—Suvvia, Polo…
—Desidero che… gli eventi della guerra sono infiniti, potrei non tornare…
—Che dite mai, Polo? perchè queste malinconie?
—Potrei non tornare… non è egli possibile che una palla m'uccida o un gendarme mi chiuda in Sant'Angelo? Vorrei dunque, dottore, che allora… ma solo allora… lo pubblicaste, dedicandolo per me ai nuovi martiri!
—Polo! ho fede che non adempirò al mandato… perocchè tornerete. Ma dato che la sorte… vi corra funesta… dato che Cipriano più non debba rivedervi… allora, oh si, solo allora… affiderò alle stampe la vita di Socino.
—Grazie, maestro, grazie!
—Non dubitate, Polo. Aveste sempre in me l'amico più fidato… sempre vi sarò legato coi sacri vincoli dell'affezione!
—Cosicchè… anche morto… avrò in voi un amico, un difensore?
—Oh Polo! cessate, ve ne scongiuro! queste tristezze mi trambasciano, potreste dubitarne? a me rimarrà sempre in pensiero siccome scolpito a lettere di bronzo il nome del figliuolo di… Matteo!
—Solo il nome?
—Oh no, Polo mio… non v'amo, io, povero vecchio, come nessun padre amerebbe?
E Cipriano, con effusione d'affetto irresistibile serrò al petto il giovane Polo; il quale commosso alle lagrime e in quella mestizia tripudiante abbracciò con figliale tenerezza il maestro baciandolo e ribaciandolo.
Passarono parecchi minuti, ed alla fine svincolatisi, il preside chiese con voce interrotta dai singhiozzi:
—E il Socino?
—Eccovelo, maestro.
Polo infatti trasse dal pastrano il manoscritto e glielo sporse. Il dottore lo guardò e tutto premuroso andò a riporlo in un armadietto.
—Addio, dunque, maestro.
—Addio, Polo mio, fatevi onore… ma serbatevi alle speranze della valle!
—Addio, maestro, addio!
Spalancò l'uscio e, quasi fuggisse, s'allontanò.
Il duca *** nel medesimo istante riapparve, e scosso Cipriano che stava immobile collo sguardo prostrato, gli gridò all'orecchio con voce cupa e tremante:
—Dottore, il voto vostro è ancora…
—Per voi, duca!
Ed un lampo sinistro brillò negli occhi di Giaracà.
Il duca lo comprese e rispose a quello con uno sguardo di gioia feroce.
—Cipriano, ricordatevi del 14 aprile!
Suonavano dalla torre di Pozzallo le prime ore del mattino, che Polo apriva il cancello del palazzo e scendeva al mare.
Qualche cosa di greve e pesante minacciava non lontana la tempesta. Non una foglia, non un filo dell'erba s'agitavano; i pochi uccelli che là e qui volavano sparsi sull'ampia faccia del mare quasi presaghi di prossimo uragano, piegavano l'ali e calavano a nascondersi fra i cespugli e le grotte della ripa; le acque immobili ti davano immagine di specchio ben lisciato; nuvolaglia bigia e opaca sorgeva lenta lenta sull'orizzonte e vagava incerta e spezzata per la volta cerulea. Deboli raggi di luce annunziavano che il sole compariva e quei raggi rifratti dalle nubi si riflettevano nell'onde, le quali così variegate simulavano i colori dell'iride. Ogni gaiezza, in quel silenzio e quasi direi agonia della natura, affievoliva e cessava; indefinibile, cruccioso sconforto, avviliva l'animo e le sofferenze della vita ripigliavano in tanta atonia la molcita possanza.
I compagni l'attendevano ed appena lo viddero spuntare lungo l'argine gli corsero incontro facendogli festa. Ma Polo, pensieroso e mesto, non rispose col sorriso a quell'amichevole tripudio; anzi, stese loro le mani in atto d'affetto, esclamò:
—Non rallegriamoci, la partenza dalla terra natale è sempre dolorosa.
—È vero, Polo—rispose Ciro—è vero. Anche a me l'angoscia fa gruppo qui nel cuore…
—Oh sì, non facciamo ad ingannarci—interruppe Pericle—l'abbandono delle famiglie è pur straziante!
—Permetti, Polo—disse alla sua volta Luchino avanzandosi insieme con un giovane d'aspetto robusto—permetti che ti presenti Adolfo.
—Anche voi, Adolfo? V'aspettavo, siate il benvenuto.
—Il vostro esempio, Brancato, mi rinnovò ardire e coraggio. Stanotte salutai a Scicli lo zio ed ora eccomi seco voi. Spero bene che vorrete accettarmi compagno: sfideremo insieme la sorte, e se qualche alloro ci sarà dovuto insieme n'avremo tripudio.
—Alloro?… no, Adolfo. A noi poveri fanti d'esercito sterminato è unico compenso la gloria di combattere ed anche cadere per la gran bandiera della risurrezione. Ai soldati oscuri operatori d'ordini a loro ignoti è serbata la fossa… beate le loro spoglie se vi ponno riposare con pace! ai condottieri spetta il trionfo; ad essi dunque l'onore della vittoria e l'alloro!
Nessuno rispose alle melanconiche parole di Polo e però senz'altro calarono.
Raccolti nell'umile burchio che li aspettava, quegli otto giovani, prima di spiccarsi davvero dalla riva, gettarono d'istinto uno sguardo di saluto e commiato ai declivii ed ai colli. E negli occhi rivolti alle amate alture brillò improvvisa una lagrima, e su quelle fronti balde e rigogliose passò rapida a guisa di baleno la ricordanza delle gioie infantili, dei furori del primo amore, dei primi disinganni, delle disillusioni, della cresciuta esperienza, delle angoscie!
Al balcone della più vicina casa del paese apparve allora la bella figura d'una giovanetta. Vestiva l'abito nero in segno di lutto, e quel viso pallido e scolorato aggiugneva avvenenza all'aerea persona. Guardò giù lungo la costiera e ravvisata la barca alzò la destra sventolando il fazzoletto. Polo la scorse e al saluto rispose con un addio prolungato… povero giovine! la sua Eloisa era là, lo salutava, inviavagli col palmo della mano il bacio dell'augurio! non era uno strazio, per lui sì disperante del ritorno, quel saluto innamorato?
Adolfo fu muto e non supposto spettatore di quell'addio, guardò Eloisa, guardò Polo, ed un sorriso di fratellevole compiacenza gli spuntò schietto e sereno sulle labbra.
Finalmente il burchio, spinto da dieci remi, si staccò dalla sponda e prese il largo. E nel mentre la navicella ad ogni istante si faceva vieppiù indistinta e confusa, la giovinetta ritta nel vano del balcone teneva fisso lo sguardo sull'adorato Polo suo!… allorchè il burchio fu scomparso, Eloisa si ritrasse precipitosa e pianse!
Il 2 dicembre di questo stesso anno, nelDucezio, giornale dei liberali di Noto, si lesse:
«Apparve testè coi tipi dell'Accademia in Modica, la Vita di Fausto Socino, lasciata inedita da Polo Brancato di Pozzallo. Amaramente delusi nella nostra aspettazione, non possiamo che augurar l'oblio ad un libro sì indegno; perocchè vi leggemmo non un'apoteosi o almeno una difesa dell'onorando sienese, sibbene una trista e gesuitica filippica. Da Brancato, già da parecchi anni rispettato nell'isola siccome d'addottrinato ingegno e d'animo caldamente razionalistico, non ci saremmo mai aspettati tanta violenza partigiana e calunniosa. Lo scarificatore del buon nome di Socino era egli ipocrita allorchè predicava la ragione e la democrazia? ovvero gli si affievolì il cervello innanzi tempo e con esso la costanza e la dignità? Questa sua Vita non è ad ogni modo altro che un cattivo e mal digesto abboracciamento della famosa Storia del Socinianismo uscita nel 1723 a Parigi coll'approvazione in nome di Luigi l'Amatoper la grazia di Dio re di Francia e Navarradai cancellieri Daguesseau e Carpot; e per di più non fa parola delle celebrate polemiche dal Socino sostenute contro Erasmo ed Eutropio recate ed annotate nelleFausti Socini Opera Omniapubblicate in due tomi ad Irenopolipost annum domini1656.»
Polo, un mese prima, era morto colpito da palla francese, a Mentana!
E così al martire del razionalismo militante si rapiva dall'iniquità degl'invidi e dei tristi la gloria di libero pensatore!
End of Project Gutenberg's Le tre valli della Sicilia, by Gaetano Sangiorgio