ATTO PRIMO

ATTO PRIMO

Stanza modesta a primo piano in un'osteria da villaggio. — Un tavolo da pranzo nel mezzo, sedie e mobiglio alquanto rustico. — Oleografie alle pareti. — Da un lato un tavolino con oggetti da ricamo, da un altro un cavalletto da pittore con suvvi una tela in corso di lavoro. — Porte ai lati verso altre stanze dell'osteria e porta comune nel fondo a sinistra. — Nel fondo, in mezzo un balcone che dà sulla campagna.

Stanza modesta a primo piano in un'osteria da villaggio. — Un tavolo da pranzo nel mezzo, sedie e mobiglio alquanto rustico. — Oleografie alle pareti. — Da un lato un tavolino con oggetti da ricamo, da un altro un cavalletto da pittore con suvvi una tela in corso di lavoro. — Porte ai lati verso altre stanze dell'osteria e porta comune nel fondo a sinistra. — Nel fondo, in mezzo un balcone che dà sulla campagna.

ZioGIACOMO, PLACIDO,un momentoMARIETTA.

PLACIDO.

(per di dentro)

Per di qua, signor cavaliere...

GIACOMO.

(affacciandosi all'ingresso seguito da Placido)

Qui stanno?

PLACIDO.

Sissignore. Questa sarebbe la sala comune dell'albergo; ma non ci sono altri che loro — e siccome è la più bella, vi passano il dì...

GIACOMO.

(guardandosi attorno per la stanza)

Eccoci dunque finalmente nel nido delle due tortorelle... Cerca e cerca, tortorelline mie, vi ho snidato...

PLACIDO.

Questa osteria ella saprà che si chiama la Madonna della Neve; perchè la Vergine Santissima fece qui presso una apparizione e nella neve lasciò l'impronta dei piedi. Abbiamo anche una cappella dedicata a lei da uno del paese che fu soldato in Russia con Napoleone I, e fu al passaggio della Beresina, dove pigliò del freddo, e il freddo gli portò via le due gambe e le due orecchie... Sicchè al ritorno fabbricò alla Madonna una cappella votiva per ringraziarla...

GIACOMO.

Di avergli fatto perdere orecchie e gambe...

PLACIDO.

No, di avergli risparmiato il naso. Se il signore vuol visitarla...

GIACOMO.

No, no, grazie, più tardi. Dite piuttosto: nessuno è venuto prima di me oggi a cercar dei due giovani?

PLACIDO.

Nossignore.

GIACOMO.

Meno male... (Arriverà forse domani...) Da quanto tempo i due ragazzi son qui?

PLACIDO.

Da tre mesi. Si vede che sono sposini di fresco e passano qui la luna di miele. Giocano fra loro: un po' lei ricama, lui dipinge: quel quadro lì è dello sposo...

GIACOMO.

(osservando la tela)

Ah!la fuga in Egitto!(Bravi, bravi! San Giuseppe mi sentirà!)

PLACIDO.

Poi fanno delle lunghe passeggiate. Abbiamo infatti dei dintorni magnifici. Un panorama del lago e della valle stupendo! la vera poesia della natura!... Il mio collega segretario comunale che l'ha diretta a me, le avrà anche detto che io sono un po' poeta... Anche il signore deve esserlo... Se avrà tempo potrò mostrarle...

GIACOMO.

Grazie. Un'altra volta. Staran molto a tornare?...

PLACIDO.

Sono usciti a passeggio in montagna. Mi ero offerto accompagnarli, spiegar loro le bellezze... han preferito andar soli...

GIACOMO.

Capisco... Se sapessi da che parte sono andati...

PLACIDO.

(chiamando)

Neh, Marietta!... da che parte hanno preso i due forestieri?...

MARIETTA.

(affacciandosi da una porta laterale)

Verso Ghevio...

GIACOMO.

È lontano?...

PLACIDO.

Non tanto. Ma la potrebbe cogliere la pioggia per istrada...

GIACOMO.

(osservando fuori dal balcone)

Eh, ora non pare...

PLACIDO.

Gli è che abbiam da qualche giorno tempo instabile.(con fare d'importanza)Abbiamo delle grandi depressioni barometriche: dei ciclóni attraversano l'Atlantico, in direzione sud sud-est. Il mio collega le avrà detto che io sono anche un po' fisico e astronomo...

GIACOMO.

Ah!...

PLACIDO.

A meno che...(guardando fuori dal balcone)Oh aspetti... Passa lo speziale.(va dalbalcone all'uscio da cui si è affacciata Marietta)Neh, Marietta, corri un po' a vedere il naso dello speziale... passa ora...

MARIETTA.

Ora vado...

GIACOMO.

O che c'entra lo speziale col suo naso?

PLACIDO.

Ah, il signore si vede che non è del paese. Noi abbiamo il naso dello speziale che serve all'uso pubblico. È il barometro del comune. Le nostre donne, prima di mettersi in via per andar lontano al mercato, lo consultano. Quando vuol fare cattivo tempo, il sangue risalendo alla fronte nella regione parietale superiore, il naso diventa smorto. Quando il tempo si mette al secco e al sereno, il sangue discende nei lobi inferiori e il naso dello speziale è più rosso di un garofano di quei rossi. Effetto del circolo del sangue. Il mio collega segretario le avrà detto che...

GIACOMO.

(prevenendolo)

... che lei è anche un po' medico. Ho capito.

MARIETTA.

(parlando dalla strada)

Neh, signor Placido?...

PLACIDO.

(affacciandosi al balcone)

E così?...

MARIETTA.

(come sopra)

Lo speziale ci ha il naso smorto... ci ha...(gettando un grido)Ahi!... Ahi!...

(Voce d'uomo irritato, dalla via)

Te lo darò io il naso smorto, brutta sfacciata!...

GIACOMO.

Eh, non pare che il vostro barometro sia molto contento di funzionare...

PLACIDO.

Ah già, si altera un po'... Io lo faccio apposta... Ha combattuto in consiglio il mio aumento di stipendio... e, a sentirlo, pretende di saperne più di me, che sono il segretario e il maestro del comune. Già, qui tutti, compreso il sindaco,pretendono di saperne... E se vedesse che zucche!... Intanto la consiglio a non uscire...

GIACOMO.

E allora, per guadagnar tempo, prenderei qualche cosa. Sono digiuno da stamane. Se volete fermarvi a mangiar due bocconi con me, senza complimenti...

PLACIDO.

(cerimonioso)

Troppo onore, signor cavaliere!

GIACOMO.

Ma che onore d'Egitto! andiamo! Non siete il segretario comunale?

PLACIDO.

E il maestro, per giunta! Due sacerdozii!... Due volte sacerdote! E sto peggio del sacrestano! Il signore avrà visto il mio nome nella petizione dei segretarii al Parlamento... Se vuol gradirne una copia...

GIACOMO.

Grazie. Ce l'ho.

PLACIDO.

Già, in gran parte l'ho redatta io. Eh, se non ci fossi io... Anche qui, faccio io tutto... Il sindacoè un ignorante presuntuoso...(guardando fuori)Oh, eccolo che rientra. (È la volta che lo mortifico!) Signor sindaco! Signor sindaco!...

GIACOMO.

Qui lo chiamate?...

PLACIDO.

Il sindaco è l'oste padrone di quest'osteria...

GIACOMO.

Ah!

DETTIe ilSINDACO.

SINDACO.

(affacciandosi)

Eccomi.

PLACIDO.

Signor sindaco, le ho condotto il signor cavaliere che viene a far visita ai due sposini qui d'alloggio... e desidera una stanza...

GIACOMO.

Per l'appunto.

SINDACO.

(inchinandosi e sberrettandosi)

Signor cavaliere!...

PLACIDO.

Intanto amerebbe mangiar qualche cosa...

SINDACO.

Vuol restar servito abbasso?

GIACOMO.

No, no, anche qui. Serviteci pur qui.

PLACIDO.

(al Sindaco, con sussiego, ripetendo)

Ha inteso, signor Sindaco? La ci serva pur qui.

SINDACO.

(rivolto allo zio Giacomo, senza badare alle parole di Placido)

Il signore pranza con un suo amico?...(durante il battibecco che segue fra sindaco e segretario, Giacomo osserva in giro per la stanza, esamina il quadro)

PLACIDO.

(c. s.)

Con me. Con me. Il signor cavaliere mi ha fatto l'onore di invitarmi... La ci serva(appoggia di nuovo con intenzione sulla parola)pur qui, signor sindaco...

SINDACO.

(ironico, a voce alta)

Non dubiti, signor segretario!...(a denti stretti)(Te la darò io...)(esce gettando occhiataccie al segretario)

DETTI,meno ilSINDACO.

GIACOMO.

Eh? Si direbbe che tra sindaco e segretario non andiate in tenerezze!... (E quei due signorini si fanno attendere...)

PLACIDO.

Le dirò... il sindaco non vuole mandar giù che io ne sappia più di lui... E noti, quando gli occorre di far bella figura, ricorre a me. Un mese fa era la festa dei due sposini che stan qui da lui...

GIACOMO.

Ah sì?...

PLACIDO.

Il dì della sposa. E per tenerseli dacconto, lui ha fatto venire la Giunta in corpo a portare gli augurj. Si intende, li ho dovuti far io...(declamando con enfasi)

In un giorno sì dolce e sì belloChe d'Imene v'allieta l'ostello,Io, sebben comunal segretario,Sciolgo un canto non certo ordinario,Per offrirvi gli omaggi del corDella Giunta coi proprj assessor!...Io sebben....

In un giorno sì dolce e sì belloChe d'Imene v'allieta l'ostello,Io, sebben comunal segretario,Sciolgo un canto non certo ordinario,Per offrirvi gli omaggi del corDella Giunta coi proprj assessor!...Io sebben....

In un giorno sì dolce e sì bello

Che d'Imene v'allieta l'ostello,

Io, sebben comunal segretario,

Sciolgo un canto non certo ordinario,

Per offrirvi gli omaggi del cor

Della Giunta coi proprj assessor!...

Io sebben....

GIACOMO.

(vivamente arrestandolo)

Basta, basta. C'è del Parini.

PLACIDO.

(inchinandosi)

Troppa bontà!

DETTIe ilSINDACO.

(Il Sindaco rientra colle stoviglie e prepara la tavola alla lesta, dando occhiataccie al segretario. Dispone sulla tavola intanto pane, salame, dei peperoni e delle mele)

PLACIDO.

Oh così va bene! Il signor cavaliere qui ha fame... Ci serva presto, veda di far presto, signor sindaco...

SINDACO.

A lei...(nel porgergli un piatto cava di sotto l'ascella un grosso pacco di carte e glie lo butta sul piatto)

PLACIDO.

(sconcertato)

Cos'è?...

SINDACO.

Il verbale dell'ultima seduta di consiglio. Favorisca per la prefettura di farmene due copie.

PLACIDO.

Eh?

SINDACO.

(rifacendogli colla voce il verso)

E me le dia presto... Veda di far presto, signor segretario...

PLACIDO.

(a denti stretti)

Va bene... un momento...

SINDACO.

Ma il signor prefetto non può aspettare, e io come sindaco non lo posso permettere. Qui(accenna a un tavolino lì presso)c'è penna e calamaio. Il signore scuserà... Prima il dovere...

GIACOMO.

Ah già... il dovere. Intanto, comincierò a mangiar io. Eh? Ci avreste(al Sindaco)delle uova?...

SINDACO.

Ma subito...

PLACIDO.

(nel mettersi a scrivere, irritato)

E che non siano stantìe, mal cucinate come al solito...

SINDACO.

(canzonatorio rimbeccandolo)

E che le copie come al solito non sian piene di spropositi...(guardando fuori)Oh, signor cavaliere, vedo laggiù in fondo i miei due sposini che arrivano...

GIACOMO.

(balzando in piedi)

Di già? Allora, brav'uomo, se non vi increscesse andar di là a finire le vostre copie...

SINDACO.

Il signore dice benissimo... di là potrà lavorar più raccolto...(Placido si alza mangiandolo degli occhi)

GIACOMO.

Ma ora che ci penso, se m'arrabbio adesso subito, addio il desinare. E poi se stessi prima un po' a vedere come se la fanno... Sicuro!...(al sindaco)Dica un po', per non farmi veder subito, mi potrebbe servire in una stanza qui attigua...

SINDACO.

Come desidera...

GIACOMO.

Allora... presto...

PLACIDO.

(al Sindaco)

Disparecchi, disparecchi.

SINDACO.

(a Placido)

Copii, copii.

GIACOMO.

(dal balcone)

Vengono. Via, via. Lasci quel che resta. Ov'è la stanza?

SINDACO.

Di qui...

GIACOMO.

Mi raccomando... non dir nulla...

(Giacomo esce: dietro a lui, pur seguitando a bisticciarsi e ripetendosi ironicamente l'unoDisparecchi!e l'altro:Copii!escono anche Placido e il Sindaco)

LEAeRICCARDO.

(Lea entra correndo con piccoli trilli allegri e va a rimpiattarsi dietro un mobile, come giocando a mosca cieca. Riccardo entra correndo dietro di lei e la vien cercando per gli angoli della stanza. Entrambi han l'aria di due ragazzi. Quando Riccardo è presso a Lea rimpiattata e sta per coglierla, questa lo previene e scappa fuori rimettendosi a correre).

RICCARDO.

(inseguendola per la stanza)

Ah, birichina!...(si rincorrono intorno al tavolo non ancora interamente sparecchiato.Riccardo ad un tratto si ferma)Tò! qui qualcuno ha mangiato...

LEA.

(fermandosi a sua volta e cogliendo di sul tavolo una mela)

Oh la bella mela!...

RICCARDO.

Me ne dai un po'...

LEA.

(ne taglia una metà e la tiene sospesa fra le dita)

Vieni a prenderla...(quand'egli s'avvicina per prenderla, fa finta di dargliela, poi se la mangia e scappa ridendo)

RICCARDO.

Ah sì? aspetta!...(la rincorre di nuovo. Lea nel fuggirgli rovescia il cavalletto su cui è la tela)Tò! guarda cos'hai fatto!...(corre a raccogliere da terra il quadro)La mia fuga d'Egitto!...

LEA.

(con fare fanciullesco)

Che ho fatto?...

RICCARDO.

(rimettendo a posto la tela)

Hai rovinato le orecchie al ciuco! Povero ciuco!

LEA.

Bene. Le orecchie ce le aggiusterai. Tanto, per ciuco, le eran corte. Gliene farai un bel paio più lunghe. E alla Madonna, se vuoi che mi somigli, i capelli ce li hai a far più biondi...(Riccardo dà due o tre ritocchi di pennello alla tela: Lea gli toglie il pennello di mano)Ma lascia lì adesso... a lavorare ci hai tempo...

RICCARDO.

Tempo... quando?

LEA.

Quando sarem poveretti...

RICCARDO.

E allora?...

LEA.

Allora... allora...(resta lì perplessa, pensierosa poi dà una crollata di spalle. Riccardo si è fatto pensieroso e un po' triste: Lea glisi appressa carezzevole)Per ora non sono io il tuo... più bel quadro?...

RICCARDO.

(guardandola affettuoso)

Lea!

LEA.

Non è di me sola che devi ora occuparti?...

RICCARDO.

E il parroco che aspetta il quadro da un mese...

LEA.

Che aspetti! Così l'asino avrà tutto il tempo di andar in Egitto, e di tornare.

RICCARDO.

E di star via tutto il tempo che i tuoi continuano a star in collera...(i due si sforzano di essere allegri, ma di un'allegria che vorrebbe cacciare qualche pensiero triste)

LEA.

(guardando innanzi a sè, cogitabonda)

Ebbene... se io per te ho lasciato i miei... — la mia mamma!... — anche tu a me puoi sacrificar qualche cosa...

RICCARDO.

(andando a lei affettuoso)

Hai ragione. Perdonami, Lea! Dammi un bacio.

LEA.

(volgendogli vivamente il capo, poi mutando bruscamente pensiero)

No.(va a sedersi al suo tavolino da ricamo e vi appoggia il gomito. Riccardo ve la segue)

RICCARDO.

Lea...

LEA.

(cogitabonda)

Che ora è?

RICCARDO.

Le cinque.

LEA.

A quest'ora andavo con la mamma al Pincio. Che starà facendo adesso?... Povera mamma!... Come fui cattiva!...

RICCARDO.

Lea!...

LEA.

Va là, va là, che l'abbiam fatta grossa... Scommetto che ora sta pensando a me... alla sua ingrata figlia fuggita... Ma quando papà si sia placato... andremo a trovarla, n'è vero? a domandarle perdono?...

RICCARDO.

Sicuro!...

LEA.

Tutti i giorni, vedi, questo pensiero mi torna. Se non avessi questa speranza, guai!... La mamma è tanto buona... e mi voleva un bene...

RICCARDO.

Com'è che non t'ha risposto?...

LEA.

Papà gliel'avrà proibito, o avrà intercettato la mia lettera... Oh, ma il giorno che a lui sarà passata la collera, e noi alla mamma potremo dire: Benedici i tuoi due figli che ti compenseranno con tante gioie il dolore... come sarò felice quel giorno...(si rasciuga le lagrime)quel giorno...

RICCARDO.

(con malumore)

E adesso piangi!... brava!... Grazie!

LEA.

No, no...(rasciugandosi gli occhi)purchè tu mi ami. Guai se non avessi te.(con affettuosità nervosa)Voglimi bene, Riccardo! Ora non ho che te! Mi vorrai bene sempre... proprio sempre?

RICCARDO.

Ma sempre... ma sempre!... cattiva!...(l'abbraccia e restano abbracciati)

LEA.

Me lo giuri... su questa medaglia della mamma...

RICCARDO.

Te lo giuro... idolo mio!... ma non ti voglio più veder piangere...(ribaciandola)E al diavolo ora le malinconie! Il parroco aspetterà...

LEA.

Sì, sì, lascialo aspettare...(sempre restando abbracciata seco, la testa sulla spalla di lui)

RICCARDO.

(rivolto al quadro)

E tu intanto resta lì con le orecchie mozze...

DETTIeZioGIACOMO.

(S'è affacciato, non visto, dalla porta laterale, con lo stuzzicadenti in bocca).

GIACOMO.

(avanzandosi verso il quadro)

Sì, sì, restaci pure... Anche colle orecchie mozze, povero asino, avrai sempre più giudizio e più cuore di chi te le ha dipinte...

RICCARDO.

(attonito)

Zio Giacomo!...(rinvenuto dalla sorpresa corre ad abbracciarlo — l'altro lo arresta, con far brusco, del gesto della mano)

GIACOMO.

Già... proprio lui... zio Giacomo... Bravi! Bravi! Ci divertiamo in campagna, a quanto pare!... Gran bella cosa la campagna!...(con far canzonatorio)Il lago al chiaro di luna, la collina, le macchie verdi, gli usignuoli, i merli...

RICCARDO.

Zio!...

GIACOMO.

(rinforzando)

... i merli che zufolano... i grilli che cantano... le anime che si baciano... Che poesia!... Signorina, ho nuove di sua mamma...

LEA.

(vivissima)

Oh la mamma!...(resta interdetta, confusa)

GIACOMO.

Lei vorrebbe chiedermele, e non osa. Capisco. Gliene darò io. È stata poco bene...

LEA.

(sgomenta)

Dio mio!...

GIACOMO.

Ella non presumeva, fuggendole, di averle fatto un complimento...(Lea nasconde la faccia)

LEA.

(con trepidanza)

E... e... mi ha... perdonato?...

GIACOMO.

Bella novità! per che cosa ci sarebbero le mamme se non fossero fatte apposta per perdonare!... Per questo le loro creature ne abusano... Peccato che i padri non sempre siano della stessa pasta...

LEA.

Ah! il papà!...

GIACOMO.

Già, peccato ci siano dei papà intrattabili che non si rassegnano a vedersi dai monelli di scuola(gesto vivo di Riccardo, lo zio ribadisce la parola)... dai monelli di scuola rubar le figliole!...

LEA.

Per pietà, signore, mi dica tutto...

GIACOMO.

Calma, calma, signorina...(Riccardo lo guarda)ah già! mi sbagliavo! Signora...(alza gli occhi esclamando)a sedici anni!... Creda a me, non è il momento di inquietarsi... Era forse da pensarci un po' prima. Intanto, se permettesse, avrei da dire quattro paroline, a quattr'occhi... a mio nipote...

LEA.

(interroga inquieta dello sguardo Riccardo)

Riccardo! (Dio mio!... Tremo tutta!...)

RICCARDO.

Lea, aspettami di là.(le si appressa)Animo... vedrai non è nulla... Mio zio è rustico... ma buono...

LEA.

(lentamente, a capo chino, accomiatandosi)

Signore!...(esce)

GIACOMO.

(seguendola dell'occhio)

Povera ragazza!...

RICCARDO.

Sono ai tuoi ordini,caro zio!...

ZioGIACOMOeRICCARDO.

GIACOMO.

(si siede a un lato del tavolo in mezzo, tossisce, spiega il fazzoletto, soffia il naso, prende tabacco, ripone la tabacchiera)

RICCARDO.

(vedendo quei preparativi)

Ahi! cattivo esordio!...

GIACOMO.

Primo di tutto,caro nipote, non t'aspettavi, nevvero? alla dolce sorpresa di vedermi? Ma io ci tengo a fartela completa, e ti porto l'attestato dei tuoi studii di quest'anno. Quei pedanti di professori vanno all'antica, e tu, perloro, sei un genio moderno incompreso. Col pretesto che agli esami non ne hai azzeccata una...(gli porge il foglio)guarda qui, t'hanno bocciato!(Riccardo prende il foglio mortificato)Consolati!... hanno bocciato anche Dante!... Ma lui ha fatto lacommedia... e anche tu ne stai facendo qui una...

RICCARDO.

Zio!... ma io...

GIACOMO.

(interrompendolo)

Ma tu la chiami un'ingiustizia. D'accordo. E poi tu vai col progresso. Inillo tempore, vedi, un ragazzo di diciott'anni bocciato agli esami, ripeteva prosaicamente la classe... Adesso invece si butta poeticamente all'artista... o, per consolarsi, rapisce una ragazza da marito. Eh quante cose fanno ora i ragazzi alla tua età! E tutte in una volta! Giuocano, ballano, mangiano l'erre, cacciano piccioni, stampano elzeviri, imbrattan tele, si spelano in duello, pubblican verbali, seducono fanciulle, le piantano se povere, le sfregiano se infide, le rubano se ricche, citano Schopenhauer, fanno dell'alta critica, dell'alta politica, e, a tempo avanzato, deigrassi sposalizi... Fuorchè studiare sul serio, un po' di tutto fanno!...

RICCARDO.

Ma zio, tu non sai...

GIACOMO.

Se ti dico che so! L'arte è lunga, la vita è breve, e i genii pari tuoi amano scorciar la strada dell'arte e della fortuna: allora ci si fa accogliere in una famiglia di alto e ricco casato, dove ci sia una giovanetta che legga romanzi, studii le lingue e il pianoforte: le si scalda la testa con le romanticherie: un bel dì si scappa insieme, e si scrive dal nascondiglio ai genitori della rapita, obbligandoli garbatamente a scegliere tra il disonore della fanciulla e del nome, o il consenso al matrimonio per riparare allo scandalo. Poi si passa nascosti la luna di miele ad attendere che, placate le ire, dietro al consenso venga la dote alla sposa, e magari, anche, n'è vero? un congruo assegnamento allo sposo; perchè un genero dei duchi di Bajamonte, per quanto genero per forza, non è decoroso che campi di lavoro come un bipede qualunque...(passando bruscamente dall'ironico al serio)E di' un po', per l'onor dei Verneda di cui tu ed io portiamo il nome, mi fai adesso il famosopiacere di diventare almeno un pochino rosso di vergogna?...

RICCARDO.

Zio!...

GIACOMO.

(rinforzando, senza dargli tempo a parlare)

No, no, non basta. Non sei rosso abbastanza. Come questo peperone(piglia un peperone rosso dai piatti del dessert rimasti sul tavolo)come questo peperone, ti voglio! Così va bene.

RICCARDO.

Finora hai parlato sempre tu... ma sei ingiusto. Perchè nel mio amore per Lea non entrò mai pensiero sordido di interesse. Che colpa n'ho io se i suoi son ricchi e patrizi? Io non ci pensai, quando ci amammo. Niente di più schietto del nostro amore. Fu una fiamma improvvisa, sublime, che ci travolse entrambi, che unì le anime nostre, i nostri corpi, prima di unirci in faccia alla legge. Liberamente Lea si è data a me per tutta la vita; liberamente a questo amore ho legato il destino di tutta la mia...

GIACOMO.

Fino alla tomba...

RICCARDO.

Sicuro... anzi...

GIACOMO.

(con vivacità beffarda)

Anche più in là?... Bravo! Diffatti, trattandosi di amor sublime,... il bello tra marito e moglie, è amarsi dopo morti!... Tanti mariti volentieri comincerebbero da qui... Però la scadenza essendo sì lunga, ci avrai naturalmente riflettuto ben prima...

RICCARDO.

S'intende...

GIACOMO.

Come me. Anch'io vedi, m'innamorai giovanissimo. E amore, di quel fino! la ragazza era povera, avevo fatto per lei pazzie più di te, perchè nello andare a trovarla, invece di passar dal portinaio, qualche volta passavo dalla finestra,... per non incontrar obbligazioni coi parenti. Quando parlai di sposarla, mio padre, in anticipazione di assegno, mi regalò... due sonori scappellotti e mi mandò a Pisa a finir gli studi. Lei giurò sulla tomba di sua madre di aspettarmi tutto l'anno, io, su quella di mio nonno, di morire se la mi mancava di parola. Al ritornola trovo fidanzata di un altro: le ricordo la promessa e la mi ride sul muso. Per istare in carattere, io dovevo ammazzarmi... ma... era una così bella giornata! i cespugli verdeggiavano, le acacie erano in fiore... uscii a prendere una boccata d'aria!... Di lì a un anno... mi innamoravo come un gatto di quella santa di tua zia. Oggi la mia prima fiamma è sposa felice di un barone che ha nel suo stemma, oltre la sua, le sette corone di Ottone Visconti: e io,... io benedico i paterni scappellotti, perchè, senza di essi, a quest'ora, tutte quelle corone sarebbero mie, e per uno stupido sproposito sull'alba della vita non avrei conosciuto neppur una delle sante gioie, che adesso sul tramonto me la fanno benedire!...

RICCARDO.

E con la mia Lea tutto questo che c'entra?... che vuol dire?

GIACOMO.

(annasando una presa)

Vuol dire — ecco — che la cresima di mio padre, se ti coglievo prima delle nozze, parola di onore, te la davo io; perchè se il chiedere giuramenti alle ragazze di sedici anni è unapazzia, il consegnarli alla legge per tutta la vita, è un delitto...

RICCARDO.

Zio!...

GIACOMO.

(rinforzando)

... un delitto... e l'esporsi al rischio di porre al mondo infelici ne è un altro: poichè la natura, signorino mio, non vuol violenze, e come le nozze di consanguinei, castiga le nozze di adolescenti; e quando il fisico non ha raggiunto il suo sviluppo, quando non si ha ancora(lo piglia per il petto)un torace di misura da passar la rassegna di leva, e si rischia di dar la vita a dei rachitici, signorino mio, non si va dal sindaco!...(guardandogli lo stomaco)Neanche sessanta centimetri!(con gesto comico)Provati a darmi dei nipoti, e poi vedi!...

RICCARDO.

(raumiliato)

Proverò...

GIACOMO.

(fermandosi di botto e guardandolo)

Sai perchè son venuto?

RICCARDO.

Per strapazzarmi... e per darmi del denaro...

GIACOMO.

Vieni qua...

RICCARDO.

(Vuol esser cattivo, non ci riesce...)(s'avvicina allo zio)

GIACOMO.

(con voce bassa alquanto mitigata)

Sei in rotta ancora coi parenti di Lea?...

RICCARDO.

Lo sai bene. Sai che suo padre...

GIACOMO.

Dopo il ratto, ha voluto le nozze, per salvar l'onore; ma ha giurato che in casa sua non metterai mai piede. Speriamo, perchè è di sangue vendicativo, che si limiti lì. Bisognerà dunque prepararsi a lasciar Lea per un po'... e prepararla...

RICCARDO.

Ah?... che! mai!...

GIACOMO.

Non c'è nè mai nè che! Bisognerà ti prepari a lasciare andar Lea. Io ora non le ho voluto dir tutto. Sua madre è a Nizza... molto aggravata; ha desiderato veder la figliuola... Un messo della famiglia, credo, fu spedito a prenderla con una lettera per lei... Dev'essere qui oggi o domani... Sono venuto avanti apposta...

RICCARDO.

Dio mio!... ma è impossibile!... Io non la posso lasciare andar sola!... Se suo padre la rià, non la lascia più tornare...

GIACOMO.

E se suo padre venisse qui lui, in persona, ci vorresti andar insieme?... Lasciati da lui vedere... e stai fresco...

RICCARDO.

(con risolutezza)

E allora io piuttosto...

GIACOMO.

(senza lasciarlo finire)

Tu piuttosto, dopo aver avuto il coraggio dirapire a una madre la figliuola, avresti anche quello di negargliene i baci nell'ora della morte... Adesso stai per farmene dire una grossa...(voce di Lea allegra, vivissima dall'interno che chiama Riccardo)

DETTIeLEA.

LEA.

(di dentro)

Riccardo!... Riccardo!...(entra festosa gridando con una lettera ancor chiusa in mano e agitandola con gioia per aria)Una lettera della mamma!... Una lettera della mamma!... l'ha portata un messo ora!... Cara mamma!... volevo ben dire!...

RICCARDO.

Lea!...(costernato, imbarazzatissimo, fa per toglierle istintivamente la lettera di mano)Da' qua.

LEA.

(ingannandosi sul suo pensiero, sempre allegra)

Vuoi leggerla insieme?... Perchè mi guardi?... No, no, prima leggo io... Curiosone!...(bacia la soprascritta prima di aprirla)Curiosone!...(apre e legge le prime righe)Cielo... mio padre?... in paese... qui... a prendermi?...(scorre con ansia il rimanente e dà in un grido acutissimo)Ah!... mia mamma!... la mia povera mamma!...(Riccardo che le è già dietro l'ha abbracciata, la sorregge; Lea continua piangendo, contorcendosi)Mia mamma muore!... voglio vedere la mamma!...

RICCARDO.

(tenendola abbracciata)

No... no... sentimi, Lea,... mia adorata Lea...

LEA.

(divincolandosi in pianto)

La mamma muore... No, no... voglio vedere la mamma!... voglio vedere la mamma!...(scioltasi a forza dall'abbraccio di Riccardo corre verso l'uscio)

RICCARDO.

(correndole dietro mentr'ella si è già slanciata fuori)

No... no... Lea... fermati.... ti scongiuro... senti... non voglio...

GIACOMO.

(sbarrandogli risoluto sull'uscio il passo, fissandolo severissimo, le braccia incrociate sul petto)

Cosa... non vuoi?...(Riccardo china la testa sotto lo sguardo dello zio)

(Quadro — Cala la tela.)

FINE DELL'ATTO PRIMO.


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