LETTURA QUARTA.IL SOLE.
Quando si parla ne' giorni nostri di mitologi, voglionsi essi rappresentare come una specie di sognatori bizzarri, aventi certa loro idea fissa che il sole sia il Dio unico, il Dio universale, in cui si confondono, da cui partono, a cui ritornano tutti gli Dei. Niente di più inesatto e d'ingiusto che un tale giudizio, nato forse dall'avere inteso come il Dupuis, in un'opera più citata che letta, sul fine del secolo passato, interpretasse tutti i miti col sistema solare, il che non è neppure assolutamente vero pel Dupuis, e dalla falsa credenza che i moderni Mitologi comparatori non abbiano altro oggetto, se non quello di dimostrare il sistema solare in tutte le mitologie, aiutati nella comparazione dai sussidii della filologia.
Certamente il tentativo del Dupuis non è punto dispregevole, e, per quanto il difetto di metodo scientifico e la esagerazione sistematica, alla quale il mitologo francese, uscito dalla scuola scettica dell'Enciclopedia, portò il proprio sistema, abbia screditato il libro, non si può negare al Dupuis il merito d'avere, con molto ingegno, intuito la verità fondamentale dell'odierna scienza della mitologia, che cioè non solo la natura fisica, ma particolarmente la celeste, ne' suoi aspettianimati, abbia prodottoi miti. Ma, chi credesse che gli odierni Mitologi comparatori derivano l'origine di tutti i miti dal sole, commetterebbe lo stesso errore, nel quale incorsero alcuni critici contemporanei, i quali, per aver veduto il professor Max Müller studiare particolarmente gli Inni vedici riferentisi all'aurora e rilevarne pertanto i miti che si riferiscono ad essa, sentenziarono che la mitologia comparata non vede nel mito se non aurore; per aver visto come il professor Adalberto Kuhn, secondato dal Mannhardt, studiasse specialmente gli Inni vedici, ne' quali si rappresentano i fenomeni naturali del cielo ventoso, nuvoloso, tonante, fulminante, sentenziarono che la mitologia comparata vede solamente nel mito nuvole, lampi, fulmini e tuoni. Per questo errore di raziocinio si calunniarono i nostri studii come capricciosi, quasi che, nella interpretazione mitologica, ciascun mitologo abbia la sua idea ristretta, secondo la quale disfà tutto il lavoro intrapreso da' suoi predecessori per rimettere sul telaio un'opera nuova. Senza dubbio, ogni mitologo può avere i suoi miti prediletti, e, per tale predilezione, lasciar loro invadere alcuna volta il campo che non appartiene più accertatamente ad essi; ma esagerare la propria idea simpatica non vuol già dire negare le idee ad altri simpatiche. Ora, in questo studio, nel quale tutto ciò che si manifesta d'essenziale presso la mitologia vedica vorrei vi fosse dimostrato, spero non meritare l'accusa d'avere trasportato i miti molteplici fuori del loro proprio campo, sì che vi riesca non solo possibile, ma necessario il persuadervi come la mitologia comparata all'infuori della sua tèsi generale che i miti primordiali s'abbiano a spiegare nel cielo, non permette ad alcun mitologo l'arbitrio di rappresentarla tutta con un solo ordine di rappresentazioni de' fenomeni naturali. Noi abbiamo veduto fin qui il Dio cielo ela Dea aurora; oggi vedremo il Dio Sole; in seguito ci appariranno il Dio Luno o la Dea Luna, il Dio fuoco, il Dio vento, la Dea acqua, come si raffigurarono dagli antichi nostri fratelli Arii nel cielo. Voi vedete dunque che per noi il mito elementare, sebbene appaia sempre nel cielo, non è uno solo; che per noi la mitologia non si spiega con un solo fatto, con un solo fenomeno celeste, e che non siamo, per conto degli Autori dei più antichi Inni vedici, idolatri d'alcuna forma speciale del cielo, ma che sentiamo anche noi e ricerchiamo negli Inni vedici, espresso con poetiche immagini, le quali divennero miti, tutto l'entusiasmo provato innanzi alla magnificenza e varietà degli spettacoli della natura animata, e specialmente della vôlta celeste, la quale, sfuggendo più alla nostra analisi, dovette maggiormente accendere la nostra immaginazione.
Ma, poichè tra le forme celesti, la più splendida, abbagliante, animata, potente, benefica è sicuramente il sole, nessuna meraviglia che l'aurora annunziatrice, apportatrice del sole, e il sole stesso abbiano svegliato i primi inni lirici dell'uomo poeta. La lingua sanscrita conosce niente meno che mille appellativi del sole, i quali si trovano raccolti insieme in uno speciale catalogo indiano.[11]Questa abbondanza di appellativi è una prova evidente dell'attenzione che fu nell'India prodigata al sole; alcuni di essi confondonsi con quelli del Dio Vishnu, ch'ebbe ancor esso, come vedremo, l'onore di ricevere mille appellativi sanscriti. Noi non possiamo, occupandoci qui di sola mitologia vedica, considerare singolarmente quegli appellativi; ma ho voluto richiamare l'attenzione vostra sopra la loro ricchezza in generale, perchè non vi rechi meraviglia l'intendere che il solenegli Inni vedici è celebrato con parecchi nomi, ma specialmente con quelli diSûrya, il sole per eccellenza;Savitar, il sole generatore;Pûshan, il sole nutritore;Bhaga, il sole benefico e venerando (osservo, per incidente, come il corrispondente slavo di questa parola,bog, servì ad esprimere il nome diDio). A questi quattro nomi solari vedici si potrebbe aggiungere ancora quello diMitra, che ora appare il cielo diurno, ora il reggitore del cielo diurno, del giorno, ossia il sole. Altri nomi vedici del sole sono:Aryaman, Vivasvat, Daksha, Ança, Dhâtar, Varuna, Indras, che rappresentano pure il sole in momenti diversi. Tutte le forme del sole sono poi chiamate col nome complessivo diÂdityâs, ossia difigli di Aditi, in questo caso, il cielo; e poichè il sole o il cielo luminoso può essere compreso secondo il vario modo di osservarlo in un numero diverso di forme, così gliÂdityâsci appaiono negli Inni vedici ora sei, ora sette, ora otto, ora finalmente dodici, e, come tali, furono più tardi preposti a reggere singolarmente i singoli mesi dell'anno, dopo avere probabilmente presieduto alle ore o stazioni del giorno. La essenza degliÂdityâsè la luce dell'Aditi celeste. Moltiplicatasi l'Âditya per eccellenza, il cielo luminoso nei suoi diversi momenti, per dodici, diventò pure probabilmente un genio reggitore delle ore, come di poi certamente un genio reggitore dei mesi; ma, in origine, l'Âditya dovette essere un solo, il cielo diurno, il sole reggitore del cielo diurno, a cui s'oppose il cielo notturno, il reggitore del cielo notturno: l'Âditya, il sole reggitore del cielo diurno, fu chiamatoMitra, ossia l'amico; l'Âditya, reggitore speciale del cielo notturno, fu chiamatoVaruna. MaVarunaè propriamente una personificazione del cielo; e perchè nella notte, sebbene il sole si ritiri, il cielo appare sempre, risplende sempre, anche se non vi sia la luna,Varuna è l'indestruttibile, ossia quello che risplende sempre, rimanendo al suo posto. Egli fu quindi, come reggitore perenne del cielo, assunto a personificare tra gli Dei la maestà regia, immobile nel suo splendore; a comprendere la qual personificazione non dobbiamo certamente figurarci l'abito disinvolto e democratico de' nostri Re costituzionali, ma trasportarci col pensiero al cerimoniale delle reggie orientali, nelle quali il Re, coperto di ori e di gemme, seduto sopra il suo trono d'oro, sotto un padiglione tempestato di gemme, si ammirava e s'ammira ancora in ragione della sua splendida immobilità. Per questa ragione, il cielo nel suo splendore diurno e notturno, ma specialmente notturno, in cui le stelle rappresentano le gemme del regio paludamento, preso il nome diVaruna, rappresentò la solenne maestà e potestà regia fra gli Dei immortali; e come eternamente immobile è naturalmente Âditya, ossia figlio dell'eterna immobile, figlio di Aditi, la vôlta celeste. Degli Âdityâs adunque ne abbiamo due essenziali:Mitra, il cielo amico, l'amico, che si riferisce particolarmente al giorno, e, come reggitore del giorno, si confonde col sole;Varuna, il cielo, che persiste anche nella notte, e che perciò si rappresenta spesso, in opposizione a Mitra, come speciale reggitore della notte. Dal cielo il re Varuna, abbracciando i tre mondi (la vôlta celeste fa veramente questo, nella sua forma convessa), lancia nell'aria il sole d'oro; fa col suo alito muovere i venti, ha la sua casa d'oro nelle acque, impera sulle acque dell'oceano celeste, ed è chiamato egli stesso un oceano occulto e talora pure figlio delle acque; sprigiona le acque, le quali corrono sempre al mare e non lo riempiono mai; manda giù la pioggia, e in questa qualità di signore del cielo concepito come oceano celeste divenne più tardi il signore dell'oceano terrestre (fu già comparatoa Varuna, l'Οὐραός di Esiodo); fa apparire e scomparire la luna e le stelle; vede e accompagna ogni cosa, gli uccelli nel volo, i naviganti sul mare, il vento che spira; egli conosce i misteri e li svela nascondendoli ai soli perversi, ossia ai mostri demoniaci; possiede mille rimedii contro i mali, e il male allontana; castiga i cattivi; concede e ritrae i suoi favori; prolunga o toglie la vita legando ne' suoi vincoli i mortali, nella quale facoltà di copritore, di legatore, egli si confonde pure col funebre Dio Yama. Nella vista de' beati Yama e Varuna spera il moribondo, poichè entrambi sono guardiani dell'amr'ita, ossia dell'ambrosia, dell'immortalità; egli attira al cielo, ossia a sè l'anima del devoto trapassato, non permettendo ch'essa entri e si strugga col corpo nella terra; e i messaggieri ch'esso, al pari di Yama, manda alla terra hanno mille occhi. Queste sono le qualità e le funzioni principali del Dio Varuna. Evidentemente noi abbiamo qui descritte le virtù attrattive attribuite alla vôlta celeste, ben più che non ci sia concesso di vedere una distinta persona divina. Varuna è quasi immobile come il cielo tranquillo che rappresenta; il cielo tonante non lo riguarda; esso è dominio particolare del Dio Indra. Un inno ci dice ch'eiva nelle acque, ma il maggior numero degli inni ce lo presenta che sta nelle acque, che le aduna, le fa muovere, stando fermo esso stesso, qualità che lo ravvicina particolarmente a Brahman, col quale, come vedremo, ha identica natura celeste. Il dottissimo signor Muir osserva giustamente che gli Inni vedici non ci presentanoVarunasposo diPr'ithivî, come la mitologia ellenica ci offre Οὐραός sposo di Γαῐα. Ma la ragione è che il μεγας Οὐραός di Esiodo è un equivalente non solo di Varuna, ma della vedicaPr'ithivî, la distesa, l'ampia vôlta celeste, comeVarunaè etimologicamente il velatore, il copritore. Quanto al passaggiodiVaruna, rappresentante del cielo, in reggitore per eccellenza, in Re de' celesti, parmi potersi pure confermare per un equivoco del linguaggio. Nella lingua vedica,rag'asè l'aere luminoso, il cielo lucente, dalla radicerag'=arg'che valesplendere; come si suppongono tre cieli luminosi, ossia tredyâvas, trerocanâs, così rappresentaronsi trerag'ân'si, sopra i quali il Dio Varuna impera; e come vedemmo insieme uniti in un dualeDyuePr'ithivî, così troviamo rappresentate al duale duerag'asî, ossia il cielo diurno e il cielo notturno; nel vero, la stessa lingua vedica ci offre la parola rag'as come sinonimo della notte.Varunavelatore, Varuna signore del cielo, Varuna signore della notte, equivalgono a Varunarag'aspati(come tale identificato pure con Indradivaspati, e, perdivaspati, necessariamente, come vedremo, coldivaspatiper eccellenza, che èBrahmanossiaBrahmanaspati; onde potremmo stabilire queste due proporzioniVaruna=Dyu; eDivaspatista aDyucomeBrahmanaspatista aBrahman). Ma Varuna rappresentante ilrag'as, ossia il cielo luminoso, e poi specialmente il cielo notturno tempestato di stelle (rag'anîè uno degli appellativi più comuni sanscriti della notte); la notte è ora chiamata la luminosa, ora la scura; la radicevarche valecoprire, forma pure la parolavarn'ache valecolore; e la forza espansiva delle radicirag'earg'fa sì che la parolarag'asche valeil luminoso, valga purelo scuro, il sudicio, la polvere; cosìVaruna, il velatore luminoso, diviene anche il velatore per mezzo della tenebra, e finisce per confondersi col tenebrosoYama. Yamasignifica propriamente l'infrenatore, quello che raccoglie i freni, che attira a sè i raggi luminosi del sole, che lega ne' suoi freni il mondo de' viventi;Varunacopritore e luminoso,Varuna rag'as, erag'aspati, divenne probabilmente ancora, per una facile confusione tra leradicirag'«splendere» erâg'«reggere,» il reggitore, il Re per eccellenza, ilrag'andegli Dei, dei tre mondi, beato insieme col reYama, che ci ritorna nel persiano reYima. Perciò Varuna è pure fatto apparire come Yama, verso la sera, sopra la montagna, donde esercita la sua virtù attrattiva. Al re Yama consacreremo un'attenzione speciale. Di Varuna toccammo passando, poichè all'infuori della sua persona regale egli non ha una figura mitica molto distinta e caratteristica, confondendosi egli ora con Yama, ora con Dyu e con la Prithivî, ora con Indra. Ne toccammo qui, perch'egli ci appare per lo più negli Inni vedici, o in opposizione o in compagnia di Mitra, figura mitica solare che rimase alquanto pallida negli Inni vedici, ma che doveva poi pigliare nell'iranico Mithra le proporzioni di un Dio massimo. Come Varuna rappresenta particolarmente il cielo notturno, così Mitra il diurno, ossia il giorno, e l'astro del giorno. Essi sono le due forme principali della materna loro Aditi, insieme con la quale vengono invocati per esser liberati dal male. Anche il vedico Mitra è nel 59º inno del III libro delRigvedachiamato col nome diRe sapiente, e di proprio e caratteristico che lo distingua dal suo compagno Varuna reggitore, non ha altro se non il suo potere di evocare, eccitare le creature al moto e di portare da sè solo tutti gli Dei (sa devân viçvân bibhartti). Mitra e Varuna si associano talora un terzo Âditya,Aryaman, il venerando compagno, che nelle nozze de' celesti sostiene la parte di Procolo. Probabilmente esso è il sole invecchiato sul fine del giorno, che si pone fra Mitra, il reggitore del giorno e Varuna, il reggitore della notte. Egli si identifica conBhaga, il venerando benefico, che nell'Atharvavedaappare pure come mediatore di amori e di matrimonii, e il cui proprio tempo, secondo ilTaittiriyabrâhmana, è nelle oredopo mezzogiorno, e secondo ilNirukta, precisamente innanzi al tramonto. La benedizione dei vecchi è detto portar fortuna; perciò il sole barbogio, il soleAryaman, il soleBhaga, il sole venerando portafortunaebenessere. Anzi la parolabhagasi dà già nelNâighantukatra i sinonimi dibenessere, fortuna, ricchezza(bagatin lingua russa è ilricco, ebagatsvalaricchezza). Secondo una leggenda vedica, Bhaga fu acciecato; precisamente quello che avviene al sole sul fine del giorno, il quale ritira i suoi raggi luminosi e s'accieca; il biblico Sansone è pure acciecato, quando gli vengono tagliati i capelli. E cieca si rappresenta pure la fortuna; e però ancora l'uso di bendar gli occhi al fanciullo che deve trarre a sorte la buona fortuna; e il giuoco fanciullesco dellamosca cieca, che in origine era un giuoco nuziale (la sorte, il cieco fato, l'auspicio deve far eleggere lo sposo o la sposa), è anch'esso una cara e preziosa reminiscenza di quel Procolo vedico, il vecchio cieco IddioAryamanoBhagaoFortunio, che doveva farsi promotore delle nozze celesti.
Il sole è tuttavia più frequentemente negli Inni vedici rappresentato nelle sue qualità diPûshano nutritore, diSavitaro generatore, e diSûryao sole propriamente detto, come luminoso e celeste (svar, svargavalgono il cielo splendido).
Esaminiamo ora queste singole forme.
Pûshan, il nutritore celeste, è chiamato con gli appellativi dipaçupâ, guardiano del bestiame, dipurûvasuo ricchissimo, divâg'ino fornito di cibi, diviçvasaubhagao arrecante tutte le benedizioni, dimayobhûo benefico, dimantumato ricco di consigli, diviçvavedaso sapiente, diçakra, tura, tavyas, tuvig'âta[12]oforte, potente. Un inno vedico invocaPûshaninsieme conBhaga, che abbiamo già detto essere il sole prima del tramonto; altri inni ci mostrano Pûshan congiunto con Soma, il Dio Luno (Soma-Pûshanausono chiamati insieme al duale).AryamaneBhagasono i promotori del matrimonio della celeste fanciullaSûryâ; diPûshanè detto nell'inno nuziale vedico ch'egli deve pigliar per la mano e menar via la sposaSûryâ, della quale in altri inni (Rigv., VI, 55; VI, 58) egli è detto fratello ed amante. Ma, poichè ilRigvedastesso ci mostraPûshanin congiunzione conBhagae ci dice cheBhagaè il fratello dell'aurora, e poichè ci siamo persuasi cheAryamaneBhagarappresentano il sole prossimo al tramonto, dobbiamo supporre chePûshanci rappresenti il sole stesso nel tramonto, e che la sposa celeste, la bella fanciullaSûryâ, della quale egli appare ora fratello ed amante, ora conduttore presso il legittimo sposo di lei, non sia altro se non l'aurora vespertina. Altri indizii m'inducono a riconoscere inPûshanil sole nel tramonto; tale la sua qualità specialissima di proteggitore de' viandanti, dei viaggi, delle vie, opathaspati; nell'ora del giorno che intenerisce il cuore ai naviganti, anche i viandanti sulla terra vedono con pena tramontare il sole; gli ultimi raggi del sole illuminano la via de' reduci e ne fanno affrettare il passo; la preghiera che fa tuttora verso il tramonto del sole il pastore arabo, ci può dar luce per meglio comprendere il mito diPûshanproteggitore de' viandanti.
E, verso sera, coi viaggiatori, rientrano pure nelle loro dimore dai pascoli diurni i bestiami;Pûshanè purepaçupâ, ossiaprotettore di bestiami, è anzi egli stesso pastore, e tiene in mano uno stimolo come i pastori; con esso, egli fa rientrare nella stalla celeste il suo roseo bestiame rappresentato dall'aurora vespertina; quandoquello stimolo celeste appare, esso invita i mortali alla preghiera, quindi il nome caratteristico e per noi pittoresco dato a quello stimolo (ârd) dibrahmac'odâni, ossiarisvegliante la preghiera. Quando il pastore celestePûshanadoperava il proprio stimolo divino per spingere nella stalla il suo bestiame celeste,[13]il pastore della valle del Kaçmîra stimolava il proprio bestiame al ritorno; ma, prima di stimolare il gregge, volgevasi indietro, verso Occidente, per salutare il sole al tramonto, per pregare il pastore divino, affinchè il proprio gregge, il proprio bestiame prosperasse, e perchè nella notte paurosa non gli avvenisse alcun sinistro, il lupo ne stesse lontano (yo nah Pûshan agho vr'iko duhçeva âdideçati apa sma tvam patho g'ahi; Rigv., I, 42), ed il ladro e il bestiame e i pastori potessero trovare una dimora: «Con Pûshan (canta un inno:Rigv., VI, 54) possiamo noi trovare quelle dimore ch'egli prescrive; eccole, egli dica soltanto.» Quanta ingenuità di poesia descrittiva in queste poche parole! Come poiPûshanstimolante il bestiame nelle stalle celesti faciente rientrar nelle stalle i divini cavalli solari èlo stimolatoreper eccellenza, gli fu dato l'appellativo diag'âçva, parola il cui significato primitivo sembrami abbia dovuto essere quello di stimolatore, spingitor de' cavalli (nell'inno 54º del VI libro delRigveda, Pûshanè specialmente invocato dal devoto, perchè gli protegga, gli custodisca le vacche ed i cavalli). Nato questo appellativo di una composizione men regolare, da riscontrarsi pel suo significato col vedicoaçvahayo rathânâm, che occorre precisamentein un inno aPûshan(Rigv., X, 26):[14]è molto probabile che, perdutasi la prima immagine poetica, siasi interpretato il composto, secondo il suo valore grammaticale più comune, e siasi veduto inag'al'agilecapra, inaçvailcavallo, e spiegato quindi l'intero appellativo diPûshan ag'âçvacome l'avente per cavallo una capra o capre, ossia tirato da capre. Perciò, nello stesso inno 55º del VI libro, ovePûshanè chiamatoag'âçva, si ricordano sull'ultima strofa le capre che, aggiogate al carro del Dio, lo devono portare. Ma, per me, quest'ultima strofa è ascitizia e ha più il carattere di un commento che di una espressione spontanea ed originale. Bastò tuttavia forse questa sola strofa perchè ritornasse altre volte negli Inni vedici la stessa immagine, e, nata appena, si divulgasse nella tradizione la credenza di un Dio Pûshan tirato dalle capre.
Ma Pûshan non ha solo l'ufficio di guidare i viandanti della terra alla loro dimora, di far rientrare, spingendoli, i bestiami nelle loro stalle; egli spinge l'anima del sole moribondo nel regno de' beati:dhî'g'avana, ossiaPûshaneDhiyamig'invao eccitatore dell'intelligenza presso i viventi,Pûshansostiene pure la parte di ψυχοπομπός, come fu già avvertito dai professori Roth, Max Müller, e riferito pure dal Muir. Una parte dell'inno 17º del X libro delRigvedadovea, secondo il professore Max Müller, recitarsi presso il rogo, sul quale ardeva il cadavere del devoto trapassato. Rivolto al morto, il sacerdote celebrante diceva: «Il sapiente pastore del mondo, dal gregge immortale,Pûshandi qua ti porti via, egli ti conduca fra que' beati maggiori, edAgnifra gli Dei benigni. Una vita longeva ti secondi; tePûshanguidi lontano; dove i buoni stanno, dov'essi andarono, colà ti metta il DioSavitar.Pûshantutte quelle sedi conosce, noi confidenti conduca, benefico, rifulgente, avente tutte le virtù, vigile, previdente, vada innanzi.Pûshanè nato per andar lontano, nel lontanoDyu, nella lontanaPrithivî; entrambe sono sedi amatissimi; egli arriva da esse, egli parte per esse.»
Il DioAgnie il DioSoma, secondo l'Atharvaveda, fanno le strade (Agnîshomâ pathikr'itâ); ma il Dio che guida per quelle strade divine èPûshan: percorrendo quelle vie, egli, invocato, spinge fuori il reggitore del cielo notturno, C'itrabarhish, simile a pecorella smarrita. Il reC'itrabarhishera nascosto nella caverna;Pûshanlo ritrovò (Rigv., 1, 23). Ora questo reC'itrabarhishchePûshan, il sole che tramonta, fa venir fuori dalla caverna, dove il Re s'era nascosto, non è altro che la luna, in sanscrito quasi sempre un mascolino, il Re del cielo notturno.
Quanto al nome diC'itrabarhishpuò essere tradotto in vario modo, secondo i varii significati che si possono attribuire alla parolabarhish; ma, qualunque di essi vogliasi eleggere, l'appellativo composto può sempre convenire alla luna, ossia al Dio Soma o Indu, che regge l'astro notturno.
Difatto, nell'inno 40º del II libro delRigveda,SomaePûshansi trovano cantati insieme, come generatori delle ricchezze, generatori delDyu, generatori dellaPrithivî, come signori di tutto il mondo, come fonte dell'ambrosia immortale, che abbiamo già finqui trovata nellaPr'ithivîe nell'aurora, ed ora ritroviamo inPûshan, il sole moribondo che si fa guidatore delle anime, inSoma, il Dio Luno sede di beati immortali.Pûshanrisiede particolarmente nelDyu,SomanellaPrithivîe nell'aria;Somagenera le creature,Pûshanle protegge.
Ma di generatori nel cielo ve ne sono due:Soma, la luna, nella notte;Savitar, il sole, nel giorno; perciòPûshansi congiunge pure strettamente conSavitar, il sole generatore, il sole nel suo più vago splendore: esso è quellodagli occhi d'oro (hiranydksha), dalle mani d'oro (hiranyapâni, hiranyahasta), dalle belle e grandi mani (supâni, prithupâni), dai capelli biondi (harikeça), dalla bella e dolce lingua (sug'ihva, mandrag'ihva); ha carro d'oro, cavalli biondi od aurei, e veste una tunica color d'oro rosseggiante, e nasce, secondo l'Atharvaveda, in acque tinte del color dell'oro (le acque dell'aurora mattutina); manda innanzi a sè il bel carro degli Açvin, e poi egli stesso si manifesta; sale e scende; il suo carro percorrendo le vie celesti non fa polvere, egli illumina l'universo, seguito dagli altri Dei che per lui sono immortali, dominatore delle acque e dei venti, signore benefico, libera dal male e fa muovere tutti i viventi. Da queste qualità caratteristiche diSavitarriesce evidente che, sebbene egli, sul fine del giorno, si ricongiunga conPûshanper collocare nella sede dei beati le anime dei virtuosi defunti, il suo dominio speciale è il cielo nello splendore mattutino e diurno. Egli è detto nelYag'urveda bianco(citato dal Muir) risplendere sopra la via dell'aurora. L'inno 139º del X libro delRigvedaci fa sapere ch'ei si parte dall'Oriente. ComeSavitaro generatore, egli feconda e accresce sulla terra la generazione, e fornisce i mortali di cibi e di ricchezze; i devoti ne invocano specialmente la potenza generatrice. All'infuori di questi caratteri generali,SavitarnelRigvedanon ne ha altri; la sua personificazione si limita pertanto alla sua manifestazione sopra un carro d'oro tirato da aurei cavalli, vestito d'oro, con capelli, occhi e mani d'oro; a cui si aggiunge la sua qualità di onniveggente, onnisapiente(viçvaveda), e di contenente in sè tutti gli Dei (viçvadeva). Come generatore per eccellenza, egli genera tutti gli Dei, e genera quindi pure sè stesso, col nome comune diSûryao sole.SavitargeneraSûrya, ossia il generatore produce il luminoso celeste. Perciò, sebbeneSavitarrappresenti il sole, esso rappresenta poi in modo particolare il sole del mattino, anzi, secondo i commentatori indiani, il sole prima d'apparire, cioè quando si vedono soltanto i suoi raggi e non ancora il suo disco, i suoi capelli, i suoi occhi, le sue mani, i suoi cavalli, il suo carro d'oro e non ancora il sole stesso. Tale essendoSavitaral mattino, è probabile che quando il sole tramonta, e s'è già nascosto col suo disco, ma lancia ancora nel cielo i suoi raggi, ritorni ad essereSavitar, per collocar le anime raccomandategli daPûshannel regno de' beati; e come collocatore delle anime nelle sedi della beatitudine,Savitars'identifica probabilmente conDhâtar, che significail collocatore,l'ordinatore, ec. Officio particolare diDhâtarè quello di porre il germe della nuova vita. Si congiunge egli pertanto coi genii femminini che presiedono alla fecondazione della donna; si considera come fondatore del matrimonio e della famiglia, e si associa volentieri conAryamanpromotore di matrimonii, conTvashtarartefice di tutte le forme, conPrag'âpatiil signor della progenitura, conSavitar. Così finora abbiamo veduto gliÂdityâsdivisi secondo le varie funzioni che essi hanno, come soli, nel giorno; ci resta ora a considerare il sole stesso nella sua più generale comprensione ed attività celeste, sotto il suo nome diSûrya.
Sûrya, ch'è uno degliÂdityâs, ossia uno dei figli della Aditi come vôlta celeste, è pure chiamatofiglio di Dyu, ossia del cielo (Divas putra), come l'aurora è chiamataduhitar Divas, ossiafiglia del cielo. EvidentementedunqueSûryaè fratello dell'aurora, come abbiamo già veduto esserle fratelloBhagas. Ma, come abbiamo già osservato, l'aurora non appare soltanto qual sorella del sole, sì ancora quale sposa (nessuna meraviglia adunque che il solePûshanessendole fratello desideri farla sua sposa nel cielo vespertino) e qual madre.Sûryaè guidato su carro d'oro da sette aurati cavalli, o cavalle che si congiungono da sè; altriÂdityâslo precedono; ePûshancol suo stimolo d'oro gli serve da messaggiero. Come abbiamo vedutoSavitaril sole mattutino riapparire la sera, così qui vediamo lo stimolatorePûshanvespertino riapparire col suo stimolo al mattino, prima cheSûryaappaia.
TraSavitarePûshanvi è qui dunque una lieve differenza, appena percettibile. È un minuto appena che li separa:Pûshanapre la via aSûrya;Savitarlo fa passare.Pûshanil raggio allungato del sole fu rassomigliato ad uno stimolo d'oro; eSavitar prithupâni, ossia dalle mani larghe, porta fuoriSûrya, ossia lo genera nel suo pieno disco. E il disco rassomigliato ad un occhio ciclopico fece chiamareSûrya, l'occhio di Mitra e di Varuna, equivalente all'occhio del cielo, all'occhio diDyu, all'occhio divino. ComeSavitarcontiene e precede gli Dei, cosìSûryaè celebrato qual divino preposto degli Dei, fornito di tutte le qualità divine (viçvadevyavant) e in ispecie della potenza di creare ogni cosa, di artefice universale, diviçvakarman, che appartiene pure ad Indra e a Tvashtar. Ma, poichèSûryanon arrivò mai, con quel nome, a pigliare una persona mitica importante, la sua gloria fu spesso oscurata nell'Olimpo vedico, e quasi tutti gli Dei si diedero il merito d'averlo creato, anzi che ammettere di essere stati creati da esso; anzi tutti insieme si vantano d'averlo collocato nel cielo, diaverlo scoperto, mentre era nascosto. Ma vi ha di più. Vi rammenterete come l'Aurora, la poetica fanciulla celeste, divenuta guidatrice di carri abbia provocato gli sdegni del Dio Indra, il quale, per somma sua prodezza, si compiace d'averle fatto in pezzi il carro. Un simile cattivo servigio rese pure il Dio Indra a Sûrya, un vedico Fetonte, vincendogli e rompendogli una delle ruote del suo carro.
Ho cercato spiegare la ragione, per cui Indra pluvio non vuole più lasciar vincere la corsa all'aurora, e le rompe col fulmine il carro; l'aurora luminosa promette giorni ardenti, e, dove la terra ha uopo di pioggie, appare malefica. Così il sole nella canicola sembra, all'uomo, sinistro, come apportatore di siccità, dove i pascoli han uopo di pioggie; Indra pluvio interviene, rallenta col fulmine il corso del sole, rompendogli una ruota del carro.
Altre distinte personificazioni del sole propriamente detto non ci offrono gl'Inni vedici; e quelle che abbiamo riferite non sono evidentemente abbastanza vive, perchè possa esserci lecito, dagli Inni vedici al sole, disegnare i caratteri principali della mitologia vedica. Conchiudiamo adunque che, se il sole ha fatto germogliare alcuni miti vedici, molto più importanti sono i miti che si riferiscono all'aurora, ne' quali s'incomincia a disegnare un principio d'epopea.
Il sole come sole, nel suo massimo splendore diurno, il sole di mezzogiorno non creò verun mito importante; la poesia lo canta solamente, quando nasce misteriosamente, quando misteriosamente muore, quando le nuvole di giorno o le tenebre della notte lo nascondono, quando esso viaggia dalla sera al mattino, dall'Occidente all'Oriente i mondi sotterranei ignoti; nel mistero il Dio piglia molte nuove forme fantastiche, diviene Vivasvant,Yama, Tvashtar; il Dio si raddoppia e una parte di esso assume aspetto demoniaco; il paradiso e l'inferno si toccano, e in quel contrasto nasce la battaglia. Il ritorno del sole luminoso nel cielo orientale lo fa rassomigliare ad un trionfatore, e si festeggia però nel sole mattutino il vincitore dei mostri notturni, il liberatore del male. Ma poichè egli sale nell'alto e non trova più nella sua via celeste nessun ostacolo, il mito s'arresta, finchè non si muove il Dio Indra a suscitare nel cielo il dramma delle tempeste, a compiere nel cielo la sua battaglia, velando il sole. Allora il sole si rianima col mito, ripiglia persona ora come nemico d'Indra che lo avvolge di nuvole, ora come una vittima che le nuvole minacciano di oscurare per sempre, sinchè non arriva Indra a squarciarle e liberare il suo protetto. Il mito si crea certamente nella natura fisica, ma esso ha bisogno per prodursi della illusione. Il sole che è alzato nel cielo, che accompagna in silenzio l'uomo nei suoi lavori quotidiani, è trattato dall'uomo con piena confidenza, è chiamato col nome diMitraodamico; chè, se il Mithra iranico prese proporzioni solenni come nume, ciò avvenne per aver egli servito specialmente a determinare il sole nascente e il sole moribondo: il mistero del nascimento e quello della morte ci fanno pensare: quanto alla vita medesima, essa si vive; ma non si saluta se non quando essa arriva e quando si teme di perderla. Il possesso della vita, l'ordine della vita rappresenta l'ordinario continuo, e il mito per balzar fuori splendido ha d'uopo dello straordinario istantaneo; legandosi, combinandosi poi tra loro i miti nascono la leggenda mitica, l'epopea e la novellina popolare; ma il mito per sè, nella sua prima origine, nella prima sua forma, esprime una sola impressione rapida e fuggitiva. Quando noi studiamo il Dio nella sua natura complessa, non abbiamoun solo mito, ma parecchi miti che si sono ordinati ad una certa unità personale. L'arte greca ha rappresentato con forme estetiche, perfette, queste unità; ma ogni unità che forma il Dio armonico è preceduta dalle varie note mitiche primitive, senza le quali non si costituisce alcun'armonia divina. Gl'Inni vedici, ove abbiamo più spesso i miti isolati e dispersi, che la persona divina in cui si confondono, non ci lasciano alcun dubbio sopra l'origine primitiva degli Dei, nessuno dei quali è balzato fuori completo in tutto il suo splendore; tutti invece si composero per il successivo aggregarsi di molecole luminose fra loro simpatiche. Ogni mito è per sè stesso una di queste molecole luminose.