pensò[974]che, in suo tramar sorpreso,Farsi ribelle un traditor potria.IL CONTE.Anche un ribelle, si: come v’aggradaOrmai[975]potete favellar.IL DOGE.Sia trattoAl Collegio[976]segreto.IL CONTE.Un breve istanteUdite in pria. Voi risolveste, il vedo[977],La morte mia; ma risolvete insiemeLa vostra infamia eterna. Oltre l’anticoConfin l’insegna del Leon si spiegaSu quelle torri, ove all’Europa è notoCh’io la piantai. Qui tacerassi, è vero;Ma intorno a voi, dove non giunge il mutoTerror del vostro impero, ivi librato,Ivi in note indelebili fia scrittoIl benefizio[978]e la mercè. PensateAi vostri annali, all’avvenir. Tra pocoIl dì verrà che d’un guerriero ancoraUopo vi sia: chi vorrà farsi il vostro?Voi provocate la milizia. Or sonoIn vostra forza, è ver; ma vi sovvengaCh’io non ci[979]nacqui, che tra gente io nacquiBelligera, concorde: usa gran tempoA guardar come sua questa qualunqueGloria d’un suo concittadin, non fiaChe straniera all’oltraggio ella si tenga.Qui c’è[980]un inganno: a ciò vi trasse un qualcheVostro nemico e mio: voi non credeteCh’io vi tradissi. È tempo ancora.IL DOGE.È tardi.Quando il delitto meditaste, e baldoAffrontavate chi dovea punirlo,Tempo era allor d’antiveggenza.IL CONTE.Indegno!Tu mi rendi a me stesso. Tu credestiCh’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi[981]:Tu forse osasti di pensar che un prodePe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedraiCome si mor[982]. Va: quando l’ultim’oraTi coglierà sul vil tuo letto, incontroNon le starai con quella fronte al certo,Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco.(parte ilCONTEtra i soldati[983]).

IL DOGE.

(alCONTE)

A questi patti offre la pace il Duca:

Su ciò chiede il Consiglio il parer vostro.

IL CONTE.

Signori, un altro io ve ne diedi; e molto

Promisi allor: vi piacque. Io attenni in parte

Quel che promesso avea: ma lunge ancora

Dalle parole è il fatto; ed or non voglio

Farle obbliar però; sul labbro mio

Imprevidente militar baldanza

Non le mettea[960]. Di novo[961]avviso or chiesto,

Altro non posso che ridirvi il primo.

Se intera e calda e risoluta guerra

Far disponete, ah! siete a tempo[962]: è questa

La miglior scelta ancora. Ei vi abbandona

Bergamo e Broscia; e non son vostre? L’armi

Le han fatte vostre: ei non può tanto offrirvi

Quanto sperar di torgli v’è concesso.

Ma, da un guerrier che vi giurò sua fede

Voi non volete altro che il ver, se il modo

Mutar di questa guerra a voi non piace,

Accettate gli accordi.

IL DOGE.

Il parlar vostro

Accenna assai, ma poco spiega: un chiaro

Parer vi si domanda.

IL CONTE.

Uditel dunque.

Scegliete un duce, e confidate in lui:

Tutto ei possa tentar; nulla si tenti

Senza di lui: largo poter gli date;

Stretto conto ei ne renda. Io non vi chiedo[963]

Ch’io sia l’eletto: dico[964]sol che molto

Sperar non lice da chi tal non sia.

MARINO.

Non l’eravate voi quando i prigioni

Sciolti voleste, e il furo? Eppur la guerra

Più risoluta non si fea per questo,

Nè certa più. Duce e signor nel campo,

Forse concesso non l’avreste.

IL CONTE.

Avrei

Fatto di più: sotto alle mie bandiere

Venian quei prodi; e di Filippo il soglio

Voto[965]or sarebbe, o sederiavi un altro.

IL DOGE.

Vasti disegni avete.

IL CONTE.

E l’adempirli

Sta in voi: se ancor nol son, n’è cagion[966]sola

Che la man che il dovea sciolta non era.

MARINO.

A noi si disse altra cagion: che il Duca

Vi commosse a pietà, che l’odio atroce

Che già portaste al signor vostro antico,

Sovra i presenti il rovesciaste intero.

IL CONTE.

Questo vi fu riferto? Ella è sventura

Di chi regge gli Stati udir con pace

L’impudente menzogna, i turpi sogni

D’un vil di cui non degneria privato

Le parole ascoltar.

MARINO.

Sventura è vostra

Che a tal riferto il vostro oprar s’accordi,

Che il rio linguaggio lo confermi, e il vinca.

IL CONTE.

Il vostro grado io riverisco in voi,

E questi generosi in mezzo a cui

V’ha posto il caso: e mi conforta almeno

Che il non mertato onor di che lor piacque

Cingere il loro capitan, lo stesso

Udirvi io qui, mostra ch’essi han di lui

Altro pensiero.

IL DOGE.

Uno è il pensier di tutti.

IL CONTE

E qual?

IL DOGE.

L’udiste.

IL CONTE.

È del Consiglio il voto

Quello che udii?

IL DOGE.

Si: il crederete al Doge.

IL CONTE.

Questo dubbio di me?....

IL DOGE.

Già da gran tempo

Non è più dubbio.

IL CONTE.

E m’invitaste a questo?

E taceste finor?

IL DOGE.

Sì, per punirvi

Del tradimento, e non vi dar pretesti

Per consumarlo.

IL CONTE.

Io traditor! Comincio

A comprendervi alfin: pur troppo altrui

Creder non volli. Io traditor! Ma questo

Titolo infame infino a me non giunge:

Ei non è mio; chi l’ha mertato il tenga.

Ditemi stolto: il soffrirò, chè il merto:

Tale è il mio posto qui; ma con null’altro

Lo cambierei[967], ch’egli è il più degno ancora.

Io guardo, io torno col pensier sul tempo

Che fui[968]vostro soldato: ella è una via

Sparsa di fior. Segnate il giorno in cui

Vi parvi un traditor! Ditemi un giorno

Che di grazie e di lodi e di promesse

Colmo non sia! Che più? Qui siedo; e quando

Io venni a questo che alto onor parea,

Quando più forte nel mio cor parlava

Fiducia, amor, riconoscenza, e zelo....

Fiducia no: pensa a fidarsi forse

Quei che invitato tra[969]gli amici arriva?

Io veniva all’inganno! Ebben, ci caddi;

Ella è così. Ma via; poichè gettato

È il finto volto del sorriso ormai,

Sia lode al ciel; siamo in un campo almeno

Che anch’io conosco. A voi parlare or tocca;

E difendermi a me: dite, quai sono

I tradimenti miei?

IL DOGE.

Gli udrete or ora

Dal Collegio segreto.

IL CONTE.

Io lo ricuso.

Ciò che[970]feci per voi, tutto lo feci

Alla luce del sol; renderne conto

Tra insidiose tenebre non voglio.

Giudice del guerrier, solo è il guerriero.

Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio

Che il mondo ascolti le difese, e veda[971]....

IL DOGE.

Passato è il tempo di voler.

IL CONTE.

Qui dunque

Mi si fa forza? Le mie guardie!

(alzando la voce, si move per[972]uscire).

IL DOGE.

Sono

Lunge di qui. Soldati!

(entrano genti armate)

Eccovi ormai

Le vostre guardie.

IL CONTE.

Io[973]son tradito!

IL DOGE.

Un saggio

Pensier fu dunque il rimandarle: a torto

Non si pensò[974]che, in suo tramar sorpreso,

Farsi ribelle un traditor potria.

IL CONTE.

Anche un ribelle, si: come v’aggrada

Ormai[975]potete favellar.

IL DOGE.

Sia tratto

Al Collegio[976]segreto.

IL CONTE.

Un breve istante

Udite in pria. Voi risolveste, il vedo[977],

La morte mia; ma risolvete insieme

La vostra infamia eterna. Oltre l’antico

Confin l’insegna del Leon si spiega

Su quelle torri, ove all’Europa è noto

Ch’io la piantai. Qui tacerassi, è vero;

Ma intorno a voi, dove non giunge il muto

Terror del vostro impero, ivi librato,

Ivi in note indelebili fia scritto

Il benefizio[978]e la mercè. Pensate

Ai vostri annali, all’avvenir. Tra poco

Il dì verrà che d’un guerriero ancora

Uopo vi sia: chi vorrà farsi il vostro?

Voi provocate la milizia. Or sono

In vostra forza, è ver; ma vi sovvenga

Ch’io non ci[979]nacqui, che tra gente io nacqui

Belligera, concorde: usa gran tempo

A guardar come sua questa qualunque

Gloria d’un suo concittadin, non fia

Che straniera all’oltraggio ella si tenga.

Qui c’è[980]un inganno: a ciò vi trasse un qualche

Vostro nemico e mio: voi non credete

Ch’io vi tradissi. È tempo ancora.

IL DOGE.

È tardi.

Quando il delitto meditaste, e baldo

Affrontavate chi dovea punirlo,

Tempo era allor d’antiveggenza.

IL CONTE.

Indegno!

Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti

Ch’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi[981]:

Tu forse osasti di pensar che un prode

Pe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai

Come si mor[982]. Va: quando l’ultim’ora

Ti coglierà sul vil tuo letto, incontro

Non le starai con quella fronte al certo,

Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco.

(parte ilCONTEtra i soldati[983]).

[960]ponea[961]nuovo[962]in tempo.Cfr. pag. 226.[963]chieggio[964]io dico[965]Vuoto[966]ragion[967]Il cangerei[968]Ch’io fui[969]in fra (ma cfr. pag. 240!).[970]Quel ch’io[971]veggia[972]fa [ra] per[973]Or[974]stimò[975]Omai[976]tribunal[977]veggio[978]beneficio[979]vi[980]v’è[981]Questi due versi furono aggiunti nell’ediz. del 1845.[982]muor[983]fra le genti armate.

[960]ponea

[960]ponea

[961]nuovo

[961]nuovo

[962]in tempo.Cfr. pag. 226.

[962]in tempo.Cfr. pag. 226.

[963]chieggio

[963]chieggio

[964]io dico

[964]io dico

[965]Vuoto

[965]Vuoto

[966]ragion

[966]ragion

[967]Il cangerei

[967]Il cangerei

[968]Ch’io fui

[968]Ch’io fui

[969]in fra (ma cfr. pag. 240!).

[969]in fra (ma cfr. pag. 240!).

[970]Quel ch’io

[970]Quel ch’io

[971]veggia

[971]veggia

[972]fa [ra] per

[972]fa [ra] per

[973]Or

[973]Or

[974]stimò

[974]stimò

[975]Omai

[975]Omai

[976]tribunal

[976]tribunal

[977]veggio

[977]veggio

[978]beneficio

[978]beneficio

[979]vi

[979]vi

[980]v’è

[980]v’è

[981]Questi due versi furono aggiunti nell’ediz. del 1845.

[981]Questi due versi furono aggiunti nell’ediz. del 1845.

[982]muor

[982]muor

[983]fra le genti armate.

[983]fra le genti armate.

Casa del CONTE.

ANTONIETTA, e MATILDE.


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