LETTURA TREDICESIMA.I DEMONII.
Per la stessa ragione, per cui nel mondo vedico originario non troviamo ancora distintamente indicato il Dio unico assoluto, e ci appaiono invece molti Dei proteiformi, il pastore vedico non concepiva ancora il Diavolo come un essere singolare, unico, potente, rivale di Dio. Vi sono Demonii come vi sono Dei; ma non vi è il Demonio unico come non v'è l'unico Dio. Quando il monoteismo appare, si manifesta pure, se così può chiamarsi, il monodemonismo; e a quel punto la religione iranica si stacca dalla indiana: l'India, nel vero, non ci offre nessun antagonismo così deciso e spiccato come quello che ci presentano i libri zendici nella lotta fra Ahura Mazda e Anhro Mainyu, l'uno genio di luce che crea le cose buone, l'altro genio tenebroso che suscita tutte le forme del male. Nell'India, invece, nel tempo stesso in cui Brahman vi assume dignità di nume supremo, esso non ha contro di sè una sola forma di demonio: com'egli non è solo nell'Olimpo, ove, prima di lui, altri numi potenti, più che imperare, operavano cose mirabili, ed ove più tardi vengono a dividere con esso il supremo potere altri due numi, Vishnu e Çiva; così i demonii mutano nomi e forme non solo secondoche mutano gli Dei, ma secondo che il Dio si trasforma: Satana e Anhro Mainyu sono sempre conformi a sè stessi, e mantengono costante il loro carattere maligno. I demonii vedici e brâhmanici, invece, partecipano di tutta la mobilità degli Dei, e, come il Dio si muove dalla forma luminosa e termina nella tenebrosa, così accade che il Demonio si muova dalla forma tenebrosa e riesca alla luminosa; il Paradiso e l'Inferno confinano fra loro; agitandosi, l'uno passa nell'altro; così il Dio e il Demonio scambiano le loro parti. L'appellativo più frequente dato al demonio vedico e brâhmanico è quello diViçvarûpaodonniforme, eKâmarûpa, ossiamutante forma a piacere: simili appellativi assumono pure talora gli Dei; ora si comprende come il Dio, potendo pigliare ogni forma, possa pure assumere vesti demoniache, e il Demonio del pari, nella sua capacità di trasformarsi senza fine riesca pure ad appropriarsi le forme luminose divine. Gli Dei come i Demonii sono nati insieme, e, secondo la mitologia vedica, da uno stesso padre, dal fabbro universale celeste Tvashtar.
Noi troviamo dunque perciò ordinariamente accennati al plurale i demonii vedici, o, quando essi appaiono al singolare, il loro nome è generico, indistinto, comerakshasche vuol diremostro, oppure specifico di specie molteplici e differenti.
Uno degli appellativi plurali de' demonii vedici èDânavas. La parolaDânavasè il plurale diDânue si dà come equivalente di figli diDânu, uno de' nomi attribuiti alla moglie del mostro Vritra, ucciso da Indra, nell'inno 32º del primo libro delRigveda, oppure diDanu, che appare come figlia di Daksha e sposa di Kaçyapa presso ilÇatapatha Brâhmana.Dânu, al neutro, vale, presso gli Inni vedici,rugiada,stilla,goccia; onde iDânavasapparirebberogli umidi, nel loro primitivo aspetto.Ma, perdutosi l'antico originario significato della parola, in breve i Dânavas divennero i mostri demoniaci, i nemici degli Dei in genere, e tra questi mostri generici potè quindi trovar posto lo stessoÇushna, seccoedisseccatore, il quale trovasi in una delleupanishaddefinito come undânava. Dânunaspatî, o signori delDânu, ossia dell'umore ambrosiaco, sono chiamati in alcuni Inni vedici i due bellissimi Açvin; in quanto i fenomeni rugiadosi dell'aurora mattutina e della primavera si rinnovino nel cielo pluvio, lo stillante divino può diventare un umido demoniaco; e quindi si può forse spiegare la leggenda epica indiana di un figlio della Dea della bellezza,Çrî, la Venere indiana, convertito nel mostruosoDânavao demonioKabandhapresso ilRâmâyana. La parolaKabandhavale propriamentebarile; ilmostro-barileoKabandhadelRâmâyanaha la sua origine nellanuvola kabandha, ossia nellanuvola-bariledegli Inni vedici. Il figlio della Venere ambrosiaca, il figlio di Çrî, che diviene demonio Kabandha, sembra farci assistere particolarmente al fenomeno del cielo pluvio primaverile. E non solo Kabandha è figlio di Çrî, ma tutti i Dânavas sono posti sotto la particolare protezione dell'astro di Venere, del quale si mostrano particolarmente devoti, onde poi gli appellativi didânavaguruomaestro dei Dânavase didânavapûg'itaovenerato dai Dânavas, dati presso l'astronomo Varâhamihira al pianetaÇukrao Venere. Il numero deiDânavasappare infinito negli scritti brâhmanici; nell'inno 120º del decimo libro delRigvedase ne rammentano soli sette: così da Sâyana, in nota all'inno 114º del primo libro, si danno anche gliAsurâscome figli di Diti, e si narra che Indra li distrusse in germe nell'utero materno, nel numero di sette. L'appellativo sanscrito diDâittyâs, oDâiteyâs, oDitig'âs, dato, negliscritti brâhmanici, ai demonii, comefigli di Diti, immaginata, come dicemmo in opposizione alla venerandaAditi, madre de' divini Adityâs, non si trova ancora negli scritti vedici. Tuttavia, come dadanuodânusi ebbero idânavas, si potrebbe nella paroladitiriconoscere la stessa radicedâodî (di), che occorre indanuodânu; onde idâityassarebberogli umidi goccianticome idânavas, di cui uno pigliò, come dicemmo, forma dinuvola-barile.
Ma vi sono ancora altri appellativi generici de' demonii negli Inni vedici: i principali sono quelli didâsâs, didasyavas, diasurâs, dikrishnâs, dipânayas, oltre a quello più comune dirakshasâsomostri. Nelle paroledâsa, dasyu, parrebbe ancora potersi ritrovare la stessa radicedâ, che occorre indanue inditiedâitya; e come vedemmo gli Açvin signori deldânuambrosiaco, così, presso gli appellativi dei demoniidasyu, dâsa, troviamo quello degli Açvindasrâu, quello d'Indra e di Agnidasma. Ma, nelle vocidâsa, dasyu, si videro poi particolarmente i distruggitori malefici, i nemici, le persone volgari. Nè solo i demonii combattuti da Indra, come, per esempio, Çambara, Çushna, C'umuri, ec., pigliano il nome didasyunegl'inni vedici, ma ancora le anime de' morti, alle quali non è concesso di salire alle sedi beate; e però esse errano simili allelarvæde' Latini, in una forma demoniaca, a disturbare l'opera de' devoti. Il nome didasyuè quindi pur dato agli empii nemici degli Arii, ai ladri, ai barbari irreligiosi. Cosìdâsa, l'appellativo generico di parecchi demonii vinti da Indra, come, oltre Çambara, Namuc'i, Pipru, Varc'in, venne poi a significare lo schiavo, il servo, la persona vile. Nel cielo, iDâsâsodemoniihanno spose o diavolesse, chiamateDâsapatnis. Questo appellativo è dato particolarmente alleâpasodacquenel citato inno 32º del primolibro delRigveda; una nuova analogia che ci dovrebbe confermare nel ravvicinamento etimologico fradâsaodasyuedâitya(daditi) edânu. Ma, in altri Inni vedici, ildasyuappare più tosto come un genio tenebroso notturno; il 5º inno del settimo libro delRigvedaci fa sapere che Agnicacciò dalla casa i demonii(dasyûn),generando la vasta luce pel devoto(âryaya). Qui ildasyuappare una specie di fantasma notturno, di larva, di spirito, dissipato dalla luce del mattino; perciò ancora nell'inno 117º del primo libro, a dissipare iDasyuappaiono i due Açvin, per mezzo delbakura(ovakura) che io interpreterei percarro[68](dalla radice vedicavak, che nello stessoRigveda, VII, 21, trovasi adoperata per esprimere il roteare del carro d'Indra comparato al muggito di vacca,tvad vavakre rathyo na dhenâ). E l'ârya varnache Indra porta innanzi, distruggendo idasyu, nell'inno 34º del terzo libro (quantunque ildâsa, ildasyu vedico, appaia talora il nemico terreno degli Aryâs), non mi pare potersi interpretare il colore degli Arii, in opposizione al colore dei non Arii, ma semplicemente il bel colore, lo splendido colore, la luce mattutina, che, distruggendo i notturni tenebrosi Dasyu, Indra riporta nel cielo.
Il senso ambiguo che ha la parolaspiritonell'Occidente latino ebbe già nell'Oriente indiano la voceasura, propriamentel'essere(cfr.asu, «alito vitale, spirito»). E comegli spiritiservirono poi particolarmente a significarei genii maligni, così gliasurâs, posti in opposizione coidevâs, rappresentarono particolarmentei demonii. E comelo spiritodivenneSpiritus Sanctus, come l'asura, in zendoahura, divenneAhuramazda,il sommo nume dell'Iran, così, nell'India vedica, Varuna, il sommo reggitore del cielo, il cielo stesso, apparve col nome diasuras, ossiadi sommo spirito,di spirito per eccellenza,di spirito onnisapiente(asura Viçvavedâs;Rigveda, VIII, 42). Ma, per lo più, l'asuraospiritorappresentòlo spirito maligno, e al pluralegli spiriti maligni,la schiera de' demonii, retta secondo ilÇatapatha BrâhmanadaAsita Dhânva(forseil nero del deserto, ossiala nuvola scura del cielo), secondo ilMahâbhâratadaBakaoVaka, secondo ilRâmâyanadaBali Vairoc'ani, secondo ilKathâsaritsâgaradaMâyadhâra, nome che ci richiama agliAsurâs mâyinasoDemonii magicidell'Atharvavedae allamagìa demoniacaodegli spiriti, ossiaasuramâyâdell'Atharvavedae delÇatapatha Brâhmana. Ma, mentre, nell'India vedica, l'asuratvae l'asurya, più chel'essere demoniacorappresentanol'essere spirituale,l'essere divino,la divinità, dopo che le leggende brâhmaniche rappresentarono gliasurâsin guerra co'devàs, per cagione specialmente dell'ambrosia, l'asurafinì col prendere nell'India brâhmanica un aspetto intieramente demoniaco; nè ciò soltanto, ma esistendo l'asuracome nemico deidevâs(nell'inno 85º dell'ottavo libro delRigvedagliasurâssono anzi chiamatiadevâs), si dimenticò l'etimologia della parola (daas«soffiare, spirare, essere»), e si vide nell'ainiziale un privativo, un nemico delSura, che valse a significare il Dio, come già diAditi, nati gliAdityâs, neiDâityâsnon si videro già degli esseri originariamente forse non punto demoniaci, ma dei figli di unaDitinemica della divinaAditi. Così, per un duplice equivoco etimologico, sarebbe nata tutta una serie diDeioSurâs, per un verso, e di tutta una serie diDemoniioDâityâsper l'altro.
Ma, dal sin qui detto, parmi poter constare abbastanza, come, in origine, a quel modo stesso con cui non esisteva ancora un Dio distinto, così non esisteva neppure un distinto Demonio. Ildânuodanu, ildâsaodasyu, l'asura, non furono originariamente appellativi di figure distinte demoniache; essi, da principio, erano comuni alle forme luminose celesti e alle tenebrose; ma, per essersi quindi con qualche maggiore insistenza attribuiti ai fenomeni tenebrosi, e per successive combinazioni mitiche e per sopravvenuti equivoci di linguaggio, servirono particolarmente a denominare le forme demoniache.
Ma come idevâse gliasurâsappaiono quali creature d'uno stesso padre (ora Tvashtar, ora Prag'âpati), così, presso ilYag'urveda nero, essi si mostrano uguali in potenza e in dignità, e dediti entrambi alla preghiera (brahmanvantas).
IlTâittiriya Brâhmana, ci fa sapere che la terra in principio era degliasurâs (asurânâm vai iyam agre âsit), ma che, avendo gli Dei chiesto loro un po' più di posto per sè stessi, ne ottennero tanto quanti essi avrebbero potuto circondarne. Essi si posero ai quattro angoli della terra e l'avvolsero tutta.[69]Lo stessoBrâhmanaci dice che idevâse gliasurâsnon si distinguevano gli uni dagli altri. Queste sono pel mitologo nozioni preziose. Una leggenda delÇatapatha Brâhmana[70]spiega in un modo infantile, ma moralmente interessante, il passaggio che fecero i Devâs e gli Asurâs ad uno stato di intieraopposizione. — Idevâse gliasurâscreature di Prag'âpati ottennero in sorte dal loro padre Prag'âpati la parola, il vero ed il falso; gli uni e gli altri pertanto parlavano ora il vero, ora il falso; parlanti allo stesso modo, erano uguali. Idevâs, lasciando la menzogna, elessero quindi la verità; gliasurâs, lasciando la verità, adottarono la menzogna. Allora la verità che rimaneva presso gliasurâscomprese: «Gli Dei, abbandonando la menzogna, hanno scelta la verità; ch'io vada dunque a congiungermi con essa;» e così recossi presso gli Dei. La menzogna che rimaneva presso gli Dei comprese: «Gliasurâs, lasciando la verità, hanno prescelta la menzogna; io voglio dunque riunirmi con essa;» così dicendo, essa si recò presso gliasurâs. Allora gli Dei dicevano tutta la verità e gliasurâstutta la menzogna. Dicendo intieramente il vero, gli Dei divennero come deboli e poveri. Perciò colui che dice solamente il vero diviene debole e povero; ma al fine egli riesce, come, al fine, riuscirono gli Dei. E gliasurâs, dicendo unicamente il falso, divennero prosperi e ricchi come l'aurora;[71]perciò colui che dice unicamente il falso prospera e s'arricchisce come l'aurora, ma, al fine, si rovina, poichè gliasurâs, al fine, si rovinarono. Quello ch'è vero è la triplice scienza (contenuta nei tre Vedi); gli Dei dissero: «Sacrificando, celebriamo questa verità.» — Gli Asurâs, dopo di ciò, volendo disturbare i sacrificii divini, vengono maledetti. Ma è agevole intendere come tutte queste spiegazioni leggendarie brâhmanichesiano il prodotto non più di una mitologia, ma di una filosofia scolastica; e, se noi possiamo dare ad esse alcuna importanza in questo studio, non è tanto per le conclusioni, quanto per le premesse che pongono, le quali confermano una gran verità essenziale, secondo la quale il mito vedico antico non ci presenterebbe ancora un Dio ed un Demonio spiccati, distinti ed in guerra fra loro, ma sì invece indeterminati, affini, quasi necessarii l'uno all'altro; poichè gli elementi della materia che combinandosi crea la vita non si presentano in dissidio, in lotta fra loro, ma sì invece intenti a comporsi in nuove armonie fisiche, le quali potranno divenire più tardi armonie morali. L'uomo primitivo ha, di certo, sentito momenti di terrore innanzi all'accostarsi delle tenebre della notte o tra il fragore spaventevole di una bufera sugli altipiani dell'Asia centrale; ma il più spesso egli vide e comprese come dalla tenebra vien fuori la luce, dalla morte la vita, e fu sollecito a riconoscere in quella vicenda naturale una tremenda insieme e poetica necessità della vita.
Quando poi si determinò con formole religiose, prima domestiche e poi sociali, l'entusiasmo per la luce e il terrore della tenebra, ogni fenomeno luminoso apparve divino, ogni fenomeno tenebroso demoniaco; e quando, finalmente, sopra le mitologie essendo nate le religioni, si fondarono sopra queste religioni le Chiese, queste, sollecitamente operose come nell'Iran e nella Palestina, rovesciando l'edificio mitico, stabilirono il monoteismo, o, per dir meglio, il dualismo, ove un sommo Dio d'ogni perfezione combatte contro un Demonio, autore d'ogni male. Nell'India la liturgia della casta brâhmanica arrivò, quando i miti erano già stati consegnati alla storia negli Inni vedici, prima popolari e poi, perchè popolari, in virtù della stessa prudenzabrâhmanica, divenuti sacri, e quando infinite leggende mitiche correvano già di famiglia in famiglia, impossibili ad estirparsi. Il Brâhmanesimo non risale come istituzione civile oltre il quinto secolo innanzi l'êra volgare, e, prima di quel secolo, l'India aveva già percorso tutto un ciclo della sua vita storica; la casta brâhmanica si trovò innanzi ad un popolo non più giovane, anzi quasi vecchio, e con materiali leggendarii di una mole prodigiosa, sopra i quali potè bene combinare nuovi sistemi teologici e filosofici più o meno mostruosi, ma non creare sopra di essi alcun nuovo mito veramente vitale. Rivoltasi invece la religione a diventar strumento politico per costituire l'onnipotenza di una casta privilegiata, essa perdette ogni naturalezza e, come l'edera s'inalza gigante a usurpare le mura delle dimore indiane, sopra le quali si abbarbica, così, sopra la mitologia vedica che non poteva distruggere, il Brâhmanesimo s'inalzò per coprirla, e per adoperarla come fondamento della sua ragione di Stato; presso a poco quello che il Cristianesimo, ma con intento morale assai più alto e benefico, operò sopra i miti ed usi pagani, de' quali si nutrì come di sostanza vitale. Caduta, o per lo meno indebolita gravemente, l'azione morale del Cristianesimo, esso, dispogliato del suo prestigio, ci si ripresenta ora nella sua nudità, ossia nelle sua forma embrionale pagana. Così, nell'India, tolto tutto ciò che le Chiese e scuole brâhmaniche hanno aggiunto di parassito all'antica mitologia vedica, noi ci ritroviamo nel cospetto di miti naturali, così semplici, che la loro stessa semplicità potrebbe far disperare un interprete, il quale si proponesse di rappresentare gli Dei indiani non già com'essi nacquero, ma come si vorrebbero vedere, se un artista greco avesse ricevuto l'incarico di finirli e di condurli, come si dice, a pulimento. Perciò, come ionon ho potuto rappresentarvi alcun Dio in un solo unico, vivace, compiuto aspetto caratteristico, così e, tanto meno, potrei rappresentarvi in una sola forma i demonii vedici; e dico, tanto meno, poichè se il Dio che riproduce un fenomeno generalmente luminoso può talora lasciarsi sfuggire la sua natura specifica, tanto minore evidenza può avere per noi il Demonio che rappresenta, per lo più, un fenomeno tenebroso e una negazione.
Il campo degli Dei e quello dei Demonii è il medesimo; solamente gli uni finiscono col prevalere in una parte, gli altri nell'altra di quel campo. Secondo l'Aitareya Brâhmana, gli Dei avrebbero avuto vittoria sopra un solo punto, come il San Martino della leggenda cristiana per un solo punto perderà poi la sua cavalcatura demoniaca.[72]Gli Dei e gli Asuri combattono fra loro nell'Est, nel Sud, nell'Ovest e nel Nord, e sempre gli Asuri rimangono vittoriosi, ma v'è una regione intermedia, fra il Nord e l'Est, nella quale gli Dei trionfano; essa viene perciò chiamatala regione invitta(sâ eshâ dig aparâg'itâ). Accortisi della loro debolezza sopra gli altri punti, gli Dei si eleggono per loro re l'ambrosiaco Soma, e allora la piena vittoria sopra gli Asuri viene ad essi assicurata; poichè la gran lotta fra gli Dei e i Demonii si riduce essenzialmente ad una gara pel possesso dell'ambrosia, ora trattenuta dagli uni, ora dagli altri, secondo che il cielo, sede dell'ambrosia, è occupato dalla luce o dalla tenebra. E si capisce come quando il Dio Ambrosio in persona regge l'Olimpo degli Dei, i Demonii si trovano inferiori nella prova; ed il loro stato riesce simile a quello di morte, finch'essi, con arte magica, non rientreranno in possesso dell'ambrosia desiderata e perduta;l'amr'itadà naturalmente l'immortalità a chi la possiede; perciò, in un inno dell'Atharvaveda, non solo il Dio possessore dell'ambrosia vince gli Asuri, ma riesce pure a distruggerli il penitente obrahmac'ârin, il quale diviene, con la virtù delle sue penitenze, un germe nella vulva dell'amr'ita, ossia diviene Indra (garbho bhûtvâ amr'itasya yonâv Indro ha bhûtvâ asurâns tatarda), ossia acquista l'amuleto stesso, col quale Indra stesso uccise Vritra, superò gli Asuri e conquistò cielo e terra e le quattro regioni. In una leggenda cosmogonica delÇatapatha Brâhmanasi narra che in origine tutto il mondo era acqua, solamente acqua; le acque fanno penitenza, e nasce in mezzo ad esse un uovo d'oro. L'uovo erra un anno sopra le acque, e poi si schiude e ne vien fuori ilpurusha, il maschio universale, il creatore Prag'àpati. Poichè Prag'àpati pose un anno a nascere, così i figli mortali stanno un anno nel ventre materno. Dopo un anno Prag'àpati incomincia a parlare, perchè nascano la terra, l'atmosfera, il cielo; perciò anche i bambini incominciano a parlare dopo un anno. Egli è nato per un millenio, e s'accinge in esso a creare l'universo. Coi proprii occhi crea gli Dei nel cielo, quindi nasce la luce; con l'alito inferiore crea gliasurâs(atha yo 'yam avâñ prânas asurân asr'ig'ata), e ne nasce la tenebra; con la tenebra vien fuori il male. L'asurasi identifica qui col genio della tenebra, col genio scuro, interpretato come cattivo; ma non sempre lo scuro valse il cattivo: così vedemmo già Varuna, il copritore del cielo, la vôlta celeste, specialmente la vôlta celeste notturna, assumere la qualità di supremo divinoAsura: una leggenda delÇatapatha Brâhmanaci fa sapere come gliAsurâsperdettero la loro superiorità sopra gli Dei per sola colpa della loro eccessiva arroganza od opinione di sè stessi (te'timânena eva parâbabhûvus).
La nozione più generale che possiamo dunque ricavare dagli scritti vedici e brâhmanici intorno alla prima essenza degliAsurâsè questa: ch'essi in origine non furono dissimili dagli Dei; e che, se più tardi, come scuri, tenebrosi divennero specialmente demoniaci, originariamente non furono tanto i malefici, quanto i misteriosi nascondenti nella loro veste scura alcun segreto luminoso, e però genii comuni tanto de' fenomeni luminosi aperti, quanto de' fenomeni luminosi celati e coperti. Indra stesso, che appare quindi come il più formidabile Dio, sconfiggitore di mostri tenebrosi e malefici, partecipa delle due nature celesti, luminosa e scura; ed ora avvolgendosi di tenebre o di nuvole prepara la luce e apporta la pioggia; ora, invece di avvolgersi con vesti tenebrose e nuvolose, le squarcia, ed in simile atto appare qual nemico della tenebra e della nuvola. A far poi degenerare il genio scuro in genio demoniaco valse non poco uno de' più frequenti e dai mitologi non forse abbastanza avvertiti equivoci del linguaggio, io voglio dire gli equivoci nati sopra i nomi de' colori. Nella miaMitologia zoologicaebbi frequente occasione di notare parecchi miti indiani nati pel solo equivoco fra le vociharieharit, che denominanol'aureo,il biondo,il giallo,il verde; ma l'aureo del fuoco è ancora chiamatoarusha,aruna,rohit,rohita, che vale poi specialmenterosso,rossastro; così dalla voce indianakr'imi-karmiche valeverme(k-vermis), lituanokirminis, nacque il colorecremisino, e dalla parolavermepoi il nostro colorevermiglio; alvermiglioè affine il colorepavonazzo, e il colorviolaceoopavonazzoè chiamato in indianonîla;nîlakanthavien denominatoil pavone, ossiadal collo nîla, che vale poi specialmenteazzurro,scuro,nero;nîlachiamasi perciò l'indigo, enîlapatra,nîlapadma,nîlotpala, ec.,il fior di loto azzurro. Così da un solo colore,per gradazione di tinte, passiamo a tutti gli altri. Confusisi in una omonimia costante nell'India, il nero e l'azzurro, l'azzurro celeste diventò facilmente il nero, e il nero un colore demoniaco. I demonii combattuti da Indra pigliano talora insieme il nome diKr'ishnâs, propriamentei neri; ma la vocekr'ishnaservì pure in sanscrito a denominarela pianta dell'indigoeil vetriolo azzurro. Indra si raffigura nella tradizione posteriore brâhmanica come milloculo, con un corpo azzurro tempestato di occhi, ossia come cielo azzurro tempestato di stelle. Indra, come vedemmo, fu in origine semplicemente (al pari di Varuna e di Dyu) il cielo azzurro, come lo Zeus ellenico, il Jupiter latino, sposo di Giunone; Giove in forma di cuculo visita segretamente la moglie Giunone:kr'ishnaè pure uno degli appellativi indiani del cuculo; e indica altresì il tempo, in cui la luna sta nascosta, ossia la quindicina scura che passa tra il plenilunio e il novilunio, ossia il tempo in cui il cielo notturno si mostra del colore di un azzurro cupo, scuro, e che si confonde perciò col nero. Ma, per terminare la nomenclatura indiana de' colori, mentre per un verso ilkr'ishnaoscurosi accosta all'arushao rosso scuro, la stessa analogia sembra presentarsi nella lingua russa fra ilc'ornoyeonero(dac'orni), e ilkrâçnoyeorosso(dakraçni), nel ritrovare, presso ilMahâbhârata, stretti intimamente fra loroKr'ishna,il nero, ed il figlio d'IndraArg'una, propriamenteil bianco,argentino(Indra stesso è chiamatoArg'unanelÇatapatha Brâhmana, che dice esser quello il nome segreto del Dio; perciò Arg'una intraprende nelMahâbhârataun viaggio al cielo paradisiaco di suo padre Indra, che lo fa rallegrare dalle Ninfe divine), dobbiamo intendere che il bianco è solamente un nero stinto; e l'alba mattutina non è altrimenti prodotta che per l'indebolirsi delle ombrescure, innanzi al primo riflesso de' raggi solari. Come in uno specchio, come nell'onda, come nell'arcobaleno si rifrangono tutti i colori dell'iride, ossia come da un solo punto per un solo raggio di luce balzano fuori tutti i colori; così nel linguaggio, il quale non è propriamente altro che una gradazione successiva di suoni o di colori vocali che rivestono il pensiero, per minime deviazioni di riflessi ideali, con parole omonime, si vennero a rappresentare i colori apparentemente più opposti, e che l'analisi chimica può invece restituire alla loro semplicità e conformità elementare. Il colore argentino delle acque (çvetîobiancaè il nome vedico dato ad una riviera) si trasformò più spesso in colore scuro; assimilato il cielo ad un fiume, ad un oceano, quelle acque ora apparvero azzurre, verdastre, scure, ora argentee; perciò, ripeto, possiamo trovare strettamente congiunti fra loro Kr'ishna,il nereggiante(e ancoral'azzurreggiantee forse pureil rosseggiante) e Arg'una,l'albeggiante, che si loda particolarmente pel suo piè veloce, per la sua agilità, prontezza, sollecitudine, come l'alba è la prima ad apparire il mattino nel cielo orientale. Anzi Kr'ishna ed Arg'una sono così vicini, che nel quarto libro delMahâbhârataArg'una appare col nome diKr'ishna; e il dualeKr'ishnâu, rappresentandociKr'ishnaedArg'una, ci lascia pensare ch'essi siano una nuova forma epica dei due fratelli Açvin, l'uno de' quali è in particolare relazione colla luna, l'altro col sole; l'uno col giorno, l'altro colla notte. Arg'una compagno di Kr'ishna, e Arg'una figlio d'Indra, e simile ad Indra, ci presentano poi come affini Indra e Kr'ishna, quasi due forme germane d'uno stesso Dio. Ma, come nella leggenda de' due fratelli, l'un fratello, per gelosia, si rivolge contro l'altro, onde nasce fra loro odio mortale e guerra infinita; così, mentre, negli Inni vedici, vediamo Indrache combatte e vince iKr'ishnâsoneri, ed il mostro nero, più tardiKr'ishna, diviene Dio esso stesso pastorale e guerriero, s'identifica con Vishnu, combatte contro un Indra decaduto e quasi demoniaco, e lo vince. Le parti de' due fratelli, de' due compagni, de' due rivali si scambiano: Kr'ishna diviene luminoso; Indra tenebroso. Nel quinto libro delMahâbhâratasi tenta di dare una spiegazione del nome diKr'ishna, e non se ne trova altra dal brâhmano etimologo intento a predicare penitenza, se non questa:Kr'ishivale «terra,»na«non;»la non terra,la rinuncia alla terra, e ai beni mondani. La ridicolezza di una simile etimologia è troppo evidente per sè, perchè sia ancora necessario insistervi. Lo stessoMahâbhârata, nel suo primo libro, ha un'altra etimologia non più seria, ma certamente più interessante. IdentificatoKr'ishnaconHari,il biondo,l'aureoVishnu, si racconta che Hari si levò due capelli, l'uno bianco, l'altro nero (keçau, Harirudvavarha çuklam ekam aparam c'âpi kr'ishnam); i due capelli penetrarono nel corpo di due donne, Devakî e Rohinî. Il capello bianco generò Baladeva; il capello (keça) nero diventò Keçava, che è un appellativo di Kr'ishna. MaKeçavavale propriamenteil capelluto,il chiomato, onde Kr'ishna appare anch'esso come una figura solare, ossia di crestato, di Cristo; ed è assai probabile che a questo scambio abbia contribuito la conoscenza del Cristo ellenico, con cui la vita del Kr'ishna brâhmanico presenta curiose analogie. Ma io non posso discostarmi dall'opinione che da gran tempo ha manifestato il professor Weber, il quale attribuì alla conoscenza del Cristianesimo lo svolgimento nell'India brâhmanica di una gran parte del mito di Kr'ishna, il quale nel periodo vedico appare invece intieramente insignificante, anzi un mito vedico intorno a Kr'ishna propriamente non esiste;Kr'ishna come Arg'una appare più tosto un attributo, una forma d'Indra, che un demonio ben definito; iKr'ishnâsoneri Demoniisconfitti da Indra sono semplici appellativi dei nemici celesti in genere. Lo stesso scetticismo che mostrano, presso ilMahâbhârata, i Kuruidi intorno alla divinità di Kr'ishna, possono avvertirci come una parte di questa figura dovea essere fittizia e di recente e ancora screditata genesi, formata sopra frammenti antichi molto scarsi e insufficienti, completati perciò con invenzioni scolastiche, e con probabili nozioni tolte dal Cristianesimo, sia detto con buona pace del credulo sognatore signor Jacolliot.
Ma, se gl'Inni vedici non ci permettono di argomentare una figura di demonio ben delineata e costante, non si vuol credere ch'essi non rechino numerosi indizii d'una credenza in esseri mostruosi, soprannaturali, malefici. Solamente, per essere appunto concepiti come mostri informi o difformi, la loro forma sfugge e mal si può definire. La stessa parolarakshas, con la quale è chiamato il mostro vedico, non sembra ancora spiegata in modo definitivo. La etimologia proposta dalDizionario Petropolitanonon m'assicura; essa suppone una radiceraksh, che interpretaoffendere, sopra un solo esempio dell'Atharvaveda(ma no rakshîrdakshinâm niyamânâm); ma niente ci vieterebbe di interpretare quirakshpertrattenere,impedire.
Il guardiano e il trattenitore o stringitore parrebbero confondersi; ilrakshassarebbe unrapitore, unarpagone, unmostro arpia, che, dopo aver rapito comeladroopâni, trattiene, non lascia sfuggire; la sua forma corporea è mobile, come mobile è il vedicoyakshamospiritoche si agita, in cui, come nelle larve, passano le anime de' morti escluse dal regno dei beati,e il vedicoyâtudhâna, il quale ha la facoltà di penetrare in tutti i corpi, e di possederli.
Ilrakshasvedico viene specialmente a disturbare i sacrificii domestici, a spegnere il fuoco, non dissimile, per sua natura, dallo spirito folletto delle nostre credenze popolari; e ogni forma mostruosa che spaventi, assume forma e nome dirakshas. L'ufficio di uccidere ilrakshaso iRakshasiappartiene, negli Inni vedici, specialmente ad Indra, ad Agni, agli Açvin ed all'Aurora, come quelli che dissipano la tenebra notturna, e per Indra poi, oltre la tenebra notturna, il mostro che sta chiuso nella nuvola.
Oltre i nomi generici di demonii da noi fin qui esaminati, ilRigvedaci mostra poi, in opposizione particolarmente ad Indra, alcuni demonii di forma speciale, i più formidabili de' quali sono Vr'itra,il copritoreotrattenitore, ed Ahi,il serpente; seguono Namuc'i, Çambara, Râuhin, Varc'in, Pipru, Urana, Çushna, Kuyava, ec.Vr'itra, il copritore, offre alcuna analogia colKr'ishna, lo scuro, il nero; come Kr'ishna s'identifica con Hari,il biondo, così nelÇatapatha BrâhmanaVr'itra viene identificato con la Luna (Hari); come per la uccisione di Vr'itra figlio di Brâhmano, e però Brâhmano esso stesso, Indra viene perseguitato e precipitato, così il devoto, il pio Kr'ishna finisce per trionfare d'Indra suo rivale. Il mito vedico di Indra e Vr'itra servì di probabile fondamento ad una parte della leggenda brâhmanica di Kr'ishna. Indra azzurro, Indra pavone, Indraçiprin, Indra colpennacchiocede il campo a Kr'ishna Keçava, al nero od azzurro chiomato.
Così, invece di una forma distinta demoniaca, abbiamo qui due forme divine analoghe, le quali diventano forme rivali; l'una succede all'altra, e la forma vinta, decaduta, abbandonata, appare forma demoniaca:nelRigvedail Demonio si chiamavanerooKr'ishna,copritoreoVr'itra; nelle leggende puraniche dell'India brâhmanica, Indra subisce tutte le conseguenze della sua parte di vinto. E, nello stessoRâmâyana, il cui eroe, com'è noto, muove alla distruzione dei Rakshasi, nell'ultimo libro, pare, nella massima parte, inteso a magnificare la grandezza, la potenza, la virtù, la religiosità dei Rakshasi, singolarmente privilegiati dal Dio Brahman. Mettiamo pure che, a rovesciare così le basi dell'Olimpo vedico nel periodo brâhmanico, abbiano potuto valere, in gran parte, le ragioni di casta, le quali, dopo aver messo in seconda linea Indra il Dio de' guerrieri, per inalzare Brahman alla prima potenza, doveano pur porre qualche cura ad accrescere la dignità dei nemici d'Indra, e, come oggi si dice, a riabilitarli; ma, se ciò fu possibile, bisogna pur dire che nello stesso Olimpo vedico le figure demoniache come le divine fossero trovate, per la loro mobilità, capaci di alterarsi ancora e di subire nuove fantastiche trasformazioni non più per opera fatale del popolo, ma per la rettorica astuta dei teologi brâhmani.