XIX.

Voi che tutta dell’italo destinoMai non volgeste la potenza in basso,Contro il Gallo fellon che varca il monteDestatevi e levate alto la fronte.Pietà d’Ausonia, a cui di pianto un rioBagna la guancia delicata e casta,E nel sen v’addimostra augusto e pioIl solco ancor della vandalic’asta....Tu, germanico eroe, che in biondo peloMostri, invitto Francesco, alto consiglio,Tu ricomponi alla piangente il velo,Ch’ella t’è madre, e madre prega al figlio.Vien, pugna, e salva la ragion del cielo,Chè ben per Dio si corre ogni periglio;Vieni, e al furor del seme empio di BrennoIl petto opponi di Cammillo e il senno....;

Voi che tutta dell’italo destinoMai non volgeste la potenza in basso,Contro il Gallo fellon che varca il monteDestatevi e levate alto la fronte.Pietà d’Ausonia, a cui di pianto un rioBagna la guancia delicata e casta,E nel sen v’addimostra augusto e pioIl solco ancor della vandalic’asta....Tu, germanico eroe, che in biondo peloMostri, invitto Francesco, alto consiglio,Tu ricomponi alla piangente il velo,Ch’ella t’è madre, e madre prega al figlio.Vien, pugna, e salva la ragion del cielo,Chè ben per Dio si corre ogni periglio;Vieni, e al furor del seme empio di BrennoIl petto opponi di Cammillo e il senno....;

Voi che tutta dell’italo destinoMai non volgeste la potenza in basso,Contro il Gallo fellon che varca il monteDestatevi e levate alto la fronte.

Voi che tutta dell’italo destino

Mai non volgeste la potenza in basso,

Contro il Gallo fellon che varca il monte

Destatevi e levate alto la fronte.

Pietà d’Ausonia, a cui di pianto un rioBagna la guancia delicata e casta,E nel sen v’addimostra augusto e pioIl solco ancor della vandalic’asta....

Pietà d’Ausonia, a cui di pianto un rio

Bagna la guancia delicata e casta,

E nel sen v’addimostra augusto e pio

Il solco ancor della vandalic’asta....

Tu, germanico eroe, che in biondo peloMostri, invitto Francesco, alto consiglio,Tu ricomponi alla piangente il velo,Ch’ella t’è madre, e madre prega al figlio.Vien, pugna, e salva la ragion del cielo,Chè ben per Dio si corre ogni periglio;Vieni, e al furor del seme empio di BrennoIl petto opponi di Cammillo e il senno....;

Tu, germanico eroe, che in biondo pelo

Mostri, invitto Francesco, alto consiglio,

Tu ricomponi alla piangente il velo,

Ch’ella t’è madre, e madre prega al figlio.

Vien, pugna, e salva la ragion del cielo,

Chè ben per Dio si corre ogni periglio;

Vieni, e al furor del seme empio di Brenno

Il petto opponi di Cammillo e il senno....;

ora, nel 1797, si rivolge al «magnanimo eroe» (il Gallo fellon!) che riconduceva di qua dalle Alpi il «furor del seme empio di Brenno», per esortarlo a farsi «d’Ausonia l’Alessandro e il Numa»:

Ma di leggi dotarla,e le disciolteMembra legarle in un sol nodo e stretto....;E l’aquila frenar che l’ugne ha volteContro il suo fianco e l’empie di sospetto,Sia questa, o salvator forte guerriero,La tua gloria più cara e il tuo pensiero.

Ma di leggi dotarla,e le disciolteMembra legarle in un sol nodo e stretto....;E l’aquila frenar che l’ugne ha volteContro il suo fianco e l’empie di sospetto,Sia questa, o salvator forte guerriero,La tua gloria più cara e il tuo pensiero.

Ma di leggi dotarla,e le disciolteMembra legarle in un sol nodo e stretto....;E l’aquila frenar che l’ugne ha volteContro il suo fianco e l’empie di sospetto,Sia questa, o salvator forte guerriero,La tua gloria più cara e il tuo pensiero.

Ma di leggi dotarla,e le disciolte

Membra legarle in un sol nodo e stretto....;

E l’aquila frenar che l’ugne ha volte

Contro il suo fianco e l’empie di sospetto,

Sia questa, o salvator forte guerriero,

La tua gloria più cara e il tuo pensiero.

Anche Ugo Foscolo aveva, in quell’anno, intonata la sua odeA Bonaparte liberatore, esclamando fiducioso:

Italia, Italia,....I desolati laiNon odi più di vedove dolenti,Non orfani innocentiChe gridan pane ove non è chi ’l rompa;Ve’ ricomporsi i tuoi vulghi divisiNel gran popolche feaProstrare i re col senno e col valore,Poi l’universo col suo fren reggea....

Italia, Italia,....I desolati laiNon odi più di vedove dolenti,Non orfani innocentiChe gridan pane ove non è chi ’l rompa;Ve’ ricomporsi i tuoi vulghi divisiNel gran popolche feaProstrare i re col senno e col valore,Poi l’universo col suo fren reggea....

Italia, Italia,....I desolati laiNon odi più di vedove dolenti,Non orfani innocentiChe gridan pane ove non è chi ’l rompa;Ve’ ricomporsi i tuoi vulghi divisiNel gran popolche feaProstrare i re col senno e col valore,Poi l’universo col suo fren reggea....

Italia, Italia,....

I desolati lai

Non odi più di vedove dolenti,

Non orfani innocenti

Che gridan pane ove non è chi ’l rompa;

Ve’ ricomporsi i tuoi vulghi divisi

Nel gran popolche fea

Prostrare i re col senno e col valore,

Poi l’universo col suo fren reggea....

Ma l’eroe gridato «liberatore»; il quale ai Milanesi aveva promesso: «Si l’Autriche revient à la charge, je ne vous abandonnerai pas!», e aveva soggiunto, con l’enfasi propria del tempo, «Un jour peut-être vous tomberez, mais alors je ne serai plus là, et d’ailleurs Sparte et Athènes aussi ont succombé après s’être inscrites dans les fastes du monde!»; di lì a poco aveva patteggiata Venezia

Come fanno i corsar dell’altre schiave.

Come fanno i corsar dell’altre schiave.

Come fanno i corsar dell’altre schiave.

Come fanno i corsar dell’altre schiave.

Onde i disperati sconforti di Jacopo Ortis. Il quale, tra imprecazioni che ricordano ilMisogallo, ha pur una frase che richiama l’idea intorno a cui s’impernia il primo Coro dell’Adelchi[80]. «Moltissimi de’ nostri presumono che la libertà si possa comperare a danaro», scrive nella lettera del 17 marzo dell’anno I, «presumono che le nazioni straniere vengano per amore dell’equità a trucidarsi scambievolmente su’ nostri campi onde liberare l’Italia». Strana e assurda presunzione!

E il premio sperato, promesso a quei forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,D’un volgo straniero por fine al dolor?...

E il premio sperato, promesso a quei forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,D’un volgo straniero por fine al dolor?...

E il premio sperato, promesso a quei forti,Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,D’un volgo straniero por fine al dolor?...

E il premio sperato, promesso a quei forti,

Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

D’un volgo straniero por fine al dolor?...

«Ma i Francesi», ripiglia l’Ortis, «che hanno fatto parere esecrabile la divina teoria della pubblica libertà, farannoda Timoleoni in pro nostro? Moltissimi intanto si fidano del giovine eroe nato di sangue italiano, nato dove si parla il nostro idioma. Io da un animo basso e crudele non m’aspetterò mai cosa utile ed alta per noi. Che importa ch’abbia il vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se ne compiace?...».

E i moltissimi ebbero torto!

A frangere il giogo che i miseri aggrava,Un motto dal labbro dei forti bastava:E il labbro dei forti proferto non l’ha![81]

A frangere il giogo che i miseri aggrava,Un motto dal labbro dei forti bastava:E il labbro dei forti proferto non l’ha![81]

A frangere il giogo che i miseri aggrava,Un motto dal labbro dei forti bastava:E il labbro dei forti proferto non l’ha![81]

A frangere il giogo che i miseri aggrava,

Un motto dal labbro dei forti bastava:

E il labbro dei forti proferto non l’ha![81]

E in chi dunque oramai fidare e sperare? Non era possibile che tutta la nazione, e non era neanche da consigliare, si appigliasse al partito a cui Jacopo—non Ugo—s’immolò! E poi, non era stato Napoleone a dare un corpo alle vaghe aspirazioni italiane di libertà e d’indipendenza? Ch’egli, in un certo momento della sua vita, vagheggiasse un’Italia tutta unita, era un fatto; che sognasse, un quarto di secolo prima del poeta, una Italia «libera tutta tra l’Alpe ed il mare»,

Una d’arme, di lingua, d’altare,Di memorie, di sangue e di cor;

Una d’arme, di lingua, d’altare,Di memorie, di sangue e di cor;

Una d’arme, di lingua, d’altare,Di memorie, di sangue e di cor;

Una d’arme, di lingua, d’altare,

Di memorie, di sangue e di cor;

ce lo hanno rivelato quelle poche tra le «eterne pagine», in cui l’imperiale recluso «ai posteri narrar sè stesso imprese». Gli è che opposto a quell’ambita fusione egli aveva visto un ostacolo politico e morale, che la configurazione topografica della Penisola rendeva più grave, anzi insormontabile. Napoleone lasciò scritto:

«L’Italie, isolée dans ses limites naturelles, séparée par la mer et par de très hautes montagnes du reste de l’Europe, semble être appelée à former une grande et puissante nation.... Quoique le sud de l’Italie soit, par sa situation, séparé du nord, l’Italie est une seule nation. L’unité de langage, de moeurs, de littérature doit.... réunir enfin ses habitants dans un seul gouvernement.... Elle a dans sa configuration géographique un vice capital, que l’on peut considérer commela cause des malheurs qu’elle a essuyés et du morcellement de ce beau pays en plusieurs monarchies ou républiques indépendantes: sa longueur est sans proportion avec sa largeur».[82]

«L’Italie, isolée dans ses limites naturelles, séparée par la mer et par de très hautes montagnes du reste de l’Europe, semble être appelée à former une grande et puissante nation.... Quoique le sud de l’Italie soit, par sa situation, séparé du nord, l’Italie est une seule nation. L’unité de langage, de moeurs, de littérature doit.... réunir enfin ses habitants dans un seul gouvernement.... Elle a dans sa configuration géographique un vice capital, que l’on peut considérer commela cause des malheurs qu’elle a essuyés et du morcellement de ce beau pays en plusieurs monarchies ou républiques indépendantes: sa longueur est sans proportion avec sa largeur».[82]

Di qui la difficoltà d’un centro unico, che tutti volessero riconoscere e accettare, e che fosse rispondente a tutti i bisogni. Ve n’è, sì, uno:il nostro capo, Roma; ma vi sedeva il successore del maggior Piero. Al generale Bonaparte non sembrava possibile rimuoverlo. E se dopo, alla mente e alla fantasia dell’imperatore Napoleone tutte quelle condizioni topografiche, storiche, politiche, teocratiche, delle regioni e delle nazioni, si presentarono come fin troppo malleabili ed elastiche, e fin trascurabili; allora gli parve anche trascurabile l’ideale d’un’Italia unica, imperniata su Roma laica. Il padre del Re di Roma vagheggiava oramai un’epopea virgiliana; non poteva quindi più sorridergli il modesto idillio romantico, che ebbe il suo poeta in Alessandro Manzoni, la sua prima vittima in Gioacchino Murat.

[78]Il Manzoni riprese poi quest’immagine nell’ode Marzo 1821:Con quel volto sfidato e dimesso,Con quel guardo atterrato ed incerto,Con che stassi un mendico soffertoPer mercede nel suolo stranier,Star doveva in sua terra il Lombardo;L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.[79]Ebbi già (prima nel numero unicoVesuvio ed Etna, agosto 1892; poi nellaBiblioteca delle Scuole italiane, gennaio 1900) occasione di segnalare un curioso riscontro. Nell’ultimo canto, del poemetto autobiograficoIl poeta di teatro, Filippo Pananti, descrivendo un suo viaggio nel paese di Galles, esce a dire (st. 14 e 15):Siegui il cammin che a Bangor ti conduce,E la scena vedrai farsi alta, tetra;Aprirsi a destra un gran campo di luce,Levarsi a manca un gran monte di pietra;Alto silenzio da una banda stare,Dall’altra il tempestoso urlo del mare.Nero campo di sacre ombre coperto,Immense solitudini profonde,Silenzio maëstoso del deserto;Qui non s’ode che il fremito dell’onde,Il tuon che sopra i monti alto passeggia,E il vento che fra gli antri romoreggia.E il poeta stesso annotò: «Questo deserto, di cui qui si parla, s’appella Cum.Qui non s’incontra traccia di vivente, non un albero, non una fronda; un raggio di sole non illumina la deserta via;non si sente altra voce che l’urlo dei torrenti e i gridi dolorosi dei neri uccelli del Nord. La Solitudine sembra il suo trono aver posto nelle caverne delle montagne, e nella orrida maestà degli aspri e nudi macigni; le nubi sono il suo manto, e sono i cupi recessi l’oscuro suopadiglione».—Non si può non risentirvi un’eco della descrizione manzoniana. Non intendo però d’insistere sulle somiglianze e sulle dissomiglianze. In fatto d’imitazioni letterarie, chi ha avuto la buona ventura di scovarne e fintarne una, è facilmente corrivo ad esagerare l’importanza dei tratti rassomiglianti; e chi per contrario è chiamato a osservare e giudicare, tende, quasi mal consigliato da una incosciente ed innocente invidiuzza, ad ingrandire le proporzioni delle divergenze. L’uno guarda le linee che lo seducono con una lente d’ingrandimento; l’altro, quasi seccato, rovescia il cannocchiale, e guarda dispettoso dalla parte opposta. E poi, ciascuno, in queste inezie, tien molto a un suo proprio e speciale senso del limite, a una sua propria e particolare maniera di vedere e d’intendere; così che non riesce facile l’accordo nemmeno tra compagni di studio. A buon conto, che tra i versi del Manzoni e la noterella del Pananti una qualche somiglianza ci sia, non mi pare si possa, senza cedere a un’acuta voglia di contradire, negare. Sta il fatto che io pensai spontaneamente a quelli mentre leggevo, con tutt’altro in mente, il poemetto del Mugellano. Se poi l’incontro sia del tutto casuale; o se invece si tratti d’inavvertite reminiscenze di letture altre volte fatte; o se addirittura è da ammettere che il tragediografo lombardo desumesse consapevolmente qualche tinta al paesaggio nordico, disegnato e colorito con l’abituale e naturale vivacità della sua lingua materna dal commediografo toscano: son questioni diverse, e ben più difficili e delicate da risolvere.—Conviene avvertire cheIl poeta di teatrofu edito la prima volta a Londra nel 1808, e ripubblicato poi a Milano nel 1817 (ed io ho tra mani giusto questa più recente edizione); e ricordare che l’Adelchivenne alla luce solo cinque anni più tardi, nel 1822.[80]Cfr.Zumbini,Werther e Jacopo Ortis; Napoli, 1905, pag. 18 n.[81]Versi cancellati dalla Censura nel primo Coro dell’Adelchi. Vedi a pag. 145 e 147.[82]Campagnes d’Italie.Cfr.Bouvier,Bonaparte en Italie, pag. 116.—Al generale Bertrand, a Sant’Elena, Napoleone diceva «qu’il voulait formellement créer indépendante et libre la nation italienne».

[78]Il Manzoni riprese poi quest’immagine nell’ode Marzo 1821:Con quel volto sfidato e dimesso,Con quel guardo atterrato ed incerto,Con che stassi un mendico soffertoPer mercede nel suolo stranier,Star doveva in sua terra il Lombardo;L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.

[78]Il Manzoni riprese poi quest’immagine nell’ode Marzo 1821:

Con quel volto sfidato e dimesso,Con quel guardo atterrato ed incerto,Con che stassi un mendico soffertoPer mercede nel suolo stranier,Star doveva in sua terra il Lombardo;L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.

Con quel volto sfidato e dimesso,Con quel guardo atterrato ed incerto,Con che stassi un mendico soffertoPer mercede nel suolo stranier,Star doveva in sua terra il Lombardo;L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.

Con quel volto sfidato e dimesso,Con quel guardo atterrato ed incerto,Con che stassi un mendico soffertoPer mercede nel suolo stranier,Star doveva in sua terra il Lombardo;L’altrui voglia era legge per lui;Il suo fato, un segreto d’altrui;La sua parte, servire e tacer.

Con quel volto sfidato e dimesso,

Con quel guardo atterrato ed incerto,

Con che stassi un mendico sofferto

Per mercede nel suolo stranier,

Star doveva in sua terra il Lombardo;

L’altrui voglia era legge per lui;

Il suo fato, un segreto d’altrui;

La sua parte, servire e tacer.

[79]Ebbi già (prima nel numero unicoVesuvio ed Etna, agosto 1892; poi nellaBiblioteca delle Scuole italiane, gennaio 1900) occasione di segnalare un curioso riscontro. Nell’ultimo canto, del poemetto autobiograficoIl poeta di teatro, Filippo Pananti, descrivendo un suo viaggio nel paese di Galles, esce a dire (st. 14 e 15):Siegui il cammin che a Bangor ti conduce,E la scena vedrai farsi alta, tetra;Aprirsi a destra un gran campo di luce,Levarsi a manca un gran monte di pietra;Alto silenzio da una banda stare,Dall’altra il tempestoso urlo del mare.Nero campo di sacre ombre coperto,Immense solitudini profonde,Silenzio maëstoso del deserto;Qui non s’ode che il fremito dell’onde,Il tuon che sopra i monti alto passeggia,E il vento che fra gli antri romoreggia.E il poeta stesso annotò: «Questo deserto, di cui qui si parla, s’appella Cum.Qui non s’incontra traccia di vivente, non un albero, non una fronda; un raggio di sole non illumina la deserta via;non si sente altra voce che l’urlo dei torrenti e i gridi dolorosi dei neri uccelli del Nord. La Solitudine sembra il suo trono aver posto nelle caverne delle montagne, e nella orrida maestà degli aspri e nudi macigni; le nubi sono il suo manto, e sono i cupi recessi l’oscuro suopadiglione».—Non si può non risentirvi un’eco della descrizione manzoniana. Non intendo però d’insistere sulle somiglianze e sulle dissomiglianze. In fatto d’imitazioni letterarie, chi ha avuto la buona ventura di scovarne e fintarne una, è facilmente corrivo ad esagerare l’importanza dei tratti rassomiglianti; e chi per contrario è chiamato a osservare e giudicare, tende, quasi mal consigliato da una incosciente ed innocente invidiuzza, ad ingrandire le proporzioni delle divergenze. L’uno guarda le linee che lo seducono con una lente d’ingrandimento; l’altro, quasi seccato, rovescia il cannocchiale, e guarda dispettoso dalla parte opposta. E poi, ciascuno, in queste inezie, tien molto a un suo proprio e speciale senso del limite, a una sua propria e particolare maniera di vedere e d’intendere; così che non riesce facile l’accordo nemmeno tra compagni di studio. A buon conto, che tra i versi del Manzoni e la noterella del Pananti una qualche somiglianza ci sia, non mi pare si possa, senza cedere a un’acuta voglia di contradire, negare. Sta il fatto che io pensai spontaneamente a quelli mentre leggevo, con tutt’altro in mente, il poemetto del Mugellano. Se poi l’incontro sia del tutto casuale; o se invece si tratti d’inavvertite reminiscenze di letture altre volte fatte; o se addirittura è da ammettere che il tragediografo lombardo desumesse consapevolmente qualche tinta al paesaggio nordico, disegnato e colorito con l’abituale e naturale vivacità della sua lingua materna dal commediografo toscano: son questioni diverse, e ben più difficili e delicate da risolvere.—Conviene avvertire cheIl poeta di teatrofu edito la prima volta a Londra nel 1808, e ripubblicato poi a Milano nel 1817 (ed io ho tra mani giusto questa più recente edizione); e ricordare che l’Adelchivenne alla luce solo cinque anni più tardi, nel 1822.

[79]Ebbi già (prima nel numero unicoVesuvio ed Etna, agosto 1892; poi nellaBiblioteca delle Scuole italiane, gennaio 1900) occasione di segnalare un curioso riscontro. Nell’ultimo canto, del poemetto autobiograficoIl poeta di teatro, Filippo Pananti, descrivendo un suo viaggio nel paese di Galles, esce a dire (st. 14 e 15):

Siegui il cammin che a Bangor ti conduce,E la scena vedrai farsi alta, tetra;Aprirsi a destra un gran campo di luce,Levarsi a manca un gran monte di pietra;Alto silenzio da una banda stare,Dall’altra il tempestoso urlo del mare.Nero campo di sacre ombre coperto,Immense solitudini profonde,Silenzio maëstoso del deserto;Qui non s’ode che il fremito dell’onde,Il tuon che sopra i monti alto passeggia,E il vento che fra gli antri romoreggia.

Siegui il cammin che a Bangor ti conduce,E la scena vedrai farsi alta, tetra;Aprirsi a destra un gran campo di luce,Levarsi a manca un gran monte di pietra;Alto silenzio da una banda stare,Dall’altra il tempestoso urlo del mare.Nero campo di sacre ombre coperto,Immense solitudini profonde,Silenzio maëstoso del deserto;Qui non s’ode che il fremito dell’onde,Il tuon che sopra i monti alto passeggia,E il vento che fra gli antri romoreggia.

Siegui il cammin che a Bangor ti conduce,E la scena vedrai farsi alta, tetra;Aprirsi a destra un gran campo di luce,Levarsi a manca un gran monte di pietra;Alto silenzio da una banda stare,Dall’altra il tempestoso urlo del mare.

Siegui il cammin che a Bangor ti conduce,

E la scena vedrai farsi alta, tetra;

Aprirsi a destra un gran campo di luce,

Levarsi a manca un gran monte di pietra;

Alto silenzio da una banda stare,

Dall’altra il tempestoso urlo del mare.

Nero campo di sacre ombre coperto,Immense solitudini profonde,Silenzio maëstoso del deserto;Qui non s’ode che il fremito dell’onde,Il tuon che sopra i monti alto passeggia,E il vento che fra gli antri romoreggia.

Nero campo di sacre ombre coperto,

Immense solitudini profonde,

Silenzio maëstoso del deserto;

Qui non s’ode che il fremito dell’onde,

Il tuon che sopra i monti alto passeggia,

E il vento che fra gli antri romoreggia.

E il poeta stesso annotò: «Questo deserto, di cui qui si parla, s’appella Cum.Qui non s’incontra traccia di vivente, non un albero, non una fronda; un raggio di sole non illumina la deserta via;non si sente altra voce che l’urlo dei torrenti e i gridi dolorosi dei neri uccelli del Nord. La Solitudine sembra il suo trono aver posto nelle caverne delle montagne, e nella orrida maestà degli aspri e nudi macigni; le nubi sono il suo manto, e sono i cupi recessi l’oscuro suopadiglione».—Non si può non risentirvi un’eco della descrizione manzoniana. Non intendo però d’insistere sulle somiglianze e sulle dissomiglianze. In fatto d’imitazioni letterarie, chi ha avuto la buona ventura di scovarne e fintarne una, è facilmente corrivo ad esagerare l’importanza dei tratti rassomiglianti; e chi per contrario è chiamato a osservare e giudicare, tende, quasi mal consigliato da una incosciente ed innocente invidiuzza, ad ingrandire le proporzioni delle divergenze. L’uno guarda le linee che lo seducono con una lente d’ingrandimento; l’altro, quasi seccato, rovescia il cannocchiale, e guarda dispettoso dalla parte opposta. E poi, ciascuno, in queste inezie, tien molto a un suo proprio e speciale senso del limite, a una sua propria e particolare maniera di vedere e d’intendere; così che non riesce facile l’accordo nemmeno tra compagni di studio. A buon conto, che tra i versi del Manzoni e la noterella del Pananti una qualche somiglianza ci sia, non mi pare si possa, senza cedere a un’acuta voglia di contradire, negare. Sta il fatto che io pensai spontaneamente a quelli mentre leggevo, con tutt’altro in mente, il poemetto del Mugellano. Se poi l’incontro sia del tutto casuale; o se invece si tratti d’inavvertite reminiscenze di letture altre volte fatte; o se addirittura è da ammettere che il tragediografo lombardo desumesse consapevolmente qualche tinta al paesaggio nordico, disegnato e colorito con l’abituale e naturale vivacità della sua lingua materna dal commediografo toscano: son questioni diverse, e ben più difficili e delicate da risolvere.—Conviene avvertire cheIl poeta di teatrofu edito la prima volta a Londra nel 1808, e ripubblicato poi a Milano nel 1817 (ed io ho tra mani giusto questa più recente edizione); e ricordare che l’Adelchivenne alla luce solo cinque anni più tardi, nel 1822.

[80]Cfr.Zumbini,Werther e Jacopo Ortis; Napoli, 1905, pag. 18 n.

[80]Cfr.Zumbini,Werther e Jacopo Ortis; Napoli, 1905, pag. 18 n.

[81]Versi cancellati dalla Censura nel primo Coro dell’Adelchi. Vedi a pag. 145 e 147.

[81]Versi cancellati dalla Censura nel primo Coro dell’Adelchi. Vedi a pag. 145 e 147.

[82]Campagnes d’Italie.Cfr.Bouvier,Bonaparte en Italie, pag. 116.—Al generale Bertrand, a Sant’Elena, Napoleone diceva «qu’il voulait formellement créer indépendante et libre la nation italienne».

[82]Campagnes d’Italie.Cfr.Bouvier,Bonaparte en Italie, pag. 116.—Al generale Bertrand, a Sant’Elena, Napoleone diceva «qu’il voulait formellement créer indépendante et libre la nation italienne».

Firmata la pace d’Amiens, Murat sollecitò d’esser mandato a Roma e a Napoli, per sorvegliarvi il ritiro delle guarnigioni francesi; e sul Tevere ebbe accoglienze e doni principeschi, sul Sebeto una spada con l’elsa tempestata di diamanti. Il re Borbone prese le sue misure perchè i giacobini napoletani non gli facessero le feste che avevan preparate. Qualcosa i conservatori fiutavano, e l’avevano in uggia. A Milano essi s’erano stretti intorno al Melzi, e profittavano d’ogni occasione per porre Gioacchino in sospetto presso il despota. Insinuavano ch’egli alimentasse le ubbie unitarie, e tollerasse che fin nell’esercito codeste idee fossero diffuse e inculcate. Per parare il colpo, Murat denunziò alcuni ufficiali, e si mostrò scandalizzato che il vicepresidente avessesofferto che deibrigandsapplaudissero in teatroLa congiura dei PazzieLa morte di Cesare(forse ilBruto secondo?). Ma c’ebbe la peggio. Napoleone lo costrinse a rappattumarsi col Melzi; e, profittando d’un nuovo suo congedo, lo trattenne presso di sè, nominandolo governatore di Parigi.

E per la causa italiana l’allontanamento di Murat fu una vera iattura. Eugenio e Giuseppe eran troppo ligi al re ed imperatore, e la loro principale virtù consisteva nell’obbedienza e nella remissione più completa. Valevan poco più di due mediocri prefetti. E quando, nell’agosto del 1808, a Gioacchino fu concesso di ripassare le Alpi, e d’assidersi sul trono di Napoli, era forse un po’ tardi: così per lui, che vi tornava di malavoglia, dopo d’avere invano sperato il trono di Polonia e quello di Carlo V; come pei popoli, disingannati circa l’égalitédei fratelli transalpini, e stanchi, sfiduciati, esausti.

Pure, le festose accoglienze che i Napoletani fecero e a lui e poi alla regina, gli ridiedero lena. Benchè sfornito di una vera flotta, egli, improvvisato ammiraglio, scacciò con un audace colpo di mano gl’Inglesi, che s’eran nientemeno che appollaiati a Capri. E poco appresso, li sloggiò nuovamente da Procida e da Ischia. Represse, con inusitata energia, il brigantaggio politico negli Abruzzi e nelle Calabrie. E intanto iniziò un illuminato riordinamento delle amministrazioni civili e militari. Aprì scuole d’ogni genere, dalle universitarie alle primarie, e non solo nella capitale ma fin nei borghi delle provincie. Si circondò di ministri paesani, non conservando che due soli francesi. Oh dunque, era mai vero che laggiù, in quelle terre così benedette da Dio e così maltrattate dai governi (si pensava che il governo nazionale avrebbe cangiato stile!), quelcavalierchetutta Italiaaveva onorato e ammirato, quelsignor valoroso, accorto e saggio, veniva creando uno Stato liberale? Alla bella aurora, che annunziava il nuovo sole di libertà presto a sorgere di dietro la rutilante vetta del Vesuvio, imagnanimi pochirivolsero sospirosi lo sguardo.

Ma codesto appunto inquietava Napoleone. Murat lasciachâtrer le code, accarezza il clero, prodiga decorazioni, persinofait des singeries pour Saint Janvier: cosa dunque egli macchina con quell’ambiziosa di sua moglie? Per tagliar corto con ogni loro velleità unitaria, un decreto imperiale del 17 maggio 1809 annette gli ex-Stati della Chiesa all’Impero; ma ne pone le milizie agli ordini del Re di Napoli. Murat vede chiaramente che così si vuol renderlo inviso agl’Italiani, e cerca di far comprendere ch’ei non si sente disposto alla parte di gendarme. Nasce intanto il Re di Roma, e Napoleone invita Carolina a esserne madrina. Non è possibile sottrarsi all’insidioso onore, e Murat accompagna la regina a Parigi; ma non aspetta il giorno del battesimo, e torna a precipizio, per riaffermare in modo solenne l’indipendenza sua e dello Stato napoletano. Il 14 giugno (1811) decreta «che tutti gli stranieri, i quali abbiano un ufficio civile nel Regno, sono obbligati a farsene cittadini non più tardi del prossimo 1º d’agosto». Napoleone, inviperito, contrappone al regio un decreto imperiale del 6 luglio: il Re di Napoli, essendo francese e messo sul trono dai Francesi, non può avere inteso di rivolgersi anche ai Francesi residenti nel Regno; chè anzitous les citoyens français sont citoyens des Deux-Siciles!E richiede diecimila soldati per la guerra contro la Russia. Murat risponde risolutamente di non potere sfornire, senza certo pericolo, i presidii napoletani; ma quanto a sè, riman titubante se debba o no partire pel campo. Napoleone riscrive, facendo appello al suo cuore di soldato; e Murat si lascia vincere. S’incontrano a Danzica. Il maggiore dei due da prima rimprovera, poi s’intenerisce e apre le braccia al figliuol prodigo, che vi si getta commosso. La sera stessa, l’imperial commediante si vantò d’aver molto ben recitata la parte dell’imbronciato e del sentimentale;car il faut tout cela, disse,avec ce Pantalon italien. Soggiunse: «Au fond, c’est un bon coeur: il m’aime encore plus que seslazzaroni...; il subit l’ascendant de sa femme, une ambitieuse: c’est elle qui lui met en tête mille projets, mille sottises; il en est a rêver la souveraineté de l’Italie entière». Sicuro; ed egli invece sognava la sovranità su tutta la terra! E ilrêvedi Murat era bello, dacchè collimava coi desiderii e con gl’interessi del paese; il suo era solo il delirio della perniciosa febbre, giàcontratta dormendo, come diceva, nel letto dei re. Torna a singolare onore di Murat, che, regnando in Italia, amasse tanto i suoi lazzaroni da destare la gelosia dell’incoronato e cosmopolitasans-culottes!

In molti fatti d’arme di quella guerra disastrosa, l’insigne generale di cavalleria diè nuove prove del suo coraggio. Qualche episodio vale a richiamarci ancora a mente l’Adelchi. Narrano che, dinanzi a Semenowskoë, un reggimento francese fosse preso da panico sotto l’improvvisa gragnuola delle palle nemiche; e il colonnello stesse per ordinarne la ritirata, quando si vide addosso il Re. «Che fate?», gridò, prendendo l’ufficiale pel colletto. «Voi vedete», questi rispose mostrando il suolo coperto di feriti, «che qui non è possibile rimanere».—Eh! j’y reste bien moi!—E il colonnello, guardandolo ammirato:C’est juste! Soldats, face en tête! Allons nous faire tuer!—Sennonchè la fortuna era stanca d’assecondare le stolte avventure, e l’imperatore stesso si vide costretto a ordinare una ben più vasta ritirata. Il difficile comando ne fu dato proprio a quel generale, glorioso per le sue avanzate! Il quale, quand’ebbe ricondotto l’esercito presso che al sicuro sulla linea dell’Oder, volle, sordo a ogni scongiuro, tornare al suo regno. Napoleone lo fulminò con una nota del giornale ufficiale: l’esercito, disse, è affidato al viceré Eugenio; «ce dernier a plus d’habitude d’une grande administration; il a la confiance entière de l’Empereur». Murat doveva tenersi certo oramai che un nuovo trionfo dell’imperatore avrebbe segnato la sua rovina. E cominciò a pencolare verso la diserzione. Nella sua anima, un’ambizione regale degna di Macbeth s’infrangeva tra le oneste titubanze d’Amleto; e non riusciva a sospingerlo fuori degli scrupoli l’assillo della sua lady Macbeth. Ancora una volta accorse, in Germania, in aiuto di Napoleone, e gli rese segnalati servigi a Dresda e a Lipsia; ma ancora una volta, e fu l’ultima, le cattive notizie della Penisola ve lo richiamarono in fretta. I due antichi compagni d’armi si separarono con presaga tristezza.

Murat ripassò per Milano il 31 ottobre (1813). Eugenio, l’aborrito rivale, cedeva dinanzi agli Austriaci: se Napoleonenon avesse annientato gli Alleati con una delle sue più clamorose vittorie, questi avrebbero finito col riconquistare l’Italia. Ma il tempo di quelle epiche vittorie pareva finito per sempre. La sera del 4 novembre, Murat rientrava in Napoli; e pochi giorni dopo, avviava trentamila uomini per Roma e le Marche. Che cosa tentava? Per chi quegli uomini avrebbero combattuto? Metternich adopera promesse e minacce perchè Murat si accosti all’Austria: il Regno di Napoli gli sarebbe assicurato; anche gl’Inglesi vi si sarebbero acconciati. Ma il Re non sa rinunziare al sogno d’un regno d’Italia dalle Alpi ai tre mari; ed è convinto che, con l’Austria in casa, quel sogno non si sarebbe mai potuto tradurre in una realtà. I patriotti sono impazienti, e non sanno spiegarsi gl’indugi. Perché Murat non libera al vento il vessillo dell’indipendenza e dell’unità? I generali e i soldati dell’esercito di Eugenio non aspettano che quel segno per correre a lui, e parecchi battaglioni di volontarii son pronti a Bologna!... Il napoletano Amleto esita ancora. L’eroico gregario attende dal generale un cenno, per gettarsi nell’azione: non gioverebbe forse anche all’imperatore d’avere alle spalle e di lato un’Italia sgombera del secolare nemico? d’avere qui, dietro le Alpi, non più «volghi spregiati» ma un popolo «d’un sol voler, saldo, gittate in uno Siccome il ferro del suo brando», e tenerlo «in pugno come il brando»?...

Il momento propizio trascorre. Quando il Re si decide a varcare il Taro, il suo Rubicone, e ad assalire l’esercito d’Eugenio, è troppo tardi: tre giorni dopo, cessano le ostilità. E mentre il vinto imperatore è imbarcato per l’Elba, per quest’isola che egli, il generale Murat, aveva conquistata alla Repubblica Francese all’alba del 1º maggio 1801; il re Amleto rientra, il 2 maggio del 1814, nella capitale del suo piccolo Stato, scontento di tutti, e più ancora di sè stesso.

L’Italia tornavapiù serva e più derisaa gemeresotto l’orrida verga. Eppure,il glorioso fianco di tal madrenon languivainfecondo; nè essa aveva levene scarse del latteantico; nè nutriva figli a cui fosse graveper essa il sangue donar!Gli è che

eran le forze sparse,E non le voglie; e quasi in ogni pettoVivea questo concetto:«Liberi non sarem se non siamo uni;[83]Ai men forti di noi gregge dispetto,Fin che non sorga un uom che ci raduni».

eran le forze sparse,E non le voglie; e quasi in ogni pettoVivea questo concetto:«Liberi non sarem se non siamo uni;[83]Ai men forti di noi gregge dispetto,Fin che non sorga un uom che ci raduni».

eran le forze sparse,E non le voglie; e quasi in ogni pettoVivea questo concetto:«Liberi non sarem se non siamo uni;[83]Ai men forti di noi gregge dispetto,Fin che non sorga un uom che ci raduni».

eran le forze sparse,

E non le voglie; e quasi in ogni petto

Vivea questo concetto:

«Liberi non sarem se non siamo uni;[83]

Ai men forti di noi gregge dispetto,

Fin che non sorga un uom che ci raduni».

Quell’uomo volle esser Murat. Evaso dall’Elba il 26 febbraio del 1815, Napoleone era sbarcato tre giorni dopo, coi suoi Mille, sul suolo francese; e il 10 marzo, entrava in Lione. Il 15, Murat s’affrettava a dichiarare, per conto suo, guerra all’Austria; e il 17, mosse, alla testa di quaranta mila uomini, alla volta di Roma. Luigi XVIII e Pio VII si salvaron con la fuga. Mentre l’imperial cognato veniva accolto trionfalmente a Parigi, Murat invadeva le Marche; e il 30 marzo, da Rimini, dalle falde di quel monte Titano ch’è quasi simbolico baluardo di libertà e d’indipendenza, diffuse il magnifico proclama agl’Italiani, scritto forse da Pellegrino Rossi. Esordiva:

«Italiani! L’ora è venuta che debbono compirsi gli alti destini d’Italia. La Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo:l’indipendenza d’Italia!».

«Italiani! L’ora è venuta che debbono compirsi gli alti destini d’Italia. La Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo:l’indipendenza d’Italia!».

Gli stranieri han preteso di togliervela questa indipendenza, continuava; ma «a qual titolo signoreggiano essi le vostre più belle contrade?... Invano adunque levò per voi Natura le barriere dell’Alpi? Vi cinse invano di barriere, più insormontabili ancora, la differenza de’ linguaggi e de’ costumi, l’invincibile antipatia de’ caratteri?».

«No, no; sgombri dal suolo italico ogni dominio straniero! Padroni una volta del mondo, espiaste questa gloria perigliosa con venti secoli d’oppressioni e di stragi.... Ogni nazione dee contenersi ne’ limiti che le diè Natura. Mari e monti inaccessibili: ecco i limiti vostri.... Trattasi di decidere se l’Italia potrà essere libera, o piegare ancora per secoli la fronte umiliata al servaggio. La lotta sia decisiva, e vedremo assicurata lungamente la prosperità d’una patria sì bella, che, lacera ancora ed insanguinata, eccita tante gare straniere....».

«No, no; sgombri dal suolo italico ogni dominio straniero! Padroni una volta del mondo, espiaste questa gloria perigliosa con venti secoli d’oppressioni e di stragi.... Ogni nazione dee contenersi ne’ limiti che le diè Natura. Mari e monti inaccessibili: ecco i limiti vostri.... Trattasi di decidere se l’Italia potrà essere libera, o piegare ancora per secoli la fronte umiliata al servaggio. La lotta sia decisiva, e vedremo assicurata lungamente la prosperità d’una patria sì bella, che, lacera ancora ed insanguinata, eccita tante gare straniere....».

E lasciando intendere che i governi liberali d’Europa, soprattutto l’Inghilterra, avrebbero applaudito alla nobile intrapresa, Gioacchino concludeva giustificando le sue esitazioni dell’anno avanti.

«Italiani! Voi foste lunga stagione sorpresi di chiamarci in vano; voi ci tacciaste forse ancora d’inazione, allorchè i vostri voti ci sonavano d’ogn’intorno. Ma il tempo opportuno non era peranco venuto; non peranco avea io fatto pruova della perfidia de’ vostri nemici, e fu d’uopo che l’esperienza smentisse le bugiarde promesse, di cui ne erano sì prodighi i vostri antichi dominatori nel riapparire tra voi. Sperienza pronta e fatale!.... Italiani! Riparo a tanti mali; stringetevi in salda unione; ed un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale, una costituzione degna del secolo e di voi, garantiscano la vostra libertà e proprietà interna, tosto che il vostro coraggio avrà garantita la vostra indipendenza. Io chiamo d’intorno a me tutt’i bravi per combattere. Io chiamo del pari quanti hanno profondamente meditato sugl’interessi della loro patria, a fine di preparare e disporre la costituzione e le leggi che reggono oggimai la felice Italia, la indipendente Italia».

«Italiani! Voi foste lunga stagione sorpresi di chiamarci in vano; voi ci tacciaste forse ancora d’inazione, allorchè i vostri voti ci sonavano d’ogn’intorno. Ma il tempo opportuno non era peranco venuto; non peranco avea io fatto pruova della perfidia de’ vostri nemici, e fu d’uopo che l’esperienza smentisse le bugiarde promesse, di cui ne erano sì prodighi i vostri antichi dominatori nel riapparire tra voi. Sperienza pronta e fatale!.... Italiani! Riparo a tanti mali; stringetevi in salda unione; ed un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale, una costituzione degna del secolo e di voi, garantiscano la vostra libertà e proprietà interna, tosto che il vostro coraggio avrà garantita la vostra indipendenza. Io chiamo d’intorno a me tutt’i bravi per combattere. Io chiamo del pari quanti hanno profondamente meditato sugl’interessi della loro patria, a fine di preparare e disporre la costituzione e le leggi che reggono oggimai la felice Italia, la indipendente Italia».

La tanto attesa parola era dunque stata finalmente proferita! Le terre d’Italia risonaron di carmi: nella Romagna e nelle Marche, le canzoni di Giulio Perticari, di Dionigi Strocchi, di Francesco Cassi[84]; nella Toscana e nel Lazio, di Francesco Benedetti e di Luigi Biondi; nel Napoletano, di Francesco Salfi, del colonnello Gabriele Pepe, di Gabriele Rossetti. Il quale, novello Tirteo, seguiva l’esercito:

Tirteo d’Italia chi sarà nel campo?Son io, son io!....O sol d’Italia, che sì vivo sfoggiTutta la pompa de’ tuoi raggi ardenti,Quanti qui siamo ci vedrai quest’oggiLiberi o spenti![85]

Tirteo d’Italia chi sarà nel campo?Son io, son io!....O sol d’Italia, che sì vivo sfoggiTutta la pompa de’ tuoi raggi ardenti,Quanti qui siamo ci vedrai quest’oggiLiberi o spenti![85]

Tirteo d’Italia chi sarà nel campo?Son io, son io!....O sol d’Italia, che sì vivo sfoggiTutta la pompa de’ tuoi raggi ardenti,Quanti qui siamo ci vedrai quest’oggiLiberi o spenti![85]

Tirteo d’Italia chi sarà nel campo?

Son io, son io!....

O sol d’Italia, che sì vivo sfoggi

Tutta la pompa de’ tuoi raggi ardenti,

Quanti qui siamo ci vedrai quest’oggi

Liberi o spenti![85]

Ai primi d’aprile, l’avanguardia napoletana sloggia gli Austriaci da Cesena, inseguendoli per Imola fino a Bologna, dove entra e aspetta il grosso della spedizione. Il 4, li ricaccia dietro la Samoggia e il Panaro, e occupa Modena; intanto che altre legioni prendon Ferrara, Cento, San Giovanni. Un passo ancora, ed invade Reggio e Carpi, e si spinge fino alla Secchia. Sospinto dalla sua «indole impetuosa» e dalla necessità di ottenere «sollecite vittorie», il re investe furiosamente il ponte d’Occhiobello sul Po; ma non riesce a passarlo. Quest’episodio sfortunato viene ad arte strombazzato come l’inizio della catastrofe. Tornato a Bologna, Murat vi apprende che la divisione mandata a sollevar la Toscana ha commesso irreparabili errori, e che gl’Inglesi minacciano Napoli. Di più, «le speranze ne’ rivolgimenti d’Italia erano anch’esse svanite, perocchè», narra il Colletta, «gli editti e i discorsi del re non altro avean prodotto che voti, applausi, rime pubblicate, orazioni al popolo, ma non armi e non opere: si aprì registro di volontari, e restò quasi vuoto; i tenuti in prigione dai Tedeschi per colpe o sospetti di Stato, fatti liberi da noi, tornarono queti alle case, ammaestrati non irritati dal carcere». Al re comincia a mancar la lena; e il nemico ne profitta per assalire e riprender Carpi, e ricacciare i Napoletani di là dal Panaro. Il 15, sorprende e riguadagna Spilimbergo; e Gioacchino si ritrae dietro al Reno, dove ottiene ancora una vittoria. Ma oramai egli non pensa che a ritirarsi. Discende indisturbato a Imola, a Faenza, a Forlì, a Cesena; infligge una nuova sconfitta agli Austriaci sul Ronco; ma discende tuttavia a Rimini, a Pesaro,a Fano, a Sinigaglia, e il 29 giunge ad Ancona. Gli eserciti son quasi al contatto, e nei primi di maggio, tra Macerata e Tolentino, avviene l’urto, che fu terribile e sanguinoso. Il re fece prodigi di valore, e si moltiplicò in quelle giornate decisive; ma fu sopraffatto. E lasciando al Colletta e al Carascosa la cura di trattare col generale nemico (ahimè! era un italiano anche lui, il Bianchi d’Adda!), egli quasi solo, e da privato, rientrò in Napoli, sull’imbrunire del 18 maggio. Fu però «dal popolo scoperto e salutato come re e come ancora felice». Andò alla reggia, negli appartamenti della regina, «e giunto a lei, l’abbracciò, e con voce ferma disse: La fortuna ci ha tradito, tutto è perduto!». Prepararono insieme la partenza, e si congedarono dai più fidi e più cari. Poi, «provvide co’ ministri a molte cose di regno, ultime, benefiche, ricordevoli; fu sereno, discreto, confortatore della mestizia de’ circostanti; ed a’ Francesi che partivano ed ai servi che lasciava, liberale così come principe che ascende al trono».

Al Manzoni le notizie del rovescio giunsero mentr’egli intonava la quinta strofa della sua petrarchesca canzone. Invocato quel Dio che trascelse Mosè tra’ giovinetti ebrei e lo fece duce e salvatore del suo popolo; che «all’uom che pugna per le sue contrade L’ira e la gioia de’ perigli infonde»; il poeta, fiducioso, incuorava il baldo capitano:

Con Lui, signor, dell’itala fortunaLe sparse verghe raccorrai da terra,E un fascio ne farai nella tua mano....

Con Lui, signor, dell’itala fortunaLe sparse verghe raccorrai da terra,E un fascio ne farai nella tua mano....

Con Lui, signor, dell’itala fortunaLe sparse verghe raccorrai da terra,E un fascio ne farai nella tua mano....

Con Lui, signor, dell’itala fortuna

Le sparse verghe raccorrai da terra,

E un fascio ne farai nella tua mano....

Ma la parola gli fu stroncata sulle labbra. Pure, egli che condannò senza rimpianto tutta la sua opera poetica giovanile, non facendo grazia nemmeno alCarme per l’Imbonatilodatogli dal Foscolo e all’Uraniainvidiatagli dal Monti, volle conservato quel frammento; e non appena gli fu possibile, all’aurora delle belle «giornate del nostro riscatto», nel 1848, lo pubblicò insieme con l’odeMarzo 1821, e poi, nel 1860, lo aggiunse alle tragedie e agl’Inni sacri, nel volume già fin dal 1845 stampato delle sueOpere varie[86].Gli è che l’impresa tentata dall’infelice principe era, fra quante a lui parevan suscettibili di poema, quella che più faceva palpitare il suo cuore d’uomo, di cristiano, d’italiano, di poeta. Gioacchino, de’ signori cui la sorte commise il freno delle belle contrade, fu il primo, e rimase lungamente il solo, che avesse coscienza dei doveri del principe e dei diritti del popolo italiano; fu il primo che rivolgesse l’animo a

Sanar le piaghe c’hanno Italia morta;

Sanar le piaghe c’hanno Italia morta;

Sanar le piaghe c’hanno Italia morta;

Sanar le piaghe c’hanno Italia morta;

e consacrò col martirio il tentativo generoso. Fu una dannosa ubbia quella che consigliò tanti patriotti a non assecondarne lo sforzo. Se verso Napoleone ei poteva parer macchiato d’ingratitudine, toccava forse a noi, raggirati e disingannati dal geniale megalomane, di fargliene carico? Anche Manfredi svevo era accusato d’orribili peccati; ma così avesse vinto lui a Benevento, invece del nasuto paladino delle sacrileghe ambizioni teocratiche! Il Manzoni, checchè una critica partigiana sia venuta arzigogolando, riprese la grande tradizione poetica e religiosa di Dante; e non si peritò mai di manifestar tutta la sua più cordiale simpatia a principi che, per amore dell’unità politica, ritolsero a Pietro quel che è, e dev’esser, di Cesare. E la musa schifiltosa e sagace, la quale aveva assistito in silenzio al tripudio che accompagnò il singolare capitano sino ai fastigi d’ogni mondano potere, sciolse subito un cantico d’incitamento e d’encomio al baldo gregario che, pur contro il volere dell’arbitro supremo, s’accinse alla santa opera di ridarci una patria:

O delle imprese alla più degna accinto!....

O delle imprese alla più degna accinto!....

O delle imprese alla più degna accinto!....

O delle imprese alla più degna accinto!....

E quel suo cantico, pur così monco, il poeta non permise che morisse.

[83]IlFabris,Memorie Manzoniane, pag. 98-99, riferisce che il poeta solesse dire scherzosamente d’aver fatto «per l’Italia il più gran sacrificio che possa fare un poeta, quello di far per essa un brutto verso»: ch’è questo, di suono e di vigore alfieriano. Il Manzoni soggiungeva: «Già, se l’Italia è risorta, essa lo deve a’ suoi poeti, che di secolo in secolo hanno sempre avuto dei versi per lei».[84]Il diciassettenne Leopardi preferì invece di esercitarsi in quella innocuaOrazione agl’Italiani, in cui è un ibrido connubio dello spirito misogallico del conte Alfieri con quello misoitalico del conte Monaldo. Essa fu pubblicata dal Mestica tra gliScritti letterarii di G. L., Firenze, Le Monnier, 1899, vol. II, p. 357 ss.[85]Cfr.Scherillo,Gabriele Pepe e Gabriele Rossetti, nella «Lettura» del luglio 1905:D’Ancona.Il concetto dell’unità politica nei poeti italiani, in «Studi di critica e storia letteraria», Bologna 1880, eUnità e federazione, nelle «Varietà storiche e letterarie». Milano 1885, vol. II.[86]Vedi in questo volume la nota bibliografica a pag. 492.

[83]IlFabris,Memorie Manzoniane, pag. 98-99, riferisce che il poeta solesse dire scherzosamente d’aver fatto «per l’Italia il più gran sacrificio che possa fare un poeta, quello di far per essa un brutto verso»: ch’è questo, di suono e di vigore alfieriano. Il Manzoni soggiungeva: «Già, se l’Italia è risorta, essa lo deve a’ suoi poeti, che di secolo in secolo hanno sempre avuto dei versi per lei».

[83]IlFabris,Memorie Manzoniane, pag. 98-99, riferisce che il poeta solesse dire scherzosamente d’aver fatto «per l’Italia il più gran sacrificio che possa fare un poeta, quello di far per essa un brutto verso»: ch’è questo, di suono e di vigore alfieriano. Il Manzoni soggiungeva: «Già, se l’Italia è risorta, essa lo deve a’ suoi poeti, che di secolo in secolo hanno sempre avuto dei versi per lei».

[84]Il diciassettenne Leopardi preferì invece di esercitarsi in quella innocuaOrazione agl’Italiani, in cui è un ibrido connubio dello spirito misogallico del conte Alfieri con quello misoitalico del conte Monaldo. Essa fu pubblicata dal Mestica tra gliScritti letterarii di G. L., Firenze, Le Monnier, 1899, vol. II, p. 357 ss.

[84]Il diciassettenne Leopardi preferì invece di esercitarsi in quella innocuaOrazione agl’Italiani, in cui è un ibrido connubio dello spirito misogallico del conte Alfieri con quello misoitalico del conte Monaldo. Essa fu pubblicata dal Mestica tra gliScritti letterarii di G. L., Firenze, Le Monnier, 1899, vol. II, p. 357 ss.

[85]Cfr.Scherillo,Gabriele Pepe e Gabriele Rossetti, nella «Lettura» del luglio 1905:D’Ancona.Il concetto dell’unità politica nei poeti italiani, in «Studi di critica e storia letteraria», Bologna 1880, eUnità e federazione, nelle «Varietà storiche e letterarie». Milano 1885, vol. II.

[85]Cfr.Scherillo,Gabriele Pepe e Gabriele Rossetti, nella «Lettura» del luglio 1905:D’Ancona.Il concetto dell’unità politica nei poeti italiani, in «Studi di critica e storia letteraria», Bologna 1880, eUnità e federazione, nelle «Varietà storiche e letterarie». Milano 1885, vol. II.

[86]Vedi in questo volume la nota bibliografica a pag. 492.

[86]Vedi in questo volume la nota bibliografica a pag. 492.

«È un destino che i pareri de’ poeti non siano ascoltati», osserva il Manzoni nel Romanzo (c. 28), a proposito dell’Achillini, il quale con un celebrato sonetto aveva esortato il re diFrancia «a portarsi subito alla liberazione di Terra Santa»; e soggiunge: «se nella storia trovate de’ fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch’eran cose risolute prima». Forse l’umorista pensava un po’ anche a ciò ch’era accaduto a lui; ma fu un bene che non si stancasse di dar suggerimenti. L’impresa del Re di Napoli era finita male soprattutto perchè la grande maggioranza degli Italiani non ne aveva compreso il valore: la missione del poeta doveva dunque essere di diffondere l’idea unitaria, d’inculcarla con opere che parlassero al cuore e alla fantasia[87]. Un insigne maestro di poesia e di libertà, ilvate nostro, aveva, con «memorando ardimento»[88], tolto di mano a Melpomene «l’odiator dei tiranni pugnale», e s’era avventato, sulla scena, contr’ogni tirannia. Lo aveva, con scarsa fortuna, seguito il Foscolo; con insperato successo, un novizio, Silvio Pellico.

Qualcosa circa la nuova tragedia che la Carlotta Marchionni avrebbe recitata per la sua beneficiata al teatro Re, era di certo trapelata; e l’aspettativa era grande. Quella sera, il 18 agosto 1815—proprio quando più l’Italia sembrava umiliata dalla reazione straniera,—un «uditorio formidabilissimo» s’assiepava per ascoltare laFrancesca da Riminidell’ignoto e innominato poeta (un’altra ne aveva perpetrata, nel 1801, un Edoardo Fabbri). Era forse l’abate Caluso? Forse il Di Breme? Il Pellico se ne stava mezzo nascosto nel palchetto di questo suo amico, «tacito, pieno di speranza, e pur alquanto palpitante». Si tira sù la tela. L’attore che fa daLanciotto, «atterrito da quell’udienza, stroppia tutti i versi della prima scena». Ma la Marchionni riesce a tenere a sè avvinta l’attenzione. Ed ecco Paolo che, dopo il lungo e doloroso esilio, rimette il piede nella casa paterna. Non vi ritrova più il padre; e si getta nelle braccia del fratello, esclamando:

Qui t’abbracciai l’ultima volta.... TecoUn altr’uomo io abbracciava; ei pur piangea....Più rivederlo io non doveva!LANCIOTTO.Oh padre!PAOLO.Tu gli chiudesti i moribondi lumi.Nulla ti disse del suo Paolo?LANCIOTTO.Il suoFigliuol lontano egli moria chiamando.PAOLO.Mi benedisse?—Egli dal ciel ci guarda,Ci vede uniti e ne gioisce.........

Qui t’abbracciai l’ultima volta.... TecoUn altr’uomo io abbracciava; ei pur piangea....Più rivederlo io non doveva!LANCIOTTO.Oh padre!PAOLO.Tu gli chiudesti i moribondi lumi.Nulla ti disse del suo Paolo?LANCIOTTO.Il suoFigliuol lontano egli moria chiamando.PAOLO.Mi benedisse?—Egli dal ciel ci guarda,Ci vede uniti e ne gioisce.........

Qui t’abbracciai l’ultima volta.... Teco

Un altr’uomo io abbracciava; ei pur piangea....

Più rivederlo io non doveva!

LANCIOTTO.

Oh padre!

PAOLO.

Tu gli chiudesti i moribondi lumi.

Nulla ti disse del suo Paolo?

LANCIOTTO.

Il suo

Figliuol lontano egli moria chiamando.

PAOLO.

Mi benedisse?—Egli dal ciel ci guarda,

Ci vede uniti e ne gioisce.........

Io non so se quella sera il Manzoni fosse in teatro; ma mi pare di scorgere una somiglianza tra questa scena e l’altra, tanto più commovente e appropriata e tanto più finamente cesellata, della ripudiata Ermengarda che torna alla casa paterna, dove più non ritrova la madre. «Nelle braccia del fratel suo», quella gentile sospirerà:

........Oh dolce madre!Qui ti lasciai: le tue parole estremeIo non udii; tu qui morivi—ed io....Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi:Quella Ermengarda tua.......................vedi qual torna!E benedici i cari tuoi, che accoltaHanno così questa reietta.

........Oh dolce madre!Qui ti lasciai: le tue parole estremeIo non udii; tu qui morivi—ed io....Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi:Quella Ermengarda tua.......................vedi qual torna!E benedici i cari tuoi, che accoltaHanno così questa reietta.

........Oh dolce madre!Qui ti lasciai: le tue parole estremeIo non udii; tu qui morivi—ed io....Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi:Quella Ermengarda tua.......................vedi qual torna!E benedici i cari tuoi, che accoltaHanno così questa reietta.

........Oh dolce madre!

Qui ti lasciai: le tue parole estreme

Io non udii; tu qui morivi—ed io....

Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi:

Quella Ermengarda tua.......

................vedi qual torna!

E benedici i cari tuoi, che accolta

Hanno così questa reietta.

E storicamente ciò non rispondeva al vero. NelleNotizie storichepremesse al’Adelchi(pag. 12), è avvertito che questa è l’una delle «due sole alterazioni essenziali» fatte dal poeta «agli avvenimenti materiali e certi della storia»! Non soltanto Ansa non era «morta prima del momento in cui comincia l’azione», ma «in realtà quella regina fu condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì».

La tenera scena fra i due fratelli, nella Francesca, conquistò meglio i cuori; ma l’entusiasmo proruppe al voto di Paolo che, stanco di spargere il suo sangue «debellando città che non odiava», usciva nella celebre tirata, la quale anticipò di tre anni il serventese del Simonide recanatese:

Per chi di stragi si macchiò il mio brando?Per lo straniero! E non ho patria forseCui sacro sia de’ cittadini il sangue?Per te, per te che cittadini hai prodi,Italia mia, combatterò se oltraggioTi moverà la invidia. E il più gentileTerren non sei di quanti scalda il sole?D’ogni bell’arte non sei madre, o Italia?Polve d’eroi non è la polve tua?...

Per chi di stragi si macchiò il mio brando?Per lo straniero! E non ho patria forseCui sacro sia de’ cittadini il sangue?Per te, per te che cittadini hai prodi,Italia mia, combatterò se oltraggioTi moverà la invidia. E il più gentileTerren non sei di quanti scalda il sole?D’ogni bell’arte non sei madre, o Italia?Polve d’eroi non è la polve tua?...

Per chi di stragi si macchiò il mio brando?Per lo straniero! E non ho patria forseCui sacro sia de’ cittadini il sangue?Per te, per te che cittadini hai prodi,Italia mia, combatterò se oltraggioTi moverà la invidia. E il più gentileTerren non sei di quanti scalda il sole?D’ogni bell’arte non sei madre, o Italia?Polve d’eroi non è la polve tua?...

Per chi di stragi si macchiò il mio brando?

Per lo straniero! E non ho patria forse

Cui sacro sia de’ cittadini il sangue?

Per te, per te che cittadini hai prodi,

Italia mia, combatterò se oltraggio

Ti moverà la invidia. E il più gentile

Terren non sei di quanti scalda il sole?

D’ogni bell’arte non sei madre, o Italia?

Polve d’eroi non è la polve tua?...

«L’entusiasmo che questa parlata mosse è indicibile», narra il Pellico; «... il carattere generoso di Paolo, e le sue poche righe sull’Italia, m’hanno resa benevola molta gioventù: egli piace per lo meno quanto Francesca; e tal era il mio intento»[89]. Sicuro; dacchè il suo intento era di servirsi del palcoscenico come di tribuna politica, e di lanciar da esso parole che fossero scintille, atte a riaccendere o a tener desto nell’animo degli oppressi il sentimento dell’indipendenza e della riscossa. La Censura milanese, non ancora ammaliziata, aveva lasciato correre quel brano lirico, solo pretendendo «una leggiera correzione», forse di pura forma; ma il Pellico avrebbe a suo tempo scontata la patriottica imprudenza, e nemmen l’Eufemio di Messina, nonostante le sue proteste, gli sarebbe stato concesso di veder recitato[90].

Da un pezzo Silvio rimuginava soggetti tragediabili, percosì dire, a doppio fondo. Aveva pensato a unTurno; e l’abbozzo porta la data del 16 aprile 1814. Vi si parla a tutto andare di patria e di stranieri; e dalla regina dei Latini si fa proclamare:

Italo spirtoNon ha chi mira, e nel suo cor non freme,Da stranieri calcata e vilipesaDegli avi suoi la veneranda polve;E non afferra l’asta, e non rintuzzaI vilissimi scherni entro lor fauci.Morte a’ Troiani!

Italo spirtoNon ha chi mira, e nel suo cor non freme,Da stranieri calcata e vilipesaDegli avi suoi la veneranda polve;E non afferra l’asta, e non rintuzzaI vilissimi scherni entro lor fauci.Morte a’ Troiani!

Italo spirtoNon ha chi mira, e nel suo cor non freme,Da stranieri calcata e vilipesaDegli avi suoi la veneranda polve;E non afferra l’asta, e non rintuzzaI vilissimi scherni entro lor fauci.Morte a’ Troiani!

Italo spirto

Non ha chi mira, e nel suo cor non freme,

Da stranieri calcata e vilipesa

Degli avi suoi la veneranda polve;

E non afferra l’asta, e non rintuzza

I vilissimi scherni entro lor fauci.

Morte a’ Troiani!

Poi, sempre meglio convinto che la poesia drammatica «debba servire a celebrare gli eroi della patria», aveva ideato unDante, «tragedia di genere nuovo». Poi, sospinto forse dal desiderio d’emulare ilTiberiodi Giuseppe Chénier, immaginò unNerone: poi, forse per emulare ilSaul, unDavide, tragedia, quest’ultima, «non politica e recitabile»; poi, a mezza strada, s’era lasciato sedurre da «un argomento trovato nel Sismondi, tutto italiano». Ne buttò giù alla lesta due atti; ma il 18 luglio del 1815 annunzia d’averlo piantato lì, perchè «questo nuovo argomento era politico, e di più, un maligno lo ha creduto allusivo all’impresa del Re di Napoli». Per la quale e pel quale, egli, stordito dai paroloni e ammirato degli atteggiamenti ribelli dell’amico Foscolo, non sentiva se non disdegno e dispetto. Il 25 aprile, aveva scritto al fratello:

«Io ti diceva che Foscolo era sparito da Milano per non dare il giuramento, ed alcuni aggiungono perchè credeva che sarebbe arrestato. È andato in Svizzera. Ha fatto bene di non andare da Murat, in cui ha sempre avuto poca fiducia, e con ragione, a quanto pare. Il fiasco che ha fatto questo Re ha calmato la testa dei Milanesi. Ora si vede che Murat senza l’aiuto dei Francesi non può far nulla, e pare che questi ultimi faranno la guerra difensiva nel loro paese, invece di attaccare. Che guerra terribile sarà questa!».

«Io ti diceva che Foscolo era sparito da Milano per non dare il giuramento, ed alcuni aggiungono perchè credeva che sarebbe arrestato. È andato in Svizzera. Ha fatto bene di non andare da Murat, in cui ha sempre avuto poca fiducia, e con ragione, a quanto pare. Il fiasco che ha fatto questo Re ha calmato la testa dei Milanesi. Ora si vede che Murat senza l’aiuto dei Francesi non può far nulla, e pare che questi ultimi faranno la guerra difensiva nel loro paese, invece di attaccare. Che guerra terribile sarà questa!».

E il 5 maggio, sospettando che una lettera del fratello fosse stata intercettata, soggiungeva:

«Vi può infatti essere stato un momento di rigore, quando i Napoletani ci minacciavano. Ora essi hanno provato che a loro non è destinato il mutar forma all’Italia, e che l’Italia tutta non è suscettibile di fanatismo nazionale. Se l’Italia può essere considerata come una nazione, non può aver altro legame che il federativo».

«Vi può infatti essere stato un momento di rigore, quando i Napoletani ci minacciavano. Ora essi hanno provato che a loro non è destinato il mutar forma all’Italia, e che l’Italia tutta non è suscettibile di fanatismo nazionale. Se l’Italia può essere considerata come una nazione, non può aver altro legame che il federativo».

Dannose ubbie, in ispecie se predicate da un animo profondamente ingenuo e ardente d’amor patrio. Ma il buon Pellico aveva, in politica, «la veduta corta d’una spanna»; e fu un bene che, per un pezzo, frenasse la mania di scriver tragedie tribunizie. Ma il fortunato successo dellaFrancescalo trasse dal suo riserbo. Nuovi soggetti gli s’affollarono alla mente: unaBeatrice d’Este, unaPia dei Tolomei, e da ultimo unaContessa Matilde. Questo soggetto lo affascina e l’entusiasma. Ricerca «quei brutti noiosi del Villani, del Varchi e del Guicciardini», rilegge il diletto Sismondi, e si mostra molto lieto d’essersi «fatto un bel caratterone» di quel nuovo Costantino in gonnella».[91]Scrive nel settembre del 1816:


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