[811]obbedito[812]di nuovo[813]picciol[814]v’è[815]Pigliasse[816]debbe
[811]obbedito
[811]obbedito
[812]di nuovo
[812]di nuovo
[813]picciol
[813]picciol
[814]v’è
[814]v’è
[815]Pigliasse
[815]Pigliasse
[816]debbe
[816]debbe
SFORZA, FORTEBRACCIO, eDETTI.
MALATESTI.Ditelo, o Sforza,E Fortebraccio; voi giungete in tempo:Ditelo voi, come trovaste il campo?Che possiamo sperarne?SFORZA.Ogni gran cosa.Quando gli ordini udìr, quando lor parveChe una battaglia si prepari, io vidiUn feroce tripudio: alla chiamataEsultando venièno, e col sorrisoSi fean cenno a vicenda. E quando io corsiEntro le file, ad ogni schiera un gridoS’alzava; ognuno in me fissando il guardoParea dicesse: o condottier, v’intendo.FORTEBRACCIO.E tai son tutti: allor ch’io venni a’ miei,Tutti mi furo intorno. Un mi dicea:Quando udremo le trombe? Altri: noi siamoStanchi d’esser beffati; e tutti ad una[817]La battaglia chiedean, come già certiDell’ottenerla, e dubbi sol del quando.Ebben, compagni, io rispondea, se il segnoPresto s’udrà, mi date voi parolaDi vincere con me? Gli elmi levatiSull’aste, un grido universal d’assensoFu la risposta[818], ond’io gioisco ancora.E a tai soldati ci venia propostoD’intimar la ritratta? e che alle[819]mani,Che già posate sulle spade aspettanoL’ordin di sguainarle e di ferire,Si comandasse di levar le tende?Chi fronte avria di presentarsi ad essiCon tal ordine ormai?PERGOLADal parlar vostroUn novo[820]modo di milizia imparo;Che i soldati comandino, e che i duciUbbidiscano[821].FORTEBRACCIO.O Pergola, i soldatiA cui capo son io, far da quel BraccioDisciplinati, che per tutto ancoraCon maraviglia e con terror si noma;E non son usi a sostener gli scherniDell’inimico.PERGOLAEd io conduco gentiDa me, qual ch’io mi sia, disciplinate;E sono avvezze ad aspettar la voceDel condottiero, ed a fidarsi in lui.MALATESTI.Dimentichiamo or noi che numeratiSono i momenti, e non ne resta alcunoPer le gare private?
MALATESTI.Ditelo, o Sforza,E Fortebraccio; voi giungete in tempo:Ditelo voi, come trovaste il campo?Che possiamo sperarne?SFORZA.Ogni gran cosa.Quando gli ordini udìr, quando lor parveChe una battaglia si prepari, io vidiUn feroce tripudio: alla chiamataEsultando venièno, e col sorrisoSi fean cenno a vicenda. E quando io corsiEntro le file, ad ogni schiera un gridoS’alzava; ognuno in me fissando il guardoParea dicesse: o condottier, v’intendo.FORTEBRACCIO.E tai son tutti: allor ch’io venni a’ miei,Tutti mi furo intorno. Un mi dicea:Quando udremo le trombe? Altri: noi siamoStanchi d’esser beffati; e tutti ad una[817]La battaglia chiedean, come già certiDell’ottenerla, e dubbi sol del quando.Ebben, compagni, io rispondea, se il segnoPresto s’udrà, mi date voi parolaDi vincere con me? Gli elmi levatiSull’aste, un grido universal d’assensoFu la risposta[818], ond’io gioisco ancora.E a tai soldati ci venia propostoD’intimar la ritratta? e che alle[819]mani,Che già posate sulle spade aspettanoL’ordin di sguainarle e di ferire,Si comandasse di levar le tende?Chi fronte avria di presentarsi ad essiCon tal ordine ormai?PERGOLADal parlar vostroUn novo[820]modo di milizia imparo;Che i soldati comandino, e che i duciUbbidiscano[821].FORTEBRACCIO.O Pergola, i soldatiA cui capo son io, far da quel BraccioDisciplinati, che per tutto ancoraCon maraviglia e con terror si noma;E non son usi a sostener gli scherniDell’inimico.PERGOLAEd io conduco gentiDa me, qual ch’io mi sia, disciplinate;E sono avvezze ad aspettar la voceDel condottiero, ed a fidarsi in lui.MALATESTI.Dimentichiamo or noi che numeratiSono i momenti, e non ne resta alcunoPer le gare private?
MALATESTI.
Ditelo, o Sforza,
E Fortebraccio; voi giungete in tempo:
Ditelo voi, come trovaste il campo?
Che possiamo sperarne?
SFORZA.
Ogni gran cosa.
Quando gli ordini udìr, quando lor parve
Che una battaglia si prepari, io vidi
Un feroce tripudio: alla chiamata
Esultando venièno, e col sorriso
Si fean cenno a vicenda. E quando io corsi
Entro le file, ad ogni schiera un grido
S’alzava; ognuno in me fissando il guardo
Parea dicesse: o condottier, v’intendo.
FORTEBRACCIO.
E tai son tutti: allor ch’io venni a’ miei,
Tutti mi furo intorno. Un mi dicea:
Quando udremo le trombe? Altri: noi siamo
Stanchi d’esser beffati; e tutti ad una[817]
La battaglia chiedean, come già certi
Dell’ottenerla, e dubbi sol del quando.
Ebben, compagni, io rispondea, se il segno
Presto s’udrà, mi date voi parola
Di vincere con me? Gli elmi levati
Sull’aste, un grido universal d’assenso
Fu la risposta[818], ond’io gioisco ancora.
E a tai soldati ci venia proposto
D’intimar la ritratta? e che alle[819]mani,
Che già posate sulle spade aspettano
L’ordin di sguainarle e di ferire,
Si comandasse di levar le tende?
Chi fronte avria di presentarsi ad essi
Con tal ordine ormai?
PERGOLA
Dal parlar vostro
Un novo[820]modo di milizia imparo;
Che i soldati comandino, e che i duci
Ubbidiscano[821].
FORTEBRACCIO.
O Pergola, i soldati
A cui capo son io, far da quel Braccio
Disciplinati, che per tutto ancora
Con maraviglia e con terror si noma;
E non son usi a sostener gli scherni
Dell’inimico.
PERGOLA
Ed io conduco genti
Da me, qual ch’io mi sia, disciplinate;
E sono avvezze ad aspettar la voce
Del condottiero, ed a fidarsi in lui.
MALATESTI.
Dimentichiamo or noi che numerati
Sono i momenti, e non ne resta alcuno
Per le gare private?
[817]in una[818]parola[819]ed alle[820]nuovo[821]Obbediscano
[817]in una
[817]in una
[818]parola
[818]parola
[819]ed alle
[819]ed alle
[820]nuovo
[820]nuovo
[821]Obbediscano
[821]Obbediscano
TORELLO, eDETTI.
SFORZA.Ebben, Torello,Siete mutato di parer? VedesteL’animo ardente de’ soldati?TORELLO.Il vidi;Udii le grida del furor, le gridaDella fiducia e del coraggio; e il visoRivolsi altrove, onde nessun dei prodiVi leggesse il pensier che mal mio gradoVi si pingeva: era il pensier che falseSon quelle gioie e brevi; era il pensieroDel valor che si perde. Io cavalcaiLungo tutta la fronte: io tesi il guardo,Quanto lunge potei; rividi quelleMacchie che sorgon qua e là dal suoloUliginoso che la via fiancheggia:Là son gli agguati, il giurerei. RividiQuel doppio cinto di muniti carri,Onde assiepato è del nemico il campo.Se l’urto primo ei sostener non puote,Ha una ritratta ove sfuggirlo e uscirnePreparato al secondo. Un novo[822]è questoTrovato di costui, per tôrre ai suoiIl pensier primo che s’affaccia ai vinti,Il pensier della fuga. Ad atterrarloDue colpi è d’uopo: ei con un sol ne atterra.Perchè, non giova chiuder gli occhi al vero,Non son più quelle guerre, in cui pe’ figliE per le donne e per la patria terraE per le leggi che la fan sì cara,Combatteva il soldato; in cui pensavaIl capitano a statuirgli un posto,Egli a morirvi. A mercenarie gentiNoi comandiamo, in cui più di leggieriTrovi il furor che la costanza: e’ corronoVolonterosi alla vittoria incontro;Ma s’ella tarda, se son posti a lungoTra la fuga e la morte, ah! dubbia è troppoLa scelta di costoro. E questo eventoPiù che tutt’altro antiveder ci è forza.Vil tempo in cui tanto al comando cresceDifficoltà, quanto la gloria scema!Io lo ripeto, non è questo un campoDi battaglia per noi.MALATESTI.Dunque?TORELLO.Si muti.Non siam pari al nemico; andiamo in luogoDove lo siam.MALATESTI.Così Maclodio a luiLascerem quasi in dono? I valorosi,Che vi son chiusi, non potran tenersiPiù che due giorni.TORELLO.Il so; ma non si trattaNè d’un presidio qui, nè d’una terra;Trattasi dello Stato.SFORZA.E di che maiSe non di terre si compon lo Stato?E quelle che indugiando, ad una ad unaGià lasciammo sfuggir, quante son elle?Casal, Bina, Quinzano e.... se vi piaceNoveratele voi, chè in tal pensieroTroppo caldo io mi sento. Il nobil manto,Che a noi fidato ha il Duca, a brano a branoSoffriam così che in nostra man si scemi,E che a lui messo omai da noi non giungaChe una ritratta non gli annunzi. IntantoSuperbisce il nemico, e ai nostri indugiSfacciato insulta.TORELLO.E questo è segno, o Sforza,Ch’ei brama una battaglia.SFORZA.Oh, che puot’egliBramar di più, che innanzi a sè cacciarneCon la[823]spada nel fodero?PERGOLA.Che puoteBramar di più? Dirovvel io[824]: che noiTutto arrischiam l’esercito in un campoOv’egli ha preso ogni vantaggio. Or questoPoniamo in salvo; chè le terre è lieveRiprender[825]con gli eserciti.FORTEBRACCIOCon quali?Non, per mia fè, con quelli a cui s’insegnaA diloggiar quando il nemico appare,A non mirarlo in faccia, a lasciar soliNelle angosce i compagni; ma con gentiQuali or le abbiam d’ira e di scorno accese,Impazienti di pugnar, con questeSi riparan le perdite, e si vince.Che dobbiamo aspettar? Brandi arrotati,Perchè lasciarli irrugginir?SFORZA.Torello,Voi temete d’agguati? Anch’io dirovvi:Non son più quelle guerre, in cui minutiDrappelletti movean, con l’occhio[826]tesoOgni macchia guatando, ogni rivolta.Un’oste intera sopra[827]un’oste interaOggi rovescerassi: un tanto stuoloSi vince sì, ma non s’accerchia; ei spazzaInnanzi a sè gl’intoppi, e fin ch’è unito,Dovunque sia, sul suo terreno è sempre.FORTEBRACCIO.(aPERGOLAeTORELLO)Siete convinti?TORELLO.Sofferite....MALATESTI.Io il sono.Omai vano è più dir. Certo io mi tengoChe tutti andrete in operar d’accordoPiù che non foste in divisar disgiunti.Poi che un partito e l’altro ha il suo periglio,Scegliamo almen quel che più gloria ha seco.Noi darem la battaglia: alla frontieraIo mi pongo coi miei; Sforza vien dietroE chiude la vanguardia; il mezzo tengaDella battaglia Fortebraccio: e il nostroUfizio[828]sia con impeto serrarciAddosso al[829]campo del nemico, aprirlo,E spingerci a Maclodio. Voi, Torello,E voi, Pergola, a cui sì dubbia sembraQuesta giornata, io pongo in vostra manoL’assicurarla: voi, discosti alquanto,Il retroguardo avrete. O la fortuna,Pur come suol, seconda i valorosi,E rompiamo il nemico; e voi piombateSopra i dispersi. Ma s’ei dura incontroL’impeto nostro, e ci vedete entratiD’onde[830]uscir soli non possiam; veniteA noi, reggete i periglianti amici;Chè, per cosa che avvenga[831], io vi prometto,Retrocedere a voi non ci vedrete.FORTEBRACCIO.Non ci vedrete, no.SFORZA.Siatene certi.FORTEBRACCIO.Sia lode al ciel, combatteremo alfine:Mai non accadde a capitan, ch’io sappia,Per fare il suo mestier contender tanto.PERGOLA.O Carmagnola, tu pensasti che oggiIl giovenil corruccio alla prudenzaPrevarrebbe dei vecchi; e ti apponesti.FORTEBRACCIO.Sì, la prudenza è la virtù dei vecchi:Ella cresce con gli anni, e tanto cresceChe alfin diventa.....PERGOLA.Ebben, dite.FORTEBRACCIO.Paura;Poi che volete ad ogni modo udirlo.MALATESTI.Fortebraccio!PERGOLA.L’hai detto. Ad un soldatoChe già più volte avea pugnato e vintoPrima che tu vedessi una bandiera,Oggi tu il primo hai detto.....MALATESTI.Da quel latoPresso Maclodio è posto il Carmagnola.Quegli fra noi che avere oggi pensasseAltro nemico che costui, sarebbeUn traditor: pensatamente il dico.PERGOLA.Ritratto il voto che dapprima io diedi;E il do per la battaglia: ella fia qualePredissi allor; ma non importa. AlloraPotea schifarsi; or la domando io primo:Io son per la battaglia.MALATESTI.Accetto il votoMa non l’augurio: lo distorni il cieloSul capo del nemico.PERGOLA.O Fortebraccio,Tu m’hai offeso.MALATESTI.Or via....FORTEBRACCIO.Se così credi,Sia pur così: perchè a te spiaccia, o a qualeAltro pur sia, non crederai ch’io vogliaUna parola ritirar che uscitaDalle labbra mi sia.MALATESTI.(in atto di partire)Chi resta fidoA Filippo, mi segua.PERGOLA.Io vi promettoChe oggi darem battaglia, e che di noiNon mancheravvi alcuno. O Fortebraccio,Non giunger onta ad onta; io ti ripeto,Tu m’hai offeso. Ascolta, io t’offro il modoChe tu mi renda l’onor mio, serbandoIntatto il tuo.FORTEBRACCIO.Che vuoi?PERGOLA.Dammi il tuo posto.Ovunque tu combatta, a tutti è notoChe tu volesti la battaglia, ed io,Io devo[832]ad ogni modo essere in luogoChe l’amico e il nemico aperto veda[833]Ch’io non ho... tu m’intendi.FORTEBRACCIO.Io son contento.Prendi[834]quel posto; poi che il brami, è tuo.O forte, or m’odi: ora m’è dolce il dirtiCh’io non t’offesi, no: per la fortunaDel signor nostro tu soverchio temi:Questo dir volli. Ma il timor che nasceIn cor di quel[835]che ama la vita, e l’amaPiù dell’onor, ma che nel cor del prodeMuore al primo periglio ch’egli affronta,E mai più non risorge, o valoroso,Pensavi tu?...PERGOLA.Nulla pensai: tu parliDa generoso qual tu sei.(aMALATESTI)Signore,Voi consentite al cambio?...MALATESTI.Io ci consento[836];E son ben lieto di veder tant’iraTutta cader sovra il nemico.TORELLO.(alloSFORZA)Io stavaCol Pergola da prima; ingiusto, io spero,Non vi parrà.....SFORZA.V’intendo; e con lui stateAlla vanguardia: ultimi e primi, tuttiCombatterem; poco m’importa il dove.MALATESTI.Non più ritardi. Iddio sarà coi prodi.(partono)
SFORZA.Ebben, Torello,Siete mutato di parer? VedesteL’animo ardente de’ soldati?TORELLO.Il vidi;Udii le grida del furor, le gridaDella fiducia e del coraggio; e il visoRivolsi altrove, onde nessun dei prodiVi leggesse il pensier che mal mio gradoVi si pingeva: era il pensier che falseSon quelle gioie e brevi; era il pensieroDel valor che si perde. Io cavalcaiLungo tutta la fronte: io tesi il guardo,Quanto lunge potei; rividi quelleMacchie che sorgon qua e là dal suoloUliginoso che la via fiancheggia:Là son gli agguati, il giurerei. RividiQuel doppio cinto di muniti carri,Onde assiepato è del nemico il campo.Se l’urto primo ei sostener non puote,Ha una ritratta ove sfuggirlo e uscirnePreparato al secondo. Un novo[822]è questoTrovato di costui, per tôrre ai suoiIl pensier primo che s’affaccia ai vinti,Il pensier della fuga. Ad atterrarloDue colpi è d’uopo: ei con un sol ne atterra.Perchè, non giova chiuder gli occhi al vero,Non son più quelle guerre, in cui pe’ figliE per le donne e per la patria terraE per le leggi che la fan sì cara,Combatteva il soldato; in cui pensavaIl capitano a statuirgli un posto,Egli a morirvi. A mercenarie gentiNoi comandiamo, in cui più di leggieriTrovi il furor che la costanza: e’ corronoVolonterosi alla vittoria incontro;Ma s’ella tarda, se son posti a lungoTra la fuga e la morte, ah! dubbia è troppoLa scelta di costoro. E questo eventoPiù che tutt’altro antiveder ci è forza.Vil tempo in cui tanto al comando cresceDifficoltà, quanto la gloria scema!Io lo ripeto, non è questo un campoDi battaglia per noi.MALATESTI.Dunque?TORELLO.Si muti.Non siam pari al nemico; andiamo in luogoDove lo siam.MALATESTI.Così Maclodio a luiLascerem quasi in dono? I valorosi,Che vi son chiusi, non potran tenersiPiù che due giorni.TORELLO.Il so; ma non si trattaNè d’un presidio qui, nè d’una terra;Trattasi dello Stato.SFORZA.E di che maiSe non di terre si compon lo Stato?E quelle che indugiando, ad una ad unaGià lasciammo sfuggir, quante son elle?Casal, Bina, Quinzano e.... se vi piaceNoveratele voi, chè in tal pensieroTroppo caldo io mi sento. Il nobil manto,Che a noi fidato ha il Duca, a brano a branoSoffriam così che in nostra man si scemi,E che a lui messo omai da noi non giungaChe una ritratta non gli annunzi. IntantoSuperbisce il nemico, e ai nostri indugiSfacciato insulta.TORELLO.E questo è segno, o Sforza,Ch’ei brama una battaglia.SFORZA.Oh, che puot’egliBramar di più, che innanzi a sè cacciarneCon la[823]spada nel fodero?PERGOLA.Che puoteBramar di più? Dirovvel io[824]: che noiTutto arrischiam l’esercito in un campoOv’egli ha preso ogni vantaggio. Or questoPoniamo in salvo; chè le terre è lieveRiprender[825]con gli eserciti.FORTEBRACCIOCon quali?Non, per mia fè, con quelli a cui s’insegnaA diloggiar quando il nemico appare,A non mirarlo in faccia, a lasciar soliNelle angosce i compagni; ma con gentiQuali or le abbiam d’ira e di scorno accese,Impazienti di pugnar, con questeSi riparan le perdite, e si vince.Che dobbiamo aspettar? Brandi arrotati,Perchè lasciarli irrugginir?SFORZA.Torello,Voi temete d’agguati? Anch’io dirovvi:Non son più quelle guerre, in cui minutiDrappelletti movean, con l’occhio[826]tesoOgni macchia guatando, ogni rivolta.Un’oste intera sopra[827]un’oste interaOggi rovescerassi: un tanto stuoloSi vince sì, ma non s’accerchia; ei spazzaInnanzi a sè gl’intoppi, e fin ch’è unito,Dovunque sia, sul suo terreno è sempre.FORTEBRACCIO.(aPERGOLAeTORELLO)Siete convinti?TORELLO.Sofferite....MALATESTI.Io il sono.Omai vano è più dir. Certo io mi tengoChe tutti andrete in operar d’accordoPiù che non foste in divisar disgiunti.Poi che un partito e l’altro ha il suo periglio,Scegliamo almen quel che più gloria ha seco.Noi darem la battaglia: alla frontieraIo mi pongo coi miei; Sforza vien dietroE chiude la vanguardia; il mezzo tengaDella battaglia Fortebraccio: e il nostroUfizio[828]sia con impeto serrarciAddosso al[829]campo del nemico, aprirlo,E spingerci a Maclodio. Voi, Torello,E voi, Pergola, a cui sì dubbia sembraQuesta giornata, io pongo in vostra manoL’assicurarla: voi, discosti alquanto,Il retroguardo avrete. O la fortuna,Pur come suol, seconda i valorosi,E rompiamo il nemico; e voi piombateSopra i dispersi. Ma s’ei dura incontroL’impeto nostro, e ci vedete entratiD’onde[830]uscir soli non possiam; veniteA noi, reggete i periglianti amici;Chè, per cosa che avvenga[831], io vi prometto,Retrocedere a voi non ci vedrete.FORTEBRACCIO.Non ci vedrete, no.SFORZA.Siatene certi.FORTEBRACCIO.Sia lode al ciel, combatteremo alfine:Mai non accadde a capitan, ch’io sappia,Per fare il suo mestier contender tanto.PERGOLA.O Carmagnola, tu pensasti che oggiIl giovenil corruccio alla prudenzaPrevarrebbe dei vecchi; e ti apponesti.FORTEBRACCIO.Sì, la prudenza è la virtù dei vecchi:Ella cresce con gli anni, e tanto cresceChe alfin diventa.....PERGOLA.Ebben, dite.FORTEBRACCIO.Paura;Poi che volete ad ogni modo udirlo.MALATESTI.Fortebraccio!PERGOLA.L’hai detto. Ad un soldatoChe già più volte avea pugnato e vintoPrima che tu vedessi una bandiera,Oggi tu il primo hai detto.....MALATESTI.Da quel latoPresso Maclodio è posto il Carmagnola.Quegli fra noi che avere oggi pensasseAltro nemico che costui, sarebbeUn traditor: pensatamente il dico.PERGOLA.Ritratto il voto che dapprima io diedi;E il do per la battaglia: ella fia qualePredissi allor; ma non importa. AlloraPotea schifarsi; or la domando io primo:Io son per la battaglia.MALATESTI.Accetto il votoMa non l’augurio: lo distorni il cieloSul capo del nemico.PERGOLA.O Fortebraccio,Tu m’hai offeso.MALATESTI.Or via....FORTEBRACCIO.Se così credi,Sia pur così: perchè a te spiaccia, o a qualeAltro pur sia, non crederai ch’io vogliaUna parola ritirar che uscitaDalle labbra mi sia.MALATESTI.(in atto di partire)Chi resta fidoA Filippo, mi segua.PERGOLA.Io vi promettoChe oggi darem battaglia, e che di noiNon mancheravvi alcuno. O Fortebraccio,Non giunger onta ad onta; io ti ripeto,Tu m’hai offeso. Ascolta, io t’offro il modoChe tu mi renda l’onor mio, serbandoIntatto il tuo.FORTEBRACCIO.Che vuoi?PERGOLA.Dammi il tuo posto.Ovunque tu combatta, a tutti è notoChe tu volesti la battaglia, ed io,Io devo[832]ad ogni modo essere in luogoChe l’amico e il nemico aperto veda[833]Ch’io non ho... tu m’intendi.FORTEBRACCIO.Io son contento.Prendi[834]quel posto; poi che il brami, è tuo.O forte, or m’odi: ora m’è dolce il dirtiCh’io non t’offesi, no: per la fortunaDel signor nostro tu soverchio temi:Questo dir volli. Ma il timor che nasceIn cor di quel[835]che ama la vita, e l’amaPiù dell’onor, ma che nel cor del prodeMuore al primo periglio ch’egli affronta,E mai più non risorge, o valoroso,Pensavi tu?...PERGOLA.Nulla pensai: tu parliDa generoso qual tu sei.(aMALATESTI)Signore,Voi consentite al cambio?...MALATESTI.Io ci consento[836];E son ben lieto di veder tant’iraTutta cader sovra il nemico.TORELLO.(alloSFORZA)Io stavaCol Pergola da prima; ingiusto, io spero,Non vi parrà.....SFORZA.V’intendo; e con lui stateAlla vanguardia: ultimi e primi, tuttiCombatterem; poco m’importa il dove.MALATESTI.Non più ritardi. Iddio sarà coi prodi.(partono)
SFORZA.
Ebben, Torello,
Siete mutato di parer? Vedeste
L’animo ardente de’ soldati?
TORELLO.
Il vidi;
Udii le grida del furor, le grida
Della fiducia e del coraggio; e il viso
Rivolsi altrove, onde nessun dei prodi
Vi leggesse il pensier che mal mio grado
Vi si pingeva: era il pensier che false
Son quelle gioie e brevi; era il pensiero
Del valor che si perde. Io cavalcai
Lungo tutta la fronte: io tesi il guardo,
Quanto lunge potei; rividi quelle
Macchie che sorgon qua e là dal suolo
Uliginoso che la via fiancheggia:
Là son gli agguati, il giurerei. Rividi
Quel doppio cinto di muniti carri,
Onde assiepato è del nemico il campo.
Se l’urto primo ei sostener non puote,
Ha una ritratta ove sfuggirlo e uscirne
Preparato al secondo. Un novo[822]è questo
Trovato di costui, per tôrre ai suoi
Il pensier primo che s’affaccia ai vinti,
Il pensier della fuga. Ad atterrarlo
Due colpi è d’uopo: ei con un sol ne atterra.
Perchè, non giova chiuder gli occhi al vero,
Non son più quelle guerre, in cui pe’ figli
E per le donne e per la patria terra
E per le leggi che la fan sì cara,
Combatteva il soldato; in cui pensava
Il capitano a statuirgli un posto,
Egli a morirvi. A mercenarie genti
Noi comandiamo, in cui più di leggieri
Trovi il furor che la costanza: e’ corrono
Volonterosi alla vittoria incontro;
Ma s’ella tarda, se son posti a lungo
Tra la fuga e la morte, ah! dubbia è troppo
La scelta di costoro. E questo evento
Più che tutt’altro antiveder ci è forza.
Vil tempo in cui tanto al comando cresce
Difficoltà, quanto la gloria scema!
Io lo ripeto, non è questo un campo
Di battaglia per noi.
MALATESTI.
Dunque?
TORELLO.
Si muti.
Non siam pari al nemico; andiamo in luogo
Dove lo siam.
MALATESTI.
Così Maclodio a lui
Lascerem quasi in dono? I valorosi,
Che vi son chiusi, non potran tenersi
Più che due giorni.
TORELLO.
Il so; ma non si tratta
Nè d’un presidio qui, nè d’una terra;
Trattasi dello Stato.
SFORZA.
E di che mai
Se non di terre si compon lo Stato?
E quelle che indugiando, ad una ad una
Già lasciammo sfuggir, quante son elle?
Casal, Bina, Quinzano e.... se vi piace
Noveratele voi, chè in tal pensiero
Troppo caldo io mi sento. Il nobil manto,
Che a noi fidato ha il Duca, a brano a brano
Soffriam così che in nostra man si scemi,
E che a lui messo omai da noi non giunga
Che una ritratta non gli annunzi. Intanto
Superbisce il nemico, e ai nostri indugi
Sfacciato insulta.
TORELLO.
E questo è segno, o Sforza,
Ch’ei brama una battaglia.
SFORZA.
Oh, che puot’egli
Bramar di più, che innanzi a sè cacciarne
Con la[823]spada nel fodero?
PERGOLA.
Che puote
Bramar di più? Dirovvel io[824]: che noi
Tutto arrischiam l’esercito in un campo
Ov’egli ha preso ogni vantaggio. Or questo
Poniamo in salvo; chè le terre è lieve
Riprender[825]con gli eserciti.
FORTEBRACCIO
Con quali?
Non, per mia fè, con quelli a cui s’insegna
A diloggiar quando il nemico appare,
A non mirarlo in faccia, a lasciar soli
Nelle angosce i compagni; ma con genti
Quali or le abbiam d’ira e di scorno accese,
Impazienti di pugnar, con queste
Si riparan le perdite, e si vince.
Che dobbiamo aspettar? Brandi arrotati,
Perchè lasciarli irrugginir?
SFORZA.
Torello,
Voi temete d’agguati? Anch’io dirovvi:
Non son più quelle guerre, in cui minuti
Drappelletti movean, con l’occhio[826]teso
Ogni macchia guatando, ogni rivolta.
Un’oste intera sopra[827]un’oste intera
Oggi rovescerassi: un tanto stuolo
Si vince sì, ma non s’accerchia; ei spazza
Innanzi a sè gl’intoppi, e fin ch’è unito,
Dovunque sia, sul suo terreno è sempre.
FORTEBRACCIO.
(aPERGOLAeTORELLO)
Siete convinti?
TORELLO.
Sofferite....
MALATESTI.
Io il sono.
Omai vano è più dir. Certo io mi tengo
Che tutti andrete in operar d’accordo
Più che non foste in divisar disgiunti.
Poi che un partito e l’altro ha il suo periglio,
Scegliamo almen quel che più gloria ha seco.
Noi darem la battaglia: alla frontiera
Io mi pongo coi miei; Sforza vien dietro
E chiude la vanguardia; il mezzo tenga
Della battaglia Fortebraccio: e il nostro
Ufizio[828]sia con impeto serrarci
Addosso al[829]campo del nemico, aprirlo,
E spingerci a Maclodio. Voi, Torello,
E voi, Pergola, a cui sì dubbia sembra
Questa giornata, io pongo in vostra mano
L’assicurarla: voi, discosti alquanto,
Il retroguardo avrete. O la fortuna,
Pur come suol, seconda i valorosi,
E rompiamo il nemico; e voi piombate
Sopra i dispersi. Ma s’ei dura incontro
L’impeto nostro, e ci vedete entrati
D’onde[830]uscir soli non possiam; venite
A noi, reggete i periglianti amici;
Chè, per cosa che avvenga[831], io vi prometto,
Retrocedere a voi non ci vedrete.
FORTEBRACCIO.
Non ci vedrete, no.
SFORZA.
Siatene certi.
FORTEBRACCIO.
Sia lode al ciel, combatteremo alfine:
Mai non accadde a capitan, ch’io sappia,
Per fare il suo mestier contender tanto.
PERGOLA.
O Carmagnola, tu pensasti che oggi
Il giovenil corruccio alla prudenza
Prevarrebbe dei vecchi; e ti apponesti.
FORTEBRACCIO.
Sì, la prudenza è la virtù dei vecchi:
Ella cresce con gli anni, e tanto cresce
Che alfin diventa.....
PERGOLA.
Ebben, dite.
FORTEBRACCIO.
Paura;
Poi che volete ad ogni modo udirlo.
MALATESTI.
Fortebraccio!
PERGOLA.
L’hai detto. Ad un soldato
Che già più volte avea pugnato e vinto
Prima che tu vedessi una bandiera,
Oggi tu il primo hai detto.....
MALATESTI.
Da quel lato
Presso Maclodio è posto il Carmagnola.
Quegli fra noi che avere oggi pensasse
Altro nemico che costui, sarebbe
Un traditor: pensatamente il dico.
PERGOLA.
Ritratto il voto che dapprima io diedi;
E il do per la battaglia: ella fia quale
Predissi allor; ma non importa. Allora
Potea schifarsi; or la domando io primo:
Io son per la battaglia.
MALATESTI.
Accetto il voto
Ma non l’augurio: lo distorni il cielo
Sul capo del nemico.
PERGOLA.
O Fortebraccio,
Tu m’hai offeso.
MALATESTI.
Or via....
FORTEBRACCIO.
Se così credi,
Sia pur così: perchè a te spiaccia, o a quale
Altro pur sia, non crederai ch’io voglia
Una parola ritirar che uscita
Dalle labbra mi sia.
MALATESTI.
(in atto di partire)
Chi resta fido
A Filippo, mi segua.
PERGOLA.
Io vi prometto
Che oggi darem battaglia, e che di noi
Non mancheravvi alcuno. O Fortebraccio,
Non giunger onta ad onta; io ti ripeto,
Tu m’hai offeso. Ascolta, io t’offro il modo
Che tu mi renda l’onor mio, serbando
Intatto il tuo.
FORTEBRACCIO.
Che vuoi?
PERGOLA.
Dammi il tuo posto.
Ovunque tu combatta, a tutti è noto
Che tu volesti la battaglia, ed io,
Io devo[832]ad ogni modo essere in luogo
Che l’amico e il nemico aperto veda[833]
Ch’io non ho... tu m’intendi.
FORTEBRACCIO.
Io son contento.
Prendi[834]quel posto; poi che il brami, è tuo.
O forte, or m’odi: ora m’è dolce il dirti
Ch’io non t’offesi, no: per la fortuna
Del signor nostro tu soverchio temi:
Questo dir volli. Ma il timor che nasce
In cor di quel[835]che ama la vita, e l’ama
Più dell’onor, ma che nel cor del prode
Muore al primo periglio ch’egli affronta,
E mai più non risorge, o valoroso,
Pensavi tu?...
PERGOLA.
Nulla pensai: tu parli
Da generoso qual tu sei.
(aMALATESTI)
Signore,
Voi consentite al cambio?...
MALATESTI.
Io ci consento[836];
E son ben lieto di veder tant’ira
Tutta cader sovra il nemico.
TORELLO.
(alloSFORZA)
Io stava
Col Pergola da prima; ingiusto, io spero,
Non vi parrà.....
SFORZA.
V’intendo; e con lui state
Alla vanguardia: ultimi e primi, tutti
Combatterem; poco m’importa il dove.
MALATESTI.
Non più ritardi. Iddio sarà coi prodi.
(partono)
[822]nuovo[823]QuiColla: più giùcon gli.[824]Dirovvel’io.[825]Ripigliar[826]coll’occhio[827]sovra[828]Ufficio[829]il[830]Nell’ediz. 1820 e ’45:Donde[831]accaggia[832]deggio[833]veggia[834]Piglia[835]quei[836]v’acconsento
[822]nuovo
[822]nuovo
[823]QuiColla: più giùcon gli.
[823]QuiColla: più giùcon gli.
[824]Dirovvel’io.
[824]Dirovvel’io.
[825]Ripigliar
[825]Ripigliar
[826]coll’occhio
[826]coll’occhio
[827]sovra
[827]sovra
[828]Ufficio
[828]Ufficio
[829]il
[829]il
[830]Nell’ediz. 1820 e ’45:Donde
[830]Nell’ediz. 1820 e ’45:Donde
[831]accaggia
[831]accaggia
[832]deggio
[832]deggio
[833]veggia
[833]veggia
[834]Piglia
[834]Piglia
[835]quei
[835]quei
[836]v’acconsento
[836]v’acconsento
Campo veneziano. Tenda del Conte.
IL CONTE, un SOLDATO.[837]
SOLDATO.Signor, l’oste nemica è in movimento:La vanguardia è sull’argine, e s’avanza.IL CONTE.I condottieri dove son?SOLDATO.Qui tuttiFuor della tenda i principali; e stannoGli ordin vostri aspettando.IL CONTE.Entrino tosto.(parte il Soldato)
SOLDATO.Signor, l’oste nemica è in movimento:La vanguardia è sull’argine, e s’avanza.IL CONTE.I condottieri dove son?SOLDATO.Qui tuttiFuor della tenda i principali; e stannoGli ordin vostri aspettando.IL CONTE.Entrino tosto.(parte il Soldato)
SOLDATO.
Signor, l’oste nemica è in movimento:
La vanguardia è sull’argine, e s’avanza.
IL CONTE.
I condottieri dove son?
SOLDATO.
Qui tutti
Fuor della tenda i principali; e stanno
Gli ordin vostri aspettando.
IL CONTE.
Entrino tosto.
(parte il Soldato)
[837]poi un Soldato che sopraggiunge.
[837]poi un Soldato che sopraggiunge.
[837]poi un Soldato che sopraggiunge.
IL CONTE.Eccolo il dì ch’io bramai tanto.—Il giornoCh’ei non mi volle udir, che invan pregai,Che ogni adito era chiuso, e che deriso,Solo, io partiva, e non sapea per dove,Oggi con gioia io lo rammento alfine.Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!Io lo dicea; ma allor pareva un sogno,Un sogno della rabbia; ed ora è vero.Gli sono a fronte: ecco mi balza il core:Io sento il dì della battaglia..... E s’io.....No: la vittoria è mia.
IL CONTE.Eccolo il dì ch’io bramai tanto.—Il giornoCh’ei non mi volle udir, che invan pregai,Che ogni adito era chiuso, e che deriso,Solo, io partiva, e non sapea per dove,Oggi con gioia io lo rammento alfine.Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!Io lo dicea; ma allor pareva un sogno,Un sogno della rabbia; ed ora è vero.Gli sono a fronte: ecco mi balza il core:Io sento il dì della battaglia..... E s’io.....No: la vittoria è mia.
IL CONTE.
Eccolo il dì ch’io bramai tanto.—Il giorno
Ch’ei non mi volle udir, che invan pregai,
Che ogni adito era chiuso, e che deriso,
Solo, io partiva, e non sapea per dove,
Oggi con gioia io lo rammento alfine.
Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,
Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!
Io lo dicea; ma allor pareva un sogno,
Un sogno della rabbia; ed ora è vero.
Gli sono a fronte: ecco mi balza il core:
Io sento il dì della battaglia..... E s’io.....
No: la vittoria è mia.
IL CONTE, GONZAGA, ORSINI, TOLENTINO, altri CONDOTTIERI.
IL CONTE.Compagni, udisteLa lieta nova[838]: l’inimico ha fattoCiò ch’io volea; così voi pur farete.E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro,Il più bel dì di nostra vita apporta.Non è tra voi chi una battaglia aspettiPer farsi un nome, il[839]so; ma questa seraL’avrem più glorioso; e la parolaChe al nostro orecchio sonerà[840]più grata,Omai fia quella di Maclodio. Orsini,Son pronti i tuoi?ORSINI.Sì.IL CONTE.Corri all’imboscateSulla destra dell’argine; raggiungiQuei che vi stanno, e prendine[841]il comando.E tu a sinistra, o Tolentino. E quindiNon vi movete, che non sia lo scontroIncominciato; quando ei fia, correteAlle spalle al nemico. Udite entrambi.Se dell’insidie egli s’avvede, e tentaRitrarsi, appena avrà voltato il dorso,Siategli addosso uniti: io son con voi.Provochi, o fugga, oggi dev’esser vinto.ORSINI.E[842]lo sarà.(parte).TOLENTINO.T’ubbidirem[843], vedrai.(parte).IL CONTE.(agli altri)Tu, Gonzaga, al mio fianco. I posti a voiAssegnerò sul campo. Andiam, compagni;Si resista al prim’urto: il resto è certo.
IL CONTE.Compagni, udisteLa lieta nova[838]: l’inimico ha fattoCiò ch’io volea; così voi pur farete.E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro,Il più bel dì di nostra vita apporta.Non è tra voi chi una battaglia aspettiPer farsi un nome, il[839]so; ma questa seraL’avrem più glorioso; e la parolaChe al nostro orecchio sonerà[840]più grata,Omai fia quella di Maclodio. Orsini,Son pronti i tuoi?ORSINI.Sì.IL CONTE.Corri all’imboscateSulla destra dell’argine; raggiungiQuei che vi stanno, e prendine[841]il comando.E tu a sinistra, o Tolentino. E quindiNon vi movete, che non sia lo scontroIncominciato; quando ei fia, correteAlle spalle al nemico. Udite entrambi.Se dell’insidie egli s’avvede, e tentaRitrarsi, appena avrà voltato il dorso,Siategli addosso uniti: io son con voi.Provochi, o fugga, oggi dev’esser vinto.ORSINI.E[842]lo sarà.(parte).TOLENTINO.T’ubbidirem[843], vedrai.(parte).IL CONTE.(agli altri)Tu, Gonzaga, al mio fianco. I posti a voiAssegnerò sul campo. Andiam, compagni;Si resista al prim’urto: il resto è certo.
IL CONTE.
Compagni, udiste
La lieta nova[838]: l’inimico ha fatto
Ciò ch’io volea; così voi pur farete.
E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro,
Il più bel dì di nostra vita apporta.
Non è tra voi chi una battaglia aspetti
Per farsi un nome, il[839]so; ma questa sera
L’avrem più glorioso; e la parola
Che al nostro orecchio sonerà[840]più grata,
Omai fia quella di Maclodio. Orsini,
Son pronti i tuoi?
ORSINI.
Sì.
IL CONTE.
Corri all’imboscate
Sulla destra dell’argine; raggiungi
Quei che vi stanno, e prendine[841]il comando.
E tu a sinistra, o Tolentino. E quindi
Non vi movete, che non sia lo scontro
Incominciato; quando ei fia, correte
Alle spalle al nemico. Udite entrambi.
Se dell’insidie egli s’avvede, e tenta
Ritrarsi, appena avrà voltato il dorso,
Siategli addosso uniti: io son con voi.
Provochi, o fugga, oggi dev’esser vinto.
ORSINI.
E[842]lo sarà.
(parte).
TOLENTINO.
T’ubbidirem[843], vedrai.
(parte).
IL CONTE.
(agli altri)
Tu, Gonzaga, al mio fianco. I posti a voi
Assegnerò sul campo. Andiam, compagni;
Si resista al prim’urto: il resto è certo.
[838]nuova[839]io ’l[840]scenderà[841]pigliane[842]Ei[843]Ti obbedirem
[838]nuova
[838]nuova
[839]io ’l
[839]io ’l
[840]scenderà
[840]scenderà
[841]pigliane
[841]pigliane
[842]Ei
[842]Ei
[843]Ti obbedirem
[843]Ti obbedirem
S’ode a destra uno squillo di tromba;A sinistra risponde uno squillo:D’ambo i lati calpesto rimbombaDa cavalli e da fanti il terren.Quinci spunta per l’aria un vessillo;Quindi un altro s’avanza spiegato:Ecco appare un drappello schierato;Ecco un altro che incontro gli vien.Già di mezzo sparito è il terreno;Già le spade respingon le spade;L’un dell’altro le immerge nel seno;Gronda il sangue; raddoppia il ferir.—Chi son essi? Alle belle contradeQual ne venne straniero a far guerra?Qual è quei che ha giurato la terraDove nacque far salva, o morir?—D’una terra son tutti: un linguaggioParlan tutti: fratelli li diceLo straniero: il comune lignaggioA ognun d’essi dal volto traspar.Questa terra fu a tutti nudrice,Questa terra di sangue ora intrisa,Che natura dall’altre ha divisa,E ricinta con l’alpe e col mar.—Ahi! Qual d’essi il sacrilego brandoTrasse il primo il fratello a ferire?Oh terror! Del conflitto esecrandoLa cagione esecranda qual è?[845]—Non la sanno: a dar morte, a morireQui senz’ira ognun d’essi è venuto;E venduto ad un duce venduto,Con lui pugna, e non chiede il perchè.—Ahi sventura! Ma spose non hanno,Non han madri gli stolti guerrieri?Perchè tutte i lor cari non vannoDall’ignobile campo a strappar?E i vegliardi che ai casti pensieriDella tomba già schiudon la mente,Chè non tentan la turba furenteCon prudenti parole placar?—Come assiso talvolta il villanoSulla porta del cheto abituro,Segna il nembo che scende lontanoSopra[846]i campi che arati ei non ha;Così udresti ciascun che sicuroVede lungi le armate coorti,Raccontar le migliaia de’ morti,E la pieta dell’arse città.Là, pendenti dal labbro maternoVedi i figli che imparano intentiA distinguer con nomi di schernoQuei che andranno ad uccidere un dì;Qui le donne alle veglie lucentiDe’ monili far pompa e de’ cinti,Che alle donne diserte de’ vintiIl marito o l’amante rapì.—Ahi sventura! sventura! sventura!Già la terra è coperta d’uccisi;Tutta è sangue la vasta pianura;Cresce il grido, raddoppia il furor.Ma negli ordini manchi e divisiMal si regge, già cede una schiera;Già nel volgo che vincer dispera,Della vita rinasce l’amor.Come il grano lanciato dal pienoVentilabro nell’aria si spande;Tale intorno per l’ampio terrenoSi sparpagliano i vinti guerrier.Ma improvvise terribili bandeAi fuggenti s’affaccian sul calle;Ma si senton più presso alle spalleAnelare[847]il temuto destrier.Cadon trepidi a piè de’ nemici,Gettan[848]l’arme, si danno prigioni:Il clamor delle turbe vittriciCopre i lai del tapino che mor.[849]Un corriero è salito in arcioni;Prende un foglio, il ripone, s’avvia,Sferza, sprona, divora la via;Ogni villa si desta al rumor.[850]Perchè tutti sul pesto camminoDalle case, dai campi accorrete?Ognun chiede con ansia al vicino,Che gioconda novella recò?Donde ei venga, infelici, il sapete,E sperate che gioia favelli?I fratelli hanno ucciso i fratelli:Questa orrenda novella vi do.Odo intorno festevoli gridi;S’orna il tempio, e risona[851]del canto;Già s’innalzan dai cori[852]omicidiGrazie ed inni che abbomina il ciel.Giù dal cerchio dell’alpi frattantoLo straniero gli sguardi rivolve;Vede i forti che mordon la polve,E li conta con gioia crudel.Affrettatevi, empite le schiere,Sospendete i trionfi ed i giochi,[853]Ritornate alle vostre bandiere:Lo straniero discende; egli è qui.Vincitor! Siete deboli e pochi?Ma per questo a sfidarvi ei discende;E voglioso a quei campi v’attendeDove[854]il vostro fratello perì.Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,Tu che in pace nutrirli non sai,Fatal terra, gli estrani ricevi:Tal giudizio[855]comincia per te.Un nemico che offeso non hai,A tue mense insultando s’asside;Degli stolti le spoglie divide;Toglie il brando di mano a’ tuoi re.Stolto anch’esso! Beata fu maiGente alcuna per sangue ed oltraggio?Solo al vinto non toccano i guai;Torna in pianto dell’empio il gioir.Ben talor nel superbo viaggioNon l’abbatte l’eterna vendetta;Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;Ma lo coglie all’estremo sospir.Tutti fatti a sembianza d’un Solo,Figli tutti d’un solo Riscatto,In qual ora[856], in qual parte del suolo,Trascorriamo quest’aura vital,Siam fratelli; siam stretti ad un patto:Maledetto colui che l’infrange,[857]Che s’innalza sul fiacco che piange,Che contrista uno spirto immortal!
S’ode a destra uno squillo di tromba;A sinistra risponde uno squillo:D’ambo i lati calpesto rimbombaDa cavalli e da fanti il terren.Quinci spunta per l’aria un vessillo;Quindi un altro s’avanza spiegato:Ecco appare un drappello schierato;Ecco un altro che incontro gli vien.Già di mezzo sparito è il terreno;Già le spade respingon le spade;L’un dell’altro le immerge nel seno;Gronda il sangue; raddoppia il ferir.—Chi son essi? Alle belle contradeQual ne venne straniero a far guerra?Qual è quei che ha giurato la terraDove nacque far salva, o morir?—D’una terra son tutti: un linguaggioParlan tutti: fratelli li diceLo straniero: il comune lignaggioA ognun d’essi dal volto traspar.Questa terra fu a tutti nudrice,Questa terra di sangue ora intrisa,Che natura dall’altre ha divisa,E ricinta con l’alpe e col mar.—Ahi! Qual d’essi il sacrilego brandoTrasse il primo il fratello a ferire?Oh terror! Del conflitto esecrandoLa cagione esecranda qual è?[845]—Non la sanno: a dar morte, a morireQui senz’ira ognun d’essi è venuto;E venduto ad un duce venduto,Con lui pugna, e non chiede il perchè.—Ahi sventura! Ma spose non hanno,Non han madri gli stolti guerrieri?Perchè tutte i lor cari non vannoDall’ignobile campo a strappar?E i vegliardi che ai casti pensieriDella tomba già schiudon la mente,Chè non tentan la turba furenteCon prudenti parole placar?—Come assiso talvolta il villanoSulla porta del cheto abituro,Segna il nembo che scende lontanoSopra[846]i campi che arati ei non ha;Così udresti ciascun che sicuroVede lungi le armate coorti,Raccontar le migliaia de’ morti,E la pieta dell’arse città.Là, pendenti dal labbro maternoVedi i figli che imparano intentiA distinguer con nomi di schernoQuei che andranno ad uccidere un dì;Qui le donne alle veglie lucentiDe’ monili far pompa e de’ cinti,Che alle donne diserte de’ vintiIl marito o l’amante rapì.—Ahi sventura! sventura! sventura!Già la terra è coperta d’uccisi;Tutta è sangue la vasta pianura;Cresce il grido, raddoppia il furor.Ma negli ordini manchi e divisiMal si regge, già cede una schiera;Già nel volgo che vincer dispera,Della vita rinasce l’amor.Come il grano lanciato dal pienoVentilabro nell’aria si spande;Tale intorno per l’ampio terrenoSi sparpagliano i vinti guerrier.Ma improvvise terribili bandeAi fuggenti s’affaccian sul calle;Ma si senton più presso alle spalleAnelare[847]il temuto destrier.Cadon trepidi a piè de’ nemici,Gettan[848]l’arme, si danno prigioni:Il clamor delle turbe vittriciCopre i lai del tapino che mor.[849]Un corriero è salito in arcioni;Prende un foglio, il ripone, s’avvia,Sferza, sprona, divora la via;Ogni villa si desta al rumor.[850]Perchè tutti sul pesto camminoDalle case, dai campi accorrete?Ognun chiede con ansia al vicino,Che gioconda novella recò?Donde ei venga, infelici, il sapete,E sperate che gioia favelli?I fratelli hanno ucciso i fratelli:Questa orrenda novella vi do.Odo intorno festevoli gridi;S’orna il tempio, e risona[851]del canto;Già s’innalzan dai cori[852]omicidiGrazie ed inni che abbomina il ciel.Giù dal cerchio dell’alpi frattantoLo straniero gli sguardi rivolve;Vede i forti che mordon la polve,E li conta con gioia crudel.Affrettatevi, empite le schiere,Sospendete i trionfi ed i giochi,[853]Ritornate alle vostre bandiere:Lo straniero discende; egli è qui.Vincitor! Siete deboli e pochi?Ma per questo a sfidarvi ei discende;E voglioso a quei campi v’attendeDove[854]il vostro fratello perì.Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,Tu che in pace nutrirli non sai,Fatal terra, gli estrani ricevi:Tal giudizio[855]comincia per te.Un nemico che offeso non hai,A tue mense insultando s’asside;Degli stolti le spoglie divide;Toglie il brando di mano a’ tuoi re.Stolto anch’esso! Beata fu maiGente alcuna per sangue ed oltraggio?Solo al vinto non toccano i guai;Torna in pianto dell’empio il gioir.Ben talor nel superbo viaggioNon l’abbatte l’eterna vendetta;Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;Ma lo coglie all’estremo sospir.Tutti fatti a sembianza d’un Solo,Figli tutti d’un solo Riscatto,In qual ora[856], in qual parte del suolo,Trascorriamo quest’aura vital,Siam fratelli; siam stretti ad un patto:Maledetto colui che l’infrange,[857]Che s’innalza sul fiacco che piange,Che contrista uno spirto immortal!
S’ode a destra uno squillo di tromba;A sinistra risponde uno squillo:D’ambo i lati calpesto rimbombaDa cavalli e da fanti il terren.Quinci spunta per l’aria un vessillo;Quindi un altro s’avanza spiegato:Ecco appare un drappello schierato;Ecco un altro che incontro gli vien.
S’ode a destra uno squillo di tromba;
A sinistra risponde uno squillo:
D’ambo i lati calpesto rimbomba
Da cavalli e da fanti il terren.
Quinci spunta per l’aria un vessillo;
Quindi un altro s’avanza spiegato:
Ecco appare un drappello schierato;
Ecco un altro che incontro gli vien.
Già di mezzo sparito è il terreno;Già le spade respingon le spade;L’un dell’altro le immerge nel seno;Gronda il sangue; raddoppia il ferir.—Chi son essi? Alle belle contradeQual ne venne straniero a far guerra?Qual è quei che ha giurato la terraDove nacque far salva, o morir?
Già di mezzo sparito è il terreno;
Già le spade respingon le spade;
L’un dell’altro le immerge nel seno;
Gronda il sangue; raddoppia il ferir.
—Chi son essi? Alle belle contrade
Qual ne venne straniero a far guerra?
Qual è quei che ha giurato la terra
Dove nacque far salva, o morir?
—D’una terra son tutti: un linguaggioParlan tutti: fratelli li diceLo straniero: il comune lignaggioA ognun d’essi dal volto traspar.Questa terra fu a tutti nudrice,Questa terra di sangue ora intrisa,Che natura dall’altre ha divisa,E ricinta con l’alpe e col mar.
—D’una terra son tutti: un linguaggio
Parlan tutti: fratelli li dice
Lo straniero: il comune lignaggio
A ognun d’essi dal volto traspar.
Questa terra fu a tutti nudrice,
Questa terra di sangue ora intrisa,
Che natura dall’altre ha divisa,
E ricinta con l’alpe e col mar.
—Ahi! Qual d’essi il sacrilego brandoTrasse il primo il fratello a ferire?Oh terror! Del conflitto esecrandoLa cagione esecranda qual è?[845]—Non la sanno: a dar morte, a morireQui senz’ira ognun d’essi è venuto;E venduto ad un duce venduto,Con lui pugna, e non chiede il perchè.
—Ahi! Qual d’essi il sacrilego brando
Trasse il primo il fratello a ferire?
Oh terror! Del conflitto esecrando
La cagione esecranda qual è?[845]
—Non la sanno: a dar morte, a morire
Qui senz’ira ognun d’essi è venuto;
E venduto ad un duce venduto,
Con lui pugna, e non chiede il perchè.
—Ahi sventura! Ma spose non hanno,Non han madri gli stolti guerrieri?Perchè tutte i lor cari non vannoDall’ignobile campo a strappar?E i vegliardi che ai casti pensieriDella tomba già schiudon la mente,Chè non tentan la turba furenteCon prudenti parole placar?
—Ahi sventura! Ma spose non hanno,
Non han madri gli stolti guerrieri?
Perchè tutte i lor cari non vanno
Dall’ignobile campo a strappar?
E i vegliardi che ai casti pensieri
Della tomba già schiudon la mente,
Chè non tentan la turba furente
Con prudenti parole placar?
—Come assiso talvolta il villanoSulla porta del cheto abituro,Segna il nembo che scende lontanoSopra[846]i campi che arati ei non ha;Così udresti ciascun che sicuroVede lungi le armate coorti,Raccontar le migliaia de’ morti,E la pieta dell’arse città.
—Come assiso talvolta il villano
Sulla porta del cheto abituro,
Segna il nembo che scende lontano
Sopra[846]i campi che arati ei non ha;
Così udresti ciascun che sicuro
Vede lungi le armate coorti,
Raccontar le migliaia de’ morti,
E la pieta dell’arse città.
Là, pendenti dal labbro maternoVedi i figli che imparano intentiA distinguer con nomi di schernoQuei che andranno ad uccidere un dì;Qui le donne alle veglie lucentiDe’ monili far pompa e de’ cinti,Che alle donne diserte de’ vintiIl marito o l’amante rapì.
Là, pendenti dal labbro materno
Vedi i figli che imparano intenti
A distinguer con nomi di scherno
Quei che andranno ad uccidere un dì;
Qui le donne alle veglie lucenti
De’ monili far pompa e de’ cinti,
Che alle donne diserte de’ vinti
Il marito o l’amante rapì.
—Ahi sventura! sventura! sventura!Già la terra è coperta d’uccisi;Tutta è sangue la vasta pianura;Cresce il grido, raddoppia il furor.Ma negli ordini manchi e divisiMal si regge, già cede una schiera;Già nel volgo che vincer dispera,Della vita rinasce l’amor.
—Ahi sventura! sventura! sventura!
Già la terra è coperta d’uccisi;
Tutta è sangue la vasta pianura;
Cresce il grido, raddoppia il furor.
Ma negli ordini manchi e divisi
Mal si regge, già cede una schiera;
Già nel volgo che vincer dispera,
Della vita rinasce l’amor.
Come il grano lanciato dal pienoVentilabro nell’aria si spande;Tale intorno per l’ampio terrenoSi sparpagliano i vinti guerrier.Ma improvvise terribili bandeAi fuggenti s’affaccian sul calle;Ma si senton più presso alle spalleAnelare[847]il temuto destrier.
Come il grano lanciato dal pieno
Ventilabro nell’aria si spande;
Tale intorno per l’ampio terreno
Si sparpagliano i vinti guerrier.
Ma improvvise terribili bande
Ai fuggenti s’affaccian sul calle;
Ma si senton più presso alle spalle
Anelare[847]il temuto destrier.
Cadon trepidi a piè de’ nemici,Gettan[848]l’arme, si danno prigioni:Il clamor delle turbe vittriciCopre i lai del tapino che mor.[849]Un corriero è salito in arcioni;Prende un foglio, il ripone, s’avvia,Sferza, sprona, divora la via;Ogni villa si desta al rumor.[850]
Cadon trepidi a piè de’ nemici,
Gettan[848]l’arme, si danno prigioni:
Il clamor delle turbe vittrici
Copre i lai del tapino che mor.[849]
Un corriero è salito in arcioni;
Prende un foglio, il ripone, s’avvia,
Sferza, sprona, divora la via;
Ogni villa si desta al rumor.[850]
Perchè tutti sul pesto camminoDalle case, dai campi accorrete?Ognun chiede con ansia al vicino,Che gioconda novella recò?Donde ei venga, infelici, il sapete,E sperate che gioia favelli?I fratelli hanno ucciso i fratelli:Questa orrenda novella vi do.
Perchè tutti sul pesto cammino
Dalle case, dai campi accorrete?
Ognun chiede con ansia al vicino,
Che gioconda novella recò?
Donde ei venga, infelici, il sapete,
E sperate che gioia favelli?
I fratelli hanno ucciso i fratelli:
Questa orrenda novella vi do.
Odo intorno festevoli gridi;S’orna il tempio, e risona[851]del canto;Già s’innalzan dai cori[852]omicidiGrazie ed inni che abbomina il ciel.Giù dal cerchio dell’alpi frattantoLo straniero gli sguardi rivolve;Vede i forti che mordon la polve,E li conta con gioia crudel.
Odo intorno festevoli gridi;
S’orna il tempio, e risona[851]del canto;
Già s’innalzan dai cori[852]omicidi
Grazie ed inni che abbomina il ciel.
Giù dal cerchio dell’alpi frattanto
Lo straniero gli sguardi rivolve;
Vede i forti che mordon la polve,
E li conta con gioia crudel.
Affrettatevi, empite le schiere,Sospendete i trionfi ed i giochi,[853]Ritornate alle vostre bandiere:Lo straniero discende; egli è qui.Vincitor! Siete deboli e pochi?Ma per questo a sfidarvi ei discende;E voglioso a quei campi v’attendeDove[854]il vostro fratello perì.
Affrettatevi, empite le schiere,
Sospendete i trionfi ed i giochi,[853]
Ritornate alle vostre bandiere:
Lo straniero discende; egli è qui.
Vincitor! Siete deboli e pochi?
Ma per questo a sfidarvi ei discende;
E voglioso a quei campi v’attende
Dove[854]il vostro fratello perì.
Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,Tu che in pace nutrirli non sai,Fatal terra, gli estrani ricevi:Tal giudizio[855]comincia per te.Un nemico che offeso non hai,A tue mense insultando s’asside;Degli stolti le spoglie divide;Toglie il brando di mano a’ tuoi re.
Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,
Tu che in pace nutrirli non sai,
Fatal terra, gli estrani ricevi:
Tal giudizio[855]comincia per te.
Un nemico che offeso non hai,
A tue mense insultando s’asside;
Degli stolti le spoglie divide;
Toglie il brando di mano a’ tuoi re.
Stolto anch’esso! Beata fu maiGente alcuna per sangue ed oltraggio?Solo al vinto non toccano i guai;Torna in pianto dell’empio il gioir.Ben talor nel superbo viaggioNon l’abbatte l’eterna vendetta;Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;Ma lo coglie all’estremo sospir.
Stolto anch’esso! Beata fu mai
Gente alcuna per sangue ed oltraggio?
Solo al vinto non toccano i guai;
Torna in pianto dell’empio il gioir.
Ben talor nel superbo viaggio
Non l’abbatte l’eterna vendetta;
Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
Ma lo coglie all’estremo sospir.
Tutti fatti a sembianza d’un Solo,Figli tutti d’un solo Riscatto,In qual ora[856], in qual parte del suolo,Trascorriamo quest’aura vital,Siam fratelli; siam stretti ad un patto:Maledetto colui che l’infrange,[857]Che s’innalza sul fiacco che piange,Che contrista uno spirto immortal!
Tutti fatti a sembianza d’un Solo,
Figli tutti d’un solo Riscatto,
In qual ora[856], in qual parte del suolo,
Trascorriamo quest’aura vital,
Siam fratelli; siam stretti ad un patto:
Maledetto colui che l’infrange,[857]
Che s’innalza sul fiacco che piange,
Che contrista uno spirto immortal!
Fine dell’atto secondo.
[844]Qui era una nota:Vedasi la Prefazione, a pagina [161].[845]qual’è?[846]Sovra.Altrove lasciasovra; cfr. pag. 247.[847]Scalpitare[848]Rendon[849]muor.[850]romor.[851]risuona[852]cuori[853]giuochi[854]Ove[855]giudicio[856]qual’ora[857]lo infrange
[844]Qui era una nota:Vedasi la Prefazione, a pagina [161].
[844]Qui era una nota:Vedasi la Prefazione, a pagina [161].
[845]qual’è?
[845]qual’è?
[846]Sovra.Altrove lasciasovra; cfr. pag. 247.
[846]Sovra.Altrove lasciasovra; cfr. pag. 247.
[847]Scalpitare
[847]Scalpitare
[848]Rendon
[848]Rendon
[849]muor.
[849]muor.
[850]romor.
[850]romor.
[851]risuona
[851]risuona
[852]cuori
[852]cuori
[853]giuochi
[853]giuochi
[854]Ove
[854]Ove
[855]giudicio
[855]giudicio
[856]qual’ora
[856]qual’ora
[857]lo infrange
[857]lo infrange
Tenda del Conte.
IL CONTE e il PRIMO COMMISSARIO.
IL CONTESiete contenti?PRIMO COMMISSARIO.Udir l’alto trionfoDella patria; vederlo; essere i primiA salutarla vincitrice; a leiDarne l’annunzio; assistere alla fugaDe’ suoi nemici; e mentre al nostro orecchioRimbomba il suon della minaccia ancora,Veder la gloria sua fuor del periglioUscir raggiante e più che mai serena,Come un sol dalle nubi; è gioia questaForse, o signor, cui la parola arrivi?Voi la vedete: essa vi sia misuraDella riconoscenza; e ben ci tardaDi rendervi tal grazie in altro nomeChe non è il nostro, e del Senato a voiRiferir la letizia e il guiderdone.Ei sarà pari al merto.IL CONTE.Io già lo tengo.Venezia è salva; ho liberata in parteUna grande promessa; ho fatto alfineRisovvenir di me tal che m’aveaDimenticato; ho vinto.PRIMO COMMISSARIO.Ed or si vuoleAssicurar della vittoria il frutto.IL CONTE......Questa è mia cura.PRIMO COMMISSARIO.Or che dal vostro brandoSgombra è la via, noi ci aspettiam che tuttaVoi la farete, nè starem fin tantoChe non si giunga del nemico al trono.IL CONTE.Quando fia tempo.PRIMO COMMISSARIO.E che? Voi non voleteInseguire i fuggenti?IL CONTE.Ora non[858]voglio.PRIMO COMMISSARIO.Ma il Senato lo crede.... E noi ben certiChe pari all’alta occasion, che pariAlla vittoria il vostro ardor sariaNel proseguirla, abbiamo a lui....IL CONTEVi sieteTroppo affrettati.PRIMO COMMISSARIO.E che dirà mai quandoUdrà che ancor siam qui?IL CONTE.Dirà, che il meglioÈ di fidarsi a chi per lui già vinse.PRIMO COMMISSARIO.Ma.... che pensate far?IL CONTE.Ve l’avrei dettoPiù volentier pochi momenti or sono;Pur convien ch’io vel dica. Io non mi voglioAllontanar di qui pria ch’espugnateNon sian le rocche che ci stan d’intorno.Voglio un solo nemico, e quello in faccia.PRIMO COMMISSARIO.Or dunque i nostri voti....IL CONTE.I vostri votiPiù arditi son del brando mio, più rapidiDe’ miei cavalli;.... ed io.... la prima voltaÈ che mi sento dir pur ch’io[859]m’affretti.PRIMO COMMISSARIO.Ma pensaste abbastanza?IL CONTE.E che! Sì nova[860]Mi giunge una vittoria? E vi par egli[861]Che questa gioia mi confonda il coreTanto che il primo mio pensier non siaPer ciò che resta a far?
IL CONTESiete contenti?PRIMO COMMISSARIO.Udir l’alto trionfoDella patria; vederlo; essere i primiA salutarla vincitrice; a leiDarne l’annunzio; assistere alla fugaDe’ suoi nemici; e mentre al nostro orecchioRimbomba il suon della minaccia ancora,Veder la gloria sua fuor del periglioUscir raggiante e più che mai serena,Come un sol dalle nubi; è gioia questaForse, o signor, cui la parola arrivi?Voi la vedete: essa vi sia misuraDella riconoscenza; e ben ci tardaDi rendervi tal grazie in altro nomeChe non è il nostro, e del Senato a voiRiferir la letizia e il guiderdone.Ei sarà pari al merto.IL CONTE.Io già lo tengo.Venezia è salva; ho liberata in parteUna grande promessa; ho fatto alfineRisovvenir di me tal che m’aveaDimenticato; ho vinto.PRIMO COMMISSARIO.Ed or si vuoleAssicurar della vittoria il frutto.IL CONTE......Questa è mia cura.PRIMO COMMISSARIO.Or che dal vostro brandoSgombra è la via, noi ci aspettiam che tuttaVoi la farete, nè starem fin tantoChe non si giunga del nemico al trono.IL CONTE.Quando fia tempo.PRIMO COMMISSARIO.E che? Voi non voleteInseguire i fuggenti?IL CONTE.Ora non[858]voglio.PRIMO COMMISSARIO.Ma il Senato lo crede.... E noi ben certiChe pari all’alta occasion, che pariAlla vittoria il vostro ardor sariaNel proseguirla, abbiamo a lui....IL CONTEVi sieteTroppo affrettati.PRIMO COMMISSARIO.E che dirà mai quandoUdrà che ancor siam qui?IL CONTE.Dirà, che il meglioÈ di fidarsi a chi per lui già vinse.PRIMO COMMISSARIO.Ma.... che pensate far?IL CONTE.Ve l’avrei dettoPiù volentier pochi momenti or sono;Pur convien ch’io vel dica. Io non mi voglioAllontanar di qui pria ch’espugnateNon sian le rocche che ci stan d’intorno.Voglio un solo nemico, e quello in faccia.PRIMO COMMISSARIO.Or dunque i nostri voti....IL CONTE.I vostri votiPiù arditi son del brando mio, più rapidiDe’ miei cavalli;.... ed io.... la prima voltaÈ che mi sento dir pur ch’io[859]m’affretti.PRIMO COMMISSARIO.Ma pensaste abbastanza?IL CONTE.E che! Sì nova[860]Mi giunge una vittoria? E vi par egli[861]Che questa gioia mi confonda il coreTanto che il primo mio pensier non siaPer ciò che resta a far?
IL CONTE
Siete contenti?
PRIMO COMMISSARIO.
Udir l’alto trionfo
Della patria; vederlo; essere i primi
A salutarla vincitrice; a lei
Darne l’annunzio; assistere alla fuga
De’ suoi nemici; e mentre al nostro orecchio
Rimbomba il suon della minaccia ancora,
Veder la gloria sua fuor del periglio
Uscir raggiante e più che mai serena,
Come un sol dalle nubi; è gioia questa
Forse, o signor, cui la parola arrivi?
Voi la vedete: essa vi sia misura
Della riconoscenza; e ben ci tarda
Di rendervi tal grazie in altro nome
Che non è il nostro, e del Senato a voi
Riferir la letizia e il guiderdone.
Ei sarà pari al merto.
IL CONTE.
Io già lo tengo.
Venezia è salva; ho liberata in parte
Una grande promessa; ho fatto alfine
Risovvenir di me tal che m’avea
Dimenticato; ho vinto.
PRIMO COMMISSARIO.
Ed or si vuole
Assicurar della vittoria il frutto.
IL CONTE.
.....Questa è mia cura.
PRIMO COMMISSARIO.
Or che dal vostro brando
Sgombra è la via, noi ci aspettiam che tutta
Voi la farete, nè starem fin tanto
Che non si giunga del nemico al trono.
IL CONTE.
Quando fia tempo.
PRIMO COMMISSARIO.
E che? Voi non volete
Inseguire i fuggenti?
IL CONTE.
Ora non[858]voglio.
PRIMO COMMISSARIO.
Ma il Senato lo crede.... E noi ben certi
Che pari all’alta occasion, che pari
Alla vittoria il vostro ardor saria
Nel proseguirla, abbiamo a lui....
IL CONTE
Vi siete
Troppo affrettati.
PRIMO COMMISSARIO.
E che dirà mai quando
Udrà che ancor siam qui?
IL CONTE.
Dirà, che il meglio
È di fidarsi a chi per lui già vinse.
PRIMO COMMISSARIO.
Ma.... che pensate far?
IL CONTE.
Ve l’avrei detto
Più volentier pochi momenti or sono;
Pur convien ch’io vel dica. Io non mi voglio
Allontanar di qui pria ch’espugnate
Non sian le rocche che ci stan d’intorno.
Voglio un solo nemico, e quello in faccia.
PRIMO COMMISSARIO.
Or dunque i nostri voti....
IL CONTE.
I vostri voti
Più arditi son del brando mio, più rapidi
De’ miei cavalli;.... ed io.... la prima volta
È che mi sento dir pur ch’io[859]m’affretti.
PRIMO COMMISSARIO.
Ma pensaste abbastanza?
IL CONTE.
E che! Sì nova[860]
Mi giunge una vittoria? E vi par egli[861]
Che questa gioia mi confonda il core
Tanto che il primo mio pensier non sia
Per ciò che resta a far?