ATTO TERZO

ATTO TERZO

Stanza in un appartamento del villino di Riccardo e Ida a secondo piano. — In fondo porta d'ingresso e un balcone. — A sinistra prima quinta, porta che mette alle stanze di Ida. — A destra porta che mette alle stanze di Riccardo. — Nella stanza quadri e alcune tele in corso di lavoro. — Una di esse senza cornice appesa alla parete, è la tela della fuga d'Egitto già veduta nel primo atto. — Mobiglio artistico, signorile.

Stanza in un appartamento del villino di Riccardo e Ida a secondo piano. — In fondo porta d'ingresso e un balcone. — A sinistra prima quinta, porta che mette alle stanze di Ida. — A destra porta che mette alle stanze di Riccardo. — Nella stanza quadri e alcune tele in corso di lavoro. — Una di esse senza cornice appesa alla parete, è la tela della fuga d'Egitto già veduta nel primo atto. — Mobiglio artistico, signorile.

ZioGIACOMO,per un momento unDOMESTICO.

GIACOMO.

(al Domestico entrando)

La signora Ida?

DOMESTICO.

È di là. Già tre volte ha domandato di lei, se era tornato. La signora par che abbia la febbre...

GIACOMO.

Ditele che l'attendo.(Domestico esce)Povera donna... cioè..., povere donne tutt'e due! Ancora non saprei chi delle due sia più a compiangere!... Oh che pasticcio! che pasticcio!...(passeggiando su e giù)Ecco il bel sugo dei colpi di testa della prima età!... Si piglia per amore il primo riscaldo di sangue, che come viene se ne va, e quando con la giovinezza arriva l'amor vero, ecco lo sterile capriccetto di un'ora torna dal fondo del passato a devastarvi la vita intera!...

IDAeZioGIACOMO.

IDA.

(entrando da sinistra, dalle sue stanze, e correndo a lui affannosa)

L'avete vista?...

GIACOMO.

L'ho vista.

IDA.

(con accento febbrile concitato)

Parlato?...(Giacomo accenna di sì). E così?

GIACOMO.

Verrà qui. Vuol parlare con voi...

IDA.

(c. s.)

Che vi disse?...

GIACOMO.

Quel che una moglie può dire. Che un atto di morte non basta per ammazzare chi è vivo e che la sua fede di matrimonio è in regola e che la moglie deve seguire il marito.

IDA.

Ma e voi?...

GIACOMO.

Io... non so...; di questi pasticci non ne avevo veduti fin qui che in teatro. Ma in atto pratico è un altro paio di maniche. Sapete il caso diMiss Multon e della Donna Pallida?

IDA.

Perchè?

GIACOMO.

Sarebbe il vostro — a rovescio — ma ci vorrebbe per voi.Miss Multonmoglie colpevole del marito fido, e laDonna Pallidamoglie fida del marito infedele — han tutte e due la cattiva idea di tornare dalla tomba in momentoincomodo. Però, sì, entrambe finiscono a pigliare il mondo come viene e se ne tornano via in santa pace... Eh, se per gli imbrogli della vita reale bastassero le ricette dei drammaturghi!...

IDA.

Ma voi dunque... anche voi...

GIACOMO.

Io son d'avviso che nella vita reale nè Miss Multon nè la Donna Pallida avrebber rifatto la strada. Perchè tutt'e due quelle prime mogli avean figliuoli. E prima che una madre rinunzi alla sua prole...

IDA.

(vivissima)

Ah, nevvero! Ma di prole costei non ne ha. Ma non è una madre che torna dalla tomba. La madre son io. Il diritto materno è per me.

GIACOMO.

(con flemma)

Abbiamo anche degli esempi in contrario. Il conte Glauco, per esempio, che ritorna dalle crociate, con un fior di sposa e il bambino annesso, e trova la prima moglie, dal dolor dell'assenza,ancora viva. Il guaio è che il codice l'han fatto dopo le crociate... e quindi regola le cose alla moderna...

IDA.

(impaziente)

E dunque... e dunque?...

GIACOMO.

E dunque, qui bisogna trovare il modo di convincere Lea; altrimenti (tant'è... meglio dir tutto...) altrimenti in linea legale, da qui non s'esce che in questi modi:

a)con un'azione di nullità da parte di Lea, e un processo di bigamia da parte del Fisco...(Ida fa un gesto di spavento che l'altro calma)processo seguito da piena assoluzione per causa di buona fede.

b)con l'obbligo a Riccardo vostro marito — se Lea insiste — di tenersi la prima moglie, e separarsi...(con esitanza)dalla seconda...

IDA.

(con ispavento fra sè)

Da me?!...

GIACOMO.

(proseguendo titubante, senza guardarla)

... la quale a tenor di legge, non è moglie, il matrimonio essendo basato sulla erronea credenza di stato libero, e quindinullo, art. 56, 104, 105.

c)collo stigma di adulterini... ai figli delle seconde nozze, il quale non si può togliere, essendo di questi vietata anche l'adozione. Articolo 205.

IDA.

(angosciata — piangente)

Dio mio!... mio figlio!... povero angiolo mio!...

GIACOMO.

Su, su! Colle disperazioni non si rimedia nulla. Non si tratta di disperarsi, ma di guardar le cose come stanno: e di convincere Lea, colle buone, per pietà di quella creatura, a tornarsene per la via ond'è venuta...

DETTIeLEA;più tardiPEPPINO.

LEA.

(affacciatasi all'ingresso, alle ultime parole avanzandosi)

E chi oserebbe domandarglielo?(a Giacomo)Voi no, non è vero?...

IDA.

Signora!...

LEA.

Perdonate, signora, se non mi sono fatta annunziare. Nella casa di mio marito non mi è parso necessario...

IDA.

Ma io non so...

LEA.

Voi non sapete da che strada i morti ritornino fra i viventi. Felice voi!... Ma che importa! Pur che tornino. Ah, c'è del freddo laggiù! Fa così bene anche ai poveri morti tornare a riscalducciarsi quassù, sotto il sole!

IDA.

Dio mio!...

LEA.

Signor Verneda, avete avvertito la signora delle mie intenzioni? I fantasmi, lo so, sulla terra non han diritti; ma le mogliveresi dice che ne abbiano... se non vi rincrescesse lasciarci breve ora sole?

GIACOMO.

Come v'aggrada!... (Oh che imbroglio!)(nell'andarsene s'avvicina ad Ida e le parla sottovoce)Coraggio!... Parlatele colle buone!... tornerò!...(a Lea appressandosele)Siate pietosa!(guardandole entrambe con compassione)(Oh che imbroglio!) (esce)

LEAedIDA.

(Ida si lascia cader sopra una sedia e sta angosciata, muta)

LEA.

Dunque pare che io sia venuta in mal punto e che molte cose si siano cambiate in casa mia(gesto vivo di Ida)— di mio marito — dopo la mia assenza dai vivi. Voi non ne avete colpa, lo so. Il destino fu amaro ad entrambe. Ma più a me che a voi... Perchè nel cuore di Riccardo voi siete la gioia viva dell'oggi, io l'ombra mesta di un tempo che fu. Ma pesa, ma è triste anche all'ombre l'oblìo! Che colpa è la loro se non sanno rassegnarvisi?...

IDA.

Dio! Ma da che inferno...

LEA.

Da che inferno sono uscita? Che v'importa di saperlo! Pur che uscita ne sia. E poi, se l'inferno mi manda, i tormentati hanno diritto ad un sollievo. Voi non li conoscete quei tormenti, beata voi!... Voi lo ignorate che cosa sia piombar violentemente, nell'alba della vita, dalle braccia di uno sposo amante al freddo giaciglio di un sepolcro di vivi!... Vedersi a sedici anni, in un attimo, tutta la festa del vivere mutata nel silenzio e nel buio!... Mi credettero, mi vollero morta; — eppure là tra le fredde pareti di un chiostro, nelle notti lunghe di pianto, un pensiero, uno solo mi confortava; queste lagrime ch'io verso saranno le sue, queste notti saranno lunghe anche a lui!... Ei non ristarà dal cercarmi, finch'ei non l'abbia trovata la sua Lea!... Egli saprà trarmi di qui!... E quando la disperazione mi diè le forze della fuga e la pietà d'altri m'aperse le porte non ischiuse da lui, per lui solo mi riapparve bella la vita! Sperai, del riapparirgli visione cara, inattesa, lungamente invocata, una gioia che superasse ogni delirio di gioia umana! Vengo...e ritrovo... il mio posto preso da voi. Ebbene, non è giusto. Per tutto quel ch'io soffersi, giuro a Dio che non è giusto. Quel posto è mio. Lo riprendo. Ecco tutto.

IDA.

E il suo cuore siete ben certa di riprenderlo?...

LEA.

E voi così certa di poterne andare superba? Oh, lo so: egli vi deve aver detto: Ci fu un'altra donna che amai, che ebbe il mio nome, che mi sacrificò ogni cosa — perfino sua madre! — e alla quale giurai amore sì fervido da credere che ogni facoltà umana di amare ne restasse esaurita. Ebbene, no, per caso, n'è rimasta ancora qualche briciola,... ve l'offro... e voi quella briciola l'avete raccattata, il vostro orgoglio se n'è accontentato!(con accento sprezzante)

IDA.

Ah, è troppo!...(si padroneggia e ripiglia con un sforzo di calma)E se il suo discorso fosse stato diverso? Se egli fosse venuto a dirmi: Ida, nella vita dell'uomo si ama una volta sola e raramente quella volta è la prima. Nell'alba dei giorni, quando il cuore ignora le battagliedel dubbio e del dolore, la baldanza dell'adolescente chiama col nome d'amore il primo svegliarsi degl'istinti; si ama la prima che s'incontra per via; è il primo amoruccio che ogni uomo ritrova ne' suoi ricordi di scuola. Più tardi viene l'ora solenne che gli rivela la compagna vera. È allora veramente la prima volta ch'egli ama, ch'egli sa leggere nel libro eterno, ch'egli intende nell'amore tutto ciò che è di alto e divino... S'egli m'avesse detto o fatto credere ciò, che direste?...

LEA.

(con calma cupa e sarcastica)

Allora direi che la sventura sta su questo amore, perchè non ha fatto i conti con le tombe. Direi che la vostra parte è già troppo bella, perchè non ve ne dobbiate accontentare e lasciar qualche cosa anche agli altri: perchè un amore così divino non appartiene alla terra, può vivere anche fuori delle sue leggi e del rispetto degli umani. Direi: te felice che la tua parte è migliore della mia: non lamentartene, serba lassù in quella sfera celeste il posto che t'ha dato l'amore: io serbo qui sulla terra il posto che il diritto mi dà.

IDA.

E siete ben sicura che lo sia... il diritto?...

LEA.

Se lo sono!

IDA.

Siete ben sicura che lo sia?! In un'ora di capriccio avete legato alla vostra la vita di un giovane non ancora uomo: a quel capriccio sagrificaste la famiglia, egli a voi sagrificò studii e amor proprio e avvenire. La povertà che era il suo orgoglio, l'ingegno precoce ch'era la sua ricchezza lo invitavano alle vie dell'onore, alle lotte superbe dell'arte: per voi dimenticò sè stesso, quasi adattavasi a vivere della vostra fortuna...

LEA.

Signora!...

IDA.

Ebbene, il destino non permise di compir l'opera. E perchè quel capriccio non era la fiamma divina che sfida il tempo e gli uomini, bastò che gli uomini vi soffiassero sopra, perchè a Riccardo nel cuore non ne restasse più nulla. A me nel cuore di Riccardo... questo angiolo resta!(prende convulsa per mano Peppino entrato in quel mentre)È lui il mio diritto, è la madre che santifica le nozze, è la madre!...Voi, non madre, siete il sogno sterile, il nulla: io sono la famiglia, ossia il tutto!... Ma ditelo ancora che il diritto siete voi!...(dette queste parole con impeto, ribacia febbrilmente il suo piccino)Peppino mio!...

PEPPINO.

O mamma, perchè piangi? È quella signora cattiva che ti fa piangere...

IDA.

No, no, stai zitto, mio angiolo! Nessuno(guardando Lea)vuol far male alla mamma. E di questo(additandolo a Lea)che intendete di farne? Perchè il vostro diritto è lo stigma del bastardo per lui. Che male vi ha fatto questo essere? Chi avete da difendere contro di lui? Perchè è lui che difendo, non me. Siete piombata come il fulmine sulla mia vita — e sia pure. Avete per voi la legge, valetevene. Se dovrò uscire da questa casa, ne uscirò. Ma badate a mio figlio, badate a mio figlio!... perchè anche la leonessa protegge i suoi nati; così io proteggo il mio e non conosco un diritto più alto sulla terra, dopo quello di Dio!...(entra Riccardo)

DETTIeRICCARDO.

IDA.

(proseguendo, a Riccardo che s'affaccia)

Ma vieni, vieni, Riccardo!... Ma proteggi me, proteggi il sangue tuo contro questo fantasma della tomba!...(coprendo con moto convulso della propria persona il bambino e quasi riparandosi seco dietro la persona di Riccardo)

LEA.

(come per movere a lui)

Riccardo!...

(Riccardo rimane muto, visibilmente in preda a violenta lotta, gli occhi a terra)

PEPPINO.

(aggrappandosi alla mamma)

Mamma, mamma... non piangere!...(a Lea)Signora cattiva, se facessero piangere la mamma tua...

LEA.

(arrestandosi come fulminata dalle parole ultime del piccino)

Mia mamma!... mia povera mamma!... Morta per me!...(cade in ginocchio)Infatti era giusto... Ecco il castigo.(si rialza e va con passo risoluto al gruppo dei tre. Il piccino si schermisce aggrappandosi intimorito alle vesti della mamma: ma Lea chinatosi per baciarlo, gli parla dolcissimo)No, no, piccino, non aver paura. La mamma tua non piangerà più.(a Ida)Ringraziate questa creatura... il vostro angiolo che ha vinto. Lasciatemi brevi istanti con lui.(additando Riccardo che si è abbandonato con angoscia sopra una sedia, la testa nelle mani)

IDA.

(tra rassicurata e dubitosa interrogando alternamente dello sguardo Riccardo e Lea)

Ma...

LEA.

(con voce triste ed amara)

Non vi basta la vittoria? Anche gli istanti mi vorreste contare? Oggi sono ancora io la legge, il diritto. Domani comanderete voi.

(Riccardo è balzato in piedi guardando Ida: questa, fissandolo, gli mostra il piccino che le si è avviticchiato alle vesti, e non cessando di additarglielo esce lenta con lui: sulla soglia abbraccia il piccino in uno scoppio di pianto)

RICCARDO e LEA.

(rimasti soli, Riccardo al lato opposto, violentemente commosso, cupo, gli occhi a terra senza guardar Lea, questa dapprima dirigesi lentamente al balcone, vi s'affaccia, guarda fuori, poi torna verso Riccardo)

LEA.

(con accento calmo a Riccardo che muto immobile, le braccia conserte tien gli occhi a terra)

Avete udito vostra moglie?... Voi che ne dite?...(Riccardo non risponde)Nulla? Bene, dirò io. Io avevo torto. Ed è vostro figlio che ha ragione. L'ho sentito nel suo pianto. È ame che tocca di scomparire. Scomparirò... perchè dell'oblìo vostro non pesi sopra quell'angiolo il castigo.

RICCARDO.

(violentemente commosso)

Oh Lea! voi siete generosa e grande — ma io, io non potrò mai perdonarmi...

LEA.

Oh, non frasi, non frasi... Non è il momento. Voi vi perdonerete da voi stesso e questo ed altro. Siamo tutti indulgenti verso noi. Quanto al perdono mio, perchè dovrei negarvelo? Paghiamo entrambi l'errore di esserci scambiati giuramenti nell'età che i giuramenti non tengono. Ma dalla esistenza vostra dipendono altre. Io sono libera. Riparar l'errore tocca a me.

RICCARDO.

Così me lo dite? E niente... niente altro a dirmi avete?... Che sarà di voi?...

LEA.

Oh, non cerchiamo di intenerirci e lasciamo da banda, ve ne prego, i falsi scrupoli! Guardate: quando venni qui, ho creduto, ho sognato che il ritorno del passato fosse possibile; tanto avevo sofferto, aspettando di vederlo tornare!... Ora l'illusione è svanita. Perchè il mio amoreera fatto tutto quanto di fede nel vostro: questa fede mi rendeva bello il soffrire, mi consolava le notti di sogni, mi faceva amare il mio dolore. La mia mente vi immaginava infelice, trascinante per il mondo, nel chiuso dell'anima, la religione di un'ora d'ebrezza, la fede cavalleresca a una memoria, a una imagine, a un nome. Invece... vi ritrovo felice ed amato, in un mondo di affetti del quale io non sono più. Che resta? Da un lato una vuota formula di cose morte, dall'altro il diritto di un essere che s'affaccia alla vita. È giusto che l'ombra ceda il posto al mattino. Addio.

RICCARDO.

No, voi non dovete, non potete così partirvene... se è vero che avete perdonato. Non cerco scuse... no... Nella lotta orrenda di questo giorno sento un castigo che meritai, ma mi sento migliore di quel che volle il destino. Mio figlio, quell'angiolo, dianzi nel pianto si lagnava di voi e ogni suo ingiusto lamento era una fitta per me. La vostra partenza in questa forma, mi aggiungerebbe rimorso a rimorso. Io non vedo nel cuor vostro le vostre intenzioni: ma vedo qui un sacrificio che mi fa paura. Dove contate di andare?...

LEA.

(cupa)

Non so.

RICCARDO.

Che contate di fare?

LEA.

Non so. Non vi date pena. Non pretenderete che il vincolo che non fu catena per voi, poichè io ve ne sciolgo, resti catena per me. Muterò nome... andrò lontano...(Lea parla come fra sè, con sorriso amaro, a voce lenta, rotta, che ha in fondo le lagrime)Sono giovane ancora...; alla mia età la vita deve avere ancora sorrisi e carezze — ne conobbi sì poche! anch'io ho diritto alla mia parte!...(come cessando il monologo, si volge vivamente a Riccardo)Guardatemi! Oh, non sono più la ragazza da collegio, il fantoccio roseo di un tempo. Sono donna e bella... se fossi stata così quando ci sposammo, oh non mi avreste così presto dimenticata! Se fossi stata così, non li avreste obliati i baci di Lea! come di ferro rovente vi avrebbero bruciato le carni... e un altro pegno ci avrebbe riuniti... e allora anch'io, anch'io avrei difeso i miei nati... nel mio nido!...nel mio nido!...(le ultime parole muojono in un singulto di pianto)

RICCARDO.

(violentemente commosso)

Lea!... Lea!...

LEA.

(cercando ricomporsi e sorridere)

Oh, lasciatemi dargli un ultimo sguardo... al vostro nido!...(guarda intorno per la stanza)Come si deve amar quietamente, dolcemente, qui dentro!... meglio che non là fra le ansie e i rimorsi, nella osteria del villaggio!... Ve ne rammentate?...(con subito mutamento d'inflessione)Te ne rammenti, Riccardo?... Ah!...(il di lei sguardo cade sulla tela appesa alla parete: vi si accosta e la addita a Riccardo)E questa qui ancora la lasci? La fuga in Egitto!(mestissima)La nostra!...(esamina da presso la tela proseguendo con sorriso amaro)Perchè non l'hai finito?... Confessa che non t'è bastato l'animo...

RICCARDO.

No... mi faceva troppo male...

LEA.

Lo vedi che i ricordi di certi giorni nonmuoiono mai interi!... E le sembianze della Madonna... da chi le hai copiate, te lo rammenti?...(guardando la tela)Come era giovane allora la tua Madonna!... Però adesso i capelli... ce li ho più lunghi di quelli lì... più belli e più lunghi!...(sempre contemplando il quadro si viene snodando la capigliatura che le ricade sciolta, in massa foltissima e bionda, fin quasi ai piedi, poi si volge a Riccardo)La tua Ida così non ce li ha!...(indietreggiando verso il balcone guarda fisso con occhi ardenti Riccardo che a sua volta la guarda e par sotto il fascino di quella trasformazione di bellezza)Che mi guardi?... Perchè mi guardi?...

RICCARDO.

(a poco a poco sotto il fascino dello sguardo di Lea le si è venuto accostando, e piegando un ginocchio le dice con accento soffocato, supplichevole, affettuosissimo)

Lea!... perdonami!...

LEA.

(chinandosi su lui e prendendogli la testa nelle mani, gli susurra all'orecchio con accento rapido a fior di labbro)

Mi ami ancora?... Mi ami?...

RICCARDO.

Sì.

LEA.

(c. s.)

Verresti meco?

RICCARDO.

Sì.

LEA.

(che già si ritrova a due passi dal balcone, al sì di Riccardo ritirando ratta le mani dalla testa di lui, si drizza della persona ed esclama con accento vibratissimo)

Ah! era ciò che volevo!...(Riccardo la guarda sorpreso: ella soggiunge con sentimento profondo e voce dolcissima, quasi parlando fra sè)Ora sì che l'andarsene è bello!...(si volge a Riccardo che ansioso cogli occhi la interroga, gli pone affettuosa una mano sulla spalla e con accento dolce soggiunge)No... no... Vivi a tuo figlio...(Riccardo volge altrove la testa e si cela la faccia nelle mani per nascondere il pianto. Lea si è appoggiata affettuosa sulla spalla di lui standogli dietro, a un passo dal balcone)... il passato sta bene nella tomba... ebbe torto ad uscirne...

DETTI, IDAePEPPINO.

(Ida col piccino si è affacciata dall'uscio, guardando ansiosa Riccardo e Lea; al comparire del piccino e di Ida, Lea getta alla rivale un'occhiata, si stacca rapidissima da Riccardo, e rivolta verso Ida termina la frase)...

... e ci ritorna!...

(in un lampo si getta dal balcone, ancor prima che Ida, che ha visto l'atto disperato e getta un grido di terrore e d'angoscia, abbia potuto accorrere a lei. Risponde al suo un grido di Riccardo che si precipita verso il balcone, mentre Idacade in ginocchio presso il suo bambino, e se lo stringe atterrita, convulsa nelle braccia).

(Cala la tela)

FINE.

NOTE:1.Eugenio Lombardi, il benemerito dirigente delTeatro Manzonidi Milano.

1.Eugenio Lombardi, il benemerito dirigente delTeatro Manzonidi Milano.

1.Eugenio Lombardi, il benemerito dirigente delTeatro Manzonidi Milano.

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


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