Chapter 3

—Ma perchè? ma perchè? replicava Apriletta con quell'insistenza curiosa che è propria dei fanciulli…

—Perchè noi, a differenza degli altri animali, siamo dotati della ragione che è un riflesso della divinità…

—Ma cos'è questa ragione?… Come si fa a provare che tutti questi animali, più grandi, più belli, più forti di noi?…

—Le son domande coteste?…. Sta a vedere che il tuo piccolo cervello è già guasto dalle mostruose, esecrabili teorie di quei nostri filosofanti, i quali pretenderebbero degradare la formica, l'essere superiore, l'essere pensatore ed immortale, al livello dei bruti irragionevoli!… Vergognati, figliuola!… E quando ti si affacciano di tali dubbi, volgi uno sguardo alle opere gigantesche, ai monumenti imperituri creati dal nostro genio… Le nostre città, le nostre strade, le gallerie sotterranee, gli acquedotti, i magazzeni delle vettovaglie, tutto attesta la supremazia della specie formicola, tutto riflette la luce di una intelligenza animata dalla favilla divina. Quanto ordine nei nostri rapporti civili! quanta sapienza nelle nostre leggi, nelle nostre istituzioni! Spontaneamente consociate e vincolate da patti sapientissimi, l'unione ci fornisce una forza a cui nulla può resistere. Noi dominiamo gli elementi, noi soggioghiamo le belve più feroci. Jeri… non hai veduto la bella fine di quell'immane e mostruoso grillo che osò sfidarci nel formicaio?… In meno di un'ora ei rimase spolpato…. Ma è tempo, figliuola mia, di rimetterci in cammino; la notte è vicina…. Mi fu detto che al di là della montagna è venuta a stabilirsi da qualche tempo una colonia di formiche rosse… Profittando del numero, quelle selvaggie potrebbero assalirci e noi avremmo la peggio.—Dunque: occhi in avanti e piede lesto!… Andiamo, figliuola!

—Sono dunque ben cattive lerosse!—riprese Apriletta, stringendosi ai fianchi della madre.

—Tristi come la polvere persiana! È ben vero che esse pure fanno parte della grande famiglia degli animali ragionevoli—ciò non può mettersi in dubbio—ma siccome il loro intelletto è di un grado inferiore a quello della nostra razza, noi dobbiamo, quando il numero e le circostanze ci favoriscano, combatterle e sterminarle. Gli è ciò che fecero i nostri valorosi antenati allorchè vennero a stabilirsi in questo bell'angolo di terra, così fertile e propizio alla speculazione commerciale. La piccola tribù di indigene rosse che da tempo immemorabile occupava la provincia, fu distrutta dai nostri eserciti al grido di libertà e di progresso!… Noi rimanemmo padroni del campo—la civiltà trionfò delle barbarie, e i simboli della nostra religione presero il posto degli idoli abbattuti.

Febbrajuola era in vena di sermonare. Lungo il cammino, ella andava descrivendo a sua figlia la vastità meravigliosa dell'universo, che per lei si comprendeva in quattro pertiche di giardino. Ricordava uragani, e cataclismi, e terribili pestilenze, e guerre sanguinose. Apriletta ascoltava con meraviglia e terrore. E tratto tratto le due viaggiatrici si arrestavano, piegavano le ginocchia, e recitavano un versetto delTe Deum. Febbrajuola pretendeva che l'essere campata da tanti pericoli, e l'aver sopravvissuto a tante migliaia di vittime, era una provavisibiledella speciale predilezione accordatale dal supremo dominatore dell'universo.

Fu in una di quelle soste, a metà di un versetto latino, che Apriletta mandò un grido straziante:

—Aiuto!… Soccorso!…

Febbrajuola accorse, e immemore di sè stessa, si lanciò dentro un vortice di sabbia dove la figlia si andava sprofondando. Ma ogni soccorso era vano. Apriletta era già quasi scomparsa. La sabbia oscillava. Un inesplicabile movimento sotterraneo cospirava ad inghiottire le due sventurate.

—Madre, mia buona madre! gridava Apriletta con voce strozzata; una mano di ferro mi stringe il fianco… Io mi sento morire…

—Noi siamo perdute! rispondeva Febbrajuola fra i singulti della morte; questo vortice è la tana del fiero leone, e io pure mi sento trafitta dal suo mortifero dardo. Addio, mia buona Apriletta! Noi ci rivedremo fra poco nella patria dei beati, ove le nostre anime vivranno immortali!…

Uno sbruffo violento di polvere involse le due formiche. Di là a pochi istanti entrambe si giacquero nelle tenebre, esauste di sangue e di vita.

Il panciuto ragno della caverna, terminato il suo pasto, si assise fra le due pellicole dissanguate, e incrociando le zampe in sull'addome, russò beatamente una giaculatoria. E accingendosi a ricomporre i granelli di sabbia in sugli orli del trabocchetto: Son pure, esclamava, son pure gli stupidi animaluzzi queste formiche! Fanno pietà!… Quale disgrazia… nascere irragionevoli!… E qual debito per noi di render grazie alla provvidenza per averci distinti dagli altri esseri viventi… col lume divino della ragione!

Così parlando, il ragno-leone aveva finito di riassettare il suo agguato e già stava per sprofondarsi nelle viscere della sabbia, allorquando un galletto del Giappone, spiccatosi dal terrazzo, gli fu sopra col becco, e giù per la gola come un granello di melica.

—Cattivo cuore! esclamò una gallinetta sentimentale che sedeva poco lungi.—C'è tanto grano al pollaio… e tu non cessi di incrudelire su questi poveri animaluzzi…. Via, Crestalunga! se è vero che mi vuoi tanto bene… se brami di conservarti il mio amore, cessa dal perseguitare, tormentare e distruggere tante creaturine innocenti.

—Sentimenti che ti onorano! rispose Crestalunga, accarezzando coll'estremo dell'ala la coda della sua innamorata.—Ma… d'altra parte—permetti che io te lo dica—pregiudizii!…. Questi animaletti, privi di ragione come tu sai, e dotati di un'anima tanto inferiore alla nostra…

Ma l'orgoglioso galletto non ebbe tempo di sviluppare il suo sistema filosofico, che d'un tratto si sentì agguantare per l'ala da una mano tenace.

—Vieni qua, la mia bella bestiolina!…. Mi duole proprio di doverti ammazzare… Che vuoi?… Il padrone mi ha dato degli ordini precisi… Zitto! zitto, carino!… ecco!… tutto è finito!…

E il mio cuoco gettò sul tavolo il galletto strozzato, lo coperse di un panno bianco, e accesa la pipa, andò in giardino a sdraiarsi sull'erba.

Frattanto la notte si avanzava e il sopravvenire delle tenebre ridestava alla vita le piccole sfingi, i baccherozzi, le zanzare, le lucciolette, le farfalluccie vespertine, infine tutti gli insetti nemici della luce.

Strani, misteriosi sussurri uscivano dagli arbusti e dall'erbe. Due zanzare, partite dai canneti del lago, volavano verso il giardino. Il loro canto era un saluto alla notte, un rendimento di grazie al supremo Creatore… delle tenebre.

—Oh! vedi il bel promontorio!… Moviamo per colà!… Vedrai che troveremo del cibo!

Detto, fatto. Le due zanzare sforzarono il volo e in men ch'io nol dica toccarono la meta.

—Presto!… non perdiamo tempo!… si scandagli il terreno!…

—Fuori le pompe!

—Oh! la buona…la deliziosa sorgente!

—No… non m'inganno…. questa è veramente la terra promessa. Come è saporito questo latte!

—Come è soave questo vino!…

—Inebbriamoci… Ciò farà piacere al buon Dio!…

Le due zanzare, gonfie di nutrimento, si assisero sull'estrema punta del promontorio e sciolsero il loro inno di grazia.

Il qual promontorio (è bene che i lettori lo sappiano) era il naso del mio povero cuoco, che dormiva beatamente sotto un albero di fico.


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