Il sapone.

C'è qualcosa che sia più utile del sapone? La nettezza è certo la prima, la più importante fra le eleganze: e a chi la dobbiamo, se non al sapone? Guardate il fabbro che batte il martello sull'incudine, il legnaiuolo che sega le sue assi: il compositore che riproduce le parole d'un manoscritto con dei caratterini di metallo, tinti d'inchiostro: tutti questi bravi operai hanno il viso e le mani annerite: il fumo, la polvere hanno macchiato i loro abiti e la loro biancheria: e se gli utili lavori ai quali si dedicano non ce li facessero cari, ci parrebbero molto brutti.

Ma quando la giornata è finita, e ogni operaio sta per tornare alla sua casetta, dov'è aspettato dalla moglie e dai figliuoli, allora il fabbro mette da parte il martello, il legnaiuolo la pialla, il compositore i caratteri, e ciascuno va in un canto della bottega, dov'è una fontana o una gran catinella d'acqua. Sotto la catinella, o accanto, c'è un pezzo disapone.

L'operaio si bagna le mani e il viso: se li stropiccia col sapone, che sdrucciola, scorre, scivola e fa una bella spuma: quand'è bene insaponato, tuffa viso e mani nella catinella e si risciacqua con forza... Alza il viso... non è più riconoscibile! La pelle è ritornata bianca, pulita, senza traccie di fumo o di polvere: e una leggera spazzolata basta a ravviargli il capo arruffato.

La giacchetta ha sostituito la bluse: gl'inconvenienti del lavoro sono spariti per dar luogo al profitto e al piacere. L'operaio torna a casa, e la moglie e i bambini gli fanno festa e lo accarezzano.—

Certo lo avrebbero accarezzato anche col viso sudicio; ma forse con minor piacere. E anche la famiglia deve farsi trovar pulita e ravviata: i bambini specialmente, se vogliono riuscire accetti al babbo, devono avere adoprato molto sapone.

Il sapone è necessario ai ricchi come ai poveri, poichè a nulla gioverebbero i bei vestiti di casimirra e le calze di seta, se la camicia, il fazzoletto, le mani ed il viso fossero sudici: anzi, la ricercatezza del vestito metterebbe in maggior rilievo la sciatteria del resto.

E siccome il sapone è riconosciuto come il mezzo più facile per conservare la nettezza al nostro corpo e alle nostre robicciuole, così non è esagerazione il ritenerlo per una delle cose più utili.

* * *

Ma che cos'è questo sapone? Perchè ha la proprietà di render pulita la nostra pelle e la nostra roba?

Il sapone è una sostanza composta dall'industria: è un miscuglio di soda e di potassa con un'altra cosa, di cui vi parlerò or ora.

La soda e la potassa, che sono deisali, si uniscono facilmente ai corpi grassi, e ogni qualvolta si trovano al contatto di qualche untuosità, l'assorbono così bene, vi si uniscono così intimamente, che basta fare sparire questi sali, perchè con essi sparisca il grassume che deturpava una data superficie.

Questo effetto si prova facilmente. La soda e la potassa vengono vendute dai farmacisti e il loro valore è minimo: si può dunque comprar queste sostanze, scioglierle nell'acqua e lavare in quell'acqua un pezzo di stoffa colorata, macchiata d'unto.

Ma c'è da notare che la soda e la potassa mangiano il colore e la povera stoffa perderebbe, oltre all'unto, anche le sue tinte smaglianti: poi, dacchè quelle due sostanze sono anche corrosive, lacerano i tessuti e rovinano la pelle.

Dunque? Dunque si pensò di unire la soda ad altre sostanze che ne neutralizzassero gl'inconvenienti, senza alterarne i vantaggi: queste sostanze sono olio o grasso: e da un tal miscuglio ha avuto origine il sapone.

Per fabbricare il sapone, si versa in grandi caldaie una quantità di soda sciolta nell'acqua: vi si aggiunge del grasso di montone, di altri animali e anche dell'olio: occorre poi che il fuoco sia talmente vivo da raggiungere i 100 gradi, i quali producono l'ebullizione.

A poco a poco la soda e il grasso si uniscono, si fondono insieme e formano come uno strato galleggiante sull'acqua. Quando il miscuglio è fatto, si vuota la caldaia sopra una gran tavola ad alti orli: l'acqua scola e il miscuglio di soda e di grasso rimasto sulla tavola, si raffredda, si condensa e diventa quel sapone, di cui tutte le persone pulite apprezzano l'utilità.

Quello fabbricato con la potassa non indurisce e resta sempre come una pasta molle. È quello che comunemente si chiamasapone tenero.

Il sapone col quale si lava la biancheria, vien detto sapone di Marsiglia, perchè è appunto in questa città che se ne fabbrica la maggior quantità. Questa sola città ne vende annualmente più di 70 milioni di chilogrammi, ciò che rappresenta, al prezzo con cui è venduto ai consumatori (circa L. 1,10 il chilogramma) un valore di 77 milioni di lire.

Il sapone bianco e le saponette sono fabbricate allo stesso modo: se non che per la loro fabbricazione vengono adoperati olii e grassi più fini: e sono resi più piacevoli da essenze odorose e da sostanze che immorbidiscono la pelle, come miele e sugo di lattuga: e per mezzo di stampe speciali si dà loro curiose e graziosissime forme. Infatti ci sono saponette che rappresentano mele, pesche, pesci, uccelli, scatole e perfino bambini.

Il sapone è un composto che data da moltissimo tempo. Gli antichi popoli d'Egitto e della Grecia lo adopravano: e in Italia, nelle rovine di Pompei, fu rinvenuta una fabbrica di sapone con tutti i suoi utensili e perfino con una provvista di sapone, atto ad esser venduto.

Da ciò possiamo constatare che la nettezza non è una moda, ma è stata sempre uno dei più imperiosi bisogni dell'uomo.

La nettezza è un dovere sociale quanto personale,ed è condizione principalissima di salute e di bellezza.

Il carbone, a giudicarlo dalle apparenze, non ha alcuna importanza. È una materia nera, polverosa, imbarazzante, che si butta nel cantuccio più scuro di cucina, che non si tocca altro che colle molle o la paletta: a toccarlo con le mani, Dio liberi! C'è da farsele diventar nere come quelle d'uncarbonaio. Infatti i carbonai sono sempre così neri, che quando accade loro di lavarsi il viso in qualche circostanza solenne, per esempio quando sono sposi, non paiono più i medesimi.

E, volendo esser giusti, dove volete trovarmi una cosa più utile del carbone? Col carbone si cuoce il desinare, si scaldano i ferri da stirare, si purifica l'acqua delle fonti, si disinfettano le carni un po' stracche, si rende bevibile il brodo inacidito, ecc. ecc.

Finalmente il carbone è impiegato in vari usi importantissimi, dei quali non potrei parlarvi in queste lezioncine: vi basti che esso serve a moltissime applicazioni della medicina e delle industrie.

Ma di che cosa è fatto questo benedetto carbone e perchè è così nero? Questo carbone, bambini miei, non è altro chelegno carbonizzato, cioè legno trasformato in carbone dal fuoco: ciò che non vuol dirbruciato. Quando il fuocobruciale cose, le distrugge, e non ne lascia che leceneri, come avviene delle legna nel camino e del carbone nel fornello: questa si chiamacombustione: ma quando gli oggetti sono solamente mutati in carbone, allora ciò si chiamacarbonizzazione. La carbonizzazione non distrugge i combustibili; ma li lascia sussistere nella loro forma primitiva: infatti vedrete che il carbone conserva la sua forma cilindrica di rami d'albero.

Quando quei rami pendevano dai loro alberi erano certo d'un altro colore: ora sono neri, poichè qualunque oggetto diventa nero trasformandosi carbone.

Per convincervene, fate carbonizzare una bacchetta di legno bianco, un orliccio di pane, un osso di animale, una frutta qualunque dentro un vaso, ben chiuso, dove il fuoco possa esercitare la sua azione, senza trovarsi a contatto dell'aria: voi ritirerete tutti questi oggetti, neri, carbonizzati, cioè divenuti carbone.

Ma bisogna che tutte coteste cosesieno state private dell'aria, se no sarebbero bruciate irremissibilmente: e invece d'una carbonizzazione, avreste una combustione.

Gli operai che fabbricano il carbone e che sono i vericarbonai(quegli uomini neri che vediamo giungere alle nostre case, colle loro balle sul dorso, non sono altro che portatori di carbone) abitano quasi sempre in mezzo a' boschi, per essere vicini alla materia necessaria al loro lavoro, e per non essere obbligati di trasportare da un luogo all'altro tante enormi quantità di legno.

La loro casa è una povera capanna, fatta con dei rami piantati in terra su due linee parallele, l'uno in faccia all'altro, incrociati in alto a uso X, e rilegati da un altro ramo disteso per lo lungo su tutte le X, in modo da formare la vetta o il comignolo. Gl'intervalli da un ramo all'altro sono colmati da delle smotte di terriccio, che formano come due muri inclinati: uno solo di questi intervalli resta aperto per l'entrata e l'uscita. Del resto, nè usci, nè finestre, nè camini. Il mangiare se lo cuociono in terra con dei frammenti di carbone: i tronchi degli alberi fanno loro da seggiole e i grandi ammassi di foglie secche servono da letto. Il legno più stimato per far carbone è quello di quercia e di càrpino, che sono le più belle specie d'alberi, di cui si compongono le nostre foreste. Si fa anche del carbone con un legno fino e leggiero che si chiamaontano.

Il legno dell'ontano è così leggero, che per ottenere dodicichilogrammi di carbone, occorre impiegarne 100. Ed è per ciò che invece di venire impiegato per gli usi di cucina, serve alla fabbricazione della polvere da cannone.

I rami d'albero destinati a diventar carbone, tagliati in lunghezza eguale, circa metri 0,80, sono trasportati dai carbonai e ammassati in modo da formare un'alta capanna, alla quale non lasciano che un'apertura in cima, per introdurvi il fuoco e farne uscire il fumo. Questa capanna viene chiamata unacarbonaia, ed ha da 6 a 8 metri di diametro e contiene da 24 a 40 steri di legno.

Si ricuopre quindi la carboniera con uno strato di terriccio, affinchè non vi possa penetrar l'aria; poi si accende il fuoco e si lascia agire, finchè la carboniera non è interamente carbonizzata. Quest'operazione richiede ordinariamente dalle 20 alle 24 ore, durante le quali il carbonaio non cessa dal sorvegliare il lavoro e di buttare delle palettate di terriccio in quei luoghi dai quali fa capolino il fuoco.

Quando l'operazione è finita e il legno è carbonizzato, si spegne il fuoco, tappando anche l'unica apertura, dopo di che si lascia che lacarbonierafreddi. Dopo un giorno o due, si butta giù lo strato del terriccio e si estrae il carbone con degli uncini di ferro: e quand'è del tutto freddo, si ripone nelle balle per esser venduto ai mercanti in di grosso, i quali lo rivendono ai mercanti al minuto, e questi alle famiglie.

Ma accanto a tutti i servigi che ci rende il carbone è pur da notarsi un grave inconveniente, il quale, trascurato, potrebbe costarci la vita.

Il legno di cui sono fatti gli alberi, è composto in gran parte d'un gaz chiamato—gaz carbonico.—Questo gaz che si sprigiona dal legno in combustione, si sparge nell'aria: i rami che non sono stati bruciati, ma solo carbonizzati, hanno conservato lo stesso gaz carbonico di quando pendevano dagli alberi; e questo si separa da loro, allorchè bruciano allo stato di carbone.

Se dunque, in una stanza brucia del carbone, abbiate cura di aprire un uscio o una finestra, dalla quale possa uscire questo gaz micidiale, il quale, dopo averci prodotto nausee, giramenti di capo, dolori al cuore e soffocazioni, finirebbe coll'asfissiarci.

Da ciò vediamo che il carbone può farci molto bene e molto male: sta a noi il saper profittare dei vantaggi che esso ci dà, e il sapere sfuggirne i pericoli. Iddio ha messo a nostra disposizione tante e tante cose mirabili, affinchè ce ne serviamo pel nostro bene.

C'è un'altra specie di carbone, che tutti conoscono sotto il nome di carbonefossile o minerale. Il carbone fossile, non è, come quello di legno, fabbricato dall'uomo: esso viene estratto dalle viscere della terra, per mezzo di certe fosse, larghe e profonde, dalle quali gli è venuto il nome. Voi sapete che tutte le cavità praticate nella terra col fine di estrarne i minerali, si chiamanomine. E come vi sono mine d'oro, d'argento, di rame, ecc., così vi sono anche delle mine di carbon fossile. Alcune di coteste mine hanno 500 e perfino 600 metri di profondità, e ogni giorno, migliaia e migliaia d'uomini vi mettono a repentaglio la salute e la vita. Sparsi nelle infinite gallerie, che formano come le strade di quel mondo sotterraneo, staccano a colpi di zappa e di piccone il carbone, che forma le pareti di quelle gallerie: lo trasportano quindi fino alle fosse e lo versano in certi tini o bariglioni, che vengono tirati su non appena sono pieni.

Noi dobbiamo molta gratitudine a questi martiri del lavoro, i quali sono esposti continuamente ai più gravi pericoli: Ora, una sorgente inonda improvvisamente la mina e annega i minatori: ora li sotterra una frana... e tutti gli anni, migliaia e migliaia d'uomini muoiono così!

Dunque il carbon fossile è un minerale; ma, e ciò vi maraviglierà non poco, anche il carbon fossile è di legno. Come ha fatto, quel legno, a diventar nero, untuoso, lucente? Come mai si trova sepolto nelle viscere della terra? Gli alberi vegetano sul terreno, non sotto. Questo, miei cari piccini, è un nuovo, grande e antichissimo fenomeno: e rimonta a secoli così remoti, così lontani da noi, che ci sarebbe impossibile accennare a qual epoca precisa si precipitarono nelle profondità della terra le immense foreste che ne ricoprivano tre quarti della superficie.

Eccole dunque sepolte le belle foreste di cedri giganteschi, di felci e di pini, eccole sepolte nelle profondità misteriose della terra, dove non c'è aria, dove non c'è luce, dove bisogna morire.

E, infatti, quelle foreste, quegli alberi, quelle felci, quelle piante d'ogni specie, son tutte morte. Ma nulla può esser distrutto: morte come vegetali, vivono sotto un'altra forma, e divengono, oggi, il carbone minerale che le industrie hanno applicato a usi sì svariati.

Come si è potuto operare un cambiamento così importante? Quali agenti, quali influenze hanno trasformato delle piante organizzate per la vita vegetale in una sostanza così opposta, qual'è il carbon fossile?

Per ottenere una risposta a queste domande, occorrerebbe entrar nei domini della scienza, e noi non dobbiamo, almeno per ora, che esplorare quelli dell'osservazione. Osserviamo dunque il carbon fossile nelle sue molteplici applicazioni. Eccovene varii pezzi; guardateli: non sono tutti eguali ad un modo: anzi differiscono fra loro in grossezza e in lunghezza: ma per poco che gli esaminiamo, ci accorgiamo subito che essi sono frammenti di rami o di tronchi d'albero. Se tocchiamo il carbon fossile, ci accorgiamo che è untuoso: infatti esso contiene una sostanza oliosa, che somiglia al bitume. Rovesciamo una parte di questo carbone nel cammino di ferro fuso, che è nell'atrio della scuola e accendiamolo: ma prima di tutto mettiamogli sotto qualche pezzettino di legno, poichè il carbon fossile, se brucia bene, stenta un poco ad accendersi. Benissimo. Ecco il nostro fuoco che scoppietta e s'accende. Attenti a quella fiammolina turchiniccia che si sprigiona dal carbone: par che lo voglia divorare, ma non può inalzarsi come le nostre belle fiammate di fuoco di legna. Che fumo nero denso e fetido! È ardente come una fornace: il calore si sparge per la stanza e ci toglie quasi il respiro. Spicciamoci ad aprir la finestra affinchè l'aria esterna purifichi quella viziata dalle esalazioni del gaz carbonico. Come! anche il carbon fossile contiene questo gaz? Certo, poichè è anch'esso un carbone.

Ecco che la fiamma diminuisce a poco a poco: il fuoco diventa smorto e rapidamente si spenge.

Lo sapete a che serve la parte più infiammabile, ossia piùcombustibiledel carbon fossile?—Algaz. Algaz, che serve a illuminare le strade?—Sì. Il carbon fossile contiene ancora altre cose, alle quali non pensate in questo momento, ma che per altro conoscete assai bene. Per esempio labenzinacolla quale si levano le macchie e si puliscono i guanti, è estratta dal carbone minerale: e lo stesso può dirsi di quel prezioso acido fenico sì efficace per le punture delle api, delle vespe, per i morsi delle vipere e de' cani arrabbiati.

Potrei durare ancora un pezzo a parlarvi dell'utilità del carbon fossile, ma credo che quanto vi ho detto debba, per ora, bastarvi. Non vi pare che questa sostanza nera, nascosta, per tanto tempo ignorata dagli uomini, possa, sotto certi rapporti, venir rassomigliata a taluna di quelle persone modeste e buone, che operano il bene per amore del bene, cioè senza ciarle e senza schiamazzi?

Il nostro corpo è la casa di cui noi siamo gl'inquilini: e le porte e le finestre non sono altro che i nostri cinque sensi, per mezzo dei quali comunichiamo col mondo esteriore: i nostri cinquesensi, lo sapete bene, sono la vista, l'udito, l'odorato, il gusto e il tatto.

Se l'uomo non possedesse i sensi, starebbe rinchiuso dentro al suo corpo, come un prigioniero dentro una torre senza aperture: non vedrebbe, non udirebbe nulla: triste esistenza invero! Tanto varrebbe morire!

Ma fortunatamente la nostra prigione ha delle aperture per mezzo delle quali l'uomo può vedere, udire, e uscire, per così dire, di sè stesso: e volendo esser giusti, il corpo, meglio che prigione, potrebbe assomigliarsi ad una piacevole abitazione. Queste aperture (seguitiamo a servirci della stessa immagine ) sono gli occhi, gli orecchi, il naso, la lingua e la pelle. Questi organi, dotati d'una speciale sensibilità, sono costrutti in modo da poter adempiere all'ufficio pel quale sono stati destinati, e per mezzo di essi, noi possiamo comunicare col mondo esteriore, appunto come il prigioniero dalle finestre della sua prigione.

La vista e l'udito vogliono esser lodati pei primi, come quelli che ci arrecano maggiori e più importanti servigi: la vista, col solo mezzo dello sguardo, ci permette di studiar la natura, le opere dell'uomo, con tutti i loro colori, le loro forme, dimensioni e distanze: ci permette di esaminare la fisonomia piacevole o antipatica delle persone che avviciniamo. L'udito ci schiude un mondo invisibile di suoni, di rumori, di musiche, di venti, di tuoni: ci fa conoscere i gridi degli animali e la voce dei nostri simili.

I sensi dell'odorato, del gusto e del tatto ci fanno conoscere gli odori, i sapori e il contatto degli oggetti: ma solamente quando queste cose sono in rapporto immediato cogli organi dei nostri sensi, cioè coll'interno del naso, coll'interno della bocca e colla pelle: cioè quando questi odori, sapori e contatti sono già alla portata di nuocerci.

È vero che il senso dell'odorato ci avverte un po' più da lontano. Gli odori di cui è impregnata l'aria ci fanno conoscere quali fiori soavi e delicati, o quali ammassi d'immondizie si trovano vicino a noi: ma solovicinoa noi, a qualche centinaio di metri tutt'al più; e notate bene che l'odorato ci avverte quando gli odori buoni o cattivi sono già entrati nelle nostre narici: Eccovene una prova: questa è una boccettina piena d'un liquido incolore: annusatela.... Ma voi la respingete in fretta e furia: perchè? Perchè contiene una sostanza, il cui odore, penetrando nelle vostre narici, vi ha prodotto una sensazione dolorosa. E certe sostanze respirate in tal modo, come per esempio il cloroformio, producono vertigini, svenimenti, insensibilità e perfino la morte. Lo stesso avviene dei sapori, i quali non possono venire apprezzati che allorquando sono in contatto colle delicate muccose del palato e della lingua: cioè quando sono già in grado di ucciderci per mezzo dell'avvelenamento. Una goccia d'acido prussico versata sulla lingua d'un gatto lo uccide immediatamente.

In quanto al senso del tatto, basta esserci bruciati un dito una sola volta per capire che le cose non si toccano a distanza.

I sensi dell'odorato, del gusto e del tatto potrebbero paragonarsi a quei canini da salotto, i quali ringhiano e brontolano quando i visitatori sono già entrati in casa: mentre che i sensi della vista e dell'udito ci avvertono in tempo, simili a quei vigili cani di fattoria, che abbaiano furiosamente, fino a che i padroni non si sono messi sulle difese.

Il senso della vista è certo il primo agente della nostra istruzione: è esso che provoca e sveglia le nostre idee, che esercita le nostre facoltà di paragone, che influisce sulla natura dei nostri sentimenti e determina fino a un certo punto lo sviluppo del nostro spirito e del nostro carattere. Chi non conosce il potere dell'esempio? In generale i fanciulli fanno quello che vedono fare: ecco perchè essi non dovrebbero guardare che le cose belle e buone.

E chi non riconosce l'influenza che la vista di certi spettacoli produce su noi?

L'aspetto di ridenti campagne, piene di sole e d'ombra: le ardue montagne azzurre, che sfidano le nubie si confondono col cielo, tutto ciò dispone il nostro spirito a serene fantasie e lo inalza al disopra delle miserie umane.

E pensare che il più gran numero dei nostri simili abita in luoghi infetti, bui, insalubri: in vere cloache di sudiciume! Io le vedo quelle strade nere, buie, ottuse, dove le case trasudano una sordida e perenne umidità, dove i tetti si baciano, dove il sole non entra mai che furtivo, quasi direi vergognoso: io vedo i granai, le cantine, i muri scortecciati, i mobili sudici, gli usci fracassati, le porte corrose dalla pioggia e dal fango! Tristi nidi, dei quali non vorrebbero certo sapere i lupi che dormono tra il verde dei boschi ed hanno per padiglione il cielo azzurro!

E l'udito? Supponiamo che l'uomo ne sia privo! Addio, graziosi effetti dell'eco: addio sublimi musiche dei grandi maestri! Addio, canti melodiosi dei grandi artisti! Il mondo dei suoni è morto. Voi non udrete più lo stormire misterioso delle frondi, il placido mormorìo del ruscello, il tremendo fracasso dell'oceano in tempesta: quante minaccie abbia il tuono, quante promesse l'ondulazione delle grosse spighe di grano che si soffregano tra loro, voi non lo saprete più. I gemiti del violino, il rullìo de' tamburi, il fragore delle trombe, il canto degli uccelli; la voce dei quadrupedi, il ronzìo degl'insetti, tutto tace! Tutto è morto per voi: la natura vi nega le sue armonie: Essa è sepolta, per voi, in un eterno silenzio.

Tutto questo vi farà comprendere qual grave perdita sarebbe per noi quella dell'udito! Il viaggiatore che di notte tempo percorre la lunga sua via, canta: non già pel gusto di cantare, ma per udireuna voce! L'urlo d'una bestia feroce, il fischio d'un serpente, lo stormire delle fronde, bastano per avvertirlo dell'imminenza d'un pericolo: ma guai se egli non udisse quell'urlo, quel fischio e quello stormire.

Fra tutti i suoni che il nostro udito può afferrare, il più simpatico, il più lieto, il più eloquente, il più melodioso è quello dellavoce umana: e dico della voceumana, poichè anche gli animali hanno la loro voce e sanno benissimo che il senso dell'udito è posseduto dall'uomo. Essi, infatti, modulano la loro voce per accarezzarlo, minacciarlo, implorarlo a seconda dei casi. Il cavallo, all'approssimarsi del padrone nitrisce di gioia: il leone del serraglio ruggisce quando qualche ragazzo imprudente sfrega con la mazza il suo gabbione di ferro: il cane si lamenta quando il padrone lo lascia solo in casa e il passerotto fischia all'avvicinarsi della mamma, che gli porta il cibo. Noi certo non possiamo penetrare nei particolari di ciò che si dicono gli animali cantando, ruggendo, abbaiando: non possiamo capirli perchènon siamo simili a loro: e perchè le inflessioni, le modulazioni, le sfumature della loro voce non sono tali da potere essere afferrate chiaramente dal nostro udito.

E neppur gli animali posson capire le finezze del nostro linguaggio. Credete che il vostro canarino si accorga di quando gli parlate in prosa o in versi? V'immaginate forse che il bove capisca il linguaggio del padrone, quando questi lo vende al macellaro?

Qual differenza, invece, allorchè l'uomo indirizza la parola agli esseri della sua specie! Una parola, un semplice monosillabo bastano per farci intendere!

Lo volete sapere, fanciulli, perchè l'udito e la parola dell'uomo sono stati organizzati da Dio con una perfezione incomparabile?

Eccovelo il perchè:

Perchè la parola dell'uomo è fatta per pronunziare la verità; e il suo udito per ascoltarla.

La verità è l'affermazione della giustizia, dell'onestà, della bontà, della virtù e del dovere. Guai a chi mentisce, a chi schernisce, a chi calunnia! Guai a chi presta orecchio, senza protestare, alla vile maldicenza! Guai a chi non sa valersi degnamente dei doni di Dio o, peggio ancora, li fa strumenti di passioni malvagio.

Preghiamo, fanciulli, affinchè il Signore ci preservi dalla vergogna di profanare la parola e l'udito!

Siamo giunti all'ultima pagina del libriccino, la cui lettura oltre al non aver forse avvantaggiato di molto la vostra educazione intellettuale, vi sarà stata certo cagione di qualche sospiro precoce, di qualche pensiero non lieto. Perdonatemi. Perdonate a questa vostra amica, che non sa risolversi a usare con voi le blandizie giocose con le quali si addestrano dai saltimbanchi e bertuccio e orsacchiotti. A voi, creature intelligenti, destinate alla vita, ho voluto insegnare la vita: non quale ve la presentano i giornaletti della domenica e i libriccini moderni, ma qual è nella realtà.

Le lacrime che avrete visto brillare talvolta nelle pupille di vostra madre, gl'infelici che implorano dalla vostra carità un pezzo di pane che li sfami, un sorso d'acqua che li disseti: gl'infermi che popolano gli ospedali, i traviati onde rigurgitano le carceri, vi hanno detto, avanti di me, che la vita non è un giuoco.

Non la crediate neppure una sventura. È un viaggio al quale bisogna prepararsi per tempo. Che direste d'un incauto che, accingendosi alla traversata di oceani sconosciuti, non si provvedesse della bussola?

Ecco perchè con queste pagine ho cercato di prepararvi, più che all'esame, alla vita: ecco perchè parlandovi della terra, vi ho fatto intravedere il cielo.

Camminiamo sicuri e fiduciosi. Perseveriamo nell'amore del bene nè temiamo il dolore: noi lo incontreremocertosulla nostra via: accogliamolo come un amico severo, la cui parola è fuoco che purifica, lavacro che monda, ala che solleva; e ricordiamoci che se il riso aggiunge uno stame alla trama della vita, la lacrima è la perla dove si riflettono i cieli.

PROF. RAFF. ALTAVILLA NOMENCLATURA SILLABICA AD USO DELLE SCUOLE ELEMENTARI INFERIORI ED ASILI INFANTILI Ediz. illustrata con 105 incisioni Prezzo Cent. 40 MILANO ENRICO TREVISINI Libraio-Editore 17, Via Larga, 17 1881


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