LETTURA DICIOTTESIMA.CONCLUSIONE.

LETTURA DICIOTTESIMA.CONCLUSIONE.

Noi siamo giunti al fine della nostra breve peregrinazione a traverso l'Olimpo vedico, contemplando la figura di Rudra-Çiva. Noi abbiamo considerato il primo aspetto del Dio; per studiare, nella sua interezza, il secondo, dovemmo mutare d'ambiente storico, e però necessariamente d'ambiente mitico. Poichè, ammesso ciò che non si nega più da ogni mitologo intelligente, risultare il mito dal linguaggio insieme e dalle idee che quel linguaggio esprime, ossia dalle immagini figurate ed animate del linguaggio, poichè le idee si trasformano insieme con le parole, anche le mitologie passano necessariamente per stadii diversi. Così nell'India abbiamo collegate fra loro e pure distinte due mitologie, la vedica e la brâhmanica, come abbiamo due civiltà, e due lingue fra loro collegate e pure distinte, la vedica e la brâhmanica; a queste due lingue, civiltà e mitologie, se ne potrebbe ancora, nell'India, aggiungere una terza, ch'è la lingua sacra, la civiltà, la mitologia buddhistica. E, col trasformarsi delle mitologie, anche le religioni che posano sopra di esse, si modificano. La mitologia vedica s'accompagna con un culto religioso de' fenomeni più splendidi e delle forze più temute della natura; la mitologia brâhmanicache ingigantisce gli Dei senza farli più luminosi e più venerabili, si accompagna con una idolatria mostruosa; la leggenda mitica spirituale del Buddha porta alla sua suprema esagerazione l'ascetismo. Ogni età storica ha un suo carattere particolare; se vi è capacità morale in una razza di creare il mito, e se questa razza può contare più di una età storica, essa muterà necessariamente di mitologia e di religione col mutarsi di civiltà e di linguaggio. Ma, come nessun linguaggio è così distinto dal suo predecessore da farlo dimenticare, così nessuna nuova mitologia fa intieramente dimenticare l'antica, da cui si è svolta. Accade nella successione mitologica quello che si osserva nella successione ereditaria di padre in figlio. Certamente l'eredità che il figlio riceve dal padre o dagli avi, è gran parte del suo organismo; ma, poichè l'educazione di questo nuovo organismo è inevitabilmente diversa da quella che ricevette l'organismo precedente, poichè i mezzi, coi quali il figlio vive e l'ambiente storico, in cui si agita, sono diversi da quelli, coi quali visse e in cui s'agitò il padre, per questa sola diversità d'educazione, di mezzi e d'ambiente si produce un nuovo carattere morale. Così il carattere mitologico appare diverso secondo le età storiche, nelle quali si manifesta. Ebbe quindi ragione il professor Adalberto Kuhn, uno de' fondatori illustri della Mitologia comparata, in un recente suo notevole discorso letto all'Accademia delle scienze di Berlino (Ueber Entwicklungsstufen der Mythenbildung), di negare l'esistenza di un solo periodo mitico. Tuttavia, se si devono ammettere parecchi periodi di creazione mitica, chè, negandoli, si negherebbero all'uomo moderno intieramente quelle facoltà poetiche, ideali, inventive, che si riconoscono all'uomo primitivo, non bisogna poi dimenticare le ragioni, per le quali l'uomo primitivo era più atto dell'uomo civile acreare il mito, e le ragioni, per le quali un mito elementare che si lasciava creare da un uomo primitivo, non si potrebbe più inventare da un uomo incivilito. Per crear miti è necessaria molta ingenuità, e la molta ingenuità s'accompagna per lo più con la molta ignoranza; l'entusiasmo poetico che si sente innanzi alla natura è ancor esso una illusione creata da una specie d'ignoranza; il poeta vede nell'aurora la fanciulla che sparge rose, che apre con rosee dita la finestra d'oriente; lo scienziato considera attentamente il fenomeno, lo sottopone ad una fredda analisi, calcola la distanza ed i riflessi de' raggi solari sopra un cielo simile ad una vôlta azzurra, ma che non è in realtà nè azzurro nè vôlta, e si mostra solo con quel colore, con quella forma alla nostra vista ingannata; e, arrivato a quella conoscenza, lo scienziato non solo non crea più alcun mito sopra l'aurora, ma non lo lascia più creare. Perciò mi convien ripetere quello che ho già affermato nell'aprire queste letture; se si creano ancora miti, il solo che li crea è il popolo, perchè più ingenuo e più prossimo alla natura; i poeti cittadini possono guastare i miti, con la pretesa di abbellirli, di ornarli, come fece Ovidio con le sueMetamorfosi, ma non già creare alcun mito vivace. Se vi furono dunque parecchi periodi storici, ne' quali si crearono ordini diversi di miti, convien pur sempre ritenere che nessun terreno, nessun tempo, nessun linguaggio tra quelli che conosciamo fu più propizio alla creazione dei miti, che il terreno, il tempo, il linguaggio vedico. Noi siamo richiamati ad una regione, nella quale i fenomeni naturali si manifestano più ricchi e più grandiosi, ad un'età patriarcale, ad un linguaggio particolarmente agile, vivace e trasparente. Io ho detto esser necessaria molta ingenuità per creare i miti, ma s'intende che questa qualità negativa non basterebbe da sola a produrre altro che facili e volgari idolatrie;ma il popolo che cantava gl'Inni vedici aveva ancora un sentimento vivacissimo, ed una immaginazione ardente, due qualità necessarie a produrre l'entusiasmo poetico, primo artefice di miti. Dico primo e non unico. Poichè, come ho già avvertito più volte, e, come spero aver dimostrato con un sufficiente numero di esempi, un gran numero di miti nacque sopra un solo equivoco di linguaggio. Quando noi tra le opere indiane ne troviamo una che ci reca i mille appellativi di Vishnu, un'altra che ci offre i mille appellativi del Sole, da questa ricchezza d'appellativi attribuiti ad un solo essere mitico comprendiamo insieme tre cose: 1ª che quella ricchezza d'appellativi è prova della potenza immaginativa, ossia poetica, del popolo che sapeva inventarli; 2ª che, diventando quegli appellativi figure mitiche distinte, un solo Dio poteva moltiplicarsi e trasformarsi tante volte, quanti erano i suoi appellativi poetici; 3ª che scambiandosi l'uno con l'altro gli appellativi di uno stesso Dio, o, come più spesso avvenne, l'appellativo d'un Dio con quello d'un altro, essendo impossibile che alcuno degli appellativi dati in gran numero ad un solo Dio non ritornasse come appellativo proprio d'alcun altro Dio, da questo scambio nasceva un equivoco, e da questo equivoco molte volte un intiero ordine di miti. E gli equivoci possono essere diversi secondo le età; vi sono, per esempio, equivoci spontanei, come quello che nasce fra la nuvola e la montagna, fra i due Krishna, il vedico ed il brâhmanico, fra la Pr'ithivî celeste e la Pr'ithivî terrestre; vi sono equivoci per ignoranza mista ad un po' di malizia, come abbiamo veduto essere quello nato tra gli stessi poeti vedici sopra la parolaçipivishta; vi sono finalmente equivoci originati dalla ignoranza de' commentatori, e questi, come sono della peggiore specie, così alimentano una mitologia grottesca, massiccia, che vive alle spese della credulitàdel volgo, ma non contiene in sè stessa alcun germe vitale. Ma, se gli equivoci d'un'età sono diversi da quelli d'un'altra, la tendenza a crear miti per mezzo di equivoci è un fatto antico e costante. Nuovi miti possono certamente apparire nella storia, e vi sono alcuni miti recenti, come ve ne sono moltissimi antichi. Il voler pertanto spiegare ogni mito col richiamarlo, come a sua prima fonte immediata, ai miti vedici, sarebbe sicuramente impresa temeraria; poichè il nostro linguaggio non rimase inerte dall'età, in cui si produsse nelle sue primitive forme ariane, convien supporre che esso, svolgendosi, abbia pure creato la sua parte di miti caratteristici. Ma ciò che importa a noi, quando accostiamo un mito occidentale ad un mito orientale, non è già il mostrare la provenienza di quello da questo, sebbene, per parecchi miti europei, sia necessario il riconoscere la loro provenienza asiatica, non essendo possibile l'ammettere che gli Europei togliessero dall'Asia il loro linguaggio privo di ogni contenuto mitico, che vorrebbe dire privo d'immagini poetiche, ma sì di ritrovare una sola legge costante nella generazione di miti conformi.

De' miti gli uni sono antichi ed ereditarii, gli altri sono moderni e nostri; degli ereditarii gli uni sono di origine orientale, gli altri nazionali. Come confrontiamo gli antichi nostri miti con gli orientali, così è utile il confrontare anche i moderni, fondati sopra lo stesso principio di produzione mitica. Io ho già citato ilvin di nuvolidel linguaggio popolare toscano e piemontese, con cui si esprime l'acqua piovana; ecco un mito moderno, che ho creduto di poter riscontrare nel mito indiano equivalente diKabandha, ossia della nuvola barile, sebbene certamente il contadino toscano e piemontese non abbiano avuto bisogno d'alcuna nozione tradizionale per immaginare il loro mito. Così, quando in Piemonte piove damolti giorni, suolsi dire:tempo di Dio seguita; quando una tale espressione non sia derivata dalla tradizione biblica del Diluvio, quelDiofatto sinonimo di pluvio ci richiama al cielo, ossia al Giove pluvio, e questi alla sua volta si ricongiunge col vedicoDyu, Dyaus, col cielo medio, che, sotto il nome d'Indra, diviene pluvio. Ecco una foggia di mito ereditario, il quale può essere nato sul suolo italiano, come derivato dal suolo asiatico; ma qualunque sia la sua antichità, la espressione del linguaggio piemontese vuol essere considerata come un vero mito, ed un tal mito è della stessa natura di quelli che i poeti vedici ci hanno descritti; e merita pertanto che il psicologo comparatore se ne occupi. Quando il dotto mitologo Mannhardt, nel suo bel saggioSui demonii del grano, mi fa conoscere che il popolo tedesco conosce pure un demonio delle patate, sono lontano, non ignorando come sia moderna la coltura di questa pianta in Europa, dal voler inferire che bisogna ricercare ne' miti primitivi un demonio delle patate; bensì, invece, argomento che un'antica nozione mitica, secondo la quale gli esseri demoniaci penetravano nelle piante per mandarle a male, mantenutasi viva nella tradizione popolare tedesca, prese una nuova forma speciale sopra un nuovo oggetto; e non commetto quindi nessun arbitrio, quando ricerco pure nel demonio delle patate una prova della persistenza che hanno i miti ariani nella loro stessa varietà. Egli era, per lo stesso principio critico, che, or sono ben sei anni, da questa stessa cattedra, discorrendo del ciclo epico Carolingio, io, pure nell'ammettere il concorso occasionale di nuovi elementi storici francesi alla formazione dell'epopea Carolingia, osai riscontrare i nuovi eroi medioevali coi loro antichi fratelli mitici indiani. Lasciate che critici di mala fede vengano a provocare le risa del volgo con la stolidaaccusa che tutte le tradizioni popolari odierne siano da noi spiegate coi soli miti vedici, dai quali, secondo essi, li facciamo immediatamente discendere; con avversarii di tal natura sarebbe sterile ogni lotta; ma, questo m'importa bene che fermiate nella mente: che se vi sono degli stadii diversi di forme mitologiche, vi è continuità e identità di principio che le governa e ne determina lo svolgimento. La difficoltà maggiore sta, senza dubbio, nel determinare se un fatto mitico sia antico o moderno, indigeno od importato; e, in tale ricerca, spesso l'acume dello storico delle mitologie non basta, poichè mancano ancora a questa storia segreta del genere umano, contenuta ne' miti, troppi documenti; ma, se non si può sempre determinare la provenienza d'un fatto mitico, la sua sostanza mitica non può essere contestata se non dalla molta mala fede o dalla molta ignoranza degli ostinati oppositori della Mitologia comparata. Accettando, pertanto, in massima il principio stabilito dal professor Kuhn nella sua dotta dissertazione, per temperare l'opinione che gli parve un poco troppo assoluta del professor Max Müller, il quale poneva l'origine de' miti nella sola sede originaria asiatica della stirpe indo-europea, parmi che convenga, anzi tutto, fare una distinzione molto viva tra i miti primarii ed i miti secondarii; i miti primarii, o espliciti od in germe, furono portati tutti dalle sedi asiatiche in Occidente; inoltre, nello stadio de' miti secondarii, per quanto lontani ed isolati, vuolsi riconoscere sempre una stessa legge o meglio un complesso di leggi, di formazione mitica, legge o complesso di leggi, in cui trova la sua ragione scientifica la Mitologia comparata, e senza la quale essa riuscirebbe ad uno studio vano e capriccioso.

Con tale opinione ch'io sono venuto formandomi intorno alla scienza che qui ci occupa, io non vi renderòaltra ragione del metodo che, in questo primo corso di Mitologia vedica, mi è sembrato di dover seguire. La mitologia vedica somiglia tuttora ad un vasto mosaico senza disegno composto di pietre preziose. Io ho tentato di dare una prima distribuzione critica alla materia, classificando, in letture distinte, gli Dei più eminenti dell'Olimpo vedico. Incominciai col dimostrarvi come, da prima, le sole forze della natura fossero cantate col loro proprio nome, come dalla poesia che le cantava siasi naturalmente disegnata la prima mitologia, ossia come sopra i fenomeni celesti siano nati gli Eroi divini. Tentai quindi indicare quale fosse il principale fenomeno rappresentato dal Dio eroico, e come da questa figura divina, per un concepimento più largo, più grandioso, più universale della totalità de' fenomeni celesti, sia sorto, dopo il Dio eroico, il Dio astratto o metafisico; ma di questo stesso Dio metafisico tentai pure determinare il limite fisico probabile, sopra il quale s'innalzò; così che per noi rimarrebbe, dalla caratteristica che abbiamo data agli Dei vedici, persuaso che tutta la mitologia vedica ne' suoi tre stadii ha un solo fondamento fisico, e che la fisica, la quale muove gli Dei vedici, è la sola fisica celeste. Nella brevità de' limiti concessi a queste mie letture, io non potei recare nè molte nozioni nuove, e nè pure tutte le nozioni già aperte agli studiosi vedisti intorno agli Dei dell'Olimpo vedico; ma spero bene aver fatto abbastanza per rilevare e stabilire di ciascun Dio il suo carattere eminente, come desidero non essermi ingannato in quelle nuove interpretazioni che ho cercato proporvi di certi nomi e fatti mitici. S'io avessi inteso a divertirvi con una pomposa descrizione dell'Olimpo vedico, l'India non mi avrebbe negato i suoi colori per farvene una splendida rappresentazione. Ma, se mi lusingherei che m'avreste prestato più fida e più animata attenzione, sentirei vergogna dime stesso, ove, per raccogliere fugacemente un vantaggio artistico, fossi venuto a tradire un mio grave dovere come studioso. Un poeta potrebbe certamente con gli Dei delRigvedacomporre un panteon glorioso, e riempirlo d'armonia e di luce; ma pel critico, che attraversa gl'Inni vedici, questa luce e quest'armonia non appaiono punto costanti; vi sono sprazzi di luce, vi sono momenti di serena tranquillità; ma, al di fuori dell'idillio degli Açvin e dell'Aurora, e delle battaglie d'Indra, nessuna impresa mitica si trova illuminata nelRigvedadi piena luce, onde, facendo parlare il solo testo, vi possiate appassionare per quegli Dei; alla lirica vedica mancò il suo epico Omero; e tra i poeti vedici e gli ellenici corre questa differenza, che i primi sono in atto di creare i loro Dei, i secondi già intenti ad ornarli; se il mondo vedico si fosse potuto continuare, in modo immediato, nell'India gangetica, forse que' stessi poeti che scrissero ilRâmâyanaed ilMahâbhâratasarebbero riusciti, con la loro mirabile potenza artistica, a completarci in modo più grandioso e poetico la figura degli Dei vedici; ma questo secondo periodo di elaborazione mitologica per mezzo dell'arte mancò all'India; fra il periodo lirico delle tribù e il periodo epico delle caste corre uno spazio di tempo enorme, nel quale i miti vedici o si pèrdono o si corrompono; quando ilRâmâyanaed ilMahâbhâratafurono scritti, alla società patriarcale vedica era già sottentrata la società castale brâhmanica, e coi moncherini degli Dei vedici s'erano già fabbricati e collocati molto visibilmente, in forme strane, grottesche ed immobili, sopra la terra, idoli giganteschi e mostruosi. La mitologia vedica può quindi constare di soli bei frammenti; mia industria presente fu di dare a tali frammenti qualche ordine logico, e di argomentare a quale intiero organismo divino un tal frammento possa ricongiungersinella storia de' miti, ossia in quale famiglia mitica abbia trovato il suo più probabile svolgimento. Fu lavoro delicato e, lo confesso, pieno di pericoli; ma non sarà, io spero, di vergogna a me l'averlo tentato, nè d'intiero perditempo a voi l'aver tenuto dietro a queste indagini, sopra un terreno ancora tutto ingombro di sassi e di spine, ma dove non vi è viaggiatore volonteroso che non possa incontrar qualche fiore.

FINE.


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