Chapter 9

Non erano elle nel chiuso giardino, ma pur le cingeva una lapidea chiostra degna delle loro anime e dei loro fati; poiché grande era e singolare l'aspetto dei luoghi intorno.Le rocce disposte in cerchio e digradanti davano imagine d'un colosseo construtto per opera ciclopica, corrosoda secoli e da intemperie senza numero ma improntato ancora di stupende vestigia. Frammenti d'una scrittura sconosciuta vi apparivano, incomprensibili enigmi della Vita e della Morte; le vene tortuose della pietra conducevano l'essenza d'un pensiero divino; e nelle inclinazioni delle moli informi eravi un segno come nei gesti dei simulacri perfetti.Quivi sostammo, quivi io raccolsi l'ultima armonia.Un uomo della gleba — che somigliava colui il quale aveva reciso col suo ferro adunco i rami del mandorlo fiorito — ci condusse a una sorgente nascosta nella cavità di una rupe. La vena scaturiva mormorando, limpida e glaciale; e su l'acqua galleggiava una tazza rustica di scorza, fenduta e priva del fondo, simile al guscio inutile d'un frutto.Io offersi ad Anatolia un'altra tazza che l'uomo aveva portata seco. Ma Violante, senza attendere, si scoperse la bocca e, chinandosi su la polla vivida, bevve a lunghi sorsi come una fiera.Vidi la sua bocca e il suo mento stillanti, quando ella si sollevò; ma subito ella si volse e riabbassò il lembo del velo. Così velata, sedette su la pietra più vicina alla sorgente selvaggia che aveva per lei una troppo tenue canzone; e la sua attitudine evocò nel mio spirito tutti gli incanti delle sue fontane. Pur nella stanchezza, ella non s'abbandonava; ché anzi ora appariva quasi rigida, eretta da un orgoglio muto e ostile. Anche una volta tutte le cose intorno riconoscevano la sovranità della sua presenza: segrete analogie congiungevano i circostanti misteri al suo mistero. Anche una voltaella pareva respingere il mio spirito verso le lontananze del tempo, verso le antiche imagini della Bellezza e del Dolore. Ella era presente e pur discosta. E in silenzio pareva significarmi, come la principessa Dejanira: “Io posseggo, chiuso in un vaso di bronzo, un antico dono d'un vecchio Centauro.„Anatolia s'era seduta presso il fratello pensieroso; e cingeva con un braccio gli omeri di lui, mentre la sua fronte pareva a poco a poco serenarsi come pel salire d'una luce interiore. Massimilla ascoltava forse la voce tenue e inestinguibile della polla: a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco.Su le nostre teste il cielo non conservava delle sue nubi se non qualche lieve traccia simile alla poca cenerebianca dei roghi consunti. Il sole accendeva in giro i culmini delle rocce, rilevando nell'azzurro i loro lineamenti solenni. Una grande tristezza e una grande dolcezza cadevano dall'alto nella chiostra solitaria, come una bevanda magica in una coppa rude.Quivi riposarono le tre sorelle, quivi io raccolsi la loro ultima armonia.QUI FINISCE IL LIBRO DELLE VERGINIE INCOMINCIA IL LIBRO DELLA GRAZIA.

Non erano elle nel chiuso giardino, ma pur le cingeva una lapidea chiostra degna delle loro anime e dei loro fati; poiché grande era e singolare l'aspetto dei luoghi intorno.

Le rocce disposte in cerchio e digradanti davano imagine d'un colosseo construtto per opera ciclopica, corrosoda secoli e da intemperie senza numero ma improntato ancora di stupende vestigia. Frammenti d'una scrittura sconosciuta vi apparivano, incomprensibili enigmi della Vita e della Morte; le vene tortuose della pietra conducevano l'essenza d'un pensiero divino; e nelle inclinazioni delle moli informi eravi un segno come nei gesti dei simulacri perfetti.

Quivi sostammo, quivi io raccolsi l'ultima armonia.

Un uomo della gleba — che somigliava colui il quale aveva reciso col suo ferro adunco i rami del mandorlo fiorito — ci condusse a una sorgente nascosta nella cavità di una rupe. La vena scaturiva mormorando, limpida e glaciale; e su l'acqua galleggiava una tazza rustica di scorza, fenduta e priva del fondo, simile al guscio inutile d'un frutto.

Io offersi ad Anatolia un'altra tazza che l'uomo aveva portata seco. Ma Violante, senza attendere, si scoperse la bocca e, chinandosi su la polla vivida, bevve a lunghi sorsi come una fiera.

Vidi la sua bocca e il suo mento stillanti, quando ella si sollevò; ma subito ella si volse e riabbassò il lembo del velo. Così velata, sedette su la pietra più vicina alla sorgente selvaggia che aveva per lei una troppo tenue canzone; e la sua attitudine evocò nel mio spirito tutti gli incanti delle sue fontane. Pur nella stanchezza, ella non s'abbandonava; ché anzi ora appariva quasi rigida, eretta da un orgoglio muto e ostile. Anche una volta tutte le cose intorno riconoscevano la sovranità della sua presenza: segrete analogie congiungevano i circostanti misteri al suo mistero. Anche una voltaella pareva respingere il mio spirito verso le lontananze del tempo, verso le antiche imagini della Bellezza e del Dolore. Ella era presente e pur discosta. E in silenzio pareva significarmi, come la principessa Dejanira: “Io posseggo, chiuso in un vaso di bronzo, un antico dono d'un vecchio Centauro.„

Anatolia s'era seduta presso il fratello pensieroso; e cingeva con un braccio gli omeri di lui, mentre la sua fronte pareva a poco a poco serenarsi come pel salire d'una luce interiore. Massimilla ascoltava forse la voce tenue e inestinguibile della polla: a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco.

Su le nostre teste il cielo non conservava delle sue nubi se non qualche lieve traccia simile alla poca cenerebianca dei roghi consunti. Il sole accendeva in giro i culmini delle rocce, rilevando nell'azzurro i loro lineamenti solenni. Una grande tristezza e una grande dolcezza cadevano dall'alto nella chiostra solitaria, come una bevanda magica in una coppa rude.

Quivi riposarono le tre sorelle, quivi io raccolsi la loro ultima armonia.

QUI FINISCE IL LIBRO DELLE VERGINIE INCOMINCIA IL LIBRO DELLA GRAZIA.


Back to IndexNext