[1301]Il Fauriel, che aveva tradotto in prosa francese il poema idillico in dodici canti, e in tedesco, del danese Baggesen, «Parthénäis». La traduzione fu pubblicata solo più tardi, nel 1810.[1302]Postilla del Manzoni: «Quando ai due illustri amici [il Baggesen ed il Fauriel] non pajano affatto cattivi, mi studierò di farli ancor men cattivi, avendo già notate varie cose da levarsi, e pensatene alcune che si potrebbero più opportunamente aggiungere».
[1301]Il Fauriel, che aveva tradotto in prosa francese il poema idillico in dodici canti, e in tedesco, del danese Baggesen, «Parthénäis». La traduzione fu pubblicata solo più tardi, nel 1810.
[1301]Il Fauriel, che aveva tradotto in prosa francese il poema idillico in dodici canti, e in tedesco, del danese Baggesen, «Parthénäis». La traduzione fu pubblicata solo più tardi, nel 1810.
[1302]Postilla del Manzoni: «Quando ai due illustri amici [il Baggesen ed il Fauriel] non pajano affatto cattivi, mi studierò di farli ancor men cattivi, avendo già notate varie cose da levarsi, e pensatene alcune che si potrebbero più opportunamente aggiungere».
[1302]Postilla del Manzoni: «Quando ai due illustri amici [il Baggesen ed il Fauriel] non pajano affatto cattivi, mi studierò di farli ancor men cattivi, avendo già notate varie cose da levarsi, e pensatene alcune che si potrebbero più opportunamente aggiungere».
POEMETTO.Su le populee rive e sul bel pianoDa le insubri cavalle esercitato,Ove di selva coronate attolleLa mia città le favolose mura,Prego, suoni quest’Inno: e se pur dégnaPenne comporgli di più largo voloLa nostra Musa, o sacri colli, o d’ArnoSposa gentil, che a te gradito ei vegnaChieggo a le Grazie. Chè da i passi primiNel terrestre viaggio ove il desioCrudel compagno è de la via, profondoMi sollecita amor che Italia un giornoMe de’ suoi vati al drappel sacro aggiunga,Italia, ospizio de le Muse antico.Nè fuggitive dai laureti acheiAltrove il seggio de l’eterno esiglioPoser le Dive; e quando a la latinaDonna si feo l’invendicato oltraggio,Dal barbaro ululato impäuriteTacquero, è ver, ma l’infelice amicaMai non lasciâr; chè ad alte cose al fineL’itala Poësia, bella, aspettata,Mirabil virgo, da le turpi emerseUnniche nozze. E tu le bende e il mantoPrimo le désti, e ad illibate fontiLa conducesti; e ne le danze sacreTu le insegnasti ad emular la madre,Tu de l’ira mäestro e del sorriso,Divo Alighier, le fosti. In lunga notteGiaceva il mondo, e tu splendevi solo,Tu nostro: e tale, allor che il guardo primoSu la vedova terra il sole invia,Nol sa la valle ancora e la corteseVital pioggia di luce ancor non beve,E già dorata il monte erge la cima.A queste alme d’Italia abitatriciDi lodi un serto in pria non colte or tesso;Chè vil fra ’l volgo odo vagar parolaChe le Dive sorelle osa insultandoInterrogar che valga a l’infeliceMortal del canto il dono. Onde una bramaIn cor mi sorge di cantar gli antichiBeneficj che prodighe a l’ingratoRecâr le Muse. Urania al suo dilettoPindaro li cantò. Perchè di tantoDegnò la Dea l’alto pöeta e come,Dirò da prima; indi i celesti accentiRicorderò, se amica ella m’ispira.Fama è che a lui ne la vocal tenzoneRapisse il lauro la minor Corinna.Misero! e non sapea di quanto DioL’ira il premea; chè a la famosa DelfoVenendo, i poggi d’Elicona e il fonteDel bel Permesso ei salutando ascese;Ma d’Orcomene ove le Grazie han culto,Il cammin sacro omise. Il dévio passoVider da lunge e il non curar superboDel fatal giovanetto le Immortali,E promiser vendetta. Al meditatoInno di lode liberato il voloPindaro avea, quando le belle irate,Aërie forme a mortal guardo mute,Venner seconde di Corinna al fianco.Aglaja in pria su la virginea gotaSparse un fulgor di rosea luce, e un miteRaggio di gioja le diffuse in fronte:Ma la fragranza de’ castalj fioriChe fanno l’opra de l’ingegno eterna,Eufrosine le diede; e tu pur anco,Dolce qual tibia di notturno amante,Lene Talia, le modulasti il canto.Di tanti doni avventurata in mezzoCorinna assurse: il portamento e il voltoStupìa la turba, e il dubitar leggiadroE il bel rossor con che tremando al senoPosò la cetra; e, sotto la palpebraMezza velando la pupilla bruna,Söave incominciò. Volava intornoLa divina armonia che, con le molliAle i cupidi orecchi accarezzando,Compungea gl’intelletti, e di giocondoBrivido i cori percotea. RapitoL’emulo anch’ei, non alito non ciglioMovea, nè pria de’ sensi ebbe ripresaLa signoria, che verdeggiar la frondaInvidïata vide in su le nereTrecce di lei, che fra il romor del plausoChinò la bella gota ove saliaDel gaudio mista e del pudor la fiamma.Di dolor punto e di vergogna, al volgoL’egregio vinto si sottrasse, e soloSul verde clivo onde l’äeria fronteSpinge il Parnaso, s’avvïò. DolenteErrar da l’alto Licoreo lo scòrseUrania Dea cui fu diletto il fatoDel giovanetto, e di blandir sua curaNel pio voler propose. È nei ripostiDel sacro monte avvolgimenti un boscoRomito opaco, ove talor le Muse,Sotto il tremolo rezzo esercitandoL’ambrosio piè, ringioviniscon l’erbeDa mortal orma non offese ancora.A l’entrar de la selva, e sovra il lemboDel vel che la tacente ombra distende,Balza l’Estro animoso, e de le acceseMenti il Diletto, e, ne la palma alzataDimettendo la fronte, il PensamentoSta col Silenzio che per man lo tiene.Bella figlia del Tempo e di MinervaV’è la Gloria, sospir di mille amanti:Vede la schiva i mille, e ad un sorride.Ivi il trasse la Diva. A l’appressarsi,De l’aura sacra a l’aspirar, di lietoOrror compreso in ogni vena il sangueSentia l’eletto, ed una fiamma leveLambir la fronte ed occupar l’ingegno.Poi che ne l’alto de la selva il poseNon conscio passo, abbandonò l’altezzaDel solitario trono, e nel segretoAsilo Urania il prode alunno aggiunse.Come tal volta ad uom rassembra in sogno,Su lunga scala o per dirupo, lieveScorrer col piè non alternato a l’imo,Nè mai grado calcar nè offender sasso;Tal su gli äerei gioghi sorvolando,Discendea la celeste. Indi la fronteSpóglia di raggi, e d’ale il tergo, e velaD’umana forma il dio; Mirtide fassi,Mirtide già de’ carmi e de la liraA Pindaro mäestra; e tal repenteA lui s’offerse. Ei di rossor dipinto,A che, disse, ne vieni? a mirar forseIl mio rossore? o madre, oh! perchè tantaSpeme d’onor mi lusingasti in vano?Come la madre al fantolin caduto,Mentre lieto al suo piè movea tumulto,Che guata impäurito e già sul ciglioTurgida appar la lagrimetta, ed ellaNel suo trepido cor contiene il grido,E blandamente gli sorride in voltoPerch’ei non pianga; un tal divino riso,Con questi detti, a lui la Musa aperse:A confortarti io vegno. Onde sì ratto«L’anima tua è da viltate offesa?»Non senza il nume de le Muse, o figlio,Di te tant’alto io promettea. Deh! come,Pindaro rispondea, cura dei vatiAver le Muse io crederò? Se cultoPlacabil mai degl’Immortali alcunoRendesse a l’uom, chi mai d’ostie e di lodi,Chi più di me di preci e di cor puroVenerò le Camene? Or se del mioDolor ti duoli, proseguia, deh! vogliL’egro mio spirto consolar col canto.Tacque il labro, ma il volto ancor pregava,Qual d’uom che d’udire arda, e fra sè temaDi far parlando a la risposta indugio.Allor su l’erba s’adagiaro: il plettroUrania prese, e gli accordò quest’InnoChe in minor suono il canto mio ripete.Fra le tazze d’ambrosia imporporate,Concittadine degli Eterni e giojaDe’ paterni conviti eran le MuseNe’ palagi d’Olimpo, e le terreneValli non use a visitar; ma primo,Scola e conforto de la vita, in terraDi Giove il cenno le invïò. VedeaGiove da l’alto serpeggiar già foltaLa vaga mortale orma, e sotto il pondoDi tutti i mali andar curvata e ciecaL’umana stirpe: del rapito focoPiena gli parve la vendetta; e a l’iraSpuntate avea l’acri säette il tempo.Alfin più mite ne l’eterno sennoConsiglio il Padre accolse, ed, Assai, disseE troppo omai le Dire empio governoFer de la terra; assai ne’ petti umaniCommiser d’odj, e volser prone al peggioLe mortali sentenze. Di feliciGenj una schiera al Dio facea corona,Inclita schiera di Virtù (chè taleSuona qua giù lor nome). A questi in priaScorrer la terra e perseguir le crudeDe l’uom nemiche ed a più miti voglieRicondur l’infelice, impose il Dio.Al basso mondo ove la luce altérna,Sceser gli spirti obbedïenti, e tuttoRicercârlo, ma in van; chè non levossiA tanto raggio de’ mortali il guardo;E di Giove il voler non s’adempia.Però baldanza a quel voler non tolseDifficoltà che a l’impotente è freno,Stimolo al forte; essa al pensier di GioveNovo propose esperimento. Al descoDel Tonante le Muse una concordeMovean d’inni esultanza; inebrïateTacean le menti degli Dei; fe’ cennoEi la destra librando; e la crescenteDel volubile canto onda ristetteImprovviso. Raggiò pacato il guardoA le Vergini il Padre; e questo ad elleD’amor temprato fe’ volar comando.Figlie, a bell’opra il mio voler ministreElegge or voi. Non conosciute ancoraErrar vedete le Virtù fra i ciechiFigli di Pirra: d’amor santo indarnoArder tentaro i duri petti, e vinteFarsi de l’ardue menti aprir le porte:La forza sol de l’arti vostre il puote:Là giù dunque movete: a voi seguaciVengan le Grazie; e senza voi men bellaGià la mia reggia il tornar vostro attende.Tacque a tanto il Saturnio; e su gli estremiDetti, dal ciglio e da le labra riseBlandamente. Al divino atto commossaBalzò l’eterea vetta, e d’improvvisoDi tutta luce biondeggiò l’Olimpo.Nel primo aspetto de la terra intantoIl lungo duol de le Virtù negletteVider le Muse; ma di lor la primaChi fu che volse le propizie cureI bei precetti ad avverar del Padre?Calliope fu che fra i mortali accortaOrfeo trascelse; e sì l’amò che il nomeA lui di figlio non negò. VicinaA l’orecchio di lui, ma non veduta,Stette la Diva, e de l’alunno al coreSciolse la bella voce onde si noma.Il bel consiglio di Calliope tutteImitâr le sorelle; e d’un elettoMortal mäestra al par fatta ciascuna,L’alme col canto ivan tentando, e l’iraVincea quel canto de le ferree menti.Così dal sangue e dal ferino istintoTolser quei pochi in prima; indi lo sguardoDi lor, che a terra ancor tenea il costume,Che del passato l’avvenir fa servo,Levâr di nuova forza avvalorato.E quei gli occhi giraro, e vider tuttaLa compagnia degli stranier divini,Che a le Dire fea guerra. Ove furenteImperversar la Crudeltà solea,Orribil mostro che ferisce e ride,Vider Pietà che mollemente intornoA i cor fremendo, dei veduti maliDolor chiedea; Pietà, de gl’infeliciSorriso, amabil Dea. Feroce e stoltaCon alta fronte passeggiar l’OffesaVider, gl’ingegni provocando, e miteOvunque un Genio a quella Furia opporsi,Lo spontaneo Perdon che con la destraCancella il torto e ne la manca recaIl beneficio, e l’uno e l’altro obblia.Blando a la Dira ei s’offeria: seguaceLenta ma certa, l’orme sue ricalcaNemesi, e quando inesaudito il vede,Non fa motto ed aspetta. Un giorno al fineNe gl’iterati giri, orba dinanziLe vien l’Offesa; al tacit’arco imponeNemesi allor l’alata pena; aggiungeL’äerea punta impreveduta il fianco,E l’empio corso allenta. InonorataLa Fatica mirâr, che gli ermi intornoCampi invano additava, a cui per ancoNon chiedea de la messe il pigro ferroGli aurei doni dovuti: a lei compagnoL’Onor si fea; se forse a la sua lucePiù cara a l’occhio del mortal venisseL’utile Dea. Vider la Fede, immotaServatrice dei giuri, e l’arridenteOspital Genio che gl’ignoti astringeDi fraterna catena; e tutta in fineLa schiera dia ne l’opra affaticarsi.Videro, e novo di pietà, d’amoreNe gli attoniti surse animi un senso,Che infiammando occupolli. E già de’ lietiPrincipj in cor secure, il plettro e l’arteSacra del plettro a i figli lor le MuseDonâr, le Grazie il dilettar donaroE il süader potente. Essi a la turbaDei vaganti fratelli ivan cantandoLe vedute bellezze. Al suon che primoSi sparse a l’aura, dispogliò l’anticoSquallor la terra, e rise: e tu qual fosti,Che provasti, o mortal, quando sul coreLa prima stilla d’armonia ti scese?Quale a l’ara de’ Numi allor che il sacroTripode ferve, e tremolando rosseSu le brage stridenti erran le fiamme,Se la man pia del sacerdote in esseVersi copia d’incenso, ecco di brunoPallor vestirsi il foco, e dal placatoArdor repente un vortice s’innalzaTacito, e tutto d’odorata nebbiaTurba l’etere intorno e lo ricrea;Tal su i cori cadea rorido, e l’iraV’ammorzava quel canto, e dolce, in vece,Di carità, di pace vi destavaIgnota brama. A l’uom così le primeVirtù fur conosciute onde bëata,Quanto ad uom lice, e riposata e bellaFassi la vita. Allora in cor portandoIl piacer de l’evento, e la divinaGiocondità del beneficio in fronte,A l’auree torri de l’Olimpo il voloRïalzar le Camene. Ivi le proveDe l’alma impresa e le fatiche e il fineDissero al Padre; e pieno, in ascoltarle,Da la bocca di lui scorrea quel dolceCanto a l’orecchio dei miglior, la lode.Ma stagion lunga ancor volta non era,Che ne le Nove ritornate un caroDe la terra desio nacque; chè amenoOltre ogni loco a rivedersi è quelloChe un gentil fatto ti rimembri: e questaElesser sede che secreta intornoReligïon circonda, e, l’arti anticheEsercitando ancor, l’aura divinaSpirano a pochi in fra i viventi, e dánnoColpir le menti d’immortal parola.E te dal nascer tuo benigna in curaEbbe, o Pindaro, Urania. E s’oggi, o figlio,Tanto amor non ti valse, ell’è d’un NumeVendetta: incauto, che a le Grazie il cultoNegasti, a l’alme del favor ministreDee, senza cui nè gl’Immortai son usiMover mai danza o moderar convito.Da lor sol vien se cosa in fra i mortaliE di gentile, e sol qua giù quel cantoVivrà che lingua dal pensier profondoCon la fortuna de le Grazie attinga;Queste implora coi voti, ed al perdonoFacili or piega. E la rapita lodePiù non ti dolga. A giovin quercia accantoTalor felce orgogliosa il suolo usurpa,E cresce in selva, e il gentil ramo eccedeCol breve onor de le digiune frondi:Ed ecco il verno le dissipa; e intantoTacitamente il solitario arbustoGran parte abbranca di terreno, e, milleRami nutrendo nel felice tronco,Al grato pellegrin l’ombra prepara.Signor così degl’inni eterni, un giorno,Solo in Olimpia regnerai: compagnaQuesta lira al tuo canto, a te soventeIl tuo destino e l’amor mio rimembri.Tacque, e porse la cetra: indi rivolta,Candida luce la ricinse: aperteLe azzurre penne s’agitâr sul tergo,Mentre nel folto de la selva al guardoDel suo Poëta s’involò. La DivaEi riconobbe, e di terror, di lietaMaraviglia compunto, il prezïosoDono tenea: ne l’infiammata fronteFremean d’Urania le parole e l’altaPromessa e il fato: e la commossa corda,Memore ancor del pollice divino,Con lungo mormorar gli rispondea.
POEMETTO.Su le populee rive e sul bel pianoDa le insubri cavalle esercitato,Ove di selva coronate attolleLa mia città le favolose mura,Prego, suoni quest’Inno: e se pur dégnaPenne comporgli di più largo voloLa nostra Musa, o sacri colli, o d’ArnoSposa gentil, che a te gradito ei vegnaChieggo a le Grazie. Chè da i passi primiNel terrestre viaggio ove il desioCrudel compagno è de la via, profondoMi sollecita amor che Italia un giornoMe de’ suoi vati al drappel sacro aggiunga,Italia, ospizio de le Muse antico.Nè fuggitive dai laureti acheiAltrove il seggio de l’eterno esiglioPoser le Dive; e quando a la latinaDonna si feo l’invendicato oltraggio,Dal barbaro ululato impäuriteTacquero, è ver, ma l’infelice amicaMai non lasciâr; chè ad alte cose al fineL’itala Poësia, bella, aspettata,Mirabil virgo, da le turpi emerseUnniche nozze. E tu le bende e il mantoPrimo le désti, e ad illibate fontiLa conducesti; e ne le danze sacreTu le insegnasti ad emular la madre,Tu de l’ira mäestro e del sorriso,Divo Alighier, le fosti. In lunga notteGiaceva il mondo, e tu splendevi solo,Tu nostro: e tale, allor che il guardo primoSu la vedova terra il sole invia,Nol sa la valle ancora e la corteseVital pioggia di luce ancor non beve,E già dorata il monte erge la cima.A queste alme d’Italia abitatriciDi lodi un serto in pria non colte or tesso;Chè vil fra ’l volgo odo vagar parolaChe le Dive sorelle osa insultandoInterrogar che valga a l’infeliceMortal del canto il dono. Onde una bramaIn cor mi sorge di cantar gli antichiBeneficj che prodighe a l’ingratoRecâr le Muse. Urania al suo dilettoPindaro li cantò. Perchè di tantoDegnò la Dea l’alto pöeta e come,Dirò da prima; indi i celesti accentiRicorderò, se amica ella m’ispira.Fama è che a lui ne la vocal tenzoneRapisse il lauro la minor Corinna.Misero! e non sapea di quanto DioL’ira il premea; chè a la famosa DelfoVenendo, i poggi d’Elicona e il fonteDel bel Permesso ei salutando ascese;Ma d’Orcomene ove le Grazie han culto,Il cammin sacro omise. Il dévio passoVider da lunge e il non curar superboDel fatal giovanetto le Immortali,E promiser vendetta. Al meditatoInno di lode liberato il voloPindaro avea, quando le belle irate,Aërie forme a mortal guardo mute,Venner seconde di Corinna al fianco.Aglaja in pria su la virginea gotaSparse un fulgor di rosea luce, e un miteRaggio di gioja le diffuse in fronte:Ma la fragranza de’ castalj fioriChe fanno l’opra de l’ingegno eterna,Eufrosine le diede; e tu pur anco,Dolce qual tibia di notturno amante,Lene Talia, le modulasti il canto.Di tanti doni avventurata in mezzoCorinna assurse: il portamento e il voltoStupìa la turba, e il dubitar leggiadroE il bel rossor con che tremando al senoPosò la cetra; e, sotto la palpebraMezza velando la pupilla bruna,Söave incominciò. Volava intornoLa divina armonia che, con le molliAle i cupidi orecchi accarezzando,Compungea gl’intelletti, e di giocondoBrivido i cori percotea. RapitoL’emulo anch’ei, non alito non ciglioMovea, nè pria de’ sensi ebbe ripresaLa signoria, che verdeggiar la frondaInvidïata vide in su le nereTrecce di lei, che fra il romor del plausoChinò la bella gota ove saliaDel gaudio mista e del pudor la fiamma.Di dolor punto e di vergogna, al volgoL’egregio vinto si sottrasse, e soloSul verde clivo onde l’äeria fronteSpinge il Parnaso, s’avvïò. DolenteErrar da l’alto Licoreo lo scòrseUrania Dea cui fu diletto il fatoDel giovanetto, e di blandir sua curaNel pio voler propose. È nei ripostiDel sacro monte avvolgimenti un boscoRomito opaco, ove talor le Muse,Sotto il tremolo rezzo esercitandoL’ambrosio piè, ringioviniscon l’erbeDa mortal orma non offese ancora.A l’entrar de la selva, e sovra il lemboDel vel che la tacente ombra distende,Balza l’Estro animoso, e de le acceseMenti il Diletto, e, ne la palma alzataDimettendo la fronte, il PensamentoSta col Silenzio che per man lo tiene.Bella figlia del Tempo e di MinervaV’è la Gloria, sospir di mille amanti:Vede la schiva i mille, e ad un sorride.Ivi il trasse la Diva. A l’appressarsi,De l’aura sacra a l’aspirar, di lietoOrror compreso in ogni vena il sangueSentia l’eletto, ed una fiamma leveLambir la fronte ed occupar l’ingegno.Poi che ne l’alto de la selva il poseNon conscio passo, abbandonò l’altezzaDel solitario trono, e nel segretoAsilo Urania il prode alunno aggiunse.Come tal volta ad uom rassembra in sogno,Su lunga scala o per dirupo, lieveScorrer col piè non alternato a l’imo,Nè mai grado calcar nè offender sasso;Tal su gli äerei gioghi sorvolando,Discendea la celeste. Indi la fronteSpóglia di raggi, e d’ale il tergo, e velaD’umana forma il dio; Mirtide fassi,Mirtide già de’ carmi e de la liraA Pindaro mäestra; e tal repenteA lui s’offerse. Ei di rossor dipinto,A che, disse, ne vieni? a mirar forseIl mio rossore? o madre, oh! perchè tantaSpeme d’onor mi lusingasti in vano?Come la madre al fantolin caduto,Mentre lieto al suo piè movea tumulto,Che guata impäurito e già sul ciglioTurgida appar la lagrimetta, ed ellaNel suo trepido cor contiene il grido,E blandamente gli sorride in voltoPerch’ei non pianga; un tal divino riso,Con questi detti, a lui la Musa aperse:A confortarti io vegno. Onde sì ratto«L’anima tua è da viltate offesa?»Non senza il nume de le Muse, o figlio,Di te tant’alto io promettea. Deh! come,Pindaro rispondea, cura dei vatiAver le Muse io crederò? Se cultoPlacabil mai degl’Immortali alcunoRendesse a l’uom, chi mai d’ostie e di lodi,Chi più di me di preci e di cor puroVenerò le Camene? Or se del mioDolor ti duoli, proseguia, deh! vogliL’egro mio spirto consolar col canto.Tacque il labro, ma il volto ancor pregava,Qual d’uom che d’udire arda, e fra sè temaDi far parlando a la risposta indugio.Allor su l’erba s’adagiaro: il plettroUrania prese, e gli accordò quest’InnoChe in minor suono il canto mio ripete.Fra le tazze d’ambrosia imporporate,Concittadine degli Eterni e giojaDe’ paterni conviti eran le MuseNe’ palagi d’Olimpo, e le terreneValli non use a visitar; ma primo,Scola e conforto de la vita, in terraDi Giove il cenno le invïò. VedeaGiove da l’alto serpeggiar già foltaLa vaga mortale orma, e sotto il pondoDi tutti i mali andar curvata e ciecaL’umana stirpe: del rapito focoPiena gli parve la vendetta; e a l’iraSpuntate avea l’acri säette il tempo.Alfin più mite ne l’eterno sennoConsiglio il Padre accolse, ed, Assai, disseE troppo omai le Dire empio governoFer de la terra; assai ne’ petti umaniCommiser d’odj, e volser prone al peggioLe mortali sentenze. Di feliciGenj una schiera al Dio facea corona,Inclita schiera di Virtù (chè taleSuona qua giù lor nome). A questi in priaScorrer la terra e perseguir le crudeDe l’uom nemiche ed a più miti voglieRicondur l’infelice, impose il Dio.Al basso mondo ove la luce altérna,Sceser gli spirti obbedïenti, e tuttoRicercârlo, ma in van; chè non levossiA tanto raggio de’ mortali il guardo;E di Giove il voler non s’adempia.Però baldanza a quel voler non tolseDifficoltà che a l’impotente è freno,Stimolo al forte; essa al pensier di GioveNovo propose esperimento. Al descoDel Tonante le Muse una concordeMovean d’inni esultanza; inebrïateTacean le menti degli Dei; fe’ cennoEi la destra librando; e la crescenteDel volubile canto onda ristetteImprovviso. Raggiò pacato il guardoA le Vergini il Padre; e questo ad elleD’amor temprato fe’ volar comando.Figlie, a bell’opra il mio voler ministreElegge or voi. Non conosciute ancoraErrar vedete le Virtù fra i ciechiFigli di Pirra: d’amor santo indarnoArder tentaro i duri petti, e vinteFarsi de l’ardue menti aprir le porte:La forza sol de l’arti vostre il puote:Là giù dunque movete: a voi seguaciVengan le Grazie; e senza voi men bellaGià la mia reggia il tornar vostro attende.Tacque a tanto il Saturnio; e su gli estremiDetti, dal ciglio e da le labra riseBlandamente. Al divino atto commossaBalzò l’eterea vetta, e d’improvvisoDi tutta luce biondeggiò l’Olimpo.Nel primo aspetto de la terra intantoIl lungo duol de le Virtù negletteVider le Muse; ma di lor la primaChi fu che volse le propizie cureI bei precetti ad avverar del Padre?Calliope fu che fra i mortali accortaOrfeo trascelse; e sì l’amò che il nomeA lui di figlio non negò. VicinaA l’orecchio di lui, ma non veduta,Stette la Diva, e de l’alunno al coreSciolse la bella voce onde si noma.Il bel consiglio di Calliope tutteImitâr le sorelle; e d’un elettoMortal mäestra al par fatta ciascuna,L’alme col canto ivan tentando, e l’iraVincea quel canto de le ferree menti.Così dal sangue e dal ferino istintoTolser quei pochi in prima; indi lo sguardoDi lor, che a terra ancor tenea il costume,Che del passato l’avvenir fa servo,Levâr di nuova forza avvalorato.E quei gli occhi giraro, e vider tuttaLa compagnia degli stranier divini,Che a le Dire fea guerra. Ove furenteImperversar la Crudeltà solea,Orribil mostro che ferisce e ride,Vider Pietà che mollemente intornoA i cor fremendo, dei veduti maliDolor chiedea; Pietà, de gl’infeliciSorriso, amabil Dea. Feroce e stoltaCon alta fronte passeggiar l’OffesaVider, gl’ingegni provocando, e miteOvunque un Genio a quella Furia opporsi,Lo spontaneo Perdon che con la destraCancella il torto e ne la manca recaIl beneficio, e l’uno e l’altro obblia.Blando a la Dira ei s’offeria: seguaceLenta ma certa, l’orme sue ricalcaNemesi, e quando inesaudito il vede,Non fa motto ed aspetta. Un giorno al fineNe gl’iterati giri, orba dinanziLe vien l’Offesa; al tacit’arco imponeNemesi allor l’alata pena; aggiungeL’äerea punta impreveduta il fianco,E l’empio corso allenta. InonorataLa Fatica mirâr, che gli ermi intornoCampi invano additava, a cui per ancoNon chiedea de la messe il pigro ferroGli aurei doni dovuti: a lei compagnoL’Onor si fea; se forse a la sua lucePiù cara a l’occhio del mortal venisseL’utile Dea. Vider la Fede, immotaServatrice dei giuri, e l’arridenteOspital Genio che gl’ignoti astringeDi fraterna catena; e tutta in fineLa schiera dia ne l’opra affaticarsi.Videro, e novo di pietà, d’amoreNe gli attoniti surse animi un senso,Che infiammando occupolli. E già de’ lietiPrincipj in cor secure, il plettro e l’arteSacra del plettro a i figli lor le MuseDonâr, le Grazie il dilettar donaroE il süader potente. Essi a la turbaDei vaganti fratelli ivan cantandoLe vedute bellezze. Al suon che primoSi sparse a l’aura, dispogliò l’anticoSquallor la terra, e rise: e tu qual fosti,Che provasti, o mortal, quando sul coreLa prima stilla d’armonia ti scese?Quale a l’ara de’ Numi allor che il sacroTripode ferve, e tremolando rosseSu le brage stridenti erran le fiamme,Se la man pia del sacerdote in esseVersi copia d’incenso, ecco di brunoPallor vestirsi il foco, e dal placatoArdor repente un vortice s’innalzaTacito, e tutto d’odorata nebbiaTurba l’etere intorno e lo ricrea;Tal su i cori cadea rorido, e l’iraV’ammorzava quel canto, e dolce, in vece,Di carità, di pace vi destavaIgnota brama. A l’uom così le primeVirtù fur conosciute onde bëata,Quanto ad uom lice, e riposata e bellaFassi la vita. Allora in cor portandoIl piacer de l’evento, e la divinaGiocondità del beneficio in fronte,A l’auree torri de l’Olimpo il voloRïalzar le Camene. Ivi le proveDe l’alma impresa e le fatiche e il fineDissero al Padre; e pieno, in ascoltarle,Da la bocca di lui scorrea quel dolceCanto a l’orecchio dei miglior, la lode.Ma stagion lunga ancor volta non era,Che ne le Nove ritornate un caroDe la terra desio nacque; chè amenoOltre ogni loco a rivedersi è quelloChe un gentil fatto ti rimembri: e questaElesser sede che secreta intornoReligïon circonda, e, l’arti anticheEsercitando ancor, l’aura divinaSpirano a pochi in fra i viventi, e dánnoColpir le menti d’immortal parola.E te dal nascer tuo benigna in curaEbbe, o Pindaro, Urania. E s’oggi, o figlio,Tanto amor non ti valse, ell’è d’un NumeVendetta: incauto, che a le Grazie il cultoNegasti, a l’alme del favor ministreDee, senza cui nè gl’Immortai son usiMover mai danza o moderar convito.Da lor sol vien se cosa in fra i mortaliE di gentile, e sol qua giù quel cantoVivrà che lingua dal pensier profondoCon la fortuna de le Grazie attinga;Queste implora coi voti, ed al perdonoFacili or piega. E la rapita lodePiù non ti dolga. A giovin quercia accantoTalor felce orgogliosa il suolo usurpa,E cresce in selva, e il gentil ramo eccedeCol breve onor de le digiune frondi:Ed ecco il verno le dissipa; e intantoTacitamente il solitario arbustoGran parte abbranca di terreno, e, milleRami nutrendo nel felice tronco,Al grato pellegrin l’ombra prepara.Signor così degl’inni eterni, un giorno,Solo in Olimpia regnerai: compagnaQuesta lira al tuo canto, a te soventeIl tuo destino e l’amor mio rimembri.Tacque, e porse la cetra: indi rivolta,Candida luce la ricinse: aperteLe azzurre penne s’agitâr sul tergo,Mentre nel folto de la selva al guardoDel suo Poëta s’involò. La DivaEi riconobbe, e di terror, di lietaMaraviglia compunto, il prezïosoDono tenea: ne l’infiammata fronteFremean d’Urania le parole e l’altaPromessa e il fato: e la commossa corda,Memore ancor del pollice divino,Con lungo mormorar gli rispondea.
POEMETTO.
Su le populee rive e sul bel pianoDa le insubri cavalle esercitato,Ove di selva coronate attolleLa mia città le favolose mura,Prego, suoni quest’Inno: e se pur dégnaPenne comporgli di più largo voloLa nostra Musa, o sacri colli, o d’ArnoSposa gentil, che a te gradito ei vegnaChieggo a le Grazie. Chè da i passi primiNel terrestre viaggio ove il desioCrudel compagno è de la via, profondoMi sollecita amor che Italia un giornoMe de’ suoi vati al drappel sacro aggiunga,Italia, ospizio de le Muse antico.Nè fuggitive dai laureti acheiAltrove il seggio de l’eterno esiglioPoser le Dive; e quando a la latinaDonna si feo l’invendicato oltraggio,Dal barbaro ululato impäuriteTacquero, è ver, ma l’infelice amicaMai non lasciâr; chè ad alte cose al fineL’itala Poësia, bella, aspettata,Mirabil virgo, da le turpi emerseUnniche nozze. E tu le bende e il mantoPrimo le désti, e ad illibate fontiLa conducesti; e ne le danze sacreTu le insegnasti ad emular la madre,Tu de l’ira mäestro e del sorriso,Divo Alighier, le fosti. In lunga notteGiaceva il mondo, e tu splendevi solo,Tu nostro: e tale, allor che il guardo primoSu la vedova terra il sole invia,Nol sa la valle ancora e la corteseVital pioggia di luce ancor non beve,E già dorata il monte erge la cima.A queste alme d’Italia abitatriciDi lodi un serto in pria non colte or tesso;Chè vil fra ’l volgo odo vagar parolaChe le Dive sorelle osa insultandoInterrogar che valga a l’infeliceMortal del canto il dono. Onde una bramaIn cor mi sorge di cantar gli antichiBeneficj che prodighe a l’ingratoRecâr le Muse. Urania al suo dilettoPindaro li cantò. Perchè di tantoDegnò la Dea l’alto pöeta e come,Dirò da prima; indi i celesti accentiRicorderò, se amica ella m’ispira.
Su le populee rive e sul bel piano
Da le insubri cavalle esercitato,
Ove di selva coronate attolle
La mia città le favolose mura,
Prego, suoni quest’Inno: e se pur dégna
Penne comporgli di più largo volo
La nostra Musa, o sacri colli, o d’Arno
Sposa gentil, che a te gradito ei vegna
Chieggo a le Grazie. Chè da i passi primi
Nel terrestre viaggio ove il desio
Crudel compagno è de la via, profondo
Mi sollecita amor che Italia un giorno
Me de’ suoi vati al drappel sacro aggiunga,
Italia, ospizio de le Muse antico.
Nè fuggitive dai laureti achei
Altrove il seggio de l’eterno esiglio
Poser le Dive; e quando a la latina
Donna si feo l’invendicato oltraggio,
Dal barbaro ululato impäurite
Tacquero, è ver, ma l’infelice amica
Mai non lasciâr; chè ad alte cose al fine
L’itala Poësia, bella, aspettata,
Mirabil virgo, da le turpi emerse
Unniche nozze. E tu le bende e il manto
Primo le désti, e ad illibate fonti
La conducesti; e ne le danze sacre
Tu le insegnasti ad emular la madre,
Tu de l’ira mäestro e del sorriso,
Divo Alighier, le fosti. In lunga notte
Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,
Tu nostro: e tale, allor che il guardo primo
Su la vedova terra il sole invia,
Nol sa la valle ancora e la cortese
Vital pioggia di luce ancor non beve,
E già dorata il monte erge la cima.
A queste alme d’Italia abitatrici
Di lodi un serto in pria non colte or tesso;
Chè vil fra ’l volgo odo vagar parola
Che le Dive sorelle osa insultando
Interrogar che valga a l’infelice
Mortal del canto il dono. Onde una brama
In cor mi sorge di cantar gli antichi
Beneficj che prodighe a l’ingrato
Recâr le Muse. Urania al suo diletto
Pindaro li cantò. Perchè di tanto
Degnò la Dea l’alto pöeta e come,
Dirò da prima; indi i celesti accenti
Ricorderò, se amica ella m’ispira.
Fama è che a lui ne la vocal tenzoneRapisse il lauro la minor Corinna.Misero! e non sapea di quanto DioL’ira il premea; chè a la famosa DelfoVenendo, i poggi d’Elicona e il fonteDel bel Permesso ei salutando ascese;Ma d’Orcomene ove le Grazie han culto,Il cammin sacro omise. Il dévio passoVider da lunge e il non curar superboDel fatal giovanetto le Immortali,E promiser vendetta. Al meditatoInno di lode liberato il voloPindaro avea, quando le belle irate,Aërie forme a mortal guardo mute,Venner seconde di Corinna al fianco.Aglaja in pria su la virginea gotaSparse un fulgor di rosea luce, e un miteRaggio di gioja le diffuse in fronte:Ma la fragranza de’ castalj fioriChe fanno l’opra de l’ingegno eterna,Eufrosine le diede; e tu pur anco,Dolce qual tibia di notturno amante,Lene Talia, le modulasti il canto.Di tanti doni avventurata in mezzoCorinna assurse: il portamento e il voltoStupìa la turba, e il dubitar leggiadroE il bel rossor con che tremando al senoPosò la cetra; e, sotto la palpebraMezza velando la pupilla bruna,Söave incominciò. Volava intornoLa divina armonia che, con le molliAle i cupidi orecchi accarezzando,Compungea gl’intelletti, e di giocondoBrivido i cori percotea. RapitoL’emulo anch’ei, non alito non ciglioMovea, nè pria de’ sensi ebbe ripresaLa signoria, che verdeggiar la frondaInvidïata vide in su le nereTrecce di lei, che fra il romor del plausoChinò la bella gota ove saliaDel gaudio mista e del pudor la fiamma.Di dolor punto e di vergogna, al volgoL’egregio vinto si sottrasse, e soloSul verde clivo onde l’äeria fronteSpinge il Parnaso, s’avvïò. DolenteErrar da l’alto Licoreo lo scòrseUrania Dea cui fu diletto il fatoDel giovanetto, e di blandir sua curaNel pio voler propose. È nei ripostiDel sacro monte avvolgimenti un boscoRomito opaco, ove talor le Muse,Sotto il tremolo rezzo esercitandoL’ambrosio piè, ringioviniscon l’erbeDa mortal orma non offese ancora.A l’entrar de la selva, e sovra il lemboDel vel che la tacente ombra distende,Balza l’Estro animoso, e de le acceseMenti il Diletto, e, ne la palma alzataDimettendo la fronte, il PensamentoSta col Silenzio che per man lo tiene.Bella figlia del Tempo e di MinervaV’è la Gloria, sospir di mille amanti:Vede la schiva i mille, e ad un sorride.Ivi il trasse la Diva. A l’appressarsi,De l’aura sacra a l’aspirar, di lietoOrror compreso in ogni vena il sangueSentia l’eletto, ed una fiamma leveLambir la fronte ed occupar l’ingegno.Poi che ne l’alto de la selva il poseNon conscio passo, abbandonò l’altezzaDel solitario trono, e nel segretoAsilo Urania il prode alunno aggiunse.Come tal volta ad uom rassembra in sogno,Su lunga scala o per dirupo, lieveScorrer col piè non alternato a l’imo,Nè mai grado calcar nè offender sasso;Tal su gli äerei gioghi sorvolando,Discendea la celeste. Indi la fronteSpóglia di raggi, e d’ale il tergo, e velaD’umana forma il dio; Mirtide fassi,Mirtide già de’ carmi e de la liraA Pindaro mäestra; e tal repenteA lui s’offerse. Ei di rossor dipinto,A che, disse, ne vieni? a mirar forseIl mio rossore? o madre, oh! perchè tantaSpeme d’onor mi lusingasti in vano?Come la madre al fantolin caduto,Mentre lieto al suo piè movea tumulto,Che guata impäurito e già sul ciglioTurgida appar la lagrimetta, ed ellaNel suo trepido cor contiene il grido,E blandamente gli sorride in voltoPerch’ei non pianga; un tal divino riso,Con questi detti, a lui la Musa aperse:A confortarti io vegno. Onde sì ratto«L’anima tua è da viltate offesa?»Non senza il nume de le Muse, o figlio,Di te tant’alto io promettea. Deh! come,Pindaro rispondea, cura dei vatiAver le Muse io crederò? Se cultoPlacabil mai degl’Immortali alcunoRendesse a l’uom, chi mai d’ostie e di lodi,Chi più di me di preci e di cor puroVenerò le Camene? Or se del mioDolor ti duoli, proseguia, deh! vogliL’egro mio spirto consolar col canto.Tacque il labro, ma il volto ancor pregava,Qual d’uom che d’udire arda, e fra sè temaDi far parlando a la risposta indugio.Allor su l’erba s’adagiaro: il plettroUrania prese, e gli accordò quest’InnoChe in minor suono il canto mio ripete.
Fama è che a lui ne la vocal tenzone
Rapisse il lauro la minor Corinna.
Misero! e non sapea di quanto Dio
L’ira il premea; chè a la famosa Delfo
Venendo, i poggi d’Elicona e il fonte
Del bel Permesso ei salutando ascese;
Ma d’Orcomene ove le Grazie han culto,
Il cammin sacro omise. Il dévio passo
Vider da lunge e il non curar superbo
Del fatal giovanetto le Immortali,
E promiser vendetta. Al meditato
Inno di lode liberato il volo
Pindaro avea, quando le belle irate,
Aërie forme a mortal guardo mute,
Venner seconde di Corinna al fianco.
Aglaja in pria su la virginea gota
Sparse un fulgor di rosea luce, e un mite
Raggio di gioja le diffuse in fronte:
Ma la fragranza de’ castalj fiori
Che fanno l’opra de l’ingegno eterna,
Eufrosine le diede; e tu pur anco,
Dolce qual tibia di notturno amante,
Lene Talia, le modulasti il canto.
Di tanti doni avventurata in mezzo
Corinna assurse: il portamento e il volto
Stupìa la turba, e il dubitar leggiadro
E il bel rossor con che tremando al seno
Posò la cetra; e, sotto la palpebra
Mezza velando la pupilla bruna,
Söave incominciò. Volava intorno
La divina armonia che, con le molli
Ale i cupidi orecchi accarezzando,
Compungea gl’intelletti, e di giocondo
Brivido i cori percotea. Rapito
L’emulo anch’ei, non alito non ciglio
Movea, nè pria de’ sensi ebbe ripresa
La signoria, che verdeggiar la fronda
Invidïata vide in su le nere
Trecce di lei, che fra il romor del plauso
Chinò la bella gota ove salia
Del gaudio mista e del pudor la fiamma.
Di dolor punto e di vergogna, al volgo
L’egregio vinto si sottrasse, e solo
Sul verde clivo onde l’äeria fronte
Spinge il Parnaso, s’avvïò. Dolente
Errar da l’alto Licoreo lo scòrse
Urania Dea cui fu diletto il fato
Del giovanetto, e di blandir sua cura
Nel pio voler propose. È nei riposti
Del sacro monte avvolgimenti un bosco
Romito opaco, ove talor le Muse,
Sotto il tremolo rezzo esercitando
L’ambrosio piè, ringioviniscon l’erbe
Da mortal orma non offese ancora.
A l’entrar de la selva, e sovra il lembo
Del vel che la tacente ombra distende,
Balza l’Estro animoso, e de le accese
Menti il Diletto, e, ne la palma alzata
Dimettendo la fronte, il Pensamento
Sta col Silenzio che per man lo tiene.
Bella figlia del Tempo e di Minerva
V’è la Gloria, sospir di mille amanti:
Vede la schiva i mille, e ad un sorride.
Ivi il trasse la Diva. A l’appressarsi,
De l’aura sacra a l’aspirar, di lieto
Orror compreso in ogni vena il sangue
Sentia l’eletto, ed una fiamma leve
Lambir la fronte ed occupar l’ingegno.
Poi che ne l’alto de la selva il pose
Non conscio passo, abbandonò l’altezza
Del solitario trono, e nel segreto
Asilo Urania il prode alunno aggiunse.
Come tal volta ad uom rassembra in sogno,
Su lunga scala o per dirupo, lieve
Scorrer col piè non alternato a l’imo,
Nè mai grado calcar nè offender sasso;
Tal su gli äerei gioghi sorvolando,
Discendea la celeste. Indi la fronte
Spóglia di raggi, e d’ale il tergo, e vela
D’umana forma il dio; Mirtide fassi,
Mirtide già de’ carmi e de la lira
A Pindaro mäestra; e tal repente
A lui s’offerse. Ei di rossor dipinto,
A che, disse, ne vieni? a mirar forse
Il mio rossore? o madre, oh! perchè tanta
Speme d’onor mi lusingasti in vano?
Come la madre al fantolin caduto,
Mentre lieto al suo piè movea tumulto,
Che guata impäurito e già sul ciglio
Turgida appar la lagrimetta, ed ella
Nel suo trepido cor contiene il grido,
E blandamente gli sorride in volto
Perch’ei non pianga; un tal divino riso,
Con questi detti, a lui la Musa aperse:
A confortarti io vegno. Onde sì ratto
«L’anima tua è da viltate offesa?»
Non senza il nume de le Muse, o figlio,
Di te tant’alto io promettea. Deh! come,
Pindaro rispondea, cura dei vati
Aver le Muse io crederò? Se culto
Placabil mai degl’Immortali alcuno
Rendesse a l’uom, chi mai d’ostie e di lodi,
Chi più di me di preci e di cor puro
Venerò le Camene? Or se del mio
Dolor ti duoli, proseguia, deh! vogli
L’egro mio spirto consolar col canto.
Tacque il labro, ma il volto ancor pregava,
Qual d’uom che d’udire arda, e fra sè tema
Di far parlando a la risposta indugio.
Allor su l’erba s’adagiaro: il plettro
Urania prese, e gli accordò quest’Inno
Che in minor suono il canto mio ripete.
Fra le tazze d’ambrosia imporporate,Concittadine degli Eterni e giojaDe’ paterni conviti eran le MuseNe’ palagi d’Olimpo, e le terreneValli non use a visitar; ma primo,Scola e conforto de la vita, in terraDi Giove il cenno le invïò. VedeaGiove da l’alto serpeggiar già foltaLa vaga mortale orma, e sotto il pondoDi tutti i mali andar curvata e ciecaL’umana stirpe: del rapito focoPiena gli parve la vendetta; e a l’iraSpuntate avea l’acri säette il tempo.Alfin più mite ne l’eterno sennoConsiglio il Padre accolse, ed, Assai, disseE troppo omai le Dire empio governoFer de la terra; assai ne’ petti umaniCommiser d’odj, e volser prone al peggioLe mortali sentenze. Di feliciGenj una schiera al Dio facea corona,Inclita schiera di Virtù (chè taleSuona qua giù lor nome). A questi in priaScorrer la terra e perseguir le crudeDe l’uom nemiche ed a più miti voglieRicondur l’infelice, impose il Dio.Al basso mondo ove la luce altérna,Sceser gli spirti obbedïenti, e tuttoRicercârlo, ma in van; chè non levossiA tanto raggio de’ mortali il guardo;E di Giove il voler non s’adempia.Però baldanza a quel voler non tolseDifficoltà che a l’impotente è freno,Stimolo al forte; essa al pensier di GioveNovo propose esperimento. Al descoDel Tonante le Muse una concordeMovean d’inni esultanza; inebrïateTacean le menti degli Dei; fe’ cennoEi la destra librando; e la crescenteDel volubile canto onda ristetteImprovviso. Raggiò pacato il guardoA le Vergini il Padre; e questo ad elleD’amor temprato fe’ volar comando.Figlie, a bell’opra il mio voler ministreElegge or voi. Non conosciute ancoraErrar vedete le Virtù fra i ciechiFigli di Pirra: d’amor santo indarnoArder tentaro i duri petti, e vinteFarsi de l’ardue menti aprir le porte:La forza sol de l’arti vostre il puote:Là giù dunque movete: a voi seguaciVengan le Grazie; e senza voi men bellaGià la mia reggia il tornar vostro attende.Tacque a tanto il Saturnio; e su gli estremiDetti, dal ciglio e da le labra riseBlandamente. Al divino atto commossaBalzò l’eterea vetta, e d’improvvisoDi tutta luce biondeggiò l’Olimpo.Nel primo aspetto de la terra intantoIl lungo duol de le Virtù negletteVider le Muse; ma di lor la primaChi fu che volse le propizie cureI bei precetti ad avverar del Padre?Calliope fu che fra i mortali accortaOrfeo trascelse; e sì l’amò che il nomeA lui di figlio non negò. VicinaA l’orecchio di lui, ma non veduta,Stette la Diva, e de l’alunno al coreSciolse la bella voce onde si noma.Il bel consiglio di Calliope tutteImitâr le sorelle; e d’un elettoMortal mäestra al par fatta ciascuna,L’alme col canto ivan tentando, e l’iraVincea quel canto de le ferree menti.Così dal sangue e dal ferino istintoTolser quei pochi in prima; indi lo sguardoDi lor, che a terra ancor tenea il costume,Che del passato l’avvenir fa servo,Levâr di nuova forza avvalorato.E quei gli occhi giraro, e vider tuttaLa compagnia degli stranier divini,Che a le Dire fea guerra. Ove furenteImperversar la Crudeltà solea,Orribil mostro che ferisce e ride,Vider Pietà che mollemente intornoA i cor fremendo, dei veduti maliDolor chiedea; Pietà, de gl’infeliciSorriso, amabil Dea. Feroce e stoltaCon alta fronte passeggiar l’OffesaVider, gl’ingegni provocando, e miteOvunque un Genio a quella Furia opporsi,Lo spontaneo Perdon che con la destraCancella il torto e ne la manca recaIl beneficio, e l’uno e l’altro obblia.Blando a la Dira ei s’offeria: seguaceLenta ma certa, l’orme sue ricalcaNemesi, e quando inesaudito il vede,Non fa motto ed aspetta. Un giorno al fineNe gl’iterati giri, orba dinanziLe vien l’Offesa; al tacit’arco imponeNemesi allor l’alata pena; aggiungeL’äerea punta impreveduta il fianco,E l’empio corso allenta. InonorataLa Fatica mirâr, che gli ermi intornoCampi invano additava, a cui per ancoNon chiedea de la messe il pigro ferroGli aurei doni dovuti: a lei compagnoL’Onor si fea; se forse a la sua lucePiù cara a l’occhio del mortal venisseL’utile Dea. Vider la Fede, immotaServatrice dei giuri, e l’arridenteOspital Genio che gl’ignoti astringeDi fraterna catena; e tutta in fineLa schiera dia ne l’opra affaticarsi.Videro, e novo di pietà, d’amoreNe gli attoniti surse animi un senso,Che infiammando occupolli. E già de’ lietiPrincipj in cor secure, il plettro e l’arteSacra del plettro a i figli lor le MuseDonâr, le Grazie il dilettar donaroE il süader potente. Essi a la turbaDei vaganti fratelli ivan cantandoLe vedute bellezze. Al suon che primoSi sparse a l’aura, dispogliò l’anticoSquallor la terra, e rise: e tu qual fosti,Che provasti, o mortal, quando sul coreLa prima stilla d’armonia ti scese?Quale a l’ara de’ Numi allor che il sacroTripode ferve, e tremolando rosseSu le brage stridenti erran le fiamme,Se la man pia del sacerdote in esseVersi copia d’incenso, ecco di brunoPallor vestirsi il foco, e dal placatoArdor repente un vortice s’innalzaTacito, e tutto d’odorata nebbiaTurba l’etere intorno e lo ricrea;Tal su i cori cadea rorido, e l’iraV’ammorzava quel canto, e dolce, in vece,Di carità, di pace vi destavaIgnota brama. A l’uom così le primeVirtù fur conosciute onde bëata,Quanto ad uom lice, e riposata e bellaFassi la vita. Allora in cor portandoIl piacer de l’evento, e la divinaGiocondità del beneficio in fronte,A l’auree torri de l’Olimpo il voloRïalzar le Camene. Ivi le proveDe l’alma impresa e le fatiche e il fineDissero al Padre; e pieno, in ascoltarle,Da la bocca di lui scorrea quel dolceCanto a l’orecchio dei miglior, la lode.Ma stagion lunga ancor volta non era,Che ne le Nove ritornate un caroDe la terra desio nacque; chè amenoOltre ogni loco a rivedersi è quelloChe un gentil fatto ti rimembri: e questaElesser sede che secreta intornoReligïon circonda, e, l’arti anticheEsercitando ancor, l’aura divinaSpirano a pochi in fra i viventi, e dánnoColpir le menti d’immortal parola.E te dal nascer tuo benigna in curaEbbe, o Pindaro, Urania. E s’oggi, o figlio,Tanto amor non ti valse, ell’è d’un NumeVendetta: incauto, che a le Grazie il cultoNegasti, a l’alme del favor ministreDee, senza cui nè gl’Immortai son usiMover mai danza o moderar convito.Da lor sol vien se cosa in fra i mortaliE di gentile, e sol qua giù quel cantoVivrà che lingua dal pensier profondoCon la fortuna de le Grazie attinga;Queste implora coi voti, ed al perdonoFacili or piega. E la rapita lodePiù non ti dolga. A giovin quercia accantoTalor felce orgogliosa il suolo usurpa,E cresce in selva, e il gentil ramo eccedeCol breve onor de le digiune frondi:Ed ecco il verno le dissipa; e intantoTacitamente il solitario arbustoGran parte abbranca di terreno, e, milleRami nutrendo nel felice tronco,Al grato pellegrin l’ombra prepara.Signor così degl’inni eterni, un giorno,Solo in Olimpia regnerai: compagnaQuesta lira al tuo canto, a te soventeIl tuo destino e l’amor mio rimembri.
Fra le tazze d’ambrosia imporporate,
Concittadine degli Eterni e gioja
De’ paterni conviti eran le Muse
Ne’ palagi d’Olimpo, e le terrene
Valli non use a visitar; ma primo,
Scola e conforto de la vita, in terra
Di Giove il cenno le invïò. Vedea
Giove da l’alto serpeggiar già folta
La vaga mortale orma, e sotto il pondo
Di tutti i mali andar curvata e cieca
L’umana stirpe: del rapito foco
Piena gli parve la vendetta; e a l’ira
Spuntate avea l’acri säette il tempo.
Alfin più mite ne l’eterno senno
Consiglio il Padre accolse, ed, Assai, disse
E troppo omai le Dire empio governo
Fer de la terra; assai ne’ petti umani
Commiser d’odj, e volser prone al peggio
Le mortali sentenze. Di felici
Genj una schiera al Dio facea corona,
Inclita schiera di Virtù (chè tale
Suona qua giù lor nome). A questi in pria
Scorrer la terra e perseguir le crude
De l’uom nemiche ed a più miti voglie
Ricondur l’infelice, impose il Dio.
Al basso mondo ove la luce altérna,
Sceser gli spirti obbedïenti, e tutto
Ricercârlo, ma in van; chè non levossi
A tanto raggio de’ mortali il guardo;
E di Giove il voler non s’adempia.
Però baldanza a quel voler non tolse
Difficoltà che a l’impotente è freno,
Stimolo al forte; essa al pensier di Giove
Novo propose esperimento. Al desco
Del Tonante le Muse una concorde
Movean d’inni esultanza; inebrïate
Tacean le menti degli Dei; fe’ cenno
Ei la destra librando; e la crescente
Del volubile canto onda ristette
Improvviso. Raggiò pacato il guardo
A le Vergini il Padre; e questo ad elle
D’amor temprato fe’ volar comando.
Figlie, a bell’opra il mio voler ministre
Elegge or voi. Non conosciute ancora
Errar vedete le Virtù fra i ciechi
Figli di Pirra: d’amor santo indarno
Arder tentaro i duri petti, e vinte
Farsi de l’ardue menti aprir le porte:
La forza sol de l’arti vostre il puote:
Là giù dunque movete: a voi seguaci
Vengan le Grazie; e senza voi men bella
Già la mia reggia il tornar vostro attende.
Tacque a tanto il Saturnio; e su gli estremi
Detti, dal ciglio e da le labra rise
Blandamente. Al divino atto commossa
Balzò l’eterea vetta, e d’improvviso
Di tutta luce biondeggiò l’Olimpo.
Nel primo aspetto de la terra intanto
Il lungo duol de le Virtù neglette
Vider le Muse; ma di lor la prima
Chi fu che volse le propizie cure
I bei precetti ad avverar del Padre?
Calliope fu che fra i mortali accorta
Orfeo trascelse; e sì l’amò che il nome
A lui di figlio non negò. Vicina
A l’orecchio di lui, ma non veduta,
Stette la Diva, e de l’alunno al core
Sciolse la bella voce onde si noma.
Il bel consiglio di Calliope tutte
Imitâr le sorelle; e d’un eletto
Mortal mäestra al par fatta ciascuna,
L’alme col canto ivan tentando, e l’ira
Vincea quel canto de le ferree menti.
Così dal sangue e dal ferino istinto
Tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo
Di lor, che a terra ancor tenea il costume,
Che del passato l’avvenir fa servo,
Levâr di nuova forza avvalorato.
E quei gli occhi giraro, e vider tutta
La compagnia degli stranier divini,
Che a le Dire fea guerra. Ove furente
Imperversar la Crudeltà solea,
Orribil mostro che ferisce e ride,
Vider Pietà che mollemente intorno
A i cor fremendo, dei veduti mali
Dolor chiedea; Pietà, de gl’infelici
Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta
Con alta fronte passeggiar l’Offesa
Vider, gl’ingegni provocando, e mite
Ovunque un Genio a quella Furia opporsi,
Lo spontaneo Perdon che con la destra
Cancella il torto e ne la manca reca
Il beneficio, e l’uno e l’altro obblia.
Blando a la Dira ei s’offeria: seguace
Lenta ma certa, l’orme sue ricalca
Nemesi, e quando inesaudito il vede,
Non fa motto ed aspetta. Un giorno al fine
Ne gl’iterati giri, orba dinanzi
Le vien l’Offesa; al tacit’arco impone
Nemesi allor l’alata pena; aggiunge
L’äerea punta impreveduta il fianco,
E l’empio corso allenta. Inonorata
La Fatica mirâr, che gli ermi intorno
Campi invano additava, a cui per anco
Non chiedea de la messe il pigro ferro
Gli aurei doni dovuti: a lei compagno
L’Onor si fea; se forse a la sua luce
Più cara a l’occhio del mortal venisse
L’utile Dea. Vider la Fede, immota
Servatrice dei giuri, e l’arridente
Ospital Genio che gl’ignoti astringe
Di fraterna catena; e tutta in fine
La schiera dia ne l’opra affaticarsi.
Videro, e novo di pietà, d’amore
Ne gli attoniti surse animi un senso,
Che infiammando occupolli. E già de’ lieti
Principj in cor secure, il plettro e l’arte
Sacra del plettro a i figli lor le Muse
Donâr, le Grazie il dilettar donaro
E il süader potente. Essi a la turba
Dei vaganti fratelli ivan cantando
Le vedute bellezze. Al suon che primo
Si sparse a l’aura, dispogliò l’antico
Squallor la terra, e rise: e tu qual fosti,
Che provasti, o mortal, quando sul core
La prima stilla d’armonia ti scese?
Quale a l’ara de’ Numi allor che il sacro
Tripode ferve, e tremolando rosse
Su le brage stridenti erran le fiamme,
Se la man pia del sacerdote in esse
Versi copia d’incenso, ecco di bruno
Pallor vestirsi il foco, e dal placato
Ardor repente un vortice s’innalza
Tacito, e tutto d’odorata nebbia
Turba l’etere intorno e lo ricrea;
Tal su i cori cadea rorido, e l’ira
V’ammorzava quel canto, e dolce, in vece,
Di carità, di pace vi destava
Ignota brama. A l’uom così le prime
Virtù fur conosciute onde bëata,
Quanto ad uom lice, e riposata e bella
Fassi la vita. Allora in cor portando
Il piacer de l’evento, e la divina
Giocondità del beneficio in fronte,
A l’auree torri de l’Olimpo il volo
Rïalzar le Camene. Ivi le prove
De l’alma impresa e le fatiche e il fine
Dissero al Padre; e pieno, in ascoltarle,
Da la bocca di lui scorrea quel dolce
Canto a l’orecchio dei miglior, la lode.
Ma stagion lunga ancor volta non era,
Che ne le Nove ritornate un caro
De la terra desio nacque; chè ameno
Oltre ogni loco a rivedersi è quello
Che un gentil fatto ti rimembri: e questa
Elesser sede che secreta intorno
Religïon circonda, e, l’arti antiche
Esercitando ancor, l’aura divina
Spirano a pochi in fra i viventi, e dánno
Colpir le menti d’immortal parola.
E te dal nascer tuo benigna in cura
Ebbe, o Pindaro, Urania. E s’oggi, o figlio,
Tanto amor non ti valse, ell’è d’un Nume
Vendetta: incauto, che a le Grazie il culto
Negasti, a l’alme del favor ministre
Dee, senza cui nè gl’Immortai son usi
Mover mai danza o moderar convito.
Da lor sol vien se cosa in fra i mortali
E di gentile, e sol qua giù quel canto
Vivrà che lingua dal pensier profondo
Con la fortuna de le Grazie attinga;
Queste implora coi voti, ed al perdono
Facili or piega. E la rapita lode
Più non ti dolga. A giovin quercia accanto
Talor felce orgogliosa il suolo usurpa,
E cresce in selva, e il gentil ramo eccede
Col breve onor de le digiune frondi:
Ed ecco il verno le dissipa; e intanto
Tacitamente il solitario arbusto
Gran parte abbranca di terreno, e, mille
Rami nutrendo nel felice tronco,
Al grato pellegrin l’ombra prepara.
Signor così degl’inni eterni, un giorno,
Solo in Olimpia regnerai: compagna
Questa lira al tuo canto, a te sovente
Il tuo destino e l’amor mio rimembri.
Tacque, e porse la cetra: indi rivolta,Candida luce la ricinse: aperteLe azzurre penne s’agitâr sul tergo,Mentre nel folto de la selva al guardoDel suo Poëta s’involò. La DivaEi riconobbe, e di terror, di lietaMaraviglia compunto, il prezïosoDono tenea: ne l’infiammata fronteFremean d’Urania le parole e l’altaPromessa e il fato: e la commossa corda,Memore ancor del pollice divino,Con lungo mormorar gli rispondea.
Tacque, e porse la cetra: indi rivolta,
Candida luce la ricinse: aperte
Le azzurre penne s’agitâr sul tergo,
Mentre nel folto de la selva al guardo
Del suo Poëta s’involò. La Diva
Ei riconobbe, e di terror, di lieta
Maraviglia compunto, il prezïoso
Dono tenea: ne l’infiammata fronte
Fremean d’Urania le parole e l’alta
Promessa e il fato: e la commossa corda,
Memore ancor del pollice divino,
Con lungo mormorar gli rispondea.
Vidi (credi, se il vuoi, volgo profano!),Vidi, là dove innalzasiE nel Lario si specchia il Baradello,Il delfico calar Nume sovrano,E su la torre aereaRistar dell’antichissimo castello;Gli spirava dal volto ira divina,E da la chioma odor d’ambrosia fina.Sperai che, quale in su la rupe ascreaO sul giogo parnassio,Dolce suono ei trarria da la sua cetra:Ma il Nume che tutt’altro in testa avea,Piegando il braccio eburneo,Volse la man sul tergo a la faretra;Con due dita ne colse acuto strale,L’arco tese: fremè l’arco mortale.Ove su l’ampio verdeggiar de’ prati,Fra i balli de le Najadi,Sorge l’alta Milan, la mira ei volse.Mi comprese terror pei Lari amati,E da le labbra tremuleLa voce a stento ad implorar si sciolse:«Ferma, che fai? Deh! non ferir, perdona,Santo figlio di Giove e di Latona!»Al dardo impazïente il vol ritenne,E a me rivolto in placidoSembiante, a dir mi prese il dio di Delo:«Fino a noi da que’ lidi il grido venneD’uomo a sfidar non pavidoTutti gli Dei, tutte le Dee del cielo:E l’audacia di lui resta impunita?Pera l’empia città che il lascia in vita!»«Deh! per Leucotoe», io dissi, «e per Giacinto,Per la gentil Coronide,Per quella Dafne sovr’ogni altra amataDe la cui spoglia verde il capo hai cinto,Poni lo sdegno orribile,Frena la furia de la destra irata:Pensa, o signor di Delfo, almo Sminteo,Che se enorme è la colpa, un solo è il reo.«Un solo ha fatto ai numi vostri insulto,Spinto da l’atre Eumenidi,Egli è il solo fra noi che non vi adora:Non obbliar per lui degli altri il culto;Vedi l’are che fumano,Vedi il popolo pio che a voi le infiora;Ascolta i preghi, odi l’umil salutoChe il Cordusio ti manda e il Bottonuto.«Tutto è pieno di voi. Qual rio cultoreNon invocata CerereI semi affida a l’immortal Tellure?A dubbia impresa chi rivolge il coreSe a la cortina delficaIl vel non tenta de le sorti oscure?Qual è il nocchier che sciolga al vento i liniPria di far sacrificio a’ Dei marini?«Voi, se Fortuna a noi concede il crineO volge il calvo, amabileE perenne argomento ai canti nostri!Così le greche genti e le latineVoi regnator cantavanoE degli olimpj e dei tartarei chiostri;E noi, che siam credenti al par di loro,Non sacreremo a voi le cetre d’oro?«Sommo Tonante, occhi-bendato arciero,De la donzella siculaBuon rapitor, che regno hai sopra l’ombre;Tu che dal suolo uscir festi il destriero;Giunon, Gradivo, e Venere;Tu che il virgineo crin d’ulivo adombre:Io per me mi protesto, o Numi santi,Umilissimo servo a tutti quanti.«Fa luogo, o biondo Nume, al mio riclamo;Non render risponsabilePer un sol che peccò tutto un paese;Lascia tranquilli noi, che rei non siamo;E le misure energicheSol contra l’empio schernitor sien prese».Tacqui, e mi avvidi al suo placato aspettoChe il biondo Dio gustava il mio progetto.Lo stral ripose nel turcasso, e disse:«Poi che quest’empio attentasiEsercitar le nostre arti canore,Queste orribili pene a lui sien fisse:Lunge dai poggi aoniiSempre dimori, e da le nove Suore;Non abbia di castalia onda ristauro;Nè mai gli tocchi il crin fronda di lauro.«Salir non possa il corridor che vola,Non poggi mai per l’etera,Rada il basso terren del vostro mondo;Non spiri aura di Pindo in sua parola:Tutto ei deggia da l’intimoSuo petto trarre e dal pensier profondo;E sia costretto lasciar sempre in paceL’ingorda Libitina e il Veglio edace.«E perchè privo d’ogni gioja, e senzaSpeme si roda il perfido,Lira eburnea gli tolgo e plettro aurato!»Un gel mi corse a la feral sentenza;E sbigottito e pallido,Esclamai: «Santi Numi, egli è spacciato!E come vuoi che senza queste coseEi se la cavi?»—«Come può», rispose.Tacque il Nume, e ristette somiglianteA la sua sacra immagineChe per greco scarpel nel marmo spira;Dove negli atti e nel divin sembianteVedi la calma riedere,E sul labbro morir la turgid’ira:Spunta il piacer de la vittoria in viso,Mirando il corpo del Pitone anciso.
Vidi (credi, se il vuoi, volgo profano!),Vidi, là dove innalzasiE nel Lario si specchia il Baradello,Il delfico calar Nume sovrano,E su la torre aereaRistar dell’antichissimo castello;Gli spirava dal volto ira divina,E da la chioma odor d’ambrosia fina.Sperai che, quale in su la rupe ascreaO sul giogo parnassio,Dolce suono ei trarria da la sua cetra:Ma il Nume che tutt’altro in testa avea,Piegando il braccio eburneo,Volse la man sul tergo a la faretra;Con due dita ne colse acuto strale,L’arco tese: fremè l’arco mortale.Ove su l’ampio verdeggiar de’ prati,Fra i balli de le Najadi,Sorge l’alta Milan, la mira ei volse.Mi comprese terror pei Lari amati,E da le labbra tremuleLa voce a stento ad implorar si sciolse:«Ferma, che fai? Deh! non ferir, perdona,Santo figlio di Giove e di Latona!»Al dardo impazïente il vol ritenne,E a me rivolto in placidoSembiante, a dir mi prese il dio di Delo:«Fino a noi da que’ lidi il grido venneD’uomo a sfidar non pavidoTutti gli Dei, tutte le Dee del cielo:E l’audacia di lui resta impunita?Pera l’empia città che il lascia in vita!»«Deh! per Leucotoe», io dissi, «e per Giacinto,Per la gentil Coronide,Per quella Dafne sovr’ogni altra amataDe la cui spoglia verde il capo hai cinto,Poni lo sdegno orribile,Frena la furia de la destra irata:Pensa, o signor di Delfo, almo Sminteo,Che se enorme è la colpa, un solo è il reo.«Un solo ha fatto ai numi vostri insulto,Spinto da l’atre Eumenidi,Egli è il solo fra noi che non vi adora:Non obbliar per lui degli altri il culto;Vedi l’are che fumano,Vedi il popolo pio che a voi le infiora;Ascolta i preghi, odi l’umil salutoChe il Cordusio ti manda e il Bottonuto.«Tutto è pieno di voi. Qual rio cultoreNon invocata CerereI semi affida a l’immortal Tellure?A dubbia impresa chi rivolge il coreSe a la cortina delficaIl vel non tenta de le sorti oscure?Qual è il nocchier che sciolga al vento i liniPria di far sacrificio a’ Dei marini?«Voi, se Fortuna a noi concede il crineO volge il calvo, amabileE perenne argomento ai canti nostri!Così le greche genti e le latineVoi regnator cantavanoE degli olimpj e dei tartarei chiostri;E noi, che siam credenti al par di loro,Non sacreremo a voi le cetre d’oro?«Sommo Tonante, occhi-bendato arciero,De la donzella siculaBuon rapitor, che regno hai sopra l’ombre;Tu che dal suolo uscir festi il destriero;Giunon, Gradivo, e Venere;Tu che il virgineo crin d’ulivo adombre:Io per me mi protesto, o Numi santi,Umilissimo servo a tutti quanti.«Fa luogo, o biondo Nume, al mio riclamo;Non render risponsabilePer un sol che peccò tutto un paese;Lascia tranquilli noi, che rei non siamo;E le misure energicheSol contra l’empio schernitor sien prese».Tacqui, e mi avvidi al suo placato aspettoChe il biondo Dio gustava il mio progetto.Lo stral ripose nel turcasso, e disse:«Poi che quest’empio attentasiEsercitar le nostre arti canore,Queste orribili pene a lui sien fisse:Lunge dai poggi aoniiSempre dimori, e da le nove Suore;Non abbia di castalia onda ristauro;Nè mai gli tocchi il crin fronda di lauro.«Salir non possa il corridor che vola,Non poggi mai per l’etera,Rada il basso terren del vostro mondo;Non spiri aura di Pindo in sua parola:Tutto ei deggia da l’intimoSuo petto trarre e dal pensier profondo;E sia costretto lasciar sempre in paceL’ingorda Libitina e il Veglio edace.«E perchè privo d’ogni gioja, e senzaSpeme si roda il perfido,Lira eburnea gli tolgo e plettro aurato!»Un gel mi corse a la feral sentenza;E sbigottito e pallido,Esclamai: «Santi Numi, egli è spacciato!E come vuoi che senza queste coseEi se la cavi?»—«Come può», rispose.Tacque il Nume, e ristette somiglianteA la sua sacra immagineChe per greco scarpel nel marmo spira;Dove negli atti e nel divin sembianteVedi la calma riedere,E sul labbro morir la turgid’ira:Spunta il piacer de la vittoria in viso,Mirando il corpo del Pitone anciso.
Vidi (credi, se il vuoi, volgo profano!),Vidi, là dove innalzasiE nel Lario si specchia il Baradello,Il delfico calar Nume sovrano,E su la torre aereaRistar dell’antichissimo castello;Gli spirava dal volto ira divina,E da la chioma odor d’ambrosia fina.
Vidi (credi, se il vuoi, volgo profano!),
Vidi, là dove innalzasi
E nel Lario si specchia il Baradello,
Il delfico calar Nume sovrano,
E su la torre aerea
Ristar dell’antichissimo castello;
Gli spirava dal volto ira divina,
E da la chioma odor d’ambrosia fina.
Sperai che, quale in su la rupe ascreaO sul giogo parnassio,Dolce suono ei trarria da la sua cetra:Ma il Nume che tutt’altro in testa avea,Piegando il braccio eburneo,Volse la man sul tergo a la faretra;Con due dita ne colse acuto strale,L’arco tese: fremè l’arco mortale.
Sperai che, quale in su la rupe ascrea
O sul giogo parnassio,
Dolce suono ei trarria da la sua cetra:
Ma il Nume che tutt’altro in testa avea,
Piegando il braccio eburneo,
Volse la man sul tergo a la faretra;
Con due dita ne colse acuto strale,
L’arco tese: fremè l’arco mortale.
Ove su l’ampio verdeggiar de’ prati,Fra i balli de le Najadi,Sorge l’alta Milan, la mira ei volse.Mi comprese terror pei Lari amati,E da le labbra tremuleLa voce a stento ad implorar si sciolse:«Ferma, che fai? Deh! non ferir, perdona,Santo figlio di Giove e di Latona!»
Ove su l’ampio verdeggiar de’ prati,
Fra i balli de le Najadi,
Sorge l’alta Milan, la mira ei volse.
Mi comprese terror pei Lari amati,
E da le labbra tremule
La voce a stento ad implorar si sciolse:
«Ferma, che fai? Deh! non ferir, perdona,
Santo figlio di Giove e di Latona!»
Al dardo impazïente il vol ritenne,E a me rivolto in placidoSembiante, a dir mi prese il dio di Delo:«Fino a noi da que’ lidi il grido venneD’uomo a sfidar non pavidoTutti gli Dei, tutte le Dee del cielo:E l’audacia di lui resta impunita?Pera l’empia città che il lascia in vita!»
Al dardo impazïente il vol ritenne,
E a me rivolto in placido
Sembiante, a dir mi prese il dio di Delo:
«Fino a noi da que’ lidi il grido venne
D’uomo a sfidar non pavido
Tutti gli Dei, tutte le Dee del cielo:
E l’audacia di lui resta impunita?
Pera l’empia città che il lascia in vita!»
«Deh! per Leucotoe», io dissi, «e per Giacinto,Per la gentil Coronide,Per quella Dafne sovr’ogni altra amataDe la cui spoglia verde il capo hai cinto,Poni lo sdegno orribile,Frena la furia de la destra irata:Pensa, o signor di Delfo, almo Sminteo,Che se enorme è la colpa, un solo è il reo.
«Deh! per Leucotoe», io dissi, «e per Giacinto,
Per la gentil Coronide,
Per quella Dafne sovr’ogni altra amata
De la cui spoglia verde il capo hai cinto,
Poni lo sdegno orribile,
Frena la furia de la destra irata:
Pensa, o signor di Delfo, almo Sminteo,
Che se enorme è la colpa, un solo è il reo.
«Un solo ha fatto ai numi vostri insulto,Spinto da l’atre Eumenidi,Egli è il solo fra noi che non vi adora:Non obbliar per lui degli altri il culto;Vedi l’are che fumano,Vedi il popolo pio che a voi le infiora;Ascolta i preghi, odi l’umil salutoChe il Cordusio ti manda e il Bottonuto.
«Un solo ha fatto ai numi vostri insulto,
Spinto da l’atre Eumenidi,
Egli è il solo fra noi che non vi adora:
Non obbliar per lui degli altri il culto;
Vedi l’are che fumano,
Vedi il popolo pio che a voi le infiora;
Ascolta i preghi, odi l’umil saluto
Che il Cordusio ti manda e il Bottonuto.
«Tutto è pieno di voi. Qual rio cultoreNon invocata CerereI semi affida a l’immortal Tellure?A dubbia impresa chi rivolge il coreSe a la cortina delficaIl vel non tenta de le sorti oscure?Qual è il nocchier che sciolga al vento i liniPria di far sacrificio a’ Dei marini?
«Tutto è pieno di voi. Qual rio cultore
Non invocata Cerere
I semi affida a l’immortal Tellure?
A dubbia impresa chi rivolge il core
Se a la cortina delfica
Il vel non tenta de le sorti oscure?
Qual è il nocchier che sciolga al vento i lini
Pria di far sacrificio a’ Dei marini?
«Voi, se Fortuna a noi concede il crineO volge il calvo, amabileE perenne argomento ai canti nostri!Così le greche genti e le latineVoi regnator cantavanoE degli olimpj e dei tartarei chiostri;E noi, che siam credenti al par di loro,Non sacreremo a voi le cetre d’oro?
«Voi, se Fortuna a noi concede il crine
O volge il calvo, amabile
E perenne argomento ai canti nostri!
Così le greche genti e le latine
Voi regnator cantavano
E degli olimpj e dei tartarei chiostri;
E noi, che siam credenti al par di loro,
Non sacreremo a voi le cetre d’oro?
«Sommo Tonante, occhi-bendato arciero,De la donzella siculaBuon rapitor, che regno hai sopra l’ombre;Tu che dal suolo uscir festi il destriero;Giunon, Gradivo, e Venere;Tu che il virgineo crin d’ulivo adombre:Io per me mi protesto, o Numi santi,Umilissimo servo a tutti quanti.
«Sommo Tonante, occhi-bendato arciero,
De la donzella sicula
Buon rapitor, che regno hai sopra l’ombre;
Tu che dal suolo uscir festi il destriero;
Giunon, Gradivo, e Venere;
Tu che il virgineo crin d’ulivo adombre:
Io per me mi protesto, o Numi santi,
Umilissimo servo a tutti quanti.
«Fa luogo, o biondo Nume, al mio riclamo;Non render risponsabilePer un sol che peccò tutto un paese;Lascia tranquilli noi, che rei non siamo;E le misure energicheSol contra l’empio schernitor sien prese».Tacqui, e mi avvidi al suo placato aspettoChe il biondo Dio gustava il mio progetto.
«Fa luogo, o biondo Nume, al mio riclamo;
Non render risponsabile
Per un sol che peccò tutto un paese;
Lascia tranquilli noi, che rei non siamo;
E le misure energiche
Sol contra l’empio schernitor sien prese».
Tacqui, e mi avvidi al suo placato aspetto
Che il biondo Dio gustava il mio progetto.
Lo stral ripose nel turcasso, e disse:«Poi che quest’empio attentasiEsercitar le nostre arti canore,Queste orribili pene a lui sien fisse:Lunge dai poggi aoniiSempre dimori, e da le nove Suore;Non abbia di castalia onda ristauro;Nè mai gli tocchi il crin fronda di lauro.
Lo stral ripose nel turcasso, e disse:
«Poi che quest’empio attentasi
Esercitar le nostre arti canore,
Queste orribili pene a lui sien fisse:
Lunge dai poggi aonii
Sempre dimori, e da le nove Suore;
Non abbia di castalia onda ristauro;
Nè mai gli tocchi il crin fronda di lauro.
«Salir non possa il corridor che vola,Non poggi mai per l’etera,Rada il basso terren del vostro mondo;Non spiri aura di Pindo in sua parola:Tutto ei deggia da l’intimoSuo petto trarre e dal pensier profondo;E sia costretto lasciar sempre in paceL’ingorda Libitina e il Veglio edace.
«Salir non possa il corridor che vola,
Non poggi mai per l’etera,
Rada il basso terren del vostro mondo;
Non spiri aura di Pindo in sua parola:
Tutto ei deggia da l’intimo
Suo petto trarre e dal pensier profondo;
E sia costretto lasciar sempre in pace
L’ingorda Libitina e il Veglio edace.
«E perchè privo d’ogni gioja, e senzaSpeme si roda il perfido,Lira eburnea gli tolgo e plettro aurato!»Un gel mi corse a la feral sentenza;E sbigottito e pallido,Esclamai: «Santi Numi, egli è spacciato!E come vuoi che senza queste coseEi se la cavi?»—«Come può», rispose.
«E perchè privo d’ogni gioja, e senza
Speme si roda il perfido,
Lira eburnea gli tolgo e plettro aurato!»
Un gel mi corse a la feral sentenza;
E sbigottito e pallido,
Esclamai: «Santi Numi, egli è spacciato!
E come vuoi che senza queste cose
Ei se la cavi?»—«Come può», rispose.
Tacque il Nume, e ristette somiglianteA la sua sacra immagineChe per greco scarpel nel marmo spira;Dove negli atti e nel divin sembianteVedi la calma riedere,E sul labbro morir la turgid’ira:Spunta il piacer de la vittoria in viso,Mirando il corpo del Pitone anciso.
Tacque il Nume, e ristette somigliante
A la sua sacra immagine
Che per greco scarpel nel marmo spira;
Dove negli atti e nel divin sembiante
Vedi la calma riedere,
E sul labbro morir la turgid’ira:
Spunta il piacer de la vittoria in viso,
Mirando il corpo del Pitone anciso.
Salve, o divino, a cui largì NaturaIl cor di Dante, e del suo Duca il canto!Questo fia ’l grido dell’età futura:Ma l’età che fu tua, tel dice in pianto.
Salve, o divino, a cui largì NaturaIl cor di Dante, e del suo Duca il canto!Questo fia ’l grido dell’età futura:Ma l’età che fu tua, tel dice in pianto.
Salve, o divino, a cui largì NaturaIl cor di Dante, e del suo Duca il canto!Questo fia ’l grido dell’età futura:Ma l’età che fu tua, tel dice in pianto.
Salve, o divino, a cui largì Natura
Il cor di Dante, e del suo Duca il canto!
Questo fia ’l grido dell’età futura:
Ma l’età che fu tua, tel dice in pianto.
Fortunatæ anates, quibus æther ridet apertus,Liberaque in lato margine stagna patent!Non hic intexto concludunt retia ferro,Et superum prohibent invida tecta diem.Cernimus, heu! frondes et non adeunda vireta,Et queis misceri non datur alitibus.Si quando immemores auris expandimus alas,Tristibus a clathris penna repulsa cadit.Nullos ver lusus dulcesve reducit amores,Nulli nos nidi, garrula turba, cient.Pro latice irriguo, læto pro murmure fontis,Exhibet ignavas alveus arctus aquas.Crudeles escæ, vestra dulcedine captæ,Ducimus æternis otia carceribus!
Fortunatæ anates, quibus æther ridet apertus,Liberaque in lato margine stagna patent!Non hic intexto concludunt retia ferro,Et superum prohibent invida tecta diem.Cernimus, heu! frondes et non adeunda vireta,Et queis misceri non datur alitibus.Si quando immemores auris expandimus alas,Tristibus a clathris penna repulsa cadit.Nullos ver lusus dulcesve reducit amores,Nulli nos nidi, garrula turba, cient.Pro latice irriguo, læto pro murmure fontis,Exhibet ignavas alveus arctus aquas.Crudeles escæ, vestra dulcedine captæ,Ducimus æternis otia carceribus!
Fortunatæ anates, quibus æther ridet apertus,Liberaque in lato margine stagna patent!
Fortunatæ anates, quibus æther ridet apertus,
Liberaque in lato margine stagna patent!
Non hic intexto concludunt retia ferro,Et superum prohibent invida tecta diem.
Non hic intexto concludunt retia ferro,
Et superum prohibent invida tecta diem.
Cernimus, heu! frondes et non adeunda vireta,Et queis misceri non datur alitibus.
Cernimus, heu! frondes et non adeunda vireta,
Et queis misceri non datur alitibus.
Si quando immemores auris expandimus alas,Tristibus a clathris penna repulsa cadit.
Si quando immemores auris expandimus alas,
Tristibus a clathris penna repulsa cadit.
Nullos ver lusus dulcesve reducit amores,Nulli nos nidi, garrula turba, cient.
Nullos ver lusus dulcesve reducit amores,
Nulli nos nidi, garrula turba, cient.
Pro latice irriguo, læto pro murmure fontis,Exhibet ignavas alveus arctus aquas.
Pro latice irriguo, læto pro murmure fontis,
Exhibet ignavas alveus arctus aquas.
Crudeles escæ, vestra dulcedine captæ,Ducimus æternis otia carceribus!
Crudeles escæ, vestra dulcedine captæ,
Ducimus æternis otia carceribus!
[1303]Parlano gli Uccelli chiusi nelle gabbie dei Giardini pubblici di Milano, alle Anitre diguazzanti nel laghetto.
[1303]Parlano gli Uccelli chiusi nelle gabbie dei Giardini pubblici di Milano, alle Anitre diguazzanti nel laghetto.
[1303]Parlano gli Uccelli chiusi nelle gabbie dei Giardini pubblici di Milano, alle Anitre diguazzanti nel laghetto.
Sunt qui fidenter, venia vix hercule dignis,Deposcunt laudum praemia carminibus:Tu, pro laudandis, veniam, Vir docte, precaris:Error utrimque; sed hic nobilis, ille miser.Mediolani, a. d. VIIcalend. Januar., A. MDCCCLXX.
Sunt qui fidenter, venia vix hercule dignis,Deposcunt laudum praemia carminibus:Tu, pro laudandis, veniam, Vir docte, precaris:Error utrimque; sed hic nobilis, ille miser.Mediolani, a. d. VIIcalend. Januar., A. MDCCCLXX.
Sunt qui fidenter, venia vix hercule dignis,Deposcunt laudum praemia carminibus:Tu, pro laudandis, veniam, Vir docte, precaris:Error utrimque; sed hic nobilis, ille miser.
Sunt qui fidenter, venia vix hercule dignis,
Deposcunt laudum praemia carminibus:
Tu, pro laudandis, veniam, Vir docte, precaris:
Error utrimque; sed hic nobilis, ille miser.
Mediolani, a. d. VIIcalend. Januar., A. MDCCCLXX.
Mediolani, a. d. VIIcalend. Januar., A. MDCCCLXX.
[1304]Questi versi rispondono a quelli che il Ferrucci, mutuandoli da Orazio, scrisse su un esemplare dei suoi distici latini a stampa, che mandò al Manzoni:Gaudes carminibus, carmina possumusDonare etveniam poscere muneri.
[1304]Questi versi rispondono a quelli che il Ferrucci, mutuandoli da Orazio, scrisse su un esemplare dei suoi distici latini a stampa, che mandò al Manzoni:Gaudes carminibus, carmina possumusDonare etveniam poscere muneri.
[1304]Questi versi rispondono a quelli che il Ferrucci, mutuandoli da Orazio, scrisse su un esemplare dei suoi distici latini a stampa, che mandò al Manzoni:
Gaudes carminibus, carmina possumusDonare etveniam poscere muneri.
Gaudes carminibus, carmina possumusDonare etveniam poscere muneri.
Gaudes carminibus, carmina possumusDonare etveniam poscere muneri.
Gaudes carminibus, carmina possumus
Donare etveniam poscere muneri.
NB.—Allapag. 119è occorso uno svarione tipografico. Il visto della Censura per l’“Adelchi„ ha la data2 maggio 1822, e non, com’è facile intendere,1882!