[440]Il Manzoni postilla: «Si dica più chiaro che i Franchi si sono ritirati per timore d’Adelchi».[441]Tornano nuovamente questi versi, che prima erano, sempre in bocca ad Adelchi, nella sc. 2ª dell’atto I (pag. 126-7). Ora son rimasti a metà della sc. 1ª dell’atto III, ch’è stata di molto accorciata. (Sch.)[442]Il Bonghi ripubblicò, con qualche diversità di varianti, questa 1ª scena dell’atto III, nelle sueHorae subsecivae; Napoli, Morano, 1838; p. 259-268. (Sch.)
[440]Il Manzoni postilla: «Si dica più chiaro che i Franchi si sono ritirati per timore d’Adelchi».
[440]Il Manzoni postilla: «Si dica più chiaro che i Franchi si sono ritirati per timore d’Adelchi».
[441]Tornano nuovamente questi versi, che prima erano, sempre in bocca ad Adelchi, nella sc. 2ª dell’atto I (pag. 126-7). Ora son rimasti a metà della sc. 1ª dell’atto III, ch’è stata di molto accorciata. (Sch.)
[441]Tornano nuovamente questi versi, che prima erano, sempre in bocca ad Adelchi, nella sc. 2ª dell’atto I (pag. 126-7). Ora son rimasti a metà della sc. 1ª dell’atto III, ch’è stata di molto accorciata. (Sch.)
[442]Il Bonghi ripubblicò, con qualche diversità di varianti, questa 1ª scena dell’atto III, nelle sueHorae subsecivae; Napoli, Morano, 1838; p. 259-268. (Sch.)
[442]Il Bonghi ripubblicò, con qualche diversità di varianti, questa 1ª scena dell’atto III, nelle sueHorae subsecivae; Napoli, Morano, 1838; p. 259-268. (Sch.)
La scena è la sala del Palazzo Reale in Pavia; e le persone: Desiderio, Adelchi, Guntigi.—Il Manzoni cancellò poi tutto, e scrisse in calce all’ultima pagina: «Scartar tutto, e rifar l’atto in modo più conforme alla storia».
ADELCHI.No, mio Guntigi; senza te non debbeDeliberarsi questo affar: rimani.GUNTIGI.O re, concedi che al mio posto io torni.Tutto che fia qui statuito, io tosto,Presente o assente, eseguirò.ADELCHI.Guntigi,Caro io t’ebbi mai sempre; ed or tel dicoPerchè nei giorni di splendor tel dissi,Nè vo’ che nuovi affetti, o più corteseParlar, m’insegni la sventura. Io t’ebbiCaro mai sempre; ma dal dì che tutto,Noi seguendo, perdesti, o, come spero,Tutto per un momento, in preda a quelloCh’io dir non voglio vincitor, lasciasti,Tu mi sei sacro da quel dì. SupremoÈ il momento, o Guntigi: in sull’angustoLimite, che la morte dalla vitaParte, la somma delle cose è posta.Ed il consiglio, che a salvarla io reco,Importa a te non men che ai regi: e cessiIl Ciel, quand’anche senza rischio io il possa,Ch’io mai di te senza di te decida.Quel che a te dico, a questi prodi il dico.(GUNTIGIsiede con gli altri).DESIDERIO.Fedeli, o voi degni del nome, uditeCiò che Adelchi propon. Nei detti suoiÈ la vita: il credete ad un che tardiÈ saggio, e il sangue del suo cor dariaPer non averli un dì negletti.ADELCHI.Amici,Un fin s’appressa, un grande evento omaiSovrasta inevitabile: o subirloQual ch’ei pur sia, qual ch’ei pur venga, o farlo;Questa è la scelta che ci resta. E tantiGiorni di stento terminar dovrannoA un giorno di vergogna? e fia che il campoResti alla frode e alla viltà, giurateContro la fede ed il valor? nè questaDura, viril costanza avrà giovatoFuor che a perir più lentamente? e tutto,Tutto, in un punto perirà: la sedeDel regno, e regno, e gloria, e quella ancoraChe a voi per queste disperate estremeProve si dà? Chè il mondo oblìa le proveA cui l’evento non risponde, e cercaL’aspetto sol del vincitore, e sempreCerca la tomba di colui che vinse.No, no; siamo all’estremo, è ver; ma spesso,Solo al confine del perir, si schiudeIl sentier che diverge alla salute.E allor che nulla dai consigli usatiSi spera, esausti indarno, e tutti, appareL’inaudito che salva. I padri nostriNe fêr la prova in un gran punto, al tempoCh’erranti ancor, popolo armato, un suoloIvan cercando ove configger l’asteVincitrici, e regnar. Certo, vi debbeRisovvenir che, in lieti giorni, spessoAi banchetti del padre il sapienteVarnefrido il narrava. A terre ignoteQuei securi veniano, ed a nemiciDi cui la possa non sapean nè il nome.Uno abbattuto o dissipato, un altroSu lor via si poneva: ei lo sgombravano,E proseguian. Giunti in Mauringa alfine,Estenuati di vittorie,—e un passoNè quinci dar non si potea nè quindi,Senza vincere ancor,—fêr sosta, e in tristoParlamento s’uniro. Un saggio arditoSorse in mezzo, e parlò: «Donde il periglio?Donde il timor? dall’esser pochi? EbbeneCresciamo: è in noi. Vólgo di servi, a noiPari in vigor, maggior di folla, dietroCi trasciniam, peso e periglio: a tuttiDiam franchigia: le frecce in quelle maniPoniam, nomiamli combattenti: il nomeFa l’uom». Gloria a colui che l’alto avvisoSchiuse, alla gente che il credette, e n’ebbeTre secoli di vita: e più se in noiNon la lasciam finir, se a quel degli aviIl nostro cor, come il periglio, è pari.Sì, quel ch’ei disse, io dico a voi:—Siam pochi;Il tradimento ed il valor ci han scemiDel par. Bella, ma breve è la tenzoneDel valor contro il numero. Cresciamo:Come i padri il possiam. Questi Romani,Che stanno inerti e malvolenti il nostroSterminio ad aspettar, sotto le insegneChiamiam, nomiamli combattenti: il furo;Il saranno. In Pavia quante abbiam noiVuote armature, e petti inermi! in opraPoniamo entrambi, e n’usciran guerrieri.Sì, Longobardi, io il credo: ancor si puoteRivolgere il destin, dal nostro capoIl periglio gittar sovra coluiChe ne stringe, evocar da questa avversaTerra che ci abbandona, a mille a mille,Nemici a Carlo, amici a noi. Si gridiUna legge, e sia questa:—Ogni Romano,Che in nostro ajuto sorgerà, divengaCome un di noi: sia suo; libero seggaNel suo terren, nudra un cavallo, assistaAi consigli del popolo.—Fratelli!Lo scampo è qui donde processe il danno.Perchè, non c’inganniam, l’odio che a noiPortan questi Latini, unica e caraEredità dei padri loro, a CarloSpianò le vie; la terra ov’ei ci assalse,Gli era alleata da gran tempo: e il coreS’addoppia all’uom che in fido suol combatte.Certo, oh vergogna! non mancâr fra i nostriI traditor; sì, ma non è traditoSe non colui che, disarmato, infermo,Presta un fianco al pugnal; quegli è traditoChe dee perir: tutto è leale al forte.Ma badate, o compagni: il suo vantaggioCarlo gettò, lasciollo a noi, se noiCore abbiam di pigliarlo. Ei della nostraGente la feccia, i traditori, accolse,Gli chiamò suoi Fedeli, e nell’anticoPoter gli raffermò; così la vana,Incerta speme del Latin, derise,Che non sentì da quella mano il giogoAlleggerito, anzi nè pur mutato.Quindi l’amor cessò. Che fia se quelloChe invan da lui sperossi, e più, da noiSi promette e si dà? L’odio è per lui,La speranza è per noi: sospetto a CarloOgni Latin diventa: ei dee guardarsiPer ogni parte. Le città, che i fidiTengono ancora, apron le porte ad ogniLatin che aspira al nobil premio: a noiCrescon le forze, a dissipar le sueCarlo è costretto. E se Pavia non puoteRegger più a lungo, se di qui respintoNon è il Franco da noi, securi almenoPotrem di mano uscirgli. Ovunque andiamo,Sempre amici troviam: viva, inestintaVien la guerra con noi. Si vive: il nostroFido alleato è il tempo: a noi rapirloCarlo s’affanna, perchè il teme. Egli ardeDi terminar: mentre ei minaccia un regno,Chi guarda il suo? senza nemici è forse?E d’offesa bramosi e di vendetta,Gli stan da un lato il Sassone, dall’altraIl Saracino, e l’Aquitan nel seno:Sorga un di questi, e noi siam salvi. Ad unaVoce gridiam la legge....GUNTIGI.(s’alza precipitosamente)O regi, il sangue,Il riposo, l’aver, ciò che da noiDar si potea, si diè: quel che or ci chiedi....ADELCHI.Ebben?GUNTIGI.Nostro non è: l’onore e il dritto,Non pur di noi, ma d’una gente, è questo:Noi di serbarlo abbiam l’incarco i primi;Di gettarlo, nessun. Carlo, il nemicoDi questa gente, nol tentò. S’accorseEi che men dura e temeraria impresaSaria spegnere un popolo, che farloDiscender tutto in una volta. E ai fidi,Che già tanto soffrir, noi proporremoCiò che a’ trasfughi Carlo.....?VERMONDO.È un suo creatoChe parla qui? L’empia sua mente al certoMi suona in questi detti. E l’afforzarsiDunque il chiami discendere? non saiChe il primo dritto è non perir? Tu parliD’onor, siccome qui contesa or fosseDi chi preceda in una festa: oh! schivoDavver sei tu! Quel che già parve agli aviSenno, è disnor per te; ma, dall’ingannoPiù che dall’arme affranti, il regno in manoAl nemico lasciar, questo fia drittoE onor?GUNTIGI.Ben festi tu, che re non sei,Di favellar così. Qual ti s’addice,E non temprata da rispetti, interaLa risposta sarà. Sappi che, priaChe ad un Romano io di fratello il nomeDia, ch’io gli segga in parlamento al fianco,Scelgo morir per la sua man. Non saiChe Longobardo io nacqui? E se t’avvisiChe solo io il sia, guàrdati intorno, s’altreGuance non vedi, ove un rossor di sdegnoQuesta proposta fe’ salir.ADELCHI.Guntigi,Frustrar con ciance un gran disegno, il puoteL’ultimo dei mortali: ella è una tristaParte; e l’hai scelta. Ma non basta: all’orloDella ruina, un che s’oppone ai mezziDella salute, e nulla reca, e interoLascia il periglio, è un traditor; la morteEi dello Stato agogna.GUNTIGI.Il re, compagni,Vuol che io proponga, e lo farò: m’intendaCui tocca. Ai figli tramandar l’imperoDi questa vinta terra, e della vintaRazza che la ricopre, uno, supremo,Qual dai padri a noi venne, è questo il fineD’ogni leal, d’ogn’uomo a cui le veneCorrono sangue longobardo: è questaLa pubblica salute; a questa opporsiTradimento saria. Tutto che ad essaConduca, io tutto, e non io solo, approvo.Se v’ha chi puote, ogni privato affettoDimenticando, ogni util suo mettendoDietro le spalle, procurarla, e torneGl’impedimenti, ei, se la patria poneDinanzi a sè, se d’alto cor si sente,Vi si risolva.DESIDERIO.Chi ti fe’, Guntigi,Duca d’Ivrea?GUNTIGI.Tu, re, perch’io su quellaTerra, quant’era in me, serbassi eternaLa signoria del popol nostro; comeIo re t’elessi, e t’anteposi all’altoEmulo tuo, perchè tu fossi il primoTutor dei nostri dritti: e il nostro anticoRegno tenessi a quell’altezza almenoOve il trovasti.ADELCHI.Astuto ardimentoso,Taci; il tuo re non lo comanda, il figlioDi Desiderio il vuol. Tu speri, il veggio,Farci obbliar perchè siam qui: tu temiChe un partito si pigli; ed a stornarlo,Più certa via, come più vil, non v’eraChe oltraggiar quest’antico, innanzi a cuiQui, dappertutto, e sempre, il guardo a terraIo tener ti farò. Ma infruttuosaAncor quest’arte ti sarà: non voglioLa tua risposta.—A voi favello, o prodi.
ADELCHI.No, mio Guntigi; senza te non debbeDeliberarsi questo affar: rimani.GUNTIGI.O re, concedi che al mio posto io torni.Tutto che fia qui statuito, io tosto,Presente o assente, eseguirò.ADELCHI.Guntigi,Caro io t’ebbi mai sempre; ed or tel dicoPerchè nei giorni di splendor tel dissi,Nè vo’ che nuovi affetti, o più corteseParlar, m’insegni la sventura. Io t’ebbiCaro mai sempre; ma dal dì che tutto,Noi seguendo, perdesti, o, come spero,Tutto per un momento, in preda a quelloCh’io dir non voglio vincitor, lasciasti,Tu mi sei sacro da quel dì. SupremoÈ il momento, o Guntigi: in sull’angustoLimite, che la morte dalla vitaParte, la somma delle cose è posta.Ed il consiglio, che a salvarla io reco,Importa a te non men che ai regi: e cessiIl Ciel, quand’anche senza rischio io il possa,Ch’io mai di te senza di te decida.Quel che a te dico, a questi prodi il dico.(GUNTIGIsiede con gli altri).DESIDERIO.Fedeli, o voi degni del nome, uditeCiò che Adelchi propon. Nei detti suoiÈ la vita: il credete ad un che tardiÈ saggio, e il sangue del suo cor dariaPer non averli un dì negletti.ADELCHI.Amici,Un fin s’appressa, un grande evento omaiSovrasta inevitabile: o subirloQual ch’ei pur sia, qual ch’ei pur venga, o farlo;Questa è la scelta che ci resta. E tantiGiorni di stento terminar dovrannoA un giorno di vergogna? e fia che il campoResti alla frode e alla viltà, giurateContro la fede ed il valor? nè questaDura, viril costanza avrà giovatoFuor che a perir più lentamente? e tutto,Tutto, in un punto perirà: la sedeDel regno, e regno, e gloria, e quella ancoraChe a voi per queste disperate estremeProve si dà? Chè il mondo oblìa le proveA cui l’evento non risponde, e cercaL’aspetto sol del vincitore, e sempreCerca la tomba di colui che vinse.No, no; siamo all’estremo, è ver; ma spesso,Solo al confine del perir, si schiudeIl sentier che diverge alla salute.E allor che nulla dai consigli usatiSi spera, esausti indarno, e tutti, appareL’inaudito che salva. I padri nostriNe fêr la prova in un gran punto, al tempoCh’erranti ancor, popolo armato, un suoloIvan cercando ove configger l’asteVincitrici, e regnar. Certo, vi debbeRisovvenir che, in lieti giorni, spessoAi banchetti del padre il sapienteVarnefrido il narrava. A terre ignoteQuei securi veniano, ed a nemiciDi cui la possa non sapean nè il nome.Uno abbattuto o dissipato, un altroSu lor via si poneva: ei lo sgombravano,E proseguian. Giunti in Mauringa alfine,Estenuati di vittorie,—e un passoNè quinci dar non si potea nè quindi,Senza vincere ancor,—fêr sosta, e in tristoParlamento s’uniro. Un saggio arditoSorse in mezzo, e parlò: «Donde il periglio?Donde il timor? dall’esser pochi? EbbeneCresciamo: è in noi. Vólgo di servi, a noiPari in vigor, maggior di folla, dietroCi trasciniam, peso e periglio: a tuttiDiam franchigia: le frecce in quelle maniPoniam, nomiamli combattenti: il nomeFa l’uom». Gloria a colui che l’alto avvisoSchiuse, alla gente che il credette, e n’ebbeTre secoli di vita: e più se in noiNon la lasciam finir, se a quel degli aviIl nostro cor, come il periglio, è pari.Sì, quel ch’ei disse, io dico a voi:—Siam pochi;Il tradimento ed il valor ci han scemiDel par. Bella, ma breve è la tenzoneDel valor contro il numero. Cresciamo:Come i padri il possiam. Questi Romani,Che stanno inerti e malvolenti il nostroSterminio ad aspettar, sotto le insegneChiamiam, nomiamli combattenti: il furo;Il saranno. In Pavia quante abbiam noiVuote armature, e petti inermi! in opraPoniamo entrambi, e n’usciran guerrieri.Sì, Longobardi, io il credo: ancor si puoteRivolgere il destin, dal nostro capoIl periglio gittar sovra coluiChe ne stringe, evocar da questa avversaTerra che ci abbandona, a mille a mille,Nemici a Carlo, amici a noi. Si gridiUna legge, e sia questa:—Ogni Romano,Che in nostro ajuto sorgerà, divengaCome un di noi: sia suo; libero seggaNel suo terren, nudra un cavallo, assistaAi consigli del popolo.—Fratelli!Lo scampo è qui donde processe il danno.Perchè, non c’inganniam, l’odio che a noiPortan questi Latini, unica e caraEredità dei padri loro, a CarloSpianò le vie; la terra ov’ei ci assalse,Gli era alleata da gran tempo: e il coreS’addoppia all’uom che in fido suol combatte.Certo, oh vergogna! non mancâr fra i nostriI traditor; sì, ma non è traditoSe non colui che, disarmato, infermo,Presta un fianco al pugnal; quegli è traditoChe dee perir: tutto è leale al forte.Ma badate, o compagni: il suo vantaggioCarlo gettò, lasciollo a noi, se noiCore abbiam di pigliarlo. Ei della nostraGente la feccia, i traditori, accolse,Gli chiamò suoi Fedeli, e nell’anticoPoter gli raffermò; così la vana,Incerta speme del Latin, derise,Che non sentì da quella mano il giogoAlleggerito, anzi nè pur mutato.Quindi l’amor cessò. Che fia se quelloChe invan da lui sperossi, e più, da noiSi promette e si dà? L’odio è per lui,La speranza è per noi: sospetto a CarloOgni Latin diventa: ei dee guardarsiPer ogni parte. Le città, che i fidiTengono ancora, apron le porte ad ogniLatin che aspira al nobil premio: a noiCrescon le forze, a dissipar le sueCarlo è costretto. E se Pavia non puoteRegger più a lungo, se di qui respintoNon è il Franco da noi, securi almenoPotrem di mano uscirgli. Ovunque andiamo,Sempre amici troviam: viva, inestintaVien la guerra con noi. Si vive: il nostroFido alleato è il tempo: a noi rapirloCarlo s’affanna, perchè il teme. Egli ardeDi terminar: mentre ei minaccia un regno,Chi guarda il suo? senza nemici è forse?E d’offesa bramosi e di vendetta,Gli stan da un lato il Sassone, dall’altraIl Saracino, e l’Aquitan nel seno:Sorga un di questi, e noi siam salvi. Ad unaVoce gridiam la legge....GUNTIGI.(s’alza precipitosamente)O regi, il sangue,Il riposo, l’aver, ciò che da noiDar si potea, si diè: quel che or ci chiedi....ADELCHI.Ebben?GUNTIGI.Nostro non è: l’onore e il dritto,Non pur di noi, ma d’una gente, è questo:Noi di serbarlo abbiam l’incarco i primi;Di gettarlo, nessun. Carlo, il nemicoDi questa gente, nol tentò. S’accorseEi che men dura e temeraria impresaSaria spegnere un popolo, che farloDiscender tutto in una volta. E ai fidi,Che già tanto soffrir, noi proporremoCiò che a’ trasfughi Carlo.....?VERMONDO.È un suo creatoChe parla qui? L’empia sua mente al certoMi suona in questi detti. E l’afforzarsiDunque il chiami discendere? non saiChe il primo dritto è non perir? Tu parliD’onor, siccome qui contesa or fosseDi chi preceda in una festa: oh! schivoDavver sei tu! Quel che già parve agli aviSenno, è disnor per te; ma, dall’ingannoPiù che dall’arme affranti, il regno in manoAl nemico lasciar, questo fia drittoE onor?GUNTIGI.Ben festi tu, che re non sei,Di favellar così. Qual ti s’addice,E non temprata da rispetti, interaLa risposta sarà. Sappi che, priaChe ad un Romano io di fratello il nomeDia, ch’io gli segga in parlamento al fianco,Scelgo morir per la sua man. Non saiChe Longobardo io nacqui? E se t’avvisiChe solo io il sia, guàrdati intorno, s’altreGuance non vedi, ove un rossor di sdegnoQuesta proposta fe’ salir.ADELCHI.Guntigi,Frustrar con ciance un gran disegno, il puoteL’ultimo dei mortali: ella è una tristaParte; e l’hai scelta. Ma non basta: all’orloDella ruina, un che s’oppone ai mezziDella salute, e nulla reca, e interoLascia il periglio, è un traditor; la morteEi dello Stato agogna.GUNTIGI.Il re, compagni,Vuol che io proponga, e lo farò: m’intendaCui tocca. Ai figli tramandar l’imperoDi questa vinta terra, e della vintaRazza che la ricopre, uno, supremo,Qual dai padri a noi venne, è questo il fineD’ogni leal, d’ogn’uomo a cui le veneCorrono sangue longobardo: è questaLa pubblica salute; a questa opporsiTradimento saria. Tutto che ad essaConduca, io tutto, e non io solo, approvo.Se v’ha chi puote, ogni privato affettoDimenticando, ogni util suo mettendoDietro le spalle, procurarla, e torneGl’impedimenti, ei, se la patria poneDinanzi a sè, se d’alto cor si sente,Vi si risolva.DESIDERIO.Chi ti fe’, Guntigi,Duca d’Ivrea?GUNTIGI.Tu, re, perch’io su quellaTerra, quant’era in me, serbassi eternaLa signoria del popol nostro; comeIo re t’elessi, e t’anteposi all’altoEmulo tuo, perchè tu fossi il primoTutor dei nostri dritti: e il nostro anticoRegno tenessi a quell’altezza almenoOve il trovasti.ADELCHI.Astuto ardimentoso,Taci; il tuo re non lo comanda, il figlioDi Desiderio il vuol. Tu speri, il veggio,Farci obbliar perchè siam qui: tu temiChe un partito si pigli; ed a stornarlo,Più certa via, come più vil, non v’eraChe oltraggiar quest’antico, innanzi a cuiQui, dappertutto, e sempre, il guardo a terraIo tener ti farò. Ma infruttuosaAncor quest’arte ti sarà: non voglioLa tua risposta.—A voi favello, o prodi.
ADELCHI.
No, mio Guntigi; senza te non debbe
Deliberarsi questo affar: rimani.
GUNTIGI.
O re, concedi che al mio posto io torni.
Tutto che fia qui statuito, io tosto,
Presente o assente, eseguirò.
ADELCHI.
Guntigi,
Caro io t’ebbi mai sempre; ed or tel dico
Perchè nei giorni di splendor tel dissi,
Nè vo’ che nuovi affetti, o più cortese
Parlar, m’insegni la sventura. Io t’ebbi
Caro mai sempre; ma dal dì che tutto,
Noi seguendo, perdesti, o, come spero,
Tutto per un momento, in preda a quello
Ch’io dir non voglio vincitor, lasciasti,
Tu mi sei sacro da quel dì. Supremo
È il momento, o Guntigi: in sull’angusto
Limite, che la morte dalla vita
Parte, la somma delle cose è posta.
Ed il consiglio, che a salvarla io reco,
Importa a te non men che ai regi: e cessi
Il Ciel, quand’anche senza rischio io il possa,
Ch’io mai di te senza di te decida.
Quel che a te dico, a questi prodi il dico.
(GUNTIGIsiede con gli altri).
DESIDERIO.
Fedeli, o voi degni del nome, udite
Ciò che Adelchi propon. Nei detti suoi
È la vita: il credete ad un che tardi
È saggio, e il sangue del suo cor daria
Per non averli un dì negletti.
ADELCHI.
Amici,
Un fin s’appressa, un grande evento omai
Sovrasta inevitabile: o subirlo
Qual ch’ei pur sia, qual ch’ei pur venga, o farlo;
Questa è la scelta che ci resta. E tanti
Giorni di stento terminar dovranno
A un giorno di vergogna? e fia che il campo
Resti alla frode e alla viltà, giurate
Contro la fede ed il valor? nè questa
Dura, viril costanza avrà giovato
Fuor che a perir più lentamente? e tutto,
Tutto, in un punto perirà: la sede
Del regno, e regno, e gloria, e quella ancora
Che a voi per queste disperate estreme
Prove si dà? Chè il mondo oblìa le prove
A cui l’evento non risponde, e cerca
L’aspetto sol del vincitore, e sempre
Cerca la tomba di colui che vinse.
No, no; siamo all’estremo, è ver; ma spesso,
Solo al confine del perir, si schiude
Il sentier che diverge alla salute.
E allor che nulla dai consigli usati
Si spera, esausti indarno, e tutti, appare
L’inaudito che salva. I padri nostri
Ne fêr la prova in un gran punto, al tempo
Ch’erranti ancor, popolo armato, un suolo
Ivan cercando ove configger l’aste
Vincitrici, e regnar. Certo, vi debbe
Risovvenir che, in lieti giorni, spesso
Ai banchetti del padre il sapiente
Varnefrido il narrava. A terre ignote
Quei securi veniano, ed a nemici
Di cui la possa non sapean nè il nome.
Uno abbattuto o dissipato, un altro
Su lor via si poneva: ei lo sgombravano,
E proseguian. Giunti in Mauringa alfine,
Estenuati di vittorie,—e un passo
Nè quinci dar non si potea nè quindi,
Senza vincere ancor,—fêr sosta, e in tristo
Parlamento s’uniro. Un saggio ardito
Sorse in mezzo, e parlò: «Donde il periglio?
Donde il timor? dall’esser pochi? Ebbene
Cresciamo: è in noi. Vólgo di servi, a noi
Pari in vigor, maggior di folla, dietro
Ci trasciniam, peso e periglio: a tutti
Diam franchigia: le frecce in quelle mani
Poniam, nomiamli combattenti: il nome
Fa l’uom». Gloria a colui che l’alto avviso
Schiuse, alla gente che il credette, e n’ebbe
Tre secoli di vita: e più se in noi
Non la lasciam finir, se a quel degli avi
Il nostro cor, come il periglio, è pari.
Sì, quel ch’ei disse, io dico a voi:—Siam pochi;
Il tradimento ed il valor ci han scemi
Del par. Bella, ma breve è la tenzone
Del valor contro il numero. Cresciamo:
Come i padri il possiam. Questi Romani,
Che stanno inerti e malvolenti il nostro
Sterminio ad aspettar, sotto le insegne
Chiamiam, nomiamli combattenti: il furo;
Il saranno. In Pavia quante abbiam noi
Vuote armature, e petti inermi! in opra
Poniamo entrambi, e n’usciran guerrieri.
Sì, Longobardi, io il credo: ancor si puote
Rivolgere il destin, dal nostro capo
Il periglio gittar sovra colui
Che ne stringe, evocar da questa avversa
Terra che ci abbandona, a mille a mille,
Nemici a Carlo, amici a noi. Si gridi
Una legge, e sia questa:—Ogni Romano,
Che in nostro ajuto sorgerà, divenga
Come un di noi: sia suo; libero segga
Nel suo terren, nudra un cavallo, assista
Ai consigli del popolo.—Fratelli!
Lo scampo è qui donde processe il danno.
Perchè, non c’inganniam, l’odio che a noi
Portan questi Latini, unica e cara
Eredità dei padri loro, a Carlo
Spianò le vie; la terra ov’ei ci assalse,
Gli era alleata da gran tempo: e il core
S’addoppia all’uom che in fido suol combatte.
Certo, oh vergogna! non mancâr fra i nostri
I traditor; sì, ma non è tradito
Se non colui che, disarmato, infermo,
Presta un fianco al pugnal; quegli è tradito
Che dee perir: tutto è leale al forte.
Ma badate, o compagni: il suo vantaggio
Carlo gettò, lasciollo a noi, se noi
Core abbiam di pigliarlo. Ei della nostra
Gente la feccia, i traditori, accolse,
Gli chiamò suoi Fedeli, e nell’antico
Poter gli raffermò; così la vana,
Incerta speme del Latin, derise,
Che non sentì da quella mano il giogo
Alleggerito, anzi nè pur mutato.
Quindi l’amor cessò. Che fia se quello
Che invan da lui sperossi, e più, da noi
Si promette e si dà? L’odio è per lui,
La speranza è per noi: sospetto a Carlo
Ogni Latin diventa: ei dee guardarsi
Per ogni parte. Le città, che i fidi
Tengono ancora, apron le porte ad ogni
Latin che aspira al nobil premio: a noi
Crescon le forze, a dissipar le sue
Carlo è costretto. E se Pavia non puote
Regger più a lungo, se di qui respinto
Non è il Franco da noi, securi almeno
Potrem di mano uscirgli. Ovunque andiamo,
Sempre amici troviam: viva, inestinta
Vien la guerra con noi. Si vive: il nostro
Fido alleato è il tempo: a noi rapirlo
Carlo s’affanna, perchè il teme. Egli arde
Di terminar: mentre ei minaccia un regno,
Chi guarda il suo? senza nemici è forse?
E d’offesa bramosi e di vendetta,
Gli stan da un lato il Sassone, dall’altra
Il Saracino, e l’Aquitan nel seno:
Sorga un di questi, e noi siam salvi. Ad una
Voce gridiam la legge....
GUNTIGI.
(s’alza precipitosamente)
O regi, il sangue,
Il riposo, l’aver, ciò che da noi
Dar si potea, si diè: quel che or ci chiedi....
ADELCHI.
Ebben?
GUNTIGI.
Nostro non è: l’onore e il dritto,
Non pur di noi, ma d’una gente, è questo:
Noi di serbarlo abbiam l’incarco i primi;
Di gettarlo, nessun. Carlo, il nemico
Di questa gente, nol tentò. S’accorse
Ei che men dura e temeraria impresa
Saria spegnere un popolo, che farlo
Discender tutto in una volta. E ai fidi,
Che già tanto soffrir, noi proporremo
Ciò che a’ trasfughi Carlo.....?
VERMONDO.
È un suo creato
Che parla qui? L’empia sua mente al certo
Mi suona in questi detti. E l’afforzarsi
Dunque il chiami discendere? non sai
Che il primo dritto è non perir? Tu parli
D’onor, siccome qui contesa or fosse
Di chi preceda in una festa: oh! schivo
Davver sei tu! Quel che già parve agli avi
Senno, è disnor per te; ma, dall’inganno
Più che dall’arme affranti, il regno in mano
Al nemico lasciar, questo fia dritto
E onor?
GUNTIGI.
Ben festi tu, che re non sei,
Di favellar così. Qual ti s’addice,
E non temprata da rispetti, intera
La risposta sarà. Sappi che, pria
Che ad un Romano io di fratello il nome
Dia, ch’io gli segga in parlamento al fianco,
Scelgo morir per la sua man. Non sai
Che Longobardo io nacqui? E se t’avvisi
Che solo io il sia, guàrdati intorno, s’altre
Guance non vedi, ove un rossor di sdegno
Questa proposta fe’ salir.
ADELCHI.
Guntigi,
Frustrar con ciance un gran disegno, il puote
L’ultimo dei mortali: ella è una trista
Parte; e l’hai scelta. Ma non basta: all’orlo
Della ruina, un che s’oppone ai mezzi
Della salute, e nulla reca, e intero
Lascia il periglio, è un traditor; la morte
Ei dello Stato agogna.
GUNTIGI.
Il re, compagni,
Vuol che io proponga, e lo farò: m’intenda
Cui tocca. Ai figli tramandar l’impero
Di questa vinta terra, e della vinta
Razza che la ricopre, uno, supremo,
Qual dai padri a noi venne, è questo il fine
D’ogni leal, d’ogn’uomo a cui le vene
Corrono sangue longobardo: è questa
La pubblica salute; a questa opporsi
Tradimento saria. Tutto che ad essa
Conduca, io tutto, e non io solo, approvo.
Se v’ha chi puote, ogni privato affetto
Dimenticando, ogni util suo mettendo
Dietro le spalle, procurarla, e torne
Gl’impedimenti, ei, se la patria pone
Dinanzi a sè, se d’alto cor si sente,
Vi si risolva.
DESIDERIO.
Chi ti fe’, Guntigi,
Duca d’Ivrea?
GUNTIGI.
Tu, re, perch’io su quella
Terra, quant’era in me, serbassi eterna
La signoria del popol nostro; come
Io re t’elessi, e t’anteposi all’alto
Emulo tuo, perchè tu fossi il primo
Tutor dei nostri dritti: e il nostro antico
Regno tenessi a quell’altezza almeno
Ove il trovasti.
ADELCHI.
Astuto ardimentoso,
Taci; il tuo re non lo comanda, il figlio
Di Desiderio il vuol. Tu speri, il veggio,
Farci obbliar perchè siam qui: tu temi
Che un partito si pigli; ed a stornarlo,
Più certa via, come più vil, non v’era
Che oltraggiar quest’antico, innanzi a cui
Qui, dappertutto, e sempre, il guardo a terra
Io tener ti farò. Ma infruttuosa
Ancor quest’arte ti sarà: non voglio
La tua risposta.—A voi favello, o prodi.
CARLO.Ebben, tu il vedi:Iddio percote il tuo figliuol, non io.La vita io gli lasciava, e gliela toglieUn più forte di noi.DESIDERIO.Come pesanteSei tu discesa sul mio capo antico,Mano di Dio! Mia sola gloria, Adelchi,Sola dolcezza mia, cui vivo io maiDir non potea: tutto è perduto!, oh quantoSospirai di vederti; e in quale aspettoDinanzi or mi verrai! Tu, quel sì belloE terribile Adelchi! Io questo giornoTi preparai, sordo ai tuoi detti; e DioParlava in te! Cieco amator, per fartiPiù bello il regno, io ti scavai la tomba!Io cominciai la tua rovina; il cieloA compir diella ad una man, creataCerto a punir. Se ancora....
CARLO.Ebben, tu il vedi:Iddio percote il tuo figliuol, non io.La vita io gli lasciava, e gliela toglieUn più forte di noi.DESIDERIO.Come pesanteSei tu discesa sul mio capo antico,Mano di Dio! Mia sola gloria, Adelchi,Sola dolcezza mia, cui vivo io maiDir non potea: tutto è perduto!, oh quantoSospirai di vederti; e in quale aspettoDinanzi or mi verrai! Tu, quel sì belloE terribile Adelchi! Io questo giornoTi preparai, sordo ai tuoi detti; e DioParlava in te! Cieco amator, per fartiPiù bello il regno, io ti scavai la tomba!Io cominciai la tua rovina; il cieloA compir diella ad una man, creataCerto a punir. Se ancora....
CARLO.
Ebben, tu il vedi:
Iddio percote il tuo figliuol, non io.
La vita io gli lasciava, e gliela toglie
Un più forte di noi.
DESIDERIO.
Come pesante
Sei tu discesa sul mio capo antico,
Mano di Dio! Mia sola gloria, Adelchi,
Sola dolcezza mia, cui vivo io mai
Dir non potea: tutto è perduto!, oh quanto
Sospirai di vederti; e in quale aspetto
Dinanzi or mi verrai! Tu, quel sì bello
E terribile Adelchi! Io questo giorno
Ti preparai, sordo ai tuoi detti; e Dio
Parlava in te! Cieco amator, per farti
Più bello il regno, io ti scavai la tomba!
Io cominciai la tua rovina; il cielo
A compir diella ad una man, creata
Certo a punir. Se ancora....
Questi versi, ritentati nel manoscritto più volte, si leggono ancora così:
Come pesanteSei tu discesa sul mio capo antico,Mano di Dio! Così mi rendi il figlio!Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggoE tremo di vederti. E fra i perigli,Fra i tradimenti e l’abbandono, a questoSon io dunque vissuto? io che doveaEsser pianto da te! Misero! ed ioTi trassi a ciò: cieco amator, per fartiPiù bello il soglio, io ti scavai la tomba!..........................................
Come pesanteSei tu discesa sul mio capo antico,Mano di Dio! Così mi rendi il figlio!Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggoE tremo di vederti. E fra i perigli,Fra i tradimenti e l’abbandono, a questoSon io dunque vissuto? io che doveaEsser pianto da te! Misero! ed ioTi trassi a ciò: cieco amator, per fartiPiù bello il soglio, io ti scavai la tomba!..........................................
Come pesante
Sei tu discesa sul mio capo antico,
Mano di Dio! Così mi rendi il figlio!
Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo
E tremo di vederti. E fra i perigli,
Fra i tradimenti e l’abbandono, a questo
Son io dunque vissuto? io che dovea
Esser pianto da te! Misero! ed io
Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti
Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!
..........................................
La tragedia terminava:
ADELCHI.......................l’anima stancaAccogli.DESIDERIO.Oh Dio! chè non mi pigli teco!...
ADELCHI.......................l’anima stancaAccogli.DESIDERIO.Oh Dio! chè non mi pigli teco!...
ADELCHI.
......................l’anima stanca
Accogli.
DESIDERIO.
Oh Dio! chè non mi pigli teco!...
colla variante scritta sotto:
perchè mi lasci in terra!
perchè mi lasci in terra!
perchè mi lasci in terra!
e poi: «Si abbandona presso il corpo del figlio agonizzante; CARLO parte; cade il sipario.
21 settembre 1821.»
V’è segnata, in principio, la data «13 dicembre 1821»; in fine, 11 gennaio 1822».
«V’appare», scrive il Bonghi, «in due strofe un processo di creazione poetica, che in Manzoni non è frequente: quello di formare in prosa il pensiero che vuol verseggiare e che alla prima i versi non gli rendono; p. es., la terza strofa è venuta da prima scritta così:
Quel Dio che udì tuoi gemiti,Che il tuo dolor fe’ santo,Dal travagliato spiritoNon lo torrà fin tantoChe dal consunto [solubil] cenereNon ti rapisca in Sè.
Quel Dio che udì tuoi gemiti,Che il tuo dolor fe’ santo,Dal travagliato spiritoNon lo torrà fin tantoChe dal consunto [solubil] cenereNon ti rapisca in Sè.
Quel Dio che udì tuoi gemiti,
Che il tuo dolor fe’ santo,
Dal travagliato spirito
Non lo torrà fin tanto
Che dal consunto [solubil] cenere
Non ti rapisca in Sè.
«Il concetto, quantunque l’espressione ne sia tuttora imperfetta, non è men bello di quello che la quarta strofa esprime ora; ma questo è così accennato in margine:—“Il tuo destino quaggiù non era d’ottenere l’obblìo, ma di chiederlo„;—e sotto, qualcuno dei versi che sono rimasti:
Sempre un obblìo di chiedereChe ti saria negato................ascendereSanta del tuo martir [dolor].
Sempre un obblìo di chiedereChe ti saria negato................ascendereSanta del tuo martir [dolor].
Sempre un obblìo di chiedere
Che ti saria negato
................ascendere
Santa del tuo martir [dolor].
«Del pari, la strofa 18ª:Te collocò....., ha ai lati espresso così in parte il concetto che vi è verseggiato, ma pure non intero:—“La sventura ti ripone fra gli oppressi, ti fa concittadina dei vinti. Trapassa in pace. Nessuna imprecazione suonerà sul tuo sepolcro„.
«Le tre bellissime strofe 8, 9, 10 paiono uscite quasi di getto, soprattutto l’ultima; ma è a notare come, nell’ottava, il terzo e il quarto verso si leggono nel manoscritto così:
e l’assiduoRedir de’ veltri ansanti.
e l’assiduoRedir de’ veltri ansanti.
e l’assiduo
Redir de’ veltri ansanti.
Vuol dire ch’egli ha compiuto il terzo più tardi nel modo che si legge ora:E lo sbandarsi e il rapido, e l’ha tenuto in mente, sino alla seconda copia. Così è accaduto di alcuni altri in questo Coro».
V’è segnata, in principio, la data «15 gennaio 1822»: in fine, «19 gennaio 1822».—Le varianti son notate, di solito, sopra o sotto del verso stesso.
Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,Dai solchi bagnati di servo sudor,Un popol[443]disperso repente si desta,Intende l’orecchio, solleva la testaPercosso da novo crescente romor.Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,Qual raggio di sole da nuvoli folti,Traluce dei padri la fiera virtù:Nei guardi, nei volti, confuso ed incerto,Si mesce e discorda lo spregio[444]soffertoCol livido orgoglio del regno che fu.[445]È il volgo gravato dal nome latino,Che un’empia vittoria sul suolo tien chinoChe gli empj trionfi degli avi portò[446];È il volgo che inerte, qual gregge predato,Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,Nel Winilo errante dal Greco passò.S’aduna voglioso, si sperde tremante;Per torti sentieri, con passo vagante,Fra tema e desire, s’avanza e ristà.E guata[447]e rimira, scorata e confusa,Dei crudi signori la turba diffusa,Che fugge dai brandi[448], che sosta non ha.I fieri leoni, perduto il ruggito[449],Col guardo inquieto, del daino inseguitoLe note latebre del covo cercar;E intanto, deposta l’usata minaccia,Le donne superbe[450], con pallida faccia,I figli pensosi pensose guatar.E sopra i fuggenti[451], con avido brando,Quai cani disciolti, correndo, frugando,Da destra[452], da manca, guerrieri venir.Li vede, e rapito d’ignoto contento,Con l’agile speme precorre l’evento,E sogna la fine del duro servir.Udite! Quei forti che tengono il campo,Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,Son giunti da lunge, per aspri sentier;Troncaron le gioje dei prandj festosi,Assursero in fretta dai dolci[453]riposi,Chiamati repente da squillo guerrier.Lasciàr nelle sale del tetto natioLe donne accorate, tornanti all’addio,A preghi e consigli che il pianto troncò:Han carche le fronti dei gravi[454]cimieri,Han poste le selle sui bruni corsieri,Volaron sul ponte[455]che cupo sonò.A truppe[456], di terra passarono in terra,Cantando giulive canzoni di guerra,Ma i dolci castelli[457]pensando nel cor:Per valli petrose[458], per balzi dirotti,Vegliaron nell’arme le gelide notti,Membrando i fidati colloquj d’amor.Per greppi senz’orma le corse affannose,Gli oscuri perigli di stanze incresciose,Il rigido impero, le fami duràr;Si vider le lance calate sui petti,Udiron per l’aure[459], rasente gli elmetti,Le frecce pennute fischiando volar.[460]E il premio agli stenti sperato dai forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?Se il petto dei forti pungeva tal[461]cura,Di tanto periglio[462], di tanta pressura,Di tanto cammino non era mestier.Son donni pur essi di lurida plebe,Spogliata dell’armi,[463]curvata alle glebe,Densata nei chiusi di vinte città;A frangere il giogo che i miseri aggrava,Un motto dal labbro di questi[464]bastava,Che detto non hanno, che mai non s’udrà.[465]Tornate alle vostre superbe ruine,All’opera imbelle[466]dell’arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor;Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,Di vostre speranze parlate sommesso,Dormite fra i[467]sogni giocondi d’error.Domani al destarvi, tornando infelici,Saprete che il forte sui vinti nemiciI colpi sospese, che un patto fermò:Che regnano insieme, che parton le prede,Si stringon le destre, si danno la fede,Che il donno, che il servo, che il nome restò.[468]
Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,Dai solchi bagnati di servo sudor,Un popol[443]disperso repente si desta,Intende l’orecchio, solleva la testaPercosso da novo crescente romor.Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,Qual raggio di sole da nuvoli folti,Traluce dei padri la fiera virtù:Nei guardi, nei volti, confuso ed incerto,Si mesce e discorda lo spregio[444]soffertoCol livido orgoglio del regno che fu.[445]È il volgo gravato dal nome latino,Che un’empia vittoria sul suolo tien chinoChe gli empj trionfi degli avi portò[446];È il volgo che inerte, qual gregge predato,Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,Nel Winilo errante dal Greco passò.S’aduna voglioso, si sperde tremante;Per torti sentieri, con passo vagante,Fra tema e desire, s’avanza e ristà.E guata[447]e rimira, scorata e confusa,Dei crudi signori la turba diffusa,Che fugge dai brandi[448], che sosta non ha.I fieri leoni, perduto il ruggito[449],Col guardo inquieto, del daino inseguitoLe note latebre del covo cercar;E intanto, deposta l’usata minaccia,Le donne superbe[450], con pallida faccia,I figli pensosi pensose guatar.E sopra i fuggenti[451], con avido brando,Quai cani disciolti, correndo, frugando,Da destra[452], da manca, guerrieri venir.Li vede, e rapito d’ignoto contento,Con l’agile speme precorre l’evento,E sogna la fine del duro servir.Udite! Quei forti che tengono il campo,Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,Son giunti da lunge, per aspri sentier;Troncaron le gioje dei prandj festosi,Assursero in fretta dai dolci[453]riposi,Chiamati repente da squillo guerrier.Lasciàr nelle sale del tetto natioLe donne accorate, tornanti all’addio,A preghi e consigli che il pianto troncò:Han carche le fronti dei gravi[454]cimieri,Han poste le selle sui bruni corsieri,Volaron sul ponte[455]che cupo sonò.A truppe[456], di terra passarono in terra,Cantando giulive canzoni di guerra,Ma i dolci castelli[457]pensando nel cor:Per valli petrose[458], per balzi dirotti,Vegliaron nell’arme le gelide notti,Membrando i fidati colloquj d’amor.Per greppi senz’orma le corse affannose,Gli oscuri perigli di stanze incresciose,Il rigido impero, le fami duràr;Si vider le lance calate sui petti,Udiron per l’aure[459], rasente gli elmetti,Le frecce pennute fischiando volar.[460]E il premio agli stenti sperato dai forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?Se il petto dei forti pungeva tal[461]cura,Di tanto periglio[462], di tanta pressura,Di tanto cammino non era mestier.Son donni pur essi di lurida plebe,Spogliata dell’armi,[463]curvata alle glebe,Densata nei chiusi di vinte città;A frangere il giogo che i miseri aggrava,Un motto dal labbro di questi[464]bastava,Che detto non hanno, che mai non s’udrà.[465]Tornate alle vostre superbe ruine,All’opera imbelle[466]dell’arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor;Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,Di vostre speranze parlate sommesso,Dormite fra i[467]sogni giocondi d’error.Domani al destarvi, tornando infelici,Saprete che il forte sui vinti nemiciI colpi sospese, che un patto fermò:Che regnano insieme, che parton le prede,Si stringon le destre, si danno la fede,Che il donno, che il servo, che il nome restò.[468]
Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,Dai solchi bagnati di servo sudor,Un popol[443]disperso repente si desta,Intende l’orecchio, solleva la testaPercosso da novo crescente romor.
Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un popol[443]disperso repente si desta,
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,Qual raggio di sole da nuvoli folti,Traluce dei padri la fiera virtù:Nei guardi, nei volti, confuso ed incerto,Si mesce e discorda lo spregio[444]soffertoCol livido orgoglio del regno che fu.[445]
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce dei padri la fiera virtù:
Nei guardi, nei volti, confuso ed incerto,
Si mesce e discorda lo spregio[444]sofferto
Col livido orgoglio del regno che fu.[445]
È il volgo gravato dal nome latino,Che un’empia vittoria sul suolo tien chinoChe gli empj trionfi degli avi portò[446];È il volgo che inerte, qual gregge predato,Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,Nel Winilo errante dal Greco passò.
È il volgo gravato dal nome latino,
Che un’empia vittoria sul suolo tien chino
Che gli empj trionfi degli avi portò[446];
È il volgo che inerte, qual gregge predato,
Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,
Nel Winilo errante dal Greco passò.
S’aduna voglioso, si sperde tremante;Per torti sentieri, con passo vagante,Fra tema e desire, s’avanza e ristà.E guata[447]e rimira, scorata e confusa,Dei crudi signori la turba diffusa,Che fugge dai brandi[448], che sosta non ha.
S’aduna voglioso, si sperde tremante;
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà.
E guata[447]e rimira, scorata e confusa,
Dei crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi[448], che sosta non ha.
I fieri leoni, perduto il ruggito[449],Col guardo inquieto, del daino inseguitoLe note latebre del covo cercar;E intanto, deposta l’usata minaccia,Le donne superbe[450], con pallida faccia,I figli pensosi pensose guatar.
I fieri leoni, perduto il ruggito[449],
Col guardo inquieto, del daino inseguito
Le note latebre del covo cercar;
E intanto, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe[450], con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.
E sopra i fuggenti[451], con avido brando,Quai cani disciolti, correndo, frugando,Da destra[452], da manca, guerrieri venir.Li vede, e rapito d’ignoto contento,Con l’agile speme precorre l’evento,E sogna la fine del duro servir.
E sopra i fuggenti[451], con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da destra[452], da manca, guerrieri venir.
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.
Udite! Quei forti che tengono il campo,Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,Son giunti da lunge, per aspri sentier;Troncaron le gioje dei prandj festosi,Assursero in fretta dai dolci[453]riposi,Chiamati repente da squillo guerrier.
Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier;
Troncaron le gioje dei prandj festosi,
Assursero in fretta dai dolci[453]riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.
Lasciàr nelle sale del tetto natioLe donne accorate, tornanti all’addio,A preghi e consigli che il pianto troncò:Han carche le fronti dei gravi[454]cimieri,Han poste le selle sui bruni corsieri,Volaron sul ponte[455]che cupo sonò.
Lasciàr nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carche le fronti dei gravi[454]cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte[455]che cupo sonò.
A truppe[456], di terra passarono in terra,Cantando giulive canzoni di guerra,Ma i dolci castelli[457]pensando nel cor:Per valli petrose[458], per balzi dirotti,Vegliaron nell’arme le gelide notti,Membrando i fidati colloquj d’amor.
A truppe[456], di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli[457]pensando nel cor:
Per valli petrose[458], per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloquj d’amor.
Per greppi senz’orma le corse affannose,Gli oscuri perigli di stanze incresciose,Il rigido impero, le fami duràr;Si vider le lance calate sui petti,Udiron per l’aure[459], rasente gli elmetti,Le frecce pennute fischiando volar.[460]
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Il rigido impero, le fami duràr;
Si vider le lance calate sui petti,
Udiron per l’aure[459], rasente gli elmetti,
Le frecce pennute fischiando volar.[460]
E il premio agli stenti sperato dai forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?Se il petto dei forti pungeva tal[461]cura,Di tanto periglio[462], di tanta pressura,Di tanto cammino non era mestier.
E il premio agli stenti sperato dai forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?
Se il petto dei forti pungeva tal[461]cura,
Di tanto periglio[462], di tanta pressura,
Di tanto cammino non era mestier.
Son donni pur essi di lurida plebe,Spogliata dell’armi,[463]curvata alle glebe,Densata nei chiusi di vinte città;A frangere il giogo che i miseri aggrava,Un motto dal labbro di questi[464]bastava,Che detto non hanno, che mai non s’udrà.[465]
Son donni pur essi di lurida plebe,
Spogliata dell’armi,[463]curvata alle glebe,
Densata nei chiusi di vinte città;
A frangere il giogo che i miseri aggrava,
Un motto dal labbro di questi[464]bastava,
Che detto non hanno, che mai non s’udrà.[465]
Tornate alle vostre superbe ruine,All’opera imbelle[466]dell’arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor;Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,Di vostre speranze parlate sommesso,Dormite fra i[467]sogni giocondi d’error.
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opera imbelle[466]dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor;
Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,
Di vostre speranze parlate sommesso,
Dormite fra i[467]sogni giocondi d’error.
Domani al destarvi, tornando infelici,Saprete che il forte sui vinti nemiciI colpi sospese, che un patto fermò:Che regnano insieme, che parton le prede,Si stringon le destre, si danno la fede,Che il donno, che il servo, che il nome restò.[468]
Domani al destarvi, tornando infelici,
Saprete che il forte sui vinti nemici
I colpi sospese, che un patto fermò:
Che regnano insieme, che parton le prede,
Si stringon le destre, si danno la fede,
Che il donno, che il servo, che il nome restò.[468]
[443]volgo[444]l’oltraggio[445]Col misero orgoglio d’un tempo che fu.—Variante cancellata:Si mesce e discorda, confuso ed incerto,Col livido marchio del giogo soffertoL’orgoglio impotente d’un tempo che fu.[446]Che un’empia vittoria conquise e tien chinoSul suol che i trionfi degli avi portò.[447]adocchia[448]dall’aste[449]già senza ruggito[450]insolenti[451]dispersi[452]ritta[453]blandi[454]pesti[455]Trascorsero il ponte[456]torme[457]il nido relitto[458]rigose[459]Accanto agli scudi[460]Udiron le frecce passando fischiar.[461]pungea simil[462]apparecchio[463]Inerme, pedestre,[464]dei forti[465]Che [E] il labbro dei forti proferto non ha [l’ha].[466]All’opere imbelli[467]fra[468]Che il popolo e il regno, che il nome restò.
[443]volgo
[443]volgo
[444]l’oltraggio
[444]l’oltraggio
[445]Col misero orgoglio d’un tempo che fu.—Variante cancellata:Si mesce e discorda, confuso ed incerto,Col livido marchio del giogo soffertoL’orgoglio impotente d’un tempo che fu.
[445]Col misero orgoglio d’un tempo che fu.—
Variante cancellata:
Si mesce e discorda, confuso ed incerto,Col livido marchio del giogo soffertoL’orgoglio impotente d’un tempo che fu.
Si mesce e discorda, confuso ed incerto,Col livido marchio del giogo soffertoL’orgoglio impotente d’un tempo che fu.
Si mesce e discorda, confuso ed incerto,
Col livido marchio del giogo sofferto
L’orgoglio impotente d’un tempo che fu.
[446]Che un’empia vittoria conquise e tien chinoSul suol che i trionfi degli avi portò.
[446]
Che un’empia vittoria conquise e tien chinoSul suol che i trionfi degli avi portò.
Che un’empia vittoria conquise e tien chinoSul suol che i trionfi degli avi portò.
Che un’empia vittoria conquise e tien chino
Sul suol che i trionfi degli avi portò.
[447]adocchia
[447]adocchia
[448]dall’aste
[448]dall’aste
[449]già senza ruggito
[449]già senza ruggito
[450]insolenti
[450]insolenti
[451]dispersi
[451]dispersi
[452]ritta
[452]ritta
[453]blandi
[453]blandi
[454]pesti
[454]pesti
[455]Trascorsero il ponte
[455]Trascorsero il ponte
[456]torme
[456]torme
[457]il nido relitto
[457]il nido relitto
[458]rigose
[458]rigose
[459]Accanto agli scudi
[459]Accanto agli scudi
[460]Udiron le frecce passando fischiar.
[460]Udiron le frecce passando fischiar.
[461]pungea simil
[461]pungea simil
[462]apparecchio
[462]apparecchio
[463]Inerme, pedestre,
[463]Inerme, pedestre,
[464]dei forti
[464]dei forti
[465]Che [E] il labbro dei forti proferto non ha [l’ha].
[465]Che [E] il labbro dei forti proferto non ha [l’ha].
[466]All’opere imbelli
[466]All’opere imbelli
[467]fra
[467]fra
[468]Che il popolo e il regno, che il nome restò.
[468]Che il popolo e il regno, che il nome restò.
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Nella copia preparata per la stampa, e vista dalla Censura, appaiono cancellati alcuni versi, che si leggevano pur nella seconda, che mancano tuttora nello stampato. Essi sono i seguenti:
DESIDERIO...............DimenticastiChe ogni nostro travaglio è gioja a questaItalica genia, che diradataDagli avi nostri, che divisa in branchi,Noverata col brando, al suol ricurva,Ancor dopo due secoli, siccomeIl primo giorno, odia, sopporta e spera?E che fra i nostri, intorno a noi, col nomeDi Fedeli e gli onor, vivono ancoraQuei che le parti sostenean di Rachi...............
DESIDERIO...............DimenticastiChe ogni nostro travaglio è gioja a questaItalica genia, che diradataDagli avi nostri, che divisa in branchi,Noverata col brando, al suol ricurva,Ancor dopo due secoli, siccomeIl primo giorno, odia, sopporta e spera?E che fra i nostri, intorno a noi, col nomeDi Fedeli e gli onor, vivono ancoraQuei che le parti sostenean di Rachi...............
DESIDERIO.
..............Dimenticasti
Che ogni nostro travaglio è gioja a questa
Italica genia, che diradata
Dagli avi nostri, che divisa in branchi,
Noverata col brando, al suol ricurva,
Ancor dopo due secoli, siccome
Il primo giorno, odia, sopporta e spera?
E che fra i nostri, intorno a noi, col nome
Di Fedeli e gli onor, vivono ancora
Quei che le parti sostenean di Rachi
...............
È il volgo gravato dal nome latino,Che un’empia vittoria conquise e tien chinoSul suol che i trionfi degli avi portò;È il volgo che inerte, qual gregge predato,Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,Nel Winilo errante dal Greco passò.................
È il volgo gravato dal nome latino,Che un’empia vittoria conquise e tien chinoSul suol che i trionfi degli avi portò;È il volgo che inerte, qual gregge predato,Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,Nel Winilo errante dal Greco passò.................
È il volgo gravato dal nome latino,
Che un’empia vittoria conquise e tien chino
Sul suol che i trionfi degli avi portò;
È il volgo che inerte, qual gregge predato,
Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,
Nel Winilo errante dal Greco passò.
................
E il premio sperato, promesso a quei forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?Se il petto dei forti pungea simil cura,Di tanto apparecchio, di tanta pressura,Di tanto cammino non era mestier.Son donni pur essi di lurida plebe,Inerme, pedestre, curvata alle glebe,Densata nei chiusi di vinte città;A frangere il giogo che i miseri aggrava,Un motto dal labbro dei forti bastava:E il labbro dei forti proferto non l’ha.Tornate alle vostre superbe ruine,All’opere imbelli dell’arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor;Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,Di vostre speranze parlate sommesso,Dormite fra sogni giocondi d’error.Domani, al destarvi, tornando infelici,Saprete che il forte sui vinti nemiciI colpi sospese, che un patto fermò;Che regnano insieme, che parton le prede,Si stringon le destre, si danno la fede,Che il donno, che il servo, che il nome restò.
E il premio sperato, promesso a quei forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?Se il petto dei forti pungea simil cura,Di tanto apparecchio, di tanta pressura,Di tanto cammino non era mestier.Son donni pur essi di lurida plebe,Inerme, pedestre, curvata alle glebe,Densata nei chiusi di vinte città;A frangere il giogo che i miseri aggrava,Un motto dal labbro dei forti bastava:E il labbro dei forti proferto non l’ha.Tornate alle vostre superbe ruine,All’opere imbelli dell’arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor;Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,Di vostre speranze parlate sommesso,Dormite fra sogni giocondi d’error.Domani, al destarvi, tornando infelici,Saprete che il forte sui vinti nemiciI colpi sospese, che un patto fermò;Che regnano insieme, che parton le prede,Si stringon le destre, si danno la fede,Che il donno, che il servo, che il nome restò.
E il premio sperato, promesso a quei forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?Se il petto dei forti pungea simil cura,Di tanto apparecchio, di tanta pressura,Di tanto cammino non era mestier.
E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?
Se il petto dei forti pungea simil cura,
Di tanto apparecchio, di tanta pressura,
Di tanto cammino non era mestier.
Son donni pur essi di lurida plebe,Inerme, pedestre, curvata alle glebe,Densata nei chiusi di vinte città;A frangere il giogo che i miseri aggrava,Un motto dal labbro dei forti bastava:E il labbro dei forti proferto non l’ha.
Son donni pur essi di lurida plebe,
Inerme, pedestre, curvata alle glebe,
Densata nei chiusi di vinte città;
A frangere il giogo che i miseri aggrava,
Un motto dal labbro dei forti bastava:
E il labbro dei forti proferto non l’ha.
Tornate alle vostre superbe ruine,All’opere imbelli dell’arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor;Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,Di vostre speranze parlate sommesso,Dormite fra sogni giocondi d’error.
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor;
Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,
Di vostre speranze parlate sommesso,
Dormite fra sogni giocondi d’error.
Domani, al destarvi, tornando infelici,Saprete che il forte sui vinti nemiciI colpi sospese, che un patto fermò;Che regnano insieme, che parton le prede,Si stringon le destre, si danno la fede,Che il donno, che il servo, che il nome restò.
Domani, al destarvi, tornando infelici,
Saprete che il forte sui vinti nemici
I colpi sospese, che un patto fermò;
Che regnano insieme, che parton le prede,
Si stringon le destre, si danno la fede,
Che il donno, che il servo, che il nome restò.
SVARTO.Guntigi, ascolta.Fedel del Re dei Franchi, io qui favelloA un suo Fedel; ma Longobardo pureA un Longobardo.—I Franchi, primi amiciDel re, gli amici di battaglia, intornoGli han posto assedio, e l’occhio han teso, e tuttiCorrono a gara, onde occupar quel posto,Da cui balzato è un Longobardo. E un giornoNoi qui saremo gli stranier, se uniti,Se molti, non restiam.
SVARTO.Guntigi, ascolta.Fedel del Re dei Franchi, io qui favelloA un suo Fedel; ma Longobardo pureA un Longobardo.—I Franchi, primi amiciDel re, gli amici di battaglia, intornoGli han posto assedio, e l’occhio han teso, e tuttiCorrono a gara, onde occupar quel posto,Da cui balzato è un Longobardo. E un giornoNoi qui saremo gli stranier, se uniti,Se molti, non restiam.
SVARTO.
Guntigi, ascolta.
Fedel del Re dei Franchi, io qui favello
A un suo Fedel; ma Longobardo pure
A un Longobardo.—I Franchi, primi amici
Del re, gli amici di battaglia, intorno
Gli han posto assedio, e l’occhio han teso, e tutti
Corrono a gara, onde occupar quel posto,
Da cui balzato è un Longobardo. E un giorno
Noi qui saremo gli stranier, se uniti,
Se molti, non restiam.
Nel discorso d’Adelchi a Desiderio, dove ora si legge:
Reggere iniquiDolce non è; tu l’hai provato; e fosse;
Reggere iniquiDolce non è; tu l’hai provato; e fosse;
Reggere iniqui
Dolce non è; tu l’hai provato; e fosse;
il Manzoni aveva scritto da prima:
Quel che tu perdiTitol superbo, chi tel dava? Un pattoCogli empj a danno degli inermi; godiChe gli empj il patto han lacerato. Ah! dolceNon è il regnar; tu l’hai provato: e fosse;...
Quel che tu perdiTitol superbo, chi tel dava? Un pattoCogli empj a danno degli inermi; godiChe gli empj il patto han lacerato. Ah! dolceNon è il regnar; tu l’hai provato: e fosse;...
Quel che tu perdi
Titol superbo, chi tel dava? Un patto
Cogli empj a danno degli inermi; godi
Che gli empj il patto han lacerato. Ah! dolce
Non è il regnar; tu l’hai provato: e fosse;...
Nel discorso d’Adelchi a Carlo, dove ora si legge:
ImmotoÈ il senno tuo; nè a questo segno arrivaIl tuo perdon. Quel che negar non puoi....
ImmotoÈ il senno tuo; nè a questo segno arrivaIl tuo perdon. Quel che negar non puoi....
Immoto
È il senno tuo; nè a questo segno arriva
Il tuo perdon. Quel che negar non puoi....
il Manzoni aveva scritto:
ImmotaÈ la mente dei re, nè a questo segnoPerdonan essi mai. Quel che puoi darmiQuantunque re, quel che negar non puoi....
ImmotaÈ la mente dei re, nè a questo segnoPerdonan essi mai. Quel che puoi darmiQuantunque re, quel che negar non puoi....
Immota
È la mente dei re, nè a questo segno
Perdonan essi mai. Quel che puoi darmi
Quantunque re, quel che negar non puoi....
NOTA.—La prima edizione è del 1820, Milano, dalla Tipografia di Vincenzo Ferrario. Ristampata anch’essa varie volte, da varii, in Italia e fuori, questa tragedia fu poi, nel 1845 e nel 1870, ristampata, con parecchi ritocchi, dall’autore. Seguiamo pur qui le due ristampe autentiche, rilevando a piè di pagina le varianti della prima stampa.—Abbiamo altresì notate, questa volta, le molte e considerevoli differenze che corrono fra le tre stampe curate dall’autore, dellaPrefazionee delleNotizie storiche. Nel tener dietro a una così incontentabile ricerca e a una così instancabile elaborazione e correzione della forma, si prova, oltre il resto, un vero diletto; e il confrontare i tre diversi testi, può riuscire, a chi lo faccia con amorosa diligenza, istruttivo, più e meglio di una qualunque lezione di rettorica o di stilistica, se campata in aria e librata sulle fragili ali delle teorie e delle astrattezze.
Scherillo.
AL SIGNORCARLO CLAUDIO FAURIELIN ATTESTATODI CORDIALE E RIVERENTE AMICIZIAL’AUTORE.
Pubblicando un’opera d’immaginazione che non si uniforma ai canoni di gusto ricevuti comunemente in Italia, e sanzionati dalla consuetudine dei più, io non credo però di dover annoiare[469]il lettore con una lunga esposizione de’ princìpi che ho seguiti in questo lavoro. Alcuni scritti recenti contengono sulla poesia drammatica idee così nuove e vere e di così vasta applicazione, che in essi si può trovare facilmente la ragione d’un dramma il quale, dipartendosi dalle norme prescritte dagli antichi trattatisti, sia ciò non ostante condotto con una qualche intenzione. Oltredichè,[470]ogni componimento presenta a chi voglia esaminarlo gli elementi necessari a regolarne un giudizio; e a mio avviso sono questi: quale sia l’intento dell’autore; se questo intento sia ragionevole; se l’autore l’abbia conseguito. Prescindere da un tale esame, e volere a tutta forza giudicare ogni lavoro secondo regole, delle quali è controversa appunto l’universalità e la certezza, è lo stesso che esporsi a giudicare stortamente un lavoro: il che per altro è uno de’ più piccoli[471]mali che possano accadere in questo mondo.
Tra i vari espedienti[472]che gli uomini hanno trovati per imbrogliarsi reciprocamente, uno de’ più ingegnosi[473]è quello d’avere, quasi per ogni argomento, due massime opposte, tenuteugualmente[474]come infallibili. Applicando quest’uso anche ai piccoli[475]interessi della poesia, essi dicono a chi la esercita: siate originale, e non fate nulla di cui i grandi poeti non vi abbiano lasciato l’esempio. Questi comandi che rendono difficile l’arte più di quello che è già, levano[476]anche a uno scrittore la speranza di poter rendere ragione d’un lavoro poetico; quand’anche non ne lo ritenesse il ridicolo a cui s’espone sempre l’apologista de’ suoi propri versi.
Ma poichè la quistione delle due unità di tempo e di luogo può esser trattata tutta in astratto, e senza far parola della presente qualsisia[477]tragedia; e poichè queste unità, malgrado gli argomenti a mio credere inespugnabili che furono addotti contro di esse, sono ancora da moltissimi tenute[478]per condizioni indispensabili del dramma; mi giova di riprenderne[479]brevemente l’esame. Mi studierò[480]per altro di fare piuttosto una picciola[481]appendice, che una ripetizione degli scritti che le hanno già combattute.
I. L’unità di luogo, e la così detta unità di tempo, non sono regole fondate nella ragione dell’arte, nè connaturali all’indole[482]del poema drammatico; ma sono venute da una autorità non bene intesa, e da princìpi arbitrari: ciò risulta evidente a chi osservi la genesi di esse. L’unità di luogo è nata dal fatto che la più parte delle tragedie greche imitano un’azione la quale si compie in un sol luogo, e dalla idea che il teatro greco sia un esemplare perpetuo ed esclusivo di perfezione drammatica. L’unità di tempo ebbe origine da un passo di Aristotelea), il quale, come benissimo osserva il signor Schlegelb), non contiene un precetto, ma la semplice notizia di un fatto; cioè della pratica più generale del teatro greco. Che se Aristotele[483]avesse realmente inteso di stabilire un canone dell’arte, questa sua frase avrebbe il doppio inconveniente di non esprimere un’idea precisa, e di non essere accompagnata da alcun ragionamento.
Quando poi vennero quelli che[484], non badando all’autorità,domandarono la ragione di queste regole, i fautori di esse non seppero trovarne che una, ed è: che, assistendo lo spettatore realmente alla rappresentazione d’un’azione, diventa per lui inverosimile che le diverse parti di questa[485]avvengano in diversi luoghi, e che essa duri per un lungo tempo, mentre lui[486]sa di non essersi mosso di luogo, e d’avere impiegate solo poche ore ad osservarla. Questa ragione è evidentemente fondata su un[487]falso supposto, cioè che lo spettatore sia lì come parte dell’azione; quando è[488], per così dire, una mente estrinseca che la contempla. La verosimiglianza[489]non deve nascere in lui dalle relazioni[490]dell’azione col suo modo attuale di essere, ma da quelle[491]che le varie parti dell’azione hanno tra[492]di loro. Quando si considera che lo spettatore è fuori dell’azione, l’argomento in favore delle unità svanisce.
II. Queste regole non sono in analogia con gli[493]altri princìpi dell’arte ricevuti da quegli stessi che le credono necessarie. Infatti s’ammettono nella tragedia come verosimili molte cose che non lo sarebbero se ad esse s’applicasse il principio sul quale si stabilisce la necessità delle due unità; il principio, cioè, che nel dramma rappresentato siano verosimili que’ fatti soli[494]che s’accordano con la presenza dello spettatore, dimanierachè[495]possano parergli[496]fatti reali. Se uno[497]dicesse, per esempio: que’ due personaggi che parlano tra loro di cose segretissime, come se credessero[498]d’esser soli, distruggono ogni illusione, perchè io sento d’esser loro visibilmente presente, e li veggo esposti agli occhi d’una moltitudine; gli[499]farebbe precisamente la stessa obiezione[500]che i critici fanno alle tragedie dove sono trascurate le due unità. A quest’uomo non si può dare che una risposta: la platea non entra nel dramma: e questa risposta vale anche per le due unità. Chi cercasse il motivo per cui non si sia esteso il falso principio anche a questi casi, e non si sia imposto all’arte anche questo giogo, io credo che non ne troverebbealtro, se non che per questi casi non ci era[501]un periodo d’Aristotele.
III. Se poi queste regole si confrontano con l’esperienza[502], la gran prova che non sono necessarie alla illusione è[503], che il popolo si trova nello stato d’illusione voluta dall’arte, assistendo ogni giorno[504]e in tutti i paesi a rappresentazioni dove esse non sono osservate; e il popolo in questa materia è il miglior testimonio. Poichè non conoscendo esso la distinzione dei diversi generi d’illusione, e non avendo alcuna idea teorica del verosimile dell’arte definito da alcuni critici pensatori; niuna idea astratta, niun precedente giudizio potrebbe fargli ricevere un’impressione di verosimiglianza da cose che non fossero naturalmente atte a produrla. Se i cangiamenti di scena distruggessero l’illusione, essa dovrebbe certamente essere più presto distrutta nel popolo che nelle persone colte, le quali piegano più facilmente la loro fantasia a secondar l’intenzioni dell’artista.
Se dai teatri popolari passiamo ad esaminare qual caso[505]si sia fatto[506]di queste regole ne’ teatri colti delle diverse nazioni[507], troviamo che nel greco non sono mai state stabilite[508]per principio, e che s’è fatto contro ciò che esse prescrivono, ogni volta che l’argomento lo ha richiesto; che i poeti drammatici inglesi e spagnoli[509]più celebri, quelli che[510]sono riguardati come i poeti nazionali, non le hanno conosciute, o non se ne sono curati; che i tedeschi le rifiutano per riflessione. Nel teatro francese vennero introdotte a stento; e l’unità di luogo in ispecie incontrò ostacoli da parte de’ comici stessi, quando vi fu messa[511]in pratica da Mairet[512]con la suaSofonisba, che si dice la prima tragedia regolare francese: quasi fosse un destino che la regolarità tragica deva[513]sempre cominciare da unaSofonisbanoiosa. In Italia queste regole sono state seguite come leggi, e senza discussione, che io sappia, e quindi probabilmente senza esame.
IV. Per colmo poi di bizzarria, è accaduto che quegli stessi che le hanno ricevute non le osservano esattamente in fatto. Perchè, senza parlare di qualche violazione dell’unità di luogo che si trova in alcune tragedie italiane e francesi, di quelle chiamate esclusivamenteregolari, è noto che l’unità di tempo non è osservata nè pretesa nel suo stretto senso, cioè nell’uguaglianza del tempo fittizio attribuito all’azione col tempo reale che essa occupa nella rappresentazione. Appena in tutto il teatro francese si citano tre o quattro tragedie che adempiscano[514]questa condizione.Comme il est très-rare (dice un critico francese) de trouver des sujets qui puissent être resserrés dans des bornes si étroites, on a élargi la règle, et on l’a étendue jusqu’à vingt-quatre heuresc). Con una tale[515]transazione i trattatisti non hanno fatto altro che riconoscere l’irragionevolezza[516]della regola, e si sono messi in un campo dove non possono sostenersi in nessuna maniera[517]. Giacchè si potrà ben discutere con chi è di parere che l’azione non deva oltrepassare il tempo materiale della rappresentazione; ma chi ha abbandonato questo punto, con qual[518]ragione pretenderà che uno si tenga[519]in un limite fissato così[520]arbitrariamente? Cosa[521]si può mai dire a un critico, il quale crede[522]che si possano allargare le regole? Accade qui, come in molte altre cose, che sia più ragionevole chiedere[523]il molto che il poco. Ci sono ragioni[524]più che sufficienti per esimersi da queste regole; ma non se ne può trovare una per ottenere una facilitazione a chi le voglia seguire[525].Il serait donc à souhaiter (dice un altro critico) que la durée fictive de l’action pût se borner au temps du spectacle; mais c’est être ennemi des arts, et du plaisir qu’ils causent, que de leur imposer des lois qu’ils ne peuvent suivre, sans se priver de leurs ressources les plus fécondes, et de leurs plus rares beautés. Il est des licences heureuses, dont le Public convient tacitement avec les poètes, à condition qu’ils les employent à lui plaire, et à le toucher; et de ce nombre est l’extensionfeinte et supposée du temps réel de l’action théâtraled). Ma le[526]licenze felicisono parole senza senso in letteratura; sono di quelle molte espressioni che rappresentano un’idea chiara nel loro significato proprio e comune, e che usate qui metaforicamente rinchiudono una contradizione.[527]Si chiama ordinariamentelicenzaciò che si fa contro le regole prescritte dagli uomini; e si danno in questo senso licenze felici, perchè tali regole possono essere, e sono spesso, più generali di quello che la natura delle cose richieda.[528]Si è trasportata questa espressione nella grammatica, e vi sta bene; perchè le regole[529]grammaticali essendo di convenzione, e per conseguenza alterabili, può uno scrittore, violando alcuna di queste, spiegarsi meglio; ma nelle regole intrinseche alle arti del bello la cosa sta altrimenti. Esse devono essere fondate sulla natura, necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de’ critici, trovate, non fatte; e quindi la trasgressione di esse non può esser altro che infelice.[530]— Ma perchè queste riflessioni su due parole? Perché nelle[531]due parole appunto sta l’errore. Quando s’abbraccia un’opinione storta, si usa per lo più spiegarla con frasi metaforiche e ambigue, vere in un senso e false in un altro; perchè la frase chiara svelerebbe la contradizione. E a voler mettere in chiaro[532]l’erroneità della opinione, bisogna[533]indicare dove sia[534]l’equivoco.
V. Finalmente queste regole impediscono molte bellezze, e producono molti inconvenienti.
Non discenderò a dimostrare[535]con esempi la prima parte di questa proposizione: ciò è stato fatto egregiamente più d’una volta. E la cosa resulta[536]tanto evidentemente dalla più leggiera osservazione d’alcune tragedie inglesi e tedesche, che i sostenitori[537]stessi delle regole sono costretti a riconoscerla[538]. Confessano essi che il non astringersi ai limiti reali di tempo e di luogo lascia il campo a una imitazione ben altrimentivaria e forte: non negano le bellezze ottenute a scapito delle regole; ma affermano che bisogna rinunziare a quelle bellezze, giacchè per ottenerle bisogna cadere nell’inverosimile. Ora, ammettendo l’obiezione, è chiaro che l’inverosimiglianza tanto temuta non si farebbe sentire[539]che alla rappresentazione scenica; e però la tragedia da recitarsi sarebbe di sua natura incapace di quel grado di perfezione, a cui può arrivare[540]la tragedia, quando non si consideri che come un poema in dialogo, fatto soltanto per la lettura, del pari che il narrativo. In tal caso, chi vuol cavare dalla poesia ciò che essa può dare, dovrebbe preferire sempre questo secondo genere di tragedia: e nell’alternativa di sacrificare o la rappresentazione materiale, o ciò che forma l’essenza del bello poetico, chi potrebbe mai stare in dubbio? Certo, meno d’ogni altro quei critici i quali sono sempre[541]di parere che le tragedie greche non siano[542]mai state superate dai moderni, e che producano il sommo effetto poetico, quantunque non servano più che alla[543]lettura. Non ho inteso con ciò di concedere che i drammi senza le unità riescano inverosimili alla recita; ma da una conseguenza ho voluto far sentire il valore del principio.
Gl’inconvenienti che nascono[544]dall’astringersi alle due unità, e specialmente a quella di luogo, sono ugualmente[545]confessati dai critici. Anzi non par credibile che le inverosimiglianze esistenti nei drammi orditi secondo queste regole, siano così tranquillamente tollerate da coloro che vogliono le regole a solo fine d’ottenere la verosimiglianza. Cito un solo esempio di questa loro rassegnazione:DansCinnail faut que la conjuration se fasse dans le cabinet d’Émilie, et qu’Auguste vienne dans ce même cabinet confondre Cinna, et lui pardonner: cela est peu naturel.La sconvenienza[546]è assai bene sentita, e sinceramente confessata. Ma la giustificazione è singolare. Eccola:Cependant il le faute).
Forse si è qui eccessivamente ciarlato su una questione[547]già così bene sciolta, e che a molti può parer[548]troppo frivola. Rammenterò[549]a questi ciò che disse molto sensatamente in uncaso consimile un noto scrittore[550]:Il n’y a pas grand mal à se tromper en tout cela: mais il vaut encore mieux ne s’y point tromper, s’il est possiblef). E del rimanente, credo che[551]una tale questione abbia il suo lato importante. L’errore solo è frivolo in ogni senso. Tutto ciò che ha relazione con l’arti della parola, e coi diversi modi d’influire sulle idee e sugli affetti degli uomini, è legato di sua natura con oggetti gravissimi. L’arte drammatica si trova presso tutti i popoli civilizzati: essa è considerata da alcuni come un mezzo potente di miglioramento, da altri come un mezzo potente di corruttela, da nessuno come una cosa[552]indifferente. Ed è[553]certo che tutto ciò che tende a ravvicinarla o ad allontanarla dal suo tipo di verità e di perfezione, deve alterare, dirigere, aumentare, o diminuire la sua influenza.
Quest’ultime riflessioni conducono a una[554]questione più volte discussa, ora quasi dimenticata, ma che io credo tutt’altro che sciolta; ed è: se la poesia drammatica sia utile o dannosa. So che ai nostri giorni sembra pedanteria il conservare alcun dubbio sopra di ciò[555], dacchè il Pubblico di tutte le nazioni colte ha sentenziato col fatto in favore del teatro. Mi sembra però che ci voglia molto coraggio per sottoscriversi senza esame a una sentenza contro la quale sussistono le proteste[556]di Nicole, di Bossuet, e di G. G. Rousseau, il di cui[557]nome unito a questi viene qui ad avere una autorità singolare. Essi hanno unanimemente inteso di stabilire due punti: uno[558]che i drammi da loro conosciuti ed esaminati sono immorali: l’altro che ogni dramma deva esserlo, sotto pena di riuscire freddo, e quindi vizioso secondo l’arte; e che in conseguenza la poesia drammatica sia una di quelle cose che si devono abbandonare, quantunque producano dei piaceri, perchè essenzialmente dannose. Convenendo interamente sui vizi del sistema drammatico giudicato dagli scrittori nominati qui sopra, oso credere illegittima la conseguenza che[559]ne hanno dedotta contro la poesia drammatica in generale.[560]Mi pare[561]che siano stati tratti in errore dal non aver supposto possibile altro sistema che[562]quello seguito in Francia. Se ne può dare, e se ne dà un altro suscettibile del più alto grado d’interesse e immune[563]dagl’inconvenienti di quello: un sistema conducente allo scopo morale, ben lungi dall’essergli contrario. Al presente saggio di componimento drammatico, m’ero proposto[564]d’unire un discorso su tale argomento. Ma costretto da alcune circostanze a rimettere questo lavoro ad altro tempo, mi fo lecito d’annunziarlo; perchè mi pare[565]cosa sconveniente il manifestare una opinione contraria[566]all’opinione ragionata d’uomini di prim’ordine, senza addurre le proprie ragioni, o senza prometterle almenog).